sabato 27 settembre 2003

il Medio Evo di Jacques Le Goff a Parma

La Stampa 27 Settembre 2003

SI APRE OGGI A PARMA LA MOSTRA «IL MEDIOEVO EUROPEO», IDEATA DAL GRANDE STORICO FRANCESE, CHE NE HA SCELTO I CAPOLAVORI


Costume e bellezza
«Costume e bellezza nell’Italia antica» è il titolo della rassegna che si inaugura oggi in oltre 80 siti e musei archeologici, fino al marzo del 2004. Scopo della manifestazione, come ha detto il ministro Urbani, valorizzare il nostro patrimonio artistico, abbinare le vestigia del passato alla creatività della moda moderna.


LE GOFF
fate e streghe
sogni e gioco


Il carattere fondamentale della donna medievale è la sua ambiguità: a volta Eva a volte Maria La prima incarna l’ideale della bellezza e del nudo e l’ossessione del corpo in quella società

Troppo spesso si parla di quei secoli come tristi e pieni di gemiti Al contrario il Medioevo ha conosciuto il riso ed è vissuto in mezzo a sonorità e melodie Ai divertimenti di palla del tempo risale l’origine del calcio


di Jacques Le Goff

SOGNO e cortesia. Il mondo medioevale è un mondo di gente che sogna, ma a differenza di uomini e donne dell'Antichità, che potevano rivolgersi a numerosi interpreti professionali dei sogni, che esercitavano persino nei mercati, la Chiesa medioevale proscriveva l'interpretazione dei sogni, attribuiti per la maggior parte a Satana, o all'indecenza di corpi travagliati dall'indigestione, dall'ubriachezza o dal desiderio erotico. La Chiesa riconobbe dunque agli inizi solo alcune categorie di sognatori privilegiati: santi, re, monaci; poi si moltiplicarono nell'arte le raffigurazioni di sognatori illustri, mentre l'interpretazione dei sogni si faceva sempre più democratica. Gli artisti medioevali giunsero a definire una postura quasi liturgica per la persona che sogna: per lo più non supina, ma coricata su un fianco e appoggiata su un braccio. Il sogno diventa un genere letterario. Dai sogni di Carlo Magno nella Chanson de Roland fino al Roman de la Rose il sogno é stato un grande tema, che ha sublimato questo aspetto della quotidianità di uomini e donne. Il sogno infine si inserisce nella crescente raffinazione dei costumi che Elias ha chiamato «processo di civilizzazione». Buone maniere a tavola, scene d'amore, bagni, si diffondono in un'atmosfera signorile in cui gli oggetti lussuosi delle arti minori - specchi, avori, gioielli - occupavano un posto centrale. Sogni e scene cortesi sono presenti e frequenti nella società del XV secolo che il grande storico olandese Johan Huzinga ha chiamato L'Autunno del medioevo.
Personaggi umani, personaggi femminili. Il mondo delle donne e degli uomini è ampiamente presente nell'arte medioevale. Certo, nell'insieme predominano gli uomini: è il «medioevo maschio» descritto da Georges Duby; ma le donne sono ben presenti nelle rappresentazioni figurative, nelle quali si rende manifesto il loro potere di seduzione, nel bene e nel male. Ecco quindi che il tema evangelico delle vergini sagge e folli offre all'arte gotica lo spunto per belle statue dai forti contrasti. Il carattere che si vuole fondamentale della donna è la sua ambiguità, il suo essere volta a volta Eva o Maria. Ambiguità condivisa anche dai personaggi, che a volte il medioevo ricupera, dei vecchi depositi mitici e popolari. Così anche le fate trovano posto nel mondo cristiano medioevale. Una di loro, Melusina, seduttrice di cavalieri, sedusse anche romanzieri e miniatori. Donna-serpente divenuta umana, feconda e benefica, dissoda terre, costruisce castelli, allatta i suoi figli. Ma la sua natura viene scoperta dal marito, che con ciò la condanna, sia pure involontariamente, ad abbandonare sposo, figli, dimora; potrà solo tornare di notte, lanciando «le grida della fata» descritte da Gérard de Nerval.
In questo mondo che spesso ignora la frontiera tra realtà e immaginazione si crede all'esistenza di un prestigioso animale simbolico, l'unicorno, interpretato come una vergine che fugge i cacciatori e va a rifugiarsi in grembo alla Madonna, la vergine per eccellenza. Dopo innumerevoli raffigurazioni, l'unicorno ispirò un capolavoro del XV secolo: il ciclo di sei grandi arazzi della Dame à la licorne , tra le opere più suggestive conservate al Musée du Moyen Age di Parigi.
Abbiamo visto Maria tra i personaggi divini; tra quelli umani e femminili bisogna cominciare da Eva, che del resto nell'arte medioevale finisce col perdere la natura malefica. Nel suo ruolo di tentatrice, principale colpevole del peccato originale, Eva può incarnare la bellezza femminile, in particolare il nudo, forma in cui Maria non può certo essere raffigurata. Così esposta Eva rappresenta tra l'altro l'ossessione del corpo vissuta dalla società medioevale. I corpi delle donne aristocratiche incarnano sempre più, nella statuaria, nel ritratto, la bellezza femminile, conservando però nell'espressione del viso se non l'ambiguità certo almeno un'aura di segreto. È il caso della marchesa Uta, nella cattedrale di Naumburg.
La musica e il gioco. Il medioevo non è il mondo triste, pieno di gemiti, di cui troppo spesso si parla e si scrive. Al contrario, ha conosciuto il riso, si è divertito, è vissuto in mezzo a sonorità e melodie. Ha inventato o perfezionato non pochi strumenti musicali. Ha fatto progredire l'arte corale con il canto fermo, chiamato anche gregoriano. Ha aperto la strada alla polifonia e, sul finire, grazie anche a nuove forme di devozione - la Devotio moderna - ha creato una forma musicale moderna, l' Ars Nova. Abbiamo poche testimonianze sulla musica profana e sulla danza aristocratica, ma sappiamo dai testi che furono praticate abbastanza da suscitare l'ostilità, fortunatamente inefficace, del clero. E tuttavia la presenza eminente della musica nella società e nella cultura medioevali ha avuto sovente come teatro il luogo cruciale di quella società e di quella civiltà: la chiesa. Il medioevo infatti ha sviluppato anche uno strumento destinato a enorme fortuna: l'organo. E in più, anche se in ritardo rispetto all'India e all'Estremo Oriente, ha diffuso suoni legati alla liturgia, questo autentico calendario sonoro dell'Occidente. Parliamo delle campane, che dai campanili, a partire dal VII secolo, hanno risuonato con sempre maggior forza in tutto l'Occidente medioevale.
Dalla Bibbia gli artisti hanno fatto uscire un regale musicista: Davide, e attraverso di lui hanno innalzato al trono uno strumento, liuto o arpa, e una pratica sacra dall'origine: la danza.
Anche nel campo del gioco le pratiche, i divertimenti sono stato numerosi. Anche qui, per lo più con una frontiera netta a separare i giochi degli strati superiori della società da quelli dei ceti popolari. Certo nel medioevo non si è praticato lo sport come si faceva nell'Antichità e come si tornerà a fare nell'Europa del XIX secolo, ma i giochi di palla sono stati presenti, tanto che l'origine del nostro calcio è da ricercarsi proprio nel medioevo. In questa mostra compare uno dei giochi più tipici dei divertimenti aristocratici, segno ancora una volta delle influenze orientali, giacché arriva dall'Asia per tramite degli arabi tra XI e XII secolo: gli scacchi. Acquisteranno tale prestigio che un bell'esemplare del XII secolo verrà attribuito ad un possessore illustre, Carlo Magno. Circa l'anno 1300 il domenicano italiano Iacopo da Cessole, seguendo il gusto letterario dell'epoca per le opere di «moralità»", redige il Liber super ludo scaccorum , nel quale l'interpretazione dei pezzi e del gioco degli scacchi dà luogo a una delle più interessanti descrizioni della società e delle mentalità medioevali.
La morte e l'aldilà. La mostra inizia con le porte e l'evocazione degli spazi terrestri nei quali si è sviluppata la civiltà medioevale. Si chiude con un'altra apertura : quella sull'Aldilà e sull'eternità. È il tipo di fine su cui ruminavano donne e uomini del medioevo, spintivi dalla Chiesa o anche all'interno della loro devozione personale. I rapporti tra i vivi e i morti costituiscono un aspetto fondamentale di ogni società. La società medioevale ha conosciuto un'evoluzione essenziale di questi rapporti. I vivi erano tenuti a pregare per i morti, ma a partire dalla fine del XII secolo seppero che avevano speciali doveri di preghiera verso una particolare categoria di morti: le anime del Purgatorio. È questo il momento in cui si inventa questo terzo luogo del mondo ultraterreno. Da allora la geografia dell'Aldilà comprenderà cinque luoghi deputati, di cui due limbi (uno dei bambini e uno dei Patriarchi), e tre luoghi principali: Inferno, Purgatorio, Paradiso. L'Inferno e il Paradiso, a differenza dal Purgatorio, dovranno durare in eterno: l'umanità medioevale cristiana aspira alla salvezza, spera di essere accolta in Paradiso. L'attesa della fine dei tempi, della fine della storia, che dovrebbe sfociare nell'eternità, a ispirato la massima opera del medioevo, che non poteva mancare qui: la Divina Commedia .
La presenza dell'Aldilà e dell'Eternità coinvolge due aspetti essenziali. Da un lato, il coronamento della storia umana è la risurrezione dei corpi, perché il cristianesimo, unico tra le altre religioni, ne ha fatto un dogma di fede. Dall'altro, questa è un'altra occasione di rendere manifesta l'importanza del corpo nella civiltà medioevale.
Infine, come eco alla creazione, evento fondatore della storia, la società medioevale prevede per la propria fine un altro grande avvenimento. Poiché, durante il medioevo, ci si preoccupò sempre più attentamente della elaborazione del diritto e della giustizia, l'atto finale è un giudizio: il Giudizio Universale. Qui finisce la storia, qui il visitatore della mostra conclude il suo viaggio col messaggio di speranza proposto dalla Risurrezione.
(all’ Introduzione al catalogo della mostra «Il medioevo europeo». Traduzione di Daniela Romagnoli)

Samira Makhmalbaf

La Stampa 27 Settembre 2003

Makhmalbaf, la desolazione
che spezza i sogni della vita
di Lietta Tornabuoni


TRA l'estate e l'autunno del 2002, Samira Makhmalbaf, iraniana, 23 anni, bella, andò a girare a Kabul: voleva rispecchiare in un film cosa fosse cambiato in Afghanistan, soprattutto per le donne, dopo la caduta dei talebani. I suoi precedenti film li aveva ambientati in Iran («La mela», 1997), sul confine Iran-Iraq in Kurdistan («Lavagne», 2000), nel mondo allarmante che la circonda («Se ci sono i Medici senza frontiere, possono esserci anche i Filmaker senza frontiere», dice). La accompagnavano in Afghanistan, come usa nella sua gran famiglia di cineasti, il produttore, soggettista e montatore Mohsen Makhmalbaf suo padre, la sorella tredicenne Hana Makhmalbaf autrice del documentario sulla lavorazione del film poi presentato all'ultima Mostra di Venezia con il titolo «The Joy of Madness»
Molto bello, premiato a Cannes 2003, «Alle cinque della sera» ha come protagonista una ragazza di Kabul, all'inizio piena di vitalità, di desideri e di ambizioni (vuol diventare presidente della Repubblica), amica di un poeta (è lui a insegnarle i versi di Garcia Lorca del titolo, e lei li recita a se stessa nei momenti più tristi chiedendo consolazione alla forza universale della poesia). Poco a poco, però, la ragazza viene sopraffatta dalla desolazione. Suo fratello è morto in Pakistan, senza che la famiglia lo sappia con certezza. Suo padre carrettiere, conservatore integralista, per trovare rifugio in un luogo santo la porta via da Kabul in compagnia della cognata vedova inconsapevole e del bambino piccolo di lei che muore di stenti. Anche il cavallo stramazza per la fatica e la fame. Adesso, dopo i talebani, le donne possono studiare o lavorare, ma debbono seguitare a portare la burqa per strada e restano oppresse dalla tradizione, dalla religione, dalla famiglia. L'Afghanistan appare un Paese di macerie e deserti, con pochissimo cibo e rari tetti sotto cui trovare riparo: azzerato dalla guerra molto più che dai talebani.
Lo stile di Samira Makhmalbaf è singolare, fortemente realista e insieme lirico-simbolista: all'ammirazione per la sua bravura di cineasta si unisce il rispetto per il suo impegno civile fattivo e appassionato.
ALLE CINQUE DELLA SERA
(Panj ès asr)
Di Samira Makhmalbaf
Con Ageleh Rezaee, Abdolghani Yusef-zay, Marzieh Amiri
Drammatico. Iran/Francia,2003.
TORINO , cinema Massimo. MILANO , Anteo, Colosseo, ROMA , Eden, Intrastevere, Lux, Quattro Fontane.

il Washington Post su Marco Bellocchio e il suo film

The Washington Post 19.9.03
Film's Fantasy Finish Has Italians Rethinking 1978 Assassination

By Daniel Williams


ROME -- No event of the second half of the 20th century in Italy has a stronger grip on the public imagination than the kidnapping and killing by the Red Brigades of Aldo Moro, the leader of the once-dominant Christian Democratic Party.

His death in 1978 inspired scores of books, hundreds if not thousands of essays and articles, and enough conspiracy theories to overwhelm Oliver Stone. Moro's murder is Italy's equivalent of the Kennedy assassination.

This year, two feature films about Moro opened in Italian theaters. One was a rehash of a theory that the United States and other sinister forces had arranged his death. But the second, a psychological portrait of one of the terrorists, created a stir. "Buongiorno, Notte" ("Good Morning, Night") ends with a dream of Moro walking free from captivity, instead of the true climax, his body found crumpled and full of bullets in a stolen car parked on a side street in downtown Rome.

Suddenly, all sorts of Italians are fantasizing that Moro came home alive -- his captors, aging politicians who announced they would not negotiate for his release, pundits and historians. It was as if Italy had moved from historical revisionism to psychological revisionism. In the days leading up to Moro's death, his survival seemed low among many Italians' priorities. Twenty-five years later, it seems to be everyone's most ardent desire.

"A worker came up to me who saw the movie," said Marco Bellocchio, the director. "He said that he was 20 when Moro was kidnapped, and he applauded. Now, he said, he cried."

Even former members of the Red Brigades got into the act. After viewing the movie, Anna Laura Braghetti, who was one of Moro's captors and the person on whom the main character is based, said she was against killing Moro. "I was horrified. I imagined letting Moro go, but I didn't do it. I stayed in the Red Brigades," she told the newspaper Corriere della Sera, in her only interview after the movie's showing.

Her memoir of the killing, called "The Prisoner," was one of the sources for the film. But she did not actually dream Bellocchio's dream. After finishing with Moro, she was involved in the coldblooded killing of a university professor.

Eventually, Red Brigades members were hunted down and put on trial. The Moro killing was the beginning of the end of what they called "armed struggle."

With 21st-century Italy internally at peace and issues like the fate of an overburdened pension system its biggest political challenge, it is hard to appreciate the country's turmoil in the 1970s. Italy was a front-line Western state in the Cold War, and the possibility of Communists taking power was real. The economic miracle that quickly brought prosperity to an impoverished land had not erased class hatred. Radical Italian leftists with links across Europe killed, kneecapped and kidnapped businessmen, academics and politicians. The '70s became known as the decade of lead.

Moro, a former prime minister who in 1978 was the Christian Democratic Party president, tried to stabilize Italian politics with a project known as the "historic compromise": He wanted to include the Italian Communist Party as a voting member of the Christian Democrats' majority in Parliament, though without cabinet seats. For the Communists, this would have been a step toward political legitimacy.

The Red Brigades, one of many far-left splinter groups that brooked no compromise with the "bourgeois" government, opposed the Communist move.

Terms of the debate changed on March 16, 1978, when members of the group staged a carefully planned ambush of Moro's car as it headed down a Rome street toward Parliament. All five of his bodyguards were killed; Moro, unhurt, was bundled off by the attackers.

The ensuing crisis transfixed Italy. The Brigades repeatedly demanded the release of fellow members standing trial; both the Communists and the Christian Democratic government, then headed by Giulio Andreotti, rejected negotiations with the Red Brigades. The kidnappers held Moro in a cell in a suburban apartment for 55 days, put him on trial, sentenced him to death and shot him.

A quarter-century later, many people who were involved say they labored for a happier ending.

Adriana Faranda, a Red Brigades leader who says that at the time she tried to persuade her comrades not to assassinate Moro, lamented that the police did not find the hide-out and save him. "We were the weak link, we had sent out dozens of messages, we were so vulnerable, I don't understand why they didn't catch us," she said in an interview.

A few days ago, Andreotti announced that, contrary to published historical testimony that he had refused all contacts with the kidnappers, he had authorized the Vatican to negotiate for Moro's life, albeit via a convict in jail who said he could free Moro for money. He said the effort failed because it was too late.

L'Unita, the leftist newspaper that was once the official mouthpiece of the Communist Party of Italy and in 1978 stuck firm with the refusal to negotiate, recently fantasized that, had Moro lived, the current right-wing government of Prime Minister Silvio Berlusconi might never have come into being.

Not everyone is pleased with such revisionist sentiments. "L'Unita of today against L'Unita of yesterday?" dryly asked Francesco Merlo, a political commentator. "In exchange for what political small talk and for what aberrant reason can one forget the blood of that morning?"

"Buongiorno, Notte" debuted at the recent Venice Film Festival, and its failure to win the top Gold Lion prize itself became a controversy. The jury created a special consolation prize for Bellocchio.

"I was interested in the internal life of the terrorists, their habits, their thinking," he said. "The background of who was guilty, the imagined plots, I was not interested in those."

Bellocchio was in his thirties when the kidnapping took place and he recalled that many leftist youths romanticized the Red Brigades. "It was a mass craziness," he said.

As a plot device, Bellocchio's dream of Moro's liberation was designed to provide the Braghetti-based character with a dramatic contradiction. The movie is paradoxically both intense and low-key: Bellocchio depicts neither the violent kidnapping nor Moro's execution. Nor does he show the discovery of Moro's corpse in a car near Communist Party headquarters -- an image burned into Italian consciousness by media pictures.

Former Brigades member Faranda said the movie accurately depicts the closed ideological world of the terrorists. "Even in opposing Moro's killing, I used the rhetoric of military and political strategy," she said. "The question of humanity was not part of our language."

Like Braghetti, Faranda remained with the Red Brigades after the killing. "It was like a marriage. When we entered the clandestine life, we went for total involvement," she said. Both were released from long prison sentences under Italy's liberal parole laws.

Paola Tavella, a journalist who co-wrote Braghetti's memoirs, said the former Red Brigades member told her story in the interest of laying out history. Braghetti now does social work as part of the conditions of her release in the mid-1990s.

Tavella said she thinks the movie will terminate the cycle of Moro conspiracy theories. "It's the end of all these mystery stories," Tavella said in an interview. "Moro was killed by four Italians who kept him in an apartment in Rome."

"Conspiracy theories are beloved by people who don't want to look at their own generation in the face," she said. "Now the spectators at the film all wish that Moro was not killed. At the time, almost no one was able to give proper value to human life."

© 2003 The Washington Post Company

«What's hot in New York?»: Marco Bellocchio

rediff.com from India

What's hot in New York?

Arthur J Pais September 24, 2003 12:40 IST


Good Morning, Night: A brilliant, heartfelt and controversial film dealing with murderous radicalism. Writer-director Marco Bellocchio restages one of the most notorious episodes in Italian political history that many people in that country do not want to discuss: the 1978 kidnapping of President Aldo Moro (Roberto Herlitzka) by a cell of the Red Brigade terrorist group.

The haunting images of the only female member of the terrorist band, Anna (Maya Sansa), whose revolutionary conscience is pricked by human considerations, are unforgettable. She finds herself increasingly alienated from her militant comrades, and begins thinking of a way to turn their prisoner free.

Bellocchio stages thoughtful and troubling meetings between the radicals and Moro who tries to convey his Catholic philosophy to them. But it is Anna, the young idealist, who forges a silent bond with the doomed man.

Directed without sensationalism and narrated with underplayed performances, the dazzlingly conveyed film was one of the most gripping films seen at the TIFF. It was one of the very few films to receive spontaneous applause in Toronto.

Buongiorno, notte e Marco Bellocchio a Rio

Le Devoir 25.9.03
Cinéma - Début du festival de Rio de Janeiro
On présente 300 films en 16 jours. Parmi les principaux longs-métrages du panorama mondial figurent Dogville, du Danois Lars Von Trier.
AFP


Rio de Janeiro - Le Festival de cinéma de Rio de Janeiro s'ouvre ce soir et présentera pendant seize jours près de 300 films du monde entier dans 37 salles de la ville.
Cinéma
Pour la première fois, la mairie de Rio a installé cette année des «écrans culturels» dans les quartiers défavorisés de la zone nord où le public pourra assister aux principaux films sortis en 2003 et prendre connaissance des nouvelles tendances du cinéma mondial.
En 2003, c'est l'Italie qui est à l'honneur avec ce qu'il y a de plus représentatif de sa production récente. L'un des films présentés sera Buongiorno, Notte de Marco Bellocchio, qui viendra parler de son film.

incubi della ragione

La Stampa Tuttolibri 27.9.03

Dimmi, Galatea: è possibile un cervello senza cuore?
di Ruggero Bianchi


Da un romanzo, dice uno dei personaggi di Galatea 2.2, il lettore si attende risposte e non domande, proposte e non nuovi dubbi o problemi irrisolti. La scrittura creativa, soprattutto quella visionaria (e dunque, a maggior ragione, quella cosiddetta ”di anticipazione”), dovrebbe placare o almeno lenire angosce e ansie dell’esistenza. Ma Richard Powers, quarantaseienne scrittore di Evanstone, Illinois, autore di una decina scarsa di romanzi (due dei quali, Tre contadini che vanno a ballare e Il dilemma del prigioniero, tradotti da Bollati Boringhieri, nel 1991 e nel 1996), lettore onnivoro e tuttologo ardente in costante oscillazione tra letteratura e scienza, è il primo a non seguire questa direttiva. Galatea 2.2 (scritto nel 1995 e già considerato un autentico classico) è infatti un lungo e affascinante viaggio in una terra di nessuno, le cui tappe frenetiche mappano una costellazione di ipotesi smentite, di punti d’arrivo mai conclusivi, di certezze sempre rimesse in discussione. Una ricerca infinita, che rimanda per esplicita ammissione dell’autore alla scrittura metafisica e reclusa di Emily Dickinson, al razionalismo sulfureo e schizofrenico di Poe, al filosofare erratico ed eretico di Cervantes. Un piccolo capolavoro (ottimamente tradotto da Luca Briasco) che, al pari di altri romanzi di Powers, si vorrebbe non tanto recensire quanto rileggere, magari aprendolo a caso come una minuscola Bibbia laica dei nostri tempi. All’apparenza, la storia è semplice. Nel tentativo di creare un supercomputer neuronico capace non solo di apprendere e di parlare, ma anche di esprimere valutazioni e addirittura di apprezzare la letteratura e l’arte, e dunque di fatto di pensare, uno scienziato e un umanista danno vita a una creatura fisicamente indefinita e indefinibile, una sorta di rete nella rete, collegata e dispersa nel World Wide Web ma dotata di una fin troppo persuasiva parvenza di coscienza. Un’inafferrabile ma realissima Galatea virtuale i cui antenati letterari sono ben riconoscibili, da Pigmalione a Frankenstein alla Eva futura di Villiers de l’Isle Adam. Ma lo spunto, a dispetto dei modelli, è soltanto uno schermo o, meglio, un fragilissimo e intricatissimo specchio. La lente di un gigantesco telescopio spaziale, la cui esplorazione del macrocosmo mira in realtà a sondare il micromondo del cervello: la natura e il funzionamento del pensiero, il rapporto tra percezione e conoscenza, tra l’acquisizione dei dati e la loro formulazione in linguaggio, tra apprendimento e memoria, tra gusto e giudizio, tra creazione e scoperta. Cioè, per dirla kantianamente, tra dati empirici, categorie e a priori. Il percorso che sfocia nella costruzione e nell’educazione della nuova Galatea è infatti una sequenza ininterrotta di falsi scopi, di mete continuamente riformulate, dove gioca un ruolo determinante la personalità stessa dei ricercatori, con le loro frustrazioni e i loro sogni. Allo scienziato, l’esperimento serve anche per sondare in vitro i meccanismi cerebrali umani, nella segreta speranza di poter guarire un’amatissima moglie dalla mente disintegrata. Al letterato, per decidere se valga la pena di comporre romanzi, se debba o no continuare a coltivare la scrittura e di che cosa, in che termini, perché e per chi debba scrivere. E, a entrambi, per sapere se l’universo abbia una sua ragion d’essere, se abbia un senso l’esistenza e che cosa essa sia in ultima analisi: un groviglio caotico di ricordi, un meccanico imprint di dati, un’opera aperta riscritta di momento in momento, una struttura compatta trasmissibile nel tempo e nello spazio o un flusso magmatico che non tollera nessuna separatezza, nessuna possibilità di individuare, se non in maniera casuale o gratuita, un io comunque fondato sugli altri o sull’Altro. In questa fiumana di interrogativi tutto può trovare spazio, dallo studio delle risonanze emotive delle varie realtà sociopolitiche alla riscrittura dei canoni, dalle urgenze più segrete del cuore al significato dell’arte, dalla psicolinguistica alla filosofia della percezione, dalle teorie decostruzionistiche agli enunciati più provocatori del neostoricismo. Qualcosa tuttavia resta sempre fuori. Che cosa e chi è veramente Galatea? E’ davvero in grado di conoscere, capire, ragionare, percepire e soprattutto sentire? Quali sensazioni e immagini ha del mondo esterno? E, soprattutto, può anche provare amore, dolore, paura? Ammesso che sia possibile dar forma a qualcosa che funzioni e si comporti in modo umano, è concepibile insomma un cervello senza cuore? E, se sì, qual è la differenza tra un simile apparato e un animale da laboratorio? Manipolarne i chips e le sinapsi, toglierle o modificarle circuiti e interfacce, non equivale a sezionare, amputare o lobotomizzare in vivo? E, sovvertendo la prospettiva, se riuscissimo a creare una macchina capace di pensare e sentire come noi, che cosa potrebbe vietarci di concludere che siamo, senza saperlo, macchine noi stessi?

BELLOCCHIO BATTE HULK!

Corriere della Sera 27.9.03

boxoffice


Depp pirata continua l’arrembaggio e il Terminator Schwarzy non lo scalza dal primo posto. Novità: Bellocchio batte Hulk psicanalitico: va bene Confidence, ma dalla scorsa settimana il box office cala del 6%. (Dati Cinetel - Giornale dello Spettacolo, 74% del mercato)