mercoledì 20 ottobre 2004

mondi tolemaici
Emilio Servadio, freudiano e parapsicologo, davvero un "coraggioso pioniere"?!

il manifesto 19 ottobre 2004
Un pioniere della psicoanalisi italiana
Oggi, a Roma, l'Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani ricorda Emilio Servadio con una giornata di studio

«Soffermiamoci sulle circostanze in cui è apparso "Istino di morte e conoscenza".
Freud, Federn, Weiss, Musatti, Perrotti, Servadio... un ramo della genealogia freudiana si snoda anche in Italia. L'orientamento di questo ramo rifletteva quello del maestro viennese e dei suoi immediati seguaci. Ne esprimeva e riproduceva lo scetticismo, la dichiarata e razionalizzata rinuncia a curare, la resa nei confronti della psicosi, l'abdicazione ai suoi meccanismi»

citato in "Storia della psicoanalisi in Italia dal 1971 al 1996", pag.122, come ripreso da "Il pappagallo dei pirati", pag 6. Entrambe opere di L.A.Armando (1997 e 1976) Ndr


L'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani coglierà, oggi, l'occasione dei dieci anni dalla morte e dei cento anni dalla nascita di Emilio Servadio, per ospitare una giornata a lui dedicata, in cui si ripercorreranno i legami profondi tra la cultura italiana e la psicoanalisi. Nella figura di Servadio sono rintracciabili le caratteristiche dei primi «pionieri», in genere uomini e donne di grande cultura letteraria, poliglotti e viaggiatori. Redattore capo di tutte le voci delle Opere attinenti alla psicologia, a partire dall'Enciclopedia Italiana delle scienze, lettere e arti del 1930, fino alla «Piccola Treccani» del 1994 concepì il suo progetto con l'intento politico e pedagogico di dare unità e attualità alla cultura nazionale dell'epoca; e una volta raggiunto lo scopo rimase un convinto assertore dell'utilità della divulgazione scientifica, che almeno in ambito psicologico ha avuto in lui un rappresentante insuperato. Va letta in questo senso anche la coraggiosa operazione iniziale attraverso cui riuscì ad introdurre il pensiero psicoanalitico in Italia, inserendolo «trasversalmente», tra la filosofia e le scienze che si contendevano il campo. La particolarità attribuita agli studi di Servadio riguarda prevalentemente l'interesse per i fenomeni irrazionali - le cosiddette percezioni extrasensoriali e quelle telepatiche - trattati con gli strumenti consueti della psicoanalisi. Precursore degli studi fondamentali sul transfert e sul controtransfert, ha anticipato le riflessioni più attuali sulla coscienza, oggi di strettissima attualità, tracciando un percorso di conoscenza che la giornata odierna riprenderà tracciare l'evoluzione del pensiero psicoanalitico, soprattutto in ambito italiano. La giornata si svolgerà a Roma, (Palazzo Mattei di Paganica, piazza della Enciclopedia Italiana) con i contributi di Francesco Paolo Casavola, Renata De Benedetti Gaddini, Carlo V. Todesco, Domenico Chianese, Jorge Canestri, Simona Argentieri, Simona Baglivo, Giovanni De Riu, Enzo Siciliano, Patrizia De Clara e Biancamaria Puma.

Giorgio Colli, lo "scopritore" di Nietzsche

La Stampa 20.10.04
UN GRANDE STUDIOSO INGIUSTAMENTE DIMENTICATO
Colli, la durezza dell’inattualità
Eccelso filologo
e storico della filosofia,
tra Nietzsche
e la sapienza greca
Estraneo al cattolicesimo
come al marxismo, e pure
al liberalismo: esce la sua
«biografia intellettuale»
di Angelo d’Orsi

NEGLI ambienti accademici torinesi l'espressione «maestro dei maestri» si riferisce a Gioele Solari, titolare di Filosofia del diritto dal 1918 fino al 1948, quando la cattedra passò al suo allievo prediletto Bobbio. Ma la «covata» di Solari è numerosa quanto prestigiosa: dai primi suoi laureati nell'estate del 1922 (Piero Gobetti e Alessandro Passerin d'Entrèves) a Luigi Bulferetti, Felice Balbo, Dante Livio Bianco, Luigi Firpo, Ettore Passerin d'Entrèves, Filippo Barbano... Fra loro, laureatosi nel 1939 con una tesi su Platone, Giorgio Colli. Nato nel 1917 - suo padre, Giuseppe, era stato amministratore della Stampa, licenziato dal fascismo, per poi essere reintegrato nel dopoguerra, prima di concludere nello stesso ruolo al Corriere: dunque l'antifascismo era di casa - Colli era stato allievo di un altro luogo «obbligato» della torinesità, il Liceo D'Azeglio. Dopo la laurea, fu per un paio d'anni assistente di Solari, per poi passare all'insegnamento nella scuola superiore, finendo a Lucca, dove tra i suoi allievi vi fu Mazzino Montinari, che avrebbe avuto a sodale e continuatore nella straordinaria impresa dell'edizione critica di tutte le opere di Friedrich Nietzsche.
Il grande pensatore tedesco, da una parte, la sapienza greca - da Zenone ad Aristotele - furono i due filoni di lavoro principali di Giorgio Colli, negli anni della maturità, e su entrambi egli avviò lavori di peso, sempre rigorosi quanto originali. Strappato al lavoro e alla vita da una morte improvvisa quanto precoce (all'inizio del 1979, a poco più di 61 anni), benché oggetto di attenzione in sedi specialistiche, Colli rimane un personaggio caduto nell'oblio: assai ingiustamente, perché fu davvero fuori del comune. Arriva ora un libro (Federica Montevecchi, Giorgio Colli, Bollati Boringhieri, pp. 174, e18,00) a riportarlo all'attenzione, e anche se il sottotitolo di «biografia intellettuale» appare francamente inadeguato: la biografia intellettuale di Giorgio Colli deve ancora arrivare. L'autrice, filosofa di professione, ma priva degli strumenti storiografici che sono indispensabili per una «biografia intellettuale», offre comunque un sensibile percorso di lettura interno all'opera di Colli, che non è stato solo un eccelso filologo e storico della filosofia, ma anche un filosofo, la cui originalità è ad abundantiam sottolineata dalla Montevecchi, mossa qua e là da uno spirito polemico i cui destinatari non sempre risultano chiari. Certo, se si riflette a un dato, la polemica è più che legittima. Colli, libero docente nel 1948, non andò mai oltre il ruolo di professore incaricato (di Storia della filosofia antica), che tenne con onore, sebbene con pochissimi studenti, a Pisa, dal '49 alla morte: una delle tante vergogne della storia universitaria italiana. E Torino, in particolare, sembra piuttosto dimentica di siffatto personaggio, che sotto la Mole fu attivissimo operatore culturale, prima nell'Einaudi, quindi nella Boringhieri, dove diresse, insieme con Montinari, una bellissima Enciclopedia di autori classici (90 titoli in 9 anni!): pagine fondamentali, spesso poco note, della cultura occidentale - da Aristotele a Pascal, da Voltaire a Newton, da Leibiniz a Darwin - ma anche testi-base delle grandi culture d'Oriente, in uno sforzo volto a dare un panorama mondiale e sempiterno della classicità. L'orizzonte di una cultura non destinata, come scrisse Montinari, al consumo ideologico immediato.
Torino, ingrata patria, sia con l'Università, sia con l'attività editoriale, dunque? Sembra di poterlo dire, anche se qualche elemento conoscitivo in più sarebbe stato utile: il libro, qua e là allusivo, risulta alla fine elusivo. Sta di fatto che, anche sul piano editoriale, le due grandi proposte, quella sull'opera omnia di Nietzsche e quella altrettanto gigantesca e originale sulla Sapienza greca, Colli fu costretto a portare altrove il suo talento; nel caso editoriale, le sue proposte vennero accolte dalla casa Adelphi, grazie al suo fondatore Luciano Foà, conosciuto ai tempi dell'Einaudi.
Con i suoi limiti, il libro è interessante, se non altro per la vivida passione che la Montevecchi mostra per il suo autore, di cui ci disvela i percorsi solitari della mente, tra Eraclito e Schopenhauer, tra Aristotele e Nietzsche. Ma fino a quando qualcuno non tornerà sulla sua vita, oltre che sul suo pensiero, carte alla mano, non capiremo mai la verità, che qui possiamo solo intuire, dell'opinione di Colli in merito al tema doloroso dell'«inattualità»: essa, scrisse, accomuna «tutti coloro che parlano al presente con vera durezza». Per comprendere la durezza di Colli (uomo estraneo tanto al cattolicesimo quanto al marxismo, ma neppure inquadrabile nelle varie versioni del liberalismo laico), e dunque avere documentata una chiave di lettura della sua inattualità - che può rappresentare un segno infallibile della grandezza di un autore - dovremo attendere altri studi. Intanto, seguendo il tragitto che questo ci propone, con «simpatia» (nel senso letterale, greco della parola), possiamo arrivare ai testi di Colli: egli ci insegnò, a proposito di Nietzsche - che fu davvero il «suo» filosofo - che per capire un autore occorre sottrarlo al gioco delle interpretazioni, e risalire ai testi, direttamente. Donde l'importanza ineludibile della filologia, che per Colli era - scrive la Montevecchi - «la via d'accesso privilegiata al pensiero e alla corretta impostazione con il passato».

ancora sui linguaggio delle donne in Cina

Ilsecoloxix.it
20 ottobre 2004
Il linguaggio delle donne

«La grande domanda alla quale non sono riuscito a rispondere, nonostante trent'anni di ricerche sull'anima femminile, è: "Che cosa vuole una donna?"». Forse Sigmund Freud non sapeva che le donne comunicano con un altro linguaggio, un linguaggio segreto da cui i maschi sono irrimediabilmente esclusi. Perlomeno in Cina, dove per secoli si è parlato il nushu, una vera lingua con cui si scrivevano poesie, romanzi, canzoni i cui manoscritti venivano poi distrutti per mantenere il segreto. Oggi però questo codice, tramandato di madre in figlia da 2.500 anni, rischia di scomparire per sempre con la morte di Yang Huanyi, 98 anni, analfabeta in cinese e ultima donna che sapeva leggere e scrivere in nushu. La lingua delle donne, proibita dal partito comunista cinese fino al 1982, veniva utilizzata per raccontare sogni, speranze, dolori. Ogni ragazza, il terzo giorno dopo il matrimonio, riceveva un "Libro del terzo giorno", in cui le "sorelle" avevano trascritto il loro dispiacere per la "perdita" dell'amica. Metà del libro era lasciato in bianco, a disposizione dei pensieri più intimi della sposa, che il marito non avrebbe mai potuto leggere

Tg2.rai.it 20 ottobre 2004

La scomparsa del Nushu. Si chiamava Yang Huanyi, ed aveva 98 anni. La sua morte, avvenuta nei giorni scorsi nella provincia cinese di Hunan, segna la scomparsa dell'ultima persona ancora in grado di parlare la lingua "nushu", utilizzata per secoli in Cina esclusivamente dalle donne. Il 'nushu', scoperto nel 1982 da una linguista cinese, era l'unica lingua esclusivamente femminile del mondo, i cui manoscritti sono estremamenmte rari, visto che tradizionalmente venivano bruciati o sepolti insieme alle defunte. Vistesi private per secoli di un'educazione formale, le donne della provincia di Hunan svilupparono una forma di scrittura particolare per poter comunicare fra di loro. I messaggi venivano trasmessi spesso ricamando i caratteri su dei pezzi di stoffa, data la mancanza di carta, e sfruttando la decorazione dei bordi: per questo si scrive in colonne verticali ed i caratteri, ispirati agli ideogrammi cinesi, sono più stilizzati per permetterne il ricamo. Il vocabolario del 'nushu' era formato da circa 1.500 parole: con la morte di Yang, unici testimoni della lingua scomparsa rimangono una serie di diari manoscritti

credenze
il Limbo sta per scomparire...

Repubblica 20.10.04
LIMBO
Quella terra dove siamo sospesi
la chiesa cattolica vuole abolirlo
Istituita una commissione teologica per studiarne la soppressione
La storia religiosa e simbolica di una metafora dell'oggi
GIOVANNI FILORAMO

Giovanni Filoramo insegna storia del cristianesimo all´Università di Torino di recente ha pubblicato Che cos´è la religione (Einaudi).

Qualche giorno fa Giovanni Paolo II ha ricevuto la Commissione teologica internazionale e l´ha invitata a ripensare la questione del limbo e dei bambini morti senza battesimo «in nome di una prassi pastorale più illuminata». E può sembrar strano, oggi che a quanto pare la nozione di limbo si appresta ad andare in pensione, che vi sia stato un tempo, neppure troppo lontano, in cui attorno alla sua natura si accendevano fieri dibattiti teologici, che potevano anche avere, come nel famoso caso del Sinodo di Pistoia del 1786, non irrilevanti ricadute politiche. Come capita con le nozioni-limite (limbus, in latino, significa "bordo", "limite"), terra di nessuno, zona grigia di confine in cui si stemperano i conflitti senza che con questo essi perdano la loro virulenza, anche il concetto di limbo, tipico della tradizione cattolica, è, per così dire, un luogo residuale, dove sono confluiti i problemi salvifici ed escatologici che non trovavano una soluzione soddisfacente né nel predestinazionismo agostiniano e nella sua peculiare ed elitaria concezione della salvezza né nel suo gemello speculare, il pelagianesimo, con il suo concetto di una natura umana non macchiata fin dalle origini dal peccato e, dunque, aperta a vie salvifiche più universali.
Quale era il destino finale - domanda decisiva in ogni religione di salvezza che si rispetti - di tutti coloro che non avevano potuto conoscere l´annuncio salvifico del Cristo e della sua Chiesa? Interrogativo che, tradotto nel linguaggio di questa particolare economia salvifica, diventava: è possibile salvarsi senza essere battezzati in re e cioè senza aver potuto avere accesso ai codici di ingresso che la Chiesa cattolica aveva elaborato come fattore decisivo della propria identità? Se era vero che al di fuori della Chiesa non vi era salvezza, quale era allora il destino di tutti coloro, dai bambini morti senza battesimo alla schiera, destinata ad accrescersi in modo incontrollabile in epoca moderna, di tutti coloro che non erano stati raggiunti dal suo annuncio salvifico?
La risposta fu, appunto, il limbo, un luogo non ben precisato nella geografia dell´aldilà, che presentava il vantaggio, nella sua indeterminatezza, di poter essere visto come anticamera dei due luoghi escatologici "forti": l´inferno e il paradiso. Cristo, con la sua passione, morte e risurrezione, aveva sconfitto definitivamente le potenze infernali, anche se, nella prospettiva di storia della salvezza propria del messaggio protocristiano, la realizzazione concreta di questo regno, con il preludio di un interregno millenario, si sarebbe avuta soltanto alla fine dei tempi. Come preannuncio di questa sconfitta, egli era disceso agli inferi dove aveva liberato i giusti dell´antico patto, dai patriarchi ai profeti, che non avevano potuto conoscere direttamente il suo annuncio, ma che, in questo modo, potevano, seppur indirettamente, pregustarne gli esiti finali (ben presto, a questi si aggiunsero i giusti pagani). Nel tentativo teologico decisivo, che sta alla base del costituirsi stesso dell´identità del cristianesimo, di rileggere le scritture ebraiche secondo la prospettiva del compimento, i giusti dell´antico patto si trovarono così collocati, come luogo escatologico, nel "seno di Abramo", considerato un´anticamera del paradiso: una prefigurazione del limbo dei fanciulli inventato da Agostino.
Questo secondo tipo di limbo, anticamera dell´inferno, rispondeva, in un periodo in cui il nemico prevalente di una chiesa ormai imperiale era diventato il nemico interno, l´eretico che ne minacciava l´unità - dai donatisti a Pelagio - a una esigenza intraecclesiale decisiva, che si incontrava, nell´Agostino dottore implacabile di una dottrina della grazia tanto audace quanto impietosa, con l´esigenza di fondare una concezione di chiesa in grado di realizzare il modello disegnato nella Città di Dio, imperniato sulla dottrina del peccato originale e di una salvezza conseguibile soltanto attraverso l´imperscrutabile intervento della grazia divina. A tutela di questo bastione della fede Agostino pose una concezione del battesimo e del suo valore intrinsecamente salvifico, che aveva come inevitabile corollario l´esclusione dalla salvezza e dalla visione beatifica di Dio, che ne costituiva l´essenza, tutti coloro, a partire dai bambini non battezzati, che non avessero potuto conoscere la mediazione salvifica dell´istituzione ecclesiastica.
Sono note le fortune medievali di questo modello, che trovò un´espressione sapiente nella Summa teologica di Tommaso, per rinascere a nuova vita con la Conquista: il limbo doveva essere un luogo veramente capiente per poter accogliere tutti gli uomini giusti che, non certo per cattiva volontà, erano morti non solo prima di Cristo, ma anche dopo la propagazione di un messaggio che ora si rivelava, di fronte all´estensione dei nuovi mondi, tremendamente circoscritto. Di qui un fiume di disquisizioni teologiche, talora di altissimo livello, che trovarono nuovo alimento nel giansenismo e nelle sue polemiche virulente con tutte quelle posizioni, come quelle dei nuovi ordini missionari, i gesuiti in testa, che concedevano troppo alla natura umana, per di più di popolazioni selvagge, natura irrimediabilmente corrotta dal peccato originale e di per sé incapace di salvarsi.
La storia del limbo cattolico è, dunque, la storia di un luogo teologico in cui si intrecciano, in modo soltanto a prima vista paradossale, più che nel caso dei due luoghi escatologici per antonomasia, il paradiso e l´inferno, nodi e conflitti teologici di grande momento, che investono alla fine la volontà redentrice di Dio e i limiti dell´azione salvifica della Chiesa. Pensato inizialmente come luogo per risolvere le aporie del destino finale di quei giusti, dell´antico patto come del paganesimo precedente all´incarnazione, che non avevano potuto conoscere il Cristo, esteso poi, in seguito al trionfare del dogma del peccato originale, ai bambini morti senza battesimo, come il suo precedente biblico, lo sheol, esso dovette la sua secolare fortuna al fatto di poter accogliere tutte quelle figure residuali che, come ombre prive ormai di vera realtà teologica, non rientravano nei quadri salvifici saldi e sicuri della Chiesa di tipo costantiniano.
È la crisi di questo tipo di chiesa, manifestata dal Concilio Vaticano II, ad aver in fondo gettato le premesse per l´attuale liquidazione. La volontà salvifica universale di Dio e l´altrettanto universale capacità di mediazione del Cristo rendono obsoleta una nozione che alla fine minaccia la stessa onnipotenza divina e, in particolare, la sua misericordia, come del resto ricorda indirettamente l´unico breve cenno presente nel catechismo della Chiesa cattolica (1261). Priva di evidenti riscontri evangelici e di una sicura tradizione ecclesiastica, la nozione di limbo, col suo esclusivismo religioso, sembra ormai non più in grado di essere difesa con convinzione da una Chiesa che ha fatto dei diritti umani la sua bandiera: non ha, in fondo, ogni uomo in quanto tale, se non è cattolico, il diritto di non essere predestinato al limbo?

Repubblica 20.10.04
STORIA DELL'ALDILÀ
SIAMO UN PAESE A METÀ CHE AI COLORI DECISI PREFERISCE IL PASTELLO
L'ITALIA CHE DEL LIMBO HA FATTO LA SUA FORZA
rischi: Se si abolisse il limbo si finirebbe per abolire noi italiani che ne abbiamo fatto un luogo d'elezione, noi che siamo gli eroi della civiltà dello zero a zero, da sempre sospesi tra pace e guerra
Francesco Merlo

Parigi. Da circa un mese la Commissione Teologica Internazionale, presieduta dal solito cardinale Ratzinger, sta seriamente studiando l´abolizione del Limbo, una vera rivoluzione per il cielo, ma soprattutto per la terra dove verrebbe infatti cancellato uno dei quadri concettuali più confortevoli per la nostra fragile vita, quello dell´incertezza e del dubbio. Speriamo dunque che anche questa Commissione si impantani, si areni, italianamente si insabbi nel suo limbo perché qui rischiamo d´essere aboliti propri noi italiani che del limbo in terra abbiamo fatto il nostro luogo d´elezione, sempre al di qua delle scelte forti, nette e definitive, noi che siamo gli eroi della civiltà dello zero a zero, e da sempre siam sospesi: tra pace e guerra, tra lotta e governo, tra Inferno e Paradiso.
Per quel che riguarda il cielo, gli alti prelati del Vaticano potrebbero in fondo cavarsela con una maxi sanatoria, una sorta di condono dove l´una tantum da pagare, non osiamo immaginare in che forma, dovrebbe ovviamente essere uguale per tutte le anime da traslocare in Paradiso: per i bimbi morti senza battesimo, per gli adulti virtuosi che vissero prima di Cristo, come Platone e Virgilio, ma anche per tutte quelle persone per bene decedute sì in epoca cristiana, ma in luoghi lontani da Cristo, come era l´America sino al 1492, prima cioè che vi arrivassero i missionari conquistatori spagnoli.
E però lasciando a Ratzinger e alla sua Commissione tutta la responsabilità di definire questo avanzamento di carriere celesti, su di noi ricadranno le conseguenze terrene dell´abolizione del limbo. Perché eliminare il limbo non significa solo modificare il passato dell´umanità, ma anche il presente. Sparisce o, se preferite, viene messa ad esaurimento, per decisionismo teologale, la figura dell´indeciso, e dunque il momento dell´indecisione, la fase della preparazione della decisione e perciò, alla fine, il ragionamento, che in Italia non significa solo bizantinismo. Il limbo è stato ed è il limite ma anche il pregio di noi italiani, con le nostre virtù cristiane praticate nella dolcezza dei precristiani, noi che non accettiamo i toni accesi del fanatismo ma viviamo naturalmente i valori della religione, noi che vogliamo bene al Crocifisso anche quando non ci crediamo e comunque senza troppe pratiche spagnole, senza celebrazioni ed esibizioni fondamentaliste alla Buttiglione, noi che siamo caritatevoli ma non andiamo a messa, stiamo con la civiltà ebraica occidentale ma flirtiamo con il terzomondismo degli arabi, siamo stati comunisti ma dentro la Nato, a fianco degli americani ma corteggiando Gheddafi, noi atlantici e mediterranei, noi sempre sul lembo del mondo, noi abitanti del limbo.
Abolire il limbo significa abolire l´Italia che al rosso fuoco infernale o al giallo del Paradiso preferisce il pastello, le sfumature tenui la cui forza sta nella durata, nella sobrietà, nella discrezione. Del resto, anche da morti, il limbo ci si addice di più del Paradiso con tutte quelle sue accecanti beatitudini. Sarebbe in fondo molto meglio per noi soggiornare nel limbo, senza troppi eccessi mistici, «sitting on the fence» come dicono gli inglesi, sedendo nel recinto tra due giardini. Beati sì ma con quel tanto di malinconia, di tristezza e "di mancanza", di cui lungamente disquisirono i teologi del Concilio di Trento, una malinconia che sempre ci pare necessaria alla felicità, magari passeggiando con i peripatetici, discutendo di potenza con Aristotele o parlando di Iraq con Pericle o spiegando a Mosé che anche ai suoi tempi c´era già chi attraversava il mare, senza miracoli, con le barche e con le navi, con i remi e con le vele e senza neppure bagnarsi la barba.
Come si sa, i teologi medievali inventarono il limbo, che è appunto il lembo, vale a dire l´orlo dell´Aldilà, la parte più estrema, l´anticamera, non pensando tanto alle anime dei bimbi che morirono quando erano ancora innocentemente infettati dal peccato originale né certamente a quelle dei non-nati, degli aborti, degli embrioni e degli ovuli appena fecondati che oggi preoccupano il ministro Sirchia, il governo Berlusconi, l´onorevole Rutelli e tutti i don Abbondio che hanno paura dei referendum. Come spiega Jeffrey Burton Russel nella sua autorevole Storia del Paradiso, più ancora che per le anime dei bimbi i teologi medievali erano preoccupati per la sorte «dei loro colleghi filosofi pagani che sembravano aver riconosciuto tante parti di Verità». Insomma l´invenzione del Limbo fu un salvataggio corporativo, un riconoscimento per la categoria dei Professori di Verità. E infatti Dante nel limbo incontra Omero e Orazio, Ovidio e Lucano, e poi Enea, Anchise, Elettra, Ettore, Cesare, la regina delle Amazzoni Pantasilea e, in sereno e signorile isolamento, persino il Saladino, sultano d´Egitto, celebrato per le virtù cavalleresche e per la sua liberalità. Dunque oggi l´abolizione del limbo sarebbe il perfezionamento di quel salvataggio dei Professori di Verità, proprio come vorrebbero fare i sindacati più corporativi all´università: passaggi di carriera senza concorso.
Certo, l´abolizione del limbo creerebbe fenomeni di immigrazione controllata che muterebbero anche la composizione anagrafica del Paradiso, innanzitutto infantilizzandolo, ma anche imbottendolo di dottrina. Perciò il nuovo segretario della Commissione Teologica, padre Luis Ladaria, intervistato domenica scorsa dal quotidiano Avvenire, ha detto che il problema è enorme e che non si possono «anticipare le conclusioni di un lavoro che è appena cominciato, che coinvolge teologi di tutti i continenti e che chiama in causa la Teologia dogmatica, lo studio della Bibbia, la stessa storia della Teologia, al punto che non sarà possibile pronunciarsi prima di due o tre anni».
Qualora davvero abolisse il limbo «come condizione intermedia, senza sofferenze, ma anche senza la gioia della visione beatifica di Dio», la Commissione dovrebbe infatti mettere mano alla ristrutturazione del Paradiso, e non solo innalzandone gli standard di recettività. Il Paradiso, oltre ad essere un luogo fisico sia pure non immaginabile, è anche una sostanza per godere la quale bisogna avere la grazia. Ma l´ope legis trasporta e non trasforma, promuove ma non surroga competenze. Le anime del limbo passeranno in Paradiso ma «non avendo avuto la grazia di vedere Dio, non possono goderne». Starebbero dunque in Paradiso come beati a metà tra beati completi, proprio come quei professori che sono andati in cattedra per concessione ministeriale e non per scienza comprovata da un concorso superato.
Attenzione: questa volta il problema non è burocratico, né si tratta di un paradosso dell´ironia, è invece un rebus teologico, e non di poco conto. C´è infatti il rischio che il Nuovo Paradiso diventi a più livelli, come uno stadio, con le gradinate e la tribuna vip, un Paradiso insomma un pochino infernale.
Del resto anche in Terra l´Inferno guadagnerebbe terreno. Niente più Limbo in Terra significherebbe infatti l´Inferno per i problematici, l´assimilazione del dubbioso nell´ignavo. Basta con i cacadubbi, con color che son sospesi. Alla fine dunque sarebbe un beneficio per i morti ma un danno per i vivi le cui scelte sarebbero obbligate e affrettate, e tutti i gattini diventerebbero ciechi. Pensateci: senza limbo muterebbe l´antropologia, si trasformerebbero anche la politica e la geopolitica. Non ci sarebbero più i neutrali e Dio entrerebbe in rotta di collisione con i moderni terzisti, che ci sono particolarmente cari, perché nell´Italia di oggi, pur commettendo tanti errori, occupano il luogo della preparazione della decisione, si sospendono dai luoghi noti e si appendono in quelli ignoti, e non per ignavia ma per formare, sotto traccia, nuovi codici. Nel limbo non ci sono i Né-Né e neppure i pavidi, gli opportunisti e i cerchiobottisti che sono tutti destinati all´Inferno. Nel limbo stanno quelli che si mettono in confidenza con il nuovo, si aprono con curiosità verso dati pregiudicati. Il limbo è il luogo dove si prepara la scelta, dove domina la sfumatura. C´è un bel racconto di Borgese, scritto nel 1921 quando l´Italia era prossima alla guerra civile. Borgese, che sarebbe diventato limpidamente antifascista senza mai darsi al comunismo racconta la storia di Rubè, un giovane avvocato siciliano che assiste con sgomento e con tormento alla lotta di classe, anche lui sitting on the fence, cercando nel Limbo il suo Virgilio, la guida che vi incontrò Dante. Ebbene per caso a Rubè capita di morire a Milano incidentalmente travolto da una carica della polizia intervenuta a reprimere una rivolta popolare. Rubè morì da eroe. Ma di quale delle due parti opposte?
«Rubè - scrisse poi Borgese nel 1934 quando era in esilio in America - è un mio libro fortunato, nel senso che ebbi senza merito la fortuna di scoprire un mito. Rubé è l´Italia di oggi, è il mondo di oggi, fascista-comunista, con due tessere in tasca...». Borgese nel '21 stava nel limbo, la maniera più pericolosa di stare sopra le macerie delle appartenenze che sotto invece erano (e sono) abitate dai topi. Ed è, quello stare senza starci, la qualità migliore degli intellettuali italiani. Basta pensare a Montanelli, che stava con la sinistra pur essendo di destra, o a Lucio Colletti, che stava con la destra pur essendo di sinistra, o a Norberto Bobbio che stava con i socialisti pur essendo anticraxiano. Lo stare senza starci, la malinconia del Limbo, consente il distacco ma anche l´ironia, l´allegria sapida persino, la libertà della critica acuta e corrosiva più verso il proprio campo che contro quello degli avversari: il limbo come partcepazione civile, ma senza le beatitudini paradisiache del tifo. E´ il Limbo il terzismo teorizzato da Paolo Mieli? Certo è luogo di pensatori e di filosofi. Dante incontra anche Democrito, Anassagora, Eraclito e Zenone nel luogo dei cacadubbi che costretti ad abolirsi probabilmente finirebbero quasi tutti all´Inferno. Forse per questo lavora Ratzinger? Per mandare all´Inferno i nostri poveri terzisti?

Repubblica 20.10.04
INTERVISTA A MARC AUGÉ
COSÌ È NATO IL NON LUOGO
FABIO GAMBARO

Marc Augé, antropologo, è Directeur d´études presso l´École des hautes etudes di Parigi. Tra le sue opere, Nonluoghi (Eletheura) e Rovine e macerie (Bollati Boringhieri).

Parigi. «Nell´immaginario religioso», dice Marc Augé, «l´aldilà è sempre legato a una definizione spaziale con una sua precisa iconografia. Ciò vale soprattutto per l´inferno e per il paradiso, ma anche per il purgatorio. Il limbo invece resta uno spazio indefinito e senza un´identità precisa. E´ uno spazio non rappresentabile».
L´antropologo Marc Augé è il teorico dei "nonluoghi". Quegli spazi sradicati da un contesto, nei quali non v´è nulla che simbolizzi un´identità specifica o una relazione con la storia. Sono gli aeroporti, i supermercati, le stazioni di servizio sempre uguali ai quattro angoli del pianeta. Per Augé, nei nonluoghi gli individui si spogliano della loro identità e della loro storia, restano come sospesi a mezz´aria, svincolati dal passato come dal futuro, senza radici e senza relazioni. Si tratta di una condizione molto particolare, il cui archetipo può essere individuato proprio nell´idea di limbo.
Dante parla di "foresta di spiriti spessi"...
«Sono ombre che tra di loro non comunicano. Il limbo in fondo nasce da un compromesso che permette di salvare dall´inferno gli innocenti non battezzati, i quali però sono condannati all´assenza di paradiso e soprattutto all´assenza di relazioni. Nel cristianesimo essere separati da Dio significa essere separati dagli altri. Quella del limbo quindi è una condizione di solitudine. Da questo punto di vista, esso è certamente un nonluogo in cui si vive una sospensione infinita che allontana per sempre dalla felicità. Purtroppo ciò accade anche nella nostra realtà, all´interno dei limbi sociali».
A cosa si riferisce?
«Attorno a noi vivono persone che, non usufruendo dei diritti elementari, sono di fatto relegate in una sorta di limbo sociale. La loro è una condizione negativa, il cui statuto è definito da una privazione. Sono i non aventi diritto, i senza documenti, i senza fissa dimora. Sono persone, che pur senza essere incolpate di nulla, si trovano in uno stato di emarginazione sociale senza sbocchi».
E di attesa infinita...
«Purtroppo sì. Il trascorrere del tempo è vivibile solo in presenza di un passato e di un futuro. L´attesa indefinita è negazione della temporalità. Queste persone hanno spesso reciso i legami con il loro passato e le loro radici, pur non avendo futuro né speranza. Di conseguenza, nel loro tempo non ci sono più punti di riferimento. L´immigrato che sbarca sulle coste europee, finendo in un centro di accoglienza, vive spesso questa situazione. Spera di essere entrato in un purgatorio, ma poi scopre di essere rinchiuso per sempre in un limbo».
Come accade al protagonista di Terminal, l'ultimo film di Steven Spilberg?
«Esatto. Per altro il film racconta la storia vera di un iraniano bloccato da molti anni all´aeroporto di Parigi, un non luogo per eccellenza dominato dalla desimbolizzazione della vita e dalla desocializzazione delle relazioni. Il legame sociale è un legame simbolico fondamentale, che, se inserito in una dimensione spazio-temporale precisa, ci consente di autorappresentarci la realtà. Se tale legame viene meno, ci troviamo invischiati in un universo incomprensibile e senza contorni, vale a dire in una sorta di limbo moderno».
L´eternità senza tempo del limbo mal si concilia con l´accelerazione spazio-temporale che domina la nostra società, non crede?
«Il nonluogo inteso come limbo è il negativo, in senso fotografico, della realtà in cui viviamo. E´ un presente senza immagini in un mondo dominato dalla spettacolarizzazione. E´ un momento di sospensione, che, se temporaneo, può anche essere paradossalmente positivo».
Nel limbo dei nonluoghi c´è infatti chi prova un senso di libertà. Capita anche a lei?
«Sì, ma a patto che si tratti di un limbo provvisorio. Una parentesi nel flusso continuo della vita. In aereo, ad esempio, mi sento sempre molto bene, perché sono in una condizione d´isolamento, lontano dal mondo e dalle relazioni. Lì, mi riposo dalla fatica della mia identità sociale. E´ una sensazione molto piacevole, ma solo perché è provvisoria».
Il limbo ha anche a che fare con l´oblio?
«Sì. Viviamo in una realtà dominata dalla memoria, ma sappiamo benissimo che non possiamo ricordare tutto, altrimenti rischiamo la saturazione. E´ importante saper dimenticare. E innanzitutto saper dimenticare se stessi, che poi significa dimenticare anche gli altri. Naturalmente, non si tratta di un atteggiamento da adottare sempre. Può però essere una condizione necessaria quando abbiamo bisogno di una di tregua nella battaglia della vita. E naturalmente è molto più facile dimenticare e dimenticarsi quando si è nel limbo dei nonluoghi. Oppure nel limbo del sonno».
Insomma, da un punto di vista metaforico, il limbo è ancora un'idea produttiva...
«Sì. In fondo, quando siamo d´umore uggioso, trasformiamo il mondo in un limbo, procedendo a una sorta di detemporalizzazione della realtà che ci circonda. Il che vale anche sul piano collettivo. Oggi, ad esempio, siamo in una situazione di questo tipo. Parliamo volentieri di fine della storia e delle grandi narrazioni. E ci percepiamo come prigionieri di un mondo senza futuro, anche se l´evoluzione rapidissima della scienza sembrerebbe indicare il contrario. Insomma, abbiamo la sensazione di vivere in un´epoca da cui non ci aspettiamo nulla. Ecco perché la nostra vita ci appare a volte come un limbo quotidiano. Un limbo che non ha più nulla a che fare con la teologia».

psicologia dell'adolescenza e la polemica sui teenager

Repubblica 20.10.04
Ragazzi straordinari, con un problema: "l'obbligo" del consenso. Così li vedono psichiatri e psicologi
Ecco la generazione-paradiso "Ma chi fallisce rischia il crollo"
Allenati al dialogo, nemici del pregiudizio ma hanno una missione da portare a termine
Charmet: "Con un alto ideale di amicizia, hanno reinventato il galateo dell'amore"
Cresciuti in ambienti protetti, si trovano inadeguati a affrontare giudizi negativi
MARIA STELLA CONTE

ROMA - È che sono molto lontani da come eravamo; è che sfuggono irriducibilmente all'ansia di definizione degli adulti; sono la generazione a intolleranza zero: adolescenti allenati al dialogo, cresciuti in famiglie premeditatamente a basso tasso di conflittualità; aperti, flessibili, nemici del pregiudizio. Generazione "rassegnata", "desolata", "impotente"? Non è così che la descrivono psicologi e psichiatri. Per loro, sono «straordinari» questi nostri giovani ai quali i genitori hanno dato una missione da compiere che non prevede alcun impegno etico: realizzare se stessi, diventare belle persone, ottenere consenso, essere felici. Operazione paradiso, insomma. Che se fallisci, può anche sprofondarti nell'abisso. Lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet, che ha curato con Alfio Maggiolini per la Franco Angeli il libro "Manuale di psicologia dell'adolescenza: compiti e conflitti", a giorni nelle librerie, questo sostiene. Che quelli di oggi «sono ragazzi e ragazze meravigliosi, solo che continuano ad essere giudicati secondo parametri che non li riguardano. Ciò che fanno - dice - è veramente importante: stabiliscono rapporti di gruppo solidali seguendo un altissimo ideale di amicizia; vivono la coppia secondo un galateo amoroso completamente reinventato basato su livelli di autonomia e reciproco rispetto impensabili ai nostri tempi; e il buon lavoro che stanno facendo, ci fa supporre che saranno in futuro ottimi genitori». Ma questo sentirsi "obbligati" a riscuotere consensi e a non deludere le aspettative della famiglia «li rende anche estremamente fragili. Cresciuti in situazioni protette, gli adolescenti si ritrovano inadeguati ad affrontare il giudizio negativo: essere respinti li espone a dolorose ferite narcisistiche. Tuttavia - spiega Charmet - essi non provano sensi di colpa di fronte al fallimento, ne restano semplicemente stupiti, storditi, sbigottiti. E vergognosi».
No. Non è vero che la loro massima aspirazione sia quella di vivere sotto le luci di un "grande fratello" qualsiasi. Non necessariamente aspirano a sfidare concorrenti in fiction televisive ad alto gradimento; non hanno la sensazione di esistere solo se... E´ proprio la loro vita di tutti i giorni a somigliare spesso ad un reality show dove alla fine o stai dentro o stai fuori; amato o ripudiato per quel che sei. Il pubblico sono i coetanei: il gruppo, gli amici: l´"altra famiglia", dalla quale sono assolutamente dipendenti. Gli obblighi della moda, la paura dell´anonimato nascono - sostengono gli studiosi - in questo contesto, lontano dai genitori, dalla "famiglia lunga" - come la definisce Charmet - che predispone ogni cosa affinché i figli, anzi il figlio unico, possa restare al suo interno quanto più desidera. Senza noie, senza strappi, senza conflitti. Una famiglia che ha privatizzato i figli - sostiene la psicoterapeuta Elena Rosci, autrice del recente "Fare male, farsi male" - proponendo di sé un modello non più normativo ma affettivo, protettivo, relazionale. «A questo diverso modello genitoriale, lo Stato risponde declinando valori perfettamente in sintonia con la nuova famiglia, senza individuare strategie che controbilancino la situazione, che valorizzino il ruolo pubblico e sociale dei giovani». Eppure, questi "figli privatizzati" che hanno un´esistenza così densa, apparentemente, di soli privilegi, rischiano di soffrire e di smarrirsi proprio per l´indefinitezza del loro ruolo sociale pubblico.
«Siamo noi - dice Charmet - che li abbiamo voluti così. Siamo noi che gli abbiamo detto: lotte, rivoluzioni, contestazioni sono stati affar nostro. Voi potete permettervi il lusso di un´esistenza che esprima la vostra unicità. Siamo stati molto bravi nel trasmettere questa mancanza di senso di responsabilità nei confronti dello Stato, dell´economia, degli impegni nazionali. Abbiamo fatto di tutto perché non credessero che ideologia e politica potessero essere una soluzione interessante per la loro vita e ci siamo riusciti».
Sedicenni con genitori-sponsor sempre al fianco; sedicenni che attraverso la manipolazione del corpo cercano di somigliare alla rappresentazione mentale di se stessi. Ragazzi e ragazze davvero speciali, gli adolescenti di oggi, per i quali tifa spassionatamente il professor Arnaldo Novelletto che proprio venerdì prossimo aprirà a Santa Margherita Ligure il "VI Convegno Nazionale di Psicoterapia dell´adolescenza". «Si parla spesso di depressione tra i giovanissimi, ma è un errore. Basterebbe, a volte, essere capaci di comunicare con loro: lasciarli parlare e saperli ascoltare. Non è qualcosa che si inventa su due piedi. Bisogna imparare a farlo. In realtà, questi nostri adolescenti se la cavano molto meglio di noi: maturano meglio, usano meglio le risorse che hanno a disposizione, sono più creativi. Vivono in famiglia a lungo, è vero: ma da queste famiglie entrano ed escono autonomamente in continuazione». Alla ricerca degli altri, alla ricerca di se stessi. Il paradiso - o l´inferno, dipende - potrebbe essere a due passi da qui.

Repubblica 20.10.04
La vita bassa dei teenager "stregati dai protagonisti tv"

Migliaia di e-mail sui giovani tra consensi e polemiche
L´intervento di Lodoli apre il dibattito sui ragazzi omologati per sentirsi vivi
Ma la moda stavolta non c'entra, si discute di valori e di aspirazioni mancanti
LAURA LAURENZI

ROMA - La vita bassa per essere qualcuno, per non lasciarsi risucchiare dall´anonimato. E´ andato a toccare un nervo scoperto l´articolo di Marco Lodoli uscito l´altro ieri su Repubblica. Infuriano le polemiche su quotidiani, in televisione, su internet, nelle scuole. Amaro, anzi tetro è il paesaggio umano sul cui sfondo si muove la quindicenne studentessa che dice al professore, a Lodoli: «Non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione... tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente... La nostra sarà una vita inutile». E ancora: «Noi possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci».
Davvero un paio di mutande griffate, al quartiere Tuscolano di Roma come nel resto d´Italia, può fare la differenza fra essere e non essere, può rappresentare il salvacondotto e garantire una personalità anche se "usata" o "copiata"? Davvero a 15 anni si pensa di poter emergere dal "continente sommerso che mai vedrà la luce" solo aspirando a fare la velina o il calciatore o il Grande Fratello?
Lodoli è tornato a discuterne lunedì sera in tv nella rubrica del Tg3 "Primo piano" confrontandosi con Roberto D´Agostino, il quale ha sostenuto con veemenza tesi diametralmente opposte alle sue. «Lodoli è di un moralismo irritante - dice ora D´Agostino - per dieci anni abbiamo indossato una divisa ideologica con tanto di eskimo e ora andiamo a dire agli altri che non dobbiamo stare in divisa?»
Critiche arrivano anche dal Secolo d´Italia, quotidiano di An, che ieri scriveva: «Siamo alle solite, con i soliti professori para-girotondini che non riescono a trattenere il loro razzismo antropologico per la gente normale, per i ragazzi normali, per quel Paese normale che, pure, dicono di voler rappresentare». L´Avvenire sostiene che «non basta la tv a spiegare il raggelante nulla» dell´allieva di Lodoli: «Quel manifesto nichilista, tanto inconsapevole quanto lucente di vera disperazione, recitato in classe davanti a tutti, ha il senso di una domanda: che qualcuno mi veda, che mi riconosca, che qualcuno mi voglia bene».
Elisabetta Bolondi, insegnante di lettere all´Istituto Carlo Levi al Tuscolano, dunque collega e vicina di Lodoli, osserva che «non tutti gli studenti sono così. Sta agli adulti, agli insegnanti, ai genitori, tirargli fuori le cose che hanno dentro. E che i ragazzi tengono nascoste per desiderio di omologazione ma soprattutto per la paura di essere presi in giro, di essere l´oggetto di sarcasmo dei compagni».
Sul forum aperto da Repubblica. it sul tema "La vita bassa per essere qualcuno" si è riversata un´alluvione di oltre duemila messaggi, scritti soprattutto da adulti, genitori e insegnanti ma non solo. Qualche frase: «Mi sembrate un po´ bigotti! Ma uno sarà libero di vestirsi come gli pare?» «Una soluzione c´è: buttate il televisore... Orientate i vostri figli allo studio, alla ricerca, ai valori veri!!!». «Basta sottovalutarci e piangerci addosso... stiamo diventando un "branco" di patetici e di amorfi, forse coloro che si distinguono sono quelli che sanno ancora ridere». Le voci contro sono la maggioranza. «I cantanti, i calciatori, la gente che sta in tv, loro esistono veramente. Bella roba... e tutti gli altri non esistono? Io esisto, e dei famosi della televisione me ne strafrego...». «Gli adolescenti si sentono inutili e insignificanti perché la società continua a trasmettere valori insignificanti». Non mancano parole di speranza: «Alzate la testa ragazzi, non rinunciate al vostro futuro...». Così come non manca il sarcasmo: «Reintroduciamo le uniformi, ragazzi tutti in giacca e cravatta, ragazze con camicette e gonne». Ma l´omologazione a qualcuno sembra una via d´uscita tutto sommato onorevole: «Seguire una moda e scegliere di vestire come la maggior parte dei propri coetanei aiuta a sentirsi integrati in un gruppo».
Numerosissime anche le lettere al nostro quotidiano. Scrive Grazia Russo-Lassner: «Ho rimpiazzato la logica del "ho, dunque esisto", con quella del dare e progettare per sentirsi vivi». Ed esorta: «Professore, la prego, cerchi di diffondere messaggi di ottimismo ai nostri figli». Per Giampaolo Castellano «una ragazza che a quindici anni non sogna non è un modello di giovane di oggi». Carlo Molinaro sottolinea come «nell´adolescenza l´impulso di uniformarsi al gruppo o a un gruppo è fisiologica ed è così da secoli. Crescendo poi si impara, quasi sempre, la splendida unicità della propria irripetibile vita».

Repubblica 20.10.04
CHE PAURA ESSERE NESSUNO
Ma molti capiscono anche che certi sogni sono una trappola
MARCO LODOLI

Mercato, concorrenza, competitività: che i migliori emergano, che i forti prevalgano, che le belle si mostrino. Anche una ragazzina di quindici anni riceve ogni momento, in modo diretto o subliminale, questi messaggi dal piccolo schermo o dai cartelloni pubblicitari che invadono lo sguardo. E magari questa ragazzina vive in una borgata oltre il Raccordo, è alta un metro e cinquantotto ed è un po´ rotonda, frequenta una scuola professionale dove non c´è un computer né una biblioteca, e a casa non ha libri ma solo un televisore sempre acceso, e i suoi amici sono quelli della bisca in piazzetta. Magari a casa sente spesso il padre lamentarsi perché la vita è sempre più dura e più cara, mentre la madre tace preoccupata. Lei è intelligente e sensibile, e di colpo un giorno, accasciata sul divano davanti a quel televisore, capisce come funziona il nostro mondo. Pochi vincono e molti soccombono. Pochi avranno soldi, primi piani, applausi e molti avranno una vita anonima e senza luce. E lei amaramente intuisce che non sarà tra i pochi fortunati. Nella competizione spietata lei sarà tra i perdenti, gli esclusi, gli spettatori delle altrui fortune. Ha sufficiente coraggio e lucidità per permettersi un pensiero così terribile. E riesce a fare anche un altro passo in avanti nella sua atroce riflessione. Intuisce che solo i vincenti possono permettersi una personalità originale, opinioni da esprimere perché c´è sempre qualcuno che le sta ad ascoltare, desideri e capricci. I potenti possono tutto, prendere, lasciare, sproloquiare, battere i piedi, gli impotenti non possono niente. Di questi tempi anche una personalità e un carattere sono un lusso per pochi. Per tutti gli altri, per le infinite persone che vagano attorno a quel castello incantato, esiste solo il consumo impersonale. Mutande firmate, partite di calcio, pantaloni oggi a vita bassa e domani chissà come, piercing e birrette, pay tv e ipermercati dove riempire il carrello, se ci si riesce. La ragazzina vede chiaro, capisce l´aria che tira, dice la verità. Di sociologia non sa nulla, forse non comprende nemmeno il termine, ma della nostra società ha compreso molto. Non è certo una rivoluzionaria, anzi il suo sogno segreto sarebbe di far parte della Grande Festa, di avere un posto attorno a quella tavola sempre imbandita e una telecamera che la inquadri anche mentre dorme. Ma non ci conta per niente. Non conta nemmeno più sulle sue forze, non ha troppa voglia di studiare e sacrificarsi per diventare infermiera o maestra d´asilo, perché secondo lei sarebbe comunque una vita grama, lontana dal castello. O Cesare o nessuno, dunque nessuno. Un nessuno che rischia di passare la vita tra milioni di altri nessuno, lì sul bordo tra le vetrine della Tuscolana e il nulla. Questa è la situazione che in dieci minuti mi è stata raccontata da una ragazza allegra e malinconica, intelligente e pigra. Questa è l´infelicità a cui il nostro mondo sta consegnando tanti ragazzi e tanti adulti. Molti ci stanno dentro senza accorgersene, tra psicofarmaci e alcol, depressioni e rabbia. Ma alcuni, per fortuna, cominciano a capire come funziona la macchina infernale. Come la mia alunna, la osservano con attenzione, la studiano, cominciano a smontarne i pezzi.

l'articolo di Lodoli all'origine della polemica:

Repubblica 18.10.04
La polemica
La vita bassa a quindici anni
MARCO LODOLI

Insegnare a scuola mette in contatto con le verità del giorno: è come raccogliere uova appena fatte, ancora calde, magari con il guscio un po' sporco. Gli storici interrogano i secoli, ma in una classe di una qualsiasi periferia italiana si ascolta il battere dei secondi. Ebbene, oggi una ragazza di quindici anni, un' allieva che non aveva mai rivelato una particolare brillantezza, ha fatto una riflessione che mi ha lasciato a bocca aperta. Eravamo negli ultimi dieci minuti di lezione, quelli che spesso si spendono in chiacchiere con gli alunni. La ragazza raccontava di volersi comprare un paio di mutande di Dolce e Gabbana, con quei nomi stampati sull' elastico che deve occhieggiare bene in vista fuori dai pantaloni a vita bassa. Io le obiettavo che lungo la Tuscolana, alle sei di pomeriggio, passeggiano decine e decine di ragazze vestite così. Non è un po' triste ripetere le scelte di tutti, rinunciare ad avere una personalità, arrendersi a una moda pensata da altri? E da bravo professore un po' pedante le citavo una frase di Jung: «Una vita che non si individua è una vita sprecata. «Insomma, facevo la mia solita parte di insegnante che depreca la cultura di massa e invita ogni studente a cercare la propria strada, perché tutti abbiamo una strada da compiere. A questo punto lei mi ha esposto il suo ragionamento, chiaro e scioccante: «Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l' ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra sarà una vita inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio quel ragazzo moro o quell' altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe. «Tanta disperata lucidità mi ha messo i brividi addosso. Ho protestato, ho ribattuto che non è assolutamente così, che ogni persona, anche se non diventa famosa, può realizzarsi, fare bene il suo lavoro e ottenere soddisfazioni, amare, avere figli, migliorare il mondo in cui vive. Ho protestato, mettendo in gioco tutta la mia vivacità dialettica, le parole più convincenti, gli esempi più calzanti, ma capivo che non riuscivo a convincerla. Peggio: capivo che non riuscivo a convincere nemmeno me stesso. Capivo che quella ragazzina aveva espresso un pensiero brutale, orrendo, insopportabile, ma che fotografava in pieno ciò che sta accadendo nella mente dei giovani, nel nostro mondo. A quindici anni ci si può già sentire falliti, parte di un continente sommerso che mai vedrà la luce, puri consumatori di merci perché non c' è alcuna possibilità di essere protagonisti almeno della propria vita. Un tempo l' ammirazione per le persone famose, per chi era stato capace di esprimere - nella musica o nella letteratura, nello sport o nella politica - un valore più alto, più generale, spingeva i giovani all' emulazione, li invitava a uscire dall' inerzia e dalla prudenza mediocre dei padri. Grazie ai grandi si cercava di essere meno piccoli. Oggi domina un' altra logica: chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori per sempre. Chi fortunatamente ce l' ha fatta avrà una vita vera, tutti gli altri sono condannati a essere spettatori e a razzolare nel nulla. Si invidiano i vip solo perché si sono sollevati dal fango, poco importa quello che hanno realizzato, le opere che lasceranno. In periferia ho conosciuto ragazzi che tenevano nel portafoglio la pagina del giornale con le foto di alcuni loro amici, responsabili di una rapina a mano armata a una banca. Quei tipi comunque erano diventati celebri, e magari la televisione li avrebbe pure intervistati in carcere, un giorno. Questa è la sottocultura che è stata diffusa nelle infinite zone depresse del nostro paese, un crimine contro l' umanità più debole ideato e attuato negli ultimi vent' anni. Pochi individui hanno una storia, un destino, un volto, e sono gli ospiti televisivi: tutti gli altri già a quindici anni avranno solo mutande firmate da mostrare su e giù per la Tuscolana e un cuore pieno di desolazione e di impotenza.

sinistra
Bertinotti

Repubblica 20.10.04
IL CASO
La replica di Mussi: noi stiamo bene nella Quercia
Bertinotti al Correntone Ds "Insieme in un altro partito"
Chiti: "Battute di cattivo gusto dal segretario di Rifondazione"

ROMA - Bertinotti ci prova, e rilancia il sogno di una sinistra dell´Ulivo, una Cosa radical del 15 per cento. Passando per le primarie, dove Fausto punta a fare il pieno degli scontenti di Prodi. Solo una battuta, che il segretario rilascia in un´intervista a "Omnibus" che va in onda su La 7, ma basta per riaprire le polemiche. Il leader del Prc parlando dei rapporti con il correntone ds ipotizza che, domani, potrebbero magari far parte insieme di un «nuovo contenitore politico», e subito scatta la smentita del capo della sinistra diessina Mussi. «E´ un´ipotesi solo di Fausto Bertinotti - spiega - noi siamo e restiamo nella Quercia». Arriva anche la secca risposta della segreteria ds, con il coordinatore Chiti: «Le battute di cattivo gusto di Bertinotti sono come gocce nell´acciaio». Mai messa in discussione la «lealtà» di Mussi e compagni, mai confusa una battaglia politica con un presagio di scissione. Alla vigilia del congresso diessino la sortita di Bertinotti non poteva che irritare Fassino ma soprattutto la stessa opposizione ds, che non ha nessuna voglia di affrontare la battaglia interna con addosso il sospetto di una confluenza nel Prc. E infatti qualcuno nelle parole di Bertinotti ha visto il rischio di mettere in difficoltà proprio la minoranza diessina. Mussi quindi frena, «c´è un rapporto con Bertinotti ma noi affrontiamo il congresso come parte dei Ds. Sono convinto che nei partiti si resta anche quando ci sono spigolosità e conflitti». E Peppino Caldarola, deputato vicino a D´Alema, spiega che «noi Mussi ce lo teniamo stretto stretto, se vuole Bertinotti venga a fare la sinistra ds: siamo pronto ad accoglierlo».
Eppure a dichiarare che le parole del segretario del Prc esprimono una «esigenza reale, al di là del gioco delle smentite» è proprio uno come Achille Occhetto che è stato a lungo vicino agli uomini del correntone ds, prima di tentare l´avventura con Antonio Di Pietro. «Sono superare le divisioni della svolta - dice l´ex segretario del Pds - Bertinotti cerca una nuova via e il suo tentativo va incoraggiato. E´ arrivato il momento di una riorganizzazione complessiva della sinistra». La Cosa che il leader del Prc sogna è una sinistra radical che passa attraverso correntone ds, verdi, comunisti italiani, e movimenti no-global, con un´area elettorale che sulla carta dispone più o meno del quindici per cento. Da una parte l´ala riformista del listone, dall´altra la galassia di sinistra di Bertinotti, tutti sotto il tetto della Grande alleanza democratica. Passaggio decisivo del progetto, la candidatura del leader del Prc alle primarie di febbraio contro Prodi: un modo per coagulare la sua presa elettorale appunto a sinistra del Professore. Con Fassino, ancora di più adesso dopo l´uscita di Bertinotti, deciso a sbarrare il passo alla "scesa in campo" di Fausto nella consultazione uliviste. Sparano contro anche i comunisti italiani, «Bertinotti pensa alla sua Bolognina - spiega l´eurodeputato del Pdci Marco Rizzo - ma la questione comunista in Italia si ripropone».
E il correntone ds? Le sirene del nuovo partito non sembrano incantare la minoranza della Quercia, ma le difficoltà dentro il partito crescono. Il gruppo ha perso per strada i leader più prestigiosi. Veltroni, Bassolino e Cofferati si sono chiamati fuori dalla battaglia politica diretta nella Quercia. Lamentano spazi di confronti sempre più stretti, con una preoccupazione che gira nel correntone: «Qui alla fine ci vogliono cacciare». E con il segretario i rapporti sono tornati difficili. Folena se n´è volato con Bertinotti al Social Forum di Londra, a protestare contro i laburisti e la guerra in Iraq, giusto mentre Fassino ascoltava Blair a Budapest.
(u.r.)

una risata fa sempre bene...

Yahoo! Salute 20.10.04
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Un sorriso aiuta il paziente. E lo psichiatra
di Paola Mariano

Terapia del sorriso anche sul lettino dello psichiatra? Perché no, un sorriso può aiutare il successo della psicoterapia e se paziente e terapista se lo regalano a vicenda il loro affiatamento genererà un'empatia positiva nelle sedute. Lo ha dimostrato un gruppo di psichiatri del Massachusetts General Hospital (MGH) dandone notizia sulla rivista The Journal of Nervous and Mental Diseases.
Ridere non significa solo manifestare umorismo e derisione, ha spiegato Carl Marci, ma più esattamente comunicare un'emozione e la sua intensità, come il punto esclamativo alla fine di una frase scritta. Questo studio che si inserisce in una ricerca più vasta e tuttora in corso sulla psicofisiologia e sull’empatia, ha dichiarato Marci, è la prima dimostrazione oggettiva dell’importanza del sorriso nella psicoterapia.
I ricercatori hanno preso in esame dieci coppie terapista-paziente registrando le sedute di terapia psicodinamica, un approccio che sfrutta il rapporto terapeutico per aiutare il paziente a guardare le proprie emozioni. I pazienti coinvolti soffrivano tutti di disturbi dell’umore e di ansia. Durante le sedute i ricercatori hanno monitorato con elettrodi il grado di conduttanza cutanea di terapista e paziente, la quale è indice dell’empatia del rapporto tra le persone come dimostrato in precedenti studi.
Nelle dieci sedute registrate i ricercatori hanno contato 145 episodi di “ilarità”, la maggior parte dei pazienti, ma anche dei terapisti. I ricercatori hanno dimostrato che il grado di empatia stimato (con le misure degli elettrodi) è massimo quando i due soggetti ridono insieme, ma è elevato anche quando è solo il paziente a ridere. Anche in quest’ultimo caso le misure di conduttanza dimostrano che il terapista, ha precisato Marci, stringe il legame col proprio paziente sentendolo ridere, anche se non risponde attivamente con una risata.
Il paziente dal canto suo, ha sostenuto Marci, ridendo dimostra che qualcosa sta cambiando nella maniera in cui gestisce le proprie emozioni. “Siamo rimasti sorpresi di quanto sia comune il riso nelle sedute”, ha dichiarato Marci. “È evidente che il paziente che ride sta cercando di dire qualcosa di più di ciò che esprime verbalmente.
Le implicazioni cliniche di questo studio sono rilevanti: dicono che il terapista deve prestare la massima attenzione al riso del paziente durante la psicoterapia. Inoltre la sua risposta al sorriso del paziente è altrettanto importante perché per il paziente significa la convalida delle emozioni che sta esprimendo”.

clonazione riproduttiva
Edoardo Boncinelli

Corriere della Sera 20.10.04
All'ONU
Il bando che divide il mondo in tre
di Edoardo Boncinelli

Si andrà anche più oltre realizzando la cosiddetta clonazione riproduttiva? Questi interrogativi, impensabili fino a una diecina di anni fa, sono al centro del dibattito di questi anni in tutti i Paesi del globo e saranno oggetto nei prossimi giorni dell’esame della 59ma sessione dell’Assemblea generale dell’Onu, il massimo organo mondiale di regolamentazione e di controllo. Si preannunciano molti contrasti e grandi battaglie fra i rappresentanti delle varie nazioni, schierate su diverse posizioni. C’è innanzi tutto un consenso generale sulla proibizione della clonazione riproduttiva umana, cioè la produzione di esseri umani completi attraverso tecniche di clonazione, sempre ammesso che ciò sia tecnicamente possibile. Su questo tutte le nazioni che si sono pronunciate sembrano d’accordo. Il disaccordo verte sulla clonazione terapeutica e sulle varie procedure per arrivarci. Un ampio schieramento, con gli Stati Uniti e l’Italia in prima fila, è contrario ad ogni tipo di clonazione umana, terapeutica o riproduttiva, e vorrebbe bandire del tutto questo tipo di ricerche.
All’estremo opposto si trovano quelle nazioni, tra le quali il Belgio e l’Inghilterra, che favoriscono le ricerche sulle cellule staminali umane per la loro utilizzazione a fini terapeutici, pur nel rispetto di una serie di regole e di strumenti di controllo volti a reprimere ogni abuso e a vigilare che la ricerca sia sensata e non lesiva degli interessi di nessuno. Tali nazioni tollerano anche la produzione ad hoc di embrioni umani da tenere in vita per qualche giorno per poter prelevare da questi cellule staminali embrionali di costituzione genetica predefinita. Lo scopo è quello di usare tali cellule per produrre tessuti o organi che saranno certamente «accettati» dall’organismo ricevente perché hanno in comune con questo molte caratteristiche genetiche.
Esiste anche uno schieramento di nazioni che hanno una posizione intermedia. Queste, fra le quali la Francia e la Spagna, sono favorevoli ad una cauta sperimentazione sulle cellule staminali embrionali umane a fini terapeutici, ma le cellule in questione devono essere prelevate da embrioni cosiddetti soprannumerari, cioè quegli embrioni già prodotti nella pratica della fecondazione assistita e conservati perché in eccesso rispetto a quelli effettivamente utilizzati. Esistono, ed esisteranno ancor più in futuro, molte altre posizioni intermedie sull’argomento, ma quelle principali sono le tre che abbiamo elencato.
Date queste premesse, appare molto dubbio che l’assemblea dell’Onu riesca a mettere insieme in tempi ragionevoli un pronunciamento che accontenti tutti. Appare molto più probabile che la discussione venga rinviata (di quanto?) o che si raggiungano formulazioni di compromesso di ben scarso peso. Non si tratta di somme di denaro, non si tratta di territori da annettere a questo o quel Paese, non si tratta di eserciti da inviare o bloccare, ma è facile prevedere che le discussioni saranno accesissime perché tutti sono convinti delle loro ragioni e considerano la questione della massima importanza.
Da una parte non possiamo non stupirci del fatto che una discussione su temi così squisitamente scientifici abbia raggiunto la massima assise mondiale. Dall’altra mi chiedo quali conseguenze potranno comportare sul futuro della medicina e della salute le decisioni eventualmente prese. I posteri probabilmente sorrideranno di tanto accanimento e furore argomentativo perché le soluzioni saranno quasi certamente diverse da tutto ciò che si prospetta oggi. Una cosa non posso non chiedermi, da biologo: perché tante discussioni sulle cellule staminali umane, quando c’è ancora tanto, tantissimo da fare per raggiungere un’efficace utilizzazione delle cellule staminali dei roditori o di altri mammiferi da laboratorio? Ci sta a cuore la salute dei nostri figli, se non addirittura la nostra, o preferiamo polemizzare e litigare?

qui di seguito la notizia che Boncinelli commenta:

Corriere della Sera 20.10.04
Stop alla clonazione, l’Onu si spacca
Usa, Italia e Vaticano per il divieto totale. Gran Bretagna e Cina: sì a quella terapeutica
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

NEW YORK - Albania, Australia, Cile, Italia, Santa Sede e Stati Uniti contro Cina, Cuba, India, Giappone, Regno Unito e Turchia. Si riapre domani al Palazzo di Vetro di New York la battaglia per bloccare gli esperimenti sugli embrioni umani che vede contrapposti due blocchi di Paesi. Uniti sulla necessità di un bando totale della clonazione umana, ma divisi sull’opportunità di lasciare aperta la porta a quella terapeutica.
DUELLO - Il primo blocco è formato da oltre 60 Paesi quasi tutti cristiani, guidati dal Costarica e di cui fanno parte, oltre all’Italia, numerose nazioni africane, decise a vietare su base mondiale ogni tipo di esperimenti sugli embrioni umani. Il loro obiettivo: l’adozione, entro il 2005, di una convenzione internazionale che metta al bando la clonazione umana a scopi sia riproduttivi che terapeutici. Secondo il primo fronte non c’è differenza tra le due dal punto di vista della procedura medico-scientifica. «Il solo distinguo è che nel primo caso l’embrione è creato per dar vita a una sorta di Frankenstein - dice un esperto giuridico dell’Onu che ha lavorato alla prima mozione - nel secondo per essere sfruttato e poi abortito, cioè ucciso». Di altro avviso il secondo blocco, guidato dal Belgio (e al quale hanno aderito 21 nazioni), che auspica un bando rapido della clonazione umana, lasciando però che siano i singoli governi a decidere su quella terapeutica. La speranza è aprire nuove prospettive per guarire malati come Christopher Reeve: il peso della sua eredità morale aleggia sul dibattito.
INDECISI - Cruciale sarà la presa di posizione dei 110 Paesi Onu, su un totale di 191, ancora indecisi. Tra questi, tutti i Paesi musulmani tranne la Turchia, e nazioni dell’Ue come la Germania. Eppure il dibattito sulla clonazione figura nell’agenda dell’Assemblea generale proprio grazie a una proposta franco-tedesca, che nel 2001 sollecitava l’adozione di un trattato internazionale per regolare la materia. Ma Parigi e Berlino non si sono ancora espresse sulla clonazione terapeutica, nonostante il bando a ogni tipo di clonazione votato dal parlamento Europeo il 29 gennaio. Dalla discussione in aula, domani e venerdì, si capirà se sono mutati o meno gli equilibri che l’anno scorso determinarono la sconfitta dei favorevoli al bando totale. I media lo definirono uno smacco per l’amministrazione Bush: all’ultimo momento, con uno dei voti più sofferti della storia Onu, la commissione legale rimandò la decisione. Dopo un voto sul filo del rasoio (80 a 79 e 15 astensioni) passò la mozione presentata dall’Iran a nome di 57 Paesi islamici e volta a rinviare ogni deliberazione.
DISACCORDO - Malgrado il bando degli esperimenti per clonare un uomo sia condiviso da tutti i 191 membri Onu, un buon numero di nazioni non vuole chiudere le porte alla ricerca sulle staminali embrionali perché, affermano, potrebbe aiutare a curare malattie come Alzheimer, tumori e Parkinson. «I Paesi dov’è stata legalizzata, come Inghilterra, Singapore e Corea del sud, non hanno ancora fornito le prove che questo tipo di ricerca funzioni - ribatte il partito del no -. La morte di Christopher Reeve, cavia in queste sperimentazioni, ne è la triste prova». Santa Sede, Usa e Italia chiedono di investire sull’utilizzo di cellule staminali adulte, «le sole che negli ultimi tempi hanno registrato progressi scientifici enormi».
«Queste cellule adulte non sono totipotenti e hanno un uso molto limitato», obietta il secondo gruppo, che accusa il primo di condurre «una crociata oscurantista e antiscientifica, simile a quella che contrappose Galileo alla Chiesa», destinata a «frantumare le speranze di milioni di malati terminali». I altri Paesi ribattono che «dietro a questo tipo di ricerche si nascondono le potentissime lobby farmaceutiche, che sperano di arricchirsi con la liberalizzazione della clonazione terapeutica».
A politicizzare ancora di più un dibattito già carico di risvolti etico-morali contribuisce la preoccupazione di molti Paesi africani, che temono la fuga di ovuli dai Paesi poveri a quelli ricchi, dove la ricerca medico-scientifica è più evoluta. «Sarebbe un odioso mercato nero - avverte un funzionario Onu - che aumenterebbe, invece di colmarlo, il divario tra nord e sud del mondo».

neuroscienze
nuove droghe: da Harvard la pillola per l'annullamento chimico

La Repubblica on line 19.10.04
San Diego, gli scienziati che lavorano al farmaco anti-ricordi
si incontreranno per discutere i primi risultati della ricerca
Cancella amori falliti e violenze
Fa discutere la "pillola dell'oblio"
Gli esperti: «Può permettere a chi ha vissuto traumi
di tornare a una vita accettabile». I detrattori: «Assolve i criminali»
di ALESSANDRA RETICO

UNA "pillola del giorno dopo" che cancella quello che non sarebbe dovuto accadere: un lutto inelaborabile, una violenza, un trauma. Una dose di dimenticanza da assumere per cancellare un evento e anestetizzarne gli effetti emotivi. Un contraccettivo dell'anima che renda infeconda l'esperienza del dolore. Da quando se n'è iniziato a parlare, ormai da diversi mesi, il farmaco che cancella dalla memoria le esperienze di sofferenza acute e sul quale un prestigioso team di scienziati sta lavorando in tutto il mondo ha assunto i nomi più diversi, da "pillola dell'oblio" a pillola dell'assoluzione".
Comunque la si voglia chiamare, apprezzandone le possibilità terapeutiche in quei soggetti che dopo vissuti drammatici come guerre o stupri non riescono più ad avere una vita apprezzabile o se ne condannino le possibili conseguenze come offrire a criminali vaccini contro il rimorso, fatto sta che la pillola per dimenticare fa discutere e farà discutere in modo più circostanziato a San Diego la settimana prossima, quando i primi risultati degli studi condotti in parallelo in Francia, Canada, California e New York verranno presentati al convegno della Società di Neuroscienze.
Allora sì che gli scenari fantascientifici di molta letteratura cinematografica, da Paycheck all'ultimo film con Jim Carrey Se mi lasci ti cancello in uscita venerdì nelle sale italiane, diverranno più che altro lungimiranti profezie. Come il disperato Joel del film di Micheal Gondry inabilitato alla vita da un amore fallito decide di bussare alla porta del dottor Howard Mierzwiak per togliersi dalla mente l'amatissima Clementine, così magari anche noi potremo sperare in un futuro ripulito da facce, odori, modi, eventi e situazioni crudelmente inopportuni.
O temerlo, certo. Come lo teme quella parte della scienza ossessionato dal problema contrario, dalla perdita di "presenza" in malattie come l'Alzheimer e la demenza senile. Senza parlare, sarebbe impossibile, di tutto ciò che al ricordo, anche doloroso, è connesso: dalla Storia all'evoluzione della psiche.
C'è che la pillola dell'oblio, l'anestetico delle angosce e delle brutture, ma anche delle emozioni forti tout court, pare abbia gli ingredienti adatti per entrare negli armadietti della nostra società, così ansiosa di cancellare e manipolare, che sia a colpi di bisturi o psicofarmaci, tutto quanto non appaia innocuamente "bello". E procurare, per quanto chimica, una parvenza di felicità.
Ma c'è chi come Roger Pitman, psichiatra di Harvard, fautore dell'oblio terapeutico, pensa che cancellare la memoria in alcuni casi si debba. Un incidente. Un attentato terroristico. Uno stupro. Gli orrori di una guerra. Esperienze che hanno il potenziale di mettere radici nella memoria provocando la sindrome da stress post traumatico, un disturbo che affligge molti reduci del Vietnam, chi sopravvive a un disastro aereo, i sopravvissuti dell'11 settembre. Ne soffrono dal tre all'otto per cento degli americani.
Pitman insieme a Glenn Saxe, psichiatra dell'età dello sviluppo al Boston Medical Center, è partito da un'intuizione: si sa da tempo che le terapie prolungate con farmaci antiipertensivi a base di propranololo provocano un leggero calo generalizzato della memoria. «Troppa adrenalina dopo un evento traumatico crea una memoria eccessivamente forte, eccessivamente emotiva e troppo profondamente radicata», ha spiegato Pittman.
Per ridurre l'adrenalina indotta dal trauma il team di Harvard ha somministrato a un gruppo di 40 pazienti per 19 giorni dopo il trauma il propanololo che interferisce con l'azione degli ormoni dello stress nel cervello. Una settimana dopo la fine della terapia gli individui che avevano preso la pillola erano in grado di raccontare l'evento traumatico di cui erano stati protagonisti senza sintomi da stress e, tre mesi dopo, con minor ansia.
La parte del cervello interessata, è quella profonda dell'amigdala, una sorta di "interruttore" nell'elaborazione delle paure. Se la pillola "pigia" a dissinnescare il motore delle paure, il ricordo non mette radici. Nell'università della California, a Irvine, il neurobiologo James L. McGaugh ha così scoperto di poter inibire nel cervello dei topi la reazione ormonale alla paura.
Alla Ponce School of Medicine di Portorico, Gregory Quirk ha osservato che la corteccia prefrontale ha un'attività neurale minore dopo eventi traumatici e che, stimolandola con appositi magneti, si può favorire la dimenticanza dell'evento critico.
Ma il "piccolo" problema è che di memoria sappiamo ancora poco e anche i ricercatori dell'oblio ammettono che «non sappiamo se stiamo cancellando il ricordo o erigendo barriere che nascondono il ricordo», ha confessato Karim Nader, della McGill University di Montreal.
Dubbi da parte del Consiglio per la Bioetica della Casa Bianca per il quale «cambiare il contenuto delle nostre memorie alterandone le tonalità emotive, per quanto desiderabile per alleviare sensi di colpa o consapevolezze dolorose, potrebbe sottilmente cambiare chi siamo».

Mark Rothko

Il Messaggero 19.9.04
Mostre/ A Bilbao retrospettiva del grande pittore emigrato bambino dalla Lettonia negli Stati Uniti
Rothko, l’arte è un muro di luce
Le radici ebraiche, la voglia di esprimere “emozioni fondamentali”
di SILVIA PEGORARO

IL MUSEO Guggenheim di Bilbao ospita una grande retrospettiva del pittore americano Mark Rothko : “Mark Rothko: Walls of Light”. Socchiudete appena un po’ gli occhi: la pittura si staccherà dal quadro e verrà verso di voi, come se si trattasse di un’emissione luminosa. La luce, da mezzo per elaborare una visione, diventa l’essenza stessa della visione. Marcus Rothkowitz (questo il suo vero nome), era nato in una famiglia di farmacisti ebrei, a Dvinsk (sud-ovest della Lettonia), nel 1903, e nel 1913 si era trasferito con la famiglia negli Stati Uniti. Non pensava di avere un futuro da pittore. Poi, una rivelazione, ma il suo avvio all’arte fu farraginoso, costellato di tentativi non riusciti. Nel 1923 si trasferì a New York dall’Oregon, e iniziò a insegnare disegno ai bambini del Brooklyn Jewish Academy Centre.
Nella grande metropoli dell’East Coast si trovò a frequentare artisti come Adolph Gottlieb o Barnett Newman, e critici come Rosenberg e Greenberg, formando con loro, nel ’35, il gruppo “The Ten”. Non si è scritto molto sul perché tanti esponenti dell’espressionismo astratto americano, soprattutto non gestuale, e tanti critici e collezionisti ad esso legati, fossero ebrei. Ma è certo riduttivo pensare che la strada dell’astrazione sia stata imboccata da questi artisti solo per mettersi al riparo dal divieto del 2° comandamento (“Non ti farai immagini...”, Esodo, 20, 4-5). All’inizio degli Anni 40 Rothkowitz, influenzato da Nietzsche e Jung, studia i miti antichi come fonte di simboli eterni, giungendo a una forma di figurazione sintetica e arcaica. Poi subisce il fascino dei surrealisti, soprattutto Mirò e Masson.
Ma nel 1949 Marcus Rothkowitz muore, e nasce Mark Rothko: la nuova firma è sintomo di una nuova via, che scarta tutti gli elementi figurativi. Compaiono i suoi grandi campi rettangolari di colore tonale (colore-luce) dai bordi sfumati e dissolventi, fluttuanti gli uni sugli altri. Forse un richiamo alle miniature dei manoscritti nella tradizione ebraica orientale, dove per distinguere blocchi di testo si usano campi di colori diversi? Rothko affermava che “i quadri sono drammi, le forme attori”, come a dirci che le sue tele sono lì a raccontarci una storia da leggere, e da interpretare. Anche in questo si avverte un forte richiamo alla vivissima tradizione testuale e scritturale, cuore dell’ebraismo. «Mi interessa solo esprimere emozioni umane fondamentali, la tragedia, il destino, l’estasi», diceva ancora Rothko, e crediamo ci sia riuscito. Cosa cercava quello strano personaggio, riservato, timido, chiuso dietro le lenti spesse dei suoi occhiali da miope? Forse, con una formula un po’ semplicistica, potremmo dire che cercava l’assoluto. In questa ricerca, l’artista si spinge fino a tentare di riempire di luce il nero. Lo testimonia la serie dei dipinti Black on Grey , presenti in mostra, dove i neri e gli antracite sono incoronati da un alone bianco, che non riflette ma “beve” la luce. Lo testimoniano, in modo estremo, le 13 grandi tele della cappella dell’Università di Saint-Thomas a Houston. I committenti, i coniugi miliardari De Menil, cattolicissimi, volevano realizzare in America qualcosa di simile alla cappella di Saint Paul de Vence di Matisse. Rothko risponde ai colori vivaci di Matisse con una sorprendente e inquietante serie di neri, profondi, tragici, intensamente sensuali, in cui una strana luce sembra espandersi e contrarsi all’infinito. Nella drammatica ricerca di questa luce assoluta si consuma anche l’ultima energia del pittore, che il 25 febbraio 1970 si uccide nel suo studio di New York.
I dipinti di Rothko sembrano usciti dalle pagine dello Zohar, o Libro dello splendore, il più coesivo e importante fra i testi della Kabbalah, scritto nella Spagna del XIII secolo. Il suo autore, Moses Ben Shem Tov de Leon, lascia da parte la filosofia intesa in senso razionalistico e si esprime attraverso analogie, evocazioni, colori. La Kabbalah cerca proprio il legame tra pensiero e materia. Lo trova nella luce, definita sostanza assoluta e originaria nello Zohar, come in tutta la filosofia ebraica del Medioevo. Vi si descrive Dio mentre piega e dispiega abiti di luce. Vi è formulata anche la teoria dello Zim-zum, letteralmente “contrazione”, “implosione”. Ecco allora l’immagine scaturire da un processo di sottrazione, cancellazione, come nel lavoro di Rothko. Ecco gli abissi di luce-colore dei suoi quadri.
Ma ecco anche la teoria del sublime formulata da Barnett Newman; o i suoi “zips”, le linee verticali che tagliano i quadri secondo una simmetria nascosta, fondata su un rigoroso calcolo numerico; o ancora gli stessi titoli delle opere, come quello della sua ultima scultura: Zim Zum I (1969). Ecco i neri assoluti di Ad Reinhardt, che si richiamano al “fuoco nero” di cui parla la Cabala... Pare allora di aver trovato un’altra di quelle “radici ebraiche del moderno” di cui parla Sergio Quinzio. Lo spietato cinismo del mercato dell’arte sembra, una volta tanto, lontanissimo da questo mondo. Sembrano invece vicine altre immagini, altre parole che animano le correnti mistiche delle altre religioni rivelate, Cristianesimo e Islam. Si espande liberamente il respiro del pensiero e dell’anima. Si perde la distinzione tra Oriente e Occidente, come in un bellissimo passo del Corano, che è certo una delle fonti del misticismo islamico: parla di “una lampada che arde con l’olio di un ulivo che non è né d’Oriente né d’Occidente, (...) ed è luce su luce...” (Qorân, 24, 35).

Arthur Rimbaud


Rimbaud! L'ora nuova è molto severa
La gente potrebbe annoiarsi
La gente muore di scienza, non è mica come scopare
La monotonia di tabacco, legumi, bruma, merda, Signor Cristo, ecc.
Sì la mia poesia qui è minacciata, Rimbaud

Gregory Corso

Un mattino cent'anni prima che Little Richard battezzasse l'America col rock'nd roll, Arthur con il fratello e le sorelle andavano per le vie di Charleville vestiti di blu e nastri bianchi a ricevere la prima comunione.
Patti Smith


Repubblica 20.10.04
Il ragazzo che fece vacillare il mondo
Il mito del poeta a centocinquant'anni dalla nascita
Molti cantanti hanno scelto le sue poesie come breviario a partire da Bob Dylan
Secondo Cioran tutto è inconcepibile in lui tranne il suo silenzio: ha cominciato dalla fine

DARIA GALATERIA

«Certo che Rimbaud è una leggenda», protestava Verlaine che gli aveva sparato per amore, «ma per me è stato una realtà viva; io lo sogno di notte». Era il 1895, Rimbaud era scomparso da tre anni, e già il suo mito era cristallizzato. In molti lo sognano, anche oggi che «questo dio della pubertà» (André Breton) avrebbe centocinquant'anni («Ahora / en este octubre / cumplirìas / cien anos», diceva l´ode di Neruda). Patti Smith, la rockstar americana, condensa in Sogno di Rimbaud quasi tutti gli elementi del mito: la madre, tenace custode delle tradizioni rurali del secolo borghese; il viso di Arthur, un arcangelo in esilio, gli occhi blu ghiaccio aureolati di pervinca, le lunghe braccia da adolescente non assestato; la bohème parigina, gli «amori di tigre» con Verlaine, che gli tira un colpo di pistola ferendolo alla mano; e poi, dopo i capolavori (Una stagione all´inferno, Illuminazioni) e le corse per il mondo, la fuga più profonda, la metamorfosi in mercante di caffé e di armi a Aden in Arabia e nell´Harar. «Sono una vedova», canta Patti Smith: «potrebbe essere Charleville o dovunque. Sono su, in camera da letto, che mi fascio la ferita. Lui entra. Si appoggia allo stipite, che hai alla mano, chiede, troppo casualmente. Guance vermiglie, aria di disprezzo grandi mani. Lo trovo diabolicamente seducente. Oh Arthur Arthur. Siamo in Abissinia Aden. Facciamo l´amore fumiamo sigarette. Ma è molto di più». Ma sono in molti i cantanti che hanno le poesie di Rimbaud per breviario. Bob Dylan dichiara che, in tourné, se vuole leggere qualcosa che lo emozioni, entra in libreria e legge «le parole di Rimbaud». Jim Morrison scrisse nel 1968 a Fallace Fowlie apposta per ringraziarlo di aver tradotto il poeta: «ne avevo bisogno perché non leggo bene il francese. Sono un cantante rock», specificava, «e il suo libro mi segue in tutti i miei spostamenti».
Così stringente è il mito del genio che spegne la sua propria meteora e non fa più ricorso al futuro, aderendo al vuoto della civiltà mercantile, e espiandola quasi nella morte atroce della corsa in barella per il deserto verso inutili ospedali - che in tanti sono partiti sulle tracce di Rimbaud, per capire, per omeopaticamente guarire. Evelyn Waugh, lo scrittore inglese alla ricerca inesausta di una misura d´ironia e distacco, era andato devotamente in Abissinia, nel 1930, a cercare un prete - grande e emaciato come un santo del Greco - che aveva conosciuto Rimbaud. Se lo ricordava, certo; un giovanotto barbuto che aveva un problema a una gamba; era
molto serio, non usciva quasi mai. Pensava solo agli affari. Il sacerdote aveva cercato nella memoria una parola, e aveva detto: molto serio, e triste. Nelle rare foto in Arabia e a Harar, Rimbaud ha lo sguardo vuoto e inaccessibile. La sua scelta di «amputarsi da vivo della poesia» (Mallarmé) è davvero compiuto «per testimoniare l´alienazione dell´uomo», come pensa Yves Bonnefoy? E´ il gesto che «squalifica i nostri alibi», come asserisce Albert Camus?
«Alla fine
comincia a far commercio di fucili illegali
a Tajoura
cavalcando in carovana, pazzo
una cintura di oro
alla vita»
scrive in versi Jack Kerouac, che imita quel vagabondaggio, anche se
«tutto questo non porta
a niente, come
Dostoevskij, Beethoven
o Da Vinci».
Emile Cioran, moralista della disperazione, ha scritto che «tutto è inconcepibile in Rimbaud, tranne il suo silenzio. Ha cominciato dalla fine». Lui, che ha detto tutto, si è strappato la lingua; questo silenzio ci opprime ancora, lamenta Jean-Marie Le Clézio Léopold Senghor, poeta e capo di stato, legge gli albori della «negritudine» nella Stagione all´inferno, dove Rimbaud si proclama «negro». Invece Philippe Soupault, un poeta surrealista che era nipote delle officine Renault e un po´ se ne vergognava, sostenne che l´enigma di Rimbaud non era l´oblio della poesia o le sue partenze, ma il fatto che si fosse fermato. Soupault aveva ripercorso i viaggi del poeta «dalle suole di vento» da Londra a Cipro, e nell´Harar, in Etiopia. Era il 1951; esplorando il mar Rosso, sentì una qualità di solitudine diversa, e l´oblio. Tutti quelli che incontrava ne erano vittime, anche il miliardario, Monsieur Besse, che, qualche anno dopo la partenza del negoziante, aveva fatto fortuna riprendendo i suoi progetti. Ma non tutti partecipano al grido di René Char (1947):«T´as bien fait de partir, hai fatto bene a partire, Arthur Rimbaud!». Il nostro Roberto Vecchioni canta:
«Portoghesi, inglesi e tanti altri
uccelli di rapina
scelse per compagnia;
Quella voglia di annientarsi
di non darsi
e basta, basta poesia».

Arthur Miller riteneva che fosse un atto di sfregio; «pensare che un ragazzo ha fatto vacillare il mondo!» La giovinezza è forse l´elemento più forte della leggenda di Rimbaud. Delahaye, l´amico d´infanzia, racconta che dal maggio a settembre 1871 - quando Verlaine, sedotto dai suoi versi, lo convoca a Parigi: «Venite, cara grande anima» - Rimbaud, in sei mesi, è cresciuto venti centimetri. La surenfance la chiama il filosofo Gaston Bachelard: infanzia diventata cosciente di sé. Ha fatto fiorire il mondo come un temporale d´aprile, riassumeva Cocteau.
Uno dei capolavori di Rimbaud, Le bateau ivre, nutre ancora il fascino dell´ignoto, il sogno di un altrove sempre ulteriore. Per molti, quella poesia è un´esperienza di fisica liberazione: «sono felice, mi sono bagnato nudo in un verde torrente di montagna e mi sono asciugato rotolandomi nell´erba calda. Leggo solo Rimbaud» scrive André Gide - Pasolini invece diceva: «Rimbaud, mio contemporaneo, mio castratore». La barca può essere la gioia di rinchiudersi in un guscio, un Nautilus, rifletteva Roland Barthes: se scompare il nocchiero, il vascello vola, sfiora gli infiniti. Paul Valéry, il poeta, sognò nel 1891 di essere nel battello ubriaco, «ero un´alga che non si appartiene. Tutto il mare passava attraverso le mie cellule».


L'Eco di Bergamo 19.10.04

Rimbaud, quel battello in rotta verso l'ignoto
di Maria Mataluno

Un secolo e mezzo fa nacque il profeta della poesia moderna. Usò il linguaggio per scoprire nuovi mondi Nei suoi versi e nei «silenzi» il disperato tentativo di fuggire dall'ipocrisia della società occidentale
«L' Io è un altro», scrisse Arthur Rimbaud all'epoca in cui, diciassettenne, lasciò la sua famiglia per intraprendere il vagabondaggio attraverso l'Europa che l'avrebbe portato a vivere, insieme all'amico-nemico Paul Verlaine, la straordinaria avventura della nascita della poesia moderna. Una frase in cui si può intravedere il nocciolo della ricerca artistica che il «poeta maledetto» condusse nel corso della sua breve vita (morì nel 1891), spesa nel tentativo di reagire a quanto c'era di marcio e insensato nella società del suo tempo. A un secolo e mezzo dalla sua nascita, avvenuta a Charleville il 20 ottobre 1854, chiediamo a Mario Richter, docente di Letteratura francese all'Università di Padova, autore del libro Viaggio nell'ignoto. Rimbaud e la ricerca del Nuovo (La Nuova Italia Scientifica, 1993), e curatore delle Opere complete di Rimbaud (Biblioteca della Pléiade, 1992), di aiutarci a interpretare questa frase.
Poesia soggettiva
poesia oggettiva
«Questa formula è contenuta in una lettera indirizzata da Rimbaud al suo professore di liceo, che lo pregava di tornare a scuola. In essa egli introduce una distinzione tra poesia soggettiva e poesia oggettiva, definendo la prima inerte e insignificante, e la seconda carica di possibilità. Possiamo vedere nella poesia soggettiva – ossia quella espressa dall'Io, dal Je – la vita nella forma che si è data la cultura occidentale, e i cui fondamenti concettuali sono stati elaborati dalla filosofia greca, in particolare da quella platonica, e poi ripresi dal cristianesimo. Con la frase Je suis un autre Rimbaud vuole dire che la nostra vita di uomini occidentali (quella espressa dal soggetto, dal Je ) ne nasconde un'altra, più autentica e produttiva. Quest'altra realtà, l'autre , è tuttavia sconosciuta, è quell'ignoto già evocato da Baudelaire nei Fiori del Male : “In fondo all'Ignoto per trovare qualcosa di nuovo!”. Per arrivare a tale ignoto è necessario per Rimbaud procedere a una distruzione del noto, o dell'Io, che dev'essere compiuta con freddo metodo. Per questo la lettera al professore si conclude con una poesia intitolata Il cuore suppliziato , nella quale il cuore sta per l'Io, per la vita nota.»
Quando Rimbaud, nel 1872, inviò Il battello ebbro a Paul Verlaine, questi si rese conto di trovarsi di fronte al profeta della «nuova» poesia. Ma in cosa consisteva la sua carica rivoluzionaria?
«Le bâteau ivre è la poesia più celebrata di Rimbaud. Racconta l'ebbrezza di un'imbarcazione (simbolo dell'Io) che, liberatasi di ogni freno, può discendere a suo piacimento un fiume fino a vagare liberamente nell'oceano. Tanta libertà si traduce in un turbinio di stupefacenti visioni, ma anche in un'estenuazione finale che porta al magnifico e disperato verso Je regrette l'Europe aux anciens parapets (“Rimpiango l'Europa dai parapetti antichi”), col quale Rimbaud dice quanto sia straziante, malgrado l'esaltazione, allontanarsi dall'Io. Col Battello ebbro Rimbaud tentò di far colpo sul gruppo di poeti parigini di cui Verlaine faceva parte, i “parnassiani”. In quei versi, però, il suo impegno rivoluzionario si esprime ancora entro i limiti della tradizione. Il Rimbaud più grande e nuovo è invece quello che poco dopo traduce il suo programma di autodistruzione nel viaggio con Verlaine e nel resoconto di quella esperienza, Una stagione all'inferno ».
In che modo il rapporto con Verlaine influenzò la sua poesia?
«Dapprima Rimbaud nutrì la speranza che Verlaine fosse l'unico poeta vivente capace di essergli d'aiuto nella sua impresa destinata a passare dall'Io all'Altro, dal noto all'ignoto. Ben presto, però, Verlaine lo deluse. Per capire perché, è necessario tornare al progetto di Rimbaud. Per passare dall'Io all'Altro egli giudicò necessario trovare una nuova lingua, dato che, quando si parla, è la lingua che parla per noi. La nostra lingua – e dunque anche la nostra maniera di pensare – si regge su un'illimitata serie di coppie oppositive: quando si dice “corpo” o “materia”, nella nostra mente è presente e attivo il suo opposto, “anima” o “spirito”; quando si dice “bene”, è presente il male, eccetera. Questo sistema di opposizioni ha origine nell'interpretazione della realtà data da Platone, il filosofo che conferì fondamento di verità alla divisione fra mondo sensibile e mondo soprasensibile, fra il divenire e l'essere. Anche la cultura cristiana adottò questa divisione. Questo dualismo, per Rimbaud, è il più grande ostacolo che impedisce l'accesso all'ignoto, all'aldilà della cultura occidentale. Rimbaud adoperò la lingua e la poesia per esplorare questo aldilà, ossia lo spazio nel quale la vita non è in contraddizione con la morte, la materia non si oppone allo spirito. Su questa via Verlaine non solo non gli insegnò nulla, ma lo contrariò, esortandolo a non dilapidare in “stupide” ricerche i suoi doni letterari. Verlaine non volle mai abbandonare l'Io per l'altro, e perciò Rimbaud finì per soprannominarlo “Loyola”, ossia ipocrita gesuita. Verlaine rimase sempre un letterato, interessato soprattutto ai valori estetici della poesia, mentre Rimbaud perlustrò spazi a cui la lingua esistente non aveva mai portato prima, rivelò orizzonti colmi d'avvenire. A lui – non certo a Verlaine – guarderanno infatti, nel Novecento, i surrealisti, in particolare André Breton».
Nel 1880 Rimbaud accettò un impiego di agente commerciale in Abissinia, rinunciando alla poesia. Maurice Blanchot ha affermato che con questa fuga non scelse il silenzio tout court, ma volle «dire nel silenzio». È d'accordo?
«Il silenzio di Rimbaud, effettivamente, dice qualcosa d'importante. Conferma il senso della sua precedente ricerca. Dopo il 1875 si limitò a scrivere solo poche lettere: non intese concedere più nulla alla letteratura, nel senso occidentale del termine. Lui, tanto esperto nell'uso della penna, si attenne, anche quando si trovò a parlare di popolazioni e terre ignote, di esperienze nuove e sorprendenti, all'informazione strettamente necessaria. Il fatto è che l'impegno di “trovare una lingua”, l'aveva già mantenuto. Compiuta la sua missione, aveva esaurito le proprie energie, e le parole scritte gli facevano ormai un tale orrore che, per far conoscere ai suoi il paese in cui viveva, preferì servirsi della macchina fotografica».
Nella ricerca ossessiva dell'Altro intrapresa da Rimbaud si può intravedere l'inconscia ricerca di un «Dio sconosciuto»?
«Continuatore di Baudelaire, Rimbaud era scandalizzato dall'ipocrisia della cultura occidentale, di cui rivelò l'inautenticità e l'orrore, mostrando squarci di verità nascoste. Che fosse alla ricerca del “Dio ignoto” di cui Paolo di Tarso parla agli Ateniesi? Difficile dirlo, ma è certo che quando le ricerche sono autentiche, sinceramente ribelli all'ipocrisia e pagate di persona, hanno inevitabilmente un rapporto col divino nelle sue più sconvolgenti e impensabili profondità».