martedì 21 ottobre 2003

Le trasmissioni con Marco Bellocchio
sono ora sulla rete
e alla libreria AMORE E PSICHE

Anche le due trasmissioni più recenti di RadioTre RAI con Marco Bellocchio
("Hollywood Party" di venerdì 17.10.03 e "I luoghi della vita" di domenica 19.10.03)
sono adesso disponibili - insieme a tutti i materiali audio e video precedenti -
sul sito di Matteo Fago e William Santero, mawivideo.it

(per andarci basta cliccare QUI).

nei locali della Libreria AMORE E PSICHE
- grazie ad Annalina Ferrante-
è disponibile un CD - non in vendita - per ascoltare  queste stesse trasmissioni.
 
Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61- Roma
info: 06/6783908
amorepsiche2003@libero.it
 
gli orari della Libreria sono:
lunedi 15-20
dal venerdi al sabato 10-20

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LA VIDEOCASSETTA DELLE LEZIONI DI CHIETI (n.11/12)
DEL PROF. MASSIMO FAGIOLI

È DISPONIBILE A ROMA ALLA LIBRERIA AMORE E PSICHE E A FIRENZE DASTRATAGEMMA


come anche il numero 4/2003 della rivista
"IL SOGNO DELLA FARFALLA"

l'articolo di Roberto Escobar
citato al Lunedì

Il Sole 24ore, domenica 19.10.03
«The Dreamers» di Bertolucci perde la spinta dopo le sequenze iniziali e indulge a uno sterile estetismo
Fuga dal cinema quasi perfetta
di Roberto Escobar


È uno di noi, quel ragazzino magro che parla davanti alla Cinémateque, verso l'inizio di "The Dreamers" (Italia, Francia e Gran Bretagna, 2003, 120'). Come noi, nel 1968 aveva su per giù vent'anni. Per noi, appunto, il suo nome è Antoine Doinel - nato e vissuto in cinque film di Françoise Truffaut, da "Les 400 coups" (1959) a "L'amour en fuite" (1979) - anche se all'anagrafe è iscritto come Jean-Pierre Léaud. Bertolucci ce lo mostra ventenne, quel nostro ormai antico alter ego, in immagini di repertorio che riemergono dal passato, familiari e spaesanti. E ce lo mostra anche cinquantenne - non più Doinel, ma ormai solo Léaud -, in montaggio alternato con quel suo e nostro fantasma di trenta e più anni fa.
Non c'è dubbio, il film che Bertolucci trae da un romanzo di Gilbert Adair vuole essere "per noi", per noi che, seduti in platea, abbiamo imparato la vita. Ce lo ha detto e ridetto, L'autore di "Prima della rivoluzione"(1964) e "Strategia del ragno" (1970): quel che racconto è l'amore per il cinema, oltre che «lo spirito di quel momento... la certezza di un futuro di speranza». Noi lo abbiamo ben capito, e ora siamo - di nuovo e sempre - seduti in platea, nella certezza o almeno nella speranza, di "imparare" un po' di più la vita.
Ci riconosciamo in Doinel e in Léaud (più nel primo che nel secondo). Ci riconosciamo in quei folli che si siedono nelle prime file, forse per catturare le immagini uscite dallo schermo prima che tornino nel proiettore, come dice la voce narrante di Matthew (Michael Pitt), o forse per entrarci ben dentro, nella vita che vive in quello schermo.
Quelli folli siamo noi. E lo siamo anche quando discutono e litigano su chi sia più grande, se Buster Keaton o Charlie Chaplin. Così siamo stati e così siamo: convinti non che la vita al cinema sia una metafora della vita fuori dal cinema, ma proprio che questa sia una metafora di quella.
Così, come se fossimo anche noi, fra i giovani e i meno giovani parigini che difendono la Cinémateque di Henri Langlois dagli attacchi di André Malraux, ce ne andiamo lungo la Senna, discutendo di cinema e di vita con Mattew, Isabelle (Eva Green) e Theo (Louis Garrel). Poi, quando fa buio, ci facciamo portare da un gran bel "movimento di macchina" oltre un certo ponte e poi giù, lungo una scalinata che solo si intuisce. Ci fermiamo qualche passo indietro e li lasciamo andare, giusto in tempo per vedere le loro ombre che scendono e quasi affondano nel tempo, ingigantite su un muro illuminato al pari di uno schermo cinematografico.
E dopo? Che cosa succede dopo? Perché, pian piano, non ci sentiamo più dentro lo schermo? Perché ci alzeremmo volentieri dalle prime file, se il dovere del recensore - il contrario del piacere dello spettatore - non ci tenesse al nostro posto, insofferenti e con l'occhio all'orologio?
Succede,dunque, che Bertolucci non abbia più molto da dire, o che in ogni caso non riesca a dire più molto. S'è tutto speso nelle prime sequenze, e ora ha da raccontare una storia svuotata. Si trova tra le mani tre personaggi molto bellini, molto ben vestiti, molto "somiglianti" ai ventenni d'allora, soprattutto a quelli che Truffaut proprio non sopportava, e a cui alludeva nel 1973 in una lettera dura e sincera a Jean-Luc Godard. Tu, gli dice, hai intorno gente che ti applaude qualunque cosa tu faccia, gente che appartiene a «quella gauche elegante che va da Susan Sontag a Bertolucci»
Non abbiamo dubbi, noi, su chi sia davvero grande, fra Godard e Truffaut. Sarà forse anche per questo che, dopo le prime sequenze, non sentiamo più vita e non vediamo più cinema nello schermo di "The Dreamers". Ogni particolare è elegante. Ogni dettaglio degli interni è strepitoso. Ogni inquadratura è (quasi) perfetta, magari con tanto di riflessi negli specchi. Eppure non si sentono e non si vedono le anime di Matthew e di Isabelle e di Theo.
Ci sono invece i loro corpi, sui quali Bertolucci insiste e infierisce, come se al posto di una macchina da presa usasse gli strumenti di un perito settore. D'altra parte, e per restare in tema, le citazioni di vecchi classici in bianco e nero sono anch'esse meno espressive che tecniche, meno vissute che dissezionate, meno cinefile che cinecrofile.
C'è da dire poi della comicità involontaria di molte fra le inquadrature più "definitive" (piacciono a Bertlucci, queste inquadrature, come se con ciascuna di esse inseguisse una poeticità che sempre gli si sottrae). Ora, ci basta ricordare la penultima sequenza, con Isabelle che regge il tubo del gas fra i suoi due compagni, e con quel patetico sasso che rompe i vetri. Insomma, cacciata dalla porta, la vita ritorna dalla finestra.
Quanto al cinema, ci toccherà cercarlo altrove.

su clorofilla.it
un articolo di Livia Profeti

(ricevuto da Tonino Scrimenti)

clorofilla.it 16.10.03
I sogni che non vogliamo più fare
di Livia Profeti

(l'originale, con immagini e collegamenti, può essere raggiunto cliccando QUI)


Roma - Parlando del suo ultimo film, The dreamers, Bernardo Bertolucci si è espresso in questi termini: «In comune (con il suo Ultimo tango a Parigi) c'è Parigi e l'inizio e la fine di un'epoca. Ma in Tango gli anni '60 portavano a un finale tragico, in questo film c'è una leggerezza diversa, che in Tango non c'era, che io non avevo». Questa “leggerezza”, a parere di molti critici cinematografici, sta soprattutto nella scoperta del sesso e dell’amore, della libertà senza freni inibitori, nella speranza di cambiare il mondo dei tre giovani protagonisti - due fratelli gemelli parigini e un ragazzo americano.
Se si va a vedere il film con queste premesse se ne esce attoniti, e le prime domande che spontaneamente emergono sono: ma che film hanno visto i critici che si sono espressi con quei toni? E Bertolucci come fa a parlare di “leggerezza”? Alla fine del primo tempo si resiste a stento alla fuga, tanto sono fredde e pesanti le immagini dei due annoiati figli di intellettuali borghesi, fratello e sorella legati da un rapporto incestuoso, solleticati dal “divertimento” di coinvolgere in questo menage malato un ragazzo americano apparentemente ingenuo.
La prima parte scorre così tra masturbazioni varie, corpi nudi da spot pubblicitario, urine nel lavandino, fantasticherie di vivere come in un film, ripetendo nella vita reale scene cinematografiche famose. Nel secondo tempo si chiarisce la positività della figura del ragazzo americano, il quale però non riuscirà a spezzare il circolo chiuso e vizioso del rapporto tra i due gemelli siamesi. Eroe positivo ma inutile, perché anche se farà perdere la verginità alla ragazza non la libererà con questo dal controllo del lucidissimo fratello. E così lei, anziché seguirlo in una ricerca non violenta di libertà, si farà trascinare dal gemello inseparabile a lanciare bottiglie molotov contro la polizia, in un prologo (negato dal regista), di quella lotta armata che anni dopo suiciderà definitivamente il movimento del ’68. Tendenza suicida tra l’altro annunciata solo qualche scena prima.
Cercasi speranza disperatamente, ma in questo film, dov’è? Forse nel ragazzo americano che, come sostiene Bertolucci, rappresenta la non violenza tipica del movimento statunitense? In tal caso non sembra una speranza sulla quale riporre troppa fiducia se è vero, come dichiara proprio un regista americano, Gus Van Sant in un’intervista l’Unità di ieri, che i ragazzi  americani «degli anni ’60, quelli di “pace e amore”, sono diventati esattamente come i loro genitori, come la generazione che contestavano». Ovvero come i genitori borghesi dei due fratelli parigini, i quali, rientrando dopo un mese di assenza in una casa sporca e disastrata e sorprendendo i tre giovani nudi e ubriachi a dormire sotto una tenda da regressione infantile (alla faccia dell’”iniziazione” alla vita adulta …), non trovano meglio da fare che togliersi di mezzo (senza però dimenticare di lasciargli i soldi), rispettando così la loro ricerca di “libertà”. O meglio, direi io, lasciandogli la libertà di suicidarsi, il cui tentativo avverrà infatti subito dopo, in perfetta obbedienza al volere dei “padri” e delle “madri”: e se non muoiono che almeno si facciano molto male, perché è bene che imparino che ribellarsi non è possibile senza rischiare la morte.
Cosa ci vuol dire Bertolucci con le immagini di questo film, aldilà delle interviste che rilascia sui giornali? Che è stata questa realtà malata e perversa e francamente brutta ad essere all’origine del ’68? Sembra un po’ troppo, anche a chi il ’68 non lo idealizza come invece a parole fa il regista stesso. Stando alle sue dichiarazioni egli sostiene che il suo film è contro i “revisionismi” e per il presente, dedicato ai giovani di ora che non sognano più come quelli dell’epoca. Ed insieme a lui molti critici cinematografici esaltano la “libertà” espressa nel film e sperano che i giovani recuperino quella capacità di “sognare”. Il sospetto maligno è che siano simili ai genitori del film, a quegli adulti di cui parla Gus Van Sant. 
Inoltre The dreamers viene spesso accostato a Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, di cui viene persino definito il «fratello» (Paolo D’Agostini su La Repubblica dell’11 ottobre). D’altro canto lo stesso Bertolucci rivendica una “fratellanza” con il regista piacentino, dichiarando che hanno «percorso destini paralleli, anche se dagli anni '60 ciascuno è andato per la sua strada». Strade diverse, quindi, salvo essere entrambi oggi «due vecchi elefanti feriti», definizione sulla quale il presunto “fratello” ha ironizzato, accettandola solo nel senso della longevità.
Comunque anche Bellocchio ha rivendicato l’attualità del suo ultimo film. Opponendosi alle accuse di avere con esso sostenuto una tesi politica, ha sostenuto che la sua “infedeltà” alla vicenda storica del caso Moro è legata al presente e che quindi Chiara, la protagonista, non è la brigatista Braghetti. Questa suggestione mi suggerisce un possibile confronto tra i due film incentrato proprio sulle rispettive immagini femminili, partendo dai due diversi finali: la ragazza di Bertolucci segue il fratello ammaliato dal libretto rosso nel lancio delle molotov, mentre quella di Bellocchio libera Aldo Moro anziché ucciderlo. Una bella differenza. Se entrambi parlano del presente, in quale immagine femminile odierna converrebbe riporre la speranza?
Barbara Palombelli, in una recente intervista a Bellocchio, nel chiedergli quanto avesse influito nella sua ricerca artistica il rapporto con lo psichiatra Massimo Fagioli, gli ha ricordato che tanti registi della sua età, negli anni ’60 e ’70, si rivolsero alla psicanalisi. Il regista, sottolineando che il suo approccio iniziale non fu “estetico” ma molto concretamente dovuto alla necessità di curarsi, ha anche risposto che «c’è psichiatra e psichiatra». Bertolucci, sostenendo che «dietro ogni regista c’è un voyeur, il bambino che spiava i genitori nella camera da letto, ovvero quella scena tremenda da cui non riesci a distogliere lo sguardo, la scena primaria», rivendica la sua vicinanza all’analisi individuale di freudiana memoria, mentre di Bellocchio è ben conosciuta la frequentazione quasi trentennale dei seminari di analisi collettiva.
C’è psichiatra e psichiatra, ma c’è anche, e soprattutto, teoria e teoria. Nel 1971, con Istinto di morte e conoscenza, nasce una teoria della fisiologia e della patologia della mente umana basata sul non cosciente, la quale però non ha alcuna derivazione psicanalitica, bensì è prettamente psichiatrica. Sulla base di questa teoria Fagioli conduce dal 1975 un’originale forma di cura, formazione e ricerca che è nata proprio dalla spontanea affluenza di centinaia di “reduci” del ’68. Questo straordinario fenomeno - nel quale le stesse persone che avevano precedentemente invocato l’“immaginazione al potere” chiedevano ora ad uno psichiatra di interpretare pubblicamente i loro sogni - si è trasformato in un’ulteriore ricerca sulle dinamiche inconsce dalla quale è emersa la Scuola Romana di Psichiatria e Psicoterapia.
Nel corso di quasi trent’anni sono migliaia gli ex sessantottini che non sono finiti suicidi, drogati, terroristi o, in una rocambolesca inversione, militanti nelle file della destra politica, e nel rapporto con essi lo psichiatra Fagioli ha sviluppato una ricerca critica sul ’68 espressa in due saggi, rispettivamente del 1985 e del 1999*. È quindi lecito ipotizzare che partecipare a questa cura e a questa ricerca ha consentito a Marco Bellocchio di fare del passato un passato, e di proporre oggi un’immagine femminile nuova che può separarsi dal padre senza ucciderlo e senza uccidersi. Diversamente, il film di Bertolucci è un film sul passato, e non solo non è la rappresentazione di una speranza plausibile da proporre ai giovani d’oggi, ma è anche una bugia, nel senso di presentare una situazione storicamente determinata come “oggettiva”, eterna, quando invece non lo è.
Oggettiva è piuttosto la possibilità umana di “inventare” qualcosa di nuovo, come fisiologicamente è, o dovrebbe essere, nei giovani. Recuperare una possibilità sociale di “sognare”, come sostiene Bertolucci, sarebbe effettivamente importante, ma la ribellione giovanile degli anni ’60 e ’70 è fallita anche perché «alcuni gestivano la lucidità perversa di condurre deliberatamente gli altri alla distruzione»*, come poi è rappresentato dallo stesso regista nella figura del fratello gemello, il finto sognatore del suo film.
Alla luce di trenta anni di storia è legittimo oggi sostenere che i sogni rappresentati da Bertolucci sono ben diversi da quelli di Bellocchio, che i due film non sono affatto fratelli, che i due registi potevano anche esserlo un tempo, ma ora non lo sono più. E’ legittimo ma è soprattutto importante, perché se nella capacità giovanile di sognare risiede la speranza in un futuro migliore, è nella qualità dei loro sogni che risiede la possibilità concreta di non ripetere errori passati.

* Cfr. Il sogno della farfalla, Nuove Edizioni Romane, n.1/1999

Umberto Curi su MICROMEGA
a proposito di "Buongiorno, notte"

(ricevuto da Francesca Caddeo)

MICROMEGA ottobre 2003, pp 187-192

LA SETTIMA ARTE
LA TRAGEDIA MORO, ALLA LETTERA


Buongiorno, notte di Bellocchio non è una ricostruzione storica (come ottusi interpreti hanno sostenuto) né ancor meno un'analisi ideologica-politica del terrorismo, ma una vera e propria meditatio mortis, erede di una tradizione che attraversa fin dalle origini la storia della cultura occidentale

di UMBERTO CURI


C'è un passaggio, nell'Antigone di Sofocle, che da sempre ha procurato seri grattacapi agli interpreti, in difficoltà nel chiarire il nesso logico fra lo svolgimento pregresso degli avvenimenti e quanto sta per verificarsi sulla scena. La sentinella posta a guardia della salma di Polinice, affinché nessuno osasse violare l'editto del re che ne impediva la sepoltura, ha appena finito di raccontare al sovrano che qualcuno è riuscito ad eludere la sorveglianza. ricoprendo di terra il cadavere. A questo punto, l'azione drammatica, l'agire (dran, appunto) degli attori si interrompe. Il coro, da fermo (si tratta. infatti, di uno stasimos, di una parte recitata in stasis, in quiete) prorompe in una orazione destinata a diventare celeberrima: «Molte sono le cose terribili, ma la cosa più terribile è l'uomo». All'uomo, prosegue il coro, nulla è precluso: la padronanza della conoscenza e del pensiero, il dominio delle tecniche, la capacità di solcare il mare e di estrarre nutrimento dai campi, la cattura delle fiere e il soggiogamento degli animali. la costruzione della società e la difesa dalle intemperie. In una parola, egli è panto-poros, in ogni situazione è capace di trovare una strada per venirne a capo. Ma insieme, egli resta irriducibilmente a-poros, privo di ogni via d'uscita, e quindi destinato a soccombere, di fronte alla morte.

"Buongiorno, notte" si presenta come ripresa diretta dello stasimo sofocleo, come una vera e propria meditatio mortis, erede di una lunga tradizione, che attraversa fin dalle origini la storia della cultura occidentale, da Platone fino a Heidegger. Nel misurarsi col tema del rapimento di Aldo Moro, la scelta compiuta da Bellocchio è evidente, già dalle primissime inquadrature. Non si tratterà affatto di una ricostruzione di carattere storico (come invece molti ottusi interpreti hanno sostenuto), né ancor meno di un'analisi in chiave ideologico-politica del terrorismo. Nulla a che vedere, dunque, con film come quelli di Giuseppe Ferrara ("Il caso Moro") o di Renzo Martinelli ("Via delle cinque Lune"), accodati alla lettura dietrologica della lotta armata, così a lungo sciaguratamente in voga in campo sociologico e politologíco. Bellocchio non concepisce il cinema - certamente non in questo film - come un luogo nel quale scimmiottare gli scienziati della politica o gli indagatori di fenomeni sociali. Non ritiene che un'opera cinematografica debba allinearsi, o sostituirsi, a una saggistica che, tra l'altro, già ha dato pessima prova di sé nell'analisi di una realtà così controversa, quale è stata l'esperienza delle formazioni combattenti lungo gli anni Settanta. Con buona pace di coloro che hanno osannato il film per averci «detto la verità» sul caso Moro, tutto ciò resta estraneo al progetto e alla concreta realizzazione di "Buongiorno, notte".

Piuttosto, rimanendo fedele al registro delle sue opere più recenti, dal "Principe di Homburg" fino a "L'ora di religione", l'autore si tiene alla larga dalla scomposta e spesso indecente mischia di coloro che, da trent'anni a questa parte, ci hanno «spiegato» non solo che cos'è stato, ma che cos'è nella sua «essenza», il fenomeno impropriamente chiamato terrorismo. Cercare nel film un'ennesima interpretazione degli «anni di piombo», sostenere, come viceversa ci si ostina a fare, perfino a dispetto di ogni evidenza, che il regista piacentino abbia inteso proporre una visione più o meno innovativa delle «ragioni» che sono state all'origine di quella stagione, e più specificamente del rapimento e dell'omicidio di Aldo Moro, vorrebbe dire precludersi la possibilità di comprendere su quale piano, con quali specifici strumenti, e soprattutto. assecondando quali interrogativi, Bellocchio si sia accostato alla vicenda del presidente della Democrazia cristiana.

Al contrario, questa intensa opera recente si propone davvero come uno stasimo, come una pausa nella frenetica consecuzione degli eventi, in cui si articola il drama, per sostare a riflettere non già su un evento certo importante, ma pur sempre circoscritto, della storia politica italiana, quanto piuttosto su tutto ciò che fa di quell'evento una fra le molte espressioni dell'autentico mistero rappresentato dalla morte, soprattutto quando essa intervenga come conseguenza di una decisione che alcuni uomini assumono a scapito di un loro simile. Di qui il fatto che, sotto il profilo tipologico, il film non si presenti affatto come un saggio o un'indagine storico-politica, ma abbia piuttosto il tono, l'austerità, il timbro inconfondibile della grande tragedia classica.

Tutto ciò risulta evidente sulla base di una molteplicità di aspetti, che resterebbero viceversa incomprensibili ove l'opera intendesse inserirsi nel filone dei numerosi prodotti di documentazione o di denuncia sociologica. Anzitutto, il riferimento speculare (con un uso molto sofisticato della tecnica di mise en abyme) alla sceneggiatura del film, unico documento fra quelli estratti dalle borse dello statista rapito, sul quale indugi la camera, proprio mentre tutti gli altri vengono ostentatamente gettati via dal capo dei brigatisti. Quasi a dire, con evidenza perfino didattica, che del «caso Moro» ciò che davvero interessa - o sul quale, in ogni caso, interessa al regista soffermarsi - non sono affatto le carte dalle quali le Br si attendevano di conoscere gli arcana del potere democristiano, quelle carte a lungo contese che daranno adito successivamente a torbide manovre e misteriose manomissioni, bensì semplicemente la sceneggiatura di un film. il cui titolo, tra l'altro, riproduce un enigmatico verso di Emily Dickinson. Sul piano della ricostruzione storica, tutto ciò non potrebbe che essere considerato un falso. Sul piano drammaturgico, questo dettaglio apparentemente insignificante ci offre la chiave per capire fin dall'inizio su quale piano intenda disporsi la ricerca che Bellocchio svolge, prendendo semplicemente spunto da quella dolorosa vicenda.

Ancora più importante, perché attinente al principio di individuazione dell'opera cinematografica in quanto tale, è poi un secondo ordine di considerazioni, riguardanti le opzioni compiute sul piano del linguaggio. Quanto di meno «realistico» si possa immaginare, quanto di più inadatto a funzionare come linguaggio adatto al saggio o alla ricostruzione documentaristica. Ciò a cui si assiste, al contrario, è il funzionamento di uno stile espressivo che procede sempre deliberatamente oltre la nuda «datità» degli eventi, che perfora i personaggi e li scopre come persone, che si addentra nei meandri oscuri delle loro intelligenze e della loro anima, senza minimamente attardarsi a descriverne semplicemente le gesta - le «cose fatte». Di qui la mancanza di qualsiasi intonazione anche solo vagamente eroica nella rappresentazione dei protagonisti della vicenda - non dei brigatisti, certo, ma neppure dello stesso Moro - tutti accomunati dal condividere una condizione umana fragile ed esposta, perennemente sospesa sull`abisso incombente della morte. Tutti, lo statista e i brigatisti, il prigioniero e i suoi carcerieri, nonostante i «ruoli» diversi, obbligati a collaudare su se stessi quell'impossibilità di «trovare strade» di fronte alla morte, a cui si riferisce il coro dell'Antigone.

Di qui il ricorso sistematico, non episodico, né incidentale, ma strutturale, ad una pluralità di inserti che intenzionalmente scompaginano la trama «ordinata» dell'opera, che agiscono come manomissione della linearità del tempo e dell'unità dello spazio, evocando eventi, luoghi, circostanze, volti, altri e lontani, rispetto al kosmos dell'Italia anni Settanta. Gli eccidi perpetrati dai nazifascisti ai danni dei partigiani, ma insieme anche i crimini compiuti all'ombra delle bandiere rosse dello stalinismo. Non già per sostenere una tesi, di per sé al tempo stesso banale e storicamente fuorviante, quale è quella dell'identità degli opposti totalitarismi, quanto piuttosto per far letteralmente lampeggiare, con l'uso di un bianco e nero funebre e insieme abbagliante, una molteplicità di altre tragedie, una miriade di altri «casi», dai quali far risaltare il tema davvero centrale, se non esclusivo, del film: l'insondabile e angosciante situazione che si crea quando alcuni uomini giungono a decretare la morte di un proprio simile.

A questa opzione linguistica, realizzata con una coerenza e un rigore davvero ammirevoli, per la quale nessuna concessione è fatta ad uno stile anche solo lontanamente assimilabile a quello della ricostruzione storica, corrispondono poi una serie di altre scelte di dettaglio, univocamente orientate a spostare totalmente il fuoco della ricerca dal piano della documentazione a quello della meditatío mortis. La meticolosa cancellazione di tutti i più importanti «fatti» che hanno accompagnato la prigionia dello statista: il lago della Duchessa, la scoperta del primo covo nel quale egli fu detenuto, le polemiche fra il fronte della fermezza e quello della trattativa, le discussioni sul rilascio unilaterale di alcuni prigionieri politici, i numerosi tentativi di stabilire contatti con i sequestratori, il contemporaneo svolgersi di altre imprese armate, il varo di alcune durissime misure di legislazione d'emergenza, le manovre di servizi stranieri interessati a interferire nella vicenda - tutto ciò, vale a dire proprio i «fatti», dai quali una ricostruzione. storica non potrebbe in alcun modo prescindere, e più in generale tutto ciò che accade al di fuori del luogo in cui si svolge il periodico faccia a faccia fra Moro e i suoi carcerieri, o nell'ufficio in cui lavora la «vivandiera» del covo, tutto ciò entra nel film solo ed esclusivamente attraverso la televisione.

In questa stessa prospettiva, obbedendo alla. stessa rigorosissima clausola di stile, vanno interpretati inoltre anche altri aspetti, concorrenti nella sistematica destoricizzazione della vicenda il ricorso alla figura di un attore, e ad una forma di recitazione, come quella di Roberto Herlitzka, raramente comparso sugli schernii, e invece più abitualmente a suo agio come protagonista teatrale, soprattutto nei panni di un personaggio come Edipo nell'omonima tragedia di Sofocle. La rinuncia a cercare la verosimiglianza, «truccando» gli attori, col rischio di scadere nella caricatura. La cancellazione (di per sé non necessaria, e anzi controindicata, in un film che volesse restare aderente alla realtà storica) dei nomi originali. E, infine, la stessa conclusione dell'opera, lasciata aperta, a dispetto di ogni «verità» storica, fra i preliminari dell'esecuzione e il conseguimento della libertà del prigioniero, al punto che, restando all'interno del film (come dovrebbe essere doveroso fare), è impossíbile stabilire quale sia stato il destino del leader democristiano. Unica eccezione, una sorta di innocuo divertissement, che tuttavia coincide con una fra le pochissime sbavature riscontrabili, lo sberleffo della seduta spiritica, la quale tuttavia, inserita in una trama così fortemente derealizzata, finisce per accrescere, col ricorso al sarcasmo, la distanza dell'opera da ogni intento di mera ricostruzione cronachistica, di cui invece riferisce pressoché ininterrottamente (sigle di inizio e di fine delle trasmissioni incluse) la televisione.

È, questo, uno degli aspetti più caratteristici, e complessivamente più riusciti, del film. La storia, intendendo per essa la descrizione degli avvenimenti che si sono effettivamente verificati in quei terribili giorni di marzo, è raccontata non dal film, ma dalla televisione. Nulla di ciò che allora accadde, dal sequestro fino alla cerimonia funebre per onorare lo statista assassinato, è «girato» da Bellocchio, il quale invece affida ad un altro medium, ad un altro Iinguaggio, quello della televisione appunto, il compito di riferirci «come sono andate le cose». Mentre l'occhio della camera. l'attenzione dell'autore, sono interamente concentrati su quanto accade al'interno deIl'appartamento, e più ancora nel cuore e nella testa di coloro che in esso trascorrono 55 giorni. I due piani - quello della vicenda cinematografica e quello della cronaca televisiva - scorrono in parallelo senza mai né coincidere né incontrarsi. Al contrario, ciò che peculiarmente ne caratterizza il rapporto è la radicale e irrimediabile alterità dell'uno rispetto all'altro, l'incommensurabilità fra la descrizione del sequestro Moro raccontata dalla televisione, e ciò a cui il film è rivolto, nel momento in cui cerca di penetrare nelle emozioni, nelle intelligenze, e nei sogni di quegli esseri umani che hanno vissuto davvero quella inquietante esperienza.

Da questo punto di vista, l'accostamento più appropriato per "Buongiorno, notte" non è affatto, come già si è detto, con film solo apparentemente omologhi, quali i tanti esempi di cinema di denuncia o di impegno civile (pochi apprezzabili, molti insopportabili), ma semmai con altre opere intensivamente tragiche, altre esplorazioni ai confini di quell'insondabile mistero che è rappresentato dall'animo umano. A parte l'ineguagliabile paradigma della tragedia greca, fra le opere cinematografiche degli ultimi decenni quella che, per molti aspetti, potrebbe essere avvicinata a questa matura prova di Beflocchio è certamente "Apocalypse now". Anche qui, non un generico film «sul Vietnam», né tanto meno un film «di guerra», o una condanna di atrocità commesse. Ma un viaggio alla scoperta del «cuore di tenebra» (come, notoriamente suona il titolo del romanzo di Conrad al quale il film si ispira), una amara e dolente meditazione sugli abissi imperscrutabili che si trovano in ciascuno di noi, una riflessione ai limiti del mistero, non già con l'intento di «spiegarlo», ma esattamente all'opposto per restituircene tutta l'inesplicabile e angosciosa persistenza.

La «notte» a cui, riprendendo la Dickinson, Bellocchio dà il benvenuto, è per l'appunto la notte nella quale ci imbattiamo ogni volta che, di fronte ad autentiche tragedie, come quella del cosiddetto «caso Moro», cerchiamo di capire, di ricondurre a razionalità, di spiegare compiutamente. È la notte della ragione, nella quale compaiono quegli stessi fantasmi che abitano in ciascuno di noi, e che nessun esorcismo potrà mai definitivamente far dileguare. È la notte senza luce, ma anche senza logos, senza parola e senza ragione, nella quale ci muoviamo quando ci sforziamo inutilmente di capire che cosa mai possa spingere un uomo, vale a dire colui il cui destino e la cui stessa essenza è quella di essere mortale, a decretare la morte di un altro uomo.

Su questa essenza intimamente tragica, sull'enigma lacerante che è rappresentato dall'assistere alla vicenda di uomini che si fanno artefici della morte altrui, anziché agire almeno per ritardare quell'evento fatale; sul paradosso di una prigionia di uno realizzata in nome della liberazione di tutti, di una pace costruita sulla generalizzazione della guerra, di una filantropia che si esprime attraverso l'odio, dì una democrazia annunciata dal dispotismo; su questo groviglio inestrìcabile, per il quale tante vite umane sono state immolate - su questa autentica tragedia, senza la luciferina pretesa di spíegare, senza l'ambizione di capire, si ferma, indugia, medita, con sobria compostezza, il film di Bellocchio.

Di fronte a queste tenebre, all'impossibilità di squarciarle con la luce di una razionalità che pretenda di tutto comprendere e tutto spiegare, le uniche parole possibili - da proferire sostando, consapevoli dell'enunciazione di una verità che non redime una volta per tutte, di una salvezza che cade - sono quelle di Sofocle: «Molte sono le cose terribili, ma la cosa più tremenda è l'uomo».

la recensione di CIAK

(ricevuto da Roberta Mancini)

CIAK ottobre 2003
Partendo dalla cronaca del sequestro Moro, Bellocchio firma un film intimo che approda al sogno e all'inconscio


Italia, 2003
Regia Marco Ballocchio
Interpreti Maya Sansa, Luigi Lo Cascio
Sceneggiatura Marco Bellocchio
Produzione Filmalbatros e Raicinema
Distribuzione 01 Distribution
Durata 1 h 45'


Dopo "Il sorriso di mia madre" - era il titolo iniziale di "L'ora di religione" - ecco il sorriso del padre. Non solo per la dedica esplicita nei titoli di testa. «Le scene in cui Aldo Moro (uno straordinario Roberto Nerlitzka, ndr.) passeggia libero nell'appartamento», confessa infatti Marco Bellocchio «ricordano le passeggiate notturne di mio padre, quando non dormiva e ci veniva a guardare». E ancora: «È morto quando ero adolescente e per anni ho rimosso il suo ricordo, mi faceva stare troppo male». Parole che, forse non casualmente, somigliano molto a quelle che nel film dice Mariano (un asciutto Luigi Lo Cascio) rispetto alla figlia, cancellata dopo il divorzio per abbracciare totalmente l'insensatezza della lotta armata. Elementi, non ultimo il fatto che il padre dirige il figlio Pier Giorgio Bellocchio (più maturo ed efficace rispetto ai tempi di "La balia"), che servono a confermare come "Buongiorno, notte" sia qualcosa di assai più complesso e sottile di un film politico sulla morte di Aldo Moro. Anzi, curiosamente (ma non troppo), Bellocchio firma un film complementare a "The Dreamers" di Bertolucci, ugualmente tangenziale rispetto alla Storia, ugualmente chiuso in un appartamento, ugualmente contrassegnato da personali conti col tempo e dal rapporto fra generazioni. Diversi sono però il processo creativo, l'emozione e soprattutto l'animo del sognatore. Bellocchio parte dalla cronaca della prigionia di Moro (il libro Il prigioniero di Maria Laura Braghetti, Feltrinelli) e utilizza la televisione come finestra sempre aperta sul reale, ma gradualmente si concentra sulla storia intima di Chiara (un'intensa e bravissima Maya Sansa), vivandiera delle Br. È lei l'epicentro della complessa, ma limpida dialettica fra dentro e fuori che è l'anima del film. Chiara svolge infatti una doppia funzione: è il personaggio che vive maggiormente il contrasto fra il tragico claustrofobico dell'appartamento e il richiamo esterno della vita vera (a partire dalla presenza emblematica del lattante il giorno del rapimento), ma al contempo è l'elemento che, con la forza dei suoi sogni, porta il film fuori dal reale, verso una dimensione onirica, spiazzante e dolorosa, intensa e universale. Dove i sogni non cambiano il reale, così come il giudizio politico resta netto e preciso. Ma possono servire a riconciliarsi, a capire, a ritrovare fantasmi rimossi e perfino sorrisi. S.L.

«Quei legami tra psiche ed immunità»

La Repubblica Salute
Quei legami tra psiche ed immunità
cosa leggere


PER SAPERNE DI PIÙ: Psiconeuroimmunologia, di F. Bottaccioli, Red; Il guaritore interno. La nuova medicina della mente e del corpo, di D. Culligan e S. Locke, Giunti; Il linguaggio degli organi, di A. Zanardi, Tecniche Nuove; Le malattie e le loro emozioni, di G. Charpentier, Ed. il Punto d’Incontro; Stress, emozioni e malattie di P. Pancheri, Mondadori; T. Dethlefsen e R. Dahlke, Malattia e destino: il valore e il messaggio della malattia, Ed. Mediterranee; La Psicosomatica del Quotidiano, supplemento Rivista Italiana di Psicoterapia e Psicosomatica; a cura di Antonino Minervino; Il malato Psicosomatico e la sua cura, di Boris LubanPlozza e altri, Ed. Astrolabio; Convivere con lo stress, di Boris LubanPozza, Centro Scientifico Ed.

il manifesto: collegare filosofia e psicologia alle neuroscienze...

il manifesto 21.10.03
La mente esige un pool di esploratori

L'indagine su quel che la mente è non può essere distinta dalla domanda su come essa funzioni. Il problema emerge con evidenza da quanto sostiene Massimo Marraffa in "Filosofia della psicologia" uscito da Laterza. A prescindere dalle risposte, quel che è certo è che la filosofia non può pretendere di tenersi al riparo da contaminazioni esterne, evitando dunque di utilizzare i saperi delle scienze empiriche
di FRANCESCO FERRETTI


Ci sono filosofi che vanno fieri dell'autonomia del loro campo d'indagine. Quel che si verifica nella filosofia della mente è emblematico: chi se ne occupa ripete spesso che il tipo di questioni poste dal filosofo (che si interroga essenzialmente su «cosa sia» la mente) non è analizzabile nei termini delle indagini condotte da chi fa scienza empirica (lo psicologo si chiede piuttosto «come funziona» la mente). Anche gli psicologi, beninteso, difendono con forza l'indipendenza del proprio ambito tematico: a proprio favore, chiamano in causa l'avvento della scienza come una «emancipazione» dalla filosofia. Ora, che il costituirsi di alcune discipline scientifiche sia storicamente riferibile a una tale emancipazione è cosa nota e non discutibile. Il punto è stabilire se anche la nascita della psicologia possa essere interpretata in questi termini: a dispetto della credenza comune, Massimo Marraffa sostiene nel suo Filosofia della psicologia (uscito da poco presso Laterza) che la tesi dell'emancipazione di sicuro non vale per la psicologia cognitiva: la questione non è di poco conto. Storicamente, in effetti, la psicologia cognitiva sembra caratterizzata da una forte continuità con la tradizione filosofica. Uno dei suoi nodi teorici fondamentali, la teoria rappresentazionale della mente - ossia l'idea secondo cui il rapporto tra individui e mondo è mediato da entità mentali caratterizzate da ruolo causale e contenuto semantico - testimonia una linea di continuità diretta con l'empirismo classico. Chomsky, uno dei padri della scienza cognitiva, ha insistito su questo punto utilizzando l'argomento della «povertà dello stimolo»: quando, come nel caso dell'acquisizione del linguaggio, l'output contiene un sovrappiù di informazione rispetto all'input, l'unica spiegazione plausibile è che tale sovrappiù dipenda dalle caratteristiche intrinseche del parlante/ascoltatore (da ciò che ha nella testa). La scienza cognitiva contemporanea ha mostrato come la povertà dello stimolo sia un argomento che può essere utilizzato per la cognizione in genere, non solo per il linguaggio: Marraffa presenta con chiarezza gli argomenti e le prove empiriche che militano in favore dell'esistenza di specifiche competenze innate alla base della cognizione umana - la fisica ingenua, la biologia ingenua e la psicologia ingenua. Con buona pace dei neocomportamentisti e dei neoambientalisti l'essere umano non è una tabula rasa. Gli umani sono animali che interpretano il mondo attribuendogli un senso. Nella scienza cognitiva, animata da istanze naturalistiche, interrogarsi circa la natura del senso equivale a porsi la domanda: come è possibile che un sistema fisico quale noi siamo (uomini e donne in carne e ossa) sia capace di attribuire significato agli accadimenti del mondo? Ora, per rispondere a tale domanda non basta affermare che gli esseri umani sono sistemi intenzionali. Ciò che è richiesto, in più, è spiegare come sia possibile di fatto che un sistema fisico sia capace di produrre stati mentali dotati di contenuto - per questo la domanda circa cosa sia la mente non può essere distinta dalla domanda relativa a come essa funzioni. L'uso dell'intelligenza artificiale in filosofia nasce dall'esigenza di rispondere a problemi di questo tipo. Che l'intelligenza artificiale rappresenti effettivamente una soluzione al problema è questione aperta e controversa, ma il punto non è questo. Il punto è piuttosto che, a prescindere da quali siano le risposte al quesito, un fatto appare indubitabile: in casi di questo tipo la filosofia non può fare a meno del sostegno della ricerca empirica.

La questione dell'autonomia dell'ambito di indagine non riguarda soltanto il rapporto tra filosofia e psicologia. Fodor, ad esempio, sostiene che la psicologia coglie regolarità nomologiche (ovvero, descrivibili secondo leggi) a un livello diverso e irriducibile a quello della neuroscienza - motivo per cui la neuroscienza non può essere di alcuna utilità per lo studio della mente. Ci sono buoni motivi, tuttavia, per considerare superata questa posizione teorica. L'antibiologicismo di Fodor, infatti, come rileva giustamente Marraffa, dipende in primo luogo dal riferimento alle ricerche sul sistema nervoso tipiche degli anni Settanta - centrate su livelli di organizzazione molto bassi (i singoli neuroni). Poiché la neuroscienza attuale è in grado di lavorare su livelli di elaborazione più elevati (quelli che coinvolgono vaste popolazioni neurali), il suo convergere verso un livello di analisi congruente con quello della psicologia computazionale appare una strada praticabile. In favore di questa ipotesi, inoltre, la ricerca empirica ha oggi a disposizione un modello computazionale - le reti neurali artificiali - che «si caratterizza per il tentativo di vincolare sistematicamente la psicologia computazionale con i dati relativi all'organizzazione funzionale del sistema nervoso».

Vincolando in questo modo la ricerca psicologica, le reti neurali falsificano la tesi dell'autonomia della psicologia dalla neuroscienza e aprono la strada a due diverse ipotesi interpretative. Da una parte c'è chi utilizza le reti neurali per promuovere forme di riduzionismo e di eliminativismo: Patricia e Paul Churchland, ad esempio, ritengono che la psicologia computazionale debba essere abbandonata in favore di un modello connessionista in grado di coevolvere con la neuroscienza e, in un futuro ideale, capace di essere ad essa interamente riducibile. D'altra parte - ed è su questo punto che emerge con forza la tesi propositiva di Marraffa - c'è chi sostiene che è proprio il carattere unidirezionale della relazioni tra psicologia e neuroscienza (a netto vantaggio della seconda) a dover essere messo in discussione.

La relazione tra le due discipline è di fatto bidirezionale: la neuroscienza vincola la psicologia, ma le considerazioni funzionali a carattere psicologico esercitano una forte influenza sulla definizione dei tipi neurologici. Contro il riduzionismo, Marraffa propone una forma di «pluralismo esplicativo» - la tesi secondo cui la realizzazione simultanea delle ricerche a vari livelli di analisi promuove il progresso di ognuno di questi livelli - che considera nei termini di un equilibrio riflessivo il rapporto tra neuroscienza e psicologia. Tale proposta è tanto più convincente in quanto apre la strada a un'indagine sulla mente che vede coinvolte sullo stesso piano neuroscienza, psicologia e filosofia. Per studiare le questioni relative alla mente non è possibile pretendere di tenersi al riparo dalle contaminazioni esterne, ovvero evitare di utilizzare i saperi messi in campo dalle scienze empiriche. La bonaccia è finita: è probabile che i filosofi che sinora hanno navigato nelle acque tranquille della loro autonomia d'indagine debbano cercarsi un riparo più sicuro.

depressione

Il Messaggero Lunedì 20 Ottobre 2003
Il male di vivere
Depressione, guarire si può
Giovani e donne rischiano di più


MILANO -[...] I depressi sono un esercito [...]: il 17% della popolazione ha, infatti, la possibilità di avere una crisi nel corso della propria esistenza e nelle donne questo tende a verificarsi il doppio delle volte rispetto agli uomini. Solo nella depressione infantile il rapporto rimane uguale nei due sessi. Nell’infanzia e nell’adolescenza la risposta ai farmaci antidepressivi tende ad essere scarsa. Spesso sono i giovani studenti (fra i 13 e i 20 anni) ad avere delle «delusioni a sfondo depressivo». Vi è anche una depressione post parto o post menopausa, che tende a colpire il 60% delle donne e può durare da qualche giorno fino a diversi mesi.l 30% dei depressi è affetto anche da disturbi ansiosi di una certa gravità. Ad esempio, dal 15 al 30% di questi è colpito da “attacchi di panico” (rari dopo i 65 anni). E’ stato inoltre accertato che la predisposizione alla malattia accomune persone di sessi diversi, tanto che nel 65% dei casi tendono a sposarsi e a convivere tra loro. Ancora qualche dato: il divorzio o la fine di una relazione sentimentale scatena depressione nel 45% dei casi, specie se entrano in gioco l’affidamento dei figli o gli alimenti.[...] «ai primi campanelli di allarme, quali la voglia di isolarsi, l’avere sempre idee negative, la tendenza a non divertirsi mai, la presenza di problemi sessuali o di relazione, sarebbe opportuno ricorrere a un aiuto».Il fatto è che generalmente il soggetto depresso non viene percepito come un malato ma come una persona alla quale manca la volontà di uscire dallo stato in cui si trova. Invece [...], «è un individuo che ha bisogno di aiuto».