mercoledì 19 novembre 2003

la registrazione audio ed anche video della discussione
della tesi di specializzazione
di Elena Pappagallo
tenutasi martedì 11 novembre 2003
nell'Aula Magna del Centro Didattico di Ateneo
dell'Università di Siena
- Policlinico "Le Scotte" -
può essere ascoltata su mawivideo.it


clicca QUI

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alla Libreria Amore e Psiche
è possibile vedere due nuovi video

la Libreria AMORE E PSICHE comunica:

Vi informiamo che dalle ore 13.00 [di domenica 16. Ndr] sarà possibile vedere in libreria sia la cassetta riguardante la specializzazione della Dottoressa Pappagallo che la registrazione dell'incontro di venerdi scorso con il prof. Villari e l'on. Diliberto.

Saluti
Amore e Psiche
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la registrazione audio e video
dell'INCONTRO IN LIBRERIA
di Venerdì 14.11

SUL SITO DI MAWIVIDEO.IT È DISPONIBILE LA REGISTRAZIONE DELLA SERATA DEGLI INCONTRI IN LIBRERIA
del 14 novembre


sul tema del Novecento sono stati ospiti della Libreria Amore e Psiche

il Prof. Lucio Villari
e l'On. Oliviero Diliberto.


è intervenuto Massimo Fagioli

(clicca QUI)

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L'OSCAR DEL CINEMA EUROPEO
A MARCO BELLOCCHIO!

(questa notizia diffusa già ieri sera dalle agenzie e da un TG RAI, appare questa mattina, 19 novembre, anche su molte testate nazionali, più o meno sempre con questi stessi contenuti)

L' European Film Academy premia Bellocchio
Premio Fipresci della critica per l'ultimo film «Buongiorno notte» ed per la acclamata filmografia del regista italiano. Gli Oscar europei del cinema, saranno ufficialmente assegnati nel corso della cerimonia di gala a Berlino il 6 dicembre

(fonti d'agenzia)

"Buongiorno, notte", il film di Marco Bellocchio sul caso Moro è il vincitore del premio della critica degli Oscar europei 2003. La European Film Academy ha annunciato oggi i primi due European Film Awards 2003: quello della critica Fipresci a Bellocchio e quello per il miglior documentario, assegnato in cooperazione con il canale culturale europeo ARTE.
Michel Cimenti, presidente della associazione dei critici Fipresci, sottolinea che «il premio a "Buongiorno, notte" non è soltanto riferito ad uno dei film migliori di Bellocchio ma anche a tutta l’acclamata filmografia dell’autore, che dal ’65 a oggi comprende più di 20 film». La giuria di quest’anno, composta dallo svizzero Alfredo Knuchel, dall’inglese Ben Lewis e dal tedesco Michael Muschner ha deciso di premiare un film dedicato al confronto inusuale tra vittime e carnefici del genocidio in Cambogia: S21, La Machine de la mort khmere rouge del francese Rithy Pahn.
Gli European Film Awards, gli Oscar del cinema europei, saranno ufficialmente assegnati nel corso della cerimonia di gala a Berlino il 6 dicembre.
Il film di Marco Bellocchio, uscito in 210 copie il 4 settembre in concomitanza con la presentazione al 60/mo concorso della Mostra del cinema di Venezia, ha incassato ad oggi oltre 3 milioni 300 mila euro ed è molto richiesto dalle scuole. All’estero si è già fatto notare, e premiare, ai festival di New York, Londra e Toronto.
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Furio Scarpelli su Repubblica
anche a proposito di Marco Bellocchio

La Repubblica 19.11.03
Incontro con il grande sceneggiatore di capolavori come "La grande guerra". Ci parla del cinema di oggi e di come nasce un film popolare
"Per raccontare belle storie tenete l'orecchio a terra"
"Nanni Moretti ha occhi e cuore aperti. Giordana, Bellocchio e Milani sono autori che guardano dalla finestra non allo specchio"
"La fiction tv? Montalbano mi piace, ma ci sono storie con poliziotti che sono fanciulle attraenti ma mancano di verità"

di PAOLO D'AGOSTINI


ROMA - «Non ci siamo incontrati per parlare di politica», si schermisce. Il cinema, lei insegna, nasce da ciò che ci accade intorno. E la novità italiana è la ritrovata passione nello stare vicini alla vita. «Chi comincia a scrivere per il cinema deve sapere che cosa lo deve animare. Non solo scrivere un testo che diventerà film: distaccato da ogni responsabilità. Vengono fuori solo frescacce. Gli spunti devono venire dalla società. La domanda da farsi non è che film potrebbe venir fuori dal tale testo, ma dove nasce quel testo che dovrebbe far venire fuori un film. Lo spirito che una volta ispirava il cinema era semplice, lo si poteva condensare in poche parole: l'osservazione del reale, un nuovo spirito ricostruttivo, l'ironia unita alla drammaticità. Un insieme che si è espresso in tanti modi: commedia, neorealismo, i filoni di genere».
Il Premio Solinas per la sceneggiatura è servito?
«I testi di quest´anno fanno pensare che chi scrive ha capito che il modo lo stile il tono sono fondamentali. La vicenda in sé si compra dal tabaccaio».
Sua la polemica contro il vizio del «cinemismo». Il cinema italiano è guarito?
«È una passione che i giovani continuano ad avere. Il giovane che vuole scrivere o diventare regista al quale domandi perché, risponde "perché mi piace il cinema". Ma si deve pretendere di più».
A partire da "Pane e tulipani" si è di nuovo consapevoli di cos'è un cinema popolare.
«È vero e noi vecchi siamo rimasti piacevolmente sorpresi dal rinascere di ispirazioni semplici, che attengono alla socialità, alla politica. E ci fa piacere che siano anche successi di pubblico. Lo sbandamento da egomania cinemistica sembra interrotto». Un processo che è stato colto dai senatori come lei. L'adesione di Risi a Muccino, o quella di Monicelli a "La stanza del figlio". La sensibilità del veterano sente al volo che qualcosa si muove.
«In più ognuno di noi ha il proprio strascico di penne di pavone. Molti provano una soddisfazione comprensibile: allora quando io facevo il mio cinema non sbagliavo. Condivido ma non esibisco. Non mi sento maestro nel misero ricordo di quel poco che si è fatto, non mi dispiace che non venga gettato nella monnezza».
Lei ha sempre sottolineato l'importanza del pensiero che deve essere a monte.
«Personale e collettivo».
Ma dà l'impressione di sminuire il grande cinema popolare di cui è stato protagonista.
«No. L'ispirazione si poteva dire in poche parole ed era eccessivamente concreta, ma al di là delle singole personalità dei registi cui si aggiungevano indegnamente quelle degli sceneggiatori si è creata un'identità d'insieme. Quando manca l'identificazione tra un certo numero d'autori, che siano pittori musicisti scrittori o registi, manca quello che lei chiama pensiero. E così ognuno si attacca al proprio tram o al proprio ego. Nanni Moretti: lui il cuore e gli occhi li ha sempre tenuti aperti».
Esempi di grandi film cui ha partecipato lei.
«Non so se ho partecipato a grandi film».
"La Grande guerra"?
«Intanto c'era un racconto di Maupassant che ci ha eccitati, me Age e Vincenzoni. Naturalmente c'era al di sopra Dino De Laurentiis che telefonava per dire "oh, guardate che gli attori sono questi". E poi: "oh, guardate che deve far ridere". Dimenticata la telefonata, leggevamo cose che non avevano niente a che fare col cinema, Emilio Lussu di "Un anno sull´altopiano", le copertine della Domenica del Corriere. Una grande regola: non pensare a come verrà cinematograficamente».
L'opposto delle enfasi tecnicistiche alimentate dalla fiction tv.
«Certo, si vogliono degli schiavi al remo che producano metraggio. Il punto di partenza deve essere qualcosa che ha valore in sé. Vediamo Giordana, Bellocchio, Il posto dell'anima di Riccardo Milani: distolgono l'autore dallo specchio a favore del guardare dalla finestra».

Ma la tv può essere una scuola?
«Qualsiasi cosa nasca per essere narrata, dalla favola della nonna alla barzelletta, se dentro c'è l'anima è materiale buono. Purché si sia capaci di mantenere la nostra componente infantile come Einstein o Mozart. Mi piace molto Montalbano. Ma vediamo delle storie dove il commissario può essere una fanciulla attraente, che mancano di verità. La forza della verità è impalpabile ma potentissima. Il successo di certe commedie che noi abbiamo fatto era questo: avevamo l´orecchio sul selciato, e lo spettatore lo sentiva. Anche se poi veniva tutto affidato all'immaginazione di Sordi. Ogni volta che torni a mettere l'orecchio sul selciato e senti il pulsare del cuore di quello che c'è dentro, è più difficile sbagliare. Ecco quattro cinque sei film delle ultime stagioni che si riferiscono al battito del cuore del mondo e non del proprio».
Sordi: che cosa c'era dietro tanta adesione popolare?
«Qualcosa di profondo e importante. Di piacevole e di brutto dell'animo del cittadino mondiale. Un film al quale io non ho partecipato che era "Un americano a Roma", in cui faceva un motociclista del Kansas City, dileggiava l'americanismo dei giovani. Cosa sacrosanta che oggi nessuno ha il coraggio di fare. Era la parodia di un personaggio drammatico americano che sarebbe stato fatto l'anno dopo: "Il selvaggio" con Brando. Come se un film serio si fosse ispirato alla presa per il culo di Sordi. Questa sensibilità è il cuore segreto che lo univa a tante persone».
La Roma di Sordi era la stessa di Pasolini e di "Poveri ma belli": una varietà e una ricchezza andati perduti. Che cosa è successo?
«Una divisione che non deve avvenire: fra dramma e ironia. Come se si potesse cuocere gli spaghetti separando il fuoco dall´acqua. Se levi l'ironia diventa falso, se levi la tragedia diventa barzelletta».
"La meglio gioventù"?
«Un bel tuffo nel reale. È un indizio. L'Italia passa per essere un paese di superficiali. Ma nel cinema non lo siamo mai stati. Non si può dire quello che si può dire dei governanti attuali: che sono degli scalzacani».
Era prevedibile l'esito del film?
«L'incitamento alla memoria è servito. È il film di un vero narratore».
"Buongiorno, notte" di Bellocchio, "I sognatori" di Bertolucci, "La meglio gioventù": raccontano la memoria ma proiettata sul presente.
«Quella del ricordo è una necessità attuale. Sapere che cosa è accaduto al Portico d'Ottavia o nel '68. Bellocchio poi lo amo proprio per come vede personalmente le cose e per una specie di santità infantile. Pretendere da lui un documento storico non si può. Non è Oliver Stone. E non sono d´accordo con Monicelli: lui quando mai si è preoccupato che all'estero non lo capissero?».

l'intervista ad Andrea Masini e l'articolo sulla legge Fini sulla droga
di Simona Maggiorelli

ricevuto da Alessio Ancillai

AVVENIMENTI PRIMOPIANO 6.11.03
Il nuovo diktat: punire anche chi usa le droghe leggere. Per le associazioni va in fumo il lavoro fatto in questi dieci anni
di Simona Maggiorelli


Spaccati di storie da Roma e Milano, due città dove, in controtendenza con il dato nazionale, si muore ancora molto, troppo, per droga. In un quadro di tagli alla sa ‘ nazionale, fra sbrigativi provvedimenti dei governi di centrodestra delle Regioni Lazio e Lombardia, dove il fenomeno di tossicodipendenze si fa sempre più complesso, stratificato, trasversale. Qui. come del resto in molte altre città italiane, non si tratta più soltanto del buco di “ero” di persone emarginate, disperate. Si parla di massicci consumi di cocaina, di uso e abuso di psicostimolanti e alcool da parte di persone socialmente inserite, i cosiddetti “normali”, all’inseguimento di ritmi di lavoro sempre più forsennati, affogati da precarietà, ansia da prestazione e miraggi di carriera. Ma anche - e la faccenda si fa in questo caso davvero delicata - di ragazzini sedotti a pensare di poter risolvere ogni problema per via chimica da facili promesse di spacciatori, dal prezzo in rapido calo di pasticche e polvere, ma anche dal tacito esempio di molti genitori che ricorrono agli psicofarmaci. Da diversi anni le illusioni e le solitudini dei paradisi artificiali vanno ben oltre la comune “canna dal blando effetto sedativo e che, senza avere gli effetti devastanti delle droghe sintetiche e pesanti. nel codice giovanile è al fondo simbolo di socializzazione, un invito a mollare gli ormeggi nel rapporto con l’altro.Una realtà complessa che la controriforma Fini sulla droga sembra del tutto ignorare calando l’asso demagogico di una sbrigativa equiparazione cannabis, coca, eroina: sbandierando una scientificamente infondata tesi che il fumo provocherebbe la schizofrenia: ricorrendo al pugno di ferro della sanzione, del carcere, non tanto e non solo per chi produce. importa o spaccia. ma anche per il singolo consumatore, magari giovanissimo e in difficoltà, per il quale il carcere non rappresenterebbe certo una buona terapia. Tanto per richiamare alcuni dati diffusi dal ministero degli Interni, il 30.4 per cento dei detenuti è tossicodipendente e su 208 istituti di pena. solo 98 permettono ai Sert di curare questi malati. contraddicendo il dettato costituzionale che garantisce a tutti i cittadini, liberi o detenuti, uguale diritto alle cure. Parola dell’ex ministro della Salute Umberto Veronesi. «Il vicepremier Fini punta il dito e criminalizza l’uso delle sostanze - dice Massimo Oldrini della Lila di Milano - ma il fatto è che non si fa nulla per prevenire, cercano perfino di smantellare le politiche di riduzione del danno che associazioni di volontariato e Sert praticano nei quartieri, nelle zone di periferia, nelle area a rischio». Un servizio di distribuzioni di sir di opuscoli informativi sui da ga, di preservativi e altro mater battere la diffusione dell’Hiv, tentativo, per quanto possibile. i ragazzi che “si fanno”, di tirarli dentro un rapporto, di avviarli verso percorsi di cura. Un lavoro capillare sul territorio, riconosciuto in sede Europea e che ha contribuito a far calare il rischio di infezione da Hiv fra i tossicodipendenti, dal 67,4 per cento del 1993, al 37,1 percento del dicembre 2002. «Si fa presto a dire abbattiamo Rozzano, si fa presto a additare e stigmatizzare le zone più degradate della città e dell’hinterland, quando non si fa nulla per migliorare la situazione, ma anzi si tagliano i finanziamenti alla prevenzione, si accorpano e si indeboliscono i Sert, prefigurando in sostituzione Sert privati, in un clima generale di gran de incertezza e di progressiva precarizzazione degli operatori pubblici del settore». denuncia un dipendente Asl di Milano, coordinatore di più unità mobili di strada nel milanese e che preferisce restare anonimo perché, come la gran parte dei dipendenti dei Sert, sarebbe soggetto a sanzioni per aver parlato senza ufficiale autorizzazione.

«È una realtà purtroppo macroscopica quel la dell’indebolimento dei servizi pubblici», commenta Don Gino Rigoldi di Comunità Nuova, fondata nel 1973 a Milano con un gruppo di volontari che si occupavano dei ragazzi in uscita dall’Istituto penale “Beccaria” e poi via, via sempre più impegnata ad ampio raggio in percorsi e comunità di recupero dalle tossicodipendenze. «Con la scusa che non ci sono soldi - spiega - si spingono medici e operatori verso situazioni di precariato, si tolgono finanziamenti, risorse a progetti di pronto intervento e alla messa a punto di nuove strategie. In questo modo chiunque ha buon gioco nell’attacca re i Seri, nel dire che non funzionano». «La criminalizzazione e I ‘avviamento coatto verso programmi di disintossicazione - aggiunge Oldrini - sono inutili. Per uscire dal le dipendenze, bisogna decidere di farlo e questa motivazione non la si può imporre per decreto». In questo quadro, la domanda viene spontanea: cosa significherebbe per Milano l’applicazione della legge Fini? «In tanto un effetto immediato - risponde Oldrini - vorrebbe dire alzare il livello di repressione, togliere sempre di più dalla vista ciò che è brutto con conseguenze disastrose. Lo si è visto già con la prostituzione. Costringere chi fa la vita verso l’hinterland, verso campi e zone disabitate ha provocato un aumento esponenziale di casi di violenza. Molte prostitute sono state trovate morte sul posto di lavoro. Potrebbe accadere lo stesso con i consumatori di eroina, difficile che qualcuno possa lanciare l’allarme in zone così isolate. » Diverso scenario, situazione non meno a rischio. Scendiamo nel Lazio, clic insieme al la Campania detiene un triste primato di de cessi per droga. Rispettivamente più 5,4 e più 6,3 per cento nel 2002. rispetto all’anno precedente. Una situazione di gravissima su cui il governo regionale di Storace ha pensato di intervenire con circolari e prescrizioni di restringi mento. Forse dettata da eccesso di zelo, l’iniziativa autonoma della direttrice del dipartimento sociale del Lazio, Elda Melaragno, che per via burocratica lo scorso giugno ha cercato di disciplinare l’uso del metadone. Non importa quali siano le prescrizioni mediche, il metadone nei Sert laziali potrà essere dato in do se giornaliera e non settimanale: i tossicodipendenti. non importa quali siano i loro impegni di lavoro, dovranno recarsi di persona al Seri. ogni giorno. «È una circolare illegittima. non è con note burocratiche estemporanee che si possono aggirare le leggi nazionali», commenta Massimo Barra, uomo del centrodestra, presidente della rete della Croce Rossa europea sull’Aids e storico fondatore di Villa Maraini, fondazione della Croce Rossa e unico istituto che dal ‘76 a Roma offre un servizio 24 ore su 24. «La circolare è stata contestata da un coro di vo ci di operatori (li schieramenti politici differenti - precisa Giulia Rodano responsabile Ds della sanità per il Lazio - ma nella regio ne sono ancora molte le zone di emergenza. In tutto il Lazio ci sono 70 progetti che non partono. molti servizi, sia pubblici che con la partecipazione dei privati, sono a rischio di chiusura e i Seri versano in una grave emergenza determinata dalla mancanza di organico, aggravata dal blocco totale delle assunzioni e dai contratti a tempo determinato». Alcune sedi storiche di Sert sono sotto sfratto, sospesi nell’attesa incerta di esse re accorpati ad altri servizi. In altri, come il Seri di Ostia, per ragioni di risparmio economico ma anche, si direbbe, per confusione mentale di chi li gestisce, funzionano da “punto dì riferimento” per un numero molto grande e diverso di soggetti con esigenze le più disparate: immigrati, drogati, poveri, handicappati, malati di mente. Il Governo evidentemente non distingue. Esemplare anche il caso del Sert di Roma E. in via Fornovo: «L’edificio è stato venduto per ripianare alcuni debiti della Asl - ci racconta un medico che ci lavora da vari anni e che accetta di parlare a patto di restare anonimo - Il trasferimento del Sert è certo ma non sappiamo dove siamo destinati. Il nostro di stretto di tossicodipendenze verrà probabilmente soppresso». Perché tanto accanimento? «Il nostro lavoro non è mai stato apprezzato: la nostra impostazione è soprattutto medica, ci occupiamo di extracomunitari, di controlli su malattie infettive, ma il via vai dì immigrati che entrano ed escono dal nostro Sert non è giudicato bello da vedere in questo quartiere “bene” di Roma. Altra specialità è la psichiatria, facciamo doppie dia gnosi, ci occupiamo dei tossicodipendenti anche dal punto di vista della concomitanza con malattie mentali E nel quartiere nessun caso di droga fra i residenti? «Molti, soprattutto legati alta cocaina, alla concomitanza fra eroina e cocaina, ma il fenomeno probabilmente è più esteso di quanto non appaia al nostro osservatorio. Non tutti vengono da noi». Come medici, psichiatri. operatori sanitari del Sert dove sarete ricollocati? «Sul piano personale è proprio questo il fatto più pesante, non lo sappiamo, nessuno finora si è preso la briga di avvertirci».
RISPARMI STUPEFACENTI
Meno investimenti in prevenzione e nella riduzione del danno. Nelle regioni di destra la “punizione”sta già producendo disastri

LO PSICHIATRA
“Il carcere? Un delitto”

“L’assunzione di una sostanza stupefacente - spiega lo psichiatra Andrea Masini, primario del Centro diurno di Via Vaiano a Roma - non può in nessun caso causare una schizofrenia. Può accadere semmai evidenzi una patologia che c’era gi e che comunque sarebbe prima o poi venuta fuori”.
Nel Centro diurno vi occupate di pazienti psicotici. Capitano mai ragazzi che fumano spinelli?
È un fatto frequentissimo. I ragazzi schizofrenici spesso hanno avuto esperienze con il fumo. Come i ragazzi normali. Qua si tutti i giovani, oggi, hanno provato uno spinello.
Considera la cannabis tossica?
In un certo senso sì, perché modifica temporaneamente i processi mentali e di pensiero. La droga leggera lo fa in modo leggero. Ma insomma non mi sentirei di consigliarne l’uso.
Un’alterazione che provocano anche certi psicofarmaci...
Quando prescriviamo gli psicofarmaci facciamo la stessa operazione che fa un ragazzo che assume sostanze. Dietro c’è la cultura della droga. L’idea che un farmaco, un oggetto esterno, possa magicamente e rapidamente, senza alcuno sforzo, restituirci quello che abbiamo perduto in termini di affetti, di pensiero, di emozioni. E non esiste nessuna possibilità di restituire queste cose con dei farmaci.
Come deterrente alla droga serve il carcere?
Mandare un ragazzo giovane in carcere è un vero e proprio delitto. E criminalizzare le droghe leggere non fa altro che favorirne l’uso.

donne e uomini malati di mente
nell'Ottocento siciliano

La Repubblica edizione di Palermo 19.11.03
IL PRIMO PAZZO DELL'ISOLA
di AMELIA CRISANTINO


Era il 10 agosto del 1824 e il barone Pietro Pisani, appassionato musicofilo e archeologo per diletto, veniva nominato deputato alla Real casa dei matti di Palermo. Pisani era un originale, uno di quegli uomini che s'appassionano a quanto per gli altri è noioso dovere. Cosa fosse capace di fare s'era visto con l'archeologia, quando seguendo gli scavi che gli inglesi Harris e Angell facevano a Selinunte aveva bloccato l'emigrazione delle metope rinvenute.
Diventato deputato della Real casa dei matti il barone Pisani visitò l'antico lebbrosario dove emarginati d'ogni genere vivevano incatenati al muro e fra di loro, coperti di stracci e affamati. Ne restò sconvolto. Per prima cosa eliminò le catene e rifocillò i malati. Poi, reputando che la provvidenza gli avesse affidato il compito di «restituire la ragione ai poveri matterelli», organizzò i suoi domini come un'utopia realizzata dove i malati contribuivano col loro lavoro - soprattutto quello agricolo - a creare una società organizzata come un meccanismo di orologeria.
Il regolamento della Real casa dei matti possiamo leggerlo nell'antologia di testi inediti o rari pubblicata da Sciascia sotto il titolo "Delle cose di Sicilia" e davvero ci sentiamo di concordare con quanto scriveva Michele Palmeri nei suoi Souvenirs: «Nel Paese più arretrato d´Europa c'è il manicomio più avanzato d'Europa».
Nella Real casa dei matti di Palermo il barone Pisani mise in scena una rassicurante divisione dei compiti dove, a forza di rispettare i malati come forse mai lo erano stati da sani, si sperava di convincere la ragione a diventare un'ospite abituale. Del resto la normalità appariva quanto mai labile e spesso arbitraria a chi aveva abbracciato il compito di governare i matti con la speranza di far nascere la ragione.
Spesso il barone firmava le sue lettere «il primo pazzo della Sicilia» e di un paziente, che aveva ucciso uno dei custodi che voleva bastonarlo, aveva fatto dipingere un ritratto celebrativo. Ad ammonimento di quanti fra il personale potessero avere la tentazione di seguire l'esempio dell'impulsivo collega.
La Real casa dei matti ordinata dal barone Pisani era una comunità attiva, molto più armoniosa del mondo esterno. Al pari di altri filantropi che agli albori del XIX secolo organizzarono e separarono le "case dei matti", anche Pisani era convinto che la follia fosse causata dalla perturbazione dell'animo e dell'immaginazione, che si potesse guarire allontanando il paziente dal suo ambiente e inserendolo in un sistema ordinato e sereno. Era un dilettante, guidato solo dal suo appassionato buon senso.
Poi la follia viene inventata come nuova frontiera della medicina. Sulla genesi e la nascita della follia come malattia moderna, che per contrasto delimita i confini della normalità, abbiamo gli insuperati scavi di archeologia sociale di Foucault. Ma in Italia restano ampi continenti ancora inesplorati e il nuovo numero della "Genesis", la rivista della Società italiana delle storiche (n. 1, 2003), curato da Giovanna Fiume e intitolato "Manie" è in questi continenti che prova a inoltrarsi.
"Genesis" riunisce studiose che lavorano a ricerche di storia delle donne e storia di genere. Nei saggi qui raccolti spaziamo dall'indagine di Valeria Andò sulla follia femminile nella Grecia classica, sintomo transitorio che non implica la segregazione sociale, alle indagini di Augusta Molinari e di Anna Colella sull'internamento femminile nel corso dell'Ottocento e del Novecento quando il disagio delle donne diventa spia delle difficoltà di adattamento della famiglia italiana, con la creazione dello spazio domestico come luogo dove il lavoro di cura viene isolato e privato del supporto delle reti di solidarietà, mentre l'interesse verso l'infanzia si spinge sino a valorizzare i "non nati". La sfera domestica diventa allora una delle principali fonti del malessere femminile, alla sua esaltazione corrisponde l'esclusione delle donne dalla sfera pubblica.
Ai tempi del barone Pisani nella Real casa dei matti di Palermo veniva messo in scena il teatro della ragione borghese, dove l'unica divisione era fra i matti poveri e le «persone comode» a cui era però proibito mantenere domestici. Su "Genesis" Bell Pesce dedica il suo studio a storie cliniche e percorsi di ammissione al manicomio di Palermo dal 1890 al 1902 e scopriamo come i tempi dell'utopia razionalista del barone Pisani siano definitivamente tramontati.
Fra i ricoverati prevalgono le donne, le più fragili nella gerarchia sociale. Appartengono alle fasce sociali deboli, dall'analisi delle loro cartelle cliniche vengono fuori molti dati "oggettivi" in ossequio ai canoni della medicina positivista. L'osservazione delle donne appena ammesse in manicomio cominciava con la misurazione cranica. Poi, in assenza di evidenti caratteri degenerativi, lo sguardo medico si soffermava sui caratteri sessuali e sulle funzioni riproduttive e sotto la voce "malattie di altri organi" sono riportati i casi di denutrizione e malformazione, ma anche le gravidanze.
Nel primo decennio del Novecento psichiatri e ginecologi discutono animatamente della definizione giuridica della donna. Finiscono spesso per concordare che l'essere umano di genere femminile è periodicamente incapace di intendere e volere a causa del suo ciclo mestruale. Stadio intermedio tra il fanciullo e l'uomo, la donna è fondamentalmente immorale ma le difetta la coscienza. Non merita nemmeno d'essere dichiarata colpevole.

senti bene gli odori?
un lancio ANSA sulla schizofrenia

ANSA 18/11/2003 - 15:59
MEDICINA: DA DIFETTI OLFATTO DIAGNOSI PRECOCE SCHIZOFRENIA


(ANSA) - SYDNEY, 18 NOV - Un senso dell'olfatto difettoso può far prevedere il rischio di schizofrenia, mesi o anni prima dell'insorgere dei primi sintomi mentali. Il risultato è di una ricerca di neuropsicologi dell'università di Melbourne. "È la prima volta che si trova un 'marker' specifico per la schizofrenia", ha dichiarato Warwick Brewer, coautore dello studio. "Una diagnosi precoce è cruciale - ha aggiunto - perchè gli schizofrenici sottoposti a terapia tempestiva hanno probabilità di miglioramento".

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