venerdì 30 gennaio 2004

Janet Paterson Frame

una segnalazione di Filippo Trojano

Il Messaggero 30.1.04
È morta la più famosa autrice neozelandese
Frame, "pazza" di genio
di FIORELLA IANNUCCI


PER Patrick White, australiano, premio Nobel per la letteratura, Janet Frame era «il miglior romanziere neozelandese di tutti i tempi». E davvero la scrittrice, morta ieri a 79 anni in Nuova Zelanda, lascia molto di più dei suoi scritti: quindici romanzi, cinque raccolte di racconti, per non parlare delle poesie e di alcuni libri per l’infanzia (splendido Cuor di formica, Mondadori) oltre a quell’autobiografia in tre volumi (Un angelo alla mia tavola, Einaudi) che l’ha resa famosa in tutto il mondo e da cui Jane Campion ha tratto, nel 1990, un film indimenticabile. Janet Frame lascia la parabola della sua esistenza, salvata solo dalla letteratura. E la denuncia, attraverso il lirismo e persino l’ironia della sua scrittura, di un mondo che teme a tal punto la “diversità” da segregarla, da mortificarla, da annientarla. Era a un passo dalla lobotomia, Janet Frame, dieci anni alle spalle passate in un ospedale psichiatrico con una diagnosi (sbagliata) di “schizofrenia”. Non aveva ancora trent’anni. Fu un premio, l’Hubert Church, inaspettatamente vinto dai suoi primi racconti (La laguna, edito da Fazi) a fermare il bisturi e a ridarle la libertà. Non così per tutte le altre. Non così per la sua amica di manicomio, Nola. Scrive la Frame: «Lei fu reinserita nel gruppo conosciuto come “le lobotomie”: le portavano in giro, parlavano con loro, le truccavano con maquillage e foulard a fiori floreali per coprire le loro teste rasate. Erano silenziose, docili; avevano occhi grandi e scuri, incastonati in pallidi volti».
Il tema della diversità e del disagio psichico è il cuore di tutta la narrativa di Janet Frame. Da Giardini profumati per i ciechi a Gridano i gufi (editi da Guanda) all’autobiografia, non c’è pagina che non restituisca al lettore quella terribile esperienza di segregazione e umiliazione. Fango, trasformato in oro dalla scrittura di una donna mite, che amava viaggiare (in Europa soprattutto, Baleari, Andorra, Londra, dove visse per alcuni anni, Stati Uniti, Francia) ma, soprattutto, adorava restare sola. In Nuova Zelanda, dove era definitivamente tornata nel 1974, Janet Frame viveva in un luogo isolato, Paluverston North, lontano dalla gente. Lei, come Mina Minim, la giovane Formica di Casa della deliziosa favola scritta per i ragazzi, aveva seguito i consigli della Grande Regina: «Dovete uscire, piccole formiche, e vedere e annusare e provare e toccare da sole, e allora saprete». Finalmente poteva riposarsi.

l'Unità 31.1.04
Janet Frame, un angelo della diversità

È morta a 80 anni la scrittrice neozelandese resa celebre dal film di Jane Campion
In tre volumi autobiografici ha raccontato l'odissea in manicomio con la diagnosi sbagliata di schizofrenia
di Maria Serena Palieri


AIle soglie degli ottant'anni - ottant'anni vissuti con singolari sofferenze e singolare intensitá - è morta ieri di leucemia mieloide a Dunedin, sua città natale nell'Isola del Sud della Nuova Zelanda, Janet Frame: è la scrittrice che Jane Campion, con una magica accoppiata di talentí femmínili, il proprio di cineasta e il suo di narratrice, portò nel 1990 a fama planetaria con la trasposizione cinematografica, dell'autobiografia, Un angelo alla mía tavola,- pluripremiata ai festival di Venezia, e Toronto di quell'anno. Nei tre volumi autobiografici, pubblicati tra íl 1982 e il 1985 (To the IsIand, An Angel at my table, da. cui. il titolo del film, The Envoy from Mirror City), l'umbratile e tenacissima Frame raccontava una vicenda che la consegnava alla famiglia degli artisti - Campana e Sylvia Plath, Hölderlin e Pound per intenderci - «baciati» dalla malattia mentale: scrittori la cui opera riverbera il tormentato viaggio in universi psichicí ignoti ai «saní» ma che, anche, corrono il rischio di diventare oggetto di culto più per la loro vita che per la loro opera Janet Paterson Frame, infatti, era nata a Dunedin nel 1924 da una famiglia di origine fiammingo-scozzese, cinque figli e un padre ingegnere ferroviario caduto in rovina; cresciuta a Oamaru. (là «Waimaru» deì suoi romanzi), aveva sofferto per una serie di tragedie familiari: l'epilessia del fratello maschio, la morte, in due incidenti diversi, nel 1934 e 1947, di due sorelle; e fu nel '47, dopo che la sorella Isabel annegò e dopo aver tentato il suicidio, che ebbe inizio la sua odissea psichiatrica: anni passati in manicomio, con la diagnosi di schizofrenia, sottoposta a centinaia di elettroshock, soggetta all'umiliazione, e alla níentificazione che raccontò poi in Dentro il muro (primo dei suoi titoli tradotti in italiano, da Interno Giallo nel '92), finché fu una raccolta di racconti a salvarla dal capitolo finale, l'operazione di lobotomia («non rimpiangerà mai di averla fatta», ha scritto, le disse il medico). Con The Lagoon, nel 1951, vinse infatti lo Hubert Chur Memorial Award e ottenne di mantenere intero il proprio cervello.
Sarà uno psichiatra britannico, qualche anno dopo, a certificarle che ín realtà, non era mai stata schízofreníca: secondo la sua diagnosi quella paziente era semplicemente una donna che preferiva la solitudine e che era diversa dagli altri. Uscita dal calvario psichiatrico, diventata scrittrice a tutti gli effettì, Janet Frame visse poi a Ibiza, Andorra, Londra e New York, per tornare più tardi in Nuova Zelanda.
Considerata la più grande scrittrice di quella terra dopo l'anglicizzata Katharine Mansfield a più riprese candidata al Nobel tradotta in sedici lingue, Frame ci ha lasciato quindici romanzi, cinque raccolte di racconti, tre collezioni di poesie, l'autobiografia e svariati libri per bambini (in italiano, dopo il successo del film di Jane Campion, l'hanno tradotta oltre a Interno Giallo, Einaudi, Guanda, Tea, Tropea, Fazi e Mondadori).
Molte delle sue opere crescono intorno al binomio salute-pazzia, ma non tutte: Intensive Care, del 1972, è per esempio un romanzo anti-utopico, ambientato in una Terra dove i supertecnocrati hanno scatenato la Terza guerra mondiale. Pure, la potenza della sua sperimentazione narrativa risiede nell'usare la schizofrenia come inedita chiave di lettura della realtà: un tema centrale, nella sua opera, è la paura che il «sano» ha del «matto».
Mentre la dimensione allucinatoria diventa un grimaldello per forzare il linguaggio oltre le catene del banale e del necessario.
In prima persona, Frame considerava che la miglior cosa che avesse scritto fosse una favola il cui titolo in italiano suona Uccello, Aquila, Spírito: dove l'uccello (l'immaginazione e l'ispirazione) viene mangiato dall'aquila (il materialismo) e questa dallo spirito malevolo (l'immaginazione repressa e. l'individualismo). Altri hanno visto nella sua opera riflesse in infinite forme le parole Tempesta, Mare, Isola, Esilio, Magia, Ritorno: sono i codici di Prospero nella Tempesta shakespeariana.
Chiudiamo con dei suoi versi che ben raccontano cosa significa essere «diversa» dagli altri ed essere per questo considerata pazza. Scrive, in Vivere nel Maniototo (Interno Giallo 1992),
«D'ora in ora più selvatica. Lo so.
Da tanti anni divorata,
tagliata, ritagliata, i rami costretti a destra e a manca,
mi slanciai fiorendo minuti fiori bianchi
sopra gli steccati fisso in viso le persone
Mi guardano le api, mi ha preso in manto il vento.
Forte e aspro è il mio gusto, rigogliose le mie fronde.
Si acciglia la gente, se vede che metto ancora una radice»

immagini che vengono da ottomila anni fa

una segnalazione di Filippo Trojano

Repubblica 30.1.04
L'INTERVISTA
A Latmos, sui versanti della montagna, ne sono state contate 140 per un totale di oltre 500 figure: una mostra fotografica da oggi a Lecce
Ecco il primo ritratto di famiglia è vecchio di ottomila anni
La scoperta in Turchia: immagini di uomini, donne, bambini

L'uomo diventa sedentario e getta le basi per il suo nucleo di discendenza
I dipinti sono stati fatti con ematite rossa sui massi del monte: forse luoghi sacri
di CINZIA DAL MASO


ROMA - Sono i primi ritratti di famiglia, i primi al mondo. Segnano il momento in cui l´uomo, diventato agricoltore e sedentario, crea la famiglia, il senso di discendenza e di ereditarietà, la società modernamente intesa. E la rappresenta. È una scoperta davvero eccezionale. Immagini di uomini e donne affrontati o abbracciati, gruppi di tre o più persone sempre abbracciati o accostati o in cerchio. A volte sono figure piccole e grandi assieme che paiono l´intera famiglia riunita, nonni genitori e figli pronti per il ciak. A "scattarlo" circa sette-ottomila anni fa è stato un abilissimo pittore che, munito di abbondante ematite rossa, l´ha fissato per sempre su massi e ripari del monte Latmos nella Turchia occidentale. Abile davvero nel ritrarre uomini longilinei ma con solide gambe e la testa a zig-zag o a forma di "t", e donne di profilo per evidenziare le natiche abnormi ma così leggere che paiono danzare. Sono figure bellissime, eleganti nella loro essenzialità.
Le ha scoperte e indagate Anneliese Peshlow dell´Istituto archeologico germanico di Berlino in anni di paziente ricognizione su ogni versante della montagna. Finora ha contato in tutto 140 pitture per un totale di oltre 500 figure rappresentate. E ha finalmente deciso di farle conoscere al mondo con una mostra fotografica che dalla Germania è scesa in Italia e oggi si inaugura al Convento dei Teatini di Lecce. Inaugurazione seguita il giorno dopo da una tavola rotonda che vedrà convergere a Lecce il fior fiore dell´intellighenzia mondiale in fatto di Neolitico. Tutti ad ascoltare la Peshlow, il suo racconto. Perché finora pareva che l´arte dell´uomo neolitico si limitasse a qualche statuina in pietra o argilla o poco più. Finora c´erano solo le stanze-tempio di Catalhöyük (in Turchia centrale) e le pitture della grotta di Porto Badisco (sulla costa adriatica, proprio vicino Lecce) a dire che i primi agricoltori non tenevano solo il capo chino sulla terra ma sapevano anche produrre grande arte. Parevano isolate eccezioni. Poi, qualche anno fa, d´improvviso, in Turchia sud-orientale (area-chiave per le origini del Neolitico) sono spuntate le enormi teste d´uomo in pietra di Nevali Cori, e gli svettanti pilastri di Göbekli Tepe con grandi rilievi di uomini e animali. E ora giunge la sorprendente scoperta del Latmos. Tutte in un´asse che va dalla Turchia al Salento. Solo lì, almeno per ora. Ancora pochi e per noi ancora enigmatici. Ma sufficienti per dirci che il Neolitico non è stata solo una rivoluzione tecnologica e sociale, il momento in cui l´uomo ha cominciato a dominare la natura e a riunirsi in villaggi. Col Neolitico è nato anche il concetto moderno di arte. Per questo Isabella Caneva dell´Università di Lecce ha voluto riunire (nell´ambito della Scuola di specializzazione in archeologia) tutti i suoi colleghi. Per andare a fondo, capire bene la portata rivoluzionaria dell´arte neolitica, la sua importanza anche per noi moderni. «Prima, nelle caverne paleolitiche, l´uomo dipingeva il mondo esterno di cui aveva timore, feroci animali braccati da intrepidi e solitari cacciatori», spiega Caneva. «Col Neolitico dipinge se stesso, il proprio mondo. Perché è lui al centro del mondo. Anche gli animali di Göbekli Tepe sono in realtà animali domestici dal significato simbolico. A Catalhöyük è la casa tutta, decorata con pitture ed enormi rilievi, ad assurgere a simbolo della nuova società. Col Neolitico nasce un nuovo modo di pensare, "moderno", che si riflette nell´arte. Nasce il ruolo sociale dell´arte». Delle sue forme, simboli e significati, si dibatterà domani a Lecce.

Anneliese Peshlow è l'archeologa tedesca che ha trovato le pitture
"Che sorpresa, quelle donne formose"

"Ero lì per trovare tracce greche e romane, invece ho trovato utensili e visto disegni geometrici"


ROMA - «Cercavo l´età classica e ho trovato la preistoria». Anneliese Peshlow dell´Istituto archeologico germanico di Berlino racconta come la sua scoperta sia stata frutto del caso. «Il monte si trova alle spalle della grande Mileto e incombe su Eraclea Latmia. Era logico pensare di trovarvi testimonianze greche o romane».
Perché è anche un luogo del mito.
«Per i Greci era il territorio di caccia del giovane Endimione. Di lui si innamorò la dea della luna Selene che chiese a Zeus di renderlo immortale. I Greci dicevano che ogni notte la luna scendeva sul Latmos per unirsi al suo amato».
Quali?
«In epoca bizantina, in periodi di siccità, si facevano processioni fin sulla vetta del monte per implorare la pioggia. Ma io credo che questo culto sia più antico. È probabile che la sua cima fosse la sede del Dio della Tempesta, divinità principe per le genti anatoliche. E le pitture dimostrano che la sacralità del monte risale alla più remota antichità».
C´è connessione tra le pitture neolitiche e l´acqua?
«Il pittore preistorico ha scelto luoghi singolari: grandi massi disposti in modo da formare un´area chiusa. Secondo me erano luoghi sacri. E la maggior parte è vicino a corsi d´acqua o sorgenti».
Come ha potuto datare le pitture?
«L´anno scorso ho indagato due siti e vi ho trovato utensili in pietra e ceramiche che rimandano all´epoca neolitica. Molti dei motivi geometrici che contornano le figure dipinte e decorano le natiche delle donne sono molto simili a quelli dipinti sulle giare di Hacilar, insediamento neolitico a est del Latmos. A settembre cominceranno gli scavi sul monte, grazie agli archeologi del Museo Pigorini di Roma». (c.d.m.)

Immanuel Kant e Benjamin Constant
con l'aggiunta di Sant'Agostino e di Jenkélévitch

Corriere della Sera 30.1.04
«Siate sempre sinceri». Ma Constant non era d’accordo con lui


Con il titolo Le droit de mentir, il diritto di mentire, un editore francese di libri tascabili, Mille e une nuits, pubblica per due euro i testi di una bizzarra controversia. Ne furono protagonisti Immanuel Kant e Benjamin Constant. Non si tratta di una scoperta (quei testi esistono anche in traduzione italiana, editi da Bruno Mondadori), ma è un’occasione. L’occasione di toccare un tema - quello della menzogna, e dei suoi rapporti con la vita pubblica, la politica, la società - che nessuno, suppongo, sarebbe così ardito da definire inattuale. Basti pensare all’avvenimento saliente dell’anno appena terminato - la guerra in Iraq -, e al corteggio di bugie che ne hanno accompagnato la preparazione e lo svolgimento. Ho detto che quella controversia fu bizzarra; intendevo dire che tale appare a noi, convinti come siamo che una società in cui tutti dicano la verità, o almeno quella che in buonafede credono essere la verità, sia la più improbabile delle utopie. Ma non era un’utopia per Kant. Il suo sistema morale si reggeva tutto, com’è noto, su un principio di veridicità assoluta; e senza quel principio, che non tollerava eccezioni, gli sembrava che una società, con la sua fittissima rete di impegni reciproci, non avrebbe potuto sussistere. Su questa strada era disposto a giungere alle conseguenze più estreme, come dimostra l’esempio che innescò la polemica con Benjamin Constant.
Mettiamo, disse Kant, che un uomo sia perseguitato da un nemico intenzionato a ucciderlo; che quell’uomo vi chieda di nasconderlo nella vostra casa; che voi lo nascondiate; che il suo persecutore bussi alla porta e pretenda di sapere se l’uomo che cerca abbia trovato rifugio da voi; ebbene, secondo Kant, anche in un caso del genere il principio di veridicità obbliga il protettore dello sfortunato fuggiasco a dire la verità. Incredibilmente, il dovere vi impone di rispondere: «Sì». Molto tempo prima, un altro fiero difensore della Verità, sant’Agostino, aveva, nell’opuscolo Contro la menzogna, prospettato la stessa ipotesi; e anche lui era giunto alla conclusione che neppure in un caso del genere la menzogna era lecita.
Tuttavia Agostino aveva lasciato una coraggiosa alternativa alla delazione: si poteva non rispondere. Così si era comportato un vescovo di Tagaste di nome Fermo, «che nella volontà fu ancora più fermo. Egli aveva nascosto con massima solerzia un uomo che si era rifugiato presso di lui. Interrogato per ordine dell’Imperatore, che aveva spedito delle guardie a prelevare quell’uomo, rispose che non poteva né mentire, né rivelare il nascondiglio del ricercato, e sopportando molti tormenti corporali (a quel tempo gli imperatori non erano cristiani) restò saldo nella sua decisione. Quando più tardi fu tradotto in presenza dell’Imperatore, si mostrò di una virtù così ammirevole da ottenere senza difficoltà la grazia per l’uomo che aveva tenuto presso di sé». Più radicale, Kant non lascia vie di scampo: a una domanda precisa bisogna rispondere in maniera precisa e veritiera, in modo che nessun grumo di opacità contamini una società che si mantiene virtuosamente trasparente, anche se vi accadono cose atroci.
Tra Agostino e Kant, c’è da credere che molti altri, più oscuri, si siano misurati con un «caso di coscienza» che non ci intriga più. «Caso chiuso», si potrebbe dire: non credo che oggi esista qualcuno che pregi la veridicità al punto da condividere la raccomandazione kantiana. Un filosofo del XX secolo, Vladimir Jenkélévitch, ha scritto: «Mentire ai poliziotti della Gestapo che ci chiedono se nascondiamo presso di noi un partigiano, non è mentire...; data la situazione, è un sacro dovere rispondere: qui non c’è nessuno, anche se qualcuno c’è». Queste parole costituiscono per noi una sorta di sigillo della questione. Sigillo liquidatorio, sullo sfondo un’esperienza storica atroce: quella del nazismo.
Più articolate, più sfumate, le obiezioni di Benjamin Constant, formulate alla luce di un’altra esperienza terribile: quella della Rivoluzione francese e dei suoi sviluppi. Il suo saggio, che avrebbe provocato almeno due risposte di Kant, è del 1797. «Preso in maniera assoluta e isolata», scrive Constant, «il principio morale che obbliga a dire la verità renderebbe impossibile ogni vita sociale». Secondo Constant, tutti i principi, anche i più sacrosanti, se spogliati di quei criteri che li rendono applicabili caso per caso, provocano «distruzione e sconvolgimento»; e il principio di veridicità non fa eccezione. «Dire la verità è un dovere», afferma Constant, per precisare subito dopo: «Ma che cos’è un dovere? L’idea di dovere è inseparabile da quella dei diritti: un dovere è ciò che, in un essere, corrisponde ai diritti di un altro. Dove non ci sono diritti, non ci sono doveri. Dunque dire la verità è un dovere solo verso quelli che hanno diritto alla verità. Ma non ha diritto alla verità chi nuoce agli altri».
«Avere diritto alla verità»: questa formula di Constant, che non aveva senso nel sistema kantiano (e infatti Kant se ne sbarazzò con poche frasi taglienti), è preziosa e memorabile per noi, che viviamo in un mondo in cui il principio di veridicità viene preso sempre più alla leggera. Esistono rapporti che sarebbero vuoti e incomprensibili se al loro interno non vigessero, come elementi specifici, dei «diritti alla verità» - e dunque degli obblighi alla veridicità: per esempio, il rapporto tra elettori ed eletti, o quello tra il sistema dei media e i suoi utenti. Secondo un luogo comune, certo non scevro di qualche fondamento, i cittadini di certe democrazie - in primo luogo gli Stati Uniti - sarebbero più severi verso le bugie dei loro rappresentanti di quanto non lo siamo noi europei, inclini, sin dai tempi di Odisseo, ad ammirare la versatilità e la prontezza di chi pratica con successo la menzogna; ma la cronaca di questi anni ci spinge a dubitarne. L’impressione è che si menta sempre di più, e in maniera più sfrontata, da una parte e dall’altra dell’Atlantico.
In questa situazione la formula di Constant merita di essere ripetuta, di entrare a far parte del nostro linguaggio. Come elettori, come utenti dei media, insomma come cittadini, noi abbiamo «diritto alla verità» (ma sarebbe più esatto dire: «diritto alla veridicità», cioè a una comunicazione senza doppiezze). Questa rivendicazione non può che essere parte integrante della nostra idea di democrazia. Anche se poi non è il caso di farsi molte illusioni: non basta certo una formula per arginare una menzogna che non è più il semplice e simmetrico rovescio della realtà, come immaginavano i moralisti classici e come continuano a immaginare gli appassionati di logica nei loro rompicapo, ma un flusso pervasivo, un ibrido di vero e di falso che, ancora prima di distruggere la verità, ne distrugge lo stile.

alcune notizie da "Le Scienze"
edizione italiana dello "Scientific American"

29.01.2004
Ossigeno ed evoluzione della vita
Metodi di datazione molecolari descrivono l'evoluzione eucariotica


Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista "BMC Evolutionary Biology", l'ossigeno ha svolto un ruolo chiave nell'evoluzione degli organismi complessi. Lo studio mostra infatti che la complessità delle forme di vita è aumentata prima di quanto si pensasse, e in parallelo con la disponibilità di ossigeno come fonte di energia.
In quello che è lo studio finora più vasto non dedicato esclusivamente ai vertebrati, i ricercatori della Pennsylvania State University hanno usato metodi di datazione molecolare per creare una nuova linea temporale dell'evoluzione eucariotica. Aggiungendo informazioni sul numero di differenti tipi di cellule possedute da ciascun gruppo di organismi, i ricercatori hanno ricostruito come la complessità della vita è aumentata nel corso del tempo. Lo studio mostra che gli organismi contenenti tipi di cellula più diversificati si sono evoluti in seguito ad aumenti dell'ossigeno atmosferico.
"Per costruire un organismo multicellulare complesso, con tutte le comunicazioni e le segnalazioni fra le cellule che richiede, - spiega Blair Hedges, che ha condotto la ricerca - c'è bisogno di energia. In assenza di ossigeno o di mitocondri, gli organismi complessi non sarebbero stati in grado di svilupparsi". Lo studio ha rivelato infatti che gli organismi contenenti più di due o tre diversi tipi di cellula sono apparsi solo quando l'ambiente di superficie divenne ossigenato, circa 2.300 milioni di anni fa. Proprio a quell'epoca le cellule divennero in grado di estrarre l'energia dall'ossigeno grazie alla comparsa dei mitocondri.

27.01.2004
L'estrogeno rende vulnerabili allo stress
La scoperta spiegherebbe la maggior propensione delle donne alla depressione


Secondo uno studio di ricercatori dell'Università di Yale, livelli di estrogeno elevati possono aumentare la risposta del cervello allo stress, rendendo le donne più vulnerabili a malattie mentali come la depressione e il disturbo post-traumatico da stress (PTSD). Secondo la neurologa Becca Shansky, la scoperta potrebbe spiegare come mai nelle donne le malattie legate allo stress si verificano due volte più spesso che negli uomini. Inoltre chiarirebbe perché questa discrepanza comincia a comparire dalla pubertà, prosegue durante l'età fertile e declina poi dopo la menopausa. Lo studio verrà pubblicato sul numero di marzo della rivista "Molecular Psychiatry"
I ricercatori hanno esposto topi maschi e femmine a differenti livelli di stress, e li hanno poi sottoposti a un esercizio di memoria a breve termine. Gli scienziati hanno scoperto che, in assenza di stress, i maschi e le femmine ottenevano gli stessi risultati. Dopo l'esposizione a elevati livelli di stress, entrambi commettevano significativi errori di memoria. Tuttavia, con un livello di stress moderato, le femmine risultavano danneggiate e i maschi no, il che suggerisce che le femmine sono più sensibili agli effetti dello stress. Questo si verificava solo quando le femmine si trovavano in una fase di alto estrogeno. Successivi esperimenti con placebo hanno confermato che l'ormone aumenta la risposta del cervello allo stress.

27.01.2004
Dormiamoci sopra
Una notte di riposo può aiutare a risolvere un enigma


Alcuni esperimenti effettuati da ricercatori tedeschi mostrano che un problema difficile può effettivamente essere risolto "dormendoci sopra". Gli scienziati sostengono infatti che, mentre dormiamo, il nostro cervello manipola i dati in modo da presentarci una soluzione al momento del risveglio: in poche parole, il sonno migliora il cosiddetto "pensiero laterale".
Molte prove aneddotiche da tempo suggeriscono che una notte di riposo può portare chiarezza di fronte a un enigma complesso. Per esempio, il chimico russo Dmitri Mendeleyev progettò la sua tavola periodica degli elementi in seguito a un momento di "illuminazione" notturna. "Disse di aver avuto un sogno - spiega Ullrich Wagner dell'Università di Lubecca, in Germania - nel quale tutti gli elementi andavano a collocarsi nelle giuste posizioni".
Negli esperimenti condotti da Wagner e colleghi, alcuni volontari si sono confrontati con dei problemi di aritmetica e si sono poi sottoposti a un intervallo di otto ore. Coloro che in questo intervallo hanno dormito, erano poi più propensi (con una probabilità doppia) a scoprire che esisteva una regola nascosta che consentiva sostanzialmente di semplificare i calcoli.
"Riteniamo - spiega Wagner - che il sonno agisca sugli schemi creati durante l'addestramento, ristrutturandoli e fornendo nuovi indizi". Secondo lo scienziato, i dati vengono vagliati nell'ippocampo e nella corteccia prefrontale, aree del cervello che immagazzinano e analizzano i ricordi.

U. Wagner, S. Gais, H. Haider, R. Verleger, J. Born, Sleep inspires insight. Nature, 427, 352 - 355, doi:10.1038/nature02223 (2004).

27.01.2004
Un modello per le migrazioni umane
Lo studio del cromosoma Y consente di descrivere il cammino dei nostri antenati


I primi esseri umani che migravano dall'Africa verso gli altri continenti portavano con sé piccole differenze genetiche. Gli studi odierni possono fornire soltanto una fotografia dell'attuale situazione del nostro corredo genetico, senza rivelare le ondate che hanno condotto alla situazione corrente. Ora alcuni ricercatori alla Scuola di Medicina dell'Università di Stanford hanno sviluppato un modello per individuare i luoghi dove le mutazioni sono inizialmente apparse, fornendo così un nuovo metodo per individuare il cammino migratorio dei nostri antenati.
Lo studio è stato condotto dal celebre genetista Luca Cavalli-Sforza, esperto dell'evoluzione degli esseri umani moderni. Gran parte del suo lavoro recente riguarda le mutazioni nel cromosoma Y, che vengono trasmesse esclusivamente da padre in figlio, negli ultimi 50.000 anni in cui gli uomini si sono diffusi dall'Africa nel resto del mondo.
Queste mutazioni, molte delle quali non provocano cambiamenti fisici, tendono a verificarsi con un tasso costante e rappresentano una sorta di orologio genetico. Per esempio, se una popolazione presenta dieci mutazioni dopo 50.000 anni di evoluzione dall'antenato comune in Africa, allora la quinta mutazione è probabilmente sorta 25.000 anni fa.
Con l'aiuto del programmatore Christopher Edmonds e della statistica Anita Lillie, Cavalli-Sforza ha costruito un modello al computer per simulare la diffusione delle mutazioni in una popolazione che migra. I risultati, pubblicati online sul sito della rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences" (PNAS), permettono di determinare l'origine di una mutazione con buona precisione.

© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.

l'indagine sull'infanticidio di Cogne

Libertà 30.1.04
A Cogne due anni fa l'omicidio di Samuele
Il superperito della polizia criminale tedesca chiede tempo fino al 31 marzo per la sua relazione


MILANO Il silenzio che domina le valli ai piedi del Gran Paradiso è rotto, al mattino, dal rombo del motore dell'eliambulanza che arriva da Aosta e punta alla frazione di Montroz di Cogne. Sono circa le 9 del 30 gennaio 2002, in casa di Stefano Lorenzi e Anna Maria Franzoni giace esanime il piccolo Samuele, 3 anni appena, secondo figlio della coppia, gravemente ferito da una mano che ancora oggi, a due anni dal delitto, resta avvolta dal mistero. Gli atti processuali sono ancora in corso. La superperizia, disposta dal gup di Aosta, Eugenio Gramola, è in alto mare: i consulenti depositeranno i loro studi solo il 31 marzo e l'udienza preliminare è prevista per il 26 aprile. A due anni dal delitto, insomma, non si sa ancora chi ha ucciso il piccolo Samuele. Per gli inquirenti di Aosta è stata la madre, Anna Maria Franzoni, unica indagata. Arrestata, scarcerata, sottoposta a perizia psichiatrica e interrogata innumerevoli volte, si è dichiarata innocente: «Il mostro è a Cogne. E' libero!», ha sempre affermato Anna Maria ai giornalisti e davanti le telecamere. L'avvocato della difesa, Carlo Taormina, sostiene di aver individuato il vero assassino di Samuele. Ma fino ad oggi nessun nome è stato fatto. Le prove su cui si basa l'accusa per dimostrare che la Franzoni è l'assassina del figlio sono prevalentemente riferite agli orari, alle macchie di sangue trovate sugli zoccoli e sul pigiama. Manca una prova fondamentale: l'arma del delitto. Mai trovata. L'iter giudiziario in questi due anni è stato frenetico. Il caso di Cogne è passato dalle mani della Procura di Aosta al Tribunale di Torino e alla Cassazione più volte. Risultato? Il dibattimento in aula non è ancora iniziato. L'ultima mossa della magistratura aostana risale al 16 settembre 2003 quando, durante l'udienza preliminare sul rinvio a giudizio della Franzoni, il gup, Eugenio Gramola, ha disposto la superperizia. Hermann Schmitter sta ancora scrivendo la relazione sull'esame delle traiettorie che avrebbero compiuto gli schizzi di sangue del bambino trovati nella stanza dove fu ucciso. A chiedere la proroga è stato infatti lo stesso Schmitter, collaboratore della Bundeskriminalamt, la polizia criminale tedesca, considerato uno dei massimi esperti a livello europero del settore. All'origine della richiesta di proroga c'è il ritardo nella traduzione degli atti in Germania. Anche gli altri due consulenti, Piero Boccardo, docente del Politecnico di Torino, incaricato di svolgere l'esame su un frammento osseo trovato nel letto dove fu massacrato Samuele, e il medico legale Vincenzo Pascali, dell'Università Cattolica di Roma, incaricato di analizzare le tracce di sostanza ematica trovate sugli zoccoli di Anna Maria Franzoni, hanno chiesto una proroga dei termini per la consegna delle rispettive perizie. «La verità sul delitto di Samuele è ancora tutta da scrivere. Quando sarà finito il processo - afferma Taormina - pubblicherò un libro». Roberta Rizzo

(c) 1998-2002 - LIBERTA'

Cina

ANSA
Cina: corruzione provoca ondata di suicidi, 1.200 membri Pcc
Quasi ottomila fuggiti all'estero


(ANSA)-PECHINO, 29 GEN-Piu' di 1200 membri del Partito Comunista Cinese suicidi e quasi ottomila fuggiti all'estero in seguito ad accuse di corruzione.Lo rivela il giornale di Hong Kong Wen Wei Po, considerato vicino al governo di Pechino. Il maggior numero di fuggitivi (1240) proviene dalla provincia meridionale del Guangdong,in grave crisi economica. Seguono la provincia centrale dell'Henan (854) e quella del Fujian, sulla costa sudorientale del paese con 586 latitanti.
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Paolo Soleri

Repubblica 30.1.04
edizione di Firenze
L'architetto nel deserto Paolo Soleri e la sua citt?
Trenta anni di vita con settanta abitanti
di Irene Bignardi


«La parola utopia irrita profondamente Paolo Soleri - il nostro ospite, che ha ottantatré anni brillantemente portati, una bella faccia asciugata dal sole del deserto, gli occhi blu, un camiciotto verde, braghe di tela al ginocchio e l´aria di un poeta che, pur da poeta, ha molto molto da fare e corre sempre, efficientissimo e fiero, da un punto all´altro della sua città del sole. Utopia vuol dire un luogo che non c´è da nessuna parte. Dunque non esiste utopia, protesta, dove la stessa cosa c´è. E qui ad Arcosanti c´è, da trent´anni, e nel 2000 si è festeggiato il trentennale della posa della prima pietra. L´idea, la sua idea, resiste, la minicittà esiste, ci sono i suoi settanta abitanti, la vita scorre, siamo addirittura alla seconda generazione di arcosantesi. Mi arrendo. Usiamo la parola utopia, prometto, come marchingegno dialettico, giusto per capirci. Diremo utopia e parleremo di ideali, speranze, rivoluzione dell´esistente. Non è convinto. Come ha scritto, "il laboratorio è per definizione una cosa con cui l´utopia non può coesistere. L´utopia è conclusiva, se non la conclusione stessa." Soleri ha l´aria di non prendere sul serio il clima di adorazione che vede in lui un guru, la comunità che lo adora, gli allievi che ritornano, tutto teso com´è verso un futuro che continua a elaborare, a immaginare, a combattere con le sue armi. "Non disegno città. Metto giù idee che in qualche modo aprano una prospettiva diversa su quello che riguarda la città o che la città può diventare". Arcosanti, con Cosanti e la sua realtà realizzata, è un modello, una proposta, una provocazione, un´utopia con molte rughe - e insieme una realtà fatta di gente che da quei mesi e quegli anni con Soleri ha imparato, comunque, a guardare il reale e il possibile in maniera non convenzionale, a non accettare come scontata la cultura della grande città e dei sobborghi, dei vecchi e dei giovani, dei poveri e dei ricchi, e a sognare, secondo l´insegnamento del vecchio maestro, una comunità di umanità.

due mostre a Milano

Le civiltà del Perù da Chavín agli Inca

La Collezione Federico Balzarotti al Castello Sforzesco L'esposizione, attraverso duecento reperti, presenta una delle più rilevanti raccolte di arte peruviana preispanica. La raccolta ha un carattere antologico ed è la sola che consente di capire il percorso storico del Perù preispanico: da Chavín (900-200 a.C.) agli Inca (1440-1532). In mostra sono rappresentate tutte le culture che si sono succedute nella regione: Cupisnique, Paracas, Moche, Nasca, Recuay, Huari, Chimú, Chancay.

dal 29/01/2004 al 02/05/2004 Civici Musei Castello Sforzesco Milano info: Piazza Castello; tel. 0262083947


Soutin, Kisling, Utrillo e la Parigi di Montparnasse

Una mostra dedicata a Soutine, Kisling, Utrillo e ad alcuni amici, che come loro frequentavano abitualmente leggendari café parigini. Oltre ai dipinti in esposizione alcuni ritratti fotografici realizzati da Germaine Nordmann (Parigi 1902-1997), assidua visitatrice degli studi degli artisti.

dal 28/01/2004 al 28/02/2004 Farsetti Arte Milano info: Via della Spiga, 52; tel. 02794274 - 0276013228

attenti a quel che mangiate
(c'è rischio di schizofrenia, dicono i neurologi australiani!)

ANSA 30.1.04
MEDICINA: SCHIZOFRENIA LEGATA A CARENZA VITAMINA D, RICERCA


SYDNEY, 30 GEN I bambini nati in inverno sono piu suscettibili alla schizofrenia, secondo una ricerca australiana che ha individuato un legame tra la malattia e la deficienza di vitamina D, che a sua volta si puo assorbire dall esposizione alla luce del sole. È raccomandabile quindi che le donne incinte trascorrano il piu tempo possibile all'aria aperta, od almeno assumano supplementi di vitamina D.
La connessione fra la malattia e la D è emersa dapprima da statistiche che mostravano come durante i mesi invernali piu freddi, quando c'è meno luce del sole, si registri un aumento dal 7 al 10% nel numero di persone nate con la schizofrenia [sic!]. Le evidenze statistiche sono state poi confermate dalla ricerca, condotta su topi di laboratorio, da studiosi del Centro di ricerca sulla salute mentale di Brisbane, e presentata oggi al Congresso annuale dell'Australian Neuroscience Society a Melbourne.
Nello studio i topi allevati con carenza di vitamina D hanno messo al mondo prole con cervelli distorti ed altre deformità, che corrispondono a quelle trovate nei cervelli di pazienti umani affetti da schizofrenia. Il prof. Darryl Eyles, che ha guidato la ricerca, ha riconosciuto che il lavoro sulla deficienza di vitamina D e ancora nelle fasi iniziali, ma è gia accertato che questa vitamina è un regolatore diretto di un fattore di crescita dei nervi, che è essenziale nello sviluppo dei neuroni cerebrali.
Ora stiamo conducendo esperimenti su animali, sui modi in cui l'assenza di vitamina D nella madre puo avere conseguenze sullo sviluppo cerebrale del feto, ha spiegato Eyles. È comunque gia evidente che le donne incinte dovrebbero essere incoraggiate ad esporsi di piu alla luce naturale. È consigliabile per le future madri esporsi con moderazione alla luce del sole o supplementare la dieta bevendo latte fortificato con vitamina D, ha aggiunto. (ANSA)