giovedì 23 dicembre 2004

Ruini
l'odio cattolico per la ricerca scientifica
e la loro complicità con Kant

Corriere della Sera 23.12.04
LA CHIESA E L’ITALIA
«il Risveglio dell’Identità»

Pubblichiamo alcuni brani dell’editoriale che il cardinale Camillo Ruini ha scritto per il prossimo numero - in libreria dal 10 gennaio - di Vita e pensiero , la storica rivista di cultura e dibattito dell'Università Cattolica, diretta dal rettore dell’ateneo, Lorenzo Ornaghi
[...]
Oltre alle tensioni geopolitiche divenute manifeste con l’attentato dell’11 settembre, un altro fattore di portata storica, che si può definire una nuova «questione antropologica», chiama oggi in causa la valenza culturale e sociale del cristianesimo. È in corso infatti, con una forza e una radicalità che si sono accresciute negli ultimi decenni, una trasformazione o ridefinizione dei modelli di vita, dei comportamenti diffusi e dei valori di riferimento, e sempre più anche delle scelte legislative, amministrative e giudiziarie, che cambia in profondità gli assetti sociali e i profili di una civiltà formatasi attraverso i secoli con il contributo determinante del cristianesimo.
Ciò avviene con particolare evidenza negli ambiti della tutela della vita umana, della famiglia, della procreazione e di tutto il complesso dei rapporti affettivi, che rappresentano, insieme al lavoro, al guadagno e al sostentamento, e naturalmente alla sicurezza del vivere, i fondamentali interessi e le preoccupazioni quotidiane della gente.
Con simili trasformazioni stanno sempre più interagendo, in questi anni, gli sviluppi delle scienze e delle tecnologie che riguardano il soggetto umano, in particolare il funzionamento del nostro cervello e i processi della generazione. L’uomo stesso si trova messo così radicalmente in questione, nella sua consistenza biologica come nella coscienza che ha di sé, e ciò non soltanto sul piano teoretico, come avveniva nel passato, ma anzitutto a livello del fare e dell’operare tecnologico. È facile inoltre, anche se poco giustificabile già sotto il profilo metodologico, farsi forti delle acquisizioni scientifiche e tecnologiche per cercare di ricondurre integralmente la nostra intelligenza e la nostra libertà al funzionamento dell’organo cerebrale e riproporne così una concezione dell’uomo puramente naturalistica, nella quale non c’è spazio per alcuna sua trascendenza, e tanto meno per una vita oltre la morte, ma diventa anche assai difficile fondare razionalmente quel ruolo centrale e quella dignità specifica del soggetto umano - da considerare sempre come un fine e mai come un mezzo, secondo la nota formula di Kant - che costituiscono il punto di riferimento decisivo della nostra civiltà.
È questo, per sommi capi, il quadro dell’attuale «questione antropologica», che esige una precisa capacità di risposta, certamente da parte della Chiesa e dei credenti, ma anche di tutti coloro che hanno a cuore il valore unico della persona e il carattere genuinamente umanistico della società a cui apparteniamo. Una tale capacità di risposta non può non articolarsi a molteplici livelli, così come tende ad essere globale la «questione antropologica»: dovrà riguardare pertanto i comportamenti concreti come la ricerca scientifica, la fede vissuta e la pastorale della Chiesa come il pensiero filosofico e teologico, la comunicazione sociale e le creazioni dell’arte, le scelte politiche, legislative ed economiche; in una parola, tutto ciò che forma la cultura di un popolo o di un insieme di popoli. (...)

su Liberazione:
«correggere Lenin con Gandhi», un libro

Liberazione 23.12.04
"CORREGGERE LENIN CON GANDHI"
Colloquio con il filosofo francese Jean-Marie Muller, in Italia per presentare il suo ultimo libro "Il principio nonviolenza"
di Dario Danti

È stata una due giorni intensa quella che si è conclusa martedì e che ha visto il filosofo francese Jean-Marie Muller dividersi fra Pisa e Pontedera per presentare il suo ultimo lavoro, Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace (ed. Plus, Pisa 2004, Euro 18,00), e anticipare i temi del Forum sociale di Porto Alegre 2005, dove coordinerà una sessione tematica sulla "nonviolenza attiva". Lo abbiamo incontrato nella sede della rivista Satygraha (potere della nonviolenza, alla lettera) - i quaderni promossi dal corso di laurea in Scienze per la pace dell'ateneo pisano e dal Centro Gandhi - diretta da Rocco Altieri, che possiede, fra l'altro, una delle biblioteche più ricche di testi e contributi su pace e nonviolenza.
Si è trattato, in realtà, di un vero e proprio colloquio a più voci, condotto insieme a molti attivisti del movimento nonviolento che andranno a fine gennaio a Porto Alegre con Muller e che stanno preparando per febbraio un forum nazionale sulla nonviolenza a Pontedera. Oltre a Rocco Altieri c'erano il professor Antonino Drago, presidente della commissione ministeriale per la difesa popolare nonviolenta (impareggiabile traduttore), Pietro Pertici, Giovanni Mandorino e Martina Pignatti Morano del Centro Gandhi.
Jean-Marie Muller è uno dei maggiori teorici della nonviolenza, ha 65 anni e per tutta una vita si è battuto contro le spese militari e contro gli esperimenti nucleari attraverso azioni di obiezione di coscienza e disobbedienza. Nel 1971 ha fondato il "Man" (Mouvement pour une Alternative Nonviolente) e attualmente è direttore dell'Institut de Recherche sul la Résolution Nonviolente del Conflits (Irnc).
Con lui non possiamo non parlare dei conflitti e dei teatri di violenza nel mondo: lo sguardo è rivolto alla Cecenia, alla difficile vicenda israelo-palestinese, all'Iraq. "La violenza è la nostra realtà quotidiana - esordisce Muller - ed è difficile opporvisi disonorandola e delegittimandola attraverso altra violenza: giustificare la propria violenza perché si presuppone che altri siano stati i primi ad averla innescata ci rende vittime di una spirale senza fine".
Guerra e terrorismo sono due violenze, ma il terrorismo è un metodo differente dalla guerra. "Quest'ultima è simmetrica, mentre il terrore è asimmetrico - prosegue Muller non si può sconfiggerlo con l'esercito, bensì con l'intelligence, con azioni mirate e di polizia internazionale". Questa guerra infinita dichiarata da Bush ha due ragioni di fondo: una di natura ideologica - il dominio sul mondo - e l'altra economica. "Tante sono le vittime: a Falluja prima i civili sono stati ostaggio dei terroristi, adesso lo sono dell'esercito di occupazione", insiste il filosofo francese. E ancora: "Credo che anche gli stessi soldati siano vittime: oltre mille sono le morti militari e si stimano in 40mila gli arruolati con problemi psichiatrici, che vengono curati e assistiti quotidianamente; gran parte di questi uomini vuole tornare in patria".
A questo teatro di violenza Jean-Marie Muller contrappone un'opzione radicale: la necessità di porsi in una logica differente, scegliendo il principio della nonviolenza.
Una premessa dovuta. Molti indicano la nonviolenza come debolezza o impotenza, come utopia e impossibilità del cambiamento. Muller ritiene che proprio questo asserire che "la nonviolenza è moderata, significa aver già introiettato la visione violenta. La radicalità delle pratiche della nonviolenza è contrastata per due motivi opposti: o perché si ignorano queste pratiche, oppure perché si conoscono fin troppo bene". Sono, appunto le mille pratiche dal basso: dai Sem Terra brasiliani, alle aggregazioni della società civile indiana, ai movimenti pacifisti europei. Tutto questo si cercherà di mettere in rete a Porto Alegre.
Quale l'agire concreto? "Proprio nel momento in cui definiamo un fine - continua il filosofo - si deve avere mezzi adeguati. In questo senso bisogna capire il rapporto che vogliamo avere con il potere". Muller non ha dubbi: "Certo siamo per la presa del potere da parte del progetto nonviolento, ma per un potere senza violenza: vogliamo che sia la partecipazione e il potere dal basso - e non quello del vertice - il protagonista della democrazia". Ecco inevitabilmente riproporsi, assieme alla questione del potere, la questione legalità-illegalità. Anche in questo caso, il ragionamento parte dalle coscienze: "Distinguerei fra legale e legittimo, ossia ciò che sentiamo dentro di noi come giusto. Ritengo che l'azione diretta, l'obiezione di coscienza, il boicottaggio e le tante forme di disobbedienza civile siano la strada necessaria per far maturare processi di cambiamento". In questo modo si viene anche sanzionati, ma si accetta tale sanzione per dimostrare l'assurdità della regola. Alla base, comunque, si tratta di avere un atteggiamento e una modalità di relazione nonviolenta fra gli interlocutori, assumendo come centrale la partecipazione e la moltiplicazione della presa di coscienza.
Non manca, infine, un passaggio sul dibattito italiano. Muller dice di apprezzare la scelta nonviolenta di Rifondazione e di essere molto interessato alle discussioni che stanno avendo luogo nel Prc, e lascia sullo sfondo un nodo teorico: "bisognerebbe correggere Lenin con Gandhi". Gli fa eco Rocco Altieri, ricordando che tale tema era già vivo nella riflessione di Aldo Capitini: una ricerca ancora feconda, da continuare.

il mondo psichico dei bambini

Corriere della Sera 23.12.04
Elzeviro -Matematica e memoria
I NUMERI OMBRA DEI BAMBINI
di Giuseppe Bonaviri

Il mondo psichico dei neonati e dei bimbi di due-tre anni, resta tuttora un enigma. Non sappiamo come nei neonati si formi la mappa delle percezioni e di conseguenza la memoria, diversa da quella degli altri esseri. Presumo che tale formazione avvenga per accumulo di immagini, e sensazioni che preludono ai sentimenti, a cui subentra una fase sceverativa e comparativa fra questi elementi immagazzinati.
Solo allora - stando alle attuali vedute biochimiche confermate dalle funzioni preordinate nelle eliche del Dna ed ora, sperimentalmente, dalle attuali clonazioni - le cellule preposte alla reminiscenza, e localizzate in gran parte nell'area cerebrale dell'ippocampo, cominciano a configurare la "memoria", ossia le funzioni a questa deputate.
La finalità, o teleologia, come si dice, della lentezza attraverso cui si accumulano i segni mnestici, nei primi mesi di vita, è quella "protettiva" per il bambino. Il quale, altrimenti, si troverebbe immerso, all'improvviso, ossia in modo traumatizzante, in un mondo complesso, multi-colorato, multi-regolato da leggi fisiche imprenscindibili.
E qui vien da pensare anche a come i bambini arrivino alla percezione, seppure, ancora obnubilata, della "quantità". Ossia della possibilità di suddividere, con un vero processo di scissione e subitanea comparazione, due "insiemi" di oggetti. La loro prima visione presumibilmente è simile a quella delle rane che vedono il mondo per rette, punti linee, ossia in un intreccio geometrizzabile.
L'importanza di una prima percezione per "insiemi" ci porterebbe alla matematica (e metamatematica) di cui fu maestro il formalista tedesco David Hilbert, scomparso a Gottinga nel 1943. A me pare che il primo movente da cui partono i nostri piccoli è quello della contrapposizione, cioè l'idea di un rapporto bino, ossia duale. Secondo me, bisogna ricercarlo, e individuarlo, nella diade luce-ombra. Mi si permetta una considerazione. Si sa che lo studio della luce-ombra ha apportato un notevole contributo alla scienza. Basti pensare a Eratostene, morto nel 192 a.C., che confrontando le ombre in due punti dello stesso meridiano terrestre riuscì a stabilire che la circonferenza della terra era di duecentocinquantamila stadi. Da parte nostra aggiungiamo che uno degli spettacoli più meravigliosi della natura si trova nel sorgere delle ombre, da pietre, alberi e uccelli volanti. Il cui fastigio di bellezza è quello del tramonto... Pochi se lo godono.
Riprendiamo. I bambini di pochi anni, fra l'altro, hanno paura delle ombre. Durante la mia assai lunga attività di medico, ne ho osservati molti. Una bambina, per esempio, vedendo entrare nello studio dove lavoravo, all'Unità Sanitaria, l'ombra di un grande ciliegio, chiesto a lei cos'era quell'ombra mi rispose: "È la morte che entra".
Insomma i nostri piccoli figlioli pensa che vedano, per primi, il mondo come unica rotonda realtà. È una vera intuizione primordiale? Il filosofo Empedocle, vedi caso, usava l'universo come un un unico "sfero". Comunque, verso i due anni, non distinguendo ancora due "insiemi" di oggetti, per esempio due gruppi di caramelle su un tavolo, dicono che sono tanti tanti: ossia, seguendone bene il pensiero, hanno l'idea di un insieme di cose che rotolano, si susseguono, come un fiume che mai finisce, ossia hanno l'idea del "numero" inteso come un infinito fluire senza fine, quasi si trattasse di un Dio onnipotente che sotto forma di corso fluviale, bianco e cristallino, va avanti, avanti, per immergersi, noi aggiungiamo, nella stessa mente di Dio.
Verso i tre anni, questa influenza che possiamo immaginare di una infinità di numeri concreti, come vere palline, per nuove intuizioni di una logica archetipica comincia a dar luogo alla capacità di una numerabilità, tuttora paurosa. Ma divisibile già in tanti "insiemi" come branchi di pesci in un mare di cui sfuggono i confini e il significato. Capiscono allora che questi "insiemi" fra di loro si contrappongono, ora restando fermi in unità precise, ora incrociandosi, direi insiemizzandosi. Ecco che creano una loro divisione matematica. Il primo rapporto, a mio avviso, resta "l'ombra-luce".
Infatti in un noto romanzo di Adalbert von Chamisso (1781-1838), Peter Schlemihl, venduta la propria ombra al diavolo, angosciato, dopo, a questi la richiede...
Ogni essere è un equilibrato groviglio elettromagnetico. Se si riuscisse, in fase pre-mortale, a derivare l'infinità di memorie di un singolo, potremmo avere, in tutto il mondo, delle vere mnemoteche utilissime.

una mostra al Mart di Rovereto
«Il bello e le bestie»

Il Messagger 23.12.04
Di bello in bestia
dal nostro inviato RENATO MINORE

Rovereto. UN PERCORSO intrigante e unico che parte dalle immagini mitologiche forti, dai centauri, dalle sfingi, dalla medusa annichilente, dai satiri sfrenati e libidinosi, dalle sirene dalla voce ammaliante. E approda alle manipolazioni dell’età contemporanea, ai cicli evolutivi dal pesce al post-human alle prese con i “mostri” del passato e del futuro, con l’ibrido, incrocio tra umano e animale, spirituale e carnale, metafora della realtà e punto di vista sul mondo, «attrazione/repulsione, volontà paura di vedersi mostruosi, o di ricreare mostri». Indietro nel tempo, all’origine della storia quando le creature del fantastico vivevano in una condizione mitica privilegiata di convivenza con la natura, «un connubio quasi divino che resta come costante anelito agli occhi dell’uomo». E avanti, in un futuro dove regnano ibridi e manipolazioni su cui è difficile fare scommesse e che comunque ci obbliga ad una continua esplorazione del rimosso, di quella parte oscura che orienta i nostri sentimenti e le nostre emozioni.
Al Mart di Rovereto una grande mostra, Il bello e le bestie (a cura di Lea Vergine e Giorgio Verzotti, fino all’otto maggio, catalogo Skirà) attraverso itinerari tematici che accostano almeno due secoli - dal simbolismo all’estrema contemporaneità - segue l’incontro delle arti visive con il mondo “altro” e animale in cui è raffigurato il “perduto” dell’uomo, la sua dimensione magica, favolistica, sciamanica. Una scelta di quasi duecento opere per abbracciare e confrontare epoche, stili e contributi concettuali di diversa natura, tutti a suggerire la bonne distance dalla natura dell’animale così vicino e così lontano dalla nostra umanità, «parte di noi, una parte dimenticata, perduta, divenuta noi, come un ricordo indelebile e permanente della nostra origine e del nostro divenire. Metamorfosi, artifici e ibridi (dal mito all’immaginario scientifico) che vanno da Arnold Böcklin a Gustave Moreau, da Auguste Rodin a Franz Von Stuck, Matthew Barney, Max Klinger, Odilon Redon, Giorgio De Chirico, René Magritte, George Grosz, Pablo Picasso, Marc Chagall, Arturo Martini, Alberto Savinio, Paul Delvaux, Francis Bacon, Frida Kahlo, Francis Picabia, Ana Mendieta, Francesco Clemente, Sandro Chia, Mimmo Paladino, Maurizio Cattelan, Louise Bourgeois, Cindy Sherman, Kiki Smith fino ai recentissimi lavori di Aspassio Haronitaki, Giuseppe Maraniello, Luigi Ontani. E fino alle esperienze di artisti come Beuys, Gina Pane, Marina Abramovic, Ana Mendieta che, sotto forma di performance, si sono anche fisicamente cimentati in una vera e propria prossimità con l’animale (il coyote di Beuyus, i vermi della Pane, il pitone della Abramovic) in un zona autenticamente “bordeline” che mette radicalmente in questione l’identità del soggetto civilizzato.
Accanto a questa zona centrale e incandescente della mostra che ruota intorno a «quegli esseri privi di peccato chiamati animali», a quel «punto di indecifrabilità tra l’uomo e l’animale», al «fatto comune all’uomo e all’animale» (secondo una felice definizione che Gilles Deleuze applica alla pittura di Bacon), scorre e si distribuisce nei diversi spazi una assai significativa selezione di opere più antiche. Sono gli “archetipi” della produzione artistica occidentale, sul tema del “divenire animale”a partire da un assoluto naturale, da una zona mitica che sta al di qua di ogni disagio della civiltà.
Ecco i vasi e i bronzetti greci e romani raffiguranti i protagonisti di miti e leggende che hanno alimentato nei secoli l’immaginario occidentale fornendo ad esso favole e metafore, tenebra e illuminazione, menzogne e verità di pura affabulazione. Ecco le visioni oniriche delle incisioni di Albrecht Dürer, il bellissimo Giudizio di Re Mida di Cima da Conegliano, le grottesche e fiammeggianti incisioni di Goya, L’uccellatore dell’Arcimboldo, ma anche il Ritratto di Antonietta Gonzalvus di Lavinia Fontana, l’Arrigo Peloso, Pietro Matto e Amon Nano di Annibale Carracci: esempi quest’ultimi di mostri creati dal potente sconvolgimento della natura che testimoniano della prossimità - una terribile deformazione che mescola l’uomo e l’animale - di due regni che si preferirebbe vedere sempre separati. E che tornano ad essere mescolati nell’Autoritratto del 1967 di Matthew Barney, ironico e grottesco, dove «il mostro che è in noi, la prossimità dell’animale, si ritrova all’interno di una ricerca tesa a esplorare il processo di differenziazione sessuale nella genesi del corpo umano». O nel Cartesio: cogito ergo sum di Vettor Pisani, stralunata allegoria di una mutazione che attribuisce al filosofo i tratti asinini e che rimescola in modo beffardo e provocatorio le certezze degli statuti conoscitivi e percettivi appartenenti ai due regni - l’umano e l’animale - che ancora una volta si confrontano e si confondono pericolosamente.

i cattolici rilanciarono gli angeli dopo il Concilio di Trento
per odio contro i protestanti

Il Giornale di Brescia 23.12.04
Nel ’600 prese nuova forma
IL COMPAGNO DI STRADA
L’ANGELO
di Francesco Mannoni

Gli angeli appaiono nella Bibbia come un’emanazione di Dio, e «infiniti voli, innumeri ali, miriadi, schiere, eserciti, angeli e angeli di una vorticosa gloria di creazione» accompagnano gli uomini nel loro travagliato viaggio terreno. Ma è solo a partire dal XII secolo, e ancor più dopo il Concilio Tridentino, che essi sono stati visti come gli amici celesti che tengono per mano gli uomini, ne sono i solleciti, silenziosi protettori in ogni passo della vita quotidiana. Sono loro i protagonisti del volume Gli Angeli Custodi. Storia e figure dell’"Amico vero" (Einaudi, 639 pagine, 82,00 euro), raccolta di trattati di epoca barocca su questi rappresentanti "dell’alleanza di popolare e utopia, di sacro e di quotidiano", scelti e introdotti da Carlo Ossola, docente al Collège de France, e curati da Silvia Ciliberti, Giacomo Jori e Linda Bisello. Simili trattati sulla natura degli angeli furono molto diffusi in Europa - prima in latino, poi in francese e in spagnolo: fra i loro autori ricordiamo Alberini, Segneri, Drexel, Maldonat, Suarez, Barry e il grande Bossuet - nel secolo che degli alati messaggeri di Dio, "tutori e amministratori" dell’uomo, riempì le chiese e le tele, tanto che si può definire il Seicento "il secolo degli angeli".
Chiedo al professor Ossola perché abbia incentrato la sua ricerca sull’Angelo Custode, anziché spaziare a più ampio raggio tra le numerose figure angeliche che popolano la teologia cristiana: basta pensare a tutte quelle che si affollano nell’Apocalisse di san Giovanni, cantando, suonando, osannando, vaticinando foschi scenari per gli empi.
«Perché l’Angelo Custode - mi dice - è, tra le gerarchie angeliche, quella più prossima al mondo terreno. Cherubini, Serafini, Dominazioni, Troni, Potestà stanno molto in alto, vicini all’Altissimo, mentre l’Angelo Custode è accanto a noi, è quasi la nostra ombra fedele. Questa figura appare più volte già nell’Antico Testamento come inviata da Dio a soccorrere l’uomo nelle scelte più difficili».
Ad esempio in quali occasioni?
«La prima volta è nell’episodio di Agar, la serva della moglie di Abramo, la quale è cacciata da Sara quando questa si accorge che la sua schiava è incinta. Agar si trova sola nel deserto, ma l’angelo mandato da Dio la rincuora e le annuncia una progenie più numerosa delle stelle del cielo. In effetti da lei nascerà la progenie d’Ismaele, e da Sara quella d’Israele. Fin da quei lontanissimi fatti l’Angelo Custode è presente ad ogni crocevia del nostro destino».
È però nel Seicento che quest’assidua presenza viene codificata dalla Chiesa. Perché?
«Sebbene la tutela angelica sull’uomo si manifesti senza interruzione dall’Antico al Nuovo Testamento, e poi in tutto il Medio Evo, essa raggiunge il suo apogeo dopo il Concilio di Trento. Dalla fine del Cinquecento a metà del Seicento la Chiesa Romana si oppone all’idea dei Riformati che ogni credente, ispirato dallo Spirito Santo, sappia interpretare la Bibbia e orientarsi da solo tra le prove della vita. La Chiesa di Roma, invece, sostiene che l’uomo è instabile, incerto, incapace di discernere il vero, e dunque bisognoso di assistenza: per questo Dio gli ha messo al fianco l’Angelo Custode. Nel primissimo Seicento viene istituita la solenne festa in cui si celebra questo premuroso compagno dell’uomo, che ispirerà anche tanti artisti».
Qual è il pittore che ha saputo ritrarre con più pienezza l’Angelo Custode?
«Sicuramente il Caravaggio. Pensiamo al suo Riposo durante la fuga in Egitto: sino alla fine del Cinquecento questa scena era rappresentata in modo piuttosto statico. Il Caravaggio, invece, pone al centro del dipinto un angelo musicante che volge le spalle e le ali all’osservatore e suona uno strumento perché il Bambino si addormenti o si rinfranchi. Questa immagine tornerà più volte nel Caravaggio: l’angelo che suggerisce le parole del Vangelo a san Matteo, gli angeli delle sette opere di misericordia e così via. Caravaggio e poi altri pittori portano l’angelo, insomma, nella storia dell’uomo. Una presenza che si tradurrà in una vera invasione nell’Europa barocca, dalla Baviera alla Francia alla Spagna, e soprattutto nell’America Latina, dove non c’è grande cattedrale che non abbia il suo Angelo Custode».
Se il Seicento è stato il secolo degli angeli, il Novecento non può essere definito il secolo del ritorno degli angeli?
«Anche il Novecento è stato un secolo altamente "angelico". Il Settecento, l’epoca dei Lumi e della Ragione, sembrò cancellare questa presenza dalla storia dell’uomo. Ma il Novecento, che è stato un’epoca di contraddizioni proprio per la profonda crisi della ragione, per l’insicurezza che si è impadronita dell’umanità a causa di due guerre mondiali e degli stermini di massa, ha visto la rinascita dell’Angelo Custode, che si è di nuovo imposto anche nell’arte, dalla pittura alla letteratura, al cinema. Alcuni esempi: gli angeli di Paul Klee, quelli che aleggiano nelle poesie di Umberto Saba e di Eugenio Montale, o il protagonista del bel film di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino. Sì, il Novecento è il secolo dell’angelo che ritorna prepotente, che s’impone nell’immaginazione della gente»
Oggi non si abusa di questa parola, "angelo", e dei suoi derivati? Non si rischia di definire "angeliche" anche cose o persone che non lo sono affatto?
«È vero, oggi si abusa di questo termine. So che ci sono persino dei siti Internet dedicati agli angeli, per non parlare poi di come si sia impadronito di loro quel fenomeno "magico-religioso" definito New Age. Ma l’angelo della teologia cristiana ha caratteristiche ben precise: è una presenza divina che porta ausilio all’uomo, e che, essendo appunto divina, va al di là del verosimile, mentre l’aiuto che può dare un uomo rimane all’interno del verosimile. L’angelo, come dicono i trattati riuniti in questo volume, si trova là dove l’uomo non c’è più. È al di là di ogni nostra speranza, ma paradossalmente è prima di ogni nostra speranza».
L’Angelo Custode ci accompagna per tutta la nostra vita terrena. Ma quando moriamo, qual è il suo destino secondo gli autori di questi trattati?
«I trattati affermano che l’Angelo Custode, pur avendo un destino di eternità che noi mortali non abbiamo, per mostrare l’assoluta fedeltà a questo breve tratto di luce che è la storia umana, rinuncia a impiegare la sua divina forza, e una volta che abbia cessato il servizio presso di noi, rimane inattivo e in attesa finché la resurrezione non ci restituisca a lui. Egli, insomma, rimane con noi in attesa del tempo ultimo. Questo probabilmente ci consente di comprendere il significato profondo del termine "angelo", che in greco significa "annuncio". Questo annuncio è in nome dell’eternità, e l’angelo è accanto a noi non solo per aiutarci sulla Terra, ma soprattutto per ricordarci che siamo figli dell’eternità, carovane in cammino verso l’eternità».

la scrittrice indiana Arundhati Roy
nonviolenza con grinta

Corriere della Sera 23.12.04
La scrittrice indiana Arundhati Roy ripropone la non violenza come il metodo d’azione più efficace per i movimenti giovanili
Quella graziosa «teppista» sulle orme di Gandhi
di Serena Zoli

«Ci occorre la fredda precisione del proiettile di un killer». E poi: «Dobbiamo scegliere i bersagli e colpirli uno dopo l’altro». Il programma di un terrorista? Parrebbe, con i tempi che corrono. Questo «terrorista» intende invece colpire, e colpire duro, con le armi della non violenza. Un paradosso? Mica tanto. E per dimostrarlo Arundhati Roy - è di lei che si tratta e del suo ultimo libro - rievoca un altro indiano come lei, l’inventore (vincente) della non violenza, il Mahatma Gandhi: quando nel 1930 promosse la «marcia del sale» fino alla città costiera di Dandi, dice, fu per produrre concretamente il sale di cui il Paese aveva bisogno e apportare così «un attacco mirato alle tasse imposte dall’Inghilterra». Aggiunge: «Gandhi sapeva bene come colpire il cuore dell’impero», disarticolandone i meccanismi economici. Ora l’impero è tornato, più grande, anzi globale. È l’impero delle multinazionali, del neoliberismo selvaggio che scarica sempre più «espropri, siccità, agricoltori indebitati» in India e più poveri ovunque. La Roy in questo libro-intervista, L’impero e il vuoto (Guanda, pp. 142, 10), indica una svolta radicale da imporre al movimento no global e al pacifismo: basta manifestazioni, canzoni, cortei o, almeno, non solo questo. Queste sono attività «da weekend», poi il lunedì torniamo tutti a lavorare e i potenti hanno imparato che basta lasciar passare un po’ di tempo, poi hanno mano libera. Una prova: i 15 milioni di persone che il 15 febbraio 2003 sfilarono in tutto il mondo con le bandiere iridate della pace. Ma la guerra in Iraq scattò lo stesso. L’evento non fu inutile, certo: fu «la più grande dimostrazione di moralità pubblica», però «se la disobbedienza civile è solo simbolica», ben poco se ne ricava. «Dobbiamo danneggiarli» è la parola d’ordine che questa fragile, aggraziata ragazza di 43 anni lancia col nuovo libro, una raccolta di quattro conversazioni avute con David Barsamian tra il 2001 e il 2003.
L’intervistatore le fa notare che sorgono sempre più media alternativi, capaci di far passare le notizie vere: sì, ma non basta, obietta l’autrice del fortunato romanzo Il dio delle piccole cose. Occorre che queste voci arrivino a «rendere irrilevanti» i grandi media. «Non è sufficiente attaccarli - ripete - dobbiamo danneggiarli», come fece Gandhi con i colonizzatori inglesi. Bisogna prendere di mira un pezzo di impero alla volta e scardinarlo con efficaci metodi non violenti. Intanto va smontata la nuova immagine della politica e, in particolare, della guerra: un «prodotto» come un altro. Mentre si discuteva dell’attacco in Iraq, la Roy ricorda che il portavoce della Casa Bianca disse: «Secondo le regole del marketing, non si propone un nuovo prodotto in agosto». E l’invasione scattò quando i cittadini-consumatori non erano «distratti» dalle ferie. Un Bush non isolato. Giorni fa, il nostro premier ha rivelato la stessa visione parlando di spot elettorali: «Non ci sono sostanziali differenze per la scelta di un acquisto o del voto», ha detto Berlusconi. È proprio quest’idea della politica come marketing che, dice Arundhati, va smontata nella percezione dei cittadini, affinché «non comprino» come buona o ineluttabile qualunque decisione, presa in uffici ristretti, che ricadrà su di loro.
Nella prefazione, che è di Naomi Klein, l’altra leader dei no global parla con entusiasmo delle doti intellettuali e della passione della Roy, sempre «schierata contro chi tratta gli esseri umani come danni collaterali» vuoi di una mega-diga, vuoi di un attacco terroristico, vuoi di un’invasione militare. E ricorda che l’aggraziata scrittrice si definisce «una teppista». Dopo averla conosciuta, la Klein dice di aver capito cosa intendeva: teppista per «la radicale incapacità di deferenza». Ma se non teppista, di irregolare la bella ragazza, che è stata definita una Audrey Hepburn indiana, ha avuto molto. E qui si racconta senza imbarazzi. Una madre anticonvenzionale per cominciare, divorziata e decisa a non «farsi proteggere» da un nuovo marito che «di tanto in tanto la picchiasse o umiliasse», come accade a tantissime indiane. La sua precoce uscita di casa a 16 anni: andò a vivere in una baracca dal tetto di lamiera, col suo ragazzo e altri studenti che raccoglievano bottiglie vuote di birra per pagarsi l’università (nel caso di Arundhati, architettura).
«Sì, io e mia madre siamo troppo fuori dalle regole, conclude ridendo, perché la gente non pensi che ci deve andar male. Invece noi siamo felici come due streghe».

la religione americana

Repubblica 23.12.04
IL CASO
I cristiani all'attacco contro la tendenza di scuole e istituzioni a "epurare" canti e tradizioni per rispetto delle diverse confessioni
America, la battaglia del Natale "corretto"
DAL NOSTRO INVIATO MAURIZIO RICCI

NEW YORK - Non è lo spirito natalizio che manca. I centri commerciali sono pieni di babbi Natale con la barba bianca e da ogni parte tintinna Jingle Bells. Ma è lo spirito giusto? È lo spirito del Santo Natale della tradizione cristiana? La destra fondamentalista americana pensa di no e ha lanciato un'offensiva a largo raggio, fatta di appelli, marce, boicottaggi, ricorsi in tribunale. Il problema non è, tuttavia, la progressiva mercificazione del Natale, ma il suo carattere laico o religioso.
Se in Italia il problema è il presepe, in America sono non solo le tradizionali canzoncine e rappresentazioni scolastiche, ma la denominazione stessa del periodo. Basta con il generico e anodino Season Greetings (il nostro «Buone Feste»), è lo slogan: rivogliamo un ubiquo e ufficiale Merry Christmas («Buon Natale»).
La pietra originaria dello scandalo sono una serie di decisioni prese in varie scuole e città, sparse per gli Stati Uniti, nel corso degli anni 90, in nome del politically correct: come in Italia, si tratta di tener conto delle diverse sensibilità di una società multietnica e multiculturale. Nel caso specifico americano, di considerare che il periodo natalizio cristiano coincide con l'Hanukkah ebraico e il Kwanzaa di una buona fetta degli afroamericani. La Costituzione, del resto, vieta al potere pubblico manifestazione religiose. E, su questa base, negli anni '80 le organizzazioni dei diritti civili hanno ottenuto la rimozione di presepi e altri simboli religiosi dai luoghi di proprietà pubblica. La stessa Corte Suprema, nello stesso periodo, li ha ammessi solo se accoppiati con altri simboli (come Babbo Natale) per indicare il carattere laico della festa. Su questa scia, molte scuole hanno abolito le tradizionali cerimonie natalizie a sfondo cristiano. Qualcuno è andato anche più in là.
A Maplewood, nel New Jersey, il preside ha bandito qualsiasi canzone natalizia a tema religioso, anche nella versione per soli strumenti, dal concerto scolastico. A Woodland, Illinois, le autorità del distretto hanno vietato di suonare canzoni natalizie sulle radio degli scuolabus. In una scuola elementare della Florida, la parata natalizia è stata reinventata come parata patriottica: «Stiamo cercando di rispettare tutti», ha detto il preside. Più di una città ha bandito lo striscione «Buon Natale» dalle scritte ufficiali e qualcuno ha rinunciato finanche all'albero. Di fronte al progressivo diffondersi di questo ridimensionamento del carattere religioso del Natale, la reazione dei tradizionalisti cristiani è stata, quest'anno, particolarmente vistosa.
Sono piovuti ricorsi in tribunale contro scuole e municipi, si sono moltiplicati appelli e petizioni, ci sono state marce e tentativi di inserire di forza striscioni religiosi nelle parate cittadine. Ma queste singole battaglie fanno parte di un'offensiva più generale che punta a riconquistare il Natale, lanciando i militanti tradizionalisti cristiani nella ennesima battaglia contro il politically correct incarnato dall'establishment liberal.
E la battaglia ruota intorno al modo di salutarsi. Il Comitato per salvare Buon Natale è arrivato a lanciare una campagna nazionale di boicottaggio contro una delle più importanti catene di negozi, Federated Department Stores. È la catena di Macy's, una delle icone del Natale americano da quando, nel 1947, fu il palcoscenico di «Miracolo sulla 34ma strada» uno dei più celebri film natalizi.
Da anni, il personale di Macy's augura un vago Season Greetings ai suoi clienti al posto di Merry Christmas, per «riflettere meglio - come specifica una portavoce - il carattere multiculturale della società in cui viviamo»: «Se entrasse un druido - continua - lo accoglieremmo con un "Scintillante Solstizio"». Ma in questo 2004, il buon senso commerciale è diventata una provocazione culturale.
I tradizionalisti, spalleggiati da media influenti come Foxnews e il New York Post, sottolineano che l'80 per cento degli americani si dichiara cristiano. Un sondaggio di Usa Today mostra, tuttavia, che solo il 43 per cento degli americani ritiene un «peggioramento» la diffusione del «Buone Feste», mentre il 44 per cento lo considera un «miglioramento». Un paese culturalmente diviso a metà, fra tradizione e rinnovamento. Se tutto questo fa venire in mente la politica e le recenti elezioni presidenziali, è perché le cose stanno esattamente così: il Comitato per salvare Buon Natale dichiara che il voto del 2 novembre «è la prova che il politicamente corretto offende milioni di americani». «La loro idea - ha risposto Frank Rich sul New York Times - è di intimidire e marginalizzare chiunque obietti ai loro sforzi per imporre sulla politica la versione più tradizionale del dogma cristiano».

natale: presepe e psicoanalisi

ricevuto da Paolo Izzo

Il Sole 24ore, su il Domenicale del 19.12.04

- VESPE -
"Papà, vai dallo strizzacammelli"

Si fa presto a dire presepe. Adesso lo psicoanalista junghiano Claudio Widmann ci spiega che quest'usanza risale alla «propensione umana a rappresentare in maniera plastica eventi archetipici», propensione che sarebbe «strutturale all'attività psichica stessa». La Natività, in sostanza, indica il punto di snodo dall'inconscio alla consapevolezza, «l'inizio del viaggio individuativo». Finalmente. In questi giorni di luminarie, era opportuno che qualcuno facesse luce sul nostro inconscio collettivo. D'ora in avanti le conversazioni domestiche, alla vigilia di Natale, funzioneranno grosso modo così: «Papà, hai preparato l'archetipo della capanna?». «Non ancora, non riesco a superare il carico emotivo, e mi manca l'immagine primordiale del muschio». «Il muschio? L'ho lasciato di sotto, nel mondo infero, insieme ai pastori e ai cammelli». «Mi turbano queste visioni oniriche». «Forse dovresti andare dallo strizzacammelli, pardon strizzacervelli». «Ma smettila di rompere gli archetipi, collegati con lastminute e vai a farti un viaggio individuativo». Sono finiti i tempi in cui genitori e figli mettevano giù le statuine una accanto all'altra senza tante storie. Tutto è diventato più complicato, non solo il Natale. Forse ha ragione Maria Laura Rodotà, che sul Weekend del Corriere ammonisce: «Ormai i bambini non fanno i compiti da soli, necessitano di uno staff». In pratica, il presepe dura tutto l'anno. La realtà è che, nella struttura archetipica del loro inconscio, i ragazzi di oggi non si identificano con Gesù, ma con l'asinello.

Ken Loach
religione, politica, istruzione

Liberazione 23.12.04
Il bacio interreligioso di Ken Loach
di Roberta Ronconi

Casim è un bel ragazzo anglo-pachistano nato a Glasgow, laureato a Glasgow, innamorato a Glasgow. Oggetto del suo amore è Roisin, irlandese, insegnante di musica presso la scuola pubblica in cui studia Tahara, sorella di Casim. A contrastare questo giovanile amore non è un problema di classe o di "razza". Ma di religione, ovviamente. Casim non è musulmano, o meglio, non è praticante. Ma la sua famiglia sì, e per lui ha già combinato un bel matrimonio con la cugina Jasmine. Roisin non è cattolica, ma insegna in una scuola cattolica (nonché pubblica) e se vuole mantenere il posto di lavoro deve dimostrare una stretta osservanza alle regole della sua chiesa.
Nel nuovo film di Ken Loach "Ae fond kiss" (primo verso di una lirica di Robert Burns del 1791, tradotto in italiano "Un bacio appassionato") il tema è dunque l'intolleranza religiosa, dell'una e dell'altra parte. E l'ingerenza profonda che questa esercita nella vita delle persone, in particolare dei giovani nel momento delicato delle scelte. Un tema tutt'altro che nuovo, soprattutto per la cinematografia del Regno Unito ("My Beautiful Laundrette" di Stephen Frears, "East is East" di Om Puri, "Sognando Beckam" di Gurinder Chadha) ma che in "Ae fond kiss" vede ripareggiare i conti. Se nei precedenti titoli, infatti, il problema dell'"integrazione" era sempre legato alla rigidità della struttura della famiglia musulmana, qui finalmente vediamo anche l'altra parte, ovvero le intransigenze cattoliche. Che possono non essere da meno. La necessità di tornare sull'antico e mai così attuale tema dello scontro religioso è partita, più che da Ken Loach, dal suo inseparabile sceneggiatore Paul Laverty che era a New York l'11 settembre del 2001. E ha visto come in poche ore in quella città, i tanti immigrati di origine musulmana, ormai perfettamente integrati, «siano ridiventati immediatamente degli "estranei"».
Un mondo pieno di identità fragili, dunque. Dove le appartenenze, spesso solo supposte, contano più di ciò che sei realmente, di ciò che fai, del tuo comportamento e delle tue idee. In particolare se parliamo di appartenenze religiose.
Loach, ha tentato di fare un film equidistante, di ridare un senso all'importanza di una convivenza laica?
Sì, anche se il tema va visto nella sua complessità. Per esempio, la famiglia di Casim attraverso la fedeltà ai precetti musulmani dimostra il bisogno di difendere la propria identità che, dopo la migrazione, si ricostruisce spesso attorno alla moschea. Mentre, per quanto concerne la fede cattolica, nel film mostriamo come ne possa esistere una versione estremamente rigida e un'altra molto più liberale. Per quanto mi riguarda, io sono un agnostico con tendenze atee.
Nello scontro tra uomini e civiltà in questi anni sembra che la religione abbia preso il posto della politica...
No, non penso sia così. Credo che da sempre sia la politica ad usare la religione per i propri fini. Gli inglesi hanno costruito un impero con la spada in una mano e la bibbia nell'altra.
In "Ae fonk kiss" lei non si tira indietro nel mostrare la difficoltà, della famiglia musulmana, ad avvicinarsi sia pure ad un simulacro di integrazione. Non c'è dunque speranza?
Al contrario. Il padre di Casim in realtà è molto più integrato di quanto sia disposto ad ammettere. Fa il suo commercio, guadagna e vive nella società scozzese. I suoi figli li ha mandati tutti a studiare in una università di Glasgow. Non riesce a fare ulteriori passi, ma quelli li faranno i suoi figli, la seconda generazione. Sarà un processo naturale. E' già in corso.
Anche Roisin non è inglese né scozzese. E tantomeno cattolica. Una vittima anche lei.
La verità è che Roisin è la vera immigrata della storia. Lei è irlandese, e gli irlandesi arrivati in Gran Bretagna tra la fine del 1800 e la fine del '900 hanno vissuto una discriminazione durissima. Ricordo ancora, quando ero piccolo, i cartelli fuori dai negozi "no blacks, no irish".
Lei sa che la questione religiosa, soprattutto in relazione alla scuola, è tema di dibattito caldissimo in Italia in questi mesi?
Sì, lo so. E devo dire che il primo motivo per cui abbiamo fatto questo film è per ribadire la nostra convinzione profonda che religione ed educazione debbano essere separate. Non si può, non si deve mai parlare di bambino musulmano, cattolico, cristiano o che altro. Le loro famiglie hanno un'identità religiosa, ma non loro, che hanno il diritto di venire educati in modo a-confessionale.
In Italia la questione è spinosa. In Inghilterra?
Non in modo così evidente, ma a mio avviso lo è altrettanto. Nelle nostre scuole protestanti il gioco è più subdolo. Per accedere, ad esempio, alle classi o agli istituti migliori i genitori del bambino devono dimostrarsi buoni praticanti, altrimenti non hanno chance di iscrivere i figli. Ci sono tantissime coppie che si improvvisano religiose per mandare i figli nella scuola giusta. Il problema è che tutto questo avviene sulla testa dei bambini.
Eppure, c'è anche il caso francese in cui sono le ragazze stesse a chiedere di poter andare a scuola con il velo, mentre lo Stato francese lo vieta.
Lì credo che la questione sia diversa. Io ci sento, in quel caso, l'intenzione di attaccare la comunità musulmana in quanto tale. Insomma, ci sento un accenno di razzismo di cui le comunitrà musulmane in questo momento non hanno proprio bisogno.
Ho letto che "Ae fond kiss" è stato realizzato anche grazie ai benefit fiscali previsti dal governo per le aziende che investono in cinema. Beati voi! Da noi il governo sta tagliando tutti i fondi per la cultura, in particolare per il cinema.
Ma anche da noi le cose sembra stiano cambiando. C'è in discussione un progetto per cambiare questo benefit. Non ricordo i termini, ma mi sembra decisamente in peggio. Comunque, il punto è che le destre europee guardano al cinema e alle altre arti come attività puramente commerciali. E sarebbero felicissimi di assistere alla sparizione delle cinematografie nazionali, come quella italiana, francese, inglese.
Che si può fare? In Italia si sta scendendo in piazza per questo e i cineasti stanno cercando di costituire degli "Stati generali del cinema". In Inghilterra cosa state facendo?
Poco, troppo poco. Il nostro obbiettivo dovrebbe essere, prima di tutto, quello di riconquistare gli schermi. Ottenere dei finanziamenti per le vecchie sale che scelgono di proiettare solo film europei, ad esempio. Ora funziona esattamente al contrario, in Inghilterra come nel resto d'Europa. Vengono premiate le sale che proiettano i prodotti di Hollywood. Quindi, sono con gli italiani. Scendiamo di nuovo in piazza, anche per il cinema.


L'Unità 21.12.2004

Mai più Giulietta e Romeo
Intervista a: Ken Loach
a cura di Gabriella Gallozzi

Il diritto all’istruzione laica. La contrapposizione culturale tra musulmani e cattolici. La religione come limite alla libertà. E ancora le bugie della politica, vedi il caso Blair a proposito della guerra in Iraq. Ken Loach come sempre non si risparmia. Tanto più questa volta che, appena finito di girare il «collettivo» Ticket con Abbas Kiarostami e Ermanno Olmi, è in arrivo nelle nostre sale col nuovo Un bacio appassionato in cui prende di petto tutti questi argomenti con una storia sola. Quella di una coppia «mista» che vive in una Glasgow multietnica: lei irlandese cattolica che insegna in una scuola pubblica soggetta però alle volontà della curia locale, lui un dj pachistano di famiglia mussulmana col destino segnato da un matrimonio per procura voluto da una famiglia tradizionalissima. Come due moderni Romeo e Giulietta, insomma, i due ragazzi devono fare i conti con le contraddizioni, le ipocrisie e gli ostacoli imposti dalle diverse culture di provenienza, contro i quali l’unica soluzione è la ribellione.
Nell’ultimo «Sweet Sixteen», sempre ambientato in Scozia, aveva affrontato il dramma dell’adolescenza schiacciata tra lavoro precario e malavita. Cosa l’ha spinta adesso a puntare l’attenzione sul tema dell’integrazione e dello scontro tra culture?
Beh basta guardarsi intorno. Dopo l’11 settembre la comunità mussulmana è molto più vulnerabile, presa di mira perché viene associata genericamente ad Al Queida, al terrorismo. Allora è nata spontanea la voglia di indagare su cosa stia succedendo in questa comunità, nelle nuove generazioni di immigrati in cui i giovani si sentono con i piedi in due culture. E per questo vivono una vita di contraddizioni, tanto che sono soprattutto loro, i giovani pakistani, ad aver apprezzato il film. Un ragazzo, dopo una proiezione, mi ha detto: vorrei che lo vedessero tutti i miei zii e le mie zie così capirebbero quello che dobbiamo passare tutti i giorni.
Il film è un’analisi molto lucida e laica sullo scontro religioso. E alla fine appare evidente come la religione sia un impedimento al conseguimento della felicità...
La situazione è molto complessa perché spesso per gli immigrati la religione è lo strumento più diretto per mantenere la propria identità. La moschea, dunque, diventa il fulcro di tutto. Nel film, però, mostro anche del cattolicesimo le tante facce. Dal preside più laico che cerca di aiutare la giovane insegnante, al prete integralista che spinge a licenziare l’insegnante perché vive con un mussulmano. Che in questo contesto la religione sia d’ostacolo alla felicità dei protagonisti è evidente. Del resto io sono un agnostico con tendenze atee.
Eppure di questi tempi la religione è di nuovo in primo piano. Come se avesse preso il posto della politica...
Veramente, come è sempre accaduto, è la politica ad usare la religione per nascondere i suoi intenti. Del resto i britannici hanno costruito un impero con la Bibbia in una mano e nell’altra la pistola. Basta guardare alle bugie di Blair sull’Iraq, una guerra che ha violato il diritto internazionale e difeso gli interessi delle grandi imprese. Doveva essere un leader di sinistra, invece, ha dimostrato che in Gran Bretagna, ormai, ci sono solo partiti di destra... Ecco, un giorno mi piacerebbe fare un documentario come Fahrenheit 9/11, ma su temi europei e per il pubblico europeo. E forse il titolo potrebbe essere Bugiardi e imbroglioni.
E della nuova coalizione Respect, a cui aderisce, cosa può dire?
Ne fanno parte militanti di sinistra, ambientalisti, pacifisti. Ma per il momento dobbiamo tenere le dita incrociate perché creare e consolidare una coalizione di questo tipo non è facile. In giro per l'Europa si organizzano molti Social forum che sono momenti molto produttivi, poi però bisogna essere in grado di catalizzare questa grande energia in un'organizzazione, perché altrimenti si corre il rischio che tutto si dissolva.
Di questi tempi, infatti, si ha spesso l’impressione di tornare in dietro, piuttosto che di procedere in avanti. Qui in Italia, per esempio, siamo arrivati di nuovo a discutere sull’obbligo del crocefisso in classe e il ministro della pubblica istruzione ha invitato le scuole a fare il presepio.
Appunto, uno dei temi forti di Un bacio appassionato è proprio quello della necessità di separare l’istruzione dalla religione. Anche da noi si suppone che l'educazione pubblica debba essere laica, ma in Scozia o in Irlanda, per esempio come mostro nel film, i preti detengono ancora il potere di scegliere gli insegnanti in virtù del loro comportamento religioso e morale. E non diversamente vale per la chiesa protestante che può essere ugualmente repressiva e opprimente. In Inghilterra ci sono certe chiese protestanti, considerate tra le più importanti e rinomate del paese, dove i genitori degli alunni sono costretti ad andare a messa anche se non sono credenti per ottenere la frequenza per i propri figli. E la cosa più sconcertante, poi, è che si continui a parlare di bimbi mussulmani, cattolici invece che di figli di cattolici e mussulmani poiché dovrebbero essere loro ad avere il diritto di scelta una volta adulti...
Il diritto di scelta magari, però, è quello della ragazzina mussulmana che in Francia sceglie di andare a scuola con il velo, ma le è vietato...
Questo è ancora un altro discorso. Pur ritenendo la necessità di un’istruzione laica, sono convinto che la legge contro il velo sia stato un ennesimo attacco alla comunità mussulmana che è già abbondantemente sotto tiro.
Ma anche al centro di reazioni violente come l’uccisione del regista olandese Theo Van Gog ad Amsterdam..
Certo finché si continua con la violenza sarà sempre una spirale, un serpente che si morde la coda. Se il mondo mussulmano viene attaccato è chiaro che si difenda. Per questo credo che l’unica strada sia quella di intraprendere il cammino della solidarietà. Offrire solidarietà al popolo iracheno, solidarietà a tutti coloro che sono costretti a lasciare il loro paese per sfuggire alla violenza e alla miseria.

antropologia
una mostra sugli Aztechi

La Stampa 23 Dicembre 2004
UNA GRANDE MOSTRA AL GUGGENHEIM DI NEW YORK
Aztechi, l’impero del sole, della luna e dei giaguari
Quattrocento opere ripercorrono l’intera epopea
del popolo centroamericano sterminato da Cortes
di Fiamma Arditi

NEW YORK. QUATTROCENTOTRENTACINQUE opere, realizzate tra il 1300 e il 1500 nell'altopiano dove si estende oggi Città del Messico, arrivate da collezioni pubbliche e private. Molte sono in mostra per la prima volta. Al Guggenheim. «Da dieci anni abbiamo lavorato a questo progetto», sottolinea Thomas Krens, direttore del museo. «È la mostra più complessa che abbiamo mai organizzato». Per realizzarla il museo sulla Quinta strada ha chiesto l'aiuto del Consiglio Nazionale per la Cultura e le Arti (Conaculta) e dell'Istituto Nazionale di Antropologia e Storia del Messico (Inah). A curarla ci ha pensato Felipe Solis Olguin, direttore dell'Inah, che lo scorso anno aveva messo a punto un altro omaggio alla civiltà azteca alla Royal Academy di Londra. L'allestimento invece Krens lo ha affidato a Enrique Norten. «Volevamo un architetto messicano capace di interpretare questo importante capitolo della storia del suo paese e di dare uno sfondo al racconto».
Gli Aztechi erano ossessionati dal pensiero che l'Universo fosse minacciato da forze ostili e cercavano di prorogare l'inevitabile catastrofe con atti di purificazione, riti con sacrifici umani. «Queste sculture facevano parte di templi, spazi monumentali, si vedevano da lontano, qui, invece, separate dal loro contesto, le guardiamo da vicino come oggetti d'arte, un miscuglio di cose diverse, che ci danno una falsa esperienza», osserva Marcello Canuto, archeologo e professore di antropologia all'universita' di Yale. «La loro arte aveva forme rudimentali. Sapevano che se volevano allargare il loro impero avrebbero dovuto raffinare il modo di esprimersi, ma qui entriamo in un discorso politico», dice Canuto. In quel momento di crisi, o meglio di consapevolezza e di passaggio, dopo avere conquistato Cuba, sbarcò nello Yucatan Herman Cortes a capo delle truppe spagnole. Era il 1519. In poco più di due anni conquistò i territori Aztechi, catturò l'imperatore Montezuma e nel 1522 Cortes diventò governatore di questa Nuova Spagna. La colonizzazione era cominciata.
Possibile che un intero impero sia crollato così facilmente? «Cortes poté conquistare il Messico perché scoprì che gli Aztechi avevano potenti nemici a Tlaxcala e si alleò con loro». Ma come riuscivano a capirsi se non parlavano la stessa lingua? «In questo consistette la furbizia del condottiero spagnolo. Se non avesse avuto due traduttori, che parlavano l'idioma dei Maya e il Nahuatl, quello degli Aztechi, non sarebbe mai riuscito a capire quale era la situazione politica interna. Erano una donna, Malinche, e uno spagnolo, Aguilar, arrivato su un galeone qualche anno prima e fatto prigioniero. «C'è di buono che la mostra non insiste sulla solita retorica della colonizzazione», osserva Canuto.
Perché insiste tanto, invece, su schiere di giaguari, coyoti, aquile, serpenti, rane, coccodrilli? Perché queste bestie affollavano l'immaginario azteco? «Sono animali che vivono al limite, riescono a passare da un mondo all'altro, come a simboleggiare il legame tra la realtà e l'al di là e stabilire il collegamento con gli dei», racconta Canuto.
Gli dei principali erano Tlaloc, dio della pioggia e della fertilità della terra e Huitzilopochtli, dio del sole e della guerra, a cui era dedicato il Templo Mayor, nel cuore della capitale Tenochtitlan, l'attuale Città del Messico. Ma ce ne erano infiniti altri come Mictlantecuhtli, dio della morte e del buio, Xiuhtecuhtli, dio del fuoco e poi quello dell'acqua che cade dal cielo, quello dell'inferno, della luna. Nel loro insieme riassumevano le paure di questo popolo di guerrieri, che aveva il culto deglli antenati.
«Dopo molti secoli anche questi diventavano divinità. Un po' come succedeva per i Greci», osserva Canuto. Visto che la mostra del Guggenheim, nel suo allestimento impeccabile con luci che creano effetti drammatici capaci di accentuare il mistero di questa folla lapidaria suggerisce, ma non dice, stuzzica, ma non spiega, come si fa se si vuole saperne di più di questa civiltà spazzata via con la stessa rapidità con cui era fiorita, da chi era attratto dalle conquiste più che dalla conoscenza?

Grecia
«dove osano i poeti»

da Il Sole 24Ore Ventiquattro
Dove osano i poeti

Al tempo di Saturno e nei primi anni del regno di suo figlio Zeus gli uomini, se erano stati buoni, sapevano che dopo morti sarebbero andati nelle Isole dei Beati. Nessuno sa dire quali isole fossero, ma sia Omero che Esiodo ne parlano.

Le isole greche - C’è chi le identifica con le Cicladi, chi con le Sporadi, chi con le isole del Dodecanneso, all’estremo oriente dell’Egeo. Perché sono infinite, le isole greche. Per Friedrich Hölderlin, il grande poeta tedesco, formano per definizione l’Arcipelago:
«Delle tue isole fiorite nessuna è perduta.
Creta è lì e Salamina verdeggia, ombreggiata da allori,
e fiorita di raggi alza nell’ora dell’alba
Delo il suo capo ispirato, e Tino e Chio
traboccano di frutti purpurei».
L’Arcipelago guarisce l’angoscia di vivere, il suo vento e il suo mare insegnano il divenire, il suo ricordo consola la mente quando vacilla. James Hillman ha definito «Grecia dell’anima» il paesaggio interiore più profondo dell’uomo occidentale. La letteratura greca ha traghettato attraverso i secoli le immagini e la mappa incantata di quel mondo lontanissimo, popolato di dèi e di eroi, di giganti e di ninfe, gremito di statue e di templi, sacro in ogni pietra. Laggiù anche gli alberi e i fiumi parlavano e davano consigli al viaggiatore inquieto, e nessun evento della natura, tempesta o arcobaleno, grandine o rugiada, era privo di senso, ma sempre animato, percorso da voci, innervato di arcani messaggi. Laggiù le donne e gli uomini, e anche gli animali, sapevano ascoltare e ritrovare in una trama di rituali trasognati e sanguinari la primordiale e feroce libertà.
«Per essere greci - diceva Oscar Wilde - non dovremmo avere abiti, per essere medievali non dovremmo avere corpo, per essere moderni non dovremmo avere anima».
Di fronte a Corfù, su una collina di Zante, si vide comparire davanti all’improvviso un piccolo pastore con un agnellino al collo. Una visione panica e insieme un’immagine evangelica che gli ricordò il Buon Pastore degli antichi affreschi. Era il 1877, Wilde aveva ventidue anni e una giacca color oro brunito. Pochi anni dopo, la giovane Edith Wharton passò quattro mesi nell’Egeo. Sul “Vanadis”, lo yacht che aveva noleggiato con il marito, un banchiere bostoniano, costeggiò il Peloponneso, vide Citera. Una tempesta trascinò gli americani arrossati dal sole verso le coste del Mani. Temendo di venire assaliti dai locali, che avevano una millenaria fama di ribelli, briganti e pirati, non gettarono l’ancora, perdendo così uno dei paesaggi più belli della Grecia, lo stesso che Bruce Chatwin scelse per la sua tomba. Sbarcarono invece ad Astipalea. Il pope, il sindaco e tutti gli abitanti scesero in solenne processione a riceverli. Era un gran giorno per l’isola, spiegarono, perché nessuna nave era mai arrivata fin lì e molti degli isolani non ne avevano mai vista una, neanche in lontananza. Nel 1892 Norman Douglas si imbarcò a Brindisi sul “Venus” del Lloyd Austriaco, che lo portò a Corfù. Aveva ventitré anni e sperimentò allora, scrisse nel suo diario, il massimo della gioia di vivere. Imparò rapidamente a leggere e a chiacchierare in greco moderno.
«I ricordi del greco classico che avevo imparato a Karlsruhe - annotò - possono avermi facilitato, ma il fattore principale era lo slancio, o coraggio o temerarietà, della giovinezza».
Proseguì poi per Patrasso, Atene e si fermò a Santorini:
«Una visione che non può deludere nessuno... Pittoresco o romantico sono parole troppo deboli. Lo scenario delle scogliere e i colori del mare e della terra lasciano senza fiato».
L’unico problema era il breakfast. Alloggiava presso una famiglia di locali che poteva dargli soltanto latte di pecora per il caffè del mattino. Il giovane inglese non riuscì mai ad abituarsi a quel sapore grasso e forte.
«Mitilene infossata nel mezzo come una donna coricata»:
così Paul Morand, quando il Secolo Breve era ormai cominciato, vide l’isola di Saffo, l’antica Lesbo.
«Appeso a un massiccio roccioso, caldo e rosso come la crosta del pane, sfregiato da lunghe cicatrici e senza un’oncia di terra vegetale, si trovava l’unico villaggio dell’isola»,
scrisse più tardi in un romanzo, Lewis e Irene, del 1924. Sopra una caserma color ocra sventolava, «come un cielo tagliato a fette», la bandiera greca. Sotto l’unico eucalipto, sostava l’unica auto a nolo, una Ford dalla logora tela cerata. «Come hanno potuto gli antichi greci vivere su queste zattere di roccia?». Al caffè i funzionari comunali, vestiti di tela bianca, con gli occhiali neri sul naso, leggevano il «Journal d’Athènes» in francese. Il pope con il suo ombrello d’alpaca e la barba fino agli occhi faceva il segno della croce sulla tazzina di metallo del caffè amaro e sul bicchiere trasparente dell’acqua. A Creta, invece, andò Evelyn Waugh. Era una sorta di viaggio di nozze. Aveva venticinque anni e si pagava la cabina dello “Stella” scrivendo articoli sulla crociera. Fu affascinato dall’antico porto di Candia, con la sua diga fortificata e il suo Leone di San Marco e il dedalo di vicoli che rivelava a tratti, come uno scenario teatrale, la facciata di un palazzo veneziano in rovina o una fontana ornata di delfini. Ammirò, nel museo, i “barbari splendori” della cultura minoica. Affittò anche lui una Ford e partì per Cnosso, dove fu accolto da una banda di monelli. Aveva con sé una macchina fotografica, ma, quand’era entrato a visitare gli scavi di Lord Evans, l’aveva dimenticata in auto. Al ritorno scattò solo due o tre foto del porto, ma si accorse che sul contatore risultavano più scatti di quanti ne avesse fatti. Quando fece sviluppare la pellicola, scoprì con sorpresa una foto che non aveva scattato né avrebbe potuto scattare: un’immagine mossa della Ford con lo chauffeur al volante e lui a bordo. Cocteau, nel ’36, andò a Rodi. Erano i tempi del Dodecanneso italiano. I fascisti pilotavano aerei, asfaltavano strade, piantavano ai bordi del mare eucalipti e dannunziane tamerici. Nessun occupatore fu tanto amato dai greci quanto i passionali e bonari, caricaturali militari italiani. Ovunque calzolai e barbieri, grappoli di stivali e foto del duce. Eppure Rodi era già Oriente. Il visionario Cocteau vide i primi turbanti, «di quel rosso che il sole spegne fino al malva pallido». Gli scaricatori del porto si coprivano la testa con un pezzo di stoffa arrotolato sulla nuca. Sotto lo sguardo impassibile di una vecchia musulmana velata di nero che fumava sull’orlo di un pozzo bizantino, un soldato italiano intimò al poeta francese di rimettere a posto la Kodak. A Rodi andò anche Truman Capote, nel ’68, prima di approdare a Santorini. «La sola bellezza che mi turba - scrisse - è quella di cui non posso pensare di poter comprare una parte». Un amico americano che viveva sopra Lindos lo portò a visitare una piccola fattoria in rovina, un cubo di pietra su una rada a forma di ferro di cavallo. L’acqua, lì, «era sicura di sé come uno zaffiro che ammicca dalla vetrina di un gioielliere ». Per tremila dollari, pensò, potrei averla, cinque o seimila in più per ristrutturarla. Ci si arrovellò su tutta la notte. Al mattino aveva evocato la transitorietà della vita, la tirannia degli amori, l’assurdità del possesso. Lasciò perdere. Ma se ne sarebbe pentito per il resto della vita. Non lontano da Rodi scelse la sua Isola dei Beati l’ultimo viaggiatore del secolo, Bruce Chatwin. Gli erano sempre piaciuti i paesaggi aridi e spogli, i colori bruni delle rocce, le case bianche e basse. Nessuna isola era più adeguata al suo ideale estetico di quella in cui Giovanni ebbe, in esilio, la sua visione, e vi scrisse l’Apocalisse. Tra le case di Chora, l’antico villaggio addossato al monastero di San Giovanni Teologo, un altro dandy, Teddy Millington- Drake, aveva scelto dagli anni Sessanta la sua dimora. Sotto aveva piantato un giardino verdeggiante, ombreggiato da cipressi. Le mura bianche erano disseminate dei suoi estenuati acquerelli di palazzi e cortili indiani. I due convissero a lungo nella quiete senza tempo di quell’isola considerata sacra e perciò protetta dai rumori della modernità. Fu la vicinanza con il suono del simandron, una sorta di campana, del monastero che spinse entrambi ad avere, quando morirono a distanza di pochissimi anni, funerali ortodossi.