domenica 20 febbraio 2005

una segnalazione di Tonino Scrimenti:

«PER CHI NON L'AVESSE VISTA, LA TRASMISSIONE "SALUTE E BELLEZZA" DI TELESALUTE CON OSPITE CARLO PATRIGNANI VIENE REPLICATA STASERA DOMENICA 20 FEBBRAIO DALLE ORE 20.30 ALLE ORE 22.00»

i bambini

due articoli da Le Scienze, segnalati da Gianluca Cangemi

Le Scienze
I bambini e le parole
Sono in grado di decontestualizzarle anche prima di aver compiuto un anno

http://www.lescienze.it/index.php3?id=10326

Nonostante la maggior parte dei genitori, degli educatori e dei ricercatori ritenga che i bambini non siano in grado di apprendere parole specifiche prima del secondo anno di età, in effetti anche i bambini più giovani di un anno possono imparare alcune parole che non si riferiscono a cose che fanno parte regolarmente della loro routine quotidiana. Lo sostiene uno studio pubblicato sul numero di gennaio/febbraio 2005 della rivista "Child Development".
La scoperta, basata sulle ricerche di Graham Schafer dell'Università di Reading, in Gran Bretagna, suggerisce che quello che viene considerato un apprendimento "formale" di una parola potrebbe essere in atto già da molto tempo prima che il bambino cominci a parlare. "Sembrerebbe - spiega Schafer - che i bambini piccoli siano in grado di comprendere l'utilizzo delle parole in maniera più flessibile di quanto gli scienziati e i genitori pensavano". Lo studio mette in dubbio le teorie secondo cui, prima del secondo anno di vita, i bambini apprendono soltanto le parole che si riferiscono a cose cui sono interessati o associate in qualche modo alla routine della loro vita quotidiana.
Schafer ha chiesto ai genitori di 52 bambini di nove mesi di giocare con i propri figli per almeno dieci minuti, quattro volte alla settimana, usando 12 libri illustrati e un set di 48 immagini raffiguranti oggetti comuni (chiavi, mele, pesci, sedie). I giochi si basavano sugli stessi meccanismi che i genitori già usavano in casa: dare un nome a un oggetto, indicarlo, metterli in ordine, e così via. Dopo tre mesi i bambini, che nel frattempo avevano compiuto un anno, sono stati sottoposti a un test per la comprensione delle parole: venivano loro mostrate due immagini e dovevano guardarne una a seconda di quello che diceva il ricercatore. I bambini che avevano effettuato i giochi con i loro genitori osservavano l'immagine corretta, mentre un gruppo di controllo non ne era capace. "Questo risultato è degno di nota, - afferma Schafer - in quanto le immagini, le voci e il contesto del test erano del tutto nuovi per i bambini. Possiamo ipotizzare che i bambini che avevano preso parte ai giochi con i loro genitori abbiano appreso queste parole particolari in maniera non associata a un contesto speciale".
Secondo Schafer, i genitori devono essere consapevoli del fatto che non esiste un "limite inferiore" all'età alla quale i bambini sono capaci di imparare nuove parole. "I genitori dovrebbero parlare sempre con i bambini, - conclude Schafer - anche quando questi sembrano non capire".

G. Schafer, "Infants Can Learn Decontextualized Words Before Their First Birthday". Child Development, Vol. 6, No. 1, (2005).

Le Scienze
Il pensiero dei neonati
Un'analisi dei precursori concettuali del linguaggio

http://www.lescienze.it/specialna.php3?id=9433

I bambini di cinque mesi fanno distinzioni su categorie di eventi che i loro genitori non percepiscono, rivelando così nuove informazioni su come si sviluppa il linguaggio negli esseri umani. La ricerca, condotta dalle psicologhe Sue Hespos della Vanderbilt University di Nashville ed Elizabeth Spelke dell'Università di Harvard, è stata pubblicata sul numero del 22 luglio della rivista "Nature".
"Studi precedenti - spiega Hespos - hanno mostrato che gli adulti dividono le cose in categorie differenti a seconda della lingua che parlano. Ma se il linguaggio influenza il modo di pensare degli adulti, che cosa succede nei bambini che non sanno ancora parlare? Il linguaggio si fonda su un sistema pre-esistente di interazioni con il mondo tridimensionale e i suoi oggetti. Questa capacità suggerisce che i bambini sappiano pensare prima ancora di imparare a parlare".
Hespos e Spelke hanno studiato bambini di cinque mesi per vedere se erano in grado di prestare attenzione alle relazioni fra gli oggetti. I risultati indicano che i bambini sono in grado di individuare determinati concetti che gli adulti, invece, non distinguono spontaneamente. "Gli esseri umani - conclude Spelke - possiedono una ricca varietà di concetti anche prima di apprendere il linguaggio. A seconda della lingua che apprendiamo, siamo portati a favorire alcuni di questi concetti rispetto ad altri, ma esistevano tutti prima che li esprimessimo con le parole".

sinistra
dalla manifestazione di ieri per la liberazione di Giuliana Sgrena

La Gazzetta del Sud 20.5.05
Bertinotti abbraccia i signori Sgrena e piange
«Chi non è qui è lontano dal popolo italiano»

Antonio Listone

ROMA – Il leader di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, ha pianto abbracciando i genitori di Giuliana Sgrena e il compagno Pier Scolari. La testa del corteo in quel momento si trovava a piazza dei Cinquecento e i passanti applaudivano al passaggio dei genitori della giornalista. «Noi siamo qui per manifestare la liberazione di Giuliana Sgrena e per manifestare a favore della pace», ha detto Bertinotti. «Qui non si tratta di una questione politica – ha aggiunto il segretario del Prc – qui si manifesta per salvare una donna e per salvare la vita». «Da questa manifestazione, che parla il linguaggio semplice della gente comune – ha ribadito il segretario di Rifondazione – lanciamo un messaggio: facciamo la cosa giusta e liberiamo Giuliana Sgrena, lanciando un messaggio di pace». Bertinotti ha poi sottolineato che «questa manifestazione parla da sola, perché parla il linguaggio della gente, del valore della vita umana che è sempre più incompatibile con la guerra e il terrorismo». «Lottare per salvare una vita umana – ha aggiunto – è la cosa giusta». Il leader del Prc ha inoltre sottolineato che resta fermo che «l'Irak è un paese dove c'è ancora la guerra; e questo la politica sembra volerlo dimenticare, dando quasi per scontato che, alla fine, le cose si sistemeranno da sole, ma non è così». «Il ritiro delle truppe – ha concluso – è la stella polare per tutti noi, ma oggi la stella polare è la liberazione di Giuliana». Ieri, anche la tv del Qatar al Jazeera ha dato notizia della manifestazione: prima con una breve notizia sulla banda rossa che scorre nella parte bassa del teleschermo e poi con brevi immagini del corteo. «Mezzo milione di italiani – ha detto il giornalista a commento delle immagini – ha partecipato ad una manifestazione a Roma per chiedere al governo di ritirare le truppe dall'Irak e favorire la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, sequestrata a Bagdad». In mattinata la tv del Qatar aveva diffuso più volte fotografie delle sofferenze del popolo iracheno scattate da Giuliana Sgrena e che sono state raccolte in un video dal suo compagno, Pier Scolari, e diffuse dal «manifesto». (...)

falsi
l'origine dell'uomo? tutta un'altra storia!

Corriere della Sera 20.2.05
L’Università di Francoforte sospende Reiner Protsch: per trent’anni ha manipolato i dati. «Era perfetto nel dare risposte evasive»
False prove sulle origini dell’uomo Smascherato il super antropologo
Scoprì il legame con Neanderthal. «Ora la storia va riscritta»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE: Paolo Valentino

BERLINO - Contrordine, forse non discendiamo dall’uomo di Neanderthal. O quantomeno, non esiste più la prova decisiva dell’assunto, il mitico anello mancante che sembrava collegare le origini della nostra specie a quelle dei villosi preistorici. Non datava a 36 mila anni fa, non apparteneva quindi al tedesco più antico del mondo, il cranio trovato in una torbiera non lontano da Amburgo. Più normalmente, giusta l’analisi della datazione al carbonio, eseguita dall’Università di Oxford, aveva «solo» 7.500 anni: un bambino, rispetto all’ipotesi originale e fin qui considerata vera.
Così è caduta la stella del professor Reiner Protsch von Zieten, 66 anni, antropologo emerito e celebrità mondiale della disciplina. Non uno scienziato, ma un magliaro. Un bugiardone disonesto, che per più di tre decenni ha raccontato una montagna di balle, gabbando la comunità degli studiosi e spacciando per buone un’incredibile serie di patacche, che hanno influenzato e portato a conclusioni fallaci le teorie sull’evoluzione umana.
Venerdì scorso, facendo seguito ai primi risultati dell’indagine di un gruppo di esperti, iniziata nell’agosto 2004, l’Università di Francoforte ha sospeso l’accademico da ogni attività. «Siamo giunti alla conclusione - recita il rapporto della commissione d’inchiesta - che il professor Protsch abbia ripetutamente manipolato e falsificato fatti scientifici nel corso degli ultimi trent’anni».
Le conseguenze per la disciplina sono devastanti. «L’antropologia - ha detto ieri l’archeologo Thomas Terberger, l’uomo che per primo, già nel 2001, espresse dubbi sul lavoro di Protsch - dovrà rivedere completamente la sua immagine dell’uomo moderno, nel periodo compreso fra 40 mila e 10 mila anni fa». L’antropologo tedesco aveva in apparenza provato, con i suoi ritrovamenti, che umani moderni ed esseri di Neanderthal avevano vissuto nella stessa era e che, forse, avevano anche generato figli insieme: «Ora è chiaro che si tratta solo di spazzatura», ha spiegato Terberger.
Oltre alla falsa datazione del teschio dell’uomo di Hahnhoefersand, così ribattezzato dal luogo del ritrovamento, la commissione ha smascherato altre truffe di Protsch. Come la «sensazionale» scoperta della donna di Binshof-Speyer, che l’antropologo sosteneva essere vissuta oltre 21 mila anni fa e invece risaliva appena a 1300 anni prima della nascita di Cristo. In un altro caso, quello di resti umani ritrovati a Paderborn, Protsch l’aveva sparata ancora più grossa, datando i frammenti ossei a più di 27 mila anni avanti Cristo, quando invece il proprietario era quasi un nostro contemporaneo, relativamente s’intende, essendo morto nel 1750. Gli esperti hanno accertato anche bugie, per così dire minori, come l’aver localizzato il ritrovamento di alcuni fossili in Svizzera, invece che in Francia.
Ma la disonestà di Protsch non sarebbe solo intellettuale. Grande amante di orologi d’oro, automobili Porsche e sigari cubani, il nostro è infatti indagato per frode dalla Procura di Francoforte, che lo sospetta di aver tentato di vendere per 70 mila dollari, a un trafficante americano, l’intera collezione di teschi di scimmie, oltre 270 esemplari, del Dipartimento d’antropologia. «Per l’università è molto imbarazzante, avremmo dovuto scoprire le sue falsificazioni molto tempo prima», ha detto il professor Ulrich Brandt, che ha guidato la commissione scientifica d’inchiesta. Brandt ha invocato come giustificazione la quasi impossibilità, nel sistema tedesco, di licenziare un funzionario pubblico e, soprattutto, la diabolica abilità di Protsch a evitare sempre di essere messo nell’angolo: «Era perfetto nel dare risposte evasive».
La vicenda ha anche un risvolto oscuro, legato alle radici familiari di Protsch, il quale, una fra le tante leggende messe in giro sul proprio conto, ha sempre detto di discendere da un generale degli Ussari. In realtà, come ha rivelato Der Spiegel, è figlio di un ex deputato nazista. Un filone dell’inchiesta interna, ancora in corso, riguarda infatti la distruzione, probabilmente eseguita su ordine di Protsch, di centinaia di documenti dell’archivio del Dipartimento d’antropologia francofortese, relativi agli esperimenti scientifici su cavie umane compiuti dai nazional-socialisti.
Il magliaro al momento non parla. L’ultima sua esternazione conosciuta risale al 14 gennaio scorso, quando avrebbe dichiarato al Frankfurter Neue Presse : «Questo è un Tribunale dell’Inquisizione, contro di me non hanno alcuna prova concreta». C’era da scommetterci.

parade

corriereadriatico.it 20 febbraio 2005
Una mostra racconterà le terribili violenze
Gli abusi della psichiatria


ASCOLI - Il comitato dei cittadini per i diritti dell’uomo annuncia che presso la Loggia dei Mercanti in Piazza del Popolo in Ascoli, sarà allestita la prima mostra internazionale sull’abuso dei diritti umani nel campo della salute mentale. La mostra intitolata “Cosa la gente non sa riguardo alla psichiatria: abuso dei diritti umani”, sarà inaugurata venerdì alle 11 alla presenza del consigliere comunale Carlo Cannella e sarà aperta al pubblico tutti i giorni fino a lunedì 28 febbraio, dalle 10 alle 22. La mostra è una denuncia visiva di quello che la psichiatria ha fatto dall’origine degli ospedali ai giorni nostri praticando elletroshock, contenzioni, shock insulinici e tante altre terribili violenze.

laprovinciadisondrio.it 20 febbraio 2005
Quei drogati "al di sopra di ogni sospetto" Il tossicodipendente anche nella nostra provincia non è più riconducibile ad una tipologia precisa: lo "sballo per lo sballo" può interessare tanto lo stimato professionista quanto lo studente modello


Il consumo di droghe anche pesanti ma in dosi contenute rende meno identificabile rispetto a un tempo il tossicodipendente
Quello della droga è un fenomeno su scala nazionale, ma anche la provincia di Sondrio, a torto ritenuta ancora "isola felice" in una visione fideistica della realtà, non ne è affatto immune. Il dato significativo che emerge da una serie di colloqui avuti con addetti ai lavori (medici, assistenti sociali, gente che opera nel campo del recupero dei tossicodipendenti) è che l'uso della droga si va diffondendo in ceti che una volta ne sembravano immuni. E' poi anche in aumento la pratica della "droga part time" cioè quella del consumatore occasionale. Si assume la propria dose come una volta ci si rifugiava nel Martini o nel Campari: la cocaina da "sniffare" per chi se la può permettere (considerati i costi delle bustine), ma anche il "buco" d'eroina, di tanto in tanto, o poi il lunedì via al lavoro, o a scuola. Il tossicodipendente non è più riconducibile ad una tipologia tipica, com'è stato per anni. Oggi è un insospettabile, magari uno stimato professionista o uno studente modello. Con buona pace dei medici, a cui una volta bastava un'occhiata per individuare un paziente "diverso" tra quelli che si presentavano in ambulatorio. La "febbre del sabato sera" investe altre sfere dello svago. Un tempo, chi si drogava faceva tutto sommato una scelta di vita, abbracciando vecchi miti di controcultura. Scelta discutibilissima, ma pur sempre legata ad un'adesione ad un modello di vita. Oggi, lo sballo per lo sballo. Sia che si tratti di psicofarmaci, o di "ero", il danno sociale è gravissimo. Gli effetti non sono visibili nell'immediato, dal momento che non è più semplice come prima distinguere il "drogato" dalla persona normale, ma devastanti nel medio termine. I medici che abbiamo interpellato parlano di fenomeno non controllabile con i mezzi usuali, e quindi non trattabile come "emergenza medica", che a lungo andare può essere fonte di depressione ed indurre fortissimi problemi relazionali dell'individuo nel suo inserimento. Sono soprattutto i giovanissimi (mentre le generazioni precedenti fanno uso di droga per sopportare lo stress quotidiano o come rifugio dall'ansia) a cercare negli stupefacenti la risposta a tutti i loro problemi. E spesso non sanno nemmeno cosa stanno usando. Diversi medici possono confermare che si presentano ragazze o ragazzi chiedendo loro: "Dottore, ma cosa ho preso?". La totale disinformazione esistente sugli effetti di questa o quella droga può portare conseguenze fatali su metabolismi "impreparati" ad accoglierla. Né, d'altra parte, esiste più la gradualità. Una volta lo "spinello" era il primo gradino (anche se molti non sono andati oltre), adesso si passa direttamente all'assunzione di droghe pesanti, anche se i dosaggi sono solitamente leggeri. E l'attenzione alla dose può portare un fisico normale ad un'assunzione continuativa di droga senza dipendenza. Si può continuare quindi a condurre un'esistenza "al di sopra d'ogni sospetto", senza avere mai difficoltà con la legge. Il timore maggiore espresso dai nostri intervistati è comunque quello che il fenomeno, diffondendosi a livello di massa, possa in futuro divenire quasi accettato, un po' com'è stato per l'alcoolismo, che rappresenta ancor oggi in provincia di Sondrio una piaga sociale non indifferente.

corriere.it 19 febbraio 2005
Donne, ecco perché vi bocciano in scienze

La polemica
Di LAWRENCE H. SUMMERS

Un mese fa il rettore di Harvard, Lawrence Summers, affermò in un discorso a porte chiuse che l’universo femminile è biologicamente svantaggiato nel campo scientifico. L'intervento suscitò polemiche e indignazione. Ora l’accademico ha deciso di rendere pubblico il testo. Summers spiega come di fronte agli obiettivi professionali, la donna sia portata (più per natura che per condizionamenti sociali) a non investire tutte le energie nella carriera
Mi avvio a esaminare un aspetto del problema, o della sfida, che abbiamo preso in considerazione, ossia quanto le donne siano presenti ai vertici delle università e delle istituzioni nei campi della scienza e dell’ingegneria, non perché sia, questo, il problema più importante o più interessante che possiamo affrontare, ma perché è il solo al quale mi sia dedicato in maniera davvero seria.
Esistono tre articolate ipotesi sulle origini delle disparità sostanziali tra uomini e donne. La prima è quella che io definisco l’«ipotesi del lavoro intenso». La seconda riguarda la capacità di dedicarsi totalmente ad alti obiettivi, la terza le diverse risposte alle dinamiche sociali e la discriminazione nell’ambiente di lavoro. Ritengo che le tre ipotesi rispettino l’ordine di importanza che ho appena riportato. Ci sarà forse di aiuto estendere preliminarmente il problema oltre i confini della scienza e dell’ingegneria. Ho avuto l’opportunità di affrontare la questione con dirigenti di grandi aziende, amministratori di giovani imprese, direttori di ospedali all’avanguardia, capi di società leader in diversi settori, infine con colleghi accademici. In ciascun ambiente professionale, la sostanza dei discorsi è sempre la stessa. Da venti o venticinque anni a questa parte il numero di donne che hanno accesso a un’istruzione di livello superiore è significativamente cresciuto. Le persone che hanno beneficiato di questa tendenza sin dall’inizio hanno oggi un’età compresa tra i quaranta e i cinquant’anni. Se consideriamo i gruppi dirigenti in ambiente accademico, registriamo un’età media che non si aggira affatto sui cinquanta, ma neanche su quella che ci saremmo aspettati di trovare all’inizio, venti o venticinque anni fa, quando cioè le studentesse della facoltà di Legge costituivano un terzo degli iscritti. Tra le poche donne che occupano posizioni di leadership sono tante le non sposate o senza figli.
Quali considerazioni possiamo ricavarne? Mi pare evidente — e, tengo a precisare, parlo su una base meramente descrittiva, non normativa — che le attività e le professioni più prestigiose chiedono, a quanti abbiano intenzione di fare carriera e arrivare ai vertici intorno ai quarant’anni, una quasi totale dedizione al lavoro. Professioni che impongono di trascorrere intere giornate in ufficio, che richiedono flessibilità e capacità di risolvere le emergenze, continuità di prestazioni per l’intera durata del ciclo vitale, che pretendono — tanto più difficile da appurare — che la mente sia sempre concentrata su questioni collegate al lavoro, anche fuori dagli orari lavorativi. È un fatto che nella nostra società sono sempre stati gli uomini sposati a garantire il livello di impegno qui esemplificato, in misura di gran lunga maggiore rispetto alle donne. Non si tratta di un giudizio su ciò che dovrebbe essere, né su ciò che sarebbe giusto pretendere sul posto di lavoro. Mi pare, tuttavia, estremamente complicato esaminare simili dati senza trarne la conclusione che le aspettative non sono in contraddizione con le scelte individuali, e che contribuiscono a determinare risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Un’altra prospettiva dalla quale esaminare il problema ci porta a indagare quante giovani donne sui venticinque anni decidano di non volere un lavoro che le costringa a non pensare ad altro per ottanta ore la settimana. Pensiamo poi a quanti sono i giovani uomini che prendono la stessa decisione e soffermiamoci sulle differenze.
Il secondo elemento che ritengo occorra considerare, è la combinazione degli obiettivi peculiari di scienza e ingegneria e dei motivi per i quali la rappresentanza femminile nei suddetti campi è assai limitata e contrastata se paragonata ad altri settori. Ci aiuterà qui un semplice ragionamento. Rispetto a numerosi fattori che non sono determinati culturalmente — altezza, peso, propensione al crimine, quoziente intellettivo totale, capacità matematiche e abilità scientifiche — si riscontra una innegabile differenza nei valori medi che individuano le popolazioni maschile e femminile. Prendiamo il caso di fisici ai vertici di un istituto universitario di ricerca: mi pare ragionevole figurarsi persone che non superino soltanto di due o tre volte i valori medi. Parliamo di persone che sono tre volte e mezzo, quattro volte al di sopra della media: persone di questo tipo sono in una scala di uno su cinquemila, uno su diecimila. Ho fatto un calcolo elementare. Ho scorso il testo di Yu Xie e Kimberlee Shauman (autori del libro «Donne nella scienza: Carriera e Risultati», Harvard University Press, ndr) ed esaminato i valori ricavati dall’analisi delle differenze di genere, raggruppati in tabelle. In base alle stime fornite dai due studiosi, il 50% delle donne, una donna ogni due uomini, rispetta il profilo del lavoratore che si prefigge alti obiettivi. È in seguito emerso che i test utilizzati nel libro non costituiscono criteri valutativi altamente affidabili. Non credo, tuttavia, che la questione possa essere del tutto liquidata. Perché, se la mia interpretazione del lavoro è corretta, possiamo concluderne che, indipendentemente dai fattori presi in considerazione, restano inconfutabili differenze di genere, rispetto ai valori medi.
La mia impressione è quindi che combinando l’«ipotesi del lavoro intenso» e le differenze valoriali di genere, sia possibile chiarire numerosi aspetti del problema. Restano ancora due fattori da prendere in considerazione. Il primo: la risposta alle dinamiche sociali. In certo modo le bambine socializzano facilmente attraverso attività che richiamano il compito di prendersi cura di un altro essere, mentre i bambini sono attratti, ad esempio, dalle costruzioni. Questi sono fatti indiscutibili. Esito tuttavia ad assegnare grande valore a questo tipo di ragionamento. Per due ragioni. In primo luogo, la psicologia empirica ci ha insegnato negli ultimi quindici anni che si tende a interpretare i processi di socializzazione in maniera erronea e fuorviante. Siamo rimasti sbalorditi di fronte ai risultati degli studi su gemelli separati alla nascita. La certezza che l’autismo fosse un riflesso di caratteristiche proprie dei genitori, sostenuta senza esitazione alcuna e rafforzata da riscontri basati sull’osservazione diretta, si è rivelata infondata. Il secondo dato empirico è che le ragazze sono tenaci e ostinate. Quando non c’erano ancora laureate in chimica, né in biologia, era facile incolpare i condizionamenti familiari.
Oggi è sempre più evidente che il vero nodo sta nei comportamenti delle ragazze di venti o venticinque anni, rispetto agli obiettivi che non prendono in considerazione. Ben più controverso appare infine il ruolo della discriminazione. Fino a che punto è possibile parlare di aperta discriminazione? È innegabile che forme di discriminazione esistano. Ritengo, però, che il fenomeno più significativo sotto questo aspetto sia il verificarsi di un vero e proprio scontro tra quelli che sono i legittimi desideri dei membri di una famiglia e l’aspirazione individuale a ricoprire posizioni di rilievo. Nel caso specifico della scienza e dell’ingegneria, esistono motivazioni intrinseche delle differenze tra i generi, e questi fattori non fanno che essere rafforzati da fattori di minore rilevanza, come le dinamiche sociali e la persistente discriminazione. Sarei felice se mi si dimostrasse che sono in errore. Permettetemi di concludere precisando che le considerazioni qui riportate si avvalgono di una vasta attività di consultazione della letteratura scientifica e di osservazioni sul campo. Sarò soddisfatto del lavoro compiuto, se riuscirò a stimolare una riflessione sull’argomento trattato e a provocare il desiderio di approfondire una ricerca che si proponga di contraddire le mie conclusioni. Siamo di fronte a una materia che richiede un’accurata riflessione: abbiamo esaminato nodi troppo importanti per appiattire l’analisi su posizioni sterilmente sentimentali. Occorre un esame rigoroso.

kataweb.it 19 febbraio 2005
Autismo, decisiva la diagnosi precoce
Stefano Pallanti (allievo fiorentino del Cassano)


Il tema che vorrei affrontare questa volta riguarda l’autismo: mi è capitato il caso di una signora madre di un bimbo di dieci anni autistico. La signora ha anche un’altra bimba di diciotto mesi e mi ha espresso il suo timore relativo al manifestarsi del disturbo anche nel secondo figlio. Le domande che mi ha posto sono quelle relative a come fare per individuare il disturbo, se esiste un modo precoce per poter intervenire il prima possibile.
Fino a 20, 30 anni fa era molto difficile riconoscere i segnali caratteristici dell’autismo. Oggi la diagnosi sfugge molto più difficilmente all’osservazione dei genitori e dei pediatri, grazie ai tests ideati dai neuropsichiatri dell’infanzia. L’ideale sarebbe scoprire i bambini “difficili” e silenziosi entro i 2 anni. Decisiva è quindi la precocità della diagnosi. Negli ultimi due anni molto è cambiato: la via è stata la presa di consapevolezza pubblica e l’evidenza che un trattamento precoce con una terapia comportamentale può aumentare le possibilità future del bimbo.
Le indicazioni del DSM-IV (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) per l’individuazione del disturbo autistico sono le seguenti:
Compromissione qualitativa dell’interazione sociale, manifestata con almeno due dei seguenti:
- marcata compromissione nell’uso di svariati comportamenti non verbali, come lo sguardo diretto, l’espressione mimica, le posture corporee e i gesti che regolano l’interazione sociale;
- incapacità di sviluppare relazioni con i coetanei adeguate al livello dello sviluppo;
- mancanza di ricerca spontanea della condivisione di gioie, interessi od obiettivi con altre persone (per esempio non mostrare, portare, né richiamare su oggetti di proprio interesse)
- mancanza di reciprocità sociale o emotiva.
Compromissione qualitativa della comunicazione come manifestato da almeno uno dei seguenti:
- ritardo o totale mancanza dello sviluppo del linguaggio parlato (non accompagnato da un tentativo di compenso attraverso modalità alternative di comunicazione come gesti o mimica);
- in soggetti con linguaggio adeguato, marcata compromissione della capacità di iniziare o sostenere una conversazione con altri;
- uso di linguaggio stereotipato e ripetitivo o linguaggio eccentrico;
- mancanza di giochi di simulazione vari e spontanei, o di giochi di imitazione sociale adeguati al livello di sviluppo.
Modalità di comportamento, interessi e attività ristretti, ripetitivi e stereotipati, come manifestato da almeno uno dei seguenti:
- dedizione marcata verso uno o più tipi di interessi ristretti e stereotipati anomala o per intensità o per focalizzazione;
- sottomissione del tutto rigida ad inutili abitudini o rituali specifici e manierismi motori stereotipati e ripetitivi (battere o torcere le mani o il capo, o complessi movimenti di tutto il corpo);
- persistente ed eccessivo interesse per parti di oggetti.
Ritardi o funzionamento anomalo in almeno una delle seguenti aree, con esordio prima dei tre anni di età:
- interazione sociale
- linguaggio usato nella comunicazione sociale gioco simbolico o di immaginazione.
Il test inglese CHAT (Check List for Autism in Toddlers), che serve per formulare un sospetto diagnostico sotto i 36 mesi, di solito confermato nel 90% dei casi ad un anno di distanza. La CHAT è stata formulata per la diagnosi di autismo nei bambini di 18 mesi. Si compone di due sezioni distinte, una per le risposte dei genitori, una per quelle degli operatori, e considera vari aspetti dello sviluppo, quali il piacere del gioco motorio e condiviso, la socializzazione, lo sviluppo motorio, il gioco sociale, il gioco simbolico, l’indicazione protorichiestiva, l’indicazione protodichiarativa, il gioco funzionale, l’attenzione congiunta e il gesto del mostrare. Una caduta nei suoi item critici o in alcuni di essi è indicativa di un rischio alto o lieve di autismo.
Questi strumenti rendono operativa la possibilità di individuare la presenza di un disturbo pervasivo dello sviluppo in bambini di due anni di età o persino in età precoci. Poiché la sovrapposizione tra bambini con ritardi nello sviluppo e bambini con autismo sembra essere molto ampia nell’infanzia, l’approccio diagnostico più efficace dovrebbe basarsi su pattern di combinazioni di comportamento piuttosto che sulla presenza o assenza di comportamenti singoli. La diagnosi di autismo dovrebbe tener conto delle informazioni ottenute tramite le interviste strutturate ai genitori, l’osservazione diretta del bambino, l’interazione con lui e le scale di valutazione standardizzate. In particolare, l’identificazione precoce dovrebbe porre grande enfasi sui comportamenti comunicativi e sociali.
Delineare le caratteristiche precoci del disturbo autistico è fondamentale per migliorare la comprensione dei deficit primari di questo disturbo, delle modalità atipiche di sviluppo e dei fattori associati ai cambiamenti nella sintomatologia. Una diagnosi precoce ha la potenzialità di migliorare gli outcomes nell’autismo, consentendo al bambino di beneficiare di un trattamento riabilitativo precoce che si associa ad un miglioramento nella produzione del linguaggio, allo sviluppo di abilità cognitive e allo sviluppo dei comportamenti sociali.
Ai genitori sono rivolte 9 domande e viene richiesto loro di osservare i tre comportamenti “strani “ dei figli: quando non guardano la palla, non indicano la mamma, non capiscono i giochi di finzione. Attualmente c’è sufficiente concordanza sul fatto che sia possibile formulare una diagnosi di autismo tra i due e i tre anni di vita, ma tra gli otto e i diciotto mesi è possibile individuare alcuni segni che, pur essendo aspecifici, devono essere considerati di allarme e quindi impongono una consultazione specialistica al fine di formulare una diagnosi di attesa.
Ma la difficoltà maggiore risiede nel fatto che i sintomi precoci possono essere difficili da scoprire anche per il medico più esperto. Un aiuto significativo può essere fornito proprio dalla mamma che, generalmente, è la prima a captare, durante il primo anno di vita, alcuni segni “strani”, come lo sguardo che tende a perdersi nel vuoto e le scarse capacità comunicative. Gli esperti sono ormai concordi nel sostenere che fino a due anni il bambino autistico sembra conservare ancora una piccola voglia di comunicare con il mondo, che esprime attraverso vaghi comportamenti, anche molto difficili da riconoscere. Quando tutto questo è possibile, allora si possono coordinare degli interventi con i genitori, in grado di favorire la gestione della malattia ed i medici possono prepararsi ad affrontare la difficile crescita di un bambino con un grave disturbo dello sviluppo. Spesso però il genitore non trova nel pediatra un interlocutore adeguato: lo specialista può sottovalutare il sintomo e la preoccupazione della madre, attribuendo il comportamento del bambino a normali tappe evolutive di tipo regressivo che pur interessano il 40% circa dei bambini, o peggio quell’ansia dei genitori. Ecco quindi che il treno della prevenzione è irrimediabilmente perduto.
Solitamente i bambini con autismo non ricevono una diagnosi definitiva prima dei 4 anni di età, periodo in cui è possibile operare una valutazione sulla base di sintomi canonici quali una compromissione qualitativa della comunicazione e delle abilità di gioco, la presenza di comportamenti ripetitivi e stereotipati. Il disturbo tende invece a manifestarsi in età precoce, attorno ai trenta mesi di vita con una certa sintomatologia che sembra insorgere a partire dai 16-20 mesi.
I bambini con autismo vengono spesso diagnosticati per ritardi dello sviluppo motorio, emotivo, sensoriale e/o problemi comportamentali. Una diagnosi formale in età precoce è resa difficile dal fatto che i bambini non hanno ancora raggiunto il livello di sviluppo cognitivo e linguistico richiesto per soddisfare alcuni criteri diagnostici.
La terapia comportamentale è un ponte verso il mondo esterno e mentre esperti dicono che può fare la differenza ad ogni età, tutti sono concordi sul fatto che abbia il più ampio effetto sul linguaggio dei bambini, sul comportamento sociale e sul quoziente intellettivo quando inizia prima di quattro anni di età.
L’intervento dovrebbe partire a tre anni e certamente prima dei quattro: dopo un certo punto si può ancora insegnare ad un bimbo autistico certe cose, migliorare i comportamenti distruttivi, ma non si può cambiare il “sentiero” comportamentale che si è formato.

farmacia.it 18 Febbraio 2005 - 12:20
CERVELLO: LOCALIZZATE AREE LEGATE A SCHIZOFRENIA


SYDNEY, 18 FEB E' stato individuato il legame fra alcuni sintomi della malattia e particolari strutture del cervello. La scoperta, condotta in Australia e pubblicata sulla rivista internazionale Neuroimage, promette di favorire una migliore comprensione delle cause genetiche della malattia e quindi diagnosi e terapie piu' tempestive. Lo studio, condotto nell'Istituto di neuroscienze dell'universita' di Sydney, ha permesso di correlare i processi di pensiero deteriorati, in particolare l'incapacita' di risolvere problemi e di programmare, con un assottigliamento della materia grigia in un'area del cervello nota come corteccia prefrontale. I ricercatori, guidati da Vaughan Carr, direttore scientifico dell'Istituto stesso, ha utilizzato la risonanza magnetica per esaminare la struttura e le funzioni del cervello in dieci soggetti nelle prime fasi di schizofrenia mentre eseguivano compiti di programmazione richiedenti attenzione e memoria. Confrontando i risultati con quelli di un gruppo di persone sane, si e' osservato che le persone colpite da schizofrenia avevano difficolta' ad eseguire i compiti richiesti. L'analisi computerizzata ha rivelato che i processi di pensiero deteriorati e l'inabilita a risolvere problemi, nei malati di schizofrenia, erano direttamente legati all'assottigliamento dello strato esterno di materia grigia e ad un'attivita' ridotta nella parte del cervello interessata. La scoperta, afferma Carr, apre la strada a nuove aree di ricerca con l'esame di campioni di tessuto cerebrale prelevati dopo la morte di pazienti colpiti dalla schizofrenia. "Potremo ora concentrarci sulla genetica di un'area molto specifica del cervello - ha osservato Carr - ed esplorare piu' a fondo le ragioni per cui il tessuto situato in quell'area si deteriora negli schizofrenici". L'obiettivo e' identificare i geni che potrebbero essere attivati o disattivati nei pazienti, e quindi formulare nuove terapie. (ANSA).

al congresso della Società italiana di psicopatologia
con il prof. Pancheri

Il Messaggero Domenica 20 Febbraio 2005
CURA AL CACAO
Cioccolato, la “terapia” che diventa dipendenza
C.Ma.

ROMA - Compare anche la cioccolata nel programma del congresso della Società italiana di psicopatologia. Venerdì, infatti, come evento serale alle 21, tre psichiatri, Paolo Pancheri, Luca Pani e Icro Maremmani, parleranno proprio del cacao. Che verrà ”raccontato“ attraverso le conoscenze della neurobiologia molecolare e analizzato nella trasformazione del suo consumo: da abitudine della gola a malattia. Non è un caso che il titolo della sessione è proprio ”Cioccolato: dal piacere alla dipendenza”.
«Saranno presentati dei quadri clinici precisi - spiega Roberto Brugnoli, psichiatra coordinatore del congresso -. Il cacao risulta essere molto spesso un tentativo di autocura per i pazienti. Venerdì tracceremo, su basi scientifiche, il percorso che spesso avviene dalla ”terapia“ fai-da-te con le tavolette di cioccolata ad una vera e propria forma di dipendenza. Non in forma, possiamo dire “romanzata”, ma con riferimenti psicobiologici saldi».
L’analisi degli psichiatri arriva in un momento in cui l’Italia vede crescere di anno in anno i consumi di cioccolato. Siamo arrivati a 4 chili a testa. Con un’impennata delle preferenze che si sta orientano verso il fondente. Nel 2003 è stato valutato un più 14,8%. Ma, nonostante la maggior diffusione della cultura del cioccolato e la conseguente apertura di negozi di nicchia superspecializzati nelle diverse varietà, l’uscita di film e montagne di libri, il consumo di ogni italiano resta il più basso d’Europa. Perché? Rispondono artigiani e industriali: qui sono ancora in molti a mangiare il cioccolato con un senso di colpa.

Il Messaggero Domenica 20 Febbraio 2005
Da martedì a Roma congesso di Psicopatologia
«La tristezza non si cura con le pillole»
Lo psichiatra Pancheri: crescono le richieste di farmaci contro lutti e dolori
di CARLA MASSI

ROMA - «Ci viene chiesta la pillola per sopportare l’abbandono del fidanzato, le difficoltà al lavoro, gli insuccessi all’università. C’è una consapevolezza diffusa che esiste una cura per ogni emozione. Sta cambiando la psichiatria e, con lei, il nostro lavoro e le domande dei pazienti. E, per questo, dobbiamo rivedere il nostro modo di fare diagnosi». Così, il professor Paolo Pancheri, docente di Psichiatria all’università di Roma spiega la filosofia del Congresso, da lui presieduto, della Società italiana di psicopatologia in programma a Roma da martedì a sabato.
Lei parla della necessità di rivedere la psichiatria in un mondo in trasformazione. Mutano le malattie?
«Il nostro lavoro deve misurarsi con quello che ci accade intorno. Ogni giorno bussano al nostro studio persone con disturbi diversi da quelli di una decina di anni fa. Anche per questo da tempo, come faremo anche durante questo congresso, analizziamo i film per mettere a confronto le rappresentazioni della realtà»
Patologie nuove?
«Sarebbe meglio dire patologie modificate, riviste e adattate alla vita di oggi. Sono aumentate le cosiddette patologie sub-sindromiche. Quelle, cioè, che i libri “sacri” della psichiatria mondiale disegnano con un ventaglio di caratteristiche che questi pazienti non hanno. Eppure, se pur in forma cambiata, parliamo di depressione e di ansia»
E’ banalizzante parlare di forme più lievi?
«Stiamo comunque parlando di persone che soffrono ma non corrispondono al profilo dato fino ad oggi dalla letteraura scientifica. I pazienti chiedono aiuto, raccontano il loro male anche attraverso malesseri riferibili allo stomaco o alla testa»
Parla di somatizzazione?
«Dico che è ormai diffusa la consapevolezza che il disagio psichico oggi si manifesta anche attraverso un mal di schiena insopportabile. Certo è che cresce la domanda di farmaci per curare ogni tipo di sofferenza del tono dell’umore»
Sono dolori che una volta uomini e donne sopportavano?
«Sì. Per questo dobbiamo stabilire i nuovi confini delle malattie psichiatriche. Per capire quali disturbi possiamo annoverare in un quadro patologico e quali no»
Così, non si rischia di psichiatrizzare le emozioni? Medicalizzare ogni difficoltà che la vita regala?
«Proprio perché questo non accada dobbiamo confrontarci. E’ un problema di tutti i paesi occidentalizzati. Va, in qualche modo, affrontata la sempre più comune difficoltà, meglio dire incapacità, a fronteggiare gli ostacoli quotidiani»
Avete anche capito perché?
«L’eccesso di competizione, la violenza e un palpabile disagio sociale scatenano insicurezza e paure. E si crede, erroneamente, che basta una medicina per “guarire”. Le terapie farmacologiche ci aiutano, permettono di affrontare malattie psichiatriche gravi ma non possono essere scambiate per pozioni magiche»

patologie dei minori

Corriere della Romagna, Rimini 20.2.05
Vizi educativi nell’adolescenza riconoscerli per crescere sani
Isabella Pascucci

RIMINI - Un viaggio affascinante attraverso la neuropsichiatria infantile quello compiuto nei giorni scorsi dai soci del Lions Club Rimini-Riccione Host, sull’onda delle parole del dottor Angelo Cioci, alla vigilia dell’avvio di un importante progetto pilota e di sperimentazione a costi zero sostenuto dal club. Il progetto, che partirà il prossimo 22 febbraio, presso la scuola elementare Casti, prevede vari momenti: un’osservazione e un’analisi degli eventuali disagi comportamentali, di comunicazione e di apprendimento degli alunni, ravvisabili nel 40% dei bambini; un corso di formazione su tali problematiche rivolto a docenti e genitori ed una serie di programmi individuali a sostegno dei bambini con disagi. Come spiega il dottor Cioci, specialista in clinica pediatrica e psicologia medica e membro della New Academy of Sciences oltre che socio emerito del Lions: “Dall’iperattività alla dislessia, dall’autismo alla disgrafia, sono molti i sintomi di disfunzioni nate da alcuni vizi educativi; il che provoca un gap tra crescita fisiologica e crescita funzionale. E’ quindi necessaria una diagnosi precoce e non solo una terapia, come avviene oggi nelle scuole. Insomma, operare con un intervento che è sociale e non solo meramente sanitario”.Il progetto, supportato anche dalla lungimiranza di Giancarlo Fabbri, dirigente del 6° Circolo didattico, interesserà anche altre scuole: la Bertola, la Forese e quelle del 5° Circolo

la famiglia e le violenze ai minori

Brescia Oggi Domenica 20 Febbraio 2005
Un convegno all’Università Cattolica ha tracciato gli scenari degli abusi e suggerito i percorsi del recupero
Minori violati, la sfida della vita
150 ragazzi bresciani in comunità-alloggio e centri di pronto intervento
di Lisa Cesco

Partire da una forte situazione di rottura e degenerazione come quella dei casi di pedofilia, per avviare una ricostruzione, per continuare a farsi carico «di quell’altra parte della città, meno distruttiva - secondo la definizione dell’assessore Carla Bisleri - che facendo tesoro delle esperienze più difficili vuole proseguire nell’impegno per la cura e l’educazione dell’infanzia».
Quella parte di città che ha fatto sentire la propria voce riempiendo di studenti, insegnanti, cittadini l’Aula magna dell’Università Cattolica, per la giornata di studio dedicata a «La relazione educativa tradita - Famiglia e violenza sui minori», organizzata dall’ l’Assessorato alla pubblica istruzione del Comune e dalla Cattolica con il Centro studi sulla vita matrimoniale e familiare e il Gruppo di studio e ricerca sul maltrattamento dei minori.
Se è vero che la stragrande maggioranza delle violenze sui minori sono commesse nel contesto famigliare, sono molteplici i versanti per avvicinare un fenomeno dai profili ancora sfuggenti, ad incominciare da quelli numerici: nel Bresciano sono 150 i bambini e ragazzi accolti dalla rete di 26 fra comunità alloggio e servizi di pronto intervento, ma ci sono forti motivi per credere che, fra affidi ai parenti e situazioni che rimangono nascoste, il fenomeno abbia una portata ben più ampia.
Complessi, quindi, gli interventi a sostegno del minore violato, cercando di integrare due scenari d’azione confliggenti fra di loro, quello dell’accertamento giuridico dei fatti, che richiede percorsi conoscitivi non sempre allineabili con l’approccio clinico e quello della relazione di cura.
Per i minori violati, allontanati per decreto dalla famiglia d’origine, una risposta è quella della comunità alloggio dove - come ha spiegato Emanuela La Fede, coordinatrice delle comunità per minori «Come un albero» e «Geopandea» -, si cerca di ricostruire quel qualcosa che si è spezzato, «cercando di vincere la scommessa che la normalità guarisce, la quotidianità cura, e dedicando un’accoglienza abitativa e relazionale non trovata nella famiglia d’origine».
«Accoglienza è anche avere la delicatezza di non azzerare la loro storia, pur intrisa di sofferenza, osservare una privacy rigorosa sulle loro vicende di ragazzini che ormai sono convinti di essere pubblici, che la loro storia sia di tutti, dopo che l’hanno ripetuta magari sei o sette volte fra udienze in Tribunale e psicoterapeuti: si cerca di lasciare loro l’intimità, senza pietismo, assecondando i loro salti nel tempo, i loro incubi notturni e il rapporto difficile con le persone e le cose, per scoprire magari che, nonostante tutto, sono ancora innamorati della vita», dice La Fede.
Se per le comunità alloggio la sfida sarà quella di inglobare in progettualità comuni anche le famiglie, per realizzare buoni recuperi familiari riscattando le funzioni genitoriali compromesse, soggetti da non trascurare sono anche gli autori dell’abuso, come ha ricordato nel suo intervento il criminologo Carlo Alberto Romano, docente alla Cattolica di Brescia.
«Dal ’95 ad oggi abbiamo assistito ad un trend di crescita dei reati a sfondo sessuale, e nonostante gli autori di tali reati rappresentino solo il 2% della popolazione penitenziaria, quindi non più di 1000-1200 persone in Italia, c’è da credere che esista un forte problema di dimensionamento reale del fenomeno», spiega Romano.
Un fenomeno sottostimato, come già confermava l’inchiesta di vittimizzazione realizzata dall’Istat nel 1998, da cui emergeva che il 2% della popolazione italiana complessiva ha subito una violenza sessuale, quindi circa un milione di persone, cui, specularmente, dovrebbero corrispondere indicativamente un milione di abusanti.
Dai dati del Ministero dell’Interno risulta inoltre che nel 76% dei casi c’è una relazione di conoscenza fra l’autore del reato e la vittima, relazione che nel 94% dei casi è di tipo familiare, e chiama in causa le categorie del conoscente, del genitore e del convivente-genitore.
«L’autore del reato, nel nostro sistema, rimane al centro dell’attenzione fino alla sentenza di condanna definitiva - dice Romano -. Successivamente, il colpevole viene avviato in una sorta di "ibernazione penitenziaria", con la minore visibilità possibile del problema e una bassa accessibilità agli strumenti previsti dalla legge per la tutela dei propri diritti di persona: finchè questa prospettiva non verrà ribaltata, sarà difficile farsi davvero carico di tali persone, a beneficio finale della stessa comunità, cercando spazi di azione e intervento nel contesto carcerario".

novità sul caso Galileo Galilei

L'Unità 20 Febbraio 2005
Firenze e il processo a Galilei
lettere inedite del pronipote di Michelangelo
Carla Rovini

Sullo sfondo drammatico della guerra dei Trent’anni e del processo del Sant'Uffizio a Galileo Galilei per eresia, una straordinaria corrispondenza, comprendente più di cento lettere inedite, tra un poeta fiorentino, Michelangelo il Giovane, e la corte dei Barberini a Roma, rivela la complessa attività di mecenati, mediatori e clienti all'interno di intricate strutture sociali che investono tanto il sistema economico che il potere politico in Italia all'inizio del Seicento. E rivelano che Michelangelo il Giovane ebbe favori da Urbano VIII, il pontefice che poi condannò Galilei. E proprio grazie al poeta fiorentino, l'astronomo pisano riuscì ad arrivare al Papa, che in un primo tempo lo sostenne nella sua opera rivoluzionaria. A portare alla luce questi carteggi mai pubblicati è una storica dell'Università di Oxford, Janie Cole, che fornisce un'anticipaazione del materiale scoperto con un saggio che appare sul nuovo numero della rivista culturale «Belfagor» (Olschki editrice). Gli inediti sono stati trovati negli archivi di Casa Buonarroti a Firenze, alla Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma e alla British Library di Londra. «In ultima analisi, queste lettere non solo rivelano come le strategie del Buonarroti fossero finalizzate ad ottenere favori dalla corte papale per lui e per la sua famiglia e a promuovere il nome del suo celebre antenato, ma sottolineano anche - spiega la studiosa di Oxford - come il mecenatismo dei Barberini appoggiasse le attività di figure di rilievo come Lodovico Cardi detto il Cigoli e Galileo Galilei: il primo impegnato con i disegni per la facciata di San Pietro, il secondo appena giunto a Roma per presentare le sue controverse scoperte astronomiche». Esse formano intorno a Urbano VIII una raffinata cerchia di intellettuali fiorentini, consolidando i rapporti culturali tra Roma e Firenze agli inizi del periodo barocco. I Barberini spiccavano tra le numerose famiglie influenti dalle quali Michelangelo il Giovane cercò supporto e protezione durante tutta la sua lunga carriera a Firenze di poeta prolifico, di accademico, e a sua volta lui stesso di mecenate. Già nella prima metà del Seicento, la corte dei Medici gli commissionò regolarmente un gran numero di commedie teatrali ed altri vari intrattenimenti in collaborazione con numerosi compositori e musicisti di corte. Allo stesso tempo frequentava la casa dei Gonzaga a Mantova ed altri importanti componenti del patriziato fiorentino. Le radici del rapporto fra Buonarroti e Maffeo Barberini, tutti e due nati a Firenze nel 1568, risalgono alla loro infanzia trascorsa insieme nel quartiere di Santa Croce.

archeologia
la Reggia dei Re

Corriere della Sera 20.2.05
La scoperta sarà illustrata oggi durante un convegno a Firenze da Andrea Carandini
Archeologia come avventura: cade il segreto della Reggia dei Re
Era molto lussuosa per l’epoca. Si trova accanto al tempio di Vesta, fuori dalle mura palatine, nel Foro
L. Gar.

Era molto lussuosa, almeno per l’epoca in cui è stata costruita. E si trova proprio dove gli archeologi hanno sempre pensato dovesse essere: accanto al tempio di Vesta. È la reggia dei primi re di Roma, che oggi verrà illustrata per la prima volta al pubblico dal suo scopritore, l’archeologo Andrea Carandini. Una presentazione che avverrà a Firenze, al Palcongressi, all’incontro nazionale organizzato dalla rivista «Archeologia Viva». Una reggia che «è la conferma - racconta Carandini - che Roma è nata proprio secondo la data della tradizione, intorno alla metà dell’VIII secolo avanti Cristo», il famoso anno 753 a.C. E «non, come hanno sempre pensato gli storici - prosegue l’archeologo - circa un secolo, o un secolo e mezzo più tardi». A riprova, un altro prezioso ritrovamento avvenuto proprio in questi ultimi giorni: la «Capanna» dove ardeva il sacro fuoco delle Vestali, esattamente accanto alla reggia, subito fuori le mura palatine. Sono qui i più antichi pavimenti del Foro: e «si è scoperto che quello che era considerato il primo, datato alle metà del VII secolo, è invece il secondo: al di sotto vi è quello che è veramente il primo, e risale di nuovo alle metà dell’VIII secolo», come hanno confermato le indagini statigrafiche.
Per ammirare la prima «reggia» della Capitale i romani dovranno attendere ancora qualche mese: la zona è ancora ricoperta d’acqua e «bisognerà aspettare almeno fino a giungo» fa sapere il suo scopritore.
Carandini, docente di Archeologia classica all’università la Sapienza, tra i massimi archeologi e conoscitori della Roma delle origini, da vent’anni sta conducendo queste ricerche.
Racconta: «Abbiamo trovato alla profondità di circa sette metri un ambiente di 345 metri quedrati, di cui 105 coperti e 240 di cortile, con un monumentale ingresso» sostenuto da colonne di legno dal quale si accedeva ad un ampio salone per banchetti, rifinito con arredi di grande qualità.
E «un locale così grande in quel punto - prosegue - accanto al santuario di Vesta, che era sottoposta alla podestà dei re, non può che essere la reggia» di Numa e di Anco Marzio. Un palazzo che secondo l’archeologo dovrebbe essere durato almeno fino al 64 dopo Cristo, il che vuol dire quasi otto secoli. Quanto poi all’ultimo ritrovamento, la «capanna» delle Vestali, è ovale, con due focolari agli apici e uno al centro, e perfino i ripostigli per i cereali.

metamorfosi, al Mart

L'Unità 20 Febbraio 2005
Al Mart di Rovereto «Il Bello e le bestie», un’intrigante rassegna su metamorfosi, mutazioni e sul rapporto tra uomo e animale
Centauri, sfingi, sirene: l’arte incantata dalle bestie
Paolo Campiglio

Prima che nelle metope del Partenone l’esperienza visiva e concettuale del centauro è per alcuni della mia generazione nella Medea di Pasolini, dove rappresenta miticamente il sacro, la saggezza magica antica contrapposta alla dissacrante esperienza di Giasone, che del sacro crede di beffarsi, emblema, nel teorema pasoliniano, di una società, quella italiana degli anni sessanta, che ha saputo tradire e dimenticare le proprie origini. Ma la figura è indubbiamente alla base della storia dell’arte occidentale e ha la funzione per l’uomo greco di «memento», di un passato irrazionale sacro, o di un assoluto naturale, eroico e ferino, che nella lotta della società razionale può sempre risorgere.
Quell’ archetipo della cultura occidentale è alla base della mostra in corso al Mart di Rovereto, a cura di Lea Vergine e Giorgio Verzotti incentrata sulle ibridazioni tra uomo e animale, sul concetto di metamorfosi. Si tratta di un’imponente mostra tematica che attraversa i secoli, i generi e le interpretazioni che i curatori hanno organizzato enucleando due costanti di massima, quali appunto, l’alterità (termine ormai abusato nell’arte contemporanea) che contempla una lettura del mondo animale e dell’ibrido dai vasi greci a Mattew Barney secondo la logica dello straniamento o allontanamento temporale; e la prossimità, che interpreta la confluenza come metamorfosi ancora possibile o in atto e perciò carica di inquietudini. Si tratta evidentemente di macro aree, compresenti, ad esempio, nella mentalità dell’uomo antico: tali polarità prevedono al loro interno frequenti sfumature. Appartengono, infatti alla prima parte della mostra le sezioni che contemplano l’assoluto naturale (il centauro e il satiro) e quelle dedicate alle figure della «natura matrigna» (sirene, sfingi, meduse). Fanno parte, invece, della seconda parte le sezioni che comprendono la deformazione e la mutazione, l’inconscio e la visione, la lotta dell’umanità contro l’animalità, e l’insorgenza dell’animalità nell’umanità, la linea della morale e della critica sociale, e, infine, il fantastico e il grottesco. Allargando a macchia d’olio il proprio raggio di analisi, la teoria finisce per perdersi forse in sterili distinzioni e distinguo, ma sono le opere a bilanciare il pericolo di un’ esposizione un po’ sommaria , rimandando al corposo catalogo (Skira) ogni ulteriore approfondimento.
E il percorso inizia con l'idea di lotta tradizionalmente associata ai centauri, come espressione di un «assoluto di natura» in alcune opere emblematiche di Böcklin, con Lotta di fauni (1889) e Lotta di centauri (1894) di Von Stuck, con altri importanti testi pittorici di Klinger e De Chirico, erede della linea tedesca, che pongono in luce la violenza gratuita e irrazionale; mentre ai satiri o ai mostri appare affidata una simbologia più connessa alla sfera sessuale, come il Minotauro accarezza una dormiente di Picasso nelle grafiche della Suite Vollard (1933): spesso gli artisti hanno associato una visione arcadica a sirene e centauri come ancora nelle tele di Von Stuck di delicate atmosfere o nell’omaggio di Ontani al pittore tedesco. Ulteriori emblemi attraversano l’occidente, nel proseguo della mostra, come quello della sfinge, immagine di morte incarnata da una figura ibrida femminile, qui rappresentata da due acquerelli di Moreau, o il minotauro, simbolo dell’istinto non governato dalla ragione, che tanto ispirò i Surrealisti, qui anche in una bella terracotta di Arturo Martini; le sirene effigiate in splendidi vasi greci dapprima come ibridi col corpo di uccello, poi con quello di pesce, simbolo della seduzione del fascino femminile, rivisitate nel celebre e sensuale Bacio della sirena (1895) di Klinger e Sirena alla luce della luna piena (1940) di Delvaux fino alla dissacrante Sirena-gnomo di Jeff Koons; non poteva mancare il tema della Medusa, che nella scultura degli anni Trenta in Italia, da Martini a Fontana ha una peculiare fortuna, tutta da indagare e non tanto connessa al ritorno dell’antico, bensì, come appare evidente nell’imponente Testa di Medusa (1948) a mosaico di Fontana (che riprende un modello presentato alla VII Triennale, 1940), come ipotesi moderna di arte per lo spazio architettonico.
La prossimità all’uomo della bestialità, il monstrum e l’ipotesi aperta di una metamorfosi uomo-animale (e viceversa) attraversa i secoli, con il caso emblematico della famiglia Gonzalvus nel XVI secolo, affetta da una curiosa patologia di peluria facciale, ma tocca soprattutto gli artisti contemporanei, in epoca di manipolazioni genetiche, nelle foto di Aspassio Haronitaki e Daniel Lee, o nell’immagine di Creemaster 4 (1994) Mattew Barney. Così, tra surreale, freudiano e grottesco è Savinio con I genitori ( 1931) in una linea che parte dal Simbolismo, con due celebri litografie di Redon, attraversa i bei disegni automatici di Tanguy e Masson per irrigidirsi nei Magritte del dopoguerra, fino alla metamorfosi dell’uomo-scimmia di Bacon, in mostra con tre tele emblematiche, tra cui Scimpanzé (1955).

da Lotta Continua alla madonna di Fatima
Paolo Sorbi, la coerenza per un uomo è tutto

una segnalazione di Sergio Grom

Corriere della Sera 20.2.05

IL PERSONAGGIO
Sorbi, da Lotta continua al Movimento per la vita e alla collaborazione con Radio Maria: dagli anni Settanta si leva un lezzo morale
«Le femministe guardino a Fatima e lottino per la vita»
Aldo Cazzullo

MILANO - Marzo 1968. Nella cattedrale di Trento il prete stava ammonendo i fedeli sugli orrori dell’Unione Sovietica, quando lo studente di sociologia si era alzato dall’ultimo banco e con la sua voce tonante l’aveva interrotto: «Non è vero!». «Era verissimo. Aveva ragione il prete, e torto io» dice ora Paolo Sorbi. Leader del Sessantotto cattolico, inventore dei controquaresimali, dirigente di Lotta continua, poi dal ’76 del Pci, oggi presidente del Movimento per la vita di Milano e braccio destro di Carlo Casini. Né autocritica, né pentimento, racconta; piuttosto, un’evoluzione. «Sono uscito dal Pci nell’88 proprio sui temi della bioetica e del rispetto della vita. Decisiva è stata la critica alla modernità elaborata da Wojtyla: al centro non c’è la liberazione ma l’antropologia, non la rivoluzione ma l’uomo. L’uomo intero, a cominciare dall’ovulo fecondato, cioè dall’embrione. L’embrione non va usato, neppure a fin di bene, pena cadere in un nazismo secolarizzato. Non ho esitazioni: tra monsignor Sgreccia e Giuliano Amato, scelgo Sgreccia. E farò campagna per l’astensione al referendum».
Sulla propria strada Sorbi ha trovato maestri e modelli. «Il primo fu Pierpaolo Pasolini. Voleva girare un film su Lotta continua, e Pietrostefani per sbolognarlo lo affidò a me, che ero militare. Così Pasolini venne a Napoli, con la sua giacca di pelle nera e gli occhiali scuri anche se era notte, nella caserma dov’ero di guardia, ma non lo fecero entrare. Mi diede appuntamento per il giorno dopo in un albergo di Pozzuoli. Io che avevo visto nove volte il «Vangelo secondo Matteo» lo guardavo adorante, lui mi incalzava: ma perché parlate sempre di rivoluzione? E l’aborto? E la vita? Perché non ne discutete? Tutte domande ortodosse, da inquisitore del Sant’Uffizio». Era verissimo, dice Sorbi, di aborto in Lotta continua non si discuteva; «ma non è un caso che oggi la riflessione nasca proprio da una di noi, Anna Bravo. Adesso attendo Franca Fossati: una donna della sua sensibilità non può tacere. Le nostre femministe furono le più brave a distruggere, e sono le più brave a ricostruire. Ma ora devono fare un altro passo: confrontarsi con la Madonna di Fatima. Avere il coraggio di andare alle radici della donna occidentale, ritrovare Maria di Nazareth».
Sorbi non si sente isolato nel suo percorso. Indica i suoi modelli nel mondo ebraico: Pierre Victor, alias Benny Lévy, il segretario di Sartre «tornato alla Torah come io sono tornato alla Bibbia», emigrato in Israele a creare con l’appoggio di Finkielkraut, Glucksmann e Bernard-Henri Lévy la fondazione Levinas; padre Bruno Hussar, il fondatore di Nevé Shalom, l’oasi della pace per ebrei e arabi; padre Dubois, domenicano tomista e preside della facoltà di filosofia dell’università di Gerusalemme. E poi «i neocon cristiani e il movimento americano pro life, in cui convivono Verdi ed evangelici. E gli stessi Cohn-Bendit e Sofri, con la loro riscoperta laica della centralità dei diritti umani».
Diffida invece dei rinnovatori del mondo cattolico: «Fin dal Medioevo, gli spiritualisti hanno avuto un ruolo molto ambiguo. Il loro moralismo li porta alla ricerca di un capro espiatorio, sovente trovato negli ebrei; mentre la Curia nella sua sapienza è stata rarissimamente antigiudaica». Per Sorbi la rottura di fine anni Ottanta è doppia, con il Pci, «che aveva rinnegato l’operaismo gramsciano per la cultura borghese e libertaria», e con la sinistra cattolica, «che continuava a parlare solo di solidarietà e non capiva l’allarme del Papa sul progresso incontrollato della scienza». Il Sorbi non più comunista fonda la rivista Bailamme con Mario Tronti e Bepi Tomai, ma si ritrova in minoranza anche lì. «Quindi incontro Carlo Casini e con lui comprendo meglio la lezione di La Pira. Poi Nini Briglia, già capo del servizio d’ordine milanese di Lc, allora direttore di Epoca , mi affida un’intervista a padre Livio, il fondatore di Radio Maria: una folgorazione».
Su Radio Maria Sorbi tiene tuttora due rubriche, sulla globalizzazione e sull’ebraismo; ha appena fondato una società di consulenze e vinto la cattedra di sociologia in un ateneo pontificio, l’Università europea di Roma. «Altro maestro è stato Augusto Del Noce, con cui avevo sostenuto un impari duello pubblico sul tema "cosa succede dopo la rivoluzione", in un teatro milanese pieno di ciellini, tra cui ricordo Formigoni. Poi incontro Buttiglione, che come filosofo è eccellente. E vado al Cairo alla Conferenza dell’Onu sullo sviluppo, dove affianco Navarro Valls, un grande, nelle conferenze stampa per spiegare la dottrina della Chiesa alle inviate dei quotidiani arabi, e racconto lo scontro tra le femministe occidentali e gli islamici: le giornaliste portavano minigonne mozzafiato, ma anche i mullah nei loro tabarri neri erano bellissimi».
Dagli anni Settanta, Sorbi sente ora levarsi «un lezzo morale». «La nostra generazione paga la sua ambiguità. Eravamo innovativi per la nostra modernità, ma tradizionalisti per la teoria. La nostra mente marxista era arretrata rispetto ai nostri corpi. Abbiamo fatto coincidere la lotta con la verità morale, e in questo modo abbiamo combinato anche disastri, come Primavalle. Mi è sempre piaciuta un’immagine di Sofri: gli anni Settanta come la corsa dei sacchi fatta da bambini, con la testa all’indietro per vedere la posizione dell’avversario, senza guardare dove si salta». Sorbi non ha rinnegato l’antica amicizia con il suo antico leader, ne parla con affetto e rispetto - «non era affatto antipatico, era autoritario come dev’essere un leader rivoluzionario», ma non ha partecipato alla campagna innocentista. «Il mio sogno è ritrovarlo, libero, in Israele, il luogo del ritorno alle radici, il punto cruciale del ripensamento. Ci rivedremo a Gerusalemme, e ci diremo tante cose, personali e politiche, guardandoci in faccia».

il Codice Da Vinci

Il Mattino 19.2.05
IL «CASO» DAN BROWN
Codice da Vinci, il business dei pro e contro
Maria Vittoria Vittori

Mentre a Parigi si stanno effettuando le riprese del film hollywoodiano tratto dal Codice da Vinci che vede Tom Hanks come protagonista, sembra proprio che l’epidemia innescata da Dan Brown stia conoscendo, al pari dell’influenza, il suo momento di gloria. Nelle classifiche resiste impavido al secondo posto; il suo gemello di lusso, ovvero l’edizione illustrata, permane al quarto posto; nella saggistica è ben posizionato La verità sul Codice da Vinci di Bart D. Ehrman, mentre nel reparto «varia» s’affacciano altri due titoli «browniani», Il Codice da Vinci: verità e menzogne (Armenia) del teologo americano Darrell L. Bock e I segreti del Codice (L’età dell’Acquario) del giornalista Simon Cox. Fresca di stampa, la Guida completa al Codice da Vinci (Vallardi) di Michael e Veronica Haag. Insomma, sembra proprio che occuparsi a vario titolo di Dan Brown sia impresa largamente remunerativa. Del resto l’autore doveva averlo messo in conto, questo putiferio mediatico; e prima ancora che gli studiosi si divertissero a smascherare le sue ingegnose invenzioni, si è divertito anche lui, fondendo nella figura di Leigh Teabing, «autorevole storico britannico» alla ricerca del Graal i due autori del libro Il Santo Graal, ovvero Richard Leigh e Michael Baigent (Teabing è l’anagramma di Baigent). Il più temibile tra i critici di Brown è senza dubbio Bart D. Ehrman, autorevole storico della Chiesa delle origini: il più temibile finora, occorre aggiungere, perché è già uscita in Spagna e ai primi di maggio uscirà anche da noi per Sperling & Kupfer un’ennesima Verità sul Codice da Vinci del giornalista José Antonio Ullate Fabo, che ha scovato nell’astuto thriller «la volontà sistematica di portare un attacco al cuore del cristianesimo». In fiduciosa attesa dell’Inquisizione, torniamo al nostro Ehrman che con cipiglio accademico punta il dito contro il libro di Brown, per indicarne errori e inesattezze, non senza aver premesso, in un afflato di sincerità che ce lo rende quasi simpatico, che «non sarà un grosso problema se la finzione si mescolerà alla storia. Ma a quelli di noi che dedicano la vita allo studio della storia, la cosa dà un po’ sui nervi». E poi, giù col piccone a demolire le tesi di Leigh Teabing: non è vero che è stato l’imperatore Costantino ad istituire il canone del Nuovo Testamento, non è vero che i vangeli gnostici presentano un Cristo dalla natura umana, e soprattutto non è assolutamente vero che Gesù ha avuto un legame con Maria Maddalena. Questo è il punto dolente: perché è proprio a partire dalla presunta unione di Gesù con Maria Maddalena, e dalla figlia che ne sarebbe nata, che s’innesta la parte più clamorosa e suggestiva del Codice, con il mistero del Graal, i Templari, il Priorato di Sion, gli enigmi di Leonardo da Vinci: ecco il motivo per cui ripetutamente l’autore martella i suoi lettori con esclamativi di questo tipo: «è sempre facile, per qualcuno - chiunque! - saltare fuori con un’affermazione speculativa o sensazionalistica su Gesù: Gesù era sposato! Gesù ebbe dei figli! Gesù era un mago! Gesù era gay!» Fortunatamente nell’epilogo Ehrman si rilassa e ammette due cose importanti: la prima, che il Codice da Vinci è riuscito a suscitare la curiosità generale per una serie di questioni storiche, la seconda, che è un’opera di fantasia. E allora, se il romanzo ha già assolto una sua funzione culturale, c’era proprio bisogno di istruire il processo alla fantasia? Ma lasciateli divertire questi poveri lettori! Lasciateli andare in pellegrinaggio da Parigi a Londra, dalla Chiesa di Rosslyn all’Opus Dei: per la ricerca fai da te del Santo Graal c’è ora una minuziosissima guida che si occupa di tutto, dal femminino sacro agli orari del Louvre. Che dire? Trattasi di sfrenato sfruttamento editoriale, non senza conseguenze: sempre più il Codice va perdendo l’inquietante aura del thriller per assumere i familiari contorni di un ben pasciuto maiale: di cui, com’è noto, non si butta mai niente.