martedì 26 agosto 2003

la Corte di cassazione e la depressione

Corriere della Sera 26.8.03
LA SENTENZA / Riconosciuta a un’impiegata siciliana una riduzione del 50% della capacità di lavoro e di guadagno
La Cassazione: assegno d’invalidità anche per i depressi
Circa cinque milioni i malati in Italia Il doppio le ore d’ufficio perse all’anno

ROMA - I malati di depressione hanno diritto all’assegno di invalidità versato dall’Inps. Lo ha riconosciuto la Corte di cassazione sottolineando come questo «stato invalidante» influisca sulla «riduzione della capacità di lavoro e di guadagno in misura superiore al 50 per cento». A rivolgersi ai supremi giudici era stata un’impiegata siciliana, Angela D., che, dopo aver percepito il contributo per quattro anni, se lo era visto negare per ordine del pretore di Messina. Nel 1982 la donna aveva ottenuto il riconoscimento dell’invalidità «visto il ridotto rendimento sul lavoro» e dunque il minor guadagno. Nel 1986 l’Inps aveva però sospeso l’erogazione dell’assegno e Angela D. decise di rivolgersi alla magistratura. Il ricorso fu bocciato sia in primo grado che in appello. In entrambi i casi si ritenne infatti che l’impiegata fosse comunque in grado di svolgere la propria attività, sia pure non completamente. Una tesi del tutto ribaltata adesso dalla Cassazione.
«Per accertare la permanenza dello stato depressivo - si legge nelle motivazioni - il giudice deve effettuare necessariamente il raffronto fra la situazione patologica esistente al tempo della revoca e la situazione patologica esistente al tempo del riconoscimento. Ebbene, alla luce di questo confronto è emerso che la depressione dell’impiegata era oggettivamente uguale a quella accertata al tempo dell’iniziale riconoscimento della pensione. Ed è stato confermato che la malattia ha determinato una riduzione della capacità di guadagno in misura superiore al 50 per cento».
Spetterà adesso alla Corte d’appello di Catania, quantificare l’importo dell’assegno che dovrà essere versato dall’Inps, ma intanto le associazioni che si occupano di questa patologia plaudono per la decisione.
«Dopo il caso di un dipendente pugliese che si era dimesso dal lavoro e che è stato poi riammesso - dichiara Antonio Picano, presidente dell’associazione Strade (la Onlus per lo Studio e il trattamento della depressione) - questo è il secondo importante risultato. Finalmente viene riconosciuto che la depressione è una condizione invalidante, che deriva da una malattia biologica e non da un disagio soggettivo. Questa sentenza certamente contribuirà ad un maggiore riconoscimento dei diritti delle numerose persone affette da questa malattia».
Secondo una stima di Strade, in Italia i depressi sono circa 5 milioni, per un totale di ben 10 milioni di ore di lavoro perse ogni anno a causa di questa malattia. Nicola Magnavita, professore di medicina del lavoro e ricercatore al Policlinico Gemelli, invita però alla cautela. «Le depressioni che possono colpire un lavoratore - spiega - sono di varia natura. Ci sono i depressi da lavoro, ma anche gli stressati da situazioni extralavorative. Perciò dico che la solidarietà sociale è giusta laddove la depressione è cronica e davvero grave. La cosa più importante negli ambienti di lavoro è la tutela della privacy di queste persone. Perché la depressione può anche essere un fattore temporaneo e allora non si può sbandierare la malattia, rovinando la carriera. Inoltre sarebbe fondamentale intervenire non solo su chi soffre di depressione ma tutelare anche chi lavora con loro».
R. I.

genii sfortunati

La Provincia 26.8.03
Fuori dal coro Eretici da sempre Un rapporto diffile quello tra i geni e la società, la Chiesa in particolare. « In ogni epoca - dice Ermanno Gallo - , inventori e invenzioni recano le stimmate dell’eresia e della diversità. All’atto dell’invenzione si accompagnava qualcosa d’occulto, l’ipotesi di una fede eretica come lo gnosticismo, scomparso storicamente nel VI secolo dopo Cristo » . « Lo gnosticismo eretico - continua Gallo - è il bandolo metaforico della creazione umana in Occidente. È l’energia sotterranea, ambigua e sincretica, che può aver spinto il demiurgo umano verso la realizzazione amorfica ».
INTERVISTE / Ermanno Gallo racconta i grandi incompresi
La SFORTUNA di nascere GENI

Fuori dagli schemi Albert Einstein, inventore della teoria della relatività ed emblema del genio, aveva difficoltà in matematica
di Francesco Mannoni
Nel secolo scorso Xavier Francotte, affermò che «il genio è una manifestazione della follia». Nella stessa epoca, Cesare Lombroso, analizzando svariati uomini noti per la loro eccezionalità (rivoluzionari, letterati, artisti e criminali) individuò in tutti caratteristiche similari di tipo patologico e degenerato. Ne consegue che Byron e Cafiero, Cresci e Artaud, Maupassant e Nietzsche, Masacci e London, Van Gogh e Rimbaud, Picasso, Godel e Teller, Einstein, Gandhi e Freud e più indietro nel tempo Alberto Magno, Ruggero Bacone, Raimondo Lullo, Keplero e tanti altri geni, sarebbero degli estrosi indefinibili. Spesso emarginati, irrisi o sospettati di commerci diabolici, perché «chi realizza l’increato fin dall’antichità, ha portato un marchio d’invasato, succube o genio». Di questa musa tragica, deforme, ipnotica e dissoluta, Ermanno Gallo, saggista e narratore, traccia un profilo inedito in un saggio erudito e curioso: Geni incompresi (Piemme, pagine 350, €16,90). Percorrendo la storia degli inventori in cui figurano molti personaggi eccentrici o sfortunati, il professor Gallo recupera gli aspetti imprevedibili di un mondo scientifico in continua evoluzione, grazie all’intelligenza di predestinati come Cartesio, che nel Seicento pare costruisse uno dei primi androidi, una figlia artificiale in grado di parlare. Non tutti hanno lasciato un’impronta profonda, ma come ignorare le capacità intuitive di Joseph Gaytty che nel 1857 perfezionò il rotolo di carta igienica? Da questo sconosciuto inventore ai padri della bomba atomica corrono decenni di concitato totalitarismo scientifico nel quale il darwinismo tecnico ebbe parecchia importanza. Ma il genio è veramente paragonabile alla follia? E, soprattutto, che cos’è il genio? Giriamo la domanda al professor Ermanno Gallo che incontriamo a Torino. «Il genio – precisa - è considerato spesso un essere un po’ fuori del comune, un po’ marginale, un po’ pazzo. Questo forse deriva dalla cultura che ci riporta al pensiero socratico, perciò il genio sarebbe posseduto da un demone che gli dà delle possibilità in più rispetto agli altri esseri umani. A livello non romantico si potrebbe parlare di malinconie, di stranezze che potevano terminare con degli atti eccessivi contro se stessi come il suicidio, o nei confronti degli altri. Nel secolo passato, ci sono stati degli studi particolari di psichiatri e psicanalisti, che hanno cercato di chiarire il soggetto - genio, che ha attraversato tutte le culture e tutti i vari stadi di coscienza dell’essere umano». Quando un personaggio si può definire genio? Per quanto mi riguarda, non ritengo che esista un personaggio che possiamo definire genio. Philippe Brenot, uno psichiatra francese che ha scritto Matti da legare , termina il suo libro con questa pensiero: può darsi che il genio sia lo sciamano della società moderna. Non sono totalmente in disaccordo, anche se questa è ancora una visione che ci riporta al discorso della diversità, e quindi definisce il genio perché tale, un essere umano a parte. Guardato con sospetto o diffidenza, se non perseguitato – pensiamo a Galileo Galilei – il genio ebbe sempre vita dura: perché quest’avversione? Il genio com’è stato definito nei secoli, non come lo definirei oggi, è un personaggio che ha dei saperi, ma non sono più dei saperi enciclopedici. Dalla fine dell’Ottocento, l’inventore, non è più un creatore individuale che opera da solo nel laboratorio che ha ereditato dall’alchimista del 1500 per costruire delle cose straordinarie: è semplicemente uno scienziato, un fisico, un tecnocrate che lavora all’interno di laboratori molto complessi. In passato questa figura si apparentava di più al vecchio alchimista, e quindi c’erano anche sospetti di rapporti diabolici o satanici che potevano essere positivi o negativi. Il Rinascimento con tutta la sua chiarezza e il suo desiderio antropocentrico, in realtà era ancora diviso tra un mondo d’ombre e un mondo di luci. Si dovrà aspettare l’illuminismo, per chiarire la posizione dell’individuo che inventa e che, come si direbbe oggi, esce dal coro. Hanno penato davvero parecchio i poveri geni per imporre le loro capacità? Si, soprattutto se consideriamo che gli ultimi processi contro i diversi, i maghi o le streghe, sono terminati in Europa all’inizio del Settecento ed oltre. Sia in rapporto alla medicina o in rapporto ad altri saperi, che erano considerati diabolici perché non appartenevano a delle caste riconosciute, tutti coloro che non avevano a che fare con la conoscenza comune, erano considerati degli invasati. Il medico Gaspare Tagliacozzo, fu il precursore della chirurgia ricostruttiva. Nel 1597 fece il primo impianto di pelle su un paziente dal naso sfregiato, utilizzando un pezzo d’epidermide dall’avambraccio. La Chiesa insorse e gridò all’eresia bloccando un progresso che avrebbe impiegato altri tre secoli per riscoprire e mettere in pratica quella che era stata definita una tecnica maledetta. Il genio è anche l’inventore dell’energia nucleare da cui deriva la bomba atomica, e lei scrive che dopo Hiroshima il mondo non è stato più lo stesso: perché? L’energia atomica è stata una scoperta in termini positivi. Fermi e gli altri giovani che all’epoca la studiarono, la consideravano un’energia al servizio dell’uomo. Questa è stata la prima volta in cui il creatore umano è riuscito a controllare forze della natura che fino allora erano sconosciute. Subito dopo però è subentrato un utilizzo negativo con la bomba atomica A, costruita per timore che fossero i tedeschi del Terzo Reich ad ottenere risultati più consistenti degli americani. Dopo Hiroshima, è stata messa a punto la bomba all’idrogeno, un’altra bomba ancora più potente e più distruttiva. A differenza della bomba A che aveva delle giustificazioni difensive e poteva servire come centrale nucleare, la bomba H invece non è altro che uno strumento di distruzione collettiva. Fra i tanti geni sfortunati presenti nel suo libro, a chi diamo la palma di quello più disgraziato e scalognato? Direi Emilio Salgari, uno scrittore che per me è un grande inventore. Con la sua vastissima produzione letteraria, è il precursore del cinema d’avventura, ma ha avuto una vita talmente disgraziata, che alla fine si è ucciso per l’indifferenza degli editori e dei critici. Nell’aprile del 1911, mentre Torino si preparava per l’esposizione universale che sarebbe stata inaugurata dal ministro Giolitti, lo zingaro dei mari e della letteratura ignorò la primavera che correva lungo il dorso delle colline e increspava il Po. Con brevi, scarne lettere si rivolse ai figli, agli editori, ai giornalisti e ad alcuni corrispondenti formali e poi si uccise nel bosco a rasoiate. Sulla sua morte fiorirono le leggende e si arrivò perfino ad evocare la magia nera.

le streghe dolomitiche

L'Adige 26.8.03
Le streghe, rivoluzionarie
Il nuovo libro di Pinuccia Di Gesaro: da Nogaredo allo Sciliar, storia di un´epoca inquieta e feroce
La caccia a queste donne fu teorizzata dalle più raffinate menti del Rinascimento, con la Chiesa
di Corona Perer

Avevano come amante il "cattivo nemico", sapevano come guastare il latte ed anche come muovere un bimbo verso la morte. In una parola streghe, o almeno così passarono alla storia.
«Facemmo una crema di rospo e poi la usammo per il nostro viaggio» racconta una di loro. Maghe o streghe che fossero operavano dallo Sciliar alla vicinissima Nogaredo, celate dietro nomi suggestivi, che potrebbero sembrare appositamente coniati. Quelle "nostrane" si chiamavano Mercuria (furono le sue delazioni a dare origine alla persecuzione di Nogaredo). Un´altra era la Menegota. Fu decapitata e bruciata e tutti i suoi beni confiscati. Un´altra ancora si chiamava Caterina, ma tutti la chiamavan Fitola. Anche per lei rogo e decapitazione. La "filosofa", al secolo Maddalena Andrei, morì invece in carcere di stenti. Di Isabetta Graziadei, riuscita a sfuggire e condannata alla pena capitale in contumacia si diceva soltanto "la brentegana". Anna, Katharina, Kunigunde e Magdalena sono quelle dello Sciliar ovvero le streghe dolomitiche tutte processate a Castel Prosels.
Ad aprirci uno squarcio sul meccanismo processuale che produsse la caccia alle streghe è un saggio di facile lettura e fresco di stampa. L´ha scritto Pinuccia Di Gesaro (nella foto a destra), scrittrice ed anche editore, che al fenomeno della stregoneria ha dedicato gran parte della sua attività di ricerca. Già autrice di una monumentale storia della stregoneria ("Streghe ossessione del diavolo e repertorio dei malefici" dato alle stampe nel 1989) la Di Gesaro ha scritto molte opere sulla materia, come "I giochi delle streghe" e "La Monaca di Monza". La sua ultima fatica è appunto "Le Streghe dolomitiche" (Edizioni Praxis 3) da pochi giorni in libreria con il quale l´autrice analizza ed individua i tratti caratteristici dei processi alle streghe. E si scopre che nei comportamenti di quelle donne che vennero catalogate come tali persistevano in realtà tracce di un´antichissima religione largamente diffusa nelle prime civiltà mediterranee. Una cultura di origine matristica e guerriera, con un culto arcaico dominato dalla dea Madre, una divinità soave e benefica che sovrastava tutte le altre e che veniva chiamata Signora del Gioco, ma anche Venus o Erodiade. Per i Romani era Diana, per le popolazioni francesi Abonde, Trodessa per quelle rumene.
Questa divinità femminile sopravvisse, anche se clandestinamente grazie a riti strettamente legati alla terra, all´avvento del Cristianesimo e al potere della Chiesa.
«Basta inoltrarsi nelle carte degli archivi storici e leggere gli atti dei processi alle streghe per accorgersi che questa pagina di storia si intreccia con altre pagine fondamentali: la storia della Chiesa, la storia delle eresie, la storia del Medioevo e del Rinascimento, la storia del diritto in Europa, la storia dell´antifemminismo» dice Pinuccia Di Gesaro. «La caccia alle streghe fu teorizzata dalle più raffinate menti del Rinascimento e attuata in perfetto accordo con le due massime istituzioni che reggevano le sorti dell´Europa occidentale, la Chiesa e il Potere civile. Tutte le culture moderne hanno bisogno di capri espiatori sui quali convogliare le proprie impurità. La caccia alle streghe non fu l´espressione di una società arcaica, ma la prima grande strage della società moderna». Gli eretici e gli ebrei verranno dopo ma serviranno al medesimo scopo.
Come lo Sciliar anche Nogaredo fu teatro di una sanguinosa repressione a metà del ´600, che si espanse a macchia d´olio nei vicini paesi di Villa Lagarina, Castellano, Piazzo, Pedersano, fino ad Aldeno nelle giurisdizioni di Castellano e Castelnuovo. Un fenomeno in qualche modo legato alla rivoluzione economica che con l´avvento della lavorazione della seta produsse un silenzioso cambiamento epocale: il territorio agricolo e soggetto ad uso comune (secondo l´antica organizzazione medievale del Comun Comunale) diventò infatti industriale. Accanto al filatoio e alla tintoria, parte delle lavorazioni entrarono nelle case dei contadini. «La seta significò la nascita del lavoro salariato a domicilio che coinvolse la donna e con lei tutta la famiglia trasformandola in una vera e propria unità produttiva. Questo passaggio verso l´evo moderno si scontrò con le tradizioni dell´epoca e guarda caso, è proprio in questa congiuntura che si scoprono le streghe e si impone la loro repressione» spiega Pinuccia Di Gesaro.
Tornando ai processi e alle fattucchiere delle Dolomiti, Pinuccia Di Gesaro analizza nel suo ultimo libro non solo l´evoluzione penale e processuale nell´impero asburgico e in Tirolo, ma anche la teoria demonologica (la donna come individuo meglio adatto alla stregoneria), i processi di Fiè dello Sciliar e gli strumenti delle streghe (le erbe magiche come la salvia, l´erba crassula, l´aconito napellus, e persino l´alcaloide animale, ovvero...il rospo).
E alla domanda, ovvia del resto, se queste donne fossero davvero streghe e se vennero mandate al rogo sulla base di sufficienti prove, Pinuccia Di Gesaro risponde che furono perseguitate non perché povere e ignoranti donnicciole di campagna, ma perché saldamente inserite in un vasto movimento culturale d´opposizione. «Era la millenaria ribellione femminile seguita all´avvento della società patriarcale occidentale, organicamente collegata con una parte della cultura alta, quella dei maghi rinascimentali che dalla seconda metà del ´400 ha visto una forte intensificazione di studi esoterici, cabalistici e magico-astrologici. Tutta la cultura di maghi e streghe fu aspramente combattuta perché era radicalmente alternativa a quella di cui il nascente Stato moderno aveva bisogno che necessitava di basi scientifico-illuministiche sulle quali si fonderà la rivoluzione scientifica del Seicento e, sul piano strettamente politico, la società industriale moderna».

la lingua madre e la lingua tedesca: da Heidegger a Arendt, a Adorno, a Levinas, a Celan e Derrida

il manifesto 26.8.03
La lingua madre parlò la lingua della morte

Come una specie di seconda pelle, che ci avvolge dal primo all'ultimo giorno, l'idioma materno non si può tradurre e non si può tradire. E' la sola dimora che resta, malgrado la spaesatezza dell'uomo nel mondo: una idea rassicurante. Per gli esuli, innanzi tutto, da Arendt a Améry, da Adorno a Canetti, da Anders a Celan. Ma è davvero così? L'estraneità e l'ostilità con cui la lingua tedesca ha investito gli ebrei dice il contrario. Se è vero che la lingua è matrice della ragione, allora condivide le colpe del nazismo
di Donatella De Cesare
Non sentirsi a casa propria è per Heidegger, già in Essere e tempo, la peculiarità dell'uomo moderno. Subito dopo la guerra, nella famosa Lettera sull'«umanismo» del 1946, il filosofo tedesco dichiara: «La spaesatezza diviene un destino mondiale». Ma l'assenza di patria, di Heimat, intesa soprattutto come esilio dalla verità, lascia aperta la domanda sul ritorno. Ci sarà ancora la possibilità, una volta perduto l'antico terreno, di trovarne uno nuovo? Si potrà recuperare l'origine, e la propria terra d'origine? La questione del «ritorno in patria» esplode però alla fine degli anni `40, quando comincia il rientro degli emigrati nei paesi d'origine. Se la patria è la Germania, e gli esuli sono ebrei, la questione diviene conflittuale, ma anche perspicua, e offre lo spunto per una riflessione generale sull'esilio. Nella diaspora ebraica, prima e durante la Shoah, si comincia a vedere prefigurata la condizione umana dell'esilio nell'età della mondializzazione. «Di quanta patria ha bisogno l'uomo?» - si chiede Jean Améry, pseudonimo francese per il tedesco Hans Mayer, nel suo libro Intellettuale a Auschwitz. La risposta che dà è ferma ma, nella sua fermezza, è conservatrice: l'uomo ha bisogno di molta patria, e ne ha tanto più bisogno quanto meno può portarne via con sé. La patria è il luogo d'origine insostituibile: «una nuova patria non esiste». Se l'esilio, sopportato perché temporaneo, è stato ed è - come direbbe Cioran - solo una «Città del Nulla», che cosa resta agli esuli, espatriati, privati dal nazismo della loro origine?

Che cosa resta? Resta la lingua materna? Quel surrogato di patria che si può portare via con sé? La domanda che, in forme diverse, compare in diari, ricordi autobiografici, interviste, articoli giornalistici, saggi filosofici, impegna gli ebrei tedeschi nel dopo esilio. Diviene anzi una sorta di ossessione di quella che Derrida ha chiamato la «psiche ebraico-tedesca». Che cosa resta nell'esilio? E che cosa resta dell'esilio dopo l'esilio? «Resta la lingua materna» - afferma Hannah Arendt con parole certe, scandite in un tedesco perfetto, senza traccia di accento straniero dopo anni d'esilio, nel corso di una famosissima intervista rilasciata nel 1964. L'identificazione con la lingua materna è qui totale. E trapela da due frasi ispirate a un esasperato buon senso: «Ho sempre rifiutato, consapevolmente, di perdere la lingua materna [...]. Sempre. Mi dicevo: che cosa ci si può fare? Non è la lingua tedesca ad essere impazzita! E poi, non esistono alternative alla lingua materna». La testimonianza di Hannah Arendt esprime bene la convinzione a cui l'esule si aggrappa. La propria identità trova un luogo sicuro e ben protetto nel grembo della lingua materna. Chi mai potrebbe espatriarlo da lì? Di tutti i luoghi è il più sicuro, il più familiare, il più intimo. È la sua vera dimora, l'unica, nel tempo dell'erranza.

Ma questa convinzione non è condivisa da tutti. Le vicende dell'esilio, immense quanto singolari, potrebbero dar luogo a una complessa tassonomia che va dagli ebrei tedeschi di lingua tedesca (Adorno, Arendt, Benjamin, Buber, Rosenzweig, Scholem), agli ebrei non tedeschi di lingua tedesca (Canetti, Celan, Kafka), e infine agli ebrei non tedeschi che hanno avuto un rapporto stretto con la lingua tedesca (Levinas). È una tassonomia che, per quanto importante per una riflessione filosofico-linguistica, non è stata ancora né delineata né, tanto meno, sviluppata. Ma perché - si potrebbe chiedere - gli ebrei, perché gli ebrei tedeschi e perché la lingua tedesca?

L'attenzione rivolta alla lingua tedesca non esclude fenomeni analoghi sull'altra riva dell'ebraismo, cioè non solo tra gli ebrei aschenaziti, ma anche tra quelli sefarditi. Tuttavia il rapporto tra la lingua tedesca e i parlanti ebrei, tedeschi e non tedeschi, già teso prima di Auschwitz, dopo si spezza fino a interrompersi. Auschwitz è il nome della frattura, del baratro, della fossa non più colmabile. Chi riuscirà più a parlare quella lingua della madre che è divenuta lingua della morte?

Il rapporto di tensione, che è sempre presente tra lingua e parlante, raggiunge qui il limite estremo e porta alla posizioni più diverse, che vanno dal rifiuto intenzionale alla rimozione più o meno inconscia, dalla ricerca strenua e ostinata della lingua perduta, o quasi perduta, alla identificazione completa e illimitata.

Il caso di Adorno è analogo a quello di Hannah Arendt. Nel discorso pronunciato a Francoforte il 22 settembre del 2001 in occasione del «Premio Adorno» - discorso pubblicato di recente in Italia (Jacques Derrida, Il sogno di Benjamin, Bompiani, 2003) - Derrida ritorna sul tema della lingua materna, già affrontato in saggi precedenti. Was ist Deuscht?, Che cos'è il tedesco? è la domanda rivolta nel 1965 ad Adorno, che senza esitare ammette: «Neppure un istante, durante l'emigrazione, ho rinunciato alla speranza del ritorno». La motivazione «oggettiva» che nel 1949 lo induce a tornare in Germania è la lingua. Nostalgicamente Adorno si riconosce nei suoni che gli rievocano l'infanzia; ma del tutto inatteso è l'encomio del tedesco e delle sue «affinità elettive con la filosofia». Pur ritrovando nel tedesco la patria filosofica, Adorno si propone tuttavia di dare prova di una «vigilanza instancabile» per sfuggire alle mistificazioni che questa lingua con la sua «eccedenza metafisica» potrebbe favorire. Aggiunge di aver scritto anche per questo Il gergo dell'autenticità. E' una posizione che, secondo Derrida, potrebbe risultare «esemplare» nell'Europa di oggi, indicando la via per salvare la differenza linguistica, resistendo perciò all'egemonia internazionale di una lingua, senza cedere tuttavia alla «reattività identitaria» e alla «vecchia ideologia sovranitarista».

Diversa da quella di Adorno è la posizione di Levinas per il quale ogni lingua può essere lingua della filosofia, se «l'essenza del linguaggio e amicizia e ospitalità». Levinas si riferisce qui al francese che lo ha accolto divenendo per lui «lingua familiare», come il lituano, il russo, il tedesco, l'ebraico. Tra le posizioni di Adorno e quelle di Hannah Arendt da un canto, e di Levinas dall'altro, si delineano quelle diverse, e difficilmente unificabili, degli ebrei tedeschi in esilio in America, e in altri paesi, o di ritorno in Germania. In molti riecheggia però la preoccupazione espressa da Günter Anders nel volume collettivo Verbannung (Esilio): «Non avevamo ancora imparato l'inglese, il francese, lo spagnolo, e già il nostro tedesco si sgretolava in modo così furtivo che non ci accorgevamo della perdita».

Il tema della perdita della lingua attraversa non solo le poesie, ma anche i pochi importanti scritti di prosa di Paul Celan che nel 1958 confessa: «Raggiungibile, vicina e non perduta in mezzo a tante perdite, una cosa sola: la lingua. La lingua sì, nonostante tutto, rimase non perduta». Unverloren, non perduta, vuol dire insieme il timore che vada perduta, ma anche lo sforzo per non perderla. E nessuno forse più tragicamente di Celan ha vissuto da ebreo l'esilio nell'unica patria che gli restava, in quella lingua tedesca di cui è stato tra i maggiori poeti dell'ultimo secolo.

La questione della lingua tedesca non è dunque di poco conto. Ha anzi un grande rilievo teorico e meriterebbe uno spazio, nel dibattito pubblico, che sinora non ha avuto. Le eccezioni, come quella di Derrida, sono rare. E vale la pena sottolineare che si contano tra i filosofi più che tra i linguisti. Se la questione è stata aggirata, è perché la risposta mette in crisi l'idea diffusa e radicata della lingua materna: il luogo dell'intimità assoluta.

Sin dall'antichità la lingua segna il confine tra un gruppo di parlanti e un altro: noi ci comprendiamo perché parliamo la stessa lingua, sono gli altri a non comprendere perché parlano un'altra lingua, una lingua straniera, anzi una non-lingua. Per i greci gli altri sono barbari, cioè balbuzienti. Anche quando le cose cambiano, quando viene riconosciuta la diversità e la pari dignità delle lingue, e il linguaggio è visto non più come strumento, bensì come organo in cui si declina storicamente la ragione, non cambia il rapporto con la lingua materna. Nasce anzi la metafora della lingua madre. E si intende la lingua che, come la madre, mette al mondo il bambino, cioè gli dischiude e gli articola il mondo. Unica e insostituibile, la lingua materna non si può tradurre e non si può tradire. È una specie di seconda pelle che avvolge chi la parla dalla nascita alla morte. Malgrado la spaesatezza dell'uomo nel mondo, il ritorno all'origine - Heidegger lo ribadisce in un saggio del 1960 Sprache und Heimat (Linguaggio e terra natia) - è consentito dalla lingua materna, l'unica patria, la sola dimora che resta. L'idea è rassicurante. E rassicura in effetti gli esuli - a cominciare da Hannah Arendt, in questo profondamente heideggeriana. L'esilio ne verrebbe attutito.

Ma è davvero così? Davvero l'estraneità non tocca la lingua materna? L'estraneità e l'ostilità con cui la lingua tedesca investe improvvisamente gli ebrei in Germania (e non solo in Germania) dice il contrario. E quello che resta del nazismo, la lingua, non è un residuo, neutro ed esteriore, di un'appartenenza a cui non si vorrebbe rinunciare. La lingua non è uno strumento che possa essere conservato, ripreso e utilizzato dopo qualsiasi evento, anche dopo Auschwitz. Se è matrice della ragione, deve aver avuto parte a quell'evento. Semmai lo ha reso possibile. Così la lingua tedesca non può essere assolta. Perché del nazismo è stata complice, più che complice. E del nazismo si comprenderà ben poco, se si separerà e si escluderà la lingua.

La colpa della lingua tedesca - si pensi alla rigida regolazione con cui nella lingua è stata nascosta la Shoah, quando ad es. nei protocolli di Wannsee si parla di «spostamento a est» - è colpa in senso profondo. Lo mostrano le ricerche che, anche a partire da Primo Levi, sono state avviate sul gergo dei lager e sul linguaggio nell'universo concentrazionario. Ne è un riflesso la difficoltà di nominare lo sterminio - su cui ha scritto Anna V. Sullam-Calimani nel suo I nomi dello sterminio (Einaudi, 2001).

Nella tensione estrema tra la lingua tedesca e gli esuli ebrei affiora con una chiarezza, forse senza precedenti, l'estraneità irriducibile che segna il rapporto del parlante con la propria lingua. A partire di qui va messa in dubbio l'idea di possesso e di proprietà secondo cui la lingua apparterrebbe al parlante e il parlante alla lingua. «Non ho che una lingua e non è la mia, [...] è la lingua dell'altro» - scrive Derrida nel libro Le monolinguisme de l'autre ou la prothèse de l'origine del 1996. La lingua che parlo, la mia lingua, non è mia, ma è sempre già dell'altro. A partire, già, dall'altro della madre. Dire «dell'altro», «altrui», non significa dire «straniera», ma «estranea». Il destino di tutti è quello di nascere in una sola lingua-madre, che non si sceglie, come non si sceglie la madre. Ma quella lingua che, pur non avendo scelto, mi attraversa da parte a parte, che è il luogo delle mie sofferenze, delle mie passioni, dei miei desideri, che dà voce ai miei pensieri, alle mie speranze, proprio quel luogo intimo, in cui non potrei non identificarmi, si rivela già sempre estraneo. La lingua materna è me prima di me, prima che io possa dire io. La mia stessa identità, di cui mi approprio attraverso la lingua, mi viene espropriata dalla lingua. La lingua è sempre mia e non mia. Nessuno può dire mia, tua, nostra, per la lingua.

La proprietà della lingua si rivela impossibile, perché la lingua interdice la proprietà. La mia, ma anche quella dell'altro. La lingua è dell'altro solo per la provenienza, perché proviene dall'altro, ma non per la proprietà. Nessuno riesce davvero a imporre l'egemonia colonizzatrice di una lingua - più insidiosa ed efficace di molte altre imprese imperialiste - perché sarà sempre fermato dalla lingua. Sarà la lingua a denunciare di non essere un suo bene. La lingua è di tutti e non è di nessuno. E forse si può dire così: nella lingua ci sono solo esuli, emigranti, profughi, ma non ci sono proprietari. Presa in parola la lingua apre a una politica, un'economia, un'etica, un diritto non ancora scritti, prescrivendo il diritto e i limiti di un nuovo diritto di proprietà.

Ma se non c'è proprietà perduta, perché la lingua è sempre estranea, se non c'è residuo di patria, se non c'è dimora dove fare ritorno, allora non ci sarà neppure ritorno. La spaesatezza non risparmia la lingua e anche questo luogo intimo, il più intimo, ci viene sottratto. Abitare nella lingua sarà allora piuttosto come un migrare nel deserto. L'esilio linguistico degli ebrei tedeschi, nelle sue forme drammatiche ed estreme, ha messo in luce questa alienazione umana originaria e destinale, cioè l'esilio di ogni parlante nella lingua.

il Riformista, da par suo, sul film di Marco Bellocchio a Venezia

Il Riformista 26 Agosto 2003
VENEZIA. BUONGIORNO NOTTE, DI MARCO BELLOCCHIO, PUÒ ESSERE UN’OCCASIONE
Se la destra riscoprisse il cinema di sinistra

Il proponimento sembra lodevole. Tanto più arrivando da un intellettuale di destra, fine e poco aduso alla chiacchiera salottiera. Scrive Stenio Solinas sul Giornale in vista della Mostra di Venezia che s'apre domani: «Sarebbe bello se a partire da quest'anno il cinema, quello che parla al cuore e al cervello di chi lo guarda, divenisse per chi l'ha sempre snobbato e sottovalutato ciò che realmente è: l'autobiografia di una nazione. Chiamarsene fuori non paga». Solinas è rimasto colpito, positivamente, da La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana. Sulla carta, la miniserie di Raiuno aveva tutto per non piacergli: il Sessantotto, l'antipsichiatria, il terrorismo rosso, le utopie generazionali… Invece, al termine di un'appassionata immersione nelle sei ore di film, ha voluto rivolgersi così alla sua parte politica: «Ancora una volta mi sono chiesto perché ieri come oggi una cultura che vorrebbe rappresentare un'altra Italia, lavorare a una rifondazione del Paese manifesti verso il cinema un atteggiamento spocchiosetto, rifiutando qualsiasi approfondimento, qualsiasi motivo di riflessione».
E' un buon segno - se non resterà solitario ed episodico - che da destra si cominci a osservare il cinema "di sinistra" con atteggiamento più aperto e disponibile. Guardarsi in cagnesco è inutile, oltre che anacronistico. Insomma, convinta o meno, la piccola rivoluzione è nelle cose: il governo sta per varare una tribolata riforma del cinema nel segno del reference-system, volta cioè a irrobustire gli assetti industriali e a sbullonare le vecchie pratiche assistenzialiste. Ma, al di là dei decreti legislativi escogitati dal ministro Urbani, esiste un problema di confronto culturale. La destra a Palazzo Chigi non può permettersi di essere vista dal mondo del cinema, compattamente progressista e sostanzialmente antiberlusconiano, come uno spauracchio, una sorta di nuovo sceriffo in città, che regola conti antichi e piazza i suoi registi (i pochi di cui dispone) in posti chiave. Qualcosa si sta muovendo, l'attenzione critica dimostrata nei confronti del film di Giordana invita a un cauto ottimismo, ma vedrete che di qui a pochi giorni basterà un niente - magari il rinfocolarsi della polemica storiografico-politica su Portella della Ginestra sollecitata da Segreti di Stato di Paolo Benvenuti, in gara alla Mostra - per rialzare gli steccati. Del resto, in tutta franchezza, non è che a sinistra spiri un'aria migliore. Ieri mattina, sull'inserto che l'Unità ha dedicato alla Mostra, sotto il titolo citazionista Venezia rosso shocking, si leggeva ironicamente: «Il vecchio film di Nicolas Roeg si chiamava in originale Don't Look Now, "adesso non guardare": titolo che potrebbe diventare lo slogan del ministro Urbani e di tutti gli intellettuali di riferimento della Cdl che non citiamo non perché manchi lo spazio, ma perché nessuno, tantomeno noi, sa chi siano».
Stando così le cose, mentre il direttore Moritz de Hadeln apre a sorpresa un nuovo fronte polemico nei confronti del Vaticano vagheggiando per il futuro alla Mostra un inutile e ghettizzante premio lesbo-gay, subito sottoscritto a sinistra, lanciamo una piccola provocazione agli ambienti più svegli e curiosi del centrodestra, nella speranza che sia raccolta senza fare spallucce. Perché non "adottate" un film? Perché non provate a guardare all'esecrato cinema d'autore fuori dalla consueta logica di schieramento, quella che innesca la reazione automatica, di pelle, ringhiosa?
Un titolo alla bisogna ci sarebbe. E' Buongiorno notte di Marco Bellocchio. Partendo da un verso di Emily Dickinson indaga sul versante "privato", se così si può dire, del sequestro Moro, raccontando, dall'ottica dei quattro carcerieri, quel cruciale episodio della nostra storia recente. Senza dietrologie e complotti, senza tirare in ballo i servizi segreti, Moretti infiltrato, il delitto Pecorelli, il Grande Vecchio, Hyperion, il memoriale scomparso, la dinamica dell'agguato, eccetera, come faceva invece Piazza delle Cinque Lune di Renzo Martinelli. Bellocchio viene da sinistra, militò da giovane nell'Unione dei marxisti-leninisti, visse la sbornia utopistica del Sessantotto e osservò criticamente la successive degradazioni militanti/militari di quelle istanze anti-autoritarie. Oggi spiega nelle interviste: «A me non interessa, non facendo lo storico, cercare di scoprire la verità. Ho voluto cercare all'interno di questa tragedia un movimento che non fosse solo apparente». E aggiunge, dopo aver ricordato che «per formazione e per ricerca non simpatizzavo per le Br»: «Allora vigeva una sorta di 'assurda coerenza' tra il pensare di cambiare il mondo e prendere una pistola per ammazzare. Una logica non giustificabile in alcun modo. Le br di oggi mi paiono ancor più fuori dal mondo e dalla realtà. Non credo che abbiano molta acqua in cui nuotare».
D'accordo, prima di prendere partito bisognerà vedere il film, che si annuncia problematico, dolente, ovviamente rischioso nel suo proposito di restituire la gestione "quotidiana" dell'infame sequestro: la doppia vita della vivandiera Anna Laura Braghetti, gli interrogatori del prigioniero, le farneticazioni ideologiche dei carcerieri riuniti a tavola, la votazione sulla condanna a morte, la concitazione tragica degli eventi. Ma c'è materia - si ammetterà - per tentare un confronto non "armato", aprioristico, intellettualmente fertile, pur nell'eventuale diversità dei punti di vista. «Chiamarsene fuori non paga», raccomanda Solinas. La cultura di centrodestra provi a raccogliere la sfida, mostri di essere più lungimirante e complessa dei suoi funzionari politici.

la Mostra del cinema di Venezia in televisione

(da La Provincia, Alto Adige e il Tempo di Roma)

RAIUNO
Dal 27 agosto, in terza serata, Venezia cinema e dintorni : dall’Hotel Excelsior, Gigi Marzullo intervista un vip del cinema. Il 6 settembre, per il gran finale, la striscia si allunga a un’ora: spazio a critici, giornalisti, personaggi dello spettacolo e magari al Leone d’oro appena nominato per commentare la serata, il podio, l’edizione della mostra. In mattinata, costola di Unomattina Estate, una doppia trasmissione a cura di Guido Barlozzetti. Nella prima (in onda tra le 9.30 e le 10), novità, curiosità, frivolezze e sorprese; poi (intorno a mezzogiorno) un gioco: il pubblico dovrà indovinare a quale film appartiene una scena celebre.

RAIDUE
Tre speciali di Stracult, il lunedì alle 22.50, dal 25 agosto: in primo piano, il cinema italiano d’impegno presente al festival. Presentano Lillo e Greg.

RAITRE
Alle 20, Blobbavenezia 2003, con schegge sul ’68 (sfondo di The Dreamers di Bernardo Bertolucci), sul rapimento Moro (cui è dedicato Buongiorno notte di Marco Bellocchio), ma anche sulla Sicilia dell’immediato dopoguerra (Segreti di Stato di Paolo Benvenuti) e sulla tv reinventata da Fellini o da Luciano Emmer ( L’acqua... il fuoco ). A Fuori orario, film d’epoca legati alle tematiche della mostra.

RAI EDUCATIONAL
In terza serata su Raitre, a Off Hollywood, il magazine di Pascal Vicedomini, fatti, indiscrezioni, personaggi e “nuovi territori” del cinema.

TELEVIDEO
Dal 26 agosto uno speciale aggiornato continuamente: a pagina 180, l'indice delle recensioni dei film in concorso e le notizie della mostra.

RAI INTERNATIONAL
Tutti i servizi degli inviati della Rai saranno rilanciati via satellite nei cinque continenti.

RAINEWS 24
Speciale di approfondimento tutti i giorni alle 16.17.

SKY
Tutta la mostra, 24 ore su 24, su RAISAT CINEMA WORLD , canale ufficiale del festival: in diretta, le cerimonie di inaugurazione (condotta da Alessandra Martines, con le giurie presentate da Moritz De Hadeln e da Franco Bernabè) e premiazione e, tutti i giorni dalle 10.30, le conferenze stampa, i photo-call e i tv-call, ma anche il clima della mostra e le indiscrezioni. Alle 18.30 Giornalisti accreditati : Paolo Villaggio e Claudio G. Fava dialogano con attori, registi e produttori. In programma anche commenti dello scrittore Franco Scaglia e di Elisabetta Sgarbi. Su SKY CINEMA AUTORE, dal 28 agosto la striscia quotidiana Lampi sul Lido, a cura del critico Gianni Canova e il 31 alle 20.20 la storia di Dino De Laurentiis, Leone d’oro alla carriera. Su SKY CINEMA 1, domenica 7 settembre alle 21, la prima visione di Un viaggio chiamato amore, con Stefano Accorsi, Coppa Volpi 2002 come miglior attore. COMING SOON TV propone, tutti i giorni alle 14, la rassegna stampa sulla mostra, mentre alle 18, a Coming Soon Live , Monica Maja, Mauro Donzelli e Federico Gironi raccontano la giornata veneziana.

CANALE 5
Torna, dal 29 agosto in terza serata, Notti veneziane, la rassegna di film d'autore che, fino al 6 settembre, proporrà le migliori opere protagoniste delle passate edizioni della mostra. Si segnalano tre prime visioni: Non uno di meno di Zhang Yimou, Leone d’oro nel 1998 (il 29 agosto), Incidente ad Oglala di Michael Apted, del 1991 (il 31 agosto) e Topsy Turvy di Mike Leigh, del 1999 (il 6 settembre). Le altre proposte sono I racconti del cuscino di Greenaway (il 30), Mr e Mrs Bridge di Ivory, pluripremiato nel 1990 (l’1 settembre), La tempesta di Mazursky (il 2), Il dolce rumore della vita di Giuseppe Bertolucci (il 3), Round midnight di Tavernier (il 4) e Clockers di Spike Lee (il 5).

RETEQUATTRO
Dedicato ai capolavori del festival il ciclo dei Bellissimi, dal 31 agosto al 7 settembre. Questi i titoli, quasi tutti in prima tv: Hilary e Jackie di Tucker,
Bugie, baci, bambole e bastardi
di Drazan, Brother di Kitano, L’orco di Schlondorff, La polveriera di Paskaljevic, Il trionfo dell’amore di Peploe, The informant di Mc Bride e Una notte d’estate di Cassavetes.

LA 7
Doppia iniziativa per raccontare Venezia 60. Dal 27 agosto al 6 settembre, alle 23.45, andrà in onda Cartoline da Venezia , una striscia quotidiana con interviste ai protagonisti, notizie, curiosità, critica e colore. Domenica 7 alle 23, tocca allo Speciale mostra cinema di Venezia , sul festival appena finito. Entrambi i programmi saranno curati dagli inviati Luca Giannelli e Silvia Mauro.

Bellocchio e Bertolucci: dopo l'Unità (ieri) oggi Repubblica

Repubblica 26.8.03
Storie segrete di due ex ribelli
L´uno con "Buongiorno notte" torna al caso Moro, l´altro con "I Sognatori" al Maggio ´68. In gara anche Benvenuti e Winspeare
di Paolo D'Agostini

ROMA - Quello che colpisce la fantasia, subito, è il veder riuniti - oggi ultrasessantenni - i due massimi campioni del "giovane cinema" che scombussolò il panorama dei nostri anni Sessanta, mentre il vento della nouvelle vague spazzava il tradizionalismo un po´ dovunque. Cioè Marco Bellocchio (64 anni) e Bernardo Bertolucci (62). Come fosse un aggiornamento dell´edizione veneziana di vent´anni fa, 1983, quando Godard ricevette il Leone d´oro (per Prénom Carmen) da una giuria presieduta da Bertolucci e composta fra gli altri da Leon Hirszman e Nagisa Oshima, Bob Rafelson e Mrinal Sen, Alain Tanner e Agnés Varda: tutti esponenti della medesima generazione ribelle che aveva inteso (riuscendoci?) scardinare l´abc del cinema. Solo che oggi (il solo Bellocchio poiché Bertolucci figura "fuori concorso") non saranno giudicati da un loro "omologo" ma proprio da chi, decano della stessa famiglia italiana, rappresenta la massima incarnazione di quel "cinema di papà" contro il quale si scagliarono, irruenti e irriverenti, tanti anni fa: Mario Monicelli (88 anni), presidente della giuria di questa Mostra. Anche se c´è da scommettere che il regista di Amici miei, L´armata Brancaleone e Un borghese piccolo piccolo, colui che per primo infranse il tacito veto veneziano verso il cinema di commedia vincendo mezzo Leone d´oro per La Grande Guerra (l´altro mezzo andò al Generale della Rovere di Rossellini con De Sica, era il 1959), si dimostrerà sensibilissimo a cogliere ogni valore di novità: non si dichiarò entusiasta, due stagioni fa, del morettiano La stanza del figlio, cioè di un cinema molto distante dalle proprie "corde"?
Vediamo dunque come l´Italia si presenta, da domani, all´appuntamento. Tre titoli in competizione per il Leone d´oro. Buongiorno notte di Marco Bellocchio, Segreti di stato di Paolo Benvenuti, Il miracolo di Edoardo Winspeare. Avvolto nel più stretto riserbo, con l´implicita quanto palese intenzione di prendere le distanze dal di poco precedente Piazza delle Cinque Lune di Renzo Martinelli (tanto quanto, immaginiamo, da come trattò il "caso" per eccellenza dell´Italia repubblicana il film di Giuseppe Ferrara con Volonté), del film si sa che ha tra i principali interpreti Maya Sansa, Luigi Lo Cascio e Pier Giorgio Bellocchio. Si sa che si parla del rapimento e dell´assassinio di Aldo Moro, si sa che i personaggi alludono ai brigatisti che ne furono artefici, pur non portandone i veri nomi. Ma si può solo supporre il "come": che, trattandosi di un autore con la maiuscola, è tutto. Da Bellocchio, questo è certo, tutti si aspettano "qualcosa di più" che non una pura e semplice ricostruzione. Il pisano Paolo Benvenuti (vedi alla pagina accanto) si cimenta addirittura nel confronto con uno dei testi sacri del cinema italiano del dopoguerra, Salvatore Giuliano di Francesco Rosi, tornando a scavare sulla strage di Portella della Ginestra a 56 anni dal primo maggio dei fatti, e a 41 dal film di Rosi. Infine il regista che tre stagioni fa con Sangue vivo così tanto contribuì a diffondere la suggestione e il fascino remoto del Salento, torna a raccontare un mondo di forti ed emozionanti intrecci tra realtà e irrealtà.
Ovviamente attesissimo, ancorché "fuori concorso", Bertolucci. Segretissimo anche il suo film come quello di Bellocchio. Ma tutti pensano e dicono che I sognatori rinnoverà, o che intende rinnovare il pugno in faccia al mondo di Ultimo tango a Parigi. Anche qui tutto succede dentro una casa parigina: non una coppia, però, ma un fratello, una sorella e un amico americano conosciuto alla Cinématèque. Mentre fuori, per le strade, si annuncia il Maggio ´68, i tre esplorano emozioni e nuove frontiere erotiche. Ribellione giovanile, sesso e cinema: convergono di nuovo i temi più cari all´immaginario dell´autore.
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