venerdì 31 dicembre 2004

«PETIZIONE CONTRO LA GUERRA
Ciampi non risponde»

da Liberazione del 31.12.04

Numerosissime le firme raccolte. Verranno comunque consegnate al Quirinale

L'appello per far rispettare l'articolo 11 della Costituzione, lanciato da "Liberazione",
il cui primo firmatario è

PIETRO INGRAO

ha avuto un grande successo


Adesso la raccolta delle firme è terminata e Liberazione e il comitato promotore hanno fatto per due volte richiesta formale per essere ricevuti dal Presidente Ciampi per consegnare quelle raccolte, senza ricevere però alcuna risposta.
Le firme verranno comunque recapitate al Quirinale sperando che vengano prese in considerazione da parte del Presidente.
Magari già in occasione del discorso di fine anno che terrà stasera.


Paolo Izzo segnala l'uscita del romanzo di

Annio Gioacchino Stasi
L'Ospite e l'Arlecchina

con immagini di
Mery Tortolini

Ibiskos editrice

È in vendita presso Amore e Psiche e quella che segue è una recensione da poco uscita su
il manifesto:



L'AMBIZIONE
"L'Ospite e l'Arlecchina" di Annio Gioacchino Stasi (Ibiskos editrice. tel. 0571994144) è un romanzo poetico e ambizioso che induce il lettore a correre o a vagare per sentieri di immagini e suoni. La storia è l'intreccio di tante storie infinitesime e infinite: la resistenza e l'esilio di un popolo che non vuole morire, le oscillazioni funamboliche di un medico che cerca di tradurre i linguaggi della follia, la partita a scacchi tra il Re e la Regina, l'Ospite e l'Arlecchina. L'Ospite è un viandante appesantito da uno strano fardello di storie, storie di "uomini senza dimora, che spingono le donne a rischiare". Lei, l'Arlecchina, per giocare con l'Ospite ha "estratto dalle mura le pagine di un libro non scritto. Era di un uomo che non riuscì mai a scrivere del suo oggetto d'amore perché si perse nel silenzio". Saprà farlo ora l'Ospite, senza volere nulla in cambio, senza pudore o punti d'approdo? Saprà farlo il lettore, saprà farlo l'autore?
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psicofarmaci
un crimine della Eli Lilly

Yahoo Notizie Venerdì 31 Dicembre 2004, 14:13
Eli Lilly accusata di aver nascosto documenti sull'antidepressivo Prozac
Di Medicina-Online.net


(Xagena Psichiatria) - Il British Medical Journal ha ricevuto documenti "confidenziali" che proverebbero che Eli Lilly era a conoscenza fin dal 1980 che l'antidepressivo Prozac poteva causare gravi disturbi del comportamento, tra cui ideazione suicidaria ed ideazione omicida.
Questi documenti, che sono ora al vaglio dell'FDA (Food and Drug Administration), l'Agenzia USA per il Controllo dei Farmaci, erano mancanti durante il processo Wesbecker.
Joseph Wesbecker nel 1989 uccise 8 colleghi di lavoro, ne ferì altri 12, prima di suicidarsi.
Wesbecker, che soffriva di depressione, stava assumendo Prozac ( Fluoxetina ).
La sentenza, emessa nel 1994, scagionò Eli Lilly da ogni responsabilità.
La comparsa di questi documenti farà probabilmente riaprire il processo.
Inoltre fornisce ulteriore dimostrazione della scarsa sicurezza dei farmaci antidepressivi SSRI ( inibitori selettivi del riassorbimento della serotonina ).
(Xagena)

Adnkronos Salute
Venerdì 31 Dicembre 2004, 12:42
Farmaci: Il British Medical Journal riapre Il 'Caso Prozac'


New York, 31 dic. (Adnkronos Salute) - L'ultimo numero del British Medical Journal (Bmj) riapre il 'caso Prozac'. Sul 'banco degli imputati' il principio attivo del farmaco, la fluossetina cloridrato, sospettata di cambiare la personalità aumentando aggressività e tendenze suicide. A tornare sull'argomento è una giornalista freelance di New York, Jeanne Lenzer, che ha esaminato i documenti spediti al Bmj e intervistato sull'argomento diversi esperti. I documenti facevano parte delle prove d'accusa contro la Lilly, l'azienda farmaceutica produttrice del farmaco, presentate dalla famiglia di Joseph Wesbecker, un uomo che nel 1989 si suicidò dopo avere ucciso con un fucile otto colleghi di lavoro. L'uomo soffriva di depressione e si stava curando con il Prozac. Secondo la famiglia, a spingerlo a commettere la strage era stato il farmaco. I documenti indicavano che la casa farmaceutica Eli Lilly era a conoscenza, dal 1980, che il Prozac aveva ''drammatici effetti collaterali, ma non rese pubblica questa informazione''. Durante il processo, nel 1994, questi documenti erano misteriosamente scomparsi. Ora sono riapparsi, spediti da un mittente sconosciuto nella cassetta delle lettere del Bmj. E diversi esperti li stanno esaminando per stabilire eventuali responsabilita' della Lilly. Infatti, uno dei documenti, datato 1988, rivela che la Lilly era a conoscenza delle alterazioni comportamentali indotte dal Prozac ma non comunicò i dati alla Food and Drug Administration Usa (Fda). In particolare, questo documento, specificava che il farmaco provocava 'agitazione, aggressivita' e aumento delle tendenze suicide. Secondo Richard Kalpit, il medico della Fda incaricato di esaminare i dati clinici necessari all'approvazione dei farmaci: ''se la Lilly era in possesso di questi dati, aveva la responsabilita' di comunicarli''. I documenti sono stati sottoposti anche a un deputato democratico, Maurice Hinchey di New York, che sul Bmj commenta ''la vicenda dimostra che è necessario rendere obbligatoria, per le ditte farmaceutiche, la consegna di tutti i dati ricavati dagli studi clinici''. Infatti, la legge attuale lascia alla ditta la possibilità di scegliere i risultati da presentare. La Lilly si è rifiutata di rilasciare interviste, limitandosi a dichiarare: ''Il Prozac ha significativamente migliorato milioni di vite. È uno dei farmaci più studiati ed è stato prescritto a oltre 50 milioni di persone in tutto il mondo. La sua sicurezza ed efficacia sono state ben studiate, documentate ed accertate''. (Red-Pac/Adnkronos Salute)

week end
i cubisti a Ferrara

Il Messaggero Venerdì 31 Dicembre 2004
La sfida cubista tra Platone e Einstein
di SILVIA PEGORARO


L’ARTE non ha altro fine che allietarci con la sua bellezza, ha detto Oscar Wilde. Il Novecento lo ha contraddetto, creando un'arte che in molti casi mira soprattutto a farci conoscere le leggi della nostra mente. Il cubismo ne è esempio eccellente, ed è anche una delle sfide più complesse per i neuroscienziati. La rappresentazione che il nostro cervello si costruisce, per categorizzare le cose che ci circondano, pare sia dovuta a gruppi di cellule che riconoscono gli oggetti senza far riferimento a un punto di vista privilegiato. Questa rappresentazione funzionerebbe, insomma, come una rappresentazione cubista. Possiamo rifletterci visitando la mostra al Palazzo dei Diamanti di Ferrara (fino al 9 gennaio), organizzata in collaborazione con il Kröller-Müller Museum di Otterlo. Circa novanta opere, dagli albori del movimento, nel primo decennio del '900, sino alla fine della Grande Guerra e al cosiddetto “ritorno all'ordine”. Opere dei protagonisti, Picasso e Braque, ma anche Juan Gris, e di comprimari come Gleizes, Metzinger, Marcoussis, Le Fauconnier... Una mostra utilissima a farci percepire il cubismo come veramente fu: una folla di personalità diverse, di varianti, di eccezioni. Ma ci sono alcuni punti fermi. A un primo sguardo sulle tele esposte, ci accorgeremo che vi sono oggetti rappresentati, ma sono aboliti gli effetti luminosi (che identificano un particolare istante nel tempo) e la prospettiva (legata a un'unica posizione nello spazio). A distanza di tanti secoli, i cubisti rispondono a Platone, che nel X libro de La Repubblica aveva lamentato l'incapacità dell'arte di catturare l'oggetto da più di un punto di vista, cogliendo solo una sfaccettatura dell’“idea”. L'etichetta di “pittura concettuale”, proposta per il cubismo da Apollinaire, assume alla luce della teoria platonica un nuovo senso: quello di pittura dell'idea e dell'essenza. La rappresentazione cubista ritrae ormai gli oggetti come se fossero guardati simultaneamente da punti di vista diversi. Ecco la grande risposta all'istanza conoscitiva reclamata da Platone: il lavoro fondamentale dei cubisti è quello di trovare la soluzione al problema di come dipingere non solo ciò che si vede di un oggetto, ma anche tutto ciò che di esso si sa. Cézanne è il loro più vicino precursore. Una vita di ricerca estenuante, la sua, volta a conciliare gli opposti: il plein air luminoso e pulsante degli impressionisti e l'essenza “platonica”, ideale, geometrica delle cose. Proprio riferendosi a un suo quadro, un paesaggio, Matisse aveva detto che era «fatto di piccoli cubi». Il critico Louis Vauxcelles si era ricordato di quest'affermazione, quando in un suo articolo aveva forgiato il termine “cubismo”, a proposito di alcuni lavori di Braque, il maggiore protagonista, insieme a Picasso, di quello che sarebbe diventato uno stile, e un movimento artistico. La ricerca disperata di un impossibile equilibrio tra “aria” e “struttura” aveva portato Cézanne quasi alle follia. «Io non cerco, trovo», è invece la nota affermazione di Pablo Picasso. Con Les Demoiselles d'Avignon, nel 1907 sembra in effetti aprirsi improvvisamente un nuovo universo visivo, che manda in frantumi la concezione classica dello spazio. E' stato detto che la nascita del cubismo fu influenzata dalla teoria einsteiniana della relatività, proponendo l'equivalente dello sviluppo in fisica di un continuum spazio-temporale non-euclideo. In realtà, tale formulazione non venne completata in fisica sino al 1915-16. L'assenza del termine “quarta dimensione” dalla teoria della relatività fino al 1908 e l'assenza di una geometria non-euclidea fino a circa il 1916, fanno piuttosto pensare che l'arte abbia in qualche modo anticipato la scienza. Eppure, c'è anche un forte aspetto “conservatore”, nel cubismo: una scorsa ai titoli delle opere, e vedremo che sono perfettamente rispettati i tradizionali generi artistici: la natura morta (è presente la formidabile “Bottiglia di Bass, chitarra e asso di fiori” di Picasso, 1912 o 1914); il ritratto (c'è uno dei rari ritratti di Braque, La ragazza con la croce, del 1911); il paesaggio (dove spicca uno degli splendidi paesaggi di Braque, Il vecchio castello - La Roche Guyon, 1909); il nudo... Anche se il corpo umano diventa una lattescenza indistinta, un gioco di dissolvenze incrociate tra frammenti di spazio, nell'incredibile Nudo di Picasso,1910, in cui l'artista dimostra di aver completato il processo di rottura della forma chiusa. Ma è evidente che Picasso ha rinunciato all'aria viva e colorata di Cézanne. Paul Eluard definiva i suoi quadri «spogli di colore come ciò che si è abituati a vedere, come ciò che ci è familiare». È proprio lavorando questo non-colore (grigio, ocra, bruno) che, in pittura, il cubismo fa vedere la neutralizzazione dei colori che operiamo sugli oggetti che abitano la quotidianità della nostra esistenza. In questo, ci restituisce la realtà meglio di qualsiasi realismo naturalistico.

i comportamenti criminali del Vaticano
ancora sui battesimi forzati

Corriere della Sera 31.12.04
DIBATTITO
Il documento pubblicato dal «Corriere» testimonia i ritardi clamorosi del Sant’Uffizio nei rapporti con gli ebrei
Battesimi forzati, il male oscuro della Chiesa


Durante l’occupazione nazista a Roma, sulle porte dei collegi religiosi, in italiano e in tedesco, si poteva leggere: «Questo edificio serve a scopi religiosi ed è alle dipendenze dello Stato della Città del Vaticano. Sono interdette qualsiasi perquisizione e requisizione». Gli immobili ecclesiastici erano adibiti a una generale e diffusa ospitalità agli ebrei. Una vicenda di grande interesse, ora studiata anche attraverso ricerche sui singoli conventi che confermano quanto già aveva affermato a suo tempo Renzo De Felice: più di quattromila ebrei rifugiati nelle case dei religiosi. Su 10 mila israeliti iscritti alla comunità romana (non tutti, dunque, quelli presenti nell’urbe), circa 1250 furono rastrellati, 252 rilasciati, un migliaio inviati ad Auschwitz.
Oltre ai dati quantitativi, il carattere straordinario di questa ospitalità fu la modalità gratuita con cui vennero accolti gli ebrei: il clima di queste improvvisate e inedite convivenze religiose. Fantasia e sentimento, secondo i migliori caratteri della natura italiana, furono l’anima vera di questa accoglienza. Gli episodi e le testimonianze superano l’immaginazione di un codice fatto di regole e di disposizioni: perché non venissero scoperti, gli ebrei spesso indossavano abiti religiosi, si insegnava loro il Padre nostro e accadde che in una ispezione tedesca alcuni furono smascherati perché, pur vestiti da preti, non riuscirono ad arrivare alla fine della preghiera. Si costruivano appositi nascondigli per loro, dove potessero continuare a celebrare il loro culto. In molte occasioni i religiosi cattolici, data l’eccezionalità e l’urgenza del momento, cambiavano le abitudini e i ritmi liturgici del proprio convento.
Insomma, pur senza enfatizzare ed esagerare questi episodi, resta vero che, a differenza della Francia, l’aiuto prestato dai cattolici agli ebrei non era condizionato alla conversione o al ricatto economico. Non si è seguita in Italia, almeno non nel periodo della Seconda guerra mondiale, quella pratica di «salvare e convertire», fino alla odiosa requisizione dei bambini ebrei battezzati avvenuta in Francia, su cui sarebbe bene saperne di più. Certo la situazione non è paragonabile. La questione degli ebrei in Francia fu di ben diversa proporzione, per quantità, gravità e durata. La qual cosa rende del tutto convincenti le osservazioni di Giovanni Miccoli - a proposito del documento pubblicato su questo giornale - circa una possibile richiesta di istruzioni a Roma da parte della Chiesa francese. In Francia, probabilmente, gli istituti religiosi furono più rigidi, mentre la vicinanza al Vaticano rendeva quelli romani tradizionalmente più duttili. Del resto, anche se non ci sono a tutt’oggi prove documentarie di un avallo della Segreteria di Stato, è ben difficile continuare ancora a sostenere che Pio XII non sapesse e che l’input non venisse anzi proprio dal Vaticano. Basti pensare all’utilizzo dei palazzi del Laterano per ospitare attività clandestine.
Ma le disposizioni del Sant’Uffizio sugli «ebrei convertiti» sono il retaggio di un lungo passato. I battesimi forzati hanno radici lontane, nell’idea messianica e millenaria della Chiesa di convertire gli ebrei, ma anche nel bisogno di controllo del potere politico, pensiamo al marranesimo in Spagna. La Santa Sede non si preoccupava solo di accaparrarsi più conversioni possibili, ma anche di disciplinare queste contaminazioni. È un tema, quello delle conversioni, simulate o reali, al centro di una ormai collaudata discussione storiografica, che andrebbe estesa fino a includere l’età contemporanea. Ben consapevoli che per gli storici contemporaneisti è assai più difficile tradurre categorie storiografiche come simulazione e dissimulazione, operando nel campo della libertà di coscienza e del concetto di laicità.
Nella sua storia, lo Stato pontificio, in più occasioni, ha concesso protezioni economiche e sociali in cambio di conversioni. È questo un fenomeno che si incrementò in seguito alla sconfitta di Napoleone nel 1814 e al successivo ritorno del Papa a Roma. Il Sant’Uffizio non ammetteva il battesimo senza il consenso dei genitori, ma lo ammetteva e auspicava in caso di pericolo di vita per il bimbo. E così melanconici e struggenti sono questi racconti sui bimbetti gracili e malati, bocconcini prelibati di conversione. Gli uomini ebrei che si facevano «volontariamente» cristiani, finivano per «offrire» alla Chiesa mogli e figli. Interessanti i casi di resistenza femminile e la sorte di tanti bimbi. L’ordine di rientrare nel ghetto colpì soprattutto gli uomini, che ormai godevano della libertà di uscire per cercarsi un lavoro, mentre le donne e i figli dovevano e preferivano restare dentro. Sulla loro condizione, su cui ormai esistono molti studi (David Kertzer, I Papi contro gli ebrei , Rizzoli 2002; Marina Caffiero, I battesimi forzati , Viella 2004), si possono trarre i primi bilanci.
Ne emerge una vita vissuta, cangiante e frastagliata, fatta di tante sfumature esistenziali, di una umanità che cercava di sopravvivere nell’anima e nel corpo spesso con identità indistinte, da cui era difficile ritrovare un’appartenenza confessionale pura, quanto piuttosto, addirittura una terza religione. Questa umanità raccontata da tanti storici modernisti - pensiamo agli studi di Anna Foa - dovrebbe essere anche al centro dell’interesse dello storico della religiosità contemporanea, concentrato troppo univocamente sulle decisioni politiche e diplomatiche delle istituzioni.
Della discussione ospitata sulle pagine del Corriere vorrei accogliere il suggerimento avanzato da Giovanni Miccoli, quello di sollecitare più studi sulla sorte dei bambini ebrei, di tutti i bambini, nelle guerre. Penso al caso più noto, quello delle adozioni dei piccoli slavi biondi, resi orfani dai nazisti perché potessero essere germanizzati.
Il permanere di alcune deprecabili leggi del Sant’Uffizio anche negli anni Quaranta del Novecento, più evocate che rigidamente applicate, è certamente un fatto odioso e indifendibile da ogni punto di vista, là dove «la legge della conversione» supera la legge naturale dell’amore per i genitori. Ma quanto sia davvero indicativa di una tendenza generale del silente Pio XII, ancora una volta inchiodato allo stereotipo del cattivo contrapposto al nunzio Roncalli, è difficile da dedurre, almeno da questa vicenda.

sui giornali di oggi

Liberazione a pagina 1 e 21:
Sinistra, perché hai tante correnti?
di Alberto Asor Rosa


Liberazione a pagina 15:
Roma, dove il disagio psichico si cura al bar
(il X Municipio)
di Valeria Rey

L'Unità a pagina 27:
Garin, la gioia della filosofia come Rinascimento
di Michele Ciliberto

L'Unità stessa pagina:
Un eretico che sognava il riscatto civile italiano
di Corrado Stajano

giovedì 30 dicembre 2004

MARCO BELLOCCHIO
martedì 28.12 in prima pagina sul Corriere della Sera

citato al mercoledì

Corriere della Sera 28.12.04

MARCO BELLOCCHIO
«Io, contro i cattolici oscurantisti»
di ALDO CAZZULLO

«Nel mio nuovo film, "Il regista di matrimoni", parlerò del ritorno del cattolicesimo più oscurantista, con il suo carico di conformismo e oppressione», racconta il regista Bellocchio.
A pagina 20


«Io, contro il cattolicesimo oscurantista»
Marco Bellocchio: «oggi le chiese sono sempre più vuote ma in tv ci sono sempre più preti»
di Aldo Cazzullo
Sto studiando i nuovi riti degli integralisti. come la cerimonia nuziale celebrata con gli sposi prostrati sul nudo pavimento.

FREUDISMO IN CRISI
La crisi del freudismo e del marxismo ha lasciato campo libero al dilagare dei vescovi.


BUONGIORNO NOTTE
«Buongiorno notte» è stato capito più a destra che a sinistra. Ma non me la sono presa.


LA RIBELLIONE
Non faccio parte della famiglia culturale ma non rinuncio alla ribellione con l'arte.


IL MIO COLLEGIO
Noia, regola, ordine. E in quella scuola di mediocrità ho smesso di credere in Dio
«C’è un regista, Sergio Castellitto, in crisi perché la figlia ha sposato un fervente cattolico catecumenale, e perché gli tocca girare l’ennesima versione dei Promessi Sposi. Cerca i volti femminili per il suo film ma non li trova, rifiuta la rappresentazione cattolica della donna come angelo o demonio, Lucia o la monaca di Monza. Così fugge in un paesino della Sicilia profonda, dove incontra un regista di matrimoni...». «Il regista di matrimoni» è il prossimo film di Marco Bellocchio, che segue il successo internazionale di Buongiorno notte , ma si ricollega piuttosto alla sua penultima opera, L’ora di religione . Stesso protagonista, Castellitto, e analogo tema: «Il ritorno del cattolicesimo, con il suo carico di conformismo, di oppressione, di condizionamento, di educazione alla mediocrità. Proprio ora che le chiese e i seminari sono vuoti, ora che il grande apparato cattolico è messo in discussione, il suo dominio da assoluto si fa virtuale. Basta guardare la tv, nella sua fatuità e menzogna sistematica: ovunque, dall’ Isola dei famosi ai talk-show alla fiction, c’è sempre un prete, un cardinale, un cattolico fervente. Nella vita ci si sposa più in municipio che in chiesa, le suore sono quasi tutte nere o asiatiche come le badanti, i conventi si riconvertono in bed&breakfast, non si va più a messa; eppure per la tv e per la politica sembra che a messa vadano tutti. Si scrive una legge oscurantista sulla procreazione assistita, si arriva all’eccesso, assurdo più che criminale, di vietare i preservativi in Africa dove una donna su tre è sieropositiva».
Il tema dell’oppressione e del conformismo viene da lontano, da uno dei primi film di Bellocchio, Nel nome del padre , ambientato in un collegio religioso degli anni ’50. «Sono nato nella guerra, da una famiglia borghese, provinciale, anzi paesana. Mio padre, avvocato a Piacenza, veniva da una famiglia di agrari di Bobbio, non ostile al fascismo. In casa avevamo l’autografo del Duce che si congratulava per la numerosa prole: otto figli. Io ero l’ultimo. Mia madre era religiosa. Mi mandarono prima dai fratelli delle scuole cristiane, poi in liceo a Lodi, dai barnabiti. Un collegio per benestanti e paganti, il che forse contribuì a proteggerci da violenze o devianze. Non ho ricordi drammatici, nulla più di un frate che allunga le mani verso i calzoni corti degli allievi, nulla che ricordi le vicende che abbiamo visto in questi anni al cinema, da Magdalene alla Mala educación di Almodovar. La cifra era semmai la noia, la regola, l’ordine: la messa ogni mattina, che diveniva spesso un prolungamento del sonno. Era il collegio che ho poi raffigurato nel mio film, con le divise e i ritratti dei benemeriti, e il vicerettore che dice allo studente ribelle: noi non educhiamo superuomini, insegniamo ad accettare la realtà, a obbedire alle leggi, a rispettare le istituzioni. È stato allora, in quella scuola di mediocrità, che ho smesso di credere in Dio e nella trascendenza, di rappresentare l’angoscia e la paura con le fiamme dell’inferno. Questo non significa ovviamente che l’angoscia e la paura siano passate».
In quasi tutti i film di Bellocchio c’è un ribelle, e c’è un genitore da assassinare. Nel primo, autoprodotto nel 1965 con un mutuo da 20 milioni ottenuto grazie al fratello Piergiorgio, il protagonista annega il fratello e getta nel burrone la madre. «Il mite vendicatore dell’Appennino, come lo definì Moravia, avrebbe dovuto essere Gianni Morandi. Si era appena rivelato come cantante, e imprevedibilmente accettò la parte. Fu bloccato dai produttori e dal padre che gli disse: se fai quel film ti spezzo le gambe». Era I pugni in tasca, successo ripetuto due anni dopo con La Cina è vicina, premiato a Venezia dalla critica insieme con La chinoise di Godard. «Il titolo lo presi da un libro di Enrico Emanuelli del Corriere , che signorilmente me lo concesse subito. Era una satira della vecchia politica ma anche del maoismo di provincia; Godard invece ci credeva davvero, e quando Bertolucci gli chiese adorante un giudizio su Ultimo tango a Parigi rispose mettendogli in mano il libretto rosso. Sbagliava, perché Ultimo tango è un grande film. Poi arrivò il Sessantotto, e divenni maoista anch’io. Alla mia maniera, un po’ appartata. Alla fine del ’67 ero andato a Torino a vedere l’occupazione di Palazzo Campana: incontrai Viale e Luigi Bobbio, mi unii a loro, fui portato anch’io via di peso dalla polizia. Poi entrai nell’Unione dei comunisti marxisti-leninisti ma al contrario di altri non vi portai il patrimonio di famiglia, anche perché era indiviso e la gestione spettava a Piergiorgio. Però andai in Calabria a girare Paola, un film sull’occupazione di case guidata da Enzo Lo Giudice, che diventerà l’avvocato di Craxi. Filmai il comizio del nostro capo, Aldo Brandirali, oggi assessore di Formigoni. Già allora c’era una venatura cattolica nella nostra idea di rivoluzione: riscattare i poveri, "servire il popolo" appunto».
La militanza dura poco, fino all’estate del ’69. «Quando scoppiò la bomba in piazza Fontana ero a Milano, per una regia al Piccolo, il Timone di Atene. Mi fu chiaro di aver imboccato una strada che non portava a niente. Anche perché noi eravamo nonviolenti, lontanissimi da quel che sarebbe accaduto dopo». Pure il film di Bellocchio sul caso Moro racconta dell’assassinio di un genitore, anche se alla fine il prigioniero se ne va libero sotto la pioggia. « Buongiorno notte è stato capito più a destra che a sinistra, a sinistra qualcuno si è irrigidito di fronte all’infedeltà storica. Mi ha criticato pure il mio vecchio amico Goffredo Fofi, che vedevo da ragazzo nelle riunioni dei Quaderni piacentini insieme con Piergiorgio e Grazia Cherchi. Ma non me la sono presa. Non faccio parte della famiglia culturale né di quella cinematografica. Continuo a sentire il richiamo della ribellione, anche se per l’artista si traduce in una rivoluzione formale, attraverso l’arte. E dell’ engagement, dell’ingaggio che mi obbliga ad affrontare gli altri».
Bellocchio non è affatto convinto che sia Almodovar a rappresentare meglio l’impulso a destrutturare la famiglia, la tradizione, il conformismo cattolico. Nella richiesta dei gay di sposarsi vede un elemento di normalizzazione. «Un film che semmai destruttura è l’ultimo di Nanni Moretti, La stanza del figlio, dove si mette in scena la crisi di una certa psicanalisi. Al disastroso fallimento del comunismo si accompagna il fallimento del freudismo, della teoria che accetta il mondo così com’è, sostiene l’inconoscibilità dell’inconscio, l’inguaribilità dell’uomo, il controllo e la rassegnazione come forma di sanità. È una prospettiva che non ho mai accettato (e non rinnego nulla della stagione in cui ho lavorato con Massimo Fagioli, quella de Il diavolo in corpo, La condanna, Il segno della farfalla: la sua teoria e la sua prassi, cioè l’analisi collettiva, sono un contributo prezioso al dibattito che si va sviluppando sulla nonviolenza nella sinistra italiana). La crisi del freudismo e del marxismo, con la sua critica dell’ideologia religiosa che condiziona e diseduca le classi oppresse, ha però lasciato campo libero al ritorno del cattolicesimo».
Già ne L’ora di religione Bellocchio ha rappresentato il lato oscuro della fede, le trame vaticane, l’aristocrazia nera papalina. «Per il prossimo film sto studiando i nuovi riti degli integralisti cattolici, come la cerimonia nuziale celebrata con gli sposi prostrati sul nudo pavimento. Il matrimonio della figlia del protagonista potrebbe essere messo in scena così. E nella fuga in Sicilia Castellitto ritroverà una donna, figlia di un principe decaduto, costretta a sposare per interesse un avvocato vedovo. Gli verrà chiesto di filmare il matrimonio. Ma lui se ne innamorerà, sino al colpo di scena finale. Sto cercando un volto femminile che ricordi lo stilema della principessa triste, Soraya, Grace Kelly, Diana. Una donna molto riservata, non priva di una sua energia, che però rischia di perderla...». L’antidoto a questo clericalismo senza chierici secondo Bellocchio va cercato nell’uomo, e nella psiche. «La sinistra, di cui mi sento ancora parte, ha ridicolizzato la ricerca dentro l’inconscio. Ha tardato a riconoscere l’esistenza della malattia mentale, continuando a pensare in termini di bene e di male. E tuttora trascura la componente irrazionale dell’uomo, le passioni, gli affetti, i sentimenti; che è invece importantissima, può aiutarci a spiegare fenomeni gravi come il suicidio dei giovani, può rappresentare una grande novità politica. Marx ci aveva insegnato a leggere la società in termini di profitto, sfruttamento, rapporti di produzione, macchine, e a rappresentare la storia come corsa ineluttabile verso la rivoluzione. Ora sappiamo che sbagliava, ma non per questo dobbiamo rassegnarci alla dimensione religiosa della carità, del volontariato, dell’assistenza, della rinuncia a cambiare le cose».


La carriera
GLI STUDI Marco Bellocchio nasce a Piacenza nel 1939 dove frequenta il ginnasio in un collegio ecclesiastico e il liceo a Lodi. Frequenta corsi di filosofia all’Università Cattolica e poi si iscrive al Centro sperimentale di cinematografia
L’ESORDIO
Nel 1965 esordisce clamorosamente con I pugni in tasca, opera molto cruda sullo sgretolamento della famiglia
I FILM
Sono 21 i suoi film. L’anticonformismo di Bellocchio trova una dimensione in La Cina è vicina del 1967 e Nel nome del padre del 1972. Gli ultimi due film sono stati L’ora di religione (2001) e Buongiorno notte (2003)

una segnalazione di Lucia Massi:

«Ma il Cattolicesimo non è Oscurantista»Dalla casa del padre all' Oriente

IL DIBATTITO / Lo scrittore Giorgio Montefoschi replica al regista Marco Bellocchio. «D' accordo su tre cose, altre mi stupiscono»

Marco Bellocchio è un uomo mite, per il quale ho molta simpatia. Dei suoi film ho ammirato in particolar modo il primo, I pugni in tasca: mi piaceva quella smania di ribellione, quell' ansia irrazionale di libertà, vissuta nel luogo «giusto»: la famiglia, la provincia. Della lunga intervista concessa ieri ad Aldo Cazzullo sul Corriere, non posso non condividere tre cose. La prima: i preti in Tv. Ha proprio ragione Bellocchio: stanno dappertutto, dove non dovrebbero essere, ed è proprio ora di smetterla. La seconda: il riconoscimento del fallimento della sbornia rivoluzionaria e sessantottina dalla quale Bellocchio fu contagiato come parecchi altri. Però... però, quando i sobri o gli astemi provavano a spiegare agli avvinazzati che il troppo alcol faceva male quante accuse di essere fascisti, ce lo ricordiamo, o no? E gli ineffabili che ancora inneggiano al comunismo? La terza: ammettere che la «sinistra ha ridicolizzato la ricerca dentro l' inconscio... e tutt' ora trascura la componente irrazionale dell' uomo, le passioni, gli affetti, i sentimenti...». Per il resto, alcune affermazioni di Marco Bellocchio sul cattolicesimo mi hanno francamente stupito. Oggi, dice Bellocchio, le chiese sono vuote, nessuno va a messa. È probabile che non tutti coloro i quali si professano cattolici vadano in chiesa e che le messe siano, molto spesso, ascoltate superficialmente o accompagnate da bruttissimi canti. Ma le chiese non sono vuote: basta andarci. «Le suore» dice ancora Bellocchio, «sono quasi tutte nere o asiatiche, come le badanti». Questo, non è vero; e neppure troppo elegante. Basta andare negli ospedali. Ancora: «Si scrive una legge oscurantista sulla procreazione assistita». Vero. Quella legge forse non andava scritta. Ma la chiesa fa il suo mestiere: si può essere d' accordo o no. A sbagliare sono stati eventualmente i laici che l' hanno scritta. Infine: «La crisi del freudismo e del marxismo ha lasciato campo libero al ritorno del cattolicesimo». Che vuol dire Bellocchio? Il cattolicesimo è un fenomeno che «viene e va»? Sembrerebbe una visione infantile e riduttiva di un fenomeno religioso. Come a dire: il ritorno dell' induismo? Qualcuno oserebbe accostarsi ad un bramino assorto in meditazione sulle rive del Gange per dirgli: lei è consapevole che sta tornando l' induismo? Le religioni non vanno e vengono: sono. Perché come inconsapevolmente anticipa Bellocchio, rispondono a quelle domande irrazionali di cui lui parla, che la sinistra ha distrutto. La Chiesa come tutte le istituzioni terrene, è largamente imperfetta. Tuttavia la visione oscurantista del cattolicesimo nutrita da Marco Bellocchio mi sembra a sua volta un poco oscurantista. Il cattolicesimo è infatti anche tante altre cose, oltre a quelle che vede o teme Marco Bellocchio. È carità, per esempio, amore, volontariato: quelle dimensioni dell' animo umano alle quali Bellocchio non vuole, per esempio, rassegnarsi. I problemi del cattolicesimo moderno sono semmai altri. Sono problemi che nascono dalla dimenticanza: quando i cristiani cattolici dimenticano a cosa deve credere oggi, sempre, un cristiano (ma è anche comprensibile, perché ai cattolici si chiede di credere a cose «impossibili»: al Dio fatto uomo, allo scandalo della croce, alla resurrezione della carne) e si occupano di altro. O nascono dalla disattenzione: dalla abitudine ad ascoltare la Parola senza riflettere più sul suo senso. Una settimana fa, sono capitato, all' alba, nella chiesa di Sant' Anselmo, nel quartiere romano dell' Aventino: dove Cristina Campo e Elsa Morante andavano ad ascoltare il gregoriano. C' erano una dozzina di benedettini. Alcuni cinesi, altri neri, altri tedeschi. Celebravano la messa. Il Vangelo era di Luca: il Magnificat. La Vergine che dice: la mia anima magnifica il Signore... il celebrante, credo americano, ha tirato fuori un foglietto e letto l' omelia. Due minuti d' orologio. Il messaggio era il seguente: fratelli, parole bellissime, però non ci abituiamo, non ce le facciamo scorrere addosso. Era tutto molto bello. È vero. Certo: magari tutte le messe fossero così!

Liberazione, dopo le rivelazioni del Corriere sui traffici vaticani
«ordini agghiaccianti»

citato al mercoledì e al giovedì

Liberazione 29.12.04
IL BATTESIMO COME PRIGIONE PER I GIUDEI
Pio XII ordinò al nunzio a Parigi, Angelo Roncalli, di non restituire ai genitori i mambini ebrei battezzati che avevano trovato rifugio in strutture cattoliche. Il futuro Giovanni XXIII si stava muovendo in modo opposto. Resta aperta la ricerca sulla sua reazione alle disposizioni
Fulvio Fania

Sono ordini "agghiaccianti". L'aggettivo è usato dallo storico cattolico Alberto Melloni. Quale misericordia potrebbe far passare sotto silenzio la direttiva di un papa, Pio XII, che all'indomani della Shoah, raccomanda al proprio nunzio di non restituire ai genitori ebrei i figli che avevano trovato rifugio presso conventi, istituti ecclesiali o famiglie cattoliche, nel caso che nel frattempo fossero stati battezzati? La direttiva inviata dal Sant'Uffizio ad Angelo Roncalli, che a quel tempo era nunzio apostolico in Francia, è sbucata dagli archivi ecclesiastici francesi durante il lavoro di ricostruzioe dei diari e delle agende del futuro Giovanni XXIII, un'impresa dell'Istituto per le scienze religiose di Bologna giunta alla pubblicazione di un quinto volume curato da Etienne Fouilloux.
La nota vaticana del '46, finora inedita, è stata anticipata ieri dal Corriere della sera con il corredo di un contesto storico, tratteggiato da Melloni, che punta a mettere in luce il diverso orientamento di Roncalli, al quale di riconoscevano gesti favorevoli agli ebrei durante la precedente nunziatura in Turchia. Il titolo dell'articolo forza ulteiormente il concetto affermando che in Francia "Roncalli disattese gli ordini" vaticani. Più prudente, Melloni scrive che "pur fedele alla politica di Pio XII, ma con una sua sensibilità e una sua storia", egli si mosse "con studiata lentezza" nelle difficoltà che incontrava la chiesa francese, divisa tra chi aveva collaborato con il regime filonazista di Vichy e chi invece aveva resistito. L'atto più importante fu la lettera con cui Roncalli autorizzata il rabbino Herzog a usare della sua autorità per richiedere il rilascio dei bambini.
Ma questo testo risale a tre mesi prima (19 luglio) della direttiva del Sant'Uffizio (20 ottobre) e di per sé non costituisce dunque la prova di un aggiramento degli ordini da parte di Roncalli, a meno che la disposizione vaticana non rappresentasse un richiamo implicito al nunzio per le iniziative già intraprese.
Resta quel tremendo documento vaticano. Il contenuto non soprende: è noto che il battesimo veniva usato dalla chiesa cattolica per impedire il ricongiungimento dei figli ai genitori ebrei, in quanto questi non avrebbero assicurato una "educazione cristiana". Celebre il caso Mortara, un bambino bolognese sottratto alla famiglia nel 1850 dopo esser stato battezzato segretamente per iniziativa di una donna di servizio. Ma la disposizione per la Francia appartiene ad un'altra epoca, a Olocausto ormai consumato, e reca il placet esplicito di Pio XII, il papa che le comunità ebraiche e molti storici criticano per il suo "silenzio" durante lo sterminio degli ebrei. A sua difesa i biografi hanno citato tra l'altro la protezione offerta agli ebrei da parte di conventi, istituzioni cattoliche e dello stesso Vaticano. Ora, proprio a proposito di bambini sottratti alla furia delle leggi razziali dalla generosità di cattolici, ecco spuntare questa assurda consegna di non restituirli ai genitori una volta passata la tempesta nazista. Comportamenti personali a parte, ci vorrà ancora molto tempo prima che Giovanni XXIII proponga al Concilio Vaticano II il ripudio delle accuse ai giudei, una tradizione di cui l'intera gerarchia era erede.


Liberazione 29.12.04

"NEANCHE LA SHOAH CAMBIÒ PACELLI"
Intervista allo storico Ruggero Taradei, studioso dell'antisemitismo cristiano. La novità non è nel contenuto del documento ma nell'approvazione espressa del papa
di Fulvio Fania

Ruggero Taradel ha dedicato due libri all'antisernitismo cattolico, L'accusa del sangue e, in collaborazione con Barbara Raggi, La segregazione amichevole. Attualmente insegna negli Stati Uniti alla University of Washington ed è consulente di Albert Maysles per la realizzazione di un documentario sul caso dell'ebreo Beilis accusato falsamente di omicidio rituale a Kiev nel 1913.
Di fronte al documento inedito del Sant'Uffizio lo storico non mostra grande sorpresa. Ecco il suo commento.
«E' una vicenda sicuramente sconcertante - ci dice - però non sorprende l'atteggiamento di Pio XII che nei confronti degli ebrei mantenne sempre, anche dopo l'Olocausto, una posizione fortemente ancorata alla tradizione ecclesiastica. Alberto Melloni ricorda la freddezza con cui trattò Jules Isaac con i suoi "punti di Seelisberg" coi quali si chiedeva alla Chiesa di ripudiare l'antisemitismo. Bisogna aggiungere che Jaques Maritain, il grande filosofo cattolico francese, si adoperò moltissimo per ottenere una riforma radicale dell'atteggiamento della Chiesa verso gli ebrei. In una fitta corrispondenza con l'allora cardinale Montini, futuro Paolo VI, lo studioso esprime più volte costernazione di fronte al fatto che Pio XII, dopo aver taciuto durante la Shoah, forse- così sostiene Maritain - per motivi comprensibili, continuasse a rimandare la denuncia di quell'antisemitismo cristiano che egli invece aveva indicato, fin dagli anni 30, tra le concause della diffusione dell'antisemitismo razziale. Queste istruzioni al nunzio Roncalli, con l'annotazione puntuale che si tratta di disposizioni approvate dal papa, sono il tassello che connette le due parti del pontificato di Pacelli: quella che lo vide protagonista negli anni della guerra mondiale e quello successivo in cui manifestò un atteggiamento inerte e passivo nei rapporti con l'ebraismo. Il 16 luglio 1946 Maritain ottenne un incontro con il papa ma dai suoi appunti si ricava tutta la delusione che provò di fronte alla sua reazione: Pio XII gli rispose che della questione aveva già parlato ad una delegazione di sopravvissuti dai lager e non aveva altro da aggiungere. Questa storia tristissima conferma la visione generale che abbiamo di quel pontificato a proposito dell'ebraismo».
Un caso Mortara moltiplicato per un imprecisato numero di figli di ebrei.
«La situazione descritta in Francia è perfino più grave. Per quanto deprecabile, infatti, l'episodio che risale a Pio IX presentava una differenza formale. Allora il papa era anche re e applicava le sue leggi all'interno del proprio stato. Nel '46 invece il Sant'uffizio dispone di non restituire bambini ebrei ai legittimi genitori o alle comunità originarie in uno stato sovrano quale è la Francia».
Proprio sul nostro giornale lei ha sostenuto un confronto a distanza con il gesuita Giovanni Sale che distingue un antigiudaismo di natura religiosa dall'antisemitismo razziale. Queste disposizioni di Pio XII forse rientrerebbero nella categoria dell'antigiudaismo?
«In Italia purtroppo si estende la tendenza a cercare di ridefinire il termine di antigiudaismo nel solco di padre Sale. Il tentativo rinnova l'impronta di alcuni studiosi degli anni 50-60 che avevano operato la stessa distinzione terminologica. Tentativi falliti e rigettati dalla comunità scientifica internazionale. Se leggo un articolo in cui un nazista, magari di religione cattolica, propugna la segregazione degli ebrei non su base razziale ma religiosa, questo cos'è: antisemitismo o antigiudaismo? Un problema ulteriore è dato dal fatto che il giuismo esiste in effetti come entità storica per cui nel definire l'atteggiamento della Chiesa come antigiudaismo si insinua l'idea che in fondo le persecuzioni provocate da questo genere di propaganda siano in qualche modo collegabili ad un fenomeno storico reale. Al contrario, il termine antisemitismo sottolinea il carattere atificioso e delirante dell'immaginario antiebraico e mette più in luce l'aggressione ai soggetti e alle comcunità mentre l'antigiudaismo può far pensare ad un fatto solo culturale. Maritain aveva il coraggio di parlare di antisemitismo della Chiesa».
La scoperta di questo documento è una vera novità per gli storici?
«Sì. Il testo non è esplosivo tanto nel contenuto quanto nella sottolineatura dell'approvazione di Pio XII. È una cartina di tornasole del fatto che nemmeno l'Olocausto indusse papa Pacelli ad un ripensamento sulla dottrina cattolica al riguardo.
Che effetti produrrà nella ricerca?
Non mi pare possa portare acqua al mulino dei teorici di tipo estremista come Goldhagen il quale arriva a sostenere che la Chiesa abbozzò un piano di sterminio degli ebrei. Anche mettendo in luce l'atteggiamento diverso di Roncalli mostra piuttosto come in quel periodo la Chiesa fosse tormentata sulla questione ebraica. Maritain e Charles Journet, avendo preso posizione per una riforma rimasero abbastanza soli. Pio XII restò legato alla più rigida tradizione. Bisognerà attendere il Concilio, molti anni dopo. Roncalli, pur essendo originariamente legato a certe forme di pregiudizio antiebraico, attraverso un percorso sofferto, mutò radicalmente atteggiamento.

Liberazione 29.12.04
QUEL PAPA CHE RUBAVA I BAMBINI
Lidia Menapace

Non si può leggere senza sgomento il testo del Sant'Uffizio contenente le disposizioni sulla sorte di bambini e bambine ebrei custoditi durantela Shoah presso famiglie o istituzioni cattoliche e richiesti dalla comunità ebraica dopo la fine della seconda guerra mondiale. Bisognerà ricordare che nessun europeo se la sarebbe sentita allora di fare o dire alcunché di duro o incomprensivo verso gliEbrei, dopo che si era conosciuto pienamente l'orrore praticato contro di loro sui nostri territori in paesi civilissimi, cristiani, giuridicamente maturi e raffinati: tale era la vergogna che di un Ebreo non si poteva nemmeno dire nulla, tanto che alla fine si era quasi prigionieri addirittura dei pregiudizi contrari a quelli antisemiti ben noti. Insomma parlare di questione ebraica era comunque doloroso imbarazzante carico di sensi di colpa.
Come non inorridire di fronte a una prosa gelida, doppia, mafiosa (nega, non rispondere per iscritto, prendi tempo, dì che devi controllare anche l'evidenza più lancinante) suggerita ai vescovi cattolici alle prese nei vari paesi con le tremende code della persecuzione antiebraica, coda che aveva per oggetto dei bambini i cui sentimenti non vengono minimamente presi in considerazione? Rispetto alla Shoà la Chiesa si comportò sempre con carità, di rado con giustizia: il motto cattolico -sempre vero - secondo il quale la carità non può fondarsi sull'ingiustizia, è stato spesso attenuato fino a tradirlo ed è passata una pratica di aiuto caritatevole senza spendere forze per raddrizzare i torti, che pure vengono leniti. Sicchè una Chiesa cattolica che aveva avuto sia persone dedite alla salvezza degli Ebrei perseguitati, sia persone che pur deprecando le persecuzioni mantenevano i pregiudizi antisemiti, (uccisori di Gesù Cristo, deicidi) con un misto non limpido - appunto - di carità e ingiustizia, col presente testo del Sant'Uffizio conferma l'atteggiamento. E non dà risposta alle richieste dal rabbinato del tempo, che chiedeva alla Chiesa cattolica di rinunciare e denunciare qualsiasi forma di antisemitismo, dai pregiudizi popolari ai riti liturgici offensivi.
Il massimo di quel pasticcio piagnucoloso e ipocrita era nella liturgia cattolica nella quale uno degli "oremus" della messa diceva: «Oremus et pro perfidis Judaeis», "preghiamo anche per i Giudei spergiuri perfidi traditori". Era una preghiera a loro favore, ma intanto riconfermava tutti i pregiudizi verso il popoio ebreo nelsuo complesso addossando ad esso il peso della condanna a morte di Gesù Cristo, nella quale il popolo aveva certo meno "colpa" dell'imperialismo romano e del rabbinato.
Popolarmente era viva la convinzione che a un simile ordine si fosse sottratto il card. Roncalli il futuro papa Giovanni XXI II, che era noto per aver salvato molti bambini e bambine ebree dalle sgrinfie dei nazi quando era rappresentante diplomatico vaticano (cioè Nunzio apostolico) in Turchia. Ebbene sì, gli incivili Turchi, quelli che ora minaccerebbero le famose radici cristiane ospitarono con precisa civiltà giuridica il nunzio apostolico e mantennero sempre relazioni diplomatiche col Vaticano. Roncalli fece anche eseguire battesimi "sotto condizione" per poter dire
con una piccola restrizione mentale che erano bimbi cattolici e quindi non potevano essere portati al massacro con i loro genitori. Il futuro Papa Giovanni era accreditato nell'opinione popolare di alcune qualità specifiche: poiché il suo sito di origine era contadino valeva per il il detto "scarpe grosse e cervello fino". Inoltre per la sua gentile bonomia e facile sorriso era considerato davvero una figura evangelica dotata delle virtà che una famosa frase descrive così: era "candido come una colomba e astuto come un serpente". E non ci voleva meno di una astuzia serpentina per sottrarre vittime all'orrore nazista. Anche le abilità giuridico-diplomatiche di Roncalli confermano che i nazi erano ossessionati dal rispetto della formalità giuridica, come si capisce anche dal caso delle Donne della Rosenstrasse. Se Roncalli riusciva a "dimostrare" che erano bambini battezzati i nazi si fermavano: non consideravano utile scontrarsi con la Chiesa, visto che cattolici appoggiavano il regime (von Papen era cattolico), e in Francia vi erano cattolici nella Resistenza e nel Maquis, ma anche tra i pètainisti, e perciò avevano fatto leggi che potevano sottrarre alcuni casi "misti" alla persecuzione. Roncalli si servì quanto potè di tale "debolezza" e uso tutta la sottigliezza che aveva per salvare le persone. E che non sia stata solo una facile sensibilità caritatevole, ma una precisa posizione teologica ed etica si vide poi: nel concilio Vaticano secondo da lui deciso tutte le preghiere che in qualche modo contenevano pregiudizi verso gli Ebrei furono cancellate per sua disposizione.
Sarebbe il caso di ricordare ciò: non vale la pena di ripetere gli errori commessi verso l'Ebraismo adesso verso l'islam. L'Europa non ha molto da vantarsi del suo recente passato a proposito di razzismo e di persecuzioni politiche e di ogni genere: né ha molto da insegnare.
In ogni modo chi ha il coraggio di rivelare ai leghisti improvvisamente diventati crociati delle radici cristiane al canto di "Tu scendi dalle stelle" ecc., che - come tutti i canti natalizi popolari - anche quello è opera di un allegro santo napoletano del 18° secolo S. Alfonso de'Liguori, che era un cantautore e scriveva testi e musica? Insomma quelle radici saranno cristiane, ma non sono davvero padane.

«Cosa c'è di misterioso, magico, o addirittura divino, nella vita?», Watson e Crick risposero: «Niente!»

citato al mercoledì
(cfr anche la seconda parte, qui sopra)

segnalato da Silvia Iannaco


Repubblica 28.12.04

TUTTA LA VITA IN UN'ELICA
Viaggio nella storia e nei segreti del DNA Un saggio di James Watson, che con Francis Crick, scoprì la struttura del codice genetico
Fin dalle origini della sua storia cosciente, l'uomo aveva cercato la chiave di quel mistero
Sui due scienziati ebbe influenza Schrödinger, padre della meccanica quantistica
Compreso l'alfabeto, si è poi passati a leggere l'intero libro. Vale a dire, il genoma
di PIERGIORGIO ODIFREDDI*

*docente dell'Università di Torino,
membro del Comitato di Presidenza
dell'Unione degli atei italiani (UAAR)


Il 28 febbraio 1953, benché fosse sabato, il ventitreenne James Watson si recò in laboratorio la mattina presto, ed ebbe l'intuizione della sua vita: rimescolando i quattro tipi di tessere di un puzzle tridimensionale di cartone sul quale stava lavorando, che corrispondevano alla struttura chimica delle quattro lettere (A, T, G e C) dell'alfabeto del DNA, si accorse che esse combaciavano perfettamente a coppie (A con T, e G con C).
A metà mattina il trentasettenne Francis Crick raggiunse il compagno di ricerca, e comprese immediatamente che la sua scoperta significava che il DNA aveva una struttura a doppia elica, costituita da due catene di lettere orientate in direzione opposta. All'ora di pranzo i due si recarono al loro solito pub, l'Eagle, e Crick annunciò modestamente ai commensali che, insieme a Watson, aveva appena scoperto il «segreto della vita».
Fin dalle origini della sua storia cosciente l'uomo aveva infatti cercato di rispondere alla domanda più fondamentale che poteva porsi: . La «Cosa c'è di misterioso, magico, o addirittura divino, nella vita?». E la risposta che Watson e Crick avevano appena trovato era: «Niente!». La vita risultava infatti non essere altro che il prodotto di normali processi fisici e chimici, e per spiegarla non era neppure stato necessario inventare una nuova scienza, come qualcuno aveva supposto o temuto: bastava quella che già c'era.
Per metabolizzare una simile risposta, che ci dovrebbe finalmente liberare dalla mitologia che per millenni ha avvolto nelle sue nebbie metafisiche il problema della vita, ci vorranno decenni. Lo dimostrano, ad esempio, le parole con cui il presidente Clinton annunciò ancora dalla Casa Bianca, il 26 giugno 2000, il completamento della prima bozza del genoma umano: «Oggi apprendiamo il linguaggio con il quale Dio creò la vita». E lo dimostrano le mille polemiche che accompagnano il DNA in ogni sua manifestazione, dagli Ogm alle staminali.
In attesa che l'ora di DNA sostituisca, o almeno si affianchi, all'ora di religione nelle scuole, proviamo a ripercorrere, da un lato, la storia delle conquiste teoriche di mezzo secolo di biologia molecolare, e a dispiegare, dall'altro lato, il ventaglio delle applicazioni pratiche che la conoscenza del DNA ha reso possibili. Ci guida in questo compito uno dei più bei libri di divulgazione scientifica di questi anni, appena uscito in Italia: DNA. Il segreto della vita (Adelphi, pagg. 462, euro 39,50), che Watson stesso ha scritto per celebrare il cinquantenario della sua scoperta.
Anche se, parlando di libri, bisognerebbe partire da Che cos'è la vita di Erwin Schrödinger (Adelphi, 1995): un testo di uno dei padri della meccanica quantistica, che ebbe un'influenza decisiva non solo per Watson e Crick, ma per tutta una generazione di biologi. Fu in quel libretto del 1944 che venne divulgata per la prima volta l'idea che si doveva pensare alla vita come a un processo di archiviazione e di trasmissione dell´informazione biologica, compressa in quello che Schrödinger chiamò il «codice ereditario». Capire che cosa fosse la vita richiedeva dunque l'identificazione del supporto e la decifrazione del linguaggio di questo codice.
In quegli anni si pensava ancora che il supporto del codice genetico fossero le proteine, e il suo alfabeto i 20 amminoacidi.
Il DNA era stato scoperto nel 1869 da Friedrich Miescher, in un poco romantico studio delle bende impregnate di pus fornitegli da un ospedale. Negli anni '30 si era capito che era costituito da una lunga molecola contenente quattro basi chimiche: le «lettere» A, T, G e C alle quali abbiamo già accennato. E nel 1944 Oswald Avery aveva finalmente dimostrato che era proprio questa molecola a contenere l'informazione genetica: poiché però la scoperta fu accettata dai genetisti ma avversata dai biochimici, Avery morí nel 1955 senza aver ricevuto il premio Nobel che meritava.
Watson e Crick ricevettero il loro nel 1962, e la doppia elica contribuí a portare il DNA alla ribalta. A scanso di equivoci, l´idea che la molecola fosse costituita da un'elica non era affatto nuova: il grande chimico Linus Pauling, vincitore di ben due premi Nobel (per la chimica e la pace), aveva annunciato proprio nel 1953 un modello a tripla elica, poi risultato sbagliato. Anche Maurice Wilkins era convinto che si trattasse di un'elica, e cercò di determinarla non mediante modelli, come Watson e Crick, ma attraverso la diffrazione a raggi X: le foto del suo laboratorio fornirono una conferma della struttura, e Wilkins condivise con loro il premio Nobel nel 1962.
Prima ancora che a Watson, Crick e Wilkins, il premio era andato nel 1959 ad Arthur Kornberg, per aver scoperto nel 1957 un enzima, detto DNA polimerasi, che lega fra loro le due eliche. Quanto alla loro separazione, che Crick aveva supposto avvenisse come in una cerniera lampo, e stesse alla base del processo di copiatura dell'informazione genetica, essa fu confermata nel 1954 da Matt Meselson e Frank Stahl, in quello che venne definito «il più bell'esperimento della biologia».
Una volta compresi i dettagli della struttura della doppia elica, rimaneva da decifrare il codice genetico: come vengono specificati, usando un alfabeto di sole quattro lettere, i venti amminoacidi di cui sono costituite tutte le proteine? Nel 1961 Sydney Brenner e Crick scoprirono che inserire o eliminare una o due lettere nel DNA produce un effetto devastante, ma inserirne o eliminarne tre no, e capirono che nel primo caso si riscrivono tutte le parole, mentre nel secondo se ne perde solo una: le parole del codice genetico, dette «codoni», sono dunque di tre lettere. E poiché con un alfabeto di quattro lettere si possono fare 64 codoni distinti, il codice dev'essere ridondante.
Nel 1961 Marshall Nirenberg scoprì che uno dei più semplici segmenti di DNA, costituito di sole A, produceva un particolare amminoacido (la fenilalanina): il codone corrispondente, dunque, doveva essere AAA. Insieme a Gobind Khorana, che mise a punto tecniche chimiche per fabbricare segmenti di DNA consistenti di un solo codone, Nirenberg riuscí nel giro di qualche anno a decifrare tutto il codice, e i due ottennero il premio Nobel nel 1968.
Il passaggio dal DNA alle proteine non è però diretto, bensí mediato da una seconda forma di acido nucleico, chiamata RNA. Nel 1959 Crick proclamò il «dogma centrale» della biologia: l'informazione genetica va a senso unico, dal DNA all´RNA alle proteine. Per spiegare questo strano meccanismo, in cui l´uovo (il DNA) viene necessariamente prima della gallina (le proteine), Crick ipotizzò che l'RNA fosse stata la prima molecola genetica, in un'epoca in cui la vita era basata solo su di esso: il DNA sarebbe uno sviluppo successivo, probabilmente in risposta all´instabilità dell'RNA. Nel 1983 Tom Cech e Sidney Altman diedero la prima conferma che l'RNA era una sorta di «uovo-gallina» autocatalizzante, e ottennero il premio Nobel per la chimica nel 1989.
Una volta compreso l'alfabeto e le parole del codice genetico, rimaneva da leggere l'intero libro: il genoma delle varie specie, uomo compreso. I capitoli di questo libro si chiamano geni, e la scoperta di come si attivano e si disattivano in un batterio intestinale (E. coli) valse il premio Nobel del 1965 a Jacques Monod e François Jacob: una coppia la cui popolarità rivaleggia con quella di Watson e Crick, grazie anche ai loro rispettivi libri Il caso e la necessità (Mondadori, 1970) e La logica del vivente (Einaudi, 1971).
A sequenziare completamente il primo genoma, quello del virus PhiX174, fu Frederick Sanger, che vinse così il suo secondo premio Nobel in chimica nel 1980 (il primo l'aveva vinto nel 1958 per la sequenziazione della prima proteina, l'insulina). Al sequenziamento nel 1997 del primo genoma batterico, l'E. coli, seguì nel 1998 quella del verme C. elegans, che valse a John Sulton il premio Nobel nel 2002: benché composto di sole 959 cellule, e non più grande di una virgola, il verme ha ben 19.000 geni! Il genoma umano è stato invece sequenziato da un consorzio pubblico, inizialmente diretto da Watson, e da una compagnia privata, la Celera di Craig Venter: benché enormemente più grande e complesso, l'uomo ha solo 25.000 geni, pochi più del verme!
Ma, come direbbe Thomas Eliot, quella che sembra la fine della storia, è invece soltanto un inizio. Ad attendere la biologia molecolare sono ora infatti i tre grandi progetti della genomica (comprendere la funzione dei singoli geni e la loro azione congiunta), della proteomica (sequenziare e studiare le proteine), e della trascrittomica (determinare quali geni siano attivi in una data cellula), con l'obiettivo di capire nei dettagli l´intero meccanismo della vita, dalla prima cellula all'intero organismo, per la maggior gloria dello spirito umano.
(1. Continua)

la seconda parte di questo articolo,
il giorno dopo:

Repubblica 29.12.04
QUEI GENI DENTRO DI NOI
Viaggio nella storia e nei segreti del DNA
Molti esperimenti fanno paur La "terapia genica" scandalizza. Si discute sugli OGM
l Nobel Lewis ottenne mutanti mostruosi del comune moscerino della frutta
Le prime ricerche sugli animali di Paul Berg scatenarono un putiferio
Certi benpensanti vorrebbero in realtà che non s'interferisse con "i piani di Dio"
di PIERGIORGIO ODIFREDDI*

*docente dell'Università di Torino,
membro del Comitato di Presidenza
dell'Unione degli atei italiani (UAAR)

Nel nucleo di ogni cellula di un organismo c'è una copia di una grande enciclopedia, chiamata genoma, che contiene il programma completo dell'organismo. Questa enciclopedia è scritta su una carta chiamata DNA, ed è suddivisa in volumi chiamati cromosomi, che nell'uomo sono 23.
Di ogni volume ci sono due copie identiche, salvo errori di stampa, e ciascuno contiene centinaia o migliaia di capitoli, chiamati geni. Ogni capitolo si compone di sezioni di storie, detti esoni, intervallati da annunci pubblicitari, chiamati introni, che nei batteri sono assenti, ma nell'uomo (c'era da dubitarne?) costituiscono la quasi totalità del capitolo. Ogni storia è scritta in parole di tre lettere, chiamate codoni, tratte da un alfabeto di quattro lettere, chiamate basi.
Decodificare e comprendere il genoma di una specie significa appropriarsi delle informazioni necessarie a capire il funzionamento dei suoi individui, a ripararne le disfunzioni, ed eventualmente anche a modificarli in maniera più o meno radicale, fino a farli divenire «altro da sé». Come nel caso degli esperimenti di Ed Lewis, premio Nobel nel 1995, che modificando con sostanze chimiche il DNA della drosofila, il comune moscerino della frutta, ne ha ottenuti dei mutanti mostruosi: con zampe al posto delle antenne, o con quattro ali invece di due.
Naturalmente, sono proprio esperimenti di questo genere a scandalizzare i benpensanti, che vorrebbero si stesse alla larga dal DNA, per non interferire con «i piani di Dio»: primo fra tutti, la creazione della vita. Troppo tardi, naturalmente, visto che la cosa è già stata fatta da tempo: per la precisione, dal premio Nobel Arthur Konenberg, che nel 1967 ottenne una molecola artificiale di DNA virale che si comportava esattamente come il virus naturale da cui era stato copiato, e fece dichiarare al presidente Johnson che si trattava di una «conquista grandiosa».
Il virus di Konenberg era però soltanto l'esatta replica di uno già esistente. Con le tecniche del DNA ricombinante, che permettono di fare «copia e incolla» sui geni, tagliandoli da un DNA e inserendoli in un altro, negli anni '70 divenne possibile anche la cosiddetta terapia genica: inserire una copia non difettosa di un gene in un virus, e iniettare poi il virus nell'organismo perché esso «infetti» le sue cellule, andando a sostituire le copie difettose di quel gene.
I primi esperimenti di questo tipo furono fatti su animali nel 1971 da Paul Berg, e scatenarono un putiferio: i biologi molecolari stabilirono una moratoria sugli esperimenti, che furono dichiarati fuorilegge dalla città di Cambridge. Alla fine degli anni '70 sia la scienza che la politica riaprirono le porte alla ricerca, e oggi la terapia genica è già stata sperimentata sugli esseri umani per curare malattie come la SCID, un'immunodeficienza combinata che costringe il bambino a vivere in una camera a bolle, senza poter avere nessun contatto fisico diretto con i suoi simili.
Essere contrari alla terapia genica, sia nella versione somatica, in cui si cambiano a posteriori i geni all'interno delle cellule di un organismo già sviluppato, sia in quella germinale, in cui si alterano a priori i geni negli spermatozoi o negli ovuli prima della fecondazione in vitro, significa rifiutare per principio una cura al 2 per cento dei neonati, che vengono al mondo con gravi anomalie genetiche, e al 10 per cento dei bambini ospedalizzati, che soffrono di malattie di diretta derivazione genetica. E un problema analogo si pone per lo screening preventivo nel feto di malattie genetiche incurabili, come il morbo di Huntington, la distrofia muscolare di Duchenne o la fibrosi cistica.
Chi obietta all'uso dei virus per modificare il genoma, dovrebbe comunque sapere che ormai da vent'anni una gran quantità di proteine umane commerciali è prodotta in maniera artificiale da batteri. L'esempio più comune è l'insulina, necessaria per la cura del diabete: quella di maiale o bovina, che veniva usata prima delle biotecnologie, non è completamente uguale a quella umana, e provocava spesso reazioni allergiche. Un altro esempio è l'ormone della crescita, necessario a curare il nanismo: in origine lo si doveva estrarre dal cervello dei cadaveri, e a volte produceva una malattia del cervello simile a quella della mucca pazza.
Prima di poter far produrre proteine umane ai batteri, si è dovuto però risolvere un interessante problema teorico: il DNA dei batteri non ha introni, e può quindi soltanto replicare gli esoni di un gene umano. La soluzione venne da un enzima scoperto nel 1970 da Howard Temin e David Baltimore, che fruttò loro il premio Nobel nel 1975: questo enzima, chiamato «trascrittasi inversa», viola il dogma centrale della biologia e converte l'RNA in DNA.
Poiché il passaggio dal DNA alle proteine passa appunto attraverso la produzione di RNA ripulito dagli introni, il DNA ottenuto per trascrittasi inversa da quell'RNA è anch'esso ripulito, e può essere inserito nel batterio per fargli produrre la proteina corrispondente.
Naturalmente, le modifiche del DNA più note sono quelle degli OGM, la cui applicazione più comune è stata la produzione di piante resistenti all'attacco di agenti patogeni: ironicamente, gli oppositori degli OGM sono gli stessi che qualche decennio fa si opponevano all'uso dei pesticidi, oggi drasticamente diminuiti proprio grazie agli OGM.
In ogni caso, gli OGM non modificano affatto fantomatiche piante «naturali», bensì altri OGM ottenuti in maniera diversa, per selezione naturale o artificiale: l'esempio più tipico è il frumento che usiamo per il pane quotidiano, che è un incrocio artificiale del farro (a sua volta un incrocio) con un egilope, e che ancora qualche secolo fa era alto un metro e mezzo, come mostrano I mietitori di Brueghel.
Un altro motivo per cui il DNA è recentemente salito alla ribalta della cronaca, in genere nera o rosa, è l'impronta genetica, che nelle indagini criminali costituisce ormai l'alter ego di quella digitale. La tecnica si basa su un fatto scoperto casualmente da Alec Jeffreys nei primi anni '80: all'interno di certi geni ci sono piccoli frammenti ripetuti molte volte, ma in numero diverso da individuo a individuo, perché il meccanismo di copiatura del DNA non funziona bene sulle ripetizioni, e tende a sbagliarne il numero. Basta confrontare le ripetizioni in qualche decina di siti, per stabilire con certezza quasi assoluta l'identità di due campioni di DNA, o una loro parentela più o meno stretta.
Banche dati genetiche sono ormai state istituite: quella dell'FBI ha già raggiunto un milione di impronte di pregiudicati, e quella del Dipartimento della Difesa tre milioni di soldati. Lo stato del Wisconsin ha recentemente aperto un procedimento contro un individuo sconosciuto, identificato soltanto attraverso la sua impronta genetica. E si può immaginare che in futuro, anche senza raggiungere gli estremi del film Minority Report, il passaporto riporterà anche la nostra, insieme alla foto.
Fra le scoperte più affascinanti che lo studio del DNA ha permesso di effettuare, ci sono le ricostruzioni della storia della nostra specie. Quella dei movimenti recenti di popolazioni, ad esempio, che hanno mostrato che l'Islanda è stata colonizzata da uomini di origine scandinava (i Vichinghi), ma da donne irlandesi. O che i parsi hanno tramandato le loro origini iraniane per via paterna, pur mescolandosi liberamente alle donne indiane. O che i Cohen di tutto il mondo, discendenti dei «kohanim», hanno tutti lo stesso cromosoma Y, probabilmente derivato da Aronne. O che gli ebrei sono indistinguibili da tutti gli altri gruppi mediorientali, palestinesi compresi, in accordo con la loro comune discendenza da Abramo.
Risalendo più indietro, si è arrivati a determinare da dove venivano i nostri progenitori comuni, cioè la donna dalla quale derivano tutti i nostri mitocondri, e l'uomo dal quale derivano i cromosomi Y di tutti i maschi: con buona pace della Lega, erano entrambi africani e neri. Così come si è arrivati a determinare che l'uomo e lo scimpanzé hanno in comune il 98% del loro DNA: con buona pace, questa volta, degli antievoluzionisti che imperano negli Stati Uniti, e che stanno ormai alzando la testa pure da noi. Anche a questo, servono gli studi del DNA: a spazzare via i pregiudizi sulla natura e sull'uomo che religioni e filosofie ci hanno propinato per millenni, e che è finalmente giunta l'ora di buttare nel cestino dei rifiuti della storia.
(2. Fine)

ancora sul furto cattolico dei bambini
anche Wojtyla ne fu responsabile

Corriere della Sera 30.12.04
POLEMICHE Il documento uscito sul «Corriere» riflette l’orientamento preconciliare ostile alla libertà di coscienza
La Chiesa e i piccoli ebrei: il caso del 1953
di GIOVANNI MICCOLI *

* autore del libro «I dilemmi e i silenzi di Pio XII» (Rizzoli)

Nel primo dopoguerra la questione di ritrovare i bambini ebrei scampati allo sterminio preoccupava profondamente le organizzazioni ebraiche. «Noi eravamo disperati per la perdita enorme di bambini ebrei nel corso della Shoah. Consideravamo un sacro dovere cercare coloro che si erano salvati» scrisse nelle sue memorie Gerhart Riegner, segretario del Congresso mondiale ebraico. Per ottenere un aiuto in questo senso, egli incontrò nel novembre 1945 monsignor Montini. L’incontro fu insoddisfacente. Riegner ebbe l’impressione che in Vaticano non si avesse l’esatta percezione dell’enormità e della specificità della Shoah. Il viaggio del rabbino Herzog in Francia nel 1946 si situa evidentemente in questo impegno di ricerca. Con la lettera del 19 luglio citata da Melloni, monsignor Roncalli assicurò il suo appoggio, conformemente all’atteggiamento di disponibilità da lui costantemente assunto nel corso della persecuzione. Non vi è traccia peraltro, nelle sue Agende ora pubblicate, di una visita di Herzog a lui (ricevette il figlio nell’ottobre 1948) né sappiamo come egli accolse ed eventualmente commentò le istruzioni del Sant’Uffizio dell’ottobre 1946: che peraltro non a lui sembrano dirette se, come pare, il testo è stato ritrovato in un archivio ecclesiastico francese. Si può pensare dunque che si trattasse della risposta a un quesito indirizzato a Roma da chi si trovava davanti quei problemi.
Lo stesso avvenne sette anni dopo, in occasione del caso Finaly, la vicenda di due bambini ebrei che la direttrice di un asilo di Grenoble, dove erano stati accolti, rifiutava, dopo averli battezzati di sua iniziativa nel 1948, di consegnare a una zia residente in Israele. Si trattò di un vicenda che emozionò la Francia e che per un momento oppose duramente la comunità ebraica e una parte del mondo cattolico francese. Impossibile riassumere i termini di un conflitto che si trascinò per sette anni, da un processo all’altro. Ad un certo momento, dopo che la Corte di Grenoble aveva ordinato la consegna dei bambini alla zia, essi furono nascosti e infine portati in Spagna presso un’abbazia benedettina. Fu in questo contesto che il cardinale Gerlier, contattato da una suora di Sion cui la direttrice si era rivolta, consultò il 14 gennaio 1953 il Sant’Uffizio. La risposta scritta gli fu trasmessa il 23 gennaio. Riaffermava il dovere «imprescrittibile della Chiesa di difendere la libera scelta di questi bambini che per il battesimo le appartengono» e invitava a «resistere nella misura del possibile all’ordine di consegnare i bambini, adottando, per modum facti, tutti i mezzi che possono ritardare l’esecuzione di una sentenza che viola i diritti sopra richiamati». Come si vede l’istruzione non si discosta in sostanza dal documento ora pubblicato, al di là di alcuni aspetti particolari che non è qui il caso di analizzare. La vicenda si concluse comunque con la consegna dei bambini alla zia, anche per l’autorevole intervento di alcune figure di spicco della Chiesa e del cattolicesimo francesi (Congar, Rouquette, Marrou, Béguin, ecc.) alla luce del principio che, rispetto al diritto naturale dei genitori, il più fondamentale, la Chiesa deve rinunciare al suo. Grazie a un’opinione pubblica cattolica almeno in parte diversa dal passato, oltre che a circostanze profondamente mutate (la memoria della persecuzione aveva lasciato il segno e anche i primi sensi di colpa, quelli appunto che portarono alla dichiarazione del Vaticano II) non si ripeté un nuovo caso Mortara.
Tre osservazioni per concludere. La vicenda dei bambini ebrei nascosti nei conventi o in collegi religiosi è in gran parte da scrivere. Per quel che se ne sa, fu segnata da percorsi umani dolorosi e complessi, da affetti contrastanti e spinte contrapposte, che coinvolsero molti protagonisti. I ricordi di Saul Friedländer, affidato bambino da suo padre a un collegio rigidamente confessionale, con l’autorizzazione di battezzarlo, incline più tardi ad avviarsi al sacerdozio e che grazie a un incontro fondamentale con un padre gesuita avverte l’esigenza di recuperare la propria ebraicità, offrono uno straordinario e lucido spaccato di esperienze in parte comuni, affidate per lo più a sofferte memorie individuali.
Sono inoltre persuaso che Riegner avesse ragione: né la Santa Sede né la gran parte del mondo cattolico, secondo quanto del resta avveniva nel primo dopoguerra tra i più, avevano l’esatta percezione della specificità della Shoah. Essa restava confusa tra gli orrori generali della guerra. Pio XII, al chiudersi delle ostilità in Europa, non ne fece cenno nel discorso del 2 giugno 1945. Parlò delle persecuzioni sofferte dalla Chiesa a opera dei nazisti, ma non parlò degli ebrei. Fu la volontà di pochi che, un quindicennio dopo, impose, e non senza difficoltà, al mondo cattolico la questione.
Credo inoltre che scrivendo di quegli anni non si debba dimenticare ciò che era la Chiesa preconciliare: avversa in linea di principio alla libertà religiosa e di coscienza, persuasa che solo la verità, di cui essa si affermava unica depositaria, avesse diritto a una piena libertà. Le concessioni in quest’ambito erano dettate dall’opportunità di evitare mali maggiori. Ma quando era possibile i propri diritti andavano riaffermati integralmente. Il caso del documento ora pubblicato ne è un esempio.

Corriere della Sera 30.12.04
IN POLONIA
Il giovane Wojtyla
Antonio Carioti


«Quando ho letto il documento del Sant’Uffizio uscito sul Corriere, mi è venuto in mente un episodio avvenuto in Polonia nel dopoguerra, quando un giovane prete fece in modo che non fosse battezzato e fosse restituito al suo ambiente d’origine un bambino ebreo affidato a una famiglia cattolica per sottrarlo alle persecuzioni naziste. Quel sacerdote si chiamava Karol Wojtyla». Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, da tempo impegnato nel dialogo con i cattolici, ricorda quella vicenda per sottolineare che anche in epoca preconciliare nella Chiesa convivevano posizioni differenti verso il popolo ebraico. Tuttavia la direttiva del 1946 lo ha impressionato, rafforzando i suoi dubbi sulla canonizzazione di Pio XII. Un altro esponente della comunità romana, Giorgio Israel, autore del libro La questione ebraica oggi (il Mulino), richiama il contesto storico: «Quel documento esprime la tradizionale ossessione della Chiesa di convertire gli ebrei al cristianesimo. Ma dimostra anche quanto grande sia stata la rottura del Concilio Vaticano II e quanta strada sia stata percorsa da allora. La beatificazione di Pio XII sarebbe un passo indietro, ma non certo tale da compromettere le grandi novità positive acquisite a partire dal pontificato di Giovanni XXIII».
Eppure lo storico cattolico Giovanni Maria Vian nota che anche Roncalli, prima della Shoah, non era immune da un certo antigiudaismo religioso, che va però tenuto ben distinto dall’antisemitismo razzista: «La decisione del Sant’Uffizio, di cui vanno approfonditi meglio la natura e lo scopo, è la testimonianza di un’epoca di faticosa transizione, in cui comunque la Chiesa di Pio XII agì per salvare dai nazisti un gran numero di ebrei. Oggi i battesimi abusivi impartiti in Francia (assai meno in Italia) ci appaiono una pratica inaccettabile, ma sta di fatto che per la dottrina cristiana un bambino battezzato non è più ebreo e il Sant’Uffizio non poteva che ribadire tale principio, pur consigliando di procedere con prudenza caso per caso».
Di Segni capisce, ma non si adegua: «So che per la Chiesa il battesimo ha un decisivo valore sacramentale, ma ciò non toglie che dal nostro punto di vista la decisione del Sant’Uffizio costituisca un’offesa all’istituzione della famiglia e una grave mancanza di rispetto per l’identità ebraica. Quanto alla beatificazione di Pio XII, la Chiesa è libera di indicare ai fedeli gli esempi di virtù che ritiene più appropriati, ma è chiaro che scelte di un certo tipo non agevolano il dialogo interreligioso».

L'Unità 30.12.04
rivelazioni
Pio XII, la santità delle conversioni imposte
di Bruno Garavagnuolo

La cosa più triste di tutta questa storia di bimbi ebrei da non restituire alle famiglie, sono forse le dichiarazioni al Corriere della Sera di Peter Gumpel, postulatore della causa di beatificazione di Pacelli: «Ammesso sia autentico quel documto non inficia affatto la santità di Pio XII». E ciò perché per Gumpel un bambino battezzato, secondo il diritto canonico dell'epoca, era ormai considerato «membro effettivo della Chiesa», il che lo poneva sotto la giurisdizione ecclesiastica. Norma che non derivava da Pio XII e che egli si limitò «solo» ad applicare. Giudizio un po' «farisaico» e in fondo negatore del Vangelo, che faceva dire a Gesù che la legge è fatta per l'uomo e non viceversa. E proprio in nome della carità e dell'amore.
Ma andiamo con ordine. Di che documento e di che avvenimenti si tratta? La vicenda è stata rivelata ieri l'altro sul Corsera, da un articolo dello storico Alberto Melloni, che segnalava con largo anticipo l'uscita a fine 2006 del secondo tomo del quinto volume di un'opera preziosa, di cui è già uscito un primo tomo: Anni di Francia. Agenda del Nunzio Roncalli 1945-1948 a cura di uno dei massimi storici francesi, Etienne Fouilloux (Istituto per le scienze religiose di Bologna, www.fscire.it). Nel tomo del 2005, relativo al periodo 1949-53, verrà incluso un docuento chiave del 1946 (scoperto in ritardo), che da origine a tutta la querelle: le istruzioni del Sant'Uffizio romano al Nunzio apostolico a Parigi Roncalli. Concernenti la restituzione alle famiglie dei bambini ebrei, messi in salvo durante l'occupazione nazista in Francia. Ebbene quelle istruzioni al futuro Giovanni XXIII del 20-10-1946 parlano chiaro: i bambini ebrei battezzati «non potranno essere affidati ad istituzioni che non ne sappiano assicurare l'educazione cristiana». Non solo: anche i bambini non battezzati non potevano essere affidati a persone che «non hanno alcun diritto su di loro», a meno che - si legge - «Non siano in grado di disporre di sé». Il tutto era condito dall'invito a far muro di gomma dinanzi a richieste inoltrate dalle comunità ebraiche o dalle famiglie. Con la formula: «La Chiesa deve fare le sue indagini e studiare ogni caso particolare». E il documento inviato a Roncalli si chiude inequivocamente così: «Si noti che questa decisione della Congregazione del Sant'Uffizio è stato approvato dal Santo Padre». Conclusione, la Chiesa cattolica di Papa Pacelli - che senza denunciare apertamente il nazismo in azione durante la guerra, aveva altresì contribuito a salvare centinaia di migliaia di ebrei nei paesi occupati - si riservava il diritto di includere nei suoi ranghi gli orfani ebrei e i bambini ad essa affidati. Confermando così la tradizione dei battesimi e delle conversioni forzate che congiungeva in linea ideale la pratica dei sovrani ispanici di Aragona e Castiglia al celebre episodio del «caso Mortara», bambino sottratto ai genitori e convertito per volere di Pio IX nel 1858. Altro elemento grave - rilevato da Amos Luzzatto presidente delle Comunità ebraiche - era il fatto che nel 1946, nella Francia del dopo-Vichy, erano già note la realtà e le proporzioni della Shoah. Il che non valse a indurre in Pio XII un atteggiamento di maggior comprensione verso il mondo ebraico, che premeva sul Nunzio Roncalli affinché la Chiesa restituisse i bambini e ponesse fine ad ogni atteggiamento antigiudaico. Non è dato sapere con precisione se Angelo Roncalli abbia dato esecuzione alle «istruzioni» di Pio XII. Ma è possibile che non vi abbia aderito, benché non ci siano tracce d'archivio a riguardo. Roncalli - chiamato dallo stesso Pio XII a Parigi per reinserire la Chiesa nello scenario diplomatico dopo i compromesi con Vichy - si era già distinto con grande energia ed autonomia nel mettere in salvo gli ebrei in viaggio verso la Palestina, al tempo del suo ruolo diplomatico a Istambul.
Inoltre, come raccontano i volumi a cura di Fouilloux, il futuro Papa era in amichevoli contatti con il rabbino Herzog e con Jules Isaac, che sollecitavano la riconsegna dei bambini, e l'abbandono dell'antigiudaismo da parte cattolica. Tramite i famosi patti di Seelisberg. Ignorati ostentatamente da Pio XII nel 1955, e accolti invece da Roncalli nel 1960 al tempo del Concilio Vaticano II che pose fine a ogni forma di antisemitismo nella liturgia. Certo sarebbe ingiusto accusare Pio XII di antisemitismo. Egli era fermamente avverso al paganesimo nazista e concertò tra l'atro insieme a Roncalli la salvezza degli ebrei a Istambul. E tuttavia diplomatismo e un certo grado di antigiudaismo furono innegabili nella sua personalità. Perché non fece pubblicare l'enciclica antinazista scomparsa, scritta in mortem da Pio XI?
Restano perciò confermati gli interrogativi sulle ambivalenze di un Papa prossimo alla beatificazione, e che solo l'ancora differita apertura degli archivi vaticani aiuterà a chiarire. Né valgono gi argomenti a discolpa di Padre Gumpel e Vittorio Messori sul Corriere di ieri, volti a a richiamare l'obbedienza alla legge di Pio XII e i misteri dogmatici della fede, in una con i dubbi sull'autenticità del documento. Speciosi argomenti teologici. E filologicamente irrilevanti. Il documento proviene infatti dagli Archivi della Chiesa di Francia, anche se stava nelle carte di Roncalli. Difficile dubitare della sua autenticità, vista la serietà dello storico che lo ha scoperto e lo pubblica.

è morto il professor Eugenio Garin

Oltre all'articolo dalla Stampa che pubblichiamo di seguito, segnaliamo anche, fra numerosi altri, quello di Nello Ajello su Repubblica (Garin, maestro umanista) e quello di Armando Torno sul Corsera (ndr).

La Stampa 30 Dicembre 2004
SCOMPARSO A 95 ANNI IL GRANDE STUDIOSO: INSIEME AD ABBAGNANO È STATO UNO DEGLI INNOVATORI DELLA METODOLOGIA STORIOGRAFICA

Negli anni del dopoguerra si cercava di rinnovare il nostro pensiero aprendosi soprattutto alla scuola anglosassone
Lui tentò invece sulla linea di Gramsci di ricollegarsi
alla tradizione, dall’umanesimo a Vico, da Croce a Gentile
Ricostruire il pensiero dei maestri del Medioevo
e del Rinascimento significava rinnovare l’idea stessa di filosofia

Eugenio Garin era nato a Rieti nel 1909. Laureato nel 1929 con Limentani, aveva insegnato Filosofia morale e Storia della filosofia all'Università di Cagliari e Firenze; dal '74 all'84 aveva insegnato Storia del pensiero del Rinascimento presso la Scuola Normale di Pisa. Garin era uno dei massimi studiosi dell'umanesimo italiano. Pur sostenendo la novità della letteratura morale e civile dell'Umanesimo, Garin respingeva con decisione la tesi ottocentesca che vedeva nella modernità laica del Rinascimento una negazione dei valori religiosi del Medioevo. Anzi, sottolineava con forza la continuità tra le due epoche storiche. Ammiratore di Croce, di Gramsci, pensava alla filosofia come un «sapere storico» (titolo di un suo famoso saggio del ‘59).
Garin ha curato le edizioni degli scritti di Pico della Mirandola e di Leon Battista Alberti.
Tra le opere più importanti della sua lunga carriera, Giovanni Pico della Mirandola (Firenze, 1937); Il Rinascimento italiano (Milano, 1941); L'Illuminismo inglese. I moralisti (Milano, 1941); Dal Medioevo al Rinascimento (Firenze, 1950); L'Umanesimo italiano. Filosofia e vita civile nel Rinascimento (Bari, 1952); Medioevo e Rinascimento (Bari, 1954); La cultura filosofica del Rinascimento italiano (Bari, 1961); Scienza e vita civile nel Rinascimento italiano (Bari,1965), Dal Rinascimento all'Illuminismo: studi e ricerche (Pisa, 1970); L'uomo del Rinascimento (Torino, 1989).
Eugenio Garin è stato autore anche di una Storia della Filosofia (uscita per la prima volta nel 1947, poi più volte ristampata e ampliata) in cui ha individuato una specificità del pensiero italiano, dalla crisi della latinità e dall’eredità medievale fino all’idealismo di Croce e Gentile.
La sua passione intellettuale, vissuta nel segno dell'antifascismo, lo portò a realizzare nel 1974 anche un libro su L'intellettuale italiano del XX secolo. Tra gli ultimi contributi di cultura «militante» nel 1997 il libro Intervista sull'intellettuale a cura di Mario Ajello.


di Gianni Vattimo

NON è forse un semplice caso che uno degli ultimi lavori di Eugenio Garin, uscito nel 1991, sia l'ampia e, in molti sensi, appassionata introduzione all'edizione Garzanti delle Opere filosofiche di Giovanni Gentile. In molti sensi, queste pagine sono un fedele autoritratto del professore fiorentino, della sua formazione nella cultura filosofica italiana dei primi decenni del Novecento, del suo insegnamento negli anni successivi alla seconda guerra mondiale e anche della sua presenza politica nelle vicende della sinistra italiana di quell'epoca. Persino il fatto che proprio Garin si sia assunto il compito di curare una ampia silloge delle opera maggiori di Gentile in anni in cui, nonostante lo scarto temporale, il fondatore dell'attualismo era ancora marcato dalla sua adesione al fascismo e dalla estrema avventura con la Repubblica Sociale (alla quale aveva aderito per una sorta di volontà di coerenza nel momento in cui le cose volgevano decisamente al peggio), è denso di significato per la ricostruzione della portata del suo insegnamento nella cultura italiana.
Garin era stato infatti, negli anni Cinquanta del secolo, una sorta di mentore del gramscismo italiano, vicino a Togliatti e al suo progetto di preparare il rinnovamento della società italiana attraverso un riconoscimento della continuità con la cultura passata del nostro paese. Ora, un tale proposito, sia pure spinto all'estremo di vedere nel pensiero italiano dell'Ottocento (Rosmini, Gioberti) una anticipazione dell'idealismo hegeliano, era stato proprio uno dei punti fondamentali del programma filosofico di Gentile.
In qualche modo, Garin da un lato ereditava tale programma, naturalmente trasformato in senso radicale ma non del tutto sfigurato; e occupandosi di ripresentare alla cultura italiana le opere di Gentile attuava questo stesso programma proprio nei confronti del suo autore. Così concludeva infatti l'introduzione citata: «Attraverso Gentile, la cultura italiana sperimentò in forme proprie e originali la crisi profonda del pensiero europeo tra Ottocento e Novecento… Con i limiti propri della tradizione nazionale: dalla retorica “eredità umanistica” a innegabili chiusure nei confronti delle scienze e del progresso tecnologico… Ciò non toglie che sul piano del pensiero filosofico l'Italia si aprì molto presto, e più di altri grandi paesi europei, a Hegel, e proprio con Gentile.. a cogliere l'importanza del nesso Hegel-Marx e della “filosofia della prassi”».
Non è riduttivo vedere nel lavoro di Eugenio Garin, caratterizzato da un prevalente interesse per la storiografia di alcuni grandi periodi della filosofia occidentale, l'attuazione, potremmo dire secolarizzata e spogliata delle sue implicazioni metafisiche, di questo programma «gentiliano». Che, negli anni della ricostruzione italiana del dopoguerra, si colorava di importanti connotazioni politiche, alle quali Garin rimase fedele per tutto il resto della sua vita, anche con minore interesse per la filosofia militante e per la politica in senso stretto. Aveva avuto una parte importante nel grande convegno gramsciano del 1956 a Firenze e nel dibattito che vi fece seguito (di cui dà conto in modo analitico e documentatissimo Giovanni Fornero nel volume IV, 2 della Storia della filosofia di Abbagnano, edizione Utet). Contro alle tendenze che, anche nella cultura di sinistra, tendevano a cercare un rinnovamento della filosofia italiana aprendosi soprattutto agli autori e alle scuole anglosassoni (uno dei principali esponenti di questa tendenza era Giulio Preti, suo collega a Firenze negli stessi anni), Garin - che pure non osteggiò mai queste aperture - sottolineava piuttosto la necessità di ricollegarsi, del resto sulla linea di Gramsci, alla tradizione del pensiero italiano, dall'umanesimo a Vico a De Sanctis, Labriola, Croce e allo stesso Gentile. Non è difficile vedere in questo proposito, oltre all'influenza di Gramsci, anche il parallelo del programma togliattiano di realizzare la trasformazione comunista in Italia come una prosecuzione e compimento del Risorgimento.
Con i suoi studi sul pensiero rinascimentale, in polemica contro le troppe semplificazione immanentistiche e antireligiose che vedevano il Rinascimento come il puro e semplice rovesciamento della religiosità medievale, Garin aveva già insegnato a vedere la continuità tra gli inizi del pensiero moderno, e della stessa scienza, e l'eredità del tardo Medio Evo. Una continuità che, da storico «filologo» quale fu sempre, egli riconosceva al di fuori di ogni presupposto storicistico, come quelli che gravavano sulle prospettive storiografiche delle scuole crociana e gentiliana, tutte protese a cercare «ciò che è vivo e ciò che è morto» nei pensatori del passato, o a documentare precorrimenti di posizioni attuali considerate vere.
Anche sul piano della metodologia storiografica in filosofia, Garin fu, insieme a Nicola Abbagnano e a pochi altri, un innovatore che segna anche oggi questa disciplina nelle nostre università. Ma, ancora una volta riprendendo in modo critico e originale la lezione di Croce e di Gentile, il lavoro storiografico fu sempre, per lui, anche lavoro «teorico». Ricostruire il pensiero del Rinascimento significava infatti anche rinnovare l'idea di filosofia, che i grandi autori di quell'epoca avevano esercitato come riflessione su concrete esperienze individuali e sociali, per cui filosofare finiva per identificarsi con la costruzione di una interpretazione coerente della propria esperienza nel concreto momento storico, con riflessi decisivi sull'etica: ci sono qui, ancora una volta, elementi significativi dell'eredità di Croce (la filosofia come metodologia della storia) e di Gentile (la filosofia come «prassi»).
Si osserverà che forse Garin è troppo pensatore «italiano» per lasciarci una eredità spendibile nella cosmopoli postmoderna. Ma in realtà, molti degli sviluppi recenti della cultura filosofica di derivazione anglosassone stanno scoprendo proprio, magari attraverso la riconsiderazione di Hegel, l'importanza di questi elementi. Noi ci eravamo già «aperti» ad essi, e anche per merito precipuo di Eugenio Garin.