sabato 23 ottobre 2004

al Festival di Montpellier
omaggio a Marco Bellocchio

www.filmdeculte.com
FESTIVAL: LE CINéMA MéDITERRANéEN S'AFFICHE à MONTPELLIER

Après une soirée d’ouverture ce vendredi 22 octobre, placée sous le signe de l'Espagne, le 26e festival international du cinéma méditerranéen s’installe pour toute la semaine au Corum de Montpellier.

Au programme une sélection officielle rassemblant longs métrages, courts métrages, et documentaires venus des quatre coins du pourtour méditerranéen. Des zoom sur des courants parfois oubliés (Films du jeune cinéma algérien, Publicité et Méditerranée, Expérimental et arts numériques – Panorama des productions récentes en méditerranée, Films d’animation...).

Le tout est complété de rétrospectives thématiques: hommage à Marco Bellocchio [...]

vendredi 22 octobre 2004

19 h 00 Corum - Opéra Berlioz
Projection en présence de Marco Bellocchio
Radio West (fm.97), de Alessandro Valori (Italie, 2004)

20 h 00 Corum - Salle Einstein
En présence de Marco Bellocchio
M. Bellocchio Sogni infranti
Sogni infranti : ragionamente e deliri, de Marco Bellocchio (Italie, 1995)
La Contestation (épisode Discutiamo, discutiamo), de Marco Bellocchio (Italie, 1969)
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Scalfari risponde a proposito di embrioni

testi ricevuti da Tonino Scrimenti

Venerdì di repubblica 8 ottobre 2004


L'embrione è un progetto non ancora una persona

Domanda: La recente proposta referendaria sulla procreazione assistita avrebbe dovuto scatenare sui media un dibattito su una questione fondamentale: l’identificazione o se vogliamo la vera a propria definizione di chi sia questo embrione. Si. perché se dovremo essere chiamati ad usare responsabilmente il mezzo referendario e pronunciarci su una questione che, cattolici o laici, coinvolge tutti, dovremo avere le idee un po' più chiare.
Dovremo capire chi sia esattamente questo embrione, se è già vita o non lo è, e se non lo è quando lo diventa? Perché fondamentalmente è di lui, dell'embrione, che potremmo essere chiamati a decidere e personalmente ritengo che al di la delle posizioni legittime o meno legittime sulla libertà della donna o libertà della scienza, che un dibattito dovrebbe tentare di rispondere.
LUCIA MAGRO e mail

Risposta: L’embrione è esattamente l’incontro di due cellule, una femminile l'altra maschile, che a quel punto sono in condizione di creare un feto e infine la completa persona del nascituro. Lei chiede se l'embrione è vita o non lo è.
Rispondo: si, l'embrione è vita, materia organica. Anche la singola cellula è vita. La vita sul nostro pianeta ha infatti avuto come prima espressione esseri unicellulari. Posso porre io una domanda? La formica è vita? La rosa è vita? La crisalide è vita? Certo che si, anche un filo d'erba è vita. A maggior ragione è vita l'embrione che contiene un progetto di persona.
Attenzione, signora Lucia Magro: un progetto di persona. Non ancora una persona. Da questo punto di vista anche lo spermatozoo è vita, essendo l'elemento maschile fecondatore senza il quale neanche il progetto di vita potrebbe aver luogo; e anche l'ovulo femminile non ancora fecondato è vita, poiché senza di esso il seme maschile non avrebbe materia da fecondare. Dunque si può dire che l'embrione è vita capace di produrre un progetto di persona, ma none ancora una persona.
Questa non è un'opinione ma una pura e semplice constatazione. Da qui in avanti si hanno soltanto opinioni. La mia opinione è questa: un elemento vitale che non è ancora una persona non può godere gli stessi diritti d'una persona ed anzi in certi casi prevalere su di essi. Una non persona non è titolare dl diritti.
Non so se lei sarà d'accordo con me, ma quella era la sua domanda e questa è la mia risposta.

Venerdì 22 ottobre 2004

L'embrione è un progetto o già l'inizio di una vita?

Domanda: Caro Scalfari , mi permetta di tornare sull'argomento se l’embrione sia una persona o solo un progetto. Il progetto è qualcosa che precede la costruzione. L’embrione invece è un'entità di cellule che sta evolvendo per la costruzione della persona. all'inizio della persona stessa. La costruzione inizia dal momento della fecondazione dell'ovulo da parte dello spermatozoo. L'uomo può porre fine a questo inizio di costruzione di una persona? penso che sia un grandissimo problema etico.

Risposta: L’argomento e molto complesso ed è stato già più volte affrontato in questa mia rubrica. Ma torniamoci ancora poiché questo è II nodo di tutto il dibattito in corso sulla legge numero 40 sulla fecondazione assistita. Cercherò di essere ti più chiaro possibile.
1) Anzitutto: a nessuno - dico a nessuno - è mai venuto in mente di aprire una crociata per la distruzione degli embrioni. Lo dico e lo ripeto perché a volte chi è favorevole all'abrogazione della legge viene presentato caricaturalmente come un killer dedito ad una vera e propria caccia agli embrioni.
2) Nella grandissima quantità dei casi l'embrione prende forma attraverso un normale accoppiamento tra uomo e donna e segue la sua evoluzione naturale nel ventre materno fino alla nascita vera e propria.
3) Ci sono persone affette da problemi di sterilità. Se hanno il legittimo desiderio di aver figli le tecnologie disponibili consentono di tentare una fecondazione assistita attraverso la produzione di embrioni al di fuori del ventre materno, che vengono poi impiantati nell'utero della donna. Per ottenere un risultato, non sempre favorevole, bisogna impiantarne più d'uno.
Ne risulta che per poter ottenere un essere vivente occorre sacrificare alcuni embrioni. Ci si può astenere da questa pratica col risultato di non far nascere nessuna nuova persona. Da ciò deduco che la fecondazione assistita è una pratica rivolta ad ottenere una nuova vita e non già una pratica tendente a promuovere morte.
4) Che cos'è l'embrione? Un progetto di persona, non ancora una persona. In quale momento un gruppo di cellule fecondate diventa una persona? Rispondo: nel momento in cui si forma il cervello. Del resto, quando in una persona il cervello cessa di funzionare la scienza medica dichiara che quella persona e clinicamente morta anche se la sua vita vegetativa prosegue.
5) Se l'embrione è considerato già persona a tutti gli effetti e quindi portatrice di diritti di pari dignità con tutte le altre persone, è evidente che la sua distruzione equivale ad un assassinio. I cattolici la pensano in questo modo ed anche alcuni non cattolici e quindi faranno bene a non praticare la fecondazione assistita; nessuno li obbliga, così come nessuno è obbligato ad abortire contro la sua volontà. Ma non si vede perché si voglia obbligare chi non ritiene the l'embrione sia già persona, a rinunciare alla possibilità di avere un figlio.
6) L'adozione consente di avere un figlio nato geneticamente da altri genitori. Ne deduco the la fecondazione cosiddetta eterologa, purché con II consenso della coppia genitoriale, equivale ad una adozione per cui non si vede perché debba essere vietata.

sinistra
Rossana Rossanda: religione e politica

ricevuto da Roberto Altamura

Il Manifesto 23.10.04

FEDE D’ASSALTO
ROSSANA ROSSANDA

«Votate Gesù, vostro salvatore e signore, è buon investimento», recita un cartellone all’ingresso di una cittadina dell’Alabama. E si moltiplicano negli Usa, specie nel Middle West e negli stati del Sud, sfilate di fondamentalisti cristiani che esigono l’iscrizione dei dieci comandamenti sui palazzi di Giustizia o si incatenano in giacca e cravatta sui gradini dei giudici che vi si oppongono. Teleprediche e cortei contro l’aborto, i gay, il matrimonio fra gay e financo i jeans a vita bassa, in un empito di puritanesimo che agguanta la bibbia e la agita come Alfa e Omega di quel che deve essere la vita pubblica, Alcune immagini ricordano persino gli arcaici rituali sui quali indagava Ernesto De Martino. Ma non sono forme affatto arcaiche Sono l’approdo della post-post modernità. Negli Usa dio non è mai mancato corre perfino su ogni dollaro, ma l’era di Gorge W. Bush – salvato dalla scapestrataggine, racconta lui stesso, dall’incontro a 40’ anni con Gesù Cristo - ha enfatizzato l’utilizzo politico della fede. Anzi la totale confusione fra scelte pubbliche, interne e internazionali e religiosità. Il terreno c’era se è vero che nel 2001 su 208 milioni di statunitensi adulti, 51 milioni si dichiaravano cattolici e oltre 70 milioni protestanti di varie chiese, fra le quali quella tradizionale e più mite era in calo rispetto al crescere dei cosiddetti «evangelici», soprattutto battisti, ma anche pentecostali, cui vanno aggiunti i testimoni di Geova, i mormoni, gli avventisti e chiese minori; Se si considera che professano di essere praticanti quasi 3 milioni di ebrei, e un po’ di più di un milione di mussulmani e 1 di buddisti, bisogna ammettere che pochi stati al mondo conoscono un così intenso pullulare di chiese e che è in esse che avviene il massimo della partecipazione dei cittadini e della formazione di un pensiero anche politico militante. Questo forse spiega perché il duello delle presidenziali si basi, più che un coinvolgimento sul che cosa e come fare, sulle battute mediaticamente più efficaci o emozionali. La democrazia è diventata una ben strana cosa, e qualche rilettura di Offe e anche di Luhmann sulle società complesse, un tempo portati alle stelle, sarebbe utile. Non colpisce infatti che i neocons si fondino sulle più integraliste di queste fedi, ma che questa sia diventata la trama del discorso politico. E’ vero che la confusione sta già in quella che gli americani chiamano «religione civile» e su cui tutti, non credenti inclusi, giurano: essa appoggia sul culto per i padri fondatori, sul primato della fede e della preghiera, sulla certezza dell’America perché dio la benedice, sul ruolo messianico che ne deriva, il tutto coronato dal più rigido individualismo. Noam Chomsky ci ha recentemente detto che no, che il popolo americano è mite e pacifico, non si sente superiore agli altri e volentieri si sottoporrebbe al Tribunale Penale Internazionale, ma forse – questi dati alla mano – sarebbe meglio cessare di credere alle masse innocenti deviate dai dirigenti pessimi. E Anche all’innocenza dell’offensiva religiosa che oggi si offre come unica portatrice di senso a un mondo senza cuore. Essa è partita anche in Europa; davanti alla inaspettata risolutezza con la quale il governo Zapatero sta mettendo fine alla millenaria ingerenza della chiesa in Spagna, il Vaticano prima si è infuriato, poi è passato all’attacco. Dunque non bastava la pervasiva rete paraecclesiastica dell’Opus Dei, creata proprio a Barcellona e che aveva infiltrato persino la presidenza del Fondo monetario internazionale nella persona di Michel Camdessus. La proposta di un notorio integralista come Buttiglione, a capo di uno dei dicasteri politicamente più delicati della Commissione europea non è stata casuale: con lui si sono congratulati Giovanni Paolo II e il cardinal Ruini. E certo non si attendevano la reazione del Parlamento europeo che per la prima volta ha alzato la voce. Non è accidentale la vasta attività epistolare del cardinale Ratzinger che dopo essersi diffuso sul genio femminile che consiste nel rimanere le donne quel che sono sempre state, adesso sta vergando un ampio catechismo non più per i fedeli – quello era stato aggiornato qualche anno fa – ma per l’azione politica in genere, nel quale ribaltando abilmente il «Non expedit», il Vaticano stabilisce quel che parlamenti, stati e governi possono o non possono, debbono o non debbono fare al di fuori delle leggi finanziarie, la Chiesa ponendosi come detentrice delle verità morali e delle regole di vita ultime e prime. Non era successo neanche quando la Democrazia cristiana ha rasentato in Italia il 40% dei voti. Perché succede ora? Perché il mutare dei costumi e delle culture sarebbe così intriso della razionalità illuminista che la povera chiesa cattolica, come piange Buttiglione, si sente discriminata e in pericolo? Al contrario. Avviene perché un’etica pubblica e laica non è mai stata così debole come ora, pareva che la caduta del muro di Berlino le desse mille argomenti e concedesse anche alla sinistra una espansione piena. Invece sembra che non sappia più che cosa dire, dove attaccarsi, si ritira, si scusa, balbetta. Non è certo lei a chiamare centinaia di migliaia di giovani in cerca di senso, sono Comunione e Liberazione e l’Azione politica. Non c’è più una posizione politica aconfessionale sulla donna, la famiglia, la sessualità, l ’embrione, sui quali impazzano solo i patriarcati ecclesiastici e profani, Sono soltanto i radicali che osano prendere la parola, bisogna riconoscerglielo. Gli altri se la cavano con una alzata di spalle, nei Parlamenti ognuno voti secondo le proprie coscienze, perché la sinistra di sue coscienze specifiche non ne ha. Anzi riconosce quella del papa come la sola autorità morale dei nostri tempi. Un importante gruppo di femministe ha trovato magnifica la lettera di Ratzinger. Gli ex comunisti si sono commossi della generosità con la quale Wojtila li ha distinti dai nazisti: siamo stati un male necessario, grazie grazie. Lasciamo perdere l’assai discutibile questione del «male necessario» - necessario a chi, a che cosa? Permesso da dio? A quale misterioso scopo? – che dal libro di Giobbe ad Aushwitz ha fatto scorrere fiumi di inchiostro teologico e letterario. Sembra che ne abbiano contezza soltanto Filippo Gentiloni da noi e Mario Pirani su Repubblica. Limitiamoci a osservare come l’etica laica, ammesso che ci sia, in merito non ha avuto niente da dire. Ma con questo finisce anche di offrire una sponda alle parti più progressive del cristianesimo e dell’ebraismo. La sponda i laici la stanno offrendo alle destre religiose, vedi il Giordano Bruno Guerri e il Ferrara su La 7. Si intendono meglio, E pazienza se fossero in ginocchio soltanto i leader, tutti intenti a «far politica». Stanno diventando pensosamente pii anche i più degli e delle intellettuali. Hanno scoperto di colpo che la laicità non possiede gli abissi sapienziali delle religioni rivelate e forse neanche altrettanta conoscenza delle pieghe dell’animo umano. E’ vero. Ma non l’ha mai preteso. Non è una filosofia, è – era – la persuasione che le regole dell’umana convivenza sono terrestri e devono basarsi sull’assioma che ogni essere umano è libero e deve avere ugualissimo potere di decisione su di sé e sugli altri: Questa e non altra è la «égalité en droits». Principio semplice ma molto difficile da praticare, che fra l’altro è il solo cardine su cui basare il rifiuto della guerra: Sarebbe anche il vero legame fra cristianesimo e modernità. Non chiesa e modernità, perché nessuna chiesa lo ha mai fatto suo preferendo benedire le guerre «giuste» - non se ne è salvato neanche Giovanni Paolo II per la guerra jugoslava – e difendere le gerarchie della famiglia e degli altri ordini costituiti. Senza quel principio non c’è infatti grande differenza fra le crociate dei cristiani e quelle dell’Islam che si fanno da reciproco specchio. Al fondo dell’attuale crisi della politica c’è questa «afasia morale» ogni tanto a quelli come me –siamo rimasti in quattro gatti – che chiedono alla sinistra di darsi una botta di risveglio e dire quale idea di società propone, arriva il rimprovero o il sospetto di volere «come sempre», pane, olio, sale e salario per i poveri. Ignorando da volgari economicisti come siamo sempre stati il bisogno di spiritualità, simboli e senso che invece le chiese capiscono così bene. Non resta ai quattro gatti che mettersi le mani nei capelli. Intanto per dire che per definire la sinistra come essenzialmente economicista, bisogna aver letto pochi libri e aver dimenticato anche quelli. In secondo luogo tentare di avanzare un patto: proponiamo alle sinistre italiane qualche fondamento non solo materiale per un suo programma. Per noi il primo è quel principio dell’etica laica che dicevo e che è anche il nucleo della democrazia non formale, il filo dal quale si sono dipanati speranze e sconfitte del Novecento e che questo inizio stupido e crudele del ventunesimo secolo ha perduto. Vogliamo finirla di stare in ginocchio e provarci?

depressione a Torino

Repubblica 23.10.04
Oggi a Torino sarà presentato un cd con i consigli di venti esperti. Precarietà del lavoro e congiuntura "pesano" sui disturbi

Una ricetta contro la depressione
In Piemonte 800mila pazienti: ma solo uno su quattro si cura
DANIELE DIENA

Cresce la depressione sotto la Mole. E con lei i disturbi d´ansia. Le fasce sociali più deboli, gli anziani e le casalinghe le vittime più frequenti. E´ il nuovo, duro prezzo della congiuntura e della precarietà del lavoro, due fattori che a Torino vanno ad aggravare quel senso d´insicurezza che serpeggia un po´ in tutto il paese anche per le preoccupazioni del terrorismo internazionale.
Lo dice uno studio dell´Associazione per la Ricerca sulla Depressione che ha recentemente cercato di capire il perché degli 800 mila malati piemontesi, 500 mila dei quali depressi e 300 mila con i cosiddetti "disturbi d´ansia". Una ventina di specialisti dell´associazione, che ha la sua sede in via Belfiore 72, hanno studiato gli appunti compilati in un anno di sedute di 400 pazienti, dei 200 mila che vivono sotto la Mole. Bene, dai racconti del lettino di Freud è emersa evidente la forte incidenza della componente sociale tra i fattori scatenanti dei disturbi. In particolare l´erosione del potere d´acquisto, le preoccupazioni per la precarietà del lavoro e per l´insicurezza, problemi registrati soprattutto nella grande area occupazionale che si collega direttamente o indirettamente alla crisi della Fiat e del suo indotto.
Ma c´è un altro problema: solo 1 malato su 4 si cura, per i forti pregiudizi nei confronti dei disturbi psichici che persistono nella società. Per contribuire al superamento di queste barriere l´Associazione per la Ricerca sulla Depressione, oggi in convegno all´Unione Industriali, ha realizzato un cd, di 110 minuti, che spiega tutto ciò che bisogna sapere su depressione e disturbi ansiosi. Si trova sul sito dell´associazione www.depressione-ansia.it (250 pagine scaricabili).
Cosa c´è dietro il problema? «Nell´immaginario collettivo lo psichiatra è il "medico dei matti"» dice deciso Salvatore Di Salvo, presidente dell´Associazione, puntando anche il dito contro i medici di famiglia che spesso tendono a fare da soli. Di qui la difficoltà a rivolgersi allo specialista ed a usare gli psicofarmaci. Un altro pregiudizio diffuso? «La convinzione che basti la volontà per guarire: è importante, ma non basta». Il risultato del comportamento scorretto è il crescente abuso di ansiolitici: nel 2003 (dati ministero Salute), sono state vendute 60 milioni di scatole, per ben 410 milioni di euro che i malati hanno pagato di tasca loro, perché non sono coperti dalla mutua.

oggi il convegno di Fermo
e stasera la rappresentazione
di «DIVINA PROPORZIONE»

Repubblica 23.10.04
Storia della stella a cinque punte
La "divina proporzione" di questa figura affascinò Leonardo, Piero della Francesca e persino le Brigate Rosse
Pochi simboli hanno avuto fortuna come quello elaborato dall'antico filosofo e matematico
Si tiene oggi a Fermo un convegno dedicato alla sezione aurea
Dodecaedro e icosaedro estasiarono tutti gli addetti per la loro bellezza
PIERGIORGIO ODIFREDDI

Nell'ambito delle iniziative del convegno avrà luogo questa sera la rappresentazione di «DIVINA PROPORZIONE» di Francesca Angeli con Elda Alvigini
(leggi tutte le informazioni su SPAZI)

Si tiene oggi, all´Auditorium San Martino di Fermo, un convegno dal titolo "La sezione aurea" affiancato alla mostra di poliedri "Il numero e le sue forme". Intervengono il filosofo Giulio Giorello, il biologo Aldo Fasolo, l´architetto Giuliano Grisleri, il musicologo Piero Marconi. In questa pagina, anticipiamo la relazione introduttiva del matematico Pochi simboli hanno avuto, nella storia, il potere d´attrazione della stella pitagorica: di quella figura a cinque punte, cioè, che si ottiene tracciando le diagonali di un pentagono regolare. In Italia oggi noi l´associamo automaticamente alle Brigate Rosse, ma il suo utilizzo rivoluzionario ha radici lontane: essa non è infatti altro che la famosa Stella rossa sulla Cina dell´omonimo libro di Edgar Snow, ed è stata adottata in periodi diversi dall´Armata Rossa, dalle Brigate Garibaldi, dai Vietcong e dai Tupamaros.
Leggendo le loro memorie si scopre che i primi brigatisti, da Franceschini a Moretti, non riuscivano mai a disegnarla bene: veniva sempre un po´ squilibrata verso l´alto, quando addirittura non ci scappava una stella di David a sei punte. E con buone ragioni, perché la costruzione di un pentagono regolare non è immediata come quella di un triangolo, un quadrato o un esagono regolari, e coinvolge, implicitamente o esplicitamente, la divisione di un segmento in «divina proporzione» o «sezione aurea».
Naturalmente, i roboanti aggettivi suggeriscono che in quella proporzione sia coinvolto qualcosa di sublimemente estetico, e infatti così pensavano i pitagorici che la scoprirono. Cosa ci sia di divino, o di aureo, nella stella pitagorica, è difficile da intuire a prima vista: certo non il fatto che essa, avendo tante punte quante sono le lettere del nome Jesus, possa impaurire il demonio, come succede a Mefistofele nel Faust di Goethe.
Ma una volta che si cominci ad apprezzare l´equilibrio del rapporto tra la diagonale e il lato del pentagono regolare, si scoperchia una vera cornucopia. Anzitutto, il «rettangolo aureo» avente i due segmenti per lati ha una magica proprietà, illustrata dalla divisione in due scene della Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca: togliendo il quadrato costruito sul lato minore, rimane un rettangolo che è simile a quello di partenza. Al quale, naturalmente, si può riapplicare lo stesso procedimento, e così via, innescando un inarrestabile processo che costituisce una delle prime immagini storiche dell´infinito.
Un´altra immagine dell´infinito, ancora più evidente, si ottiene notando che i lati della stella pitagorica formano al centro una figura che non è altro che un nuovo pentagono regolare. Dentro al quale, naturalmente, si può costruire un´altra stella pitagorica, e così via. La successione telescopica di pentagoni e stelle, simile a un esercito senza fine di bambole russe contenute una nell´altra, suggerisce che la diagonale e il lato del pentagono siano grandezze fra loro incommensurabili.
Ed è probabile che proprio questo sia stato il primo esempio di quelle grandezze irrazionali, la cui scoperta mise in crisi il credo pitagorico che «tutto è numero»: una delusione profonda, che scavò un solco fra la razionalità scientifica che si poteva esprimere attraverso l´aritmetica, e l´irrazionalità artistica di cui la sezione aurea rappresentava l´esempio primordiale.
A scanso di equivoci, in origine «irrazionalità» non significava altro che «incommensurabilità», sia in greco che in latino: l´impossibilità, cioè, di misurare esattamente la diagonale e il lato del pentagono con una stessa unità di misura, perché una misura intera di una delle due grandezze esclude una misura intera dell´altra. Una specie di «principio di indeterminazione» geometrico, dunque, che precede di 2500 anni quello fisico scoperto da Heisenberg nel Novecento per la posizione e la velocità di una particella.
L´aspetto interessante della crisi pitagorica è che entrambi i termini del dilemma hanno continuato ad esercitare la loro indipendente attrazione, come poli opposti di una stessa calamita. Da un lato, il motto «tutto è numero» è rimasto l´ispirazione principale della scienza, opportunamente aggiornato nella forma «tutto è matematica», a includere non soltanto i numeri dell´aritmetica, ma anche, via via, le figure della geometria, le funzioni dell´analisi e le strutture dell´algebra e della topologia. Attraverso l´Armonia del mondo di Keplero la sua influenza si è propagata fino ai nostri giorni, e la sua versione più aggiornata e compiuta è oggi la teoria delle stringhe, che dovrebbe fornire la spiegazione ultima e finale dell´universo in linguaggio matematico.
Dall´altro lato, anche l´attrazione estetica della sezione aurea è rimasta immutata nei secoli. Il primo campo in cui essa si è mostrata è stata la matematica: dagli Elementi di Euclide alla Divina proporzione di Luca Pacioli, gli addetti ai lavori si sono estasiati di fronte alla bellezza del dodecaedro e dell´icosaedro, ottenuti l´uno mettendo insieme dodici pentagoni regolari, e l´altro congiungendo i dodici vertici di tre rettangoli aurei incastrati perpendicolarmente fra loro.
E quando si parla di addetti ai lavori, non ci si limita ai matematici: anche gli artisti hanno subíto il fascino di questi oggetti, da Leonardo a Dalí. Le illustrazioni del primo per il libro di Luca Pacioli hanno fatto storia, nelle loro versioni piene e vacue, e si possono ora ammirare realizzate in legno da Romano Folicaldi nella mostra di Fermo «Il numero e le sue forme», insieme a una varietà di altri poliedri. E nei Cinquanta segreti dell´artigianato magico il secondo ha discusso non soltanto i disegni di Leonardo, ma anche il proprio personale uso della stella pitagorica nell´impianto della Leda atomica, e del dodecaedro nella struttura de L´ultima cena».
Se in pittura la sezione aurea si presenta come paradigma di proporzione estetica, non stupisce ritrovarla anche nella scultura e in architettura, da Fidia a Le Corbusier. Addirittura, spesso il rapporto numerico tra diagonale e lato del pentagono viene appunto indicato con Phi, in onore del primo (oltre che di Fibonacci, che sta per entrare in scena). Quanto al secondo, il suo Modulor prende significativamente il nome da «module d´or», e utilizza la sezione aurea per determinare due serie, una rossa e una blu, di dimensioni armoniche a misura d´uomo, da utilizzare nella progettazione non solo degli edifici, ma anche dei mobili e degli oggetti di casa.
Anche nella musica la sezione aurea ha giocato un ruolo importante, da Bach a Bela Bartok. Il primo popolarizzò nei 48 preludi e fughe del Clavicembalo ben temperato il sistema di temperamento equabile tuttora in uso, che consiste nella divisione dell´ottava in dodici semitoni uguali fra loro, e che matematicamente corrisponde a una «spirale aurea» (per inciso, la «divisione aurea» dell´ottava corrisponde all´incirca alla sesta minore, cioè all´intervallo mi-do). Il secondo invece era così affascinato dalla sezione aurea, che la usò ripetutamente per equilibrare le parti della Musica per archi, percussioni e celesta e della Sonata per due pianoforti e percussioni.
Ma l´aspetto forse più stupefacente della sezione aurea, è che essa compare in innumerevoli fenomeni naturali, spesso approssimata dal rapporto fra due termini successivi di una sequenza di numeri scoperta nel 1202 da Leonardo da Pisa, detto Fibonacci, nel suo Libro dell´abaco, come soluzione di un problema relativo alla riproduzione dei conigli. La successione parte da 0 e 1, e a ogni passo procede sommando i due numeri precedenti: la sequenza continua dunque con 2, 3, 5, 8, 13, eccetera, e in questi giorni la si può ammirare, illuminata al neon, sulla Mole Antonelliana di Torino, in un´opera di Mario Mertz.
Le apparizioni, spesso inaspettate e insospettate, della sequenza di Fibonacci in natura sono talmente ubique, da riempire da anni i numeri della rivista quadrimestrale The Fibonacci Quaterly. Altrettanto vale per le altre manifestazioni della sezione aurea, descritte nei classici Crescita e forma di D´Arcy Thompson e Le curve della vita di Theodore Cook, e compendiate nel recente La sezione aurea di Mario Livio. Ben vengano dunque, una mostra e un congresso che si soffermano sulle variegate applicazioni dell´unico essere per il quale l´aggettivo «divino» non suona ridicolo o sacrilego, e cioè un numero.

in mostra a Napoli
Michelangelo Merisi da Caravaggio
gli ultimi anni

Repubblica 23.10.04
I capolavori degli ultimi anni di vita
Diciotto tele del maestro ed altre cinque che ora gli vengono attribuiti da grandi critici
Da oggi a Napoli un'esposizione con le opere dipinte tra il 1606 e il 1610
PAOLO VAGHEGGI

NAPOLI. Fare cultura, ripartire dalla cultura. E´ questa l´idea da cui nasce Caravaggio. L´ultimo tempo 1606-1610 che apre questa sera nelle sale di Capodimonte, all´interno del percorso museale, dedicata agli ultimi quattro anni di vita e di lavoro del grande artista, «spirito più agitato che non il mare di Messina con le sue precipitose correnti», come ebbe a scrivere il suo biografo Francesco Susinno. Quattro anni tumultuosi ricostruiti attraverso diciotto dipinti di mano del maestro, segnati da angoscianti luminazioni cariche di ombre e di luci - da La cena in Emmaus alla Flagellazione, dall´ Amorino dormiente a due versioni di Salomè con la testa del Battista, ai tre dipinti siciliani riuniti insieme per la prima volta - a cui vanno aggiunte cinque nuove proposte, cinque tele attribuite a Caravaggio da Mina Gregori, sir Denis Mahon e Ferdinando Bologna, nonché cinque copie antiche di opere perdute.
E´ un viaggio nella fuga di un Caravaggio consciamente o inconsciamente alla ricerca di una salvazione resa palpabile dall´ombra, che diventa materia e simbolo dell´approssimarsi della morte, in quel tempo trascorso tra Napoli, Malta e la Sicilia dopo che, nell´estate del 1606, per avere ucciso in una lite di gioco Ranuccio Tomassoni, suo compagno di strada, era stato costretto a fuggire da Roma.
Nicola Spinosa, soprintendente al polo museale napoletano, curatore di questa mostra che andrà avanti fino al 23 gennaio e che dalla primavera sarà trasferita alla National Gallery di Londra, avverte con foga e passione: «E´ una vera esposizione di studi sull´ultimo periodo dell´artista, per mettere a fuoco i rapporti con l´area mediterranea, Napoli, Malta e la Sicilia, luoghi che trasformarono completamente il suo modo di fare arte, il suo punto di vista rispetto allo spazio, alla luce, all´essere e all´esistere dell´uomo».
Fu così forte e determinante l´incontro con l´area mediterranea, è così diverso l´ultimo Caravaggio?
«Ci fu un cambiamento profondo, completo. Fino all´arrivo a Napoli era ancora legato a una visione fortemente rinascimentale e in qualche modo umanistica. L´incontro con Napoli e l´area mediterranea progressivamente sconvolse una concezione che fino ad allora era stata, tutto sommato, classica e composta. L´impatto con una città densamente affollata dove la vita si svolgeva in vicoli stretti e bui con squarci di luce improvvisi trasformò il suo modo di fare arte. Per capirlo basta guardare Le opere della misericordia dove tutto avviene in un piccolo vicolo. Cambia il concetto di spazio che si dilata sempre più ma che non è misurabile in termini reali, geometricamente o prospetticamente definibile, perché la misura è data dall´uomo e dal tempo dell´azione dell´uomo, dal gesto. In questo senso il dipinto più significativo è il Martirio di Sant´Orsola dove lo spazio apparentemente quasi non esiste, è dato dal movimento del tiranno che scocca la freccia, dalla donna ferita, dalla mano di un uomo che cerca di bloccare il dardo senza riuscirci. E´ un frenetico susseguirsi di eventi ma neppure un gesto d´amore riesce a fermare il destino. Solo il fare arte si pone sopra il tempo estremamente limitato dell´esistere».
Il fare arte è la chiave di lettura dell´ultimo Caravaggio?
«Il fare arte è l´unico strumento che lo può riscattare, che prevarica il tempo dell´uomo, la condizione effimera della vita. E negli ultimi anni Caravaggio dipinse moltissimo, in quattro anni non meno di quaranta quadri anche se ne sono arrivati a noi la metà. In poche settimane a grande velocità eseguì opere di grandissime dimensioni: a Napoli, Le opere della Misericordia, a Malta la Decollazione del Battista, a Siracusa il Seppellimento di Santa Lucia, a Messina la Resurrezione di Lazzaro, a Palermo la Natività e poi torna a Napoli... Ha una grande voglia di fare perché il fare pittura è l´unico strumento che lo riscatta, che lo fa sentire capace di andare al di là delle contingenze umane. Questo fino al momento in cui seppe da Scipione Borghese che forse stava per essere perdonato dal Papa. Non arrivò a Roma ma ancora una volta riaffermò il potere dell´arte. Sulla feluca aveva tre dipinti che voleva donare a Scipione Borghese: il San Giovannino che ora è alla galleria Borghese, presente in mostra, una Maddalena di cui si sono perse le tracce di cui esponiamo una copia, un San Giovannino alla sorgente che forse abbiamo identificato e che è tra le nuove proposte dell´esposizione di Capodimonte. Proviene dalla Svizzera. Altra cosa importante è il confronto con Tiziano».
Tiziano?
«Quando andò a Genova dai Doria, Caravaggio vide il Cristo alla colonna di Tiziano. A lungo dato per perduto è stato ritrovato da Ferdinando Bologna. Lo esponiamo accanto alla Flagellazione di Caravaggio. Fu il suo precedente più illustre».
Il San Giovannino, Tiziano...ma non sono troppe le attribuzioni?
«Nelle prime sale presentiamo le opere certe mentre la seconda parte è riservata alle nuove proposte che finalmente si trovano a confronto con autentici capolavori. Da questo confronto si potranno capire molte cose. Il San Giovannino potrebbe essere davvero di Caravaggio, dipinto rapidamente con una pittura molto essenziale».
Ci sono nuove ipotesi anche sulla morte di Caravaggio?
«No. Caravaggio frequentava le osterie, il popolo, la realtà più vera e cruda. Fu ferito durante una rissa in un´osteria e non guarì mai. Quando durante il ritorno verso Roma fu fermato a Palo e fu costretto a tornare a piedi verso Porto Ercole morì. Forse per la fatica, forse per la malaria che lo colpì nelle paludi che attraversò. Ma aveva già consumato la sua esistenza, il fare arte e nel Martirio di Sant´Orsola aveva scritto il suo testamento: anche l´amore non blocca un destino di morte».

Repubblica 23.10.04
IL GRAN PITTORE DI CRUDE REALTÀ
Quando il maestro salpò sulla feluca che lo portò all'appuntamento con la morte, aveva con sé una "Maddalena" e due "San Giovanni"
Nell'ottobre del 1606 Caravaggio è a Napoli dove riceve una pioggia di commissioni che gli fanno accelerare i suoi già rapidi tempi di esecuzione
Capolavori. Questa è una rassegna di eccezionale intensità per come documenta gli ultimi quattro anni
La tecnica. L´artista rinunciò allo splendore cromatico della maturità in favore di un linguaggio più scarnificato
Tutti quadri eseguiti da quando il pittore fuggì precipitosamente da Roma per sottrarsi ad una condanna per omicidio
ANTONIO PINELLI

Napoli. Mettiamo subito le cose in chiaro. Quella che si apre in questi giorni a Napoli non è una mostra che pronuncia il nome di Caravaggio invano. Non è, in altre parole, una delle tante rassegne occasionali, che in mezzo ad uno stuolo di quadri eseguiti da comprimari e comparse, introducono un paio di tele del grande pittore lombardo, per potersi fregiare del suo nome nel titolo e sfruttarne l´irresistibile capacità di richiamo sul pubblico. Questa è, al contrario, una rassegna imperdibile e di eccezionale intensità, perché non divaga dal suo assunto, che è quello di documentare al meglio gli ultimi quattro anni di vita di Caravaggio, e lo fa nel modo più concreto, asciutto ed eloquente, e cioè esibendo, uno accanto all´altro, una ventina di suoi capolavori autografi: tutti quadri eseguiti durante quel breve, angoscioso ma incredibilmente fecondo periodo, che ebbe inizio il 28 maggio 1606, quando il pittore fuggì precipitosamente da Roma per sottrarsi ad una condanna per omicidio. Quattro anni vissuti febbrilmente tra Napoli, Malta, Siracusa, Messina, Palermo, e poi ancora Napoli, in un alternarsi sempre più concitato di luci e di ombre, proprio come nei suoi quadri, che si fanno sempre più vuoti e cupi, ma sferzati da lampi che fendono il buio e incendiano i colori. Quattro anni in fuga, conclusisi tragicamente in quel torrido luglio del 1610, quando il pittore fu ghermito dalla morte sul malarico litorale della Maremma, dov´era sbarcato in attesa di una grazia papale, che sarebbe beffardamente arrivata quando ormai non serviva più.
Le venti tele caravaggesche in mostra costituiscono praticamente l´intero catalogo tardo dell´artista giunto fino a noi, tranne poche eccezioni che si possono contare sulle dita di una mano, come il San Girolamo e la Decollazione del Battista di Malta, o la Natività, che purtroppo non è più ricomparsa da quando fu trafugata, più di trent´anni fa, privando della sua gemma più preziosa quel meraviglioso scrigno del Barocco siciliano che è l´Oratorio di San Lorenzo a Palermo.
A questa eccezionale concentrazione di capolavori, la mostra napoletana aggiunge un prezioso gruppo di antiche copie, che surrogano l´assenza di alcuni originali di cui si è persa la traccia, e cinque tele, che rappresentano altrettante nuove proposte attributive al catalogo delle opere estreme dell´artista. Proposte che innescheranno senza dubbio il consueto, vivace dibattito tra gli specialisti, ma che comunque possiedono tutti i crismi per essere prese in seria considerazione.
Passiamoli allora velocemente in rassegna questi quattro ultimi anni di vita di Caravaggio, con l´aiuto delle opere in mostra. Siamo nel maggio 1606: Caravaggio, trentacinquenne, è all´apice della fama, ma il suo carattere turbolento lo tradisce ancora una volta. Durante il «gioco della racchetta», per un futile diverbio su un fallo si accende una rissa, nel corso della quale l´artista ferisce a morte Ranuccio Tomassoni. Il mattino dopo il pittore fugge, trovando riparo tra Zagarolo, Paliano e Palestrina, feudi di quel Marzio Colonna che è imparentato con Costanza Sforza Colonna, feudataria del paese lombardo da cui il pittore proviene e trae il soprannome. Forte di queste protezioni, in poche settimane Caravaggio dipinge una Maddalena svenuta, che è probabilmente la stessa che portava con sé nel suo ultimo, tragico viaggio alla volta di Roma, e di cui restano un numero considerevole di repliche, nessuna delle quali è però riuscita ad imporsi come l´originale autografo senza sollevare corpose obiezioni da più parti. Risale probabilmente a questo periodo anche il S. Francesco in meditazione di Carpineto, di cui le indagini scientifiche hanno confermato l´autografia, degradando a copia il dipinto di identico soggetto che è nella chiesa romana dei Cappuccini.
L´altra opera in mostra che risale a questi mesi trascorsi nel Basso Lazio è la Cena in Emmaus di Brera, che qui a Napoli può essere confrontata con il dipinto londinese di egual soggetto, che Caravaggio aveva dipinto qualche anno prima. Un paragone illuminante per constatare la progressiva economia di mezzi conquistata dall´artista, che presto rinunciò allo splendore cromatico e al nitore illusivo del suo stile maturo, in favore di un linguaggio più scarnificato, che riduce all´osso la forma.
Ai primi di ottobre del 1606 Caravaggio è a Napoli, dove riceve una pioggia di commissioni, cui fa fronte accelerando i suoi già rapidi tempi di esecuzione. In otto mesi escono dal suo pennello la pala con le Sette Opere di Misericordia, sconvolgente esempio di sintesi spaziale e di concentrato realismo, in cui l´artista infonde tutta l´urgenza morale di un sentimento della fede imperniato sulla pietà per gli umili e sulla concretezza di una misericordia corporale di schietta impronta lombarda. Seguono la Flagellazione per S. Domenico Maggiore, forse conclusa durante il secondo soggiorno napoletano (come suggerisce F. Bologna), e la Crocifissione di S. Andrea, tela che alcuni preferiscono posticipare al secondo periodo napoletano.
Ma è tempo per il pittore di mettersi di nuovo in viaggio, questa volta per Malta, dove sbarca nel luglio 1607. Segue poco più di un anno di relativa serenità e colmo di soddisfazioni. Il Gran Maestro Alof de Wignacourt si serve del pittore come artista di corte e ottiene la deroga papale per ammetterlo nell´Ordine. Caravaggio dipinge una serie di capolavori, tra cui spicca la Decollazione del Battista, un´opera cupa e opprimente, di violenta intensità emotiva, che il pittore ha voluto firmare ricavando il proprio nome dalla pozza di sangue che sgorga dal tronco del Santo decollato. Risale al periodo maltese anche un San Giovannino alla fonte, di cui la mostra propone due versioni, una sola delle quali, a mio parere, può aspirare ad essere ritenuta autografa: quella che si concentra sul busto del santo, che si protende nell´atto di abbeverarsi.
Ma ancora una volta, nell´agosto 1608, il pittore partecipa ad una rissa, è imprigionato e, senza attendere la sentenza che lo espellerà dall´Ordine, fugge con una corda dal carcere e approda avventurosamente a Siracusa. Per un anno circa il pittore sosta in Sicilia, lasciando a Siracusa, Messina e Palermo tele in cui ormai il buio dilaga, inghiottendo gran parte della scena, e l´azione si condensa in un unico, intensissimo attimo, bloccata come in un fotogramma, dove volti, corpi, espressioni sono colti di sorpresa da sciabolate di luce battente: la realtà rivelata nella sua nuda e attimale fenomenicità, nel suo accadere «qui e ora», sorpresa in flagrante.
Ma è tempo ormai di tornare a Napoli, dove nell´ottobre del 1609 il pittore subisce una misteriosa aggressione in un´osteria, ma senza che questo pregiudichi più di tanto la sua prodigiosa fertilità creativa: nascono, una dopo l´altra, opere come l´Annunciazione di Nancy, il David e il Battista Borghese, note da tempo, ed altre che sono state acquisite dagli studi solo di recente, come la Negazione di Pietro, venuta in prestito dal Metropolitan di New York o Il martirio di Sant´Orsola. Tele che erano ancora fresche di vernice, quando Caravaggio, portando con sé una Maddalena e due San Giovanni Battista, salpa sulla feluca che lo porterà all´ultimo, fatale appuntamento con la morte sul litorale di Port´Ercole. Un epilogo amarissimo, cui non mancherà neppure il sinistro volteggiare degli avvoltoi, perché i rapaci protettori del pittore si disputeranno senza risparmio di colpi quei suoi tre ultimi quadri.