mercoledì 7 aprile 2004


Dopo essere stato incluso nella selezione ufficiale del 2004 NEW YORK SHORT FILM FESTIVAL

La rosa più bella del nostro giardino

il film-documentario di

Massimo Domenico D'orzi

prodotto da
La cooperativa Il Gigante

è entrato nel Palmarès 2004 del FESTIVAL DU FILM DE STRASBOURG con il premio per la
"direzione artistica".

Vedi al sito
www.strasbourg.festivalinfo.info

tradizioni cattoliche e islamiche

Repubblica ed. di Palermo 7.4.04
Le tradizioni dell'Isola a confronto con i pellegrinaggi nei luoghi sacri musulmani
I Sepolcri tra Sicilia e Islam
di MARCELLA CROCE


La vita oltre la morte: dal tempo dei greci in poi, senza soluzione di continuità, in Sicilia si preparano i lavureddi per i sepolcri del Giovedì Santo, e sono in tutto simili ai semi e fave che in Iran germogliano sulle tombe dei venerabili sciiti. Sul sancta sanctorum di Mashhad i pellegrini fanno a gara per toccare e baciare il sepolcro del terzo imam Reza; colpisce il numero di nastri verdi annodati alle grate e persino di catenacci chiusi.
Ogni nodo, ogni catenaccio rappresenta un problema, e tanta gente non si muove da lì perché con tante chiavi diverse in mano cerca di aprirne uno e risolvere così un´incognita della vita.
I sepolcri e le reliquie dei santi cattolici sono divenuti oggetto di travolgente culto e meta di pellegrinaggi epocali (basti pensare alla gola e al mento di San Antonio a Padova), allo stesso modo gli sciiti hanno creato una fitta rete di vie sacre. Un numero impressionante di pellegrini sciiti iracheni viene regolarmente in Iran a visitare il mausoleo di Reza a Mashhad, di suo fratello Sayyed Mir Ahmad a Shiraz, e di sua sorella Fatemé a Qom, i luoghi più sacri dell´Iran. Un numero ancora maggiore di iraniani visita i luoghi ove perì l´imam Huseyn nella città sacra di Kerbala in Iraq, di recente devastata da sanguinosi attentati. Ultimamente il numero dei pellegrini iraniani si era almeno decuplicato: da quando gli americani sono in Iraq ogni persona deve pagare solo 100 dollari (Saddam Hussein ne pretendeva ben 600) e non è detto che questa mossa non valga in futuro agli americani il consenso in qualche battaglia diplomatica.
«Osservammo uomini che baciavano la sua tomba, la circondavano, ci si gettavano sopra accarezzandola con le mani, una crescente folla si raccoglieva lì intorno, gridando invocazioni, piangendo e implorando Dio di benedire le sacre ceneri, e offrendo umili suppliche che avrebbero potuto sciogliere e spezzare il cuore più duro. Era uno spettacolo solenne e sconvolgente» (Ibn Giubair, 1183). A nove secoli di distanza, uno spettacolo altrettanto «solenne e sconvolgente» attende chi si rechi a visitare i sepolcri sacri. Ognuno dei dodici imam, discendente in linea diretta da Alì, cugino e genero del Profeta, e, secondo gli sciiti, suo unico legittimo erede, è venerato con fervore; l´importanza dei diritti ereditari in linea maschile, è una delle chiavi fondamentali per comprendere lo sciismo e contraddistingueva fino a non molto tempo fa anche il nostro tipo di società, anche se da noi non ha mai investito la sfera religiosa: basti pensare ai diritti del primogenito (maggiorascato), difesi fino all´estremo, nell´ambito delle famiglie nobili, pur di mantenere intatto il patrimonio; basti considerare il costume, ancora molto diffuso, di chiamare il primo figlio maschio con lo stesso nome del nonno paterno.
Il cronista Ibn Giubair è una nostra vecchia conoscenza per averci lasciato anche accurati reportage sulla Sicilia, il luogo descritto era il mausoleo del Cairo (Al-Qahira) dove era stata seppellita la testa del veneratissimo terzo imam Huseyn, che Giubair visitò trent´anni dopo la sua costruzione. E non era l´unica truce reliquia nelle vicinanze, anche la testa di Zayd, fratello di Ali, era stata recisa, poi ritrovata e risseppellita e "riceveva visite" nel suo bravo mausoleo. Al-Qahira era stata fondata nel 969; nel periodo fatimida della sua storia, la cittadella era accessibile solo dal califfo sciita e dalla sua famiglia, mentre la vicina Fustat era la "città del popolo". Al Muizz vi entrò nel 972 e vi portò i corpi del padre al-Mansur e del nonno al Qahim e di al Mahdi fondatore della dinastia, poi vi fu seppellito anche lui e otto dei suoi successori con relative famiglie. Di questo grande mausoleo, detto Turbat al-zafaran (tomba di zafferano), a quanto pare perché questa sostanza veniva adoperata per odorare la cappella, non è rimasto nulla. E´ rimasta invece un´intera serie di mausolei di persone imparentate con la famiglia di Alì, una vera e propria "Città dei morti" (anche la parola ?necropoli´ etimologicamente significa precisamente questo) che era stata costruita dai califfi fatimidi per legare la popolazione alla loro dinastia, inculcando entusiasmo di massa. La visita alle tombe (ziharat al-qubur) era stata da loro fortemente incoraggiata, era una pratica molto cara soprattutto alle donne che per l´occasione potevano uscire e partecipare alla vita sociale, ed era anche un perfetto instrumentum regni di cui si avvalsero in seguito anche i califfi sunniti che successero loro al potere.
Divenne un onore essere sepolti tra gli ahl - al-bayt (compagni del Profeta e amici di Dio) e partecipare così alla grazia (baraka), la forza benefica di origine divina che emana dagli individui durante la loro vita e anche dopo la loro morte. Questo culto dei sepolcri caratterizza ancora lo sciismo, e tuttora è grande onore (e costa anche molti soldi) essere seppelliti vicino all´imam Reza a Mashhad, o almeno "visitare" anche da morti il santuario prima di essere portati al cimitero fuori città.
Come in tutti i pellegrinaggi degni di questo nome, si è creata intorno a tutti questi luoghi, che rivestono anche un notevole interesse storico e artistico, un´imponente serie di infrastrutture. In alcuni casi i non musulmani non possono accedere ad alcune parti interne del santuario, ma anche rimanendo nel cortile non è difficile assistere a scene davvero impressionanti: nel santuario di Ghadamgah presso Neishabur, dove l´imam Reza, come Sant´Agata a Catania, lasciò l´impronta del suo piede, non esitano addirittura a strappare pezzi di corteccia dagli alberi del giardino, e a sradicare fiori e foglie, pur di portarsi via qualcosa dal sacro luogo.

un caso
depressione e farmaci

Corriere della Sera 7.4.04
Pochi giorni prima di morire, il racconto di un calvario lungo 29 anni: dall’angoscia della solitudine ai tentativi di suicidio
«Io, in bilico tra amore e depressione»
L’ultima intervista di Gabriella Ferri a «Oggi». «Tutto cominciò con micidiali cocktail di farmaci»
«Mi chiudevo a chiave in camera, nulla mi apparteneva più, il mio corpo stesso mi era diventato estraneo»


La depressione e l’amore, i farmaci stordenti e la speranza, la solitudine e la voglia di vivere. Nell’ultima intervista concessa pochi giorni fa a Oggi - pubblicata nel numero in edicola -, Gabriella Ferri aveva ricostruito tutta la sua lotta per vivere, descrivendo un lungo calvario di terapie e di sogni. Partendo dal legame con il marito Seva, «senza il quale non avrei mai risalito la china». «Per un certo periodo - ricorda la cantante morta sabato precipitando dal balcone della sua abitazione nel Viterbese -, quando ancora abitavo a Campo de' Fiori, più di dieci anni fa, subivo ogni giorno la visita di un neurologo che mi prescriveva cocktail micidiali, fatti anche di dieci farmaci tutti insieme. Bombe, per il mio corpo che continuava a perdere forza, ammucchiando grasso inutile e polverizzando il mio amor proprio. Davanti allo specchio, ogni volta, mi ritrovavo un'immagine sempre più debordante e avvilente. Come un animale braccato, mi chiudevo a chiave con la doppia mandata, dentro la mia camera da letto, che trasformavo nella cella di una prigione. Tenevo le persiane sigillate, in pieno giorno. Dormivo? Nemmeno. Al buio, con gli occhi sbarrati, rimanevo immobile sotto le coperte, per una quantità di ore infinita, di cui non avevo più nozione. Mi sentivo una lattuga lessa dentro il letto, non mi lavavo. Aiutato dalla donna di servizio, ogni tanto mio marito mi ficcava dentro la vasca da bagno e mi insaponava, poi mi risciacquava col getto gelato della doccia. Ma non reagivo nemmeno a quel freddo. Osservavo la mia pelle d'oca, come non fosse la mia. Nulla mi apparteneva più, il mio corpo stesso mi era diventato estraneo».
E’ una descrizione spietata, un lungo viaggio nell’angoscia. «La prima crisi grave l'ho avuta nel 1975, quando mio padre Vittorio è morto, ucciso da un cancro ai polmoni, dopo una lunga degenza all'ospedale San Camillo, dove lo avevano isolato nel reparto dei condannati. Ma lui non si rassegnava a morire e mi gridava: "Gabriella, salvami! Gabriella, comprami la vita, tu che puoi!". Quelle parole avevano su di me un effetto spaventoso. Mi caricavo di una responsabilità disumana. Dovevo salvare mio padre, con ogni mezzo. Perché potesse essere operato in una costosa clinica privata, mi massacravo con le tournée, racimolando i soldi necessari all'intervento, che fu inutile».
Ed ecco il primo tentativo di uccidersi: «Nel giugno del 1975, ero già sposata da cinque anni e mamma di Seva junior, da due. Questo, in un momento di sconforto, non m'impedì di tentare il suicidio, tagliandomi le vene. Persi cinque litri di sangue, ero in pieno choc emorragico, quando mio marito mi salvò, portandomi di corsa all'ospedale, dove diedero fondo a tutto il sangue che avevano, facendomi due tempestive trasfusioni. Lo stesso mio marito che, dieci anni fa, mi salvò anche dal John Hopkins Institute di Baltimora, la clinica specializzata nella cura delle malattie nervose. Lì, infermieri più crudeli di aguzzini, mi rifiutavano le pillole per dormire. Esasperata da quell'insonnia prolungata, presi a pugni una caposala, prima che Seva mi portasse via. Ma quella fuga non servì. Ci furono altri ricoveri, altre fughe, altri inutili tentativi di capire il perché di questo mio male... Sono stata spesso in condizioni gravi, fino a un paio di anni fa, quando ho conosciuto uno psichiatra che, anziché prescrivermi nuovi medicinali, mi ha fatto parlare per tre ore di seguito, senza mai interrompermi».
Il racconto di Gabriella a Oggi si chiude con un sorriso, quello della sua nipotina. E il terrore di non riuscire a farcela davanti alla prossima crisi: «Lo vedo ancora, una volta alla settimana. Quel medico mi trasmette tanta calma. Anche se, per vincere l'ansia, qualche goccia la prendo ancora, appena sveglia. Quello è il momento più duro. Mi capita di pensare che non ce la farò, che ricadrò nell'inferno da cui sono uscita. Mi aiutano lo sguardo di mio marito, il pensiero dei miei quattro nipotini. L'ultima, Xenia, bionda come la sua nonna, ha un anno e mezzo e ride con le fossette, bella come un angelo».

ipocondria

Corriere della Sera 7.4.04 pagg. 1 e 18
Studio americano: ai malati immaginari non concedete troppe visite e analisi
Curare gli ipocondriaci? Meglio rieducare i medici
di GIUSEPPE REMUZZI


Si sta male (certe volte malissimo) anche se qualcuno ci ride sopra. Il bello - o il brutto - è che non si è ammalati. O forse sì. È «quell’agente patogeno, mille volte più virulento di tutti i microbi: l'idea di essere malati» del racconto di Marcel Proust (I Guermantes: Alla ricerca del tempo perduto ). Ne soffre Woody Allen, ma ne hanno sofferto prima di lui Charles Darwin, lo stesso Proust e milioni di uomini fin dall'antichità. I greci, 2.500 anni fa, l'hanno chiamata ipocondria (ancora oggi i medici chiamano così i malati immaginari). Ipocondria perché c’è tante volte un senso di sconforto digestivo e malinconia che i greci antichi attribuivano alla milza. Su venti persone che vanno dal medico, almeno una soffre di ipocondria.
Intendiamoci, chiunque di noi ogni tanto ha dei disturbi che non si spiegano bene, e magari pensa che possa essere qualcosa di grave, ma l’ipocondria, quella vera, è pensare di essere ammalati, sempre, cercare continuamente dei medici, voler continuamente fare esami. Di tutti i soldi che si spendono per la salute, poco meno del 20% se ne va per i malati immaginari. Sono quelli che se hanno un livido, pensano di avere una leucemia. Se hanno il mal di testa pensano di avere un tumore al cervello (e questo fa peggiorare il mal di testa). A furia di pensare sempre e solo alle malattie, qualcuno arriva a non avere più una vita sociale, a non dormire più. E questo immiserisce anche la vita di chi gli sta vicino. Curare gli ipocondriaci è difficile. Ci si sente frustrati, non si sa più cosa fare, tanto più che una cura vera non c’è, non c’è mai stata, e di quel poco che si è fatto finora nessuno è mai riuscito a dimostrare l’efficacia in studi controllati.
Ma adesso, forse, c’è una svolta. Un lavoro, pubblicato proprio in questi giorni sul Jama (il giornale dell’associazione dei medici americani), potrebbe dare agli ipocondriaci una speranza. Di guarire? Qualche volta, o comunque, almeno, di poter stare meglio. Lo studio è stato fatto a Boston dal dottor Barsky dell’Ospedale Brigham. Centodue persone si sono sottoposte ad una psicoterapia cognitiva (fatta per capire le ragioni di un certo comportamento). Ottanta persone invece sono state curate come si fa di solito (buon senso, e qualche farmaco senza sapere se servirà davvero). Si è visto che più del 50% dei pazienti curati con la psicoterapia migliorava e quasi sempre tornava ad avere qualche forma di vita sociale. Per la verità, anche qualcuno di quelli curati con le solite cure migliorava, ma erano molto meno. L’ipocondria colpisce uomini e donne allo stesso modo: ma gli introversi, chi è troppo critico con se stesso, i narcisisti, sono ancora più vulnerabili. Anche quelli che soffrono di ansia e depressione tante volte diventano ipocondriaci. In questo caso servono i farmaci: quelli che agiscono sulla serotonina, certi antidepressivi, le benzodiazepine. Per anni i medici hanno cercato di aiutare i malati immaginari spiegandogli candidamente che i loro disturbi non corrispondevano a nessuna malattia, dovevano far finta che non ci fossero. Non funziona. Se uno i disturbi li sente, per lui ci sono, proprio come se fosse ammalato. La cura dei ricercatori di Boston invece prevede che psicologi ed infermieri sappiano convincere gli ipocondriaci ad abbandonare piano piano le loro fissazioni (attaccarsi ad Internet per trovare sempre nuove informazioni sui loro malanni, cercare sempre nuovi medici). Ma non basta, a detta dei ricercatori di Boston, per aiutare sul serio gli ipocondriaci bisogna educare i loro medici. I malati immaginari vanno visti, certo, ad intervalli regolari, ma non gli si deve dare un appuntamento tutte le volte che lo chiedono e nemmeno prescrivergli troppi esami e troppi farmaci. Quella del dottor Barsky e dei suoi collaboratori non sarà la soluzione di tutti i problemi dei malati immaginari, e si è già visto che non sempre gli ipocondriaci - specialmente quelli che soffrono di forme davvero gravi - si avvantaggiano della sua cura.
Ci sarà sempre qualcuno ha detto Barsky in un’intervista rilasciata qualche giorno fa al New York Times che mi verrà a dire «ho proprio bisogno di trovare un medico che mi faccia una biopsia del fegato».
Queste persone, ahimè, non guariranno mai, ma possono essere aiutate: in fondo il terrore di essere ammalato non ha impedito a Charles Darwin di formulare una teoria che ha cambiato dalle fondamenta le nostre idee sulla natura e sullo sviluppo della vita.

la religione americana

Repubblica 7.4.04
"Passion" di Mel Gibson non è l'unica espressione della destra cristiana. L'ultimo libro di due predicatori è un best-seller
Usa, la bibbia degli integralisti horror, fantascienza e profezie
Quattro americani su dieci si definiscono "cristiani rinati" Come il presidente Bush E non tutti sono moderati

Da un dialogo tra predicatori in tv: "Dio ci ha tolto la sua protezione e ha lasciato che i nemici colpissero l'America. L'abbiamo meritato"
DAL NOSTRO INVIATO
FEDERICO RAMPINI


San Francisco - L´Anticristo si incarna nel segretario generale delle Nazioni Unite. Crea un governo unico mondiale, con una sola religione, e stabilisce la sua capitale globale nella biblica Babilonia (Bagdad). Sono i segni che l´Apocalisse è vicina e infatti il vero Cristo torna in terra: non il Gesù torturato di Mel Gibson ma un guerriero furioso che scatena la sua violenza sacra uccidendo e sventrando gli atei, i miscredenti e i seguaci di altre religioni. «Uomini donne e soldati sembrano esplodere d´un tratto... le parole del Signore fanno scoppiare il sangue dalle loro vene, la loro carne si squaglia, gli occhi liquefatti e le lingue disintegrate». È il finale di «Gloriosa Apparizione», il romanzo-thriller della destra fondamentalista cristiana che polverizza i record d´incasso in America. La più grande catena di supermercati, Wal-Mart, ne ha promosso il lancio distribuendo gratis milioni di anticipazioni del primo capitolo. Solo per far fronte alla richiesta del pubblico nella prima settimana di vendite, i librai ne hanno prenotato oltre due milioni di copie, più di quanto abbiano venduto le memorie di Hillary Clinton in sei mesi.
Non è John Grisham il re dei best-seller, né sono le avventure di Harry Potter la serie di maggior successo. Le loro vendite impallidiscono di fronte a un genere nuovo, esploso in un crescendo negli ultimi nove anni: la fantascienza-horror cristiana ispirata dalle profezie bibliche. Una coppia di autori, Tim LaHaye e Jerry B. Jenkins, domina questa produzione con la serie Left Behind (Abbandonàti). I primi undici romanzi hanno venduto più di 40 milioni di copie, il dodicesimo è «Gloriosa Apparizione» che invade le librerie in questi giorni. Questo fenomeno di società ha preceduto il caso della «Passione di Cristo» di Mel Gibson, e ne supera l´importanza: per le dimensioni di massa, per la durata, e per l´estremismo dei messaggi. I sociologi si interrogano sul significato di questa attrazione popolare. Vi hanno individuato un risorgere di antiche superstizioni al passaggio del millennio; una lettura apocalittica dell´11 settembre; ma anche un sintomo che lo «scontro di civiltà» non nasce necessariamente alla periferia dell´impero, perché le guerre di religione hanno i loro fautori nel cuore della società americana: la serie Left Behind andava a ruba già prima dell´attacco alle Torri gemelle.
Sulla stampa liberal questo filone narrativo di serie B è criticato per i suoi contenuti intolleranti, razzisti, antisemiti e per la crudele violenza delle trame. In quelle storie non c´è scampo per gli ebrei né per gli atei, condannati allo sterminio da un Dio assetato di sangue nel giorno del giudizio. Molti teologi denunciano una pericolosa distorsione delle sacre scritture. Il primo della serie Left Behind si apre con una descrizione drammatica del Rapimento: è il momento nel quale i «cristiani rinati» saranno improvvisamente trasportati in Paradiso. Con un´allusione all´aborto, anche un embrione viene prelevato dal ventre materno per ascendere in cielo. Joseph Hough, presidente dello Union Theological Seminary di New York, ha condannato l´insistenza ossessiva sulle sofferenze che saranno inflitte ai non-credenti, e accusa gli autori di stravolgere la Rivelazione per dipingere un universo manicheo dove c´è spazio solo per Dio e il demonio. «È la stessa visione - ha detto il teologo - che appartiene ad alcuni recenti presidenti degli Stati Uniti, secondo cui c´è il mondo del bene e il mondo del male. I nemici dell´America diventano i nemici di Dio. È molto pericoloso perché giustifica comportamenti ispirati all´idea che chi non sta con te rappresenta le forze del male».
LaHaye, 77 anni, faceva il pastore evangelista in California 40 anni fa quando si unì al predicatore Jerry Falwell e al suo movimento conservatore della Moral Majority. L´idea di trasformare le profezie bibliche in romanzi popolari, nello stile di thriller futuristici, lo ha proiettato verso la fama e la ricchezza. Negli Stati Usa del Sud, lungo quella fascia geografica che viene chiamata la Bible Belt (la «cintura della Bibbia») 20mila volontari hanno creato dei club di fan dei suoi libri per promuoverne la lettura collettiva tra parenti e amici.
Dietro il fenomeno letterario c´è una tendenza profonda: la ri-evangelizzazione degli Stati Uniti. Mentre nella vecchia Europa la pratica religiosa è in declino, l´80% degli americani afferma di credere in Dio e il 39% si autodefiniscono born-again Christians cioè cristiani rinati. Il termine riunisce chiese protestanti che hanno un punto in comune: i fedeli sono convinti di essere rinati al cristianesimo perché in età adulta hanno «accettato consapevolmente Gesù Cristo come il loro Signore e il loro personale Salvatore». L´America ha una lunga tradizione di predicatori evangelici e nella sua storia ha conosciuto già tre periodi di potente risveglio della religiosità collettiva. L´ascesa dei cristiani rinati è considerata come il quarto grande risveglio religioso dopo quelli che avvennero alla fine del periodo coloniale, poi nel 1820, e ancora agli albori del Novecento. Il sintomo più noto è il seguito popolare di alcuni tele-evangelisti dalla personalità carismatica, che sfruttano la potenza dei mass media - attraverso le prediche televisive - per mobilitare milioni di persone. La semplificazione dei messaggi, il ricorso a tecniche manipolative per l´indottrinamento delle folle, o infine il fatto che alcuni di questi predicatori siano stati protagonisti di truffe finanziarie o scandali sessuali: tutto ciò induce spesso a liquidare il loro successo come una prova dell´ingenuità americana. La condanna degli intellettuali laici coincide con l´ostilità delle chiese tradizionali: preoccupate dalla concorrenza degli evangelizzatori, le gerarchie ecclesiali cattoliche o protestanti sono severe contro il fanatismo. Però gli evangelici sono riusciti dove il vecchio establishment clericale è fallito, hanno invertito la tendenza alla secolarizzazione e all´abbandono della pratica religiosa nella società più moderna, opulenta e consumista della storia. Al passaggio fra il secondo e il terzo millennio il nuovo fondamentalismo cristiano è riuscito a contrastare perfino il dominio della scienza, come dimostrano le campagne per sradicare l´insegnamento della teoria evoluzionista nelle scuole.
Più volte queste chiese hanno unito i loro sforzi per dar vita a una vera e propria forza politica: nel 1979 nacque la Moral Majority che sostenne Reagan, nel 1989 si formò la Christian Coalition. Bush padre, repubblicano laico e moderato, perse le elezioni del 1992 anche perché le truppe religiose del movimento antiabortista disertarono in massa le urne; suo figlio si è ripromesso di non commettere più lo stesso errore, e cavalca la radicalizzazione a destra di queste chiese. Lui stesso ha più volte raccontato di essersi liberato dall´alcolismo a trent´anni grazie alla «conversione», e molti dei suoi collaboratori (tra cui il ministro della Giustizia John Ashcroft) sono dei cristiani rinati come lui.
L´11 settembre 2001 ha aperto una nuova fase di visibilità di questi movimenti, in nome della difesa di un´America cristiana contro l´attacco del fondamentalismo musulmano. Il predicatore Franklin Graham ha definito l´Islam «una religione malvagia». Il leader della coalizione delle chiese battiste degli Stati del Sud ha bollato Maometto come «un pedofilo posseduto dal demonio». I più estremisti hanno visto nella strage delle Twin Towers un presagio apocalittico, il castigo divino contro un´America degradata dall´immoralità della sinistra, dal permissivismo ateista degli anni di Clinton. Un paranoico pamphlet dal titolo «Persecution», di David Limbaugh, sostiene che in America i cristiani sarebbero secondo lui «messi al margine della vita pubblica, privati dei diritti civili, discriminati a causa del loro credo» mentre i film di Hollywood e la scuola pubblica in mano alla sinistra «incoraggiano la diffusione della promiscuità e di una sessualità deviante». Il predicatore Jerry Falwell in un dialogo televisivo con l´altro leader carismatico Pat Robertson, trasmesso dalla rete tv Christian Broadcasting Network, ha dichiarato: «Dio ci ha tolto la sua protezione e ha lasciato che i nemici dell´America ci colpissero perché lo abbiamo meritato. L´American Civil Liberties Union ha grandi responsabilità, così come i giudici che hanno cacciato Dio dai luoghi pubblici. Gli abortisti sono tra i colpevoli perché Dio non si lascia insultare. Quando uccidiamo 40 milioni di innocenti nascituri, facciamo infuriare Dio. I pagani, gli abortisti, le femministe, i gay e le lesbiche, tutti coloro che hanno cercato di secolarizzare l´America, io li accuso: quel che è accaduto l´11 settembre è anche colpa vostra»

Tina Modotti

La Provincia di Como 7.4.04
mostre
Modotti e la sintesi tra l'arte e la vita
di Silvia Bernasconi


per vedere alcune delle più belle immagini di Tina Modotti e sapere di più della sua vita, clicca QUI

Sulla sua tomba, nel Pantheon de Dolores di Città del Messico, sono scolpiti versi di Pablo Neruda, il suo volto compare nei murales di Diego Rivera. La sua figura di donna passionale e coraggiosa ha stimolato il proliferare di biografie romanzate - ieri è stato presentato «Tina Modotti. Verità e leggenda» di Christiane Barckhausen - e scoop giornalistici, com'è accaduto all'amica pittrice Frida Khalo. La mostra «Tina Modotti. Fotografie, vita, arte e libertà», a San Donato Milanese fino al 20 aprile, intende celebrare una delle fotografe più significative del XX secolo, troppo a lungo trascurata dalla critica. «Metto troppa arte nella mia vita», ha scritto Tina nel 1925. E per rendere questa sintesi di arte e vita la rassegna comprende non soltanto fotografie, ma anche, lettere, poesie e filmati. Nel Messico post-rivoluzionario, dove si è trasferita nel 1923, la Modotti ha utilizzato l'obiettivo fotografico come strumento di indagine e denuncia sociale, schierandosi in difesa degli oppressi e delle libertà politiche. Simboli del lavoro, mani di operai, ritratti di donne e bambini, manifestazioni sindacali: le sue immagini non possono prescindere dal passato di povertà in Friuli, dove è nata nel 1896, dall'esperienza di emigrante e di operaia a San Francisco, né dalla condizione costante di perseguitata politica.

«Tina Modotti. Fotografie, vita, arte, libertà», Cascina Roma, San Donato Milanese, 7 marzo - 20 aprile 2004. Ingresso libero.
Orari: lun-sab 9.30-12.30 / 14.30-19; dom 10-12.30 / 16.30-19 Info: 0255603159

Max Weber

Corriere della Sera 7.4.04
MAX WEBER E L'ANIMA DEL CAPITALE
Intervista a Guido Rossi

In contrasto con Marx pensava che in economia pesassero anche le credenze spirituali
Un secolo fa usciva un'opera che coniugava l'accumulo di danaro con l'etica protestante
La dottrina religiosa della predestinazione spingeva i calvinisti a cercare nel successo un segno divino
Sombart dimostrò però che nello sviluppo dell'Europa centrale gli ebrei avevano avuto un ruolo essenziale
Una forte etica del lavoro, tipica per esempio del caso giapponese, ha favorito lo sviluppo economico
Adam Smith era anche lui un filosofo morale prima di essere un economista e usava metafore poetiche
di FEDERICO RAMPINI


MILANO. Nell´èra dei crac Enron e Parmalat, la "questione morale" è tornata al centro delle analisi sulla nostra economia di mercato. La grave crisi attuale è una sorta di omaggio postumo all´importanza di un´opera originalissima, che esattamente cento anni fa stabiliva per la prima volta un nesso forte tra i valori morali condivisi da una società, e la sua capacità di sviluppo economico: L´etica protestante e lo spirito del capitalismo del tedesco Max Weber, uno dei fondatori della sociologia moderna.
Weber faceva risalire il successo dell´economia capitalista in America (concentrata inizialmente a Boston e negli Stati del New England) al ruolo del calvinismo. La dottrina religiosa della predestinazione spingeva i suoi seguaci a cercare nel successo economico i segni terreni del favore divino e della futura salvezza. D´altra parte il rigore puritano vietava all´imprenditore di godersi i suoi profitti spendendoli in lussi e capricci mondani. L´etica del lavoro calvinista innescava un circolo virtuoso di abnegazione, parsimonia e reinvestimento dei profitti nell´impresa. Uno scenario molto diverso da quello a cui assistiamo con gli scandali finanziari di oggi, e non a caso l´America è la prima a chiedersi dove sia finita l´etica protestante nella sua attuale classe dirigente. Una riflessione sull´opera di Weber un secolo dopo diventa obbligata, anche per chiedersi se una efficiente economia di mercato possa davvero sopravvivere senza valori. Ne parliamo in questa intervista con Guido Rossi, giurista e docente di filosofia del diritto.

Professor Rossi, L´etica protestante nasce anzitutto con un´ambizione di analisi storica. Weber quando ne pubblica i primi capitoli nel 1904 cerca di individuare quali siano le circostanze favorevoli allo sviluppo originario del capitalismo, e ritiene di individuarle nel sistema di valori e regole di comportamento di alcune comunità protestanti, in particolare quelle che si richiamano a Calvino. Proprio questo approccio storico, però, è quello che dalla prima pubblicazione di quell´opera ha suscitato più critiche, e sembra decisamente invecchiato.
«In effetti non ha resistito alla lettura critica di altri autori come Werner Sombart e Fernand Braudel. Sombart dimostrò che nello sviluppo capitalistico dell´Europa centrale un ruolo essenziale lo avevano svolto gli ebrei. Braudel fece giustamente risalire le prime forme di economia capitalista alle città mercantili dell´Italia pre-rinascimentale, come Genova e Firenze dove nacque la moderna attività bancaria: dunque all´interno di una cultura cattolica, non protestante».

Un altro francese, lo storico Jacques Le Goff, nel suo celebre saggio sul Purgatorio ha dimostrato che la Chiesa cattolica sul finire del Medioevo adottò un atteggiamento più duttile verso l´usura, quindi verso il profitto. Fino al commercio delle indulgenze e alla invenzione teologica del Purgatorio che, in un certo senso, monetizzando il perdono dei peccati, creano un incentivo al guadagno e una legittimazione dell´attività imprenditoriale...
«Oggi quindi dal punto di vista storico la tesi di Weber è defunta. Il capitalismo europeo nacque in casa nostra, sulle rive del Mediterraneo, non in Olanda o nel New England come credeva Weber. Inoltre la sua era una visione viziata inizialmente dall´eurocentrismo. Ai nostri occhi contemporanei, l´insistenza sul ruolo del calvinismo non regge di fronte a fenomeni storici come lo sviluppo capitalistico nel Giappone dei samurai, o nella Cina confuciana. Evidentemente altre fedi religiose, altri sistemi di valori possono creare un terreno egualmente fertile e favorevole all´attività d´impresa».

C´è un altro aspetto del saggio di Weber che ha resistito meglio alla prova del tempo, e che merita ancora oggi attenzione. L´etica protestante infatti nasce anche come confutazione del materialismo. Rifiuta cioè l´idea di Karl Marx che la religione e la cultura siano una "sovrastruttura" ideologica storicamente determinata dalle ragioni dell´economia, dai rapporti di classe, dallo stadio di sviluppo del capitale. Anzi, Weber inverte la relazione. Afferma la tesi che un certo sistema di valori (pre-capitalistico, come la religione) ha creato un habitat favorevole allo sviluppo del capitalismo.
«Questo rimane l´insegnamento più interessante di Weber: l´idea della centralità del sistema di credenze. Questo vale, tra l´altro, non solo per l´etica protestante ma anche per quella del samurai o del confucianesimo. C´è una base comune nelle società che si sono mostrate più adatte alla fioritura del capitalismo, ed è appunto l´esistenza di una forte etica del lavoro, un insieme di regole collettive accettate e rispettate che agevolano il meccanismo di accumulazione della ricchezza. Questo rappresenta uno stacco rispetto a sistemi precedenti, come il feudalesimo, che si erano dimostrati inadatti a creare sviluppo. Questo concetto di Weber ci interpella ancora oggi: l´importanza del ruolo dell´etica nell´economia di mercato».

L´etica protestante e lo spirito del capitalismo nello sfidare la visione marxista contiene anche un interessante paradosso: per prosperare, l´economia di mercato ha bisogno di conservare in vita un sistema di valori che ha origini pre-capitalistiche, cioè la religione. Anche Adam Smith, il primo vero teorico del capitalismo, era un filosofo morale prima di essere un economista. Dipinse il mercato come una "mano invisibile" che usa gli egoismi e le avidità individuali per finalizzarli a un bene comune; ma aveva anche in mente una società regolata dal senso morale.
«Smith era un conoscitore di Shakespeare e prese in prestito l´immagine della mano invisibile dal Macbeth: prima dell´uccisione di Banco, Lady Macbeth si appella alla notte con la sua mano "sanguinosa e invisibile". Smith, che aveva un forte senso dell´ironia, usò quella metafora per smontare l´egocentrismo e la mania di grandezza degli imprenditori. I capitalisti non devono illudersi di essere i protagonisti dell´economia, in realtà sono solo piccoli ingranaggi di un meccanismo molto più grande di loro: questo era uno dei significati della sua mano invisibile. L´altro significato è comune a Smith, De Mandeville, Montesquieu, Machiavelli: il vizio privato diventa pubblica virtù, la cupidigia del singolo può servire ad arricchire la società. Basta ricordare la Favola delle Api di De Mandeville. Montesquieu ne aveva dato una traduzione nella sfera politica quando aveva sostenuto che in una monarchia l´amore della gloria personale, il desiderio dell´onore, fa muovere tutto il corpo sociale, sicché ognuno credendo di perseguire i suoi interessi opera in realtà per il bene comune. Lo stesso Keynes diceva: grazie alla possibilità del guadagno, alcune pericolose tendenze degli uomini possono essere incanalate verso risultati più innocui. E aggiungeva: è meglio che un uomo eserciti, sfoghi la sua tirannia e crudeltà sul proprio conto in banca piuttosto che su suoi concittadini. Ma in questo senso la visione weberiana che esalta l´origine "mistica" del capitalismo finanziario oggi non riesce più a descrivere la realtà sociale che abbiamo sotto gli occhi. Le cronache degli scandali finanziari di questi giorni ci offrono uno spettacolo ben diverso dalla frugale etica calvinista degli imprenditori che Weber aveva davanti agli occhi. La cupidigia individuale, senza un´etica per disciplinarla, non è più una virtù ma un peccato disgregante e distruttivo. Nel dilagare del conflitto d´interessi si spezza l´equivalenza tra vizio privato e virtù sociale».

Nelle sue opere successive all´Etica protestante, per esempio nella sua Storia generale dell´economia, Weber è andato oltre nell´analisi delle pre-condizioni necessarie al buon funzionamento del capitalismo. Oltre alla morale, ha indicato tra gli ingredienti essenziali lo Stato di diritto, cioè un sistema di leggi certe e affidabili, una burocrazia statale efficiente per applicarle. Ha scritto che un sano capitalismo non può fiorire in società dove c´è troppa differenza tra "insider" e "outsider". Ha finito per rivedere perfino il ruolo esclusivo del protestantesimo. Nelle sue opere più tarde Weber insisteva meno sull´originalità calvinista, mentre sottolineava soprattutto l´importanza di una religione universalistica come origine della nozione della cittadinanza universale, quindi dell´eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Etica e senso delle regole, certezza del diritto e controllo sociale da parte di una magistratura forte: sono ricette che non hanno perso rilevanza.
«Il pensiero di Max Weber nell´Etica Protestante, è stato molto semplificato e poi divulgato come una formuletta vincente. È vero che le posizioni di Weber furono poi molto più articolate. Ritengo che gettarono le premesse verso un sistema dove il peso si sposta completamente sulla teoria della giustizia, che poi fa parte della morale. Fu, infatti, lo stesso Weber a sottolineare le asimmetrie informative del capitalismo e a chiarire che "appare ancor oggi all´osservatore spregiudicato che un basso salario ed un alto profitto stanno in correlazione e che tutto ciò che si paga di più per salario deve significare una corrispondente diminuzione del profitto". Questa frase sembra a me anticipare il principio di differenza, uno dei fondamenti della teoria della giustizia di John Rawls. L´abbandono dello Stato di diritto e delle sue istituzioni, a favore di un´autoregolamentazione che crede solo nelle virtù del mercato ed è scettica sulle regole favorisce, com´è stato ampiamente provato, anche il crimine organizzato che è appunto il lato oscuro dell´ordinamento del mercato creato solo dai privati. Ed è allora che la giustizia diventa la più pubblica e la più giuridica delle virtù. Fu lo stesso Max Weber infine a sottolineare che per un nuovo ordine mondiale è indispensabile un´etica della responsabilità. Lo fece in una conferenza agli studenti tenuta non molto prima di morire, a Monaco, nel cruento inverno del 1918-1919. Concludeva allora che l´etica della convinzione e l´etica della responabilità "si completano a vicenda e solo congiunte formano il vero uomo, quello che può avere la vocazione della politica". La tesi finale di Weber era che il capitalismo fosse un modo per evitare la totale rovina della società, rovina che allora era sempre incombente per lo sconquassato assetto interno e internazionale. Ma al capitalismo finanziario attuale si rimprovera, in una illuminante contraddizione, di essere invece egli stesso la causa della rovina della società».