sabato 23 aprile 2005

siete pronti per un'auto cinese al prezzo di una vespa?

ansa.it 23.4.05
Auto: utilitarie cinesi arrivano nei percati italiani
La Lega, interrogazione al Ministero delle attività produttive

(ANSA) - ROMA, 23 APR - E' allarme per le prime avvisaglie di uno sbarco cinese in Italia anche nel settore delle quattro ruote. La Lega, con una interrogazione urgente al ministero delle Attività produttive, chiede quali iniziative prenderà il Governo per contrastare l'arrivo dei competitors cinesi nei nostri mercati. Si tratta di auto pronte per essere messe in vendita, dopo i necessari test di omologazione, a prezzi molto competitivi, non più alti di 4mila euro.
copyright @ 2005 ANSA

feticci e frattaglie

La Stampa TuttoLibri 23.4.05
Quegli occhi di Einstein in una cassetta di sicurezza
Di reliquia in reliquia, la mistica delle frattaglie anatomiche:
dalle ceneri di Dante al pelo di Maometto


UNA dolente Polonia pare avesse chiesto di poter venerare nella cattedrale di Cracovia una reliquia del corpo del pontefice appena spirato. Ambiva al cuore. La notizia mi ha indotto a ricercare in un recesso della biblioteca di casa un libretto non più aperto da anni: un dizionario che elenca reliquie sparse per il mondo. È un'operina figlia delle convulsioni positivistiche e del forte anticlericalismo fine Ottocento. Dalle sue pagine affiora una parade superlativa di materiali anatomici in odore di santità e reperti vari, fortemente taumaturgici, inventariati con irriverente sarcasmo: costole, tibie, chiodi, veli, tuniche, croci, unghie, ecc. Inoltre vengono evocate storie di traslochi di ossa, come quelle dei tre Re Magi portate da Milano a Colonia, dove si venerano ancora; e corpi di un unico santo «integro» in almeno tre luoghi diversi. All'impunito dizionarietto, che ironizza pure sulle impronte lasciate dal Maligno - il dito abbruciante di Lucifero sul cuscino di santa Redegonda, il fetido alito di Beelzebub rinchiuso in una fiala, la cacca di Belial dentro una scatola d'ametista - la sorte ha voluto si accompagnasse, imbottendo le sue pagine, un foglietto manoscritto e un certo numero di vecchi ritagli di giornale prossimi alla decomposizione. Sono suppletive reliquie cartacee. Il foglietto, in elegante corsivo, tipo memorandum, elenca rimasugli affini a quelli trattati dal dizionario, tuttavia di natura più laica anche se a loro modo fortemente sacrali: «Le ceneri di Dante», «la salma di Casanova a Dux», «i capelli e i denti di Lorenzo il Magnifico», «il cranio di Mozart», «la testa di Goya», «il pelo di Maometto». È la reliqueria periodicamente riscoperta da qualcuno in vena di scoop e messa in concorrenza con il primato collezionistico di venerabili reperti adunati della Chiesa. Infilati nel dispettoso Dizionario delle reliquie, gli scraps giornalistici trattano anch'essi di «sante anatomie». Uno discetta del prepuzio di Napoleone, meticolosamente conservato presso la Squirer Urological Clinic delle Columbia University. Come ogni celebre reliquia anche questa fu «trafugata» con destrezza. La sistematica relazione dell'autopsia eseguita a Sant'Elena dal dottor Antommarchi non ne fa cenno, anche se l'imperial particula sembrava destinata a essere accomodata in un ostensorio e disposta alla pubblica venerazione. Quando il 16 aprile 1955 Albert Einstein morì - racconta un altro ritaglio di giornale brunito dagli anni - emozionati e rapaci chirurghi ne sezionarono il corpo, illudendosi di scoprire nella macellazione della materia l'enigma dell'intelligenza. Un medico, Harvey Thomas, per conservarlo in un'urna nella sua casa del Kansas, prelevò il cervello del genio, da cui trasse poi «fettine» da distribuire eucaristicamente in giro.
Ulteriore reperto - sempre secondo il ritaglio - sembrerebbe custodito in una cassetta di sicurezza di una banca del New Jersey. Il dottor Henry Abrams dichiarava: «Ogni tanto vado in banca a farmi guardare. Gli occhi che mi scrutano dall'ampolla, conservati sotto formalina, sono intatti, chiari come il cristallo. In essi vedo tutti i misteri del mondo e tutta la sua bellezza». Lo sguardo fisso sul dottor Abrams apparteneva a Albert Einstein: il medesimo sguardo compendiato dal grande fisico nel suo celebre libro Come io vedo il mondo, declinabile in Come continuo a vederlo, guatando da un barattolo di vetro.
C'è una bizzarra affinità tra il culto del cuore di un papa e quello degli occhi di uno scienziato: adducono entrambi ai misteri universali. L'oscena mistica delle frattaglie anatomiche testimonia il mai tramontato mito di Prometeo, eludendo l'unica possibile reliquia dell'uomo: la memoria di se stesso.

Dizionario delle reliquie e dei santi della Chiesa di Roma
Lib. Claudiana, Firenze 1888 Louis Goosen Dizionario dei santi
B. Mondadori, Milano 2000

il tempo

Il Messaggero Sabato 23 Aprile 2005
Tempo e scienza
L’infanzia lunghissima è il segreto della nostra evoluzione

di MASSIMO DI FORTI

Napoli. PER Dante era il fertile terreno della conoscenza («Che perder tempo a chi più sa più spiace). Per un capitalista è fonte della ricchezza («Il tempo è denaro»).Per Benjamin Franklin era «la sostanza stessa di cui la vita è fatta». Per Hector Berlioz era il serial killer per eccellenza («Il tempo è un grande maestro ma sfortunatamente uccide tutti i suoi allievi»). Il Tempo, in principio, apparteneva agli dei. Poi, gli uomini decisero di impossessarsene e niente fu più come prima. La grande sfida avvenne sulle montagne del Caucaso dove l’orgoglio di Zeus fu ferito per sempre dall’inaudito ardimento di Prometeo. «Consegnando gli uomini alla tecnica», osserva Umberto Galimberti, «Prometeo donò loro una temporalità assolutamente nuova rispetto a quella che regolava cielo e terra secondo destino e necessità. La vicenda umana nasce con questo tempo. Prima non era possibile, perché non c’è inizio e non c’è fine dove il tempo è ciclico, dove è immutabile ripetizione dell’identico». Galimberti, titolare della cattedra di Filosofia della storia a Venezia, nella suggestiva cornice della Chiesa della Croce di Lucca (uno dei gioielli del cuore del capoluogo partenopeo) ha dialogato sul tema del tempo con Edoardo Boncinelli, biologo e genetista del Cnr, per il primo incontro del ciclo “La conoscenza del tempo e il tempo della conoscenza”, organizzato a Napoli dal Centro di Studi Roland Barthes, un viaggio interdisciplinare che coinvolgerà fino a novembre economisti, psicologi, astronomi, storici, artisti, uomini di Chiesa del calibro di Carlo Smuraglia, Massimo Capaccioli, Giuliano Amato, Roberto De Simone, Pietro Rutelli, Ferdinando Bologna, Marco Bellocchio, padre Bartolomeo Sorge, Giuseppe Galasso.
Interrogarsi sul tempo ha sottolineato giustamente Boncinelli significa porsi alcune delle domande più importanti che hanno attraversato la riflessione filosofico-scientifica, fin dalle origini dell’umanità: «Il tempo è ciclico o lineare? E’ un contenitore o una successione di contenuti (gli eventi)? Come si rapporta con lo spazio e con la memoria? Potrebbe esistere senza memoria? Com’è che io so di essere quello di ieri? E se non sappiamo bene che cosa è, come è possibile che lo si sappia misurare con tanta precisione?» e infinite altre.
Insomma, ha detto Galimberti, avevano ragione i greci (che non usavano una sola parola per dire “tempo” ma molte) a evidenziarne la complessità : una complessità bisogna aggiungere oggi ancor più ampliata da un autentico big bang di conoscenze scientifiche, che ha spinto i due protagonisti dell’incontro a privilegiarne alcuni aspetti essenziali. E, così, il filosofo monzese si è soffermato sulle distinzioni tra tempo ciclico, progettuale ed escatologico; mentre il biologo ha analizzato le interrelazioni tra tempo delle cose (la fisica), della vita (la biologia) e dell’anima (la psicologia), come suggerisce il titolo di un suo saggio pubblicato due anni fa da Laterza.
Il tempo ciclico quello antecedente l’ oltraggio di Prometeo scorreva come un eterno ritorno . «Esprimeva», ha affermato Galimberti «la pura e semplice regolarità del ciclo, dove nulla può accadere e nulla può avvenire se non con-formandosi al già avvenuto. Non c’era futuro che non fosse la ripresa del passato che il presente ribadiva. Non c’era nulla da attendere, se non ciò che doveva ritornare». Il tempo progettuale-prometeico (quello in cui si trova immersa la modernità) è, ovviamente, tutt’altra cosa. E’ una intenzionalità madre del fuoco e della tecnica, che non si realizza nella ripetizione del passato ma nella scoperta del futuro , che non si appaga nella contemplazione di un destino ma persegue il raggiungimento di uno scopo. E’ una nuova decisiva tappa dell’ambizione umana a conseguire uno status quasi divino.
Ecco perché, last but not least , il tempo escatologico si presenta, secondo Galimberti, come un Giano bifronte di fondamentale importanza: «in versione religiosa, è il tempo di Dio; in versione atea, è quello dell’utopia e della rivoluzione, di un passaggio dal tempo del male a un tempo del bene». Lo spirito utopico della scienza segna l’ultimo atto (almeno fino a questo punto della storia) della sfida tra creatura e Creatore, dal momento che «conoscere significa non più contemplare , come quando il tempo era ciclico, ma dominare ». L’alleanza tra scienza e tecnica ha infatti come obiettivo (ma Nietzsche avrebbe parlato di “illusione”) il dominio della natura, il raggiungimento di un potere assoluto sulla realtà...
Se le riflessioni del filosofo non potevano evitare di evidenziare le contraddizioni della dialettica dell’illuminismo, quelle del biologo (i cui studi sullo sviluppo embrionale e sulla corteccia cerebrale hanno ormai fatto scuola) si sono concentrate sulla condizione paradossale dell’homo sapiens sulla scena dell’evoluzione. Ha detto a chiare lettere, Boncinelli: quella umana, da un punto di vista biologico, è una presenza assolutamente eccentrica, siamo un vero “lapsus” evolutivo. Infatti come aveva intuito il grande anatomista danese Louis Bolk siamo animali caratterizzati da una lunghissima infanzia, siamo una forma incompiuta sul piano istintuale, a differenza delle altre specie viventi. Ma è stata proprio questa qualità “aperta” a consentire all’uomo di creare una cultura, di forgiare strumenti, di sviluppare (grazie alla sua lentissima crescita) un cervello capace di compiere autentici prodigi. Il tempo biologico di questa infanzia “infinita” è stato la ragione della nostra grandezza. Sì, ancora una volta, è stato il Tempo a decidere.

Il Messaggero Sabato 23 Aprile 2005
Gli occhi strabici del dio Tempo
dal nostro inviato MASSIMO DI FORTI

storici, artisti, uomini di Chiesa del calibro di Carlo Smuraglia, Massimo Capaccioli, Giuliano Amato, Roberto De Simone, Pietro Rutelli, Ferdinando Bologna, Marco Bellocchio, padre Bartolomeo Sorge, Giuseppe Galasso.
Interrogarsi sul tempo ha sottolineato giustamente Boncinelli significa porsi alcune delle domande più importanti che hanno attraversato la riflessione filosofico-scientifica, fin dalle origini dell’umanità: «Il tempo è ciclico o lineare? E’ un contenitore o una successione di contenuti (gli eventi)? Come si rapporta con lo spazio e con la memoria? Potrebbe esistere senza memoria? Com’è che io so di essere quello di ieri? E se non sappiamo bene che cosa è, come è possibile che lo si sappia misurare con tanta precisione?» e infinite altre.
Insomma, ha detto Galimberti, avevano ragione i greci (che non usavano una sola parola per dire “tempo” ma molte) a evidenziarne la complessità : una complessità bisogna aggiungere oggi ancor più ampliata da un autentico big bang di conoscenze scientifiche, che ha spinto i due protagonisti dell’incontro a privilegiarne alcuni aspetti essenziali. E, così, il filosofo monzese si è soffermato sulle distinzioni tra tempo ciclico, progettuale ed escatologico; mentre il biologo ha analizzato le interrelazioni tra tempo delle cose (la fisica), della vita (la biologia) e dell’anima (la psicologia), come suggerisce il titolo di un suo saggio pubblicato due anni fa da Laterza.
Il tempo ciclico quello antecedente l’ oltraggio di Prometeo scorreva come un eterno ritorno . «Esprimeva», ha affermato Galimberti «la pura e semplice regolarità del ciclo, dove nulla può accadere e nulla può avvenire se non con-formandosi al già avvenuto. Non c’era futuro che non fosse la ripresa del passato che il presente ribadiva. Non c’era nulla da attendere, se non ciò che doveva ritornare». Il tempo progettuale-prometeico (quello in cui si trova immersa la modernità) è, ovviamente, tutt’altra cosa. E’ una intenzionalità madre del fuoco e della tecnica, che non si realizza nella ripetizione del passato ma nella scoperta del futuro , che non si appaga nella contemplazione di un destino ma persegue il raggiungimento di uno scopo. E’ una nuova decisiva tappa dell’ambizione umana a conseguire uno status quasi divino.
Ecco perché, last but not least , il tempo escatologico si presenta, secondo Galimberti, come un Giano bifronte di fondamentale importanza: «in versione religiosa, è il tempo di Dio; in versione atea, è quello dell’utopia e della rivoluzione, di un passaggio dal tempo del male a un tempo del bene». Lo spirito utopico della scienza segna l’ultimo atto (almeno fino a questo punto della storia) della sfida tra creatura e Creatore, dal momento che «conoscere significa non più contemplare , come quando il tempo era ciclico, ma dominare ». L’alleanza tra scienza e tecnica ha infatti come obiettivo (ma Nietzsche avrebbe parlato di “illusione”) il dominio della natura, il raggiungimento di un potere assoluto sulla realtà...
Se le riflessioni del filosofo non potevano evitare di evidenziare le contraddizioni della dialettica dell’illuminismo, quelle del biologo (i cui studi sullo sviluppo embrionale e sulla corteccia cerebrale hanno ormai fatto scuola) si sono concentrate sulla condizione paradossale dell’homo sapiens sulla scena dell’evoluzione. Ha detto a chiare lettere, Boncinelli: quella umana, da un punto di vista biologico, è una presenza assolutamente eccentrica, siamo un vero “lapsus” evolutivo. Infatti come aveva intuito il grande anatomista danese Louis Bolk siamo animali caratterizzati da una lunghissima infanzia, siamo una forma incompiuta sul piano istintuale, a differenza delle altre specie viventi. Ma è stata proprio questa qualità “aperta” a consentire all’uomo di creare una cultura, di forgiare strumenti, di sviluppare (grazie alla sua lentissima crescita) un cervello capace di compiere autentici prodigi. Il tempo biologico di questa infanzia “infinita” è stato la ragione della nostra grandezza. Sì, ancora una volta, è stato il Tempo a decidere.

25 APRILE

L'Unità 22 Aprile 2005
25 aprile, la difesa della Costituzione
Guglielmo Epifani

La ricorrenza del sessantesimo della Liberazione del Paese si presta - come è evidente - alle considerazioni che tradizionalmente il 25 aprile, ogni anno, ripropone. La memoria di quei giorni fondamentali per la liberazione del Paese, il ruolo che in questa ebbero le lotte dei lavoratori e l’impegno di tanti cittadini italiani, il rapporto che lega il processo di liberazione con quello della nascita della nostra Repubblica, della sua Costituzione e dei valori che da quella lotta hanno preso vita e consistenza.
Insieme con la Cisl e con la Uil - in questi mesi che precedono la ricorrenza del 25 aprile - abbiamo ricordato, in modo particolare, il contributo dato dalla lotta dei lavoratori alla Resistenza e alla Liberazione del Paese. A Bologna, Milano, oggi a Torino, Genova abbiamo ricordato soprattutto l’importanza di questo contributo, non soltanto nei termini dei sacrifici pagati dalla classe operaia (basti ricordare che dei quarantamila deportati italiani, almeno dodicimila furono infatti lavoratori).
Ma nei termini del segno che lasciò questa lotta dei lavoratori nel delineare le caratteristiche ed il valore del processo di Liberazione del Paese.
Gli scioperi del 1943 e 1944, in tempo di guerra, in zone occupate dall'oppressione nazifascista furono infatti un avvenimento di assoluto rilievo come tutta la stampa internazionale - a partire da quella degli Stati Uniti d'America - non mancò di sottolineare. Quelle lotte, originate dalle parole d'ordine della pace, del pane, della richiesta di orari di lavoro più dignitoso furono il punto di partenza di un cammino che portò poi, attraverso le lotte del 1944 e lo sciopero insurrezionale del 1945 a saldare in un unico percorso, il processo di liberazione ed il contributo che i lavoratori vi dettero. Esso riguardò le grandi concentrazioni operaie del nord-ovest, Milano, Torino, Genova, ma si ebbero poi ripercussioni di grande rilievo in una parte più consistente del paese: in Emilia Romagna, nel Veneto, nelle Marche, nell'Umbria, nella Toscana, nel Lazio fino a delineare una vera e propria mappa della rinascita del movimento dei lavoratori e della propria organizzazione nei luoghi di lavoro.
Abbiamo anche detto in queste manifestazioni, in queste ricorrenze che se il primo articolo della nostra Costituzione, unico in tutta Europa, afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro, lo si deve in gran parte anche a quella lotta, a quei sacrifici con cui molti lavoratori pagarono questa scelta di democrazia e di libertà.
Quest'anno, però, la ricorrenza del 25 aprile acquista anche altri valori. Siamo in presenza, infatti, di un tentativo di revisione della Carta costituzionale che ne altera molti degli equilibri raggiunti, anche sulla base di quelle lotte, e soprattutto assistiamo a tentativi costanti di mettere in discussione il significato di quel processo di Liberazione. Per noi è evidente che il tratto distintivo, che non può essere occultato, è quello in base al quale il Paese fu insieme liberato dalle forze alleate e in buona parte si liberò, da sé medesimo. Certo, non tutto il paese insorse, ma una parte migliore del paese insorse, si battè per la propria liberazione. È da quel processo di autoliberazione che si legge quel rapporto che lega questo processo, i contenuti ed i valori della Carta costituzionale e la storia democratica ed antifascista della nostra Repubblica. È per questo che si deve tenere alta la memoria ed il legame corretto fra tutti questi svolgimenti.
Non è quindi - come talvolta si dice - il tempo che passa ad alterare o allentare il valore di quella memoria, perché se il tempo che passa fosse il consolidamento e la condivisione sempre più vasta di quei valori, di quella lettura storica, il tempo sarebbe un omaggio rafforzato al significato di quella scelta. No. Il problema è l'uso che si fa dell'allentamento che il tempo produce sulla memoria, il tentativo di inserire in questo allentamento fatale, che passa attraverso le generazioni, una lettura distorta di quei processi e di quelle scelte.
Per questo saremo nelle piazze d'Italia - da Milano a Sant'Anna di Stazzema, dove fu perpetrata la più efferata strage nazista in Toscana - insieme con tanti, insieme con il Presidente della Repubblica, con tanti amministratori, con le forze politiche democratiche, con tanti cittadini in tutti i luoghi dove sarà celebrato il 25 aprile, per confermare quei valori e per ricordare il contributo che il mondo del lavoro dette per se stesso (da lì rinacque il sindacato democratico nei luoghi di lavoro, dopo la parentesi fascista) e per il significato che esso conserva per il futuro del Paese.

L'Unità 22 Aprile 2005
La Storia a chiare Lettere
Corrado Stajano
Tempi di revisionismo. Raccontiamo come sono nate le «Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana»
Il presidente Ciampi sarà lunedì prossimo a Milano per ricordare i sessant’anni della Liberazione. Ci sarà forse Berlusconi, presente per la prima volta in più di dieci anni, non ci saranno gli eredi dei fascisti, An, e non ci saranno neppure i leghisti. L’idea di una memoria condivisa presuppone una società diversa da questa in cui viviamo, figlia della Costituzione repubblicana. Invisa, invece, ritenuta un freno alla (sua) modernità dal presidente del Consiglio anche nel discorso di dimissioni al Senato. Conservi ciascuno, dunque, il proprio patrimonio di idee, di sentimenti, di passioni, vien da dire.
Più volte, negli ultimi cinquant’anni, il fascismo è diventato contemporaneo e lo si è studiato, vissuto e sofferto.
Nel 1960, l’anno di Tambroni; nel 1969, dopo la strage di piazza Fontana; nel 1994, dopo la prima vittoria elettorale di Berlusconi. Più di trecentomila persone sfilarono proprio a Milano da piazzale Loreto a piazza del Duomo sotto una pioggia scrosciante in una marcia interminabile di donne, di uomini, di giovani, di vecchi, di ragazzi giunti da tutte le regioni italiane per rendere, in quel 25 aprile, la consapevole testimonianza dei momenti gravi. Il fascismo diventò di nuovo contemporaneo dopo il 2001: non aveva vinto una destra normale, ma il premier di una destra fascistoide e rozza che in nome dell’antipolitica violava i princìpi dello Stato di diritto e anche i diritti della minoranza, oltre che mescolare con impudenza gli interessi della collettività e i propri affari di grande imprenditore pieno di guai con la giustizia.
Nel frattempo ha preso ancora più alimento uno spirito compromissorio che è sempre stato una componente del carattere di una buona parte del Paese. Il revisionismo gratuito e sfacciato, il gusto per il conflitto quotidiano su verità spesso incontestabili, il tentativo continuo di sporcare la vita degli altri, in particolare degli antifascisti, lo sforzo ininterrotto di omologare, unificare, eliminare le diversità, distruggere i fastidiosi valori del prossimo non allineato, sono diventati il segno di un tempo assai poco limpido.
Il tentativo in corso di stravolgere la seconda parte della Costituzione, lo sforzo quasi ossessivo di asservire l’ordine giudiziario e, infine, un disegno di legge dei senatori di An sui «ragazzi di Salò» ai quali si vuole riconoscere la qualifica di «militari belligeranti» equiparandoli ai partigiani, ai soldati dell’esercito di liberazione, agli internati militari, rappresentano il marchio di questa rovinosa politica «culturale».
L’equivalenza tra fascismo e antifascismo è il traguardo di una storiografia e di una memorialistica che ritengono l’attendismo la virtù primaria della nostra identità nazionale. Ha scritto Gustavo Zagrebelsky nella Nota introduttiva di una nuova edizione delle Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, pubblicata nei Millenni di Einaudi alla fine del 2002: «Chi ha lasciato la vita per una ragione ideale sul fronte antifascista, ma, allo stesso modo, anche chi ha combattuto dal fronte opposto, certo sarebbe preso da grande stupore nel constatare l’estendersi di un giudizio che non solo assolve ma addirittura valorizza l’atteggiamento di chi è stato a guardare, per poi godere dei frutti di libertà ottenuti col sacrificio di altri. Ne trarrebbe anche motivo di grande sconforto e offesa, a causa della condanna e del disprezzo che quel giudizio implica».
Ha scritto ancora Zagrebelsky nella stessa Nota: «Non risulta che il fervore revisionistico di tutto ciò che ha a che fare con i fatti e gli atti della Resistenza sia arrivato direttamente alle Lettere, per tentare di sminuirne, relativizzarne, se non negarne l’alto valore civile. Può essere che, prima o poi, si arrivi anche a questo».
Ci siamo vicini. È spuntato, proprio di recente, qualche storico che fa le pulci alle Lettere einaudiane, il libro curato da Piero Malvezzi e da Giovanni Pirelli uscito nel 1952 e che ha avuto innumerevoli edizioni. Malvezzi e Pirelli vengono accusati di aver voluto erigere un monumento di carta retorico e strumentale alla Resistenza d’oltretomba, di avere enfatizzato l'antifascismo e, in nome dell’epica della Resistenza, di avere omesso o cancellato parole di umanità.
Allora forse non sarà inutile raccontare come sono nate le Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. Piero Malvezzi, dirigente industriale, funzionario dell’Euratom, insegnante nel carcere di San Vittore, autore di libri-documento (Le voci del ghetto di Varsavia, Scuola in carcere) usciva da una famiglia che ha contato nella società nazionale. Sua madre era nipote di Giuseppe Giacosa, l’autore di Tristi amori e di Come le foglie, imparentata con gli Albertini, i Ruffini, i Craveri. Suo padre, veneto, fogazzariano, modernista, era legato a Tommaso Gallarati Scotti e a Filippo Sacchi. Da giovane, Malvezzi aveva lavorato per un po’ di anni nel Sud, sociologo e pedagogista, con Umberto Zanotti Bianco con cui scrisse anche due libri (L’Aspromonte occidentale, Il martirio della scuola in Calabria). Tornato dalla guerra d’Albania senza una gamba, dopo l’8 settembre aveva preso contatto a Torino con i gruppi gobettiani della Resistenza. Arrestato, condotto alle Nuove, nel braccio tedesco, sentiva ogni notte i passi dei condannati portati alla fucilazione. «Sapesse che cosa lasciano scritto», gli disse una volta il cappellano. Una frase che non gli uscì mai di mente.
Dopo la guerra raccolse con Vladi Orengo le lettere dei fucilati del poligono di tiro del Martinetto, poi propose a Giovanni Pirelli di cui era amico di continuare insieme la ricerca nelle altre regioni italiane.
Giovanni accettò. Partigiano socialista, scrittore (La malattia del comandante Gracco, A proposito di una macchina) aveva rinunciato al suo ruolo di erede nell’azienda familiare: si sentiva in contraddizione con quel mondo. La ricerca durò tre anni, i due amici fecero lunghi giri in Toscana, a Roma, nelle Marche, nel Veneto, in Campania, parlavano con le madri, i padri, le mogli, i fratelli. Scoprivano con dolore, ma anche con orgoglio, l’Italia della Resistenza. La loro era una ricerca d’amore e di pietà. Ne uscì un libro evangelico, come lo definì padre David Maria Turoldo, un libro con un costante respiro religioso, contro la guerra e la violenza, altro che monumento retorico e strumentale, privo di umanità, infarcito di politica.
Il libro raccoglie 201 lettere di italiani qualsiasi. I militanti politici sono una minoranza, 41. Gli altri sono operai (60), contadini (11), artigiani (25), falegnami, sarti, fornai, un cuoco, un idraulico, un elettricista poi impiegati (15), tecnici, due ingegneri, tre professori universitari, due avvocati, una ventina di ufficiali di carriera con tre generali. Lasciano semplici messaggi, protagonisti, quasi sempre, gli affetti familiari, la casa, le piccole cose della vita quotidiana. I più sono poveri, parlano del cappotto da recuperare, dell’orologio da farsi restituire, chiedono perdono di dover morire per il dolore inflitto, perché conoscono le difficoltà della famiglia e sanno che cosa porta il lutto in una casa. Ma è di tutti la convinzione di essere nel giusto, nell’unica parte nella quale è doveroso battersi.
La lettera che piaceva di più a Giovanni era questa, scarna, di un meccanico di 18 anni: «Picco Aldo classe 1926 di Venaria (Torino) fucilato a Savona il 21-8-1944. Chi va a Venaria vada dalla mia mamma». A entrambi piaceva - se è lecito usare questo verbo - la lettera di Giacomo Ulivi, studente di 19 anni, fucilato dai fascisti della GNR il 10 novembre 1944 sulla Piazza Grande di Modena: «Non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere, pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere».
Pirelli e Malvezzi vissero quel tempo con trepidazione. I temi sono ricorrenti, la madre, la famiglia, i compagni, la patria. C’è la lettera di Paola Garelli, pettinatrice di Mondovì alla sua bambina: «Non devi piangere e vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio». E c’è, nella stessa chiave, la lettera di Umberto Fogagnolo, ingegnere della Ercole Marelli, fucilato in piazzale Loreto a Milano il 10 agosto 1944: «Tu, Nadina, mi perdonerai se oggi io gioco la mia vita. Di una cosa però è bene che tu sia certa. Ed è che io sempre e soprattutto penso e amo te e i nostri figli. V’è nella vita di ogni uomo un momento decisivo nel quale chi ha vissuto per un ideale deve abbandonare le parole. In questi giorni ho vissuto ore di dramma e la mia vita ha avuto momenti di tragedia. Tu però sii come sempre calma e pensami con tutta l’anima».
È un’Italia risorgimentale quella che si rispecchia in questo libro. È anche un’Italia contadina, vergine, fatta di sentimenti elementari, candida, priva di ambiguità nella sua lotta contro il fascismo.
Alla fine del lavoro, Pirelli e Malvezzi portarono il manoscritto alla casa editrice La nuova Italia i cui dirigenti lo rifiutarono. Giulio Einaudi, invece, capì subito com’era importante quel libro. Per Pirelli e Malvezzi fu un’esperienza importante della vita. Non gli uscivano dalla mente quei bigliettini, quei messaggi portatori di morte, ma anche di fede e di vita, lasciati ovunque, sui muri, su brandelli di carta, sul retro delle fotografie dei figli, incisi su una pagnotta, come Ignazio Vian - «coraggio mamma» - o con la punta di uno spillo sulla copertina di una Bibbia, come Guglielmo Jervi ingegnere dell’Olivetti: «Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea».

Kazimir Malevic a Roma

Il Tempo
Con Malevic l’annullamento della pittura oltre l’astrazione
di GABRIELE SIMONGINI

LA SPIRITUALITÀ rinnovata di un'intera società passata attraverso la catarsi dell'azzeramento può essere rappresentata da un semplice quadrato nero dipinto su fondo bianco? C'è stato un uomo ed un artista che ha dato immagine proprio a questa utopia, per donare al mondo le nuove icone del '900 purificate da ogni emotività individuale e troppo personale. È Kazimir Malevic (Kiev 1878-Leningrado 1935), il profeta del mondo non-oggettivo, del suprematismo e della «vittoria sul sole», il missionario del pennello capace di arrivare alle soglie dell'annullamento della pittura col «Quadrato bianco su fondo bianco» (1919). A colui che diventò in patria il vate della nuova arte, le cui orme erano imitate da seguaci che come segno di riconoscimento portavano un quadrato nero cucito sulla manica della camicia, è dedicata da oggi una mostra fondamentale a Roma, nel Museo del Corso della Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, sotto il titolo di «Kazimir Malevic. Oltre la figurazione, oltre l'astrazione» (fino al 17 luglio; catalogo ArtificioSkira). Non si riesce a capire l'arte complessa di Malevic se non ci si immedesima nella sua volontà di dipingere icone spirituali che superino la tradizione pittorica per parlare una lingua nuova, adatta all'uomo del '900, quello che esplorerà il cosmo e nuovi spazi planetari. Alla base della radicale rivoluzione di Malevic ci sono l'arte popolare russa, la filosofia nichilista e il misticismo del suo paese. Senza questi ingredienti qualsiasi lettura delle sue opere diventa puramente formalista ed asettica. Pur nella sua individualità insofferente a qualsiasi raggruppamento, Malevic si collega idealmente agli altri grandi pionieri dell'astrattismo, come Kandinsky e Mondrian, per l'aspirazione di visualizzare l'ideale di una società finalmente liberata dalla schiavitù degli oggetti e del materialismo e pronta ad ascendere alle vette della spiritualità. Per Malevic il quadrato nero, suo emblema costante, è «lo zero della forma» perchè esprime l'assoluto, l'infinito e la trascendenza, in sè innumerabili, come appunto è lo zero. «È la forma di un nuovo organismo vivente - scrive l'artista - Non è pittura, è qualcos'altro». E poi chiarisce un aspetto fondamentale: «Mi è venuto in mente - nota Malevic - che se l'umanità ha disegnato l'immagine della Divinità a propria immagine, allora forse il Quadrato Nero è l'immagine di Dio come essenza della sua perfezione». L'esposizione romana, in cui viene presentato anche il «Quadrato nero», fa idealmente seguito alla storica mostra allestita nella capitale nel 1959 e proveniente dallo Stedelijk Museum di Amsterdam. Il museo olandese all'inizio del decennio aveva infatti acquistato da un amico tedesco di Malevic gran parte delle opere esposte a Berlino nel 1927 e lì abbandonate precipitosamente dall'artista che fece ritorno in Russia in seguito ad una misteriosa lettera. Fino agli inizi degli anni Novanta non si è saputo addirittura più nulla delle opere di Malevic conservate nei musei russi, per una sorta di damnatio memoriae di un artista che era stato sempre inviso al regime sovietico. La qualità della mostra odierna è data dal fatto che gran parte delle opere provengono dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo, grazie alla selezione della direttrice Eugenia Petrova. Si va così dai primi quadri simbolisti a quelli cubofuturisti, fino ai grandi dipinti astratti del suprematismo (da lui fondato nel 1915 come «supremazia della sensibilità pura nelle arti figurative» raggiungibile solo tramite il colore) e al fondamentale trittico del Quadrato nero, della Croce nera e del Cerchio nero. Ma la mostra documenta anche la fase figurativa post-suprematista di Malevic e votata a dar conto della progressiva distruzione del mondo contadino in Russia, fino ai ritratti neo-rinascimentali con cui l'artista volle consegnarsi ai posteri come un classico destinato all'Olimpo dei grandissimi, coloro che hanno rivoluzionato la storia dell'arte e hanno donato all'umanità nuove immagini spirituali.

il confronto tra Cina e Giappone

La Stampa 23.4.05
AL VERTICE DI 100 PAESI AFRICANI E ASIATICI IN INDONESIA
Tokyo chiede scusa Pechino resta gelida «Fatti, non parole»
Il premier Koizumi vuole incontrare Hu Jintao, ma una manifestazione
nostalgica di alcuni deputati giapponesi fa infuriare il governo cinese

GIAKARTA. «Forte rimorso e scuse dal profondo del cuore del Giappone»: con queste parole il premier nipponico Junichiro Koizumi ha cercato ieri di ricucire la crisi tra Tokyo e Pechino. Al vertice Asia-Africa che si è aperto ieri a Giakarta nel 50simo anniversario nella fondazione del movimento di Paesi non allineati, Koizumi ha fatto un mea culpa senza precedenti per il passato del suo Paese che ha causato «attraverso il dominio coloniale e le guerre di aggressione tremendi danni e sofferenze alla popolazione di molti Paesi, soprattutto asiatici». Un passato, quello degli anni ‘30-40, che non si ripeterà più, ha assicurato il premier giapponese: «Abbiamo rinunciato per sempre all’uso della forza come strumento di soluzione dei conflitti internazionali».
Un’ammissione di colpe senza precedenti per smorzare una crisi che è scoppiata con manifestazioni antinipponiche in diverse città cinese. Le proteste erano scattate a causa della revisione della storia operata da alcuni manuali scolastici giapponesi che minimizzavano o addirittura ignoravano episodi come il massacro di cinesi durante l’invasione del Sol Levante degli anni ‘30. Ma - in un Paese dove è difficile immaginare moti di protesta spontanei - i cinesi hanno manifestato soprattutto contro l’ipotesi dell’assegnazione di un seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu a Tokyo, proprio nei giorni in cui si è discusso della riforma del Palazzo di Vetro. Il veto di Pechino, come membro permanente del Consiglio, basterebbe a bloccare le ambizioni nipponiche e Koizumi ha fatto il suo pentimento a Giakarta anche allo scopo di ottenere, oggi, un incontro con il leader cinese Hu Jintao.
La reazione della Repubblica Popolare è però stata fredda. Kong Quan, portavoce della diplomazia di Pechino, si è limitato a dichiarare: «Apprezziamo l’atteggiamento di Koizumi». Più tagliente il commento di Li Bin, ambasciatore di Pechino in Corea del Sud: «I fatti sono ben più importanti delle parole». E i fatti sono il pellegrinaggio che un’ottantina di deputati giapponesi - tra cui il ministro dell’Interno - hanno visitato Yakusuni, il tempio scintoista del patriottismo giapponese. Al Yakusuni si onora la memoria di due milioni e mezzo di caduti, tra cui criminali di guerra condannati dal Tribunale internazionale. E la visita - seppure in «forma privata» - di politici nipponici in questo luogo simbolico ha provocato le ire della Cina: «Mentre le relazioni sino-giapponesi attraversano una grave crisi, esprimiamo vigorosamente il nostro malcontento», ha tuonato un comunicato ufficiale di Pechino.
E per quanto Koizumi abbia ieri dato per certo il suo incontro con Hu Jintao a Giakarta, la parte cinese non l’ha confermato: «I ministri degli Esteri stanno ancora conducendo consultazioni», ha precisato Kong Quan ricordando che comunque l’incontro tra i due leader non basterà a risolvere la crisi se Koizumi non farà mosse concrete a sostegno delle sue dichiarazioni di scusa. E il presidente cinese nel suo discorso al forum di Giakarta ieri ha manifestatamente ignorato la questione giapponese, preferendo rivolgersi ai Paesi in via di sviluppo con un messaggio contro l’«unilateralismo» degli Stati Uniti, promettendo sostegno economico e politico agli Stati più poveri. Un discorso che, fatto davanti a un centinaio di leader dell’Asia e dell’Africa, sembra puntato a candidare Pechino a leader di un «terzo mondo» di cui, secondo Hu Jintao, il suo Paese fa ancora parte.
Una partita politica che però ha anche pesanti contraccolpi economici e il ministro del Commercio cinese, Bo Xilai, ha invitato ieri a non trasferire la polemica sui manuali di storia e il seggio all’Onu nell’economia e ha chiesto ai consumatori della Repubblica Popolare di non boicottare i prodotti giapponesi. Secondo il ministro, le proteste antinipponiche non influenzeranno i rapporti commerciali tra i due Paesi e gli investimenti di Tokyo in Cina non sono a rischio.