lunedì 31 maggio 2004

contestazione del linguaggio razionale nel mondo vittoriano
Alice, di Lewis Carroll

La Stampa 31.5.04 - 31 Maggio 2004
IL CAPOLAVORO DI LEWIS CARROLL
In viaggio con Alice nel paese del nonsense

Esperto di matematica e di scienze occulte, lo scrittore racconta una favola per mettere in discussione il linguaggio
di Claudio Gorlier


UN viaggio nel nonsense, è stato definito Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, apparso nel 1855. Nonsense è una parola intraducibile, a indicare il controsenso, l’assurdità, l’illogico. Nella letteratura inglese costituisce un vero e proprio genere, un filone soprattutto in versi, di cui è autore proverbiale e celebrato Edward Lear. Con Alice, Carroll seppe portarlo ai vertici, creando un libro assolutamente unico, una riuscita e un modello senza pari.
Carroll era lo pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, un signore timido, afflitto da balbuzie, modesto diacono e professore a Oxford, amico del poeta Alfred Tennyson. Aspetto non trascurabile della sua personalità, Carroll eccelleva nella matematica, ma si interessava pure alle scienze occulte. Ci racconta egli stesso che, nel 1832, raccontò a una fanciullina, figlia di amici, «una storia fantastica» da lui scritta. La ragazzina ne fu entusiasta, e lo incoraggiò a pubblicarla.
Ora, il passaggio tra la realtà quotidiana e il fantastico scatta, all’inizio, proprio mentre la protagonista «moriva di noia» sbirciando il libro che stava leggendo la sorella, senza «figure né dialoghi», e pensando che non serve a nulla un libro senza figure né dialoghi. Proprio allora sbuca un coniglio davvero singolare, visto che estrae un orologio dal taschino del panciotto. Il coniglio «bianco dagli occhi rosa» mormora «Ohimè! Ohimè! Farò tardi, troppo tardi!».
Su questo primo, sbalorditivo episodio, i critici si sono sbizzarriti: non stupitevi, Alice è stata sottoposta a una valanga di interpretazioni. Dunque: il coniglio simboleggerebbe l’urgenza del tempo per così dire industriale. In piena età vittoriana, non esiste più tempo libero: bisogna investirlo per lavorare, per produrre. Ma quello che conta riguarda l’iniziativa di Alice, che segue il coniglio nella sua tana, letteralmente sprofondando in un mondo altro, del tutto surreale, il paese delle meraviglie, del fantastico, ove l’incredibile si trasforma in concreta realtà. Intanto, ad Alice si allunga innaturalmente il collo, mentre la caduta non sembra mai avere fine, magari fino al centro del mondo, riflette Alice, diligente studentessa.
Il nonsense acquista la dimensione della favola, in una cultura come quella inglese, curiosamente scarsa di tradizione favolistica in senso stretto, anche se annovera, per fare un caso lampante, gli swiftiani Viaggi di Gulliver. Il libro si popola di animali parlanti, ciascuno con caratteristiche assai peculiari. Ad esempio il Topo, di considerevoli dimensioni, si rivela una sorta di professore, e impartisce agli altri una pedante lezione di storia inglese; il Gatto del Cheshire, regione nota per i suoi felini, ovviamente detestato dal Topo, si distingue per la sua capacità di fare ampi sorrisi. Ognuno dei numerosi animali possiede una definita, spesso imprevedibile, personalità.
Si afferra qui un altro degli aspetti fondamentali del nonsense di Carroll, vale a dire il perenne gioco sul linguaggio in prosa e in versi, messo continuamente in discussione, non meno del modo di ragionare. Ad esempio il Gatto spiega, che, al contrario di un cane, lui ringhia quando è contento e dimena la coda quando è arrabbiato. «Perciò», aggiunge, «io sono matto». Come si vede, Carroll introduce la categoria della follia per spezzare la concezione del mondo come razionalità. Il Cappellaio, una delle poche apparizioni di tipo umano che compaiono in Alice è, per definizione, Matto. E si trova perfettamente a suo agio con il Leprotto Marzolino e il Ghiro, tanto da prendere il tè con loro. Se rimanessero dei dubbi, è stato proprio il Gatto a scioglierli: «Siamo tutti matti qui. Io sono matto. Tu sei matta... Devi esserlo, altrimenti non saresti venuta qui».
La razionalità si esprime in un suo linguaggio, e allora Carroll scompagina il linguaggio, smonta i meccanismi verbali. In una simile prospettiva, acquista una particolare importanza la reversione, alimentata spesso dagli indovinelli. Ecco, ad esempio, il Cappellaio domandare ad Alice perché un corvo assomiglia a una scrivania. Lei pensa di saper rispondere, ma Cappellaio e Leprotto la mettono in guardia, chiarendo che non si dice necessariamente ciò che si intende dire, e viceversa. Altrimenti, dire «Vedo ciò che mangio» è la stessa cosa che dire «Mangio quello che vedo». Il gioco linguistico, lo stravolgimento del banale significato, non si arresta più.
Per chiudere il cerchio, si arriva alla suprema autorità, la Regina e il Re. La Regina è autoritaria e crudele: vorrebbe far tagliare la testa a tutti quelli che le stanno antipatici. Il Re, bonario e legalitario, si appella al verdetto. Qui l’ironia di Carroll tocca il vertice, poiché il suo rifiuto dell’autorità, oltre che il suo noto antifemminismo, che privilegia le adolescenti, opera l’ultimo colpo di scena. I due monarchi sono Regina di Cuori e Re di Cuori. «Un mazzo di carte!» esclama sollevata Alice. Il mazzo di carte vola via, e Alice si risveglia da quello che le è sembrato un sogno, come spiega alla sorella. Qui sopravviene l’interpretazione che ha preso corpo nel Novecento, quella freudiana. Ma si tratta di una semplificazione, e lo dicevo a proposito della fretta del Coniglio. Che Alice abbia viaggiato nel subconscio, si può lecitamente accettare, ma è riduttivo a fronte della complessità del libro. La favola, intanto, resiste in quanto tale. In secondo luogo, più di un critico ha giustamente sottolineato che Carroll, nel montare il suo nonsense, si attiene a una logica interna, una logica matematica, anticipando postulazioni novecentesche.
Ancora: che cosa intende Carroll quando, negli ultimi capoversi, scrive che la sorellina, a sua volta, ha imparato a sognare e sa che, se riaprisse gli occhi, si ritroverebbe nell’«opaca realtà di sempre»? Più di un commentatore ha affermato che Carroll, a somiglianza del radicale Thomas Carlyle, esprimeva la sua inquietudine di fronte alla crisi del rapporto tra individuo e società. La sua Alice che qualcuno esagerando ha paragonato alla Lolita di Nabokov, cerca di superare quella inquietudine. Ma il timido Carroll-Dodgson, morto nel 1898, non era un rivoluzionario, e riporta Alice nell’«opaca realtà». Salvo concederle una nuova fuga con Attraverso lo specchio, l’altro suo capolavoro, con almeno tre personaggi divenuti proverbiali, si tratta di Humpty Dumpty, mezzo umano e mezzo uovo simbolo dell’equilibrio instabile a livello esistenziale e espressivo e della coppia Tuidoldàm Tuidoldii, gli ometti che incarnano la fraterna contraddizione. Si può ancora sognare.

due articoli:
la cultura italiana a New YorK
e la "irriducibilità" del manifesto

due articoli ricevuti da P. Cancellieri

Gazzetta del Sud - lunedì 31 maggio 2004
La cultura italiana conquista New York
di Lester People


«La cultura italiana sta vivendo un momento affascinante negli Stati Uniti, non solo a New York, ma anche a Boston, a Filadelfia e in particolare a Miami», dove s'è già svolto un festival cinematografico con il film di Giuseppe Tornatore «Nuovo cinema Paradiso». Lo dice Claudio Angelini, volto della Rai, da sei mesi direttore dell'Istituto italiano di Cultura di New York. «Stiamo lavorando con grande passione – racconta Angelini – e quest'estate il nostro impegnò non potrà che aumentare. Per tutta la stagione, sarà aperta al Jewish Museum la mostra di Amedeo Modigliani. Terremo manifestazioni di contorno, con la rappresentazione teatrale alla Fondazione Primo Levi intitolata "Lettere a Modì", una performance in cui attori leggeranno lettere scritte a Modigliani ad altri personaggi». Spazio anche ai libri su Modigliani, con il giornalista e scrittore Corrado Augias, autore de «L'ultimo romantico», una biografia del grande pittore livornese. A giugno, sarà la volta di Cristina Mondadori e del suo «Le mie famiglie», saga di una delle più importanti dinastie del mondo della letteratura italiana. «Tra i nostri ospiti – aggiunge Angelini – anche Federico Rampini, corrispondente della "Repubblica" da San Francisco, che presenterà "La paura dell'America", scorrevolissimo e affascinante saggio sugli Stati Uniti del dopo l'11 settembre. Sarà un'anticipazione della settimana della lingua italiana che si svolgerà a ottobre e che in buona parte sarà dedicata alla letteratura, e in particolare a Mario Luzi». Con il grande poeta fiorentino, sono stati invitati a New York Magrelli, la LaMarque, Zeichen, Weiss e Calabrò ed alcuni poeti italiani che vivono in America come Ballerini e Tusiani. Tornando alle attività di quest'estate, ai primi di luglio scatterà la settimana della televisione italiana, con adesioni di due noti solisti tv come Bruno Vespa e Maurizio Costanzo e di Giovanni Floris, conduttore di una delle più importanti trasmissioni di Raitre. «Ci saranno, inoltre – prosegue Angelini – Fabrizio Del Noce, direttore di Raiuno, Mauro Mazza, direttore del Tg2, Massimo Magliaro, direttore di Rai International, Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational, Roberto di Russo direttore di Rai Trade, Roberto Morrione, direttore di Rai News 24, e Gianfranco Comanducci, direttore delle Risorse umane della Rai. Siamo anche in contatto con Rupert Murdoch, che rappresenta il polo di Sky News. Ci sarà, infine, come controparte, Paolo Occhipinti, direttore di "Oggi", una delle riviste che ha dedicato maggiore spazio alla tv in questi ultimi anni». Ai primi di settembre ci sarà la presentazione di un evento molto importante per la cultura italiana. «Firmeremo il contratto con la casa editrice Random House per la versione in inglese de "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni – dice Angelini –. Il compito di tradurre questa opera colossale, un po' trascurata negli Usa, toccherà a Michael Moore, un intellettuale di New York che ha già tradotto Ceronetti e De Luca. La scoperta del Manzoni in America potrebbe aprire le porte a tanti altri nostri classici e contemporanei. Per questo, siamo in contatto con altri editori che si stanno impegnando per fare conoscere meglio la nostra narrativa». Per il direttore dell'Istituto, promuovere nei suoi primi sei mesi, la cultura italiana a New York è stata un'attività affascinante, anche se faticosa. «Abbiamo puntato soprattutto sull'arte, sul cinema e sulla musica – afferma Angelini –. Con il Guggenheim Museum abbiamo organizzato una mostra di disegni di Federico Fellini e una retrospettiva dei suoi film. Con lo stesso museo, abbiamo proposto al pubblico americano quel genio del futurismo che fu Boccioni. Abbiamo aperto ad Umbria Jazz, che ci ha portato, grazie anche alla presenza di Renzo Arbore, un pubblico nuovo e giovane. Siamo stati i padrini di "The Dreamers", l'ultimo film di Bernardo Bertolucci, di cui abbiamo riproposto l'intera opera, così come per Gassman, la Archibugi e Bellocchio». Angelini sottolinea il ruolo dell'Istituto all'interno delle attività culturali della Grande Mela. «Abbiamo lavorato duramente per costruire un legame solido con i centri culturali istituzionali di New York – conclude – come il Guggenheim Museum, il Metropolitan Museum, il Lincoln Center, il Jewish Museum, la Columbia e la New York University, attraverso i quali siamo riusciti a dare maggior respiro e rilievo alla grande varietà dell'offerta culturale proveniente dal nostro Paese».

il manifesto - 30 maggio 2004
La morale del controllo sociale

Presentato a Milano il volume di Michel Foucalut «Il potere psichiatrico»
Al Paolo Pini Le politiche «amorali» di repressione del disagio psichico e sociale a trentanni dal seminario del filosofo francese
di GIANNI ROSSI BARILLI


Il Paolo Pini, ex manicomio di Milano, è un posto giusto per parlare di buone e cattive pratiche della psichiatria contemporanea. Lo spunto, venerdì pomeriggio, l'ha fornito la pubblicazione del volume Il potere psichiatrico, traduzione in italiano del corso su questo argomento tenuto da Michel Foucault al Collège de France nell'anno 1973-74 (Feltrinelli pp.408, € 40). Su invito del laboratorio di sociologia dell'azione pubblica «Sui generis» (università di Milano-Bicocca), si sono ritrovati a discutere studiosi, psichiatri ed esponenti di associazioni appartenenti al «Forum per la salute mentale». La riflessione di Foucault nelle lezioni ora tradotte, ha osservato Giovanna Procacci, docente all'università di Milano, si presta bene a stimolare un'analisi «in concreto» perché è incentrata sull'aspetto pratico-politico della critica della psichiatria tradizionale. Il tema qui non è tanto la follia come concetto quanto il rapporto tra i medici e i loro pazienti, il dispositivo di potere che crea e plasma i modelli teorici nel vivo dei corpi dei folli allo scopo di ricondurli alla norma. È qui che nasce il trattamento morale per ricondurre le passioni nei loro «giusti limiti». Ed è qui che si qualifica come uno scontro, che dati i metodi di coercizione utilizzati dagli psichiatri ricorda da vicino la guerra, e per inciso anche quella ultramoderna.
Foucault ha contribuito come pochi altri a smascherare la truffa politica incorporata nel binomio follia/norma e a rendere «ovvia» la condanna morale della psichiatria basata sull'uso della forza fisica e ideologica. Ma gli psichiatri di cui parlava lui, come ha puntualizzato la coordinatrice del dibattito Ota De Leonardis, fornivano almeno delle (per quanto ridicole) giustificazioni scientifiche di quel che facevano. Oggi le pratiche coercitive ancora utilizzate nelle strutture psichiatriche (e anche ben oltre) «non hanno alcuna pretesa di giustificazione scientifica, tanto meno terapeutica: sono, semplicemente, una reazione punitiva a un disturbo dell'ordine costituito». Dal trattamento morale insomma siamo passati a quello «amorale» che «nemmeno pretende giustificazioni, discorsi di verità, legami tra il vero e il giusto, per quanto discutibili, per quanto disciplinari e disciplinanti. Si giustifica solo per stato di necessità e si realizza semplicemente come prova di forza». Una rozzezza di intenti del tutto in linea con lo spirito dei tempi.
La beata falsa coscienza di una volta, comunque, non è del tutto scomparsa. Alcune recenti proposte legislative della destra al governo, citate come esempi dallo psichiatra Luigi Benevelli, usano un linguaggio arcaico e rispondono «a una domanda di terapia morale che è ancora forte nella società». Basti pensare alla legge sulle tossicodipendenze (che tratta per l'appunto «la droga» come un pericolo morale minacciando trattamenti coatti in comunità per tutti i consumatori di qualunque sostanza illegale) o, per passare all'ambito più strettamente psichiatrico, a proposte che in nome della «cura» escogitano tutta una serie di percorsi obbligatori e giustificano forme di controllo forzoso. Magari con l'aiuto della tecnologia, come nel caso di un proposto monitoraggio elettronico in tempo reale dei «pazienti rischio». Il potere psichiatrico, nei progetti della destra, è restaurato in tutto il suo antico splendore. Secondo una proposta della Lega Nord (2001), ci sono persone che necessitano di un trattamento sanitario obbligatorio costante. Anche fuori dall'ospedale, mediante un affidamento a terzi a discrezione dei medici e subordinato all'osservanza delle terapie prescritte. Un progetto di «riforma» della legge 180 firmato da Maria Burani Procaccini (Fi) nello stesso anno descrive percorsi terapeutici con lavoro o perfino fitness obbligatori. E il Burani-Procaccini-bis, dell'anno successivo, ipotizza un circolo virtuoso in cui l'eventuale salario corrisposto ai pazienti-lavoratori vada a coprire le spese delle strutture psico-alberghiere che li ospitano.
La moralità dell'uso della forza, anche in questo caso, è però una foglia di fico molto trasparente di processi di espansione «amorale» della filosofia del controllo sociale basata sul concetto di «sicurezza». Qui, appunto, bando alle chiacchiere: si tratta, ha spiegato il criminologo Adolfo Ceretti, di individuare il potenziale rischio e di scatenare la lotta contro i gruppi di popolazione che lo rappresentano. Va da sé che in queste circostanze perennemente eccezionali ogni deroga è valida, icentri di permanenza temporanea per gli immigrati sono un esempio abbastanza chiaro in proposito. Il discorso si allarga al circuito penale, che ha peraltro parecchi punti di contatto con quello psichiatrico perché il carcere e l'ospedale non sono esperienze incompatibili nella realtà. In entrambi i casi si è assistito negli ultimi decenni a un aumento del numero delle persone da controllare, leggibile nel modo più semplice, in Italia, con la costante tendenza alla crescita della popolazione carceraria (il ministro Castelli, per mantenere il trend , ha annunciato la costruzione di 24 nuove carceri). La domanda di terapia o punizione va al rialzo secondo la strategia di eliminazione del rischio, in cui le persone diventano oggetti da neutralizzare. Questo potrebbe far rimpiangere le relazioni di potere ancora «tra esseri umani» dei manicomi narrati da Foucault.

culture tolemaiche:
i farmaci antidepressivi e la fecondazione

Yahoo! Notizie Lunedì 31 Maggio 2004, 10:02
Cicli di fecondazione in donne che assumono e non assumono farmaci antidepressivi
Di FecondazioneOnline.net (Chiara Poggi)


(Xagena) - La depressione affligge le donne con un’incidenza quasi doppia rispetto agli uomini, e gli antidepressivi vengono prescritti frequentemente a donne in età fertile.
Benché molte donne interrompano il trattamento antidepressivo al momento di intraprenderne uno per la cura della sterilità, molte altre continuano ad assumere antidepressivi per mantenere un equilibrio emotivo.
Alcuni medici di Chicago hanno condotto uno studio su questo argomento, con lo scopo di determinare se vi siano differenze significative negli esiti della fecondazione in vitro (IVF) tra le donne che assumono antidepressivi durante i cicli di IVF, rispetto a quelle che non ne fanno uso.
Lo studio abbraccia un periodo che va dal 1999 al 2002 inclusi, e mette a confronto in modo retrospettivo due gruppi di donne sovrapponibili per caratteristiche cliniche ed età, per un totale di 698 cicli di IVF.
Il primo gruppo (i casi) comprende 25 donne , che assumono come terapia antidepressiva un inibitore del reuptake della serotonina (SSRI), paragonabili per età, tipo di diagnosi, presenza di fattore maschile di sterilità e storia riproduttiva, con altre 50 donne che non fanno uso di antidepressivi, appartenenti quindi al secondo gruppo (i controlli).
I dati sono stati raccolti per ogni donna a partire dal primo ciclo di IVF.
Gli esiti dei cicli di IVF sono poi stati paragonati tra i due gruppi in base a diverse variabili: il picco dell’estradiolo, il numero degli ovociti prelevati, il numero di quelli fecondati, la percentuale degli zigoti sviluppatisi da uno stadio embrionale di 8 cellule il terzo giorno a quello di blastocisti il quinto giorno, il numero di embrioni trasferiti, il giorno del trasferimento (3° o 5°), il tipo di embrioni trasferiti (< 8 cellule, 8 cellule, blastocisti), il valore sierico di beta-HCG l’11° e il 13° giorno, il numero di embrioni congelati e gli esiti in termini di gravidanza.
L’età media è risultata sovrapponibile tra i due gruppi: 36.8 nel gruppo “casi”, 35.7 nel gruppo “controlli”. Tra le donne del primo gruppo, il 52% assumeva Sertralina, il 40% Fluoxetina e il restante 8 % il Citalopram.
In merito alla diagnosi di sterilità, il 26% delle donne aveva ricevuto diagnosi di disfunzione ovulatoria, per il 36% non era stato possibile individuare una causa, il 10% presentava un fattore tubarico di sterilità, al 16% era stata diagnosticata un’endometriosi, al 4% una sindrome dell’ovaio policistico e all’8% altre cause.
Le storie riproduttive individuali sono risultate simili in entrambi i gruppi: il 52% delle donne del primo gruppo ed il 70% di quelle del secondo erano nullipare; l’80% e l’88% rispettivamente, non avevano in precedenza raggiunto un’epoca vitale per il feto.
La concentrazione di spermatozoi e la loro motilità nell’eiaculato del partner non presentavano differenze significative tra i due gruppi.
I risultati registrati in base alle variabili stabilite in precedenza sono stati i seguenti: nessuna differenza significativa nei picchi di estradiolo, né nel numero di ovociti prelevati e fecondati il 1° giorno del ciclo.
Non si sono riscontrate differenze neppure nella percentuale degli zigoti che hanno raggiunto lo stadio di 8 cellule il 3° giorno e quello di blastocisti il 5° giorno, nel giorno del trasferimento dell’embrione, né nei livelli di beta-HCG l’11° e il 13° giorno: entrambi i gruppi di donne, infatti, hanno ricevuto in media 2,6 trasferimenti embrionali, mentre sono stati congelati mediamente 2,8 embrioni.
Infine, in merito ai tassi di gravidanza: nel 56% delle donne in terapia antidepressiva il ciclo di IVF non è esitato in una gravidanza; il 28% delle donne ha presentato una gravidanza con feto singolo, il 12% gemellare e il 4% un aborto spontaneo.
Nel gruppo dei controlli, il 37% delle donne non ha ottenuto una gravidanza, il 41% invece ha presentato una gravidanza con feto singolo, il 10% gemellare, mentre si è registrato un 12% di aborti.
Tali differenze nei tassi di gravidanza, benché non statisticamente significative (p<0.34), potrebbero essere di interesse clinico.
In conclusione, questi dati preliminari suggeriscono, secondo gli Autori, che non esistono differenze statisticamente significative nei cicli di IVF tra donne sottoposte a terapia antidepressiva e donne che non ne fanno uso, benché un minor numero di pazienti che assume questi farmaci riesca ad ottenere una gravidanza. (Xagena 2004)

domenica 30 maggio 2004

il film di Incerti su Marco Bellocchio

Repubblica, ed. di Napoli 30.5.04
CINEMA
Il nuovo lavoro del regista: "Stessa rabbia stessa primavera"
Incerti racconta gli anni ribelli "Film dedicato a Bellocchio"
di ANTONIO TRICOMI


Generazioni a confronto. Stefano Incerti presenterà il suo nuovo film Stessa rabbia stessa primavera il 19 giugno al "Napoli Film Festival". Si tratta di un lavoro interamente dedicato a Marco Bellocchio: dopo l´anteprima napoletana, il documentario uscirà in dvd insieme a Buongiorno notte, ultimo lavoro del maestro emiliano. Bellocchio sarà anche il produttore del prossimo film di Incerti, che il 38enne regista napoletano ha appena cominciato a scrivere e sul quale osserva il più stretto riserbo.
Come nasce, Incerti, l´idea di Stessa rabbia stessa primavera?
«Mentre Bellocchio girava Buongiorno notte, i produttori Dario Formisano e Sergio Velone mi chiesero se ero interessato a realizzare un making of, uno di quei documentari che si girano sui set dei film. Accettai a patto che il lavoro evolvesse in un progetto più complesso, in cui a partire da Buongiorno notte si potesse raccontare l´opera del maestro attraverso alcuni suoi film e la rievocazione del clima storico da cui erano ispirati».
Per esempio?
«L´opera prima di Bellocchio, I pugni in tasca, si dice abbia anticipato il ?68: le immagini di quel film sono montate insieme a materiali di repertorio sui moti studenteschi di quegli anni. Lo stesso accade per Matti da slegare e il movimento dell´antipsichiatria, Marcia trionfale e i casi di nonnismo in caserma, Buongiorno notte e il terrorismo degli anni '70».
Una rilettura della storia recente del nostro paese?
«Non solo. Ci sono anche pagine più intime. Quasi nessuno sa che più di vent´anni fa il fratello gemello di Bellocchio si suicidò. Subito dopo Marco girò il film Gli occhi la bocca, segretamente ispirato a quel doloroso episodio. Il segreto lo ha rivelato per la prima volta davanti alla mia telecamera, in lacrime: mi ha chiesto di tagliare quel passaggio e io lo stavo facendo, ma poi lui stesso ci ha ripensato. E´ una delle sequenza più forti del mio film».
Chi le ha ispirato il titolo?
«Da un verso di Fabrizio De André, contenuto nella canzone che conclude il suo disco più politico, Storia di un impiegato. Mi sembrava il titolo più adatto per un omaggio a un regista sessantenne che ha più rabbia e freschezza di tanti suoi giovani colleghi».
Con Capuano, Corsicato, De Lillo e Martone lei ha firmato nel '97 il film a episodi I vesuviani: un´esperienza che ripeterebbe?
«Anche subito. Allora la cosa non andò benissimo, la Mikado che distribuiva il film decise di mandarlo in concorso alla Mostra di Venezia contro la nostra volontà. E si sa, i film a episodi a Venezia non hanno mai avuto fortuna. Oggi a vivere a Napoli siamo rimasti soltanto io, Capuano e Corsicato: il primo sta preparando un nuovo film, mentre so che il secondo è in pausa di riflessione. Ma, dovessero verificarsi le condizioni, io sono disponibile a nuove intese».

su L'espresso in edicola:
colloquio con Marco Bellocchio

una segnalazione di Dina Battioni

L’Espresso n.22 anno L, in edicola
Cultura
Ciak, è tornata l’avanguardia

“Dopo Mezzanotte”, “Radio West”, “La spettatrice.
Il cinema italiano riscopre il film d’autore.
E il regista dei “Pugni in tasca” l’analizza e gli dà le pagelle
colloquio con Marco Bellocchio di Alessandra Mammì


Sì. Qualcosa è cambiato. All’improvviso è scomparso l’aggettivo carino che aveva invaso cronache e recensioni. Qualcosa è davvero cambiato nel nuovo cinema d’autore italiano. Se non altro siamo usciti dalla carineria...
Parola di Marco Bellocchio che non apprezza molto la “carineria”. Ma apprezza invece molte di quelle opere prime e seconde che hanno coniato un’altra definizione: la rinascita del film d’autore italiano. Opere a volte bizzarre, a volte a bassissimo budget, altre provocatorie. Piccoli film che conquistano il pubblico, trovano sale che li difendono e soprattutto raccontano storie nostre. Come la poetica cinefilia del guardiano del museo del cinema di Torino, una sorta di Quasimodo rinchiuso nella Mole Antonelliana ‘”Dopo Mezzanotte” di Davide Ferrario). L’incapacità di vivere di una giovane interprete (Adele H postmoderna più ossessione che passione) che segue da Torino a Milano un uomo visto da una finestra (“La spettatrice” di Paolo Franchi). Amori e rapine sullo sfondo di nordiche periferie marginali e multietniche (“A/R. Andata+ritorno” di Marco Ponti). O infine lo stordimento di una pattuglia di soldati italiani in Kosovo a cui sono state insegnate tutte le più avanzate tecniche belliche, ma niente della cultura del paese che dovrebbero pacificare. È “Radio West” di Alessandro Valori con Marco Bellocchio che firma la sceneggiatura insieme al regista e a Francesco Colangelo. Ordine alfabetico e il massimo dell’understatement.
Lo stesso che usa quando parla della sua scuola, sia quella che fa ogni estate a Bobbio sia i corsi più estemporanei qua e là per l’Italia, da cui nascono sempre cortometraggi realizzati insieme agli studenti. Laboratori che raccolgono giovani attori, aspiranti registi, apprendisti sceneggiatori, debuttanti direttori della fotografia.
Quindici giorni per “Fare cinema” accanto a un regista che si rifiuta di insegnare, ma preferisce far vedere quel che sa fare: un film. Non da solo. Perché a Bobbio sbarcano ogni anno giovani colleghi da Edoardo Winspeare a Ciprì e Maresco chiamati a lavorare in bottega. Perché forse è proprio da botteghe così che parte il Rinascimento del cinema italiano.

Professor Bellocchio...
«No, professore non lo sarò mai. Non sono portato».

E la scuola, gli allievi, i corsi ogni estate a Bobbio?
«Non è una scuola. È un lavoro pratico. Un tempo il cinema era arte elitaria, ora c’è un proliferare di questi corsi a ogni livello, europeo, regionale, cittadino. Evidentemente molti giovani vogliono farei registi. cosa misteriosa perché mi sembra che oggi riservi più gratificazioni partecipare a un reality show».

Non è stato sempre così diffuso tra i giovani l’amore per il cinema?
«Quando mi sono iscritto al Centro Sperimentale, tra cinema e televisione non c’era nessuna relazione. Il cinema aveva una totale autonomia tecnica ed economica. Fare film era un privilegio, un'arte aristocratica. Ora i confini tra cinema, tv, videoclip sono molto più labili. Le tecnologie si sono popolarizzate e tutti sono in grado di fare un film. Ho visto una trasmissione dove anonimi turisti mostravano filmini girati durante i viaggi. Era sorprendente quanto fossero tecnicamente corretti. Sapevano girare una scena e orientarsi nello spazio e nel tempo. Chiunque ha ormai una tale educazione all’immagine da poter prendere in mano una macchina da presa. O un telefono, visto che si fanno i film anche con il telefonino».

E allora cosa c’è da insegnare?
«Di certo non la tecnica. Quasi tutti i ragazzi che arrivano a frequentare un corso hanno già girato un loro piccolo film. Da questo punto di vista non ho nulla da insegnare. Quello che fa la differenza è lavorare in gruppo, partecipare alla ricerca di immagini originali. Uscire dalla superficialità televisiva e riflettere sull’immagine. Si è già cominciato a farlo, dopo anni di deserto in cui il cinema italiano si divideva tra film carini e la triste inclinazione a imitare i padri e i nonni. Ora invece vedo molti registi che seguono ricerche personali sperimentando modelli innovativi».

E quali fra questi giovani registi sono quelli che la interessano di più?
«Sicuramente Edoardo Winspeare, Matteo Garrone, Roberta Torre, Vincenzo Marra e soprattutto Ciprì e Maresco visivamente i più originali, capaci di utilizzare il cinema in modo più provocatorio. Ed è interessante il fatto che questi giovani autori riescano a conquistare il pubblico con tutti i rischi che questo comporta. Perché il successo di pubblico per un regista esordiente è sempre un rischio. Induce a ripetere il film e dunque a sbagliare. È difficile raddoppiare il successo e difendere al tempo stesso la propria strada, la propria fantasia, la propria immaginazione. Sono abbastanza cresciuto per aver visto passare nel nostro cinema decine di meteore, partite con grandi successi e subito scomparse. Non si deve mai dimenticare che la cosa più importante è la fedeltà alla propria identità artistica».

In tanto cambiamento tecnologico che ruolo ha svolto la tecnologia?
«Un ruolo rivoluzionario. Un tempo si diceva che essere registi significa trovare soldi. Ora questa moltiplicazione di film e di talenti è anche dovuta al fatto che si può girare in digitale senza pellicola, montare il film in casa, partecipare alle miriadi di festival dedicati ai video e corti. Essere in poche parole padrone dei propri mezzi di produzione. Fare un film diventa sempre più simile a fare musica riunendosi in cantina con una piccola band».

Ma bisogna anche avere buone storie. Uno dei difetti che è stato rimproverato al nostro cinema è di rinchiudersi nell’intimismo o nel minimalismo e non riuscire più a raccontare la realtà del paese.
«Questo non riguarda solo il cinema. La caduta catastrofica delle grandi utopie negli anni ‘70 e ‘80 ha fatto deserto della coscienza civile e dell’interesse per la storia. È stato il fallimento di un progetto, la morte di una parola fondamentale come trasformazione. Sono rimaste le parole d’ordine della religione: carità e assistenza. E oggi gli ex marxisti hanno solo la bandiera dell’assistenzialismo. La storia come trasformazione è scomparsa».

Eppure lei, in “Buongiorno, notte” racconta una dolorosa pagina della nostra storia
«Non solo io. I francesi si sono stupiti di rivedere dopo anni la storia italiana in film come il mio o come “La meglio gioventù” di Giordana. Ma anche “Caterina” di Virzì, sia pure con accenti leggeri ed evasivi, racconta l’attuale storia. Qualcosa, come ho già detto, sta cambiando».

Dalla storia ai classici. Nei corti realizzati con i suoi allievi ricorrono autori come Pascoli o Checov. Anche questo è un modo per allontanarsi dalla superficialità televisiva?
«Non è un passaggio obbligato leggere Checov, ma di certo aiuta a costruire la profondità di un’immagine. Drammi, tragedie, lieto fine sono sempre gli stessi. Io non so se un giovane sappia riconoscere nella rabbia dei “Pugni in tasca”la sua rabbia. Come non credo all’eternità delle passioni umane. Ma ci sono delle costanti che ci legano tanto alla Russia di Checov che alla Grecia di Eschilo, e che possiamo ritrovare nelle nostre vite. O nel nostro cinema».

Un corto lungo un festival

Dai corti alla celebrità. Così fu per l'utarchico Moretti con "Come parli frate2 e per l'anglo-salentino Winspeare che presentò la sua breve opera prima "A Toilet Short Story" al Festival Arcipelago nel 1989. Festival sui generis dedicato a film brevi e brevissimi che in sette giorni produceoltre 200 titoli firmati da studenti di scuole e corsi d'ogni pare d'Europa, più retrospettive e repêchage dei cordi esordi di registi dalla carriera lunghissima. Quest'anno, dal 4 al 10 giugno, nelle tre sale del cinema Intrastevere a Roma, Arcipelago presenterà sia i lavori della scuola di Bobbio di Bellocchio (con incontro con il regista l'8 giugno alle 18) sia i primi lavori e dolori del giovane Winspeare, ma soprattutto una panoramica dei talenti emergenti in Italia (sezione ConCorto), con tanto di premio offerto da Sky e due commossi omaggi: a jacques Tati e ai suoi imperdibili film brevi e a François Truffaut con l'intervista inedita per l'Italia girata nel 1971 dalla tv franco-canadese Radio Canada.

storia del tempo:
dal 1582: il calendario di papa Gregorio XIII

Corriere della Sera 30.5.04
IL NOSTRO CALENDARIO
Nel 1582 il Papa volle la riforma con decorrenza immediata. Ma per secoli si rischiò il caos
Così Gregorio XIII fece litigare l’Europa


L’ultimo laico che in Occidente riuscì a realizzare una riforma duratura del calendario fu Giulio Cesare. Plutarco scrive che «chiamò a raccolta i migliori matematici e filosofi dell’epoca». Tra essi spicca Sosigene, l’astronomo alessandrino che discusse della cosa direttamente con il condottiero in Egitto. Poi il tempo cominciò a modificare anche questo ordine dei giorni. Al Concilio di Nicea del 325, ad esempio, si fissò l’equinozio il 21 marzo, mentre al tempo di Cesare era fatto cadere tra il 25 e il 26 di quel mese. Tolomeo, intanto, nel 130 aveva già messo il suo autorevole becco in quel conteggio, diminuendo di qualche ora la durata dell’anno. Altri calcoli li propose Ibn Jabir al-Battani nel IX secolo, basandosi sulla trigonometria indiana: corresse di poco Tolomeo. E dal gioco non restò fuori Copernico, che si accanì con i decimali in una storia lunga da raccontare. Quando nel 1582 Gregorio XIII decise di dare un ordine al calendario, l’equinozio cadeva l’11 marzo. La data della Pasqua era completamente sbagliata: in sostanza ogni 4 secoli si anticipava di 3 giorni. La cristianità chiedeva da tempo questa riforma e il papa era l’unico, grazie alla sua autorità, che la potesse realizzare. Diremo inoltre che del gran numero di persone, che si interessarono alla nuova sistemazione del tempo, tre meritano di essere ricordate. È grazie ad esse se possiamo dire che ci troviamo nel tal giorno del tale anno.
Cominciamo con la prima. Si chiamava Aloysius Lilius o, meglio, in italiano Luigi Lilio. Non sappiamo esattamente quando nacque: pare il 1510, comunque un anno non lontano da questo. Famiglia modesta, studi di astronomia e medicina a Napoli, un soggiorno a Verona, un insegnamento a Perugia. L’unica cosa certa è che in vecchiaia tornò nella nativa Cirò, non lontano dai luoghi della tradizione pitagorica, dove giunse alla soluzione del problema del calendario. Un uomo isolato che porta a compimento la sua idea sulla costa ionica della Calabria, senza una grande biblioteca a disposizione. Morì - alcune testimonianze sostengono a Roma - prima che la sua proposta potesse essere presentata nel 1576 alla commissione papale. Fu il fratello Antonio, medico esperto di astronomia ma incline a pasticciare, che sostenne il progetto e ne ricavò gli utili. Diremo soltanto che il papa gli revocò ben presto il privilegio della stampa per il testo del nuovo computo, perché non riusciva a tirare le copie sufficienti alle richieste, tanto che ci furono giorni in cui la riforma rischiò di naufragare a causa della sua lentezza.
Il secondo personaggio è un gesuita: Christopher Clavius (1538-1612). Fu lui che prese le difese di Lilio tra le acque infide delle controversie scientifiche ed ecclesiastiche. Si adoperò come nessun altro per diffondere il nuovo calendario, anche oltre quei pochi Paesi che l’avevano accettato subito. Oggi il suo nome dice poco, ma al tempo dei fatti che stiamo narrando Clavius godeva di alta considerazione, tanto che Galileo disse di lui: «Degno di immortale fama». Va precisato che il sommo pisano si recò dal gesuita, che era tolomaico convinto, per trovare un sostegno dopo le sue osservazioni astronomiche effettuate con il telescopio. Si scrisse: «È l’Euclide del nostro tempo»; poi lentamente scomparve, anche se la sua effigie è rimasta alla base della statua di Gregorio XIII in San Pietro. Furono comunque i suoi studi a consolidare la riforma del calendario, a convincere l’Europa ad applicare le nuove regole. Certo, qualcuno non era d’accordo, come il poeta John Donne. In una ingenerosa satira contro i gesuiti, Ignatio His Conclave, trovò lo spazio per infilare anche Clavius e le sue idee sul conteggio dei giorni, spedendolo all’inferno - siamo nel 1611 - prima ancora che morisse.
Il terzo personaggio è papa Gregorio, al secolo Ugo Boncompagni (1502-1585), giurista, bolognese. Condusse nei suoi verdi anni vita disinvolta (tra l’altro, ebbe un figlio), ma poi - grazie all’incontro con Carlo Borromeo - la tramutò in austera. È bello notare che Marc’Antonio Ciappi, nella biografia che dedicò al pontefice, Compendio delle heroiche et gloriose attioni, uscita a Roma nel 1596, scrive a pagina 96 una frase che riassume la sua indole: «Soprattutto teneva gran parsimonia del tempo». Insomma, soltanto un papa senza tempi morti poteva mettere in sesto il conto dei giorni. Aggiungiamo che Gregorio XIII fu anche coinvolto nella Notte di san Bartolomeo, celebre per il massacro degli ugonotti. Per essa fece celebrare un Te Deum in Santa Maria Maggiore e ripetere tre giorni dopo in San Luigi dei Francesi. Si coniarono anche delle medaglie commemorative: una di esse recava la scritta: «Pietas excitavit justitiam», ovvero: «La pietà risvegliò la giustizia».
Con la bolla Inter gravissimas del 13 febbraio 1582, papa Gregorio promulgò la riforma a tutto il mondo; si decise di sopprimere i giorni che erano di troppo (il giorno successivo a giovedì 4 ottobre 1582 sarebbe diventato venerdì 15 ottobre), di eliminare un bisestile alla fine di ciascun secolo la cui cifra non fosse divisibile per 4.
Detto così tutto sembra semplice, ma è difficile immaginare il vespaio che ne nacque. Già dopo il 5 gennaio 1578, giorno in cui veniva pubblicato il Compendium di Lilio, cominciarono ad arrivare in Vaticano osservazioni, emendamenti, proteste e insulti. Certo, in molti erano d’accordo, ma il matematico di corte del duca di Savoia, tale Giovan Battista Benedetti, voleva già correggere il calendario di 21 giorni, in modo da far cadere il solstizio d’inverno il 1° gennaio. E, siccome si era in ballo, chiedeva di modificare i mesi per farli coincidere con la presenza del Sole in ognuno dei 12 segni zodiacali. Enrico III di Francia acconsentì, ma soltanto a dicembre. Filippo II di Spagna si sottometteva, ma suggeriva di far cadere l’equinozio il 21 marzo in modo da rispettare le decisioni del Concilio di Nicea (e si sarebbe anche risparmiato perché non si doveva modificare la data su messali e breviari). Rodolfo II accettò ma prese tempo e decise di rendere attiva la riforma soltanto il 4 settembre 1583. La Germania protestante la rifiutò e si dovette attendere il 1775 per vederla applicata pienamente. La Gran Bretagna respinse la deliberazione papale: in tal caso, occorre saltare sino al 1752, anno in cui anche le colonie americane si adeguarono. Il parlamento inglese, tuttavia, per non imitare il papa, eliminò i giorni a settembre. E così di seguito: il Giappone ci arrivò nel 1873, la Russia nel 1917, la Cina nel 1949.
Per dar l’idea di qual polverone causò la riforma del calendario, basterà ricordare che molti villaggi si sollevarono temendo una vendetta sul raccolto dei santi eliminati in quei giorni di ottobre e chi prestava soldi volle gli interessi come se il mese usato per la riforma avesse avuto 31 giorni. Immaginatevi i debitori. Curioso è il comportamento di tal Thomas Stokes, un mercante inglese che arrotondava i propri introiti facendo la spia, le cui lettere di informazione conservate ancora a Londra recano la doppia data. Michel de Montaigne riassume i malumori degli scettici: «Stringo i denti ma la mia mente è sempre dieci giorni avanti oppure dieci giorni indietro; sento di continuo un sussurro alle orecchie: "Questo aggiustamento riguarda quelli che non sono ancora nati"».
Terminiamo ricordando che il secolo dei Lumi ebbe un sussulto laico e cercò a sua volta delle riforme. Le quali, però, durarono talmente poco da trasformarsi in curiosità. Ad esempio, nel 1756 Linneo pubblicò un calendario in cui a ogni giorno dell’anno era abbinato, al posto di un santo, il fiore che sboccia in quella data, oppure una indicazione relativa a partenze o arrivi di uccelli migratori o la muta delle piume di alcuni volatili o ancora taluni accoppiamenti dei pesci o i lavori agricoli. Cambiò anche il nome dei mesi: gennaio diventò «glacialis», agosto «messis», ecc. Da qui prese le mosse il calendario promulgato dalla Rivoluzione francese, che cominciava il suo complicato conteggio repubblicano dal 22 settembre 1792. Napoleone lo soppresse il 1° gennaio 1806. Aveva altro a cui pensare.

cultura tolemaica:
"disturbi bipolari", farmaci, effetti indesiderati...

Yahoo! Notizie Sabato 29 Maggio 2004, 14:37
Trattamento del disturbo bipolare di tipo 1 secondo il NICE
Di PsichiatriaOnline.net


(Xagena) - Il NICE (National Institute for Clinical Excellence) ha emesso un parere positivo sull’impiego di due nuovi farmaci nel trattamento della mania acuta associata a disturbi bipolari di tipo 1.
La scelta del trattamento dell’episodio maniacale acuto dovrebbe essere fatta dal medico sentendo il parere del paziente sulla base dei benefici e degli effetti indesiderati di ciascun farmaco.
Il disturbo bipolare è una malattia psichiatrica cronica, caratterizzata dall’alternanza di episodi maniacali e di depressione.
Si distinguono principalmente due tipi di disturbi bipolari: disturbo bipolare di tipo 1 e di tipo 2.
Il disturbo bipolare di tipo 1 è caratterizzato da un decorso clinico con episodi maniacali o misti, dove gli episodi maniacali sono gravi e causano danni funzionali e frequentemente richiedono l’ospedalizzazione del paziente.
Nel disturbo bipolare di tipo 2 prevale l’ipomania.
L’ipomania è distinta dalla mania dall’assenza di sintomi psicotici e minor danno funzionale.
I soggetti con ipomania di norma non richiedono l’ospedalizzazione.
Il rischio di suicidio negli individui con disturbo bipolare varia tra il 15 ed il 19%.
Gli uomini presentano un maggiori rischio di suicidio rispetto alle donne, e questo avviene più frequentemente durante un episodio depressivo.
Comunemente gli individui con disturbo bipolare presentano disturbi psichiatrici concomitanti o fanno abuso di sostanze stupefacenti o di alcool.
Alcuni farmaci impiegati nel trattamento del disturbo bipolare di tipo 1 agiscono sia sugli episodi maniacali che nella prevenzione delle recidive.
I farmaci che sono impiegati per trattare la fase maniacale acuta vengono anche assunti durante la remissione con lo scopo di prevenire o ritardare la comparsa delle recidive.
I sali di Litio sono stati per molto tempo i farmaci di prima scelta nel trattamento e nella profilassi della mania, della malattia maniaco-depressiva e delle recidive di depressione.
Tuttavia il Litio non presenta un buon profilo di sicurezza, e richiede frequenti aggiustamenti del dosaggio.
Gli anticonvulsivanti come il Valproato e la Carbamazepina sono impiegati come alternativa al Litio.
Riguardo all’episodio maniacale acuto non c’è consenso su quale sia il trattamento più appropriato.
L’impiego dei farmaci per la profilassi può avvenire sia singolarmente che in combinazione.
Questi farmaci possono essere assunti in modo concomitante con un farmaco che controlla i sintomi acuti della mania.
Una strategia alternativa è quella di iniziare il farmaco profilattico una volta che l’umore del paziente è stato stabilizzato da un farmaco antimaniacale.
Le benzodiazepine sono spesso impiegate negli stadi iniziali della fase acuta della mania.
Gli antipsicotici possono essere suddivisi in due classi: i più vecchi antipsicotici, detti “tipici” ed i più nuovi o “atipici” (es. Olanzapina).
Tutti gli antipsicotici sono associati ad effetti indesiderati.
Gli effetti indesiderati comprendono i sintomi extrapiramidali (come parkinsonismo, distonia, acatisia, discinesia tardiva) effetti autonomici ( come offuscamento visivo, aumento della pressione intraoculare, secchezza della fauci ed oculare, costipazione e ritenzione urinaria ), aumentati livelli di prolattina, convulsioni, sedazione, alterazioni elettriche del cuore ed aumento di peso.
Un grave effetto indesiderato con l’uso degli antipsicotici è la discinesia tardiva ( movimenti involontari del tronco ed orofacciali ), che può essere irreversibile e può peggiorare sospendendo il trattamento.
Sebbene l’incidenza degli effetti indesiderati sia associata alla dose somministrata, gli antipsicotici atipici in generale presentano una più bassa incidenza di sintomi extrapiramidali rispetto agli antipsicotici tipici.
Secondo il NICE l’Olanzapina (Zyprexa) ed il Valproato semisodico dovrebbero essere considerati come opzioni nel trattamento dei sintomi acuti della mania associati al disturbo bipolare di tipo 1. (NICE -Xagena)

sabato 29 maggio 2004

antidepressivi e «ideazione suicidaria»
anche la Food and Drug Administration invita alla massima cautela

Yahoo! Notizie Sabato 29 Maggio 2004, 14:25
Cautela nell'uso dei farmaci antidepressivi per il possibile rischio di suicidio
Di PsichiatriaOnline.net


(Xagena) - Il disturbo depressivo maggiore che colpisce i giovani pazienti di età inferiore ai 18 anni è una grave condizione patologica per la quale esistono poche opzioni farmacologiche.
Negli Usa solo la Fluoxetina (Prozac) è stata approvata nel trattamento della depressione in pazienti pediatrici.
L’FDA (Food and Drug Administration) ha appena completato una revisione, preliminare, di 8 farmaci antidepressivi: Citalopram, Fluoxetina, Fluvoxamina, Mirtazapina, Nefazodone, Paroxetina, Sertralina e Venlafaxina.
Dai dati in possesso all’FDA non si evince una chiara associazione tra l’impiego di questi farmaci antidepressivi e l’ideazione suicidaria o i tentativi di suicidio da parte dei pazienti in età pediatrica.
Il 19 giugno 2003, la Paroxetina (in Usa: Paxil; in Italia: Sereupin, Seroxat) era stata oggetto di un “talk paper” da parte dell’FDA.
L’Agenzia Federale Usa sul controllo dei farmaci aveva avvisato di aver dato inizio ad un esame dei dati sull’impiego della Paroxetina nei pazienti d’età inferiore ai 18 anni, affetti da disturbo depressivo maggiore.
L’FDA in mancanza di dati certi sul possibile presentarsi di ideazione suicidaria o tentativi di suicidio tra i pazienti con depressione che fanno uso di farmaci antidepressivi, richiama i medici ed i pazienti alla massima cautela nell’uso di questi farmaci, sia negli adulti che nei bambini. (FDA - Xagena)

«il modello riduzionista in biologia riceve un altro duro colpo»

il manifesto 29.5.04
notiziario
La lunga strada dell'evoluzione umana


La sequenza completa del genoma umano aveva fatto emergere, tra gli altri, un risultato sorprendente: la sostanziale identità genetica tra esseri umani e scimpanzé. I due organismi sono diversissimi per capacità, comportamenti e fisiologia, ma hanno Dna simili al 98-99%. Tuttavia, uno studio pubblicato sull'ultimo numero della rivista «Nature» mostra che le conseguenze biologiche di queste differenze genetiche anche minime sono molto più complesse di quanto speculato finora. Gli studiosi hanno comparato il cromosoma 22 di uno scimpanzé con la sua controparte umana, il cromosoma 21. Confrontando 231 geni simili tra loro, l'83 per cento presenta differenze sostanziali, e il 20 per cento dà luogo a esiti strutturali completamente diversi. Se questa scoperta valesse per tutti i cromosomi entrerebbe in crisi l'ipotesi che le funzioni cognitive tipiche dell'essere umano siano riconducibili a poche diversità genetiche chiave ben individuabili. Capire quali sono i cambiamenti che ci hanno impedito di rimanere scimmie è da oggi più arduo, ma possibile. E il modello riduzionista in biologia riceve un altro duro colpo.

violenza in famiglia contro le donne
il caso di Verona

L'Arena sabato 29 Maggio 2004
Dal primo luglio il Comune attiverà una linea telefonica
La violenza colpisce in casa Vittima una donna su cinque
L’assessore: «Fenomeno trasversale, interessa anche i ceti alti»

(p.col.)


La violenza è di casa in casa. Una drammatica realtà si cela dietro il facile gioco di parole. Al punto che l’assessorato comunale alle Pari opportunità ha ritenuto di prestare la necessaria attenzione «a un fenomeno trasversale che oggi nella nostra città interessa anche i ceti medio-alti», precisa l’assessore (nonché avvocato) Stefania Sartori. I pochi dati disponibili sulla violenza domestica sono datati (si riferiscono a un’indagine svolta nel 1994 dal Comune e dall’Ulss 20 in collaborazione con l’istituto di Statistica dell’Università), ma purtroppo rischiano di essere sottostimati. Allora, il 20% di tremila donne intervistate ammise di aver subito violenza sessuale nel corso della propria vita (il 17,1% in casa, il 10,4% sul luogo di lavoro), mentre il 14,4% dichiarò di aver subito percosse e maltrattamenti fisici (di queste, l’84% li aveva subiti, ripetutamente, in famiglia). Aspetto rilevante della questione, il 50% delle donne vittime di violenza sessuale e il 62% delle vittime di maltrattamenti non aveva parlato con nessuno del suo dramma personale. Quanto all’uomo violento, nella maggior parte dei casi è un uomo "normale", non affetto da patologie psichiatriche o dipendenze, ha un livello culturale medio e un lavoro regolare. L’alcol, in certi casi, può però peggiorare la situazione. Oggi le cose non vanno diversamente, se è vero - come spiega Laura Castagna, presidente di Telefono Rosa, «è minima la percentuale di donne che chiedono sostegno e consulenza alla nostra associazione».
Non mancano i motivi, dunque, per alzare il livello di guardia e mettere in atto una strategia contro la violenza domestica. «Un tema molto delicato», puntualizza l’assessore Sartori, «che esplode anche in ambienti insospettabili e che, purtroppo, poche donne sono decise a denunciare». «Siano esse casalinghe», conferma Castagna di Telefono Rosa, «o professioniste laureate». In tutte, scatta il blocco psicologico, conseguenza del lavaggio del cervello di cui il partner le fa oggetto: sei una cattiva madre, una pessima moglie. Se dici qualcosa ti porto via i bambini...
Ricatti dai quali è difficile liberarsi. «Ma dobbiamo provarci, dobbiamo offrire alle donne vittime di violenza un’opportunità», dice l’assessore alle Pari opportunità. La risposta si chiamerà progetto Petra, che sta per «pratiche, esperienze, teorie, relazioni antiviolenza». «Il primo luglio», conferma l’assessore Sartori, «verrà aperto un centro cui le donne veronesi che vivono situazioni d violenza potranno rivolgersi per avere ascolto, consulenza legale e psicologica, affiancamento e sostegno nell’identificazione di un proprio percorso di uscita dal disagio. Al centro, di cui non forniremo l’indirizzo per garantire la riservatezza delle donne, si accederà previo appuntamento, che sarà preso chiamando il numero verde 800392722 ».
«Il progetto Petra», puntualizza l’assessore, «è rivolto alla donna veronese in difficoltà in genere, non è mirato alla donna immigrata. Ma qualora emergessero numerosi casi anche nelle famiglie straniere, siamo pronti a rimodulare le risposte per essere in grado di superare anche le differenze culturali e religiose».
Il progetto Petra è stato ieri oggetto di un corso di formazione per assistenti sociali e volontari all’Ater.

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«abusi contro i minori, l'inferno è in casa»
il caso di Lecce

La Gazzetta del Mezzogiorno 29.5.04
Un'indagine della Fondazione Semeraro, presentata ieri in un convegno, ha fotografato il mondo dei maltrattamenti nel Leccese
Abusi sui minori, l'inferno è in casa
Il 98,31 per cento delle violenze fisiche e morali ha per teatro le mura domestiche
di Daniela Pastore


Picchiati, violentati, abbandonati a se stessi: nell'87,11 per cento dei casi dai genitori biologici, da chi li ha messi al mondo. Nel 98,31 per cento dei casi tra le pareti domestiche, nelle loro camerette, in quello che dovrebbe essere il loro nido, la protezione del mondo esterno. Un inferno che riguarda 1703 bambini salentini.
La cruda fotografia, rilevata da un'indagine di «Solidarietà Salento» della Fondazione Rico Semeraro, è stata presentata ieri all'hotel Tiziano, nell'ambito del convegno «Minori e disagio». Una ricerca realizzata assieme all'Istituto degli innocenti di Firenze ed al Cismai, il coordinamento italiano dei servizi all'infanzia, che ha scandagliato gli 80 servizi sociali dei comuni salentini ed i 46 consultori familiari (23 della Asl Le 1 ed altrettanti della Asl Le 2). Due anni di lavoro, tra il 2002 ed il 2003, per mettere assieme centinaia di questionari compilati dagli operatori sanitari e comunali, e delineare così il quadro del disagio dei minori in provincia di Lecce.
Su una popolazione di 158.646 minori, i bambini presi a carico dai consultori familiari sono 1241, mentre dai servizi sociali 462: un tasso di violenza rispettivamente del 7,8 su mille e del 2,9 su mille (la media italiana è del 2,5, quella europea del 6 per mille). Il totale dei maltrattamenti è però 4.657: ciò significa che in media un bambino su tre subisce più tipi di violenze. Tra i maltrattameni, i più diffusi sono la trascuratezza (ossia il lasciare il bambino abbandonato a se stesso): ne risulta vittima il 59 per cento dei minori seguiti dai consultori e l'82 per cento di quelli seguiti dai servizi sociali; ed il maltrattamento psicologico (il 64 per cento rilevato dai consultori ed il 55 per cento dai servizio sociali). Le sevizie fisiche riguardano il 6 per cento delle segnalazioni dei consultori ed il 10 per cento dei servizi sociali. Subisce abusi sessuali il quattro per cento dei bambini seguiti dai consultori ed il tre per cento di quelli assistiti dai servizi sociali. Tra i maltrattamenti vi è anche l'ipercura, ossia l'eccessiva protettività, che crea disagi nel 24 per cento dei piccoli seguiti dai consultori e nel 19 per cento di quelli seguiti dai servizi sociali. Infine, il 79 per cento dei casi segnalati dai consultori ed il 44 per cento dai servizi sociali riguardano minori a rischio di maltrattamento, che vivono in situazioni di disagio familiare, ed un 65 per cento (66 nei servizi sociali) riguarda bambini che hanno assistito a violenze all'interno della casa.
E' la casa il teatro privilegiato dei maltrattamenti: nel 98,31 per cento dei casi percosse, violenze sessuali ed umiliazioni avvengono tra le pareti domestiche. I maltrattamenti extradomestici rappresentano appena lo 0,64 per cento, mentre per l'1,05 per cento dei bambini avvengono sia in casa che all'esterno.
Al padre il triste primato di «orco cattivo» rispetto a cinque tipologie di violenza: maltrattamento psicologico (nel 63 per cento dei casi, la madre nel 30), incuria (nel 53 per cento dei casi, nel 45 la madre), maltrattamento fisico (nel 50 per cento dei casi, la madre nel 40). L'ipercura, l'eccessiva protezione, è invece esercitata dalla madre in più del 65 per cento dei casi (dal padre nel 23 per cento). Per la violenza sessuale l'«orco cattivo» è invece più frequentemente una persona esterna al nucleo familiare (nel 30 per cento dei casi). Ci sono poi gli zii (23 per cento), il padre (20 per cento) ed il genitore adottivo o il convivente della madre (12 per cento).
Il rischio di maltrattamento è poi dovuto nel 70 per cento dei casi al comportamento violento del padre contro un 32 per cento dovuto alla madre. Le problematiche del contesto familiare in cui avvengono le violenze riguardano nel 72 per cento dei casi conflitti fra i coniugi e nel 62 per cento il reddito precario, insufficiente o del tutto assente. Seguono l'isolamento sociale della famiglia (47 per cento), gravi interferenze dei parenti dei genitori nella vita familiare (34 per cento), condizioni abitative molto degradate (33 per cento). Ed ancora, convivenze difficili sotto lo stesso tetto con parenti o estranei (31 per cento), consumo di alcol (23 per cento), pendenze penali (22 per cento), patologie psichiatriche (20 per cento), consumo di stupefacenti (15 per cento).
Nell'87,11 per cento dei casi sono i genitori biologici a maltrattare i figli, valore che scende al 5,64 per cento nelle famiglie monoparentali. Il 5 per cento delle violenze avviene nelle famiglie ricostituite, lo 0,32 nelle famiglie affidatarie, e l'1,69 nelle famiglie con nonni o parenti che vivono nella stessa casa.
Le fonti delle segnalazioni? Nella maggioranza dei casi (47,86 per cento) sono la Procura ed il Tribunale dei minori, seguono gli operatori dei servizi sociali (13,78 per cento), i genitori (11,39) e la scuola (5,72 per cento).
«Dati che fanno riflettere - commenta Valeria Vicanolo, direttore della cooperativa Solidarietà Salento - è infatti grave che la violenza sui bambini si consumi tra le pareti domestiche, che venga perpetrata soprattutto dai genitori. Quello che invece è confortante è che crescono le denunce e le segnalazioni: ciò significa che il fenomeno viene pian piano a galla ed è dunque più facile intervenire, aiutare il minore a venire fuori dall'incubo».
L'ultima giornata del convegno, oggi, a partire dalle 9, con gli interventi di psicologi, neuropsichiatri e magistrati.

psichiatria britannica

Yahoo! Notizie Venerdì 28 Maggio 2004, 15:15
Psichiatria: i pazienti raramente commettono atti di violenza


Londra, 28 mag. (Adnkronos Salute) - Al contrario di quanto si creda, raramente i pazienti psichiatrici dimessi da strutture di salute mentale commettono atti di violenza. Lo sottolineano i ricercatori dell'istituto di Psichiatria di Londra diretti da Anthony Maden, in uno studio pubblicato sul British Medical Journal. Nell'indagine sono stati raccolti e confrontati i dati relativi a 957 pazienti dimessi da unità di media sicurezza in Inghilterra e Galles tra il '97 e il '99. Ebbene, nei due anni successivi solo il 6% dei soggetti aveva commesso un atto violento. Un tasso cosi' basso, commentano i ricercatori, che non c'è molto spazio di miglioramento. Mentre sarebbe utile riuscire ad indentificare i pazienti a più alto rischio. Si è visto, infatti, che l'abuso di sostanze stupefacenti e una storia di abusi sessuali sono associati a un maggior rischio di aggressivita'. (Mal/Adnkronos Salute)

le affermazioni della "farmacologia psichiatrica"
a proposito di schizofrenia e di "disturbo bipolare"...

ItaliaSalute.it 27.5.04
SCHIZOFRENIA E DISTURBO BIPOLARE: 1 SU 3 PUÒ USCIRNE


Oggi si gioca la carta genetica per bloccare la trasmissione ereditaria della schizofrenia e del disturbo bipolare.
Disordini mentali e comportamentali affliggono circa il 10% della popolazione adulta mondiale. Una famiglia su quattro ha dovuto fare l’esperienza di gestire un congiunto psicotico o nevrotico. Tra 250 e 600 mila persone in Italia soffrono di schizofrenia. L’oscillazione dei dati statistici è dovuta al fatto che, come sempre, si conteggiano solo i numeri dei casi portati all’attenzione del sistema sanitario e si stimano quelli che appartengono a un sommerso diagnostico più o meno visibile. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il numero di nuovi casi per anno sono tra 7 e 14 per 100 mila abitanti, in età tra i 15 e i 54 anni.
Purtroppo è una malattia che colpisce gente giovane, ma oggi non è più una malattia inguaribile. Una persona su tre ne può uscire sostanzialmente guarita; un’altra avrà bisogno di cure e di tempo e subirà una parziale limitazione della cosiddetta vita normale; solo la terza purtroppo si cronicizzerà e avrà difficoltà crescente nel mantenersi sulla soglia di un normale sistema di relazioni sociali. La malattia che “sottrae dieci anni di vita” a chi ne è colpito ha un indice di mortalità attorno al 10% e spesso la morte è dovuta a suicidio. Costituisce un problema importante e comporta costi notevoli per il sistema sociale: tra costi diretti e perdita di produttività, negli Stati Uniti – dove questo aspetto è stato meglio approfondito – il costo della schizofrenia è superiore ai 65 miliardi di dollari l’anno.
Schizofrenia e disturbo bipolare sono indagati contestualmente per capire se è fondato il dubbio su una sorta di continuità tra questi due gravi disturbi psichiatrici, o se invece, nonostante i numerosi punti di contatto tra le due patologie, siano prevalenti gli elementi di discontinuità. Se studi farmacologici e di neurobiologia stanno a indicare che la schizofrenia e il disturbo bipolare non costituiscono un’unica patologia, sia pure con differenze, le alterazioni neuroanatomiche riscontrate sono invece identiche nell’uno e nell’altro caso. Recenti studi di genetica hanno consentito di identificare collegamenti tra cromosomi, che in alcuni casi sembrerebbero coinvolti nell’una e nell’altra patologia. Del resto, coincidenze nel malfunzionamento dei neurotrasmettitori interessati erano già state individuate, offrendo un sostegno all’ipotesi di una continuità tra i due disturbi. Sul piano terapeutico, alcuni farmaci di recente impiego hanno mostrato una sorta di bivalenza su entrambi i fronti.
I ricercatori si muovono dunque oggi su tre percorsi: a) disturbo bipolare e schizofrenia presentano un grado elevato di trasmissibilità genetica e certi marker di suscettibilità risultano collocati su gli stessi cromosomi; b)entrambi i disturbi presentano similitudini per quanto concerne le alterazioni dei neurotrasmettitori; c) molti antipsicotici di nuova generazione, approvati inizialmente per il trattamento della schizofrenia, si sono dimostrati efficaci anche nel trattamento del disturbo bipolare. E’ tuttavia da questo parallelismo imperfetto dei dati della ricerca che ci si attendono risposte importanti per la prevenzione e per la cura, che resta solidamente fondata sulle risorse farmacologiche. Al Congresso della Sinpf verranno presentate le più recenti acquisizioni sulle opzioni terapeutiche del disturbo bipolare.
L’efficacia del trattamento antipsicotico continuativo è stata confermata da ricerche sul rapporto tra esito e trattamento farmacologico, con criteri di valutazione clinici, derivati dall’osservazione diretta dei pazienti da parte degli psichiatri e da valutazioni delle annotazioni presenti sulle cartelle cliniche. Fino all’inizio degli anni ‘90 l’efficacia del trattamento antipsicotico continuativo dei disturbi schizofrenici è stata valutata attraverso ricerche sui sintomi positivi (98%) e sui sintomi negativi (19%); ma il punto di vista soggettivo del paziente o dei suoi familiari è stato preso poco in considerazione, solamente nel 13% degli studi controllati. È indubbio quindi che le esperienze soggettive delle persone affette da disturbi schizofrenici durante il trattamento farmacologico antipsicotico vengono raramente riportate nelle ricerche e vengono raramente utilizzate per valutare l’efficacia e la tollerabilità di un farmaco antipsicotico. In particolare, le esperienze soggettive delle persone affette da disturbi schizofrenici durante il trattamento farmacologico vengono raramente utilizzate per valutare la compatibilità del trattamento farmacologico con gli interventi riabilitativi, con la possibilità di un funzionamento sociale autonomo e di un’accettabile qualità della vita.
Non esiste, attualmente, una cura specifica per il disturbo bipolare. Un trattamento adeguato, tuttavia, permette di ridurre i tassi di morbilità e di mortalità ad esso associati. Gli obiettivi generali del trattamento del disturbo bipolare consistono nel valutare e trattare le esacerbazioni acute, prevenire le recidive, migliorare il funzionamento interepisodico e fornire assistenza, informazioni e supporto al paziente e alla sua famiglia.
Oggi gli obiettivi del trattamento farmacologico, alla luce delle esperienze sempre più diffuse di “community psychiatry” vanno oltre la riduzione del rischio di riacutizzazioni sintomatologiche. Si punta piuttosto alla riduzione della severità degli episodi di riacutizzazione e al progressivo miglioramento delle caratteristiche del decorso. I progressi compiuti nella integrazione tra interventi farmacologici ed interventi psicosociali rendono inevitabile la ricerca di ulteriori obiettivi, che sono: una interazione favorevole con gli interventi riabilitativi, un progressivo miglioramento del funzionamento sociale e della capacità lavorativa e, conseguentemente, una auspicata riduzione dei costi diretti ed indiretti della malattia.
Al XIV Congresso Nazionale della SINFP, a Bologna, 1- 4 giugno, un corso speciale affronterà il tema: “Schizofrenia e Disturbo bipolare: continuità o discontinuità?”

«farmacologia repressiva»

Ticino.News.ch 29.5.04
(una lettera ricevuta dal quotidiano online svizzero)
MODERNA REPRESSIONE IN PILLOLE E CONTENZIONE FISICA
alla Clinica Psichiatrica Cantonale


Si potrebbe dire che la “moderna” psichiatria sia oramai divenuta una tecnica raffinata della repressione dei Diritti dell’Uomo tramite l’uso e abuso dei farmaci, pur continuando con la repressione e degradazione tramite la contenzione fisica (oltre 400 l’anno solo alla Clinica Psichiatrica Cantonale). Da questo punto di svolta siamo di fronte ad un capolavoro.
Ma allora a che serve togliere la camicia di forza, quando si continuano ad usare strumenti simili ed affini seppur diversi? Perché ostinarsi tanto nell’usare la contenzione sui letti con cinghie, quando oggi bastano forti dosi di psicofarmaci tramite una buona siringa?
La psichiatria illuminata ha preso sul serio questa seconda domanda e le ha dato una risposta. Diversi psichiatri, con buone PR, hanno conquistato troppo facilmente la fama di antipsichiatri e di democratici per il sol fatto di aver eliminato letti di contenzione e camicie di forza. Hanno etichettato la loro pratica quale psichiatria moderna, dopo aver lievemente criticato quella del passato affermando che “ora la psichiatria si era evoluta”..
Un’affermazione sin troppo gratuita, perché la psichiatria nella sua sostanza è una tecnica di repressione dei comportamenti e degli elementari Diritti dell’Uomo. Non saranno certamente l’abbandono di uno strumento antiquato e l’avvento di un ambiente più “sociale” e più “pulito”, insieme a psichiatri sorridenti, a stabilire se ci troviamo di fronte ad una reale evoluzione. Non vi è nessuna sostanziale evoluzione.
Ancora oggi si ricoverano coattamente in Ticino centinaia di persone ogni anno, circa il 60% dei ricoveri presso la Clinica Psichiatrica Cantonale avvengono tramite il ricovero coatto.
Una buona percentuale di questi vengono legati al letto (costrizione fisica); è un fatto che alla Clinica Psichiatrica Cantonale di Mendrisio (e sicuramente non solo) esistono ancora letti predisposti con le cinghie di contenzione.
Oggi, il progresso della farmacologia repressiva rende del tutto inutile, e tra l’altro faticoso, l’uso della contenzione fisica sul soggetto inquieto. L’uso della violenza fisica è un approccio appariscente e più rumoroso. È sempre possibile che venga considerato dai familiari o dalla stampa come qualcosa di barbaro e di scandaloso, appartenente ad epoche passate.
Ecco perchè preferibile una tecnica farmacologica, silenziosa, praticamente incontrollabile, facile da metabolizzare socialmente (…). Anche più assimilabile come auto-pratica: è molto più facile convincere qualcuno a prendere una manciata di pillole psichiatriche , che farsi legare a un letto.
Una contenzione farmacologica è un traguardo molto più semplice e socievole (…), un po’ come mettere il profumo di rose dentro la candeggina. Risultato? L’odore sgradevole resta ben nascosto.

Lucio La Chimia
info@kulturapop.com
www.kulturapop.com

venerdì 28 maggio 2004

l'istituto superiore di sanità:
i bambini e la «sindrome da iperattività/deficit di attenzione (ADHD)»

ricevuto da Paola Franz

http://www.epicentro.iss.it - Istituto superiore di sanità
ADHD, QUANDO L’IPERATTIVITA’ E’ TROPPA

Iperattività, impulsività, incapacità a concentrarsi. Sono tratti che caratterizzano la sindrome da deficit di attenzionee, nota anche con la sigla ADHD. E’ uno dei problemi di salute mentale che possono colpire in età pediatrica: su questo e sugli approcci terapeutici nel nostro Paese si è avviato un processo per un Registro nazionale per l’ADHD, primo esempio al mondo nel suo genere, che inizierà ad operare nel settembre 2004. Questo e molto di più nella nuova sezione completamente dedicata alla ADHD.
Sindrome da deficit di attenzione (ADHD)


Descritta per la prima volta nel 1845 dal medico Heinrich Hoffman in un libro intitolato "The Story of Fidgety Philip", un’accurata descrizione di un bambino iperattivo, ma riconosciuta come un problema medico solo nel 1902 in seguito a una serie di conferenze tenute da Sir George F. Still per il Royal College of Physicians inglese, la sindrome da iperattività/deficit di attenzione (ADHD) è fra i problemi di salute mentale pediatrica.
L’ADHD consiste in un disordine dello sviluppo neuro psichico del bambino e dell’adolescente, caratterizzato da iperattività, impulsività, incapacità a concentrarsi che si manifesta generalmente prima dei 7 anni d’età. La sindrome è stata descritta clinicamente e definita nei criteri diagnostici e terapeutici soprattutto dagli psichiatri e pediatri statunitensi, sulla base di migliaia di pubblicazioni scientifiche, nel "Diagnostic and Statistic Manual of Mental Disorders", il manuale pubblicato dalla American Psychiatric Association utilizzato come referenza psichiatrica a livello internazionale (DSM-IV).

Sintomi e diagnosi
Secondo il DSM, l’ADHD può essere quindi definita come "una situazione/stato persistente di disattenzione e/o iperattività e impulsività più frequente e grave di quanto tipicamente si osservi in bambini di pari livello di sviluppo". Questi sintomi finiscono con il causare uno stato di disagio e di incapacità superiore a quello tipico di bambini della stessa età e livello di sviluppo.
I sintomi chiave di questa condizione sono la disattenzione, l'iperattività e l’impulsività, presenti per almeno 6 mesi e comparsi prima dei sette anni di età.
I bambini con ADHD:
• hanno difficoltà a completare qualsiasi attività che richieda concentrazione
• sembrano non ascoltare nulla di quanto gli viene detto
• sono eccessivamente vivaci, corrono o si arrampicano, saltano sulle sedie
• si distraggono molto facilmente
• parlano in continuazione, rispondendo in modo irruento prima di ascoltare tutta la domanda
• non riescono ad aspettare il proprio turno in coda o in un gruppo di lavoro
• possono manifestare serie difficoltà di apprendimento che rischiano di farli restare indietro rispetto ai compagni di classe, con danni emotivi
La diagnosi di ADHD può essere formulata secondo il DSM in presenza di:
• 6 o più dei 9 sintomi di disattenzione
oppure di
• 6 o più dei 9 sintomi di iperattività\impulsività.
Utilizzando un criterio diagnostico più restrittivo, l’International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems (ICD-10) dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, definisce la presenza di "disordine ipercinetico" quando sono compresenti sintomi di iperattività, di comportamenti impulsivi e di deficit di attenzione.
Alla sindrome ADHD si può accompagnare, a seconda dei casi, lo sviluppo di altre forme di disagio: ansietà e depressione, disordini comportamentali, difficoltà nell’apprendimento, sviluppo di tic nervosi.

Le cause
Le cause che portano alla manifestazione della sindrome di ADHD non sono univoche, né ancora accertate completamente dai medici. Diverse ricerche identificano una certa familiarità nella presenza di ADHD, suggerendo una componente genetica nella sua trasmissione.
Alcuni studi vanno nella direzione di valutare gli effetti di alcool e fumo durante la gravidanza sullo sviluppo di ADHD. Da un punto di vista neurofisiologico, studi svolti su alcune aree del cervello dalla divisione di psichiatria pediatrica dei Servizi di salute mentale americani (NIMH), con tecniche di risonanza magnetica, Tac e con diversi tipi di tomografia hanno dimostrato che queste aree sono effettivamente più piccole in volume nei bambini con ADHD rispetto a quelli nei quali la sindrome non si è manifestata, cioè nei casi di controllo. Questo stesso studio indica che i parametri presi in considerazione sono normalizzati in bambini che sono sottoposti a trattamento rispetto a quelli che non subiscono alcun trattamento. Altri studi hanno invece evidenziato un deficit nella trasmissione dopaminergica.
Per quanto riguarda la possibile influenza di fattori ambientali, secondo una ricerca americana pubblicata sulla rivista Pediatrics, svolta su 2500 bambini, la TV e in particolare le ore trascorse quotidianamente dai bambini di fronte a essa dall’età di 0 fino ai sei anni influiscono significativamente sullo sviluppo di disordini dell’attenzione e iperattività. Secondo i ricercatori statunitensi non sarebbero i contenuti ma le immagini irreali e veloci di molti programmi ad alterare lo sviluppo del cervello.

Il trattamento
Il trattamento dell’ADHD può richiedere un approccio sia terapeutico, seguendo una terapia psico-dinamica, che farmacologico. Il farmaco più indicato dagli studi per il trattamento farmacologico è il metilfenidato (prodotto con il nome commerciale di Ritalin®), assieme a diversi tipi di anfetamine.
In ogni caso, l’approccio terapeutico ottimale deriva dalla capacità da parte dei medici e delle famiglie di riuscire a elaborare, nel corso di un follow-up prolungato, un corretto bilancio beneficio-rischio per lo sviluppo del bambino affetto da ADHD. E’ cioè determinante riuscire a distinguere se ai fini di questo sviluppo sia più favorevole un trattamento farmacologico prolungato con stimolanti oppure interventi terapeutici e comportamentali non farmacologici. Secondo gli NIH americani, tra il 70 e l’80 per cento dei bambini rispondono positivamente ai trattamenti, migliorando la propria capacità di concentrazione, di resa nell’apprendimento, di rapporto con gli altri bambini e con gli insegnanti, di controllo dei propri comportamenti impulsivi. Essenziale ai fini di un risultato positivo della terapia è un rapporto prolungato con lo psichiatra infantile, sia da parte del bambino che della famiglia, per sviluppare in modo concertato tecniche di gestione del comportamento.
Il ricorso al trattamento farmacologico, in ogni caso, dovrebbe essere il risultato di una attenta diagnosi, che si basa sull’esecuzione da parte del bambino di numerosi test, che permettono di valutare tutte le possibilità di ridurre al minimo il rischio del trattamento stesso e di stabilire l’appropriatezza terapeutica del farmaco.

dantisti e biologi:
Giuseppe Sermonti vs Edoardo Boncinelli

Corriere della Sera 25.5.04
Alle porte dell' inferno Dante volta le spalle al mondo
Ma il suo universo, così umano perché l' uomo vi sta ancora al centro, presto sarà ribaltato dalla scienza
LA NOSTRA COMMEDIA
di Edoardo Boncinelli
(*)


«Lo giorno se n' andava e l' aere brun
toglieva li animai che sono in terra
dalle fatiche loro»
Con questa splendida immagine Dante si congeda dal nostro mondo e dalla «selva erronea di questa vita», e inizia il suo lungo cammino, l' «alto passo». Il suo sarà un viaggio nella Commedia Umana, anche se i luoghi, i tormenti e gli splendori sono quelli di una superba costruzione di fantasia, sorretta da una grande dottrina e illuminata da una fede veramente totalizzante. È un viaggio della mente e del cuore nelle diverse province «delli vizi umani e del valore», una compilazione e una visitazione dello specificamente umano, privato e collettivo, al tempo stesso eterno e storicamente individuato, che non ha l' uguale per grandezza e per forza espressiva. Non può non colpire il contrasto esistente fra la grandiosità della costruzione poetica di Dante che raggiunge vertici di validità universale e la povertà delle conoscenze e della visione del mondo propria del suo tempo. L' universo si presenta veramente minuscolo e l' uomo vi si sente ancora al centro, privilegiato fra i viventi, sparso su un territorio di cui non considera neppure l' estensione e di cui ignora i confini, signore del globo, un pianeta piantato in mezzo al tutto, con i pianeti e le stelle che gli girano intorno. Non erano ancora arrivati Copernico, Darwin, Freud, Marx, Einstein o Hubble. Tutto sembrava chiaro e relativamente semplice, senza spessore e senza doppi fondi immanenti: il cielo, la terra, le stelle, gli animali, le piante, i moti dell' anima e le operazioni della mente, lucida e consapevole, quando non cade preda delle passioni. La vastità delle osservazioni e delle «spiegazioni» offerte da Aristotele e dai suoi commentatori e continuatori conferisce un carattere di monoliticità a questa visione. Il mondo inanimato, in sostanza, ma anche buona parte di quello animato, non pongono problemi. Tutto è lì davanti, sostanzialmente in mostra, e per nulla diverso da quello che sembra. Noi sappiamo che la gran parte dei processi materiali, compresi quelli biologici, possono essere spiegati soltanto guardando «dentro» le cose, che contengono una congerie di cose più piccole, in uno sforzo di comprendere e «spiegare il visibile complesso in termini dell' invisibile semplice» per citare una frase del francese Perrin. A quel tempo invece la spiegazione delle cose si trova «accanto» alle cose, in una sostanziale duplicazione della realtà, sdoppiata in due piani paralleli: un piano degli eventi e un piano delle spiegazioni degli eventi, non significativamente dissimile dal primo, in un quadro pressoché identico a quello dei Greci anche se «ben mille ed ottocento / anni varcàr poi che spariro». È chiaro che si tratta di una visione del mondo che sta celebrando i suoi ultimi fasti e che presto crollerà sotto i colpi della riflessione e della sperimentazione, ma è altresì comprensibile che molti oggi rimpiangano più o meno apertamente quel mondo, in cui tutto è chiaro e semplice, non c' è troppo da sapere ed è sufficiente credere in un numero limitato di affermazioni, sulla materia, sulla mente e sullo spirito. Sono passati sette secoli e di tutto questo è rimasto ben poco, anche se sono sicuro che in cuor loro molte persone il mondo se lo immaginano più o meno come lo ha rappresentato Dante, con il suo al di qua e il suo al di là. Questa è la forza della poesia e della rappresentazione poetica. Su uno sfondo naturale povero e intrinsecamente poco problematico si muovono gli esseri umani, con i loro contrasti e i loro drammi, figure a tutto tondo, spesso titaniche, che si agitano contro fondali da opera pastorale. Si ha qui l' assoluta centralità dell' umano: umano è il problema, umane le soluzioni, gli errori ed eventualmente i rimedi in una visione esaltata e piena di chiaroscuri tipica di un atteggiamento adolescenziale. Adolescenziale è la compresenza di grande modestia e smisurato orgoglio, incertezza e ostinazione, capacità di porsi al centro, un centro spesso dolente, dell' universo e del suo dramma. Questi tratti della personalità poetica dantesca, già chiaramente presenti nella Vita Nova riaffiorano nell' impostazione del poema maggiore. Dante sta per partire per un viaggio d' iniziazione che ha dell' adolescenza tanto l' esigenza di un' educazione sentimentale quanto quella di una «risistemazione» mentale delle cose della vita e della storia, rimesse a posto secondo i criteri di una giustizia superiore, inevitabilmente e protervamente soggettiva. È un tributo pagato ai giusti e una vendetta postuma consumata ai danni di peccatori e ipocriti, magari osannati e premiati in vita, per non parlare di quegli sciagurati, gli ignavi, «che mai non fur vivi». In questa selva dell' umano operano essenzialmente tre forze, espressione di altrettante istanze: le passioni, la ragione e la fede, impersonate rispettivamente dalle tre fiere, da Virgilio e da Beatrice e le altre due «donne benedette». La ragione, si noti, è una, rappresentata da un solo personaggio, contro la molteplicità dei simboli delle altre istanze: una strozzatura, una via di congiunzione, si direbbe innaturale, fra il mondo terreno e quello celeste, un varco, un tramite, l' espressione di una hybris conoscitiva e normativa, ciò che ci situa a mezza strada fra gli animali e gli angeli, ma che ci fa anche capire che non siamo né questi né quelli; piuttosto un' anomalia, uno sgarro, un virus nel computer del mondo. Ma anche gli unici che lo possono notare. Il ricorso ai simboli e al linguaggio dell' allegoria sembra quasi inevitabile in un mondo che vive su due piani. E di simboli nel poema ce ne sono tanti e tanto se ne è discusso. Assente al tempo degli classici, dove il simbolo non allude che a se stesso, il dibattito sul valore dell' allegoria nell' economia di un' opera poetica si inaugura più o meno ai tempi di Dante e si tratta di un esordio fragoroso, data la massiccia presenza delle simbologie nella sua opera. Considerata da un certo punto di vista la presenza di tutta questa simbologia non può che risultare fastidiosa e ingombrante: sul vero significato della selva e del monte, delle tre fiere, del Veltro, delle donne benedette e via discorrendo si sono versati fiumi di inchiostro. Tutto ciò appartiene però più al farsi della poesia che al suo godimento. La Divina Commedia può essere letta infatti in modo del tutto indipendente dal significato simbolico di molte sue figure. Le immagini e le espressioni alate vivono di una loro vita autonoma e ci catturano per la loro forma e il loro contenuto manifesto. Ma c' è nella mente di Dante e nel suo cuore un doppio piano di realtà, dal quale non si può prescindere se si vuole intendere la sua poesia e la sua anima. Dietro il contenuto immediato ci sono i simboli la cui concezione ed elaborazione costituisce una sorta di disciplina interna per il poeta, un modo sostanzialmente equivalente allo studio «matto e disperatissimo» del giovane Leopardi, per accogliere non impreparato l' ispirazione che, come la fortuna, viene quando viene, ma ha bisogno di un terreno lavorato. E anche un modo per essere poeta e al tempo stesso sentirsi degno di un' attività edificante, un morale negotium come lui stesso definisce nell' epistola a Cangrande la redazione dell' opera.

Corriere della Sera 28.5.04
DISCUSSIONI / GIUSEPPE SERMONTI REPLICA A EDOARDO BONCINELLI
Ma l’universo del divin Poeta rende visibile l’invisibile
E i simboli rimandano a ciò che la scienza non spiega
di Giuseppe Sermonti


L’universo di Dante, annuncia il Corriere del 25 maggio, sarà presto ribaltato dalla scienza moderna. La Divina Commedia diventerà un’opera minore, una reliquia. Si impegna a dimostrarlo il genetista Edoardo Boncinelli. Invano le invocate Muse e l’«alto ingegno» vengono in aiuto di Dante e del suo universo. «E’ chiaro - scrive Boncinelli - che si tratta di una visione del mondo che sta celebrando i suoi ultimi fasti e che presto crollerà sotto i colpi della riflessione e della sperimentazione». Mio fratello Vittorio Sermonti, che va leggendo e commentando Dante nelle belle chiese d’Italia, dovrà lasciare il campo a un altro genere di divulgatori che illustrino, in qualche stazione ferroviaria o deposito di autobus, la bellezza della traslocazione cromosomica o delle orbite di Bohr?
Secondo Boncinelli, i processi materiali possono essere spiegati solo guardando «dentro» le cose, nel submicroscopico, che contiene la spiegazione di quello che appare ai sensi. Lo disse il Nobel Jean-Baptiste Perrin (1870-1942), che Boncinelli cita: la scienza cerca di «spiegare il visibile complesso in termini dell’invisibile semplice». C’è un fondo di moralismo in questo enunciato, perché il visibile e il complesso sono sensuali, rispetto all’ordine elementare del submicroscopico.
Ma Perrin sbagliava. Gli invisibili fisico o biologico non sono per nulla semplici. La fisica subatomica ha evidenziato, in ogni atomo, quasi cento particelle, alcune delle quali, i quark, inafferrabili. Per spiegarne le vicende è dovuta ricorrere alla logica della meccanica ondulatoria (per cui alcune entità sono allo stesso tempo onde e particelle), a concetti come l’antimateria, i buchi neri, lo spazio curvo e la non località. La biologia molecolare ha scoperto in ogni invisibile cellula un patrimonio di tre miliardi e passa di nucleotidi, decine di migliaia di geni e almeno dieci volte tante proteine. Sempre più grandi computer sono richiesti per raccogliere la sterminata informazione accumulata dai fisici della materia o dai biologi molecolari. La semplicità di Perrin non esiste. E' più complicata una cellula, osservò René Thom, che un organismo. Un atomo che una sedia.
Lo scienziato eccepisce che se anche la semplicità dell'invisibile non è così semplice è pur essa soltanto che ci consente di capire il visibile. Dal lato biologico che mi compete debbo dire che non è per nulla così. «Più ci si avvicina al livello molecolare - ha scritto R.E. Dickerson - nello studio degli organismi viventi, più simili questi appaiono e meno importanti divengono le differenze fra, per esempio, una vongola e un cavallo». In altre parole, in termini di submicroscopia biologica non sappiamo spiegarci perché una vongola è una vongola e un cavallo è un cavallo.
La scienza del submicroscopico ci ha presentato un mondo differente da quello dell’esperienza e della logica comune, un mondo insensato, capovolto e folle, veramente un «altro mondo», che ha perso contatto con questo mondo, più di quanto la dantesca realtà ultramondana si sia allontanata dalla vita terrena. L'uomo scienziato, per citare una famosa espressione di Jacques Monod (1969), si trova ai margini di un universo «sordo alla sua musica, indifferente alle sue speranze, alle sue sofferenze, ai suoi crimini».
Il futuro, caro Boncinelli, non è nell'atomismo o nel riduzionismo, le microspiegazioni stanno facendo il loro tempo. Sta riprendendo corpo la tendenza verso le macrospiegazioni, verso lo studio della totalità strutturata, quale la formulò Hans Driesch (1867-1941). La forma organica non è un prodotto laterale (e pletorico) di un contesto microscopico, ma una realtà autonoma, che tende verso se stessa e si ripete nelle generazioni. Secondo lo zoologo Adolf Portmann (1960) l'«aspetto esteriore» non è un optional, ma è ciò che dà significato all'animale e lo presenta al mondo. L'olandese Buytendijk chiama questa proprietà «valore esibito dell'esistenza» e Portmann usa il termine di Darstellungswert (valore di presentazione). «La proprietà più significativa delle forme organiche - scrive - è quella di rendere manifesta, nel linguaggio dei sensi, la peculiare natura dei singoli esseri viventi».
La verità è oggi considerata come un derivato (statistico) della realtà, una sua «iperbole», scrive Vittorio. Dante e il suo tempo seguivano il processo inverso.
« La realtà non era che una delle possibili manifestazioni simboliche, grazie alle quali l'uomo può intravedere, presentire, la Verità. Verità che è, in eterno, presente in Dio ». La nuova scienza della morfologia, come espressione di archetipi costanti, è uno dei capitoli più affascinanti della biologia moderna, al di là delle inadeguate letture molecolari. «Ogni forma propria - ha scritto René Thom - aspira all’esistenza e attrae il fronte d'onda degli esseri».
Dante è grande per le «verità» che intravede, offre all'esistenza e compone in leggi nel ritmo dei versi e nella cadenza delle rime. Parafrasando quel che V.I. Verdansky dice in merito alla «noosfera» (la sfera del pensiero), si può dire che la Commedia «è un nuovo fenomeno geologico sul nostro pianeta».

(*) Biologo

ancora lettere ad Augias sull'elettrochoc
«gli specialisti in maggioranza si esprimono a favore»...

una segnalazione di "Dicta" Cavanna

Repubblica 28.5.04
Malattia mentale, i pro e i contro dell´elettrochoc
di CORRADO AUGIAS


Gentile dottor Augias, sono una psichiatra, conosco le difficoltà delle famiglie con un malato mentale in casa, sono convinta che si potrebbe fare di più. Un collega ha descritto giorni fa la pratica dell'elettrochoc in termini che non corrispondono alla realtà o almeno alla realtà che io ho conosciuto e nella quale mi sono formata.
Ho assistito a un certo numero di terapie elettroconvulsivanti, effettuate tutte con anestesia generale eseguita solo dopo che la visita anestesiologica, gli esami ematochimici e strumentali avevano escluso la presenza di controindicazioni somatiche e se il paziente aveva firmato, senza costrizione, il consenso. Inoltre, durante l'applicazione era presente, oltre allo psichiatra specialista in elettrochoc, un anestesista rianimatore con l'attrezzatura utile a una pronta rianimazione se necessaria.
Quella terapia resta, se correttamente utilizzata, un rimedio importante ed efficace in certe patologie psichiatriche gravi, ha come obiettivo il bene del paziente ed il miglioramento della sua qualità di vita, non va demonizzata.
Stefania Sartini
Dipartimento Salute Mentale, Lucca


Gentile dottor Augias, sono un neuropsichiatra con 40 anni di esperienza ospedaliera e 50 di esperienza professionale, allievo di Ugo Cerletti, inventore dell'elettrochoc. Il collega di Lecce, intervenuto giorni fa, non è informato correttamente.
In sintesi: la terapia elettroconvulsiva (termine che da anni in dottrina ha sostituito quello primitivo di elettrochoc) è praticata in tutto il mondo (elettroconvulsive therapy).
Fin dagli anni Cinquanta tale terapia viene praticata in una anestesia che sopprime la fase convulsiva e altri effetti collaterali, che sono stati molto enfatizzati. Attualmente la tecnica è progredita e nelle apparecchiature moderne per l'elettroconvulsione sono monitorate tutte le funzioni biologiche.
Di tali apparecchiature si sono fornite varie strutture della sanità pubblica. Negli anni le indicazioni si sono progressivamente ridotte agli stati depressivi resistenti ad altri trattamenti.
Carmine D'Angelo
Primario Ospedale psichiatrico S. Maria della Pietà, Roma


La discussione sulla terapia delle malattie mentali ha suscitato moltissimi interventi che in questa sede ho potuto pubblicare soltanto parzialmente e per stralcio. La maggior parte delle risposte, tutte di specialisti, sono state in favore della terapia elettroconvulsivante (elettrochoc) che oggi, si assicura, può essere eseguita in condizioni incomparabili con quelle primitive di una volta.
Alcuni però, tra questi il dottor Alessandro Pratelli, psicologo clinico (uuulan@libero.it) che opera in un Crt del milanese, si dicono convinti che la vera terapia consista nel mettere il malato in condizione di frequentare "i luoghi dove si vive la vita vera: nel mondo del lavoro, nelle case, nei luoghi ricreativi".
Non ho titoli per intervenire in una discussione che è non solo delicatissima ma altamente specialistica. Come tante altre persone comuni so soltanto che la situazione di molti malati mentali, e delle loro famiglie, è intollerabile e che qualche rimedio che non sia la precarietà o l'eroismo di pochi andrebbe trovato. Prima che le cronache debbano registrare altri lutti.

la Federazione europea di psicoanalisi...

una segnalazione di Alessio Ancillai

Corriere della Sera 28.5.04
ELZEVIRO L’uso pubblico della scienza
La storia sul lettino dello psicoanalista
di EMMA FATTORINI


Out reach, come raggiungere l'esterno. Con questa efficace definizione la Federazione europea di psicoanalisi esprime il bisogno di «arrivare» ai grandi problemi contemporanei. Nella sua storia la psicoanalisi ha preferito non esprimere giudizi morali, se non di fronte a eventi eccezionali: la Shoah, le guerre mondiali, l'atomica. E solo se incalzata dall’esterno, come quando fu chiesto a Freud un giudizio sulla guerra. Nella seconda metà del Novecento, poi, si è esposta solo in casi circoscritti. Quando, ad esempio, gli psicoanalisti argentini si chiesero se fosse legittimo prendere in analisi un torturatore e decisero per il no.
Uno statuto disciplinare fortemente ancorato ai propri codici interni, una necessaria autodifesa per non diventare l'ennesima ideologia del Novecento, l'orgogliosa rivendicazione di non avere altra morale se non il rispetto rigoroso del setting e del transfert, i pericoli di mettere la storia sul lettino: tutto ciò ha portato la psicoanalisi a diffidare saggiamente di un suo possibile «uso pubblico».
Ora, una rinnovata sensibilità sembra spingere la psicoanalisi verso l'esterno, fuori da quella sorta di autoreferenzialità che stava rischiando di opacizzarla, come se fosse ormai impossibile anche per questa disciplina non interrogarsi sul piano etico generale e non solo individuale.
In primo luogo la bioetica. Qui la psicoanalisi sembra ripartire dal cuore del problema: come è cambiata l'identità della persona, che cosa ne definisce la maturità? Essa non sarebbe più determinata dal grado di coerenza e misurata in termini di forza dell'Io. Nell'ultimo numero della rivista di studi psicoanalitici Richard e Piggle , dedicato al tema «Nascere nell’era delle biotecnologie», che è stata presentato nei giorni scorsi a Roma presso la Fondazione Olivetti, la psicoanalista Paola Marion ha parlato della «fine di uno schema identitario rigido» che deve essere elaborato in una nuova coscienza sociale.
Il pensiero cattolico vede in questa identità debole e plurima una delle cause del relativismo etico, mentre un certo pensiero filosofico la fonte di una predominanza della tecnica che ci sovrasta e non possiamo controllare. Da sponde diverse si vede nello sviluppo della tecnica un esito catastrofico.
Nuovi campi nell’ambito delle neuroscienze, con importanti scoperte circa le funzioni del cervello, vengono in soccorso della tecnica. Ad esempio a proposito delle afasie o dell'amnesia infantile. Se ne parla in un libro affascinante: La babele dell'inconscio. Lingua madre e lingue straniere nella dimensione psicoanalitica , Cortina editore. Scritto da tre studiosi che hanno vissuto nella loro biografia una sorta di plurilinguismo, emblematico della cultura cosmopolita della generazione intermedia di psicoanalisti: J. Amati Mehler, Simona Argentieri e Jorge Canestri.
Un lavoro pionieristico e originale, per la rara capacità di riunire dati derivati dalla esperienza clinica, su pazienti plurilingui, per approdare alle relazioni tra memoria, ricordo e conoscenza. Un intreccio che dalla struttura linguistica illumina i cambiamenti dell'inconscio.
I segni di un nuovo occhio analitico sul mondo si stanno moltiplicando anche ai livelli alti della ricerca. Per giugno la società di psicoanalisi tedesca, particolarmente sensibile al tema della violenza, ha organizzato una conferenza sui rapporti tra psicoanalisi e terrorismo. La International Psychoanalytic Library pubblica ora una interessante ricerca su Psychoanalytic Insights on Terror and Terrorism di Sverre Vorvien e Varnik D. Volkan.
Anche in Italia è uscito un libro sulla violenza: Traumi di guerra. Un’esperienza psicoanalitica in Bosnia-Erzegovina (Manni editore). Si tratta del lavoro di quattro psicoterapeute di Bologna, che dal 1994 al 2000 hanno aiutato le loro colleghe bosniache nella cura dei sopravvissuti. A guerra finita, quando la pace arriva e la desolazione continua, non si sa più in cosa sperare e allora la depressione diventa totale, spiega una delle psicoanaliste, Maria Chiara Risoldi. Come intervenire, quali strumenti fornire a operatori, soldati in missione di pace, volontari? Non già una denuncia della psicoanalisi contro la guerra, ma un vero lavoro «sul campo», in cui il coinvolgimento professionale ha un preciso contenuto etico.
La violenza della guerra e i suoi traumi, già analizzati da Freud, sono stati oggetto di studi interessantissimi a proposito del primo conflitto mondiale. Le modifiche della personalità durante la logorante vita di trincea sono assurte a metafora dei cambiamenti delle strutture mentali nella modernità.
L' Unheimlich, tutto ciò che è strano, bizzarro, sconosciuto. Quella «terra di nessuno», tra una trincea e l'altra. Il nemico non più solo come l'altro minaccioso, ma come presenza invisibile e sconosciuta: il sapere che c'è, senza riuscire a identificarlo. Una sensazione di smarrimento di sé prima ancora che di paura reale. Quanto di questo disorientamento è contenuto oggi nell'imprevedibilità disarmante della violenza terrorista? Una pista di ricerca fondamentale oggi: la paura di un nemico che può essere dappertutto e non si vede mai.

lo junghiano Hillman, Hopper e le finestre
«la guerra ha le sue radici nel cosmo» (sic!)

Hillman: "Vi spiego le sue finestre"
intervista con il pensatore junghiano

Proprio in questi giorni la Tate Modern di Londra gli dedica una grande antologica
Il celebre analista terrà oggi a Roma una conferenza sul popolare pittore americano
di LEONETTA BENTIVOGLIO


Firenze. Oggi alle 18, nella Facoltà di Architettura a Valle Giulia di Roma, in un incontro che, considerata la sua fama stellare, è facile prevedere acclamatissimo, James Hillman, il pensatore junghiano più carismatico e abilmente mediatico del nostro tempo, terrà una lecture dal titolo misterioso e bellissimo, semplicemente: Finestre. Sottotitolo: Gli occhi dell´immaginazione architettonica - Con speciale riferimento ad Edward Hopper. Ed è con magistrale quanto inconsapevole tempismo che la conferenza combacia quasi alla perfezione con l´apertura (avvenuta ieri) dell´antologica che la Tate Modern di Londra dedica a Edward Hopper, presentandola come la massima retrospettiva mai realizzata in Europa sul lavoro dell´artista americano. Potente portavoce dell´immaginario occidentale, capace di influenzare il cinema, la letteratura e la cultura popolare con i suoi affreschi nitidi e struggenti, i suoi interni raggelati in sospensioni metafisiche, la tragica quotidianità dei suoi personaggi, Hopper è un tema d´inesauribile forza evocativa. E un soggetto ideale per uno studioso come Hillman, esploratore accanito, da oltre un cinquantennio (è nato nel ´26, ad Atlantic City, e ha iniziato la sua attività come terapeuta, prima di conquistare un successo planetario con testi come Il codice dell´anima, Puer Aeternus, La forza del carattere, e Il sogno e il mondo infero), dei miti su cui poggia l´inconscio collettivo.
«La mia lecture sulle finestre e su Hopper è soprattutto un messaggio per gli architetti», premette Hillman, accomodato con placida esultanza sulla terrazza fiorita di un albergo di Firenze, dove, prima di giungere a Roma, ha accompagnato la moglie Margot McLean, giovane signora delicata e avvenente che dipinge come per contrasto serie inquietanti di uccelli aguzzi come lame, esposte in questi giorni, insieme alle opere di un´altra pittrice americana, Sandy Gellis, in due spazi fiorentini, "La Specola" al Museo di Storia Naturale e la Galleria Falteri. «Oggi gli architetti», prosegue Hillman, «devono osservare la pittura, da cui possono imparare molto. Come Hopper sapeva bene, la finestra è il focus, l´anima dell´edificio, il suo sguardo all´interno. E´ all´importanza di questo sguardo e ai valori psicologici del disegno che vanno ricondotti gli architetti, i quali, negli anni del postmodernismo, hanno perso profondità. Da qui l´enfasi data alla facciata, all´edificio considerato solo dall´esterno: dentro e dietro la facciata, il vuoto del nichilismo». E aggiunge che quello dell´architettura «è un mio interesse coltivato da tempo, da appassionato amateur», come dimostra il libro L´anima dei luoghi, che esce in questi giorni pubblicato da Rizzoli (152 pagg, 14 euro), e che è composto, oltre che dal saggio di Hillman che dà il titolo al volume, da una sua lunga conversazione con l´architetto Carlo Truppi.
Professor Hillman, torniamo sul soggetto della sua conferenza: le finestre, e il loro ruolo nei quadri di Hopper.
«Voglio concentrarmi sul senso decisivo in pittura, ma anche nel cinema, della funzione della finestra per l´immaginario. Il mostro arriva dalla finestra, il buio della notte pulsa oltre la finestra, la strada corre fuori dalla finestra, c´è una donna affacciata alla finestra. Hopper era un genio delle finestre, guardate da dentro e da fuori, intese sia come veicolo di libertà che come sentimento di nostalgia dell´interno. Geni delle finestre, in questo senso, erano anche Rembrandt, Vermeer e tutti i pittori più grandi. Nelle stanze di Bonnard, negli interni di Matisse, in molti quadri di Picasso, ovunque ci sia una storia, da qualche parte c´è anche una finestra. Che è esperienza dell´anima, apertura sull´interiorità. Per il pittore non è una scelta razionale: c´è un sentimento che lo guida al di là. Se manca l´al di là - e in tutto ciò che è nichilista manca - la finestra è solo una banale costruzione per la luce e l´aria. La finestra guarda in, verso l´interno, come una porta d´accesso all´anima. In è senza dubbio la parola chiave in analisi: è la direzione del movimento psicologico, è la posizione privilegiata dei valori dell´anima».
Può spiegare la grandezza specifica di Hopper?
«La sua arte si fonda sulla psiche umana e sull´architettura. I suoi avventori solitari, gli ambienti immersi nel silenzio, le scene come viste nel distacco di una lastra di cristallo, tutto nei suoi quadri vive in stanze, automobili, uffici, scompartimenti di treno, motel, desolati bar notturni? Non c´è pittura en plein air come nell´impressionismo francese, né la vitalità dei paesaggi esterni di Van Gogh, dove l´architettura è presente solo nel quadro La camera da letto, col suo inusuale impiego della prospettiva e la deformazione della stanza. Hopper, piuttosto, è un interprete profondo delle relazioni umane, e mostra il potere che ha su di esse l´architettura. Egli sa quanto l´anima dell´edificio influisca sull´anima delle persone. Spesso c´è esagerazione nelle sue finestre: troppo vetro, dimensioni enormi, sproporzioni evidenti tra la struttura della finestra e gli individui. Spesso la luce è tremenda, smisurata. Spesso la morte può parlarci attraverso il mistero delle sue strade e i suoi blocchi di edifici con finestre chiuse o nere, come sguardi serrati sull´anima. Per questo non c´è realismo in Hopper, sebbene le sue scene siano intensamente reali».
Perché, secondo lei, è sempre stato un pittore tanto popolare?
«Perché c´è familiarità nelle sue immagini. Perché è diretto e esplicito nel presentare situazioni. Perché la sua pittura ha la virtù della sincerità. Perché sa offrirci la creazione di un mondo, non la sua registrazione. Tutto ciò che ci mostra è pervaso di memoria e simpatia, e al tempo stesso di distanza e imperativi formali».
Nel suo nuovo saggio L´anima dei luoghi lei denuncia la perdita di ogni nostra reazione all´estetica, con l´esito di una sorta di anestesia generalizzata nei confronti dell´immagine. Crede che sia possibile un recupero?
«È difficile uscirne. L´anestesia domina la nostra vita: in senso farmacologico, innanzitutto. Si prende una pillola appena si avverte il dolore, a volte persino per prevenirlo. Anche i rumori, tremendi ovunque, ci anestetizzano, come le luci: non sappiamo più cos´è l´oscurità totale. Dov´è possibile trovarla? Il gusto, poi, è appannatissimo dagli eccessi di uso di sale e zucchero nel cibo. E c´è l´anestesia psicologica, che è una difesa naturale: se si è troppo sensibili psicologicamente, in questo nostro mondo bombardato da sollecitazioni si rischia la follia. Per difendersi è necessario chiudere i sensi e l´immaginazione. Per questo solo le immagini delle torture in Iraq potevano darci la consapevolezza della guerra».
Prima non ne eravamo consapevoli?
«Non veramente. La guerra in Iraq è spaventosa in senso morale, politico e fisico, ma solo la crudezza patologica di quelle immagini poteva indurci a prenderne coscienza. Come sapeva Goya (ancora un pittore!), e come ha dimostrato il filosofo francese Gaston Bachelard, l´immagine, per penetrare la mente e smuovere emozioni, deve essere contorta e paradossale, di horror assoluto. La guerra è stata orribile fin dal primo giorno, ma prima di quelle immagini era per noi un concetto astratto. Per questo in America non si parla dei 5000 feriti della guerra. Si parla invece degli 800 morti, perché la morte, in quanto metafisica, non ci colpisce. Le ferite invece sono fisicissime: ustioni, occhi accecati, volti mutilati, arti tagliati? Impossibile sostenerne la visione. Come nel caso delle torture. Non quelle che riguardano la sfera della sessualità, mai scioccante, data la quantità di pornografia e fantasia orgiastica in cui è immersa la nostra civiltà. Le torture intollerabili da vedere sono quelli in cui compaiono cani, fili elettrici?».
Ed è di guerra che parla anche il suo nuovo libro.
«S´intitola A Terrible Love of War, è appena uscito in America e in Italia sarà presto pubblicato da Adelphi. È un saggio di natura fenomenologica fondato sull´idea che la guerra ha le sue radici nel cosmo, nel senso che, al contrario della pace, è ontologicamente fondamentale. Da Eraclito a Thomas Hobbes e a Kant, non è un´idea nuova. Ma torno a esplorarla in modo pieno e profondo, partendo da un´indagine sui miti e le divinità pagane. È un libro a cui pensavo da vent´anni».