sabato 16 ottobre 2004

i neoconservatori e dio

Liberazione 16.10.04
Caro Ferrara, c'è un "dio" che serve al liberismo
di Ritanna Armeni

S'avanza uno strano guerriero. Ha la spada fiammeggiante e il cuore gonfio di fede. Crede in Dio, patria e famiglia. E porta guerra a chi nel mondo a quel Dio non crede perché ne ha un altro. Vuole un cattolicesimo combattente, integralista che metta ordine nei costumi sessuali, che subordini la ricerca scientifica ai dettami della dottrina, che lotti contro il nemico. Odia le parola dialogo, pace, perché dice siamo in tempo di guerra e in guerra si combatte senza tante fisime e ripensamenti. E' un guerriero che può essere cattolico, ma non necessariamente. Può anche essere laico, anzi spesso lo è, ma di quel cattolicesimo preconciliare e forse ancora più antico ha bisogno, vuole introdurlo prepotentemente nella politica. Perché? Perché c'è una guerra, una guerra di religione e di civiltà. Perché c'è un Islam fondamentalista e terrorista contro il quale si può vincere solo se si è altrettanto fondamentalisti e si fa la guerra senza esclusione di colpi.
E' vero, in Italia di guerrieri così non ce ne sono molti. La maggioranza della nostra destra è mediatrice, fa i conti con la realtà, ha un retaggio democristiano, si è ripulita dagli estremismi fascisti, ha trovato il suo dio unificante nella moneta e nel libero mercato. Ma quella minoranza, che ha al suo interno uomini come il presidente del Senato Marcello Pera e giornalisti importanti come Giuliano Ferrara e Carlo Rossella, che ha il suo antesignano in Gianni Baget Bozzo, che ha agganci stretti con Comunione e Liberazione, che lambisce gli editorialisti del Corriere della sera e che in questi giorni ha trovato il suo eroe-vittima in Rocco Buttiglione, non è da sottovalutare. E' un fenomeno culturale da indagare nelle sue radici, nelle sue necessità e nei suoi obiettivi.
Le radici non sono italiane e neppure europee. Vengono dall'altra sponda dell'Atlantico, da quel George W. Bush che non avrebbe potuto vincere, e non vincerà, senza il fondamentalismo cristiano, senza l'apporto di quella Chiesa evangelica che crede nell'insegnamento letterale della Bibbia, che sostiene una fede estrema e incondizionata e che è la base sociale più vasta e più agguerrita dei neoconservatori.
Gli Stati Uniti - la potenza economica, militare e tecnologica più forte del mondo - sono oggi dominati dal "sacro", la loro politica avrebbe una forza (e una violenza) inferiore se non fosse intimamente intrecciata con una fede, con la sicurezza di rappresentare il "bene" e di doverlo portare in altre parti del mondo dove quel bene non c'è o ce ne è troppo poco. E' quella fede incondizionata che permette la "solitudine", che consente di andare avanti nella guerra con la sicurezza di essere dalla parte del giusto.
I neoconservatori nostrani vorrebbero quella fede, quella sacralità anche qui: nel vecchio e pensoso continente europeo che non dimentica il secolo dei lumi e manifesta ancora qualche rispetto per la dea ragione; e, come spesso accade ai gruppi minoritari, dal loro punto di vista i neoconservatori hanno qualche ragione perché - e veniamo alla questione della necessità - la politica neoliberista ha assoluto bisogno del "sacro". Il sacro è un collante straordinario quando gli altri elementi unificanti e di attrazione perdono peso e valore, quando le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione mostrano la corda, quando il pianeta presenta contraddizioni insanabili, quando le promesse di benessere diventano poco credibili e si ha l'impressione che si corra verso l'abisso. Massimo Fini, scrittore non certo di sinistra, ma anticonformista e audace, nel suo ultimo libro sulla democrazia ("Sudditi") paragona il mondo ad un treno, un treno nel quale ci sono alcuni viaggiatori seduti comodamente in prima classe, altri in seconda, altri nei corridoi, altri nei cessi, altri si reggono agli sportelli e possono da un momento all'altro cadere e perdersi. Il treno è in corsa, una corsa folle, una velocità eccessiva, che la sua struttura non può sopportare e, in questa corsa, i più disgraziati - quelli che stanno attaccati agli sportelli - cadono e si perdono, quelli che stanno nei corridoi stanno molto male e sbattono da una parte all'altra, ma anche quelli che stanno in prima classe, comodamente seduti, sentono un malessere, capiscono che la situazione non è sicura, perché il treno è veloce, troppo veloce e tutti si possono perdere. Se quel treno rappresenta la maledetta corsa dell'occidente verso i profitti, i consumi, e verso la guerra, c'è una sola cosa che può impedire a quegli uomini e a quelle donne di attaccarsi al freno e di bloccare la corsa: una fede, la convinzione che comunque Dio lo vuole e ti salverà. Paradossalmente la ricerca del sacro dimostra la crisi e il limite di una politica liberista, guerrafondaia e globalizzatrice. Da sola non ce la fa più. Per andare avanti deve ricorrere ad altro.
E allora l'obiettivo è per i neoconservatori nostrani riportare il sacro anche nella politica italiana, dargli forza, incalzare i cattolici troppo moderati, criticare la chiesa progressista, assumere tutti i valori anche i più retrivi, essere contro l'aborto e contro la fecondazione assistita, difendere l'embrione, difendere la famiglia, attaccare il matrimonio fra omosessuali e così via. E farsi avanguardia agguerrita di una guerra di religione e di civiltà che ci si illude di vincere diventando uguali al nemico: fondamentalisti e violenti.
I neoconservatori italiani non sono molti e rappresentano una tendenza più che una forza. Ma non sono da sottovalutare perché influenzano, provocano reazioni, riempiono vuoti. Comunque hanno iniziato una lunga marcia dello stesso tipo che portò il senatore Goldwater sconfitto nelle presidenziali negli anni '60 a creare quel movimento di destra che ha prodotto i neoconservatori. Non è detto che a loro riesca, ma è meglio affrontarli subito.

arte
Alberto Giacometti e il vuoto

La Stampa TuttoLibri 16.10.04
Giacometti, la scultura alla ricerca del vuoto
di Lea Mattarella

Alla Loggetta Lombardesca-Museo d'arte di Ravenna (via di Roma 13)
fino al 20/2/05 «Alberto Giacometti».
Ore: mar-giov 9-13 e 14-18; ven 9-13 e 14-20, sab. dom. 10-19. Info 0544482356


TUTTO comincia da una pietra: una roccia scavata nel paesaggio alpino in cui l'artista svizzero Alberto Giacometti si rifugia da bambino. «Ero al colmo della gioia - confessa anni dopo - quando potevo accoccolarmi nella piccola caverna che si trovava sul fondo; potevo entrarvi a fatica; in quel momento ogni mio desiderio era esaudito». Forse, se non si fosse innamorato così precocemente della ruvidità della materia, Giacometti sarebbe stato soltanto pittore, come il padre, Giovanni o come lo zio Augusto. La sua vocazione di scultore magari è nata proprio lì, nelle giornate trascorse rannicchiato in quello che lo storico dell'arte Pietro Bellasi ha definito «l'utero di pietra» della montagna. Nato nel 1901 a Borgonovo, vicino a Stampa, in Val Bregaglia e scomparso nel 1966, Alberto Giacometti è uno dei giganti della scultura del XX secolo. Tanto grande, quanto esili, filiformi, scabre sono le sue figure; allucinate apparizioni, frutto di una corrosione, di un ossessivo lavoro di sottrazione. Questa bellissima mostra, curata da Claudio Spadoni e Jean-Louis Prat (catalogo Mazzotta) presenta Giacometti nella sua completezza. Raccoglie infatti, insieme alle sue statue allampanate, allarmanti e fragili, anche le opere del periodo surrealista e un nutrito gruppo di disegni e dipinti, per un totale di più di cento lavori.
Le immagini che popolano le sue tele e le sue carte emergono da un groviglio di segni in cui la potenza espressiva non è mai costruita attraverso il volume, il peso. Anche da pittore, Giacometti interpreta il vuoto. Afferra l'essere per rivelarne il nulla, e non meraviglia che sia stato tanto amato da Sartre. Le sue figure sono sperdute, attonite, incapaci di dialogare con l'esterno, solitarie anche le rare volte che appaiono in gruppo. L'Homme qui marche, uno dei pezzi forti di questa mostra, non si sa da dove venga né quale sia la sua meta. E quando te lo trovi davanti, molto più alto di te eppure inerme e con questo terribile destino di andare avanti nonostante tutto, ti sembra davvero la metafora dell'uomo gettato nell'esistenza. Più sartriano di così…
Pare che quando seguiva i corsi di Antoine Bourdelle all'Accademia della Grande Chaumière a Parigi (dove si era trasferito nel 1922), invece di interessarsi al modello in posa, passava le giornate a tentare di ritrarre un teschio, a cercare di afferrare quell'esistenza che un tempo ne aveva animato lo sguardo. Nelle opere mature fa il contrario: ossessionato dal ritratto, dalla ricerca dell'identità di chi gli sta di fronte (spesso familiari, amici, gente con cui ha, comunque, un legame) ne coglie ogni volta il disfacimento, come se l'unica verità racchiusa in un volto, in un corpo vivo, vibrante sia il senso della morte. Ecco perché a forza di guardare, Giacometti trasforma il fratello Diego, la moglie Annette, il nipote Silvio, le Femmes de Venise, modelle, gatti e cani in spettri, in un popolo di ombre.
Eppure Giacometti cerca la vita. A Padova si incanta su un gruppo di ragazze che gesticolano animatamente e pensa che è quello ciò che vuole catturare con la sua arte. E anche quando abbandona il Surrealismo, a cui pure aveva aderito con opere magiche ed enigmatiche come la Femme-cuillère, la Femme couchée, lo straordinario Object invisible (tutte in mostra), è per un bisogno di realtà molto più forte di quanto non sia quello di esplorare il sogno. Solo che nel tentativo di «rivelare a me stesso ciò che vedo», l'artista continua a levare: le figure sono sempre più piccole. Quando, nel dopoguerra, rientra a Parigi dalla Svizzera, per trasportare tutte le sue opere gli è sufficiente una piccola scatola. E non appena recupera la grande dimensione, la sua scultura non è più né retorica né monumentale: i corpi modellati sono campi di battaglia dell'esistenza, fatti di grumi, materia pulsante, ferita, colante. Giacometti è sempre insoddisfatto, afferma che quello che riesce a fare è «soltanto una pallida immagine», si sente uno «scultore mancato». Ma quando Simone de Beauvoir, in crisi creativa, vede il Ritratto di Annette a cui Alberto ha lavorato per 10 anni scrive: «per un attimo, mi sembra di nuovo importante creare qualcosa col gesso o con le parole». Tra i tanti capolavori in mostra c'è anche la serie completa delle litografie di Paris sans fin. 250 immagini della sua città d'adozione: un'animazione disegnata (viene in mente William Kentridge) di angoli di strada, caffè, gente, il suo atelier. Ancora una volta, e nonostante tutto, la vita.

Sándor Ferenczi vs Sigmund Freud
«una psicoanalisi calda»

La Stampa TuttoLibri 16.10.04
Medico e paziente uniti dalle lacrime:
una psicoanalisi calda
L’importanza terapeutica dello scambio affettivo:
un passaggio essenziale nella riscoperta di Sándor Ferenczi,
da stimato discepolo a eretico dissidente del suo maestro Freud
che sosteneva invece «la necessaria freddezza emozionale dell’analista»
di Augusto Romano

SÁNDOR Ferenczi, a suo tempo tra i più apprezzati seguaci di Freud, ma poi dal Maestro ostracizzato (nella corrispondenza con Jones viene definito un «paranoico», intellettualmente deteriorato), a lungo semidimenticato, torna all'onor del mondo con traduzioni, convegni e un rinnovato interesse per le sue teorie. Ritorno in qualche modo tempestivo, se si guarda allo stato delle cose nella società globalizzata. Solitudine, incomprensione, il moltiplicarsi di situazioni traumatiche, e un rituale omaggio alla razionalità, dietro cui passa una corrente di odio e di disperazione, una sofferenza che non ha parole, esposta all'interdetto della vergogna. Così va il mondo, e non sarà la psicoanalisi a cambiarlo. Ma pure, il lavoro analitico è forse impossibile senza un minimo di speranza, come luogo in cui si celebra la tensione, sempre irrisolta, tra realtà e utopia.
Come testimonia questo sostanzioso volume a più mani - curato da F. Borgogno, appassionato promotore della Ferenczi renaissance in Italia - Ferenczi è, nell'universo psicoanalitico, una figura estrema e per certi versi tragica; più vicino a una pratica dell'analisi come testimonianza che come mestiere (o routine), e perciò sempre pronto a mettersi in questione, sottraendosi ai facili ripari offerti dalle teorie e dalle metodiche codificate. Sostenitore di una psicoanalisi «calda», in cui l'esperienza emotiva svolge una funzione conoscitiva e terapeutica, si è dedicato prevalentemente a due temi essi stessi «caldi»: le conseguenze delle esperienze traumatiche e la natura della relazione terapeuta-paziente.
Come risulta da numerosi saggi, ed esemplificazioni cliniche, contenuti in questo volume - segnalo particolarmente quello di Nancy Smith, che trae spunto dall'esperienza di Primo Levi - il trauma (o anche il ripetersi di microtraumi) crea nella vittima una dissociazione profonda, una perdita di significato, uno smarrimento del senso di identità, associati a una paradossale «identificazione con l'aggressore», come estremo rimedio contro l'abbandono emozionale. L'impossibilità di confrontarsi con l'angoscia e di darle voce porta a uno sviluppo abnorme, in quanto difensivo, dell'atteggiamento intellettuale, a tutto svantaggio del libero fluire dell'affettività. Nei casi estremi, una psicoanalisi del trauma esita, nella prospettiva ferencziana, nel silenzio delle lacrime: «le lacrime del medico e del paziente, confondendosi, danno origine a una solidarietà, che trova forse la sua analogia soltanto nel rapporto madre-bambino. E' questo l'elemento che risana».
In evidente contrasto con l'insegnamento freudiano, che predicava «la necessaria freddezza emozionale dell'analista» (un alibi, potremmo dire, per gli analisti spaventati), Ferenczi riporta nel rapporto analitico la reciprocità dell'esperienza emotiva, con una riduzione dell'importanza dell'interpretazione rispetto allo scambio affettivo, all'atteggiamento empatico, all'accoglimento dell'altro, al riconoscimento dei propri errori e debolezze: in definitiva, a quella «sperimentazione viva che nasce dal cuore». Questa posizione, che ha il pregio inestimabile di restituire al terapeuta la sua umanità, è ovviamente esposta ai rischi di una mistica dell'accudimento o, più semplicemente, di un certo maternalismo. Dove c'è una madre, c'è sempre un povero bambino abbandonato (Ferenczi, sotto certi aspetti, lo fu). E non sempre giova all'analista, e all'analisi, incarnare sino in fondo questa figura.
Il nucleo mitico della posizione di Ferenczi è quello del «guaritore ferito» (quale era Chirone, il maestro di Esculapio); la sua verità profonda sta nella esigenza di «vivere tra le incertezze, i misteri, i dubbi, senza aspirare rabbiosamente a trovare una ragione nei fatti» (J. Keats). Questo comporta una apertura di credito sul futuro e una accettazione «religiosa» del caos che si rivela nel farsi dell'esperienza.
Una osservazione a margine sulla potenza degli anatemi. Ferenczi fu certamente un dissidente rispetto all'ortodossia freudiana. Anche Jung lo fu. Ma sembra che i dissidenti non si conoscano e non parlino tra di loro. C'è forse sempre un negro più nero degli altri? Eppure, malgrado le moltissime differenze, i promotori del recupero ferencziano potrebbero trovare in Jung argomenti interessanti. Dedico loro tre brevi citazioni junghiane. «La terapia… è un processo in cui il medico, come persona, è coinvolto quanto il paziente». «Ogni trattamento destinato a penetrare nel profondo consiste almeno per metà nell'autoesame del terapeuta… Non è un male se si sente colpito, colto in fallo dal paziente: può guarire gli altri nella misura in cui è ferito egli stesso». «Ciò che il medico non sopporta, non lo sopporta neanche il paziente».

a proposito di un libro di Giulio Giorello
la Ragione ha bisogno del Mito

La Stampa TuttoLibri 16.10.04
Perché la ragione ha bisogno del mito
Ermanno Bencivenga

PROMETEO è incatenato a una roccia del Caucaso. Per aver troppo osato, è condannato a un supplizio orribile: un'aquila strazia continuamente il suo fegato, che continuamente ricresce. Ma la figura di questo suo umano, troppo umano ardire e del tormento che ne segue non si esaurisce con lui, su quella roccia lontana. Riappare nell'audacia di Giordano Bruno, che spalanca le frontiere del cosmo e viene così passato a fuoco lento in Campo dei Fiori, nell'anno di grazia (e anno santo) 1600. Balena minacciosa nella Creatura di Mary Shelley, esito maledetto della luciferina ambizione di Victor Frankenstein, che aveva voluto dare la vita e ha costruito una macchina di morte.
Odisseo è curioso e perspicace. Inventa il cavallo e visita gl'Inferi. Inganna Polifemo e ascolta le Sirene. È vittima dell'incantesimo di Circe. Redivivo, percorre i mari nel Nautilus, Capitan Nessuno come già nell'isola dei Ciclopi. Vaga per le taverne e i bordelli di Dublino, ritrova stanco il talamo di Molly, che non tesse la tela ma si accoppia serenamente con i Proci. Naufraga, forse, in vista del Purgatorio.
Gilgamesh, «il potente, il superbo, l'intelligente e l'esperto», «destinato alla gloria dalla nascita», lotta coraggioso e magnanimo contro chi assedia le sue mura, parte per spedizioni contro ignoti pericoli. Apprende infine di dover morire, «si fa allestire una tomba scavata in mezzo al letto del fiume Eufrate». Ma la «morte è mancanza di libertà»; la tomba è prigione. Come la prigione in cui è ingabbiato Ezra Pound, lungo la via Aurelia, a Nord di Pisa. Traditore infame, ospite di carceri e manicomi criminali, sepolto infine nell'isola di San Michele, «ma mai disposto ad assolvere la distruzione».
Per quanto rimossa e negata dal discorso razionale, che tenta insistentemente di esiliarla in un passato remoto e un po' infantile, l'era del mito non è certo arrivata al termine. Attraversa invece tutta la nostra esperienza; dà sostanza e fascino a letteratura e arte; ammicca dalle trovate degli speechwriters; traluce perfino nelle canaglierie televisive. Forse perché la nostra infanzia non è mai finita; forse perché dèi ed eroi sono ancora fra noi, dentro di noi; sono ancora il fondamento più saldo e più degno della nostra umanità.
Giulio Giorello ha colto, come molti prima di lui, queste ineffabili risonanze e ha deciso di seguire alcuni degli intricati percorsi che esse tracciano. Quelli, sostanzialmente, che ho indicato qui sopra, usando anche le sue parole. Al servizio del suo progetto ha messo un'innegabile passione e una pratica costante della lettura; una volontà di ascoltare le associazioni più peregrine tanto quanto i legami più ovvi. Ma non è bastato: quel che è venuto meno è stato proprio il mito, la capacità di suggerire e incantare, di liberare il pensiero dalle strettoie dell'abitudine, di aprirlo all'avventura e al sogno.
In Prometeo, Ulisse, Gilgamesh, Giorello affastella citazioni, riducendo il proprio intervento a qualche connettivo e impedendoci così di sentire una sua voce. Non contento, aggiunge a duecento pagine scarse di testo cinquanta pagine di note (445 note in tutto): immagina forse un lettore che interrompa il suo viaggio a ogni riga? che sia disposto a passare senza tregua dalla poesia ai riferimenti bibliografici? Dopo aver detto che «la parola mitica suona diversa dal verbo filosofico» e che «perciò quest'ultimo ha sempre cercato di liquidarla, consegnandola all'insignificanza oppure garantendone il significato», non sa rinunciare all'erudizione dell'accademico e ci snocciola implacabile i dati biografici dei suoi personaggi (Mary Wollestonecraft Godwin, nata il 30 agosto 1797 a Londra, signora Shelley dal 30 dicembre 1816, vedova dall'8 luglio 1822,...). Per far riemergere il sapore del mito, non trova di meglio che riassumere le opere di cui parla, sempre con abbondanti citazioni e con tutta la diligenza di una tesina studentesca. E, nel mezzo di tanto enciclopedico, scolastico sapere, è colto a tratti da sorprendenti amnesie: ricorda Boccaccio ma non Vico; sembra muoversi in un mondo in cui Nietzsche e Heidegger non sono mai comparsi.
Un passo falso, dunque, ma sulla strada giusta. La strada di una ricchezza di immagini, di parole alate e intuizioni profonde che investe, permea e trascende ogni tentativo di controllo e razionalizzazione - che fornisce un repertorio infinito di senso per tutti questi tentativi

psicoanalisi
«il piede è il fegato»

La Stampa TuttoLibri 16.10.04
L’odio è il desiderio di cambiare l’altro
Una brutale necessità, una passione umanissima,
purtroppo conferma, come sosteneva Lacan,
che «fare le cose in nome
del bene altrui conduce a ogni sorta di catastrofi»
di Alessandro Defilippi

IL saggio Sull'odio di Massimo Recalcati, grande nome italiano della clinica e della riflessione lacaniana, è un libro di grande e austero pessimismo, che ci ricorda come il punto centrale di ogni psiche, il suo «irriducibile», oltre il quale non è dato andare, sia un'essenza, Das Ding - la Cosa - che rappresenta la vita nelle sue assolute e brutali necessità ed autoreferenzialità, ciò che è ad un tempo totalmente nostro e totalmente estraneo, prescindente da ogni velo estetico ed etico. Eppure etica ed estetica sono filtri necessari perché l'uomo possa fissare - senza esserne annichilito, si direbbe - la pura sostanza della vita, la sua necessità. E questo abisso, che è anche quello dell'odio, «passione dell'essere», non sta nella regressione alla bestialità che spesso invochiamo in momenti bui come questo che andiamo attraversando, ma in una sempre maggiore umanizzazione del mondo. La guerra è un'invenzione umana, non animale. A questo proposito Recalcati compie una riflessione sul terrorismo, che conclude con una citazione di Lacan oggi profetica: «Fare le cose in nome del bene e ancor di più nel nome del bene dell'Altro» conduce a ogni sorta di «catastrofi interiori».
Bellissime, sul piano clinico ed umano sono poi le pagine sull'odio ossessivo e su quello isterico, in cui l'odio ossessivo è odio dell'Altro non (più) in grado di difenderci dalla nostra stessa fragilità, e che, abbandonandoci, ci costringe ad accettare ciò che per noi è meno accettabile, la realtà della mancanza, che è poi la base stessa del desiderio.
Non si può infatti dimenticare che il libro di Recalcati è anche una lunga esplorazione dell'amore, in relazione alla divaricazione tra desiderio, piacere e godimento, dove esso assume la caratteristica di riconoscimento da parte dell'altro. Come già diceva Hegel: «Nell'amato vediamo solo noi stessi». Si giunge così al desiderio di possedere e di cambiare l'Altro, un desiderio che non può mai essere soddisfatto. E qui non si può non ripensare a Spinoza quando afferma che il desiderio è «la tristezza che riguarda la mancanza della cosa che amiamo». Così è la nostra vita: un lungo desiderio mai placato.
Forse è vero che per parlare del libro d'un allievo di Jacques Lacan sarebbe necessario un recensore altrettanto lacaniano. Il fondatore dell'École Freudienne - che si riteneva l'unico vero erede della psicoanalisi freudiana - non è mai stato, nei suoi scritti, semplice - non facile! - e perspicuo come il suo ispiratore. Per leggere uno dei volumi dei Seminari, cui è affidata buona parte del suo pensiero, sono necessari un eccellente dominio della teoria freudiana e una conoscenza filosofica non di seconda mano. Con tutto ciò può accadere che il linguaggio di Lacan suoni comunque più oracolare e allusivo che non scientifico o chiarificatore. Di questo peraltro il pensatore francese era ben consapevole, lui che riconosceva nel linguaggio la cifra dell'inconscio e quindi anche le sue oscurità non illuminabili. Nel 1966 scriveva infatti: «L'inconscio è linguaggio»; poiché esso è «ciò che parla» (ça parle), non può non assumere la forma del discorso. D'altronde, potremmo aggiungere con Eraclito: «L'oracolo né dice né nasconde, ma solo accenna», e da questi cenni noi dobbiamo, se lo vogliamo, trarre partito e sapienza.
A questa potenziale impasse del lettore non si sottrae neanche il libro di Recalcati, che è autore, tra l'altro, di un un testo importante - L'ultima cena: anoressia e bulimia, del '97 -, su argomento difficile e scoraggiante quale i disturbi alimentari. Proprio dal linguaggio, spinoso ma luminoso, di Recalcati, nasce una prima riflessione. Pochi mesi fa, su queste pagine, m'è accaduto di recensire un libro che pare essere l'opposto assoluto di quello di Recalcati: La psicoterapia come un romanzo giallo, di Matteo Rampin, in cui il linguaggio e le implicazioni tecniche sembrano puntare ad una semplificazione opposta alla complessità lacaniana. Eppure, non ho dubbi che sia Rampin sia Recalcati siano eccellenti e colti terapeuti. Quindi, ancora una volta, più della teoria di riferimento, conta colui che la applica, ed ogni teoria non è che una delle tante possibili metafore d'un reale di per sé intraducibile. Questo pare valere ancora di più per un pensiero, come quello lacaniano, che si sforza talora all'indicibile.

sant'Agostino: «mai più lascivie»

La Stampa TuttoLibri 16 Ottobre 2004
La vita è tutta dentro, da sant’Agostino a Sartre
Le «Confessioni», un’opera-modello tra autobiografia e preghiera,
la storia di una conversione, la reticenza del peccato,
il monito: «Non più lascivie»
di Ferdinando Camon

BAUDELAIRE ha scritto che nessuno può tenere un diario sincero di ciò che dice, pensa, fa neanche per la durata di un quarto d'ora. In ogni quarto d'ora, secondo Baudelaire, c'è sempre qualcosa d'inconfessabile. Agostino ha scritto nientemeno che le Confessioni della sua vita. Un libro altissimo, che impianta il genere autobiografico sul piano intimo, dell'itinerario spirituale, del passaggio dal peccato alla grazia.
Nelle Confessioni di Agostino l'inconfessabile è detto come lo si dice nelle confessioni e non nella psicanalisi: cioè come indicazione del peccato, non racconto del peccato. E in alcuni casi anche l'indicazione è reticente: quando parla della ragazza che viveva con lui senza che fossero sposati, ne parla in maniera così astratta, senza neanche nominarla, che la ragazza di fatto «non ha realtà», non è memorabile; quando parla del figlio che da lei aveva avuto, ne tocca per sommi capi la vita e la morte prematura, ma l'aureola di infelicità che circonda il ragazzino e lo sopprime sembra più un riflesso della colpa del padre che non della vita del figlio; e infine, la cacciata della compagna, madre del bambino, che non si sa da chi sia voluta. I commentatori la attribuiscono alla madre di Agostino, Monica. Che non sarebbe nominata per salvaguardarne il nome, non caricarlo di questa colpa. E qui ci sarebbe dunque la più grave, e la più consapevole delle reticenze. Ma Agostino è spietato quando denuncia due io dentro di sé, per cui finisce per fare non il bene che vuole, ma il male che non vuole.
Le Confessioni sono un fiume che discende dalla montagna che si chiama conversione. Dalla conversione nasce un nuovo uomo e un nuovo scrittore. La conversione è lo sblocco che spalanca la nuova personalità. A partire dalla conversione, l'attività scrittoria di Agostino è infrenabile, non conosce pausa. La conversione è il momento in cui si risolve la lotta tra Valore e Indegnità, tra Essere e Non Essere. La scelta dell'Essere dipende anche dall'essere scelti per l'Essere (Lutero affermerà: «Augustinus totus noster est»), e da quel momento la narrazione della propria vita oscilla tra l'autobiografia e la preghiera, e la preghiera acquista il tono del ringraziamento.
L'opera comincia con: «Sei grande, Signore, e degno di altissima lode: grande è la tua potenza e incommensurabile la tua sapienza; e vuole celebrarti l'uomo...»: è questa celebrazione che s'intitola Confessioni. Come dialogo tra l'uomo e Dio, le Confessioni impiantano il genere autobiografico tenendolo costantemente nell'interiore: la vita è tutta dentro, e lì resterà in tanti altri autori di autobiografie e di confessioni, da Dante a Petrarca a Goethe a Nietzsche a Sartre. Quando, come in Rousseau, sarà una narrazione esteriore, dei viaggi e dei casi della vita, quei casi saranno però sempre riflessi nella coscienza, come un bosco nel lago.
Come storia di una conversione, il viaggio, quando comincia, è già finito. A rigore, non c'è storia. Agostino parla sempre da già convertito. Il peccato fa orrore, ma sta a monte, di là dell'orizzonte. Il male è stato individuato, e, per quanto possibile, scacciato. Agostino parla del male intellettuale, ma fa sentire insidiosi, molto più di quanto la Chiesa gli abbia mai riconosciuto, i mali del sesso e della mondanità: ha un'inattesa violenza quando parla della potenza dei sogni erotici, e si pone il problema di chi sogna, lo stesso che veglia o un altro, e chi prevale e perché. Nell'attimo della conversione, quando sente la voce che lo incita: «Tolle, lege», e prende il libro che ha a portata di mano e legge il primo passo che gli càpita sotto gli occhi, incontra l'ammonimento: «Non più lascivie».
L' Agostino delle Confessioni è molto paolino, e lo dice: «Ho incontrato in Paolo una verità che mette paura». A differenza di tutti i seguaci, Agostino tiene il dialogo sempre tra prima e seconda persona, tra Io e Tu (Dio), ma parla al Tu affinché i tutti ascoltino, è all'umanità che si rivolge, ne ha coscienza e lo dice: «Non a te, ma alla tua presenza io lo racconto al genere umano, al genere che è mio. E a che scopo? Perché io stesso e chiunque mi legge consideriamo da che profondità debba levarsi a te il nostro grido».
Considerandolo «suo», Lutero non ne ha circoscritto la diffusione e la validità, le ha semplicemente rinnovate ed estese nel tempo e nello spazio.

fercamon@libero.it
Agostino Confessioni intr. di Stefano Pittaluga saggio, trad. e commento di Roberta De Monticelli pp. 528, e4,90 in edicola con La Stampa martedì 19 ottobre


archeologia
Anatolia

Repubblica 16.10.04
Le spade dei Potenti del 3000 avanti Cristo
una grande mostra archeologica
Ai Mercati di Traiano sono esposti pezzi unici di rame indurito con l´arsenico È la prima antichissima testimonianza della metallurgia applicata alla guerra
È stata trovata anche la Tomba Principesca con un vero tesoro tra vasi e oggetti di metallo Ci sono anche un uomo adulto e quattro adolescenti, la cui morte è un giallo
SERGIO FRAU

ROMA. Per coinvolgerla basta chiederle di quelle spade che dominano una delle vetrine più grandi della mostra. «Queste nove spade... «. Si accendono insieme entusiasmo e memoria di Marcella Frangipane nel ricordare quel 7 ottobre del 1976.
Quel giorno, proprio a lei - allora giovane contrattista de La Sapienza - saltò fuori il tesoro che, ora, fa davvero unica la sua esposizione tutta su Arslantepe/Malatya, l´insediamento turco di cinque ettari che la professoressa-archeologa setaccia e studia da 28 anni. Racconta: «Una parete crollata. Sotto, un altro crollo... Sembrava proprio una giornata come le altre... D´improvviso, invece, la prima spada, poi l´altra, poi un´altra ancora, poi tutte le altre, ultima quella con l´elsa istoriata d´argento e le lance: 12 lance che sono un portento di fattura e soprattutto di antichità. Doveva essere un intero muro-armeria quello crollato lì sotto. Pioveva a dirotto quei giorni: un telo di plastica addosso scavammo come furie sotto l´acqua, per settimane, fin quando tutto il terreno non fu perquisito. Ogni tanto una spada a sorpresa riaffiorava a farci dimenticare la fatica, a darci nuova carica. Infangati, esausti, felici... Ne valeva la pena: sono queste le spade più antiche del mondo. La data? Il contesto ce l´ha precisata: 3350-3000 a. C.... Sono pezzi unici, di rame indurito con l´arsenico, mai trovati altrove così antichi: è una delle primissime testimonianze dell´Età del Bronzo. Il capitolo iniziale in assoluto - a livello mondiale - della metallurgia applicata a usi di guerra. Saperi tecnologici transcaucasici che arrivano in zona anatolica a cambiar tutto».
Il che la dice lunga anche sul titolo dell´esposizione Anatolia/Arslantepe. Alle Origini del Potere che - varata per celebrare i 700 anni de La Sapienza in cui la Frangipane insegna Preistoria del Vicino e Medio Oriente - terrà banco ai Mercati Traianei fino al 9 gennaio 2005.
E poi c´è la Tomba Principesca... «L´abbiamo trovata esattamente 20 anni dopo le spade: era l´estate del 1996». Un giallaccio questo della Tomba che le analisi dei cinque corpi sepolti lì dentro, ha rivelato. Il personaggio più importante - l´unico adulto dei cinque - era adagiato con tutti gli onori e con tanto di diadema, al centro di tutto, in una fossa sua. Alle sue spalle vasi e 65 oggetti di metallo. Sopra la lastra che chiudeva il suo sepolcro, però, c´erano altri quattro cadaveri di adolescenti: un ragazzo e una ragazza, e altre due fanciulle poco più in là. Sono loro, insieme alla provenienza del «padrone di casa» il vero mistero della Tomba. I referti autoptici effettuati sulle ossa dei ragazzi - pubblicati nel catalogo Electa che accompagna l´èxpo - parlano chiaro: «I due primi giovani vennero deposti, forse gettati nella fossa, quando erano ancora vivi e in uno stato di sofferenza fisica, come indicano anche tracce di emorragie e di traumi inflitti alla ragazza pochi giorni prima della morte. La seconda coppia composta da due ragazze tra i 12 e i 17 anni (forse ancelle, ndr) presentano tracce di incidenti traumatici avvenuti pochi giorni prima del decesso e testimoniano maltrattamenti subiti poco prima della morte, sopravvenuta in condizioni di dolore, forse mentre giacevano anche loro, moribonde, sul fondo della fossa».
Sacrificio umano? O, piuttosto, regolamento di conti verso un principe straniero e la sua discendenza da estirpare? Il tutto è in mostra: ben presentato, con una ricostruzione realistica, quasi fosse davvero la scena di un delitto.
Spesso, sembra di esser dentro un´indagine poliziesca: grazie a dendrologia, paleobotanica, archeozoologia e tutta l´esposizione ha questo carattere super-scientifico. Le pecore? All´inizio poche e mangiate presto perché erano del tipo con poca lana. I maiali? I maschi avevano vita breve: lo dicono le ossa trovate. Le loro femmine? Venivano scannate anch´esse, ma solo quando non figliavano più. La vite domestica? Nel 3000 avanti Cristo qui c´è già, a far un po´ più allegra la vita.
Stranamente - come per magia o per una sorprendente alchimia - tutti questi approcci scientifici, spesso trattati come referti glaciali, qui invece, mixati insieme, con sapienza e affetto, riescono d´improvviso a restituire vita ai reperti. Te la fanno sentire vitale anche l´antica città, con i suoi ritmi millenari da quel IX millennio degli inizi e delle primissime sculture: e così li percepisci - attraverso gli oggetti esposti - i suoi momenti «alti» delle feste collettive e del lavoro ben organizzato, e anche i suoi «bassi», come quando tra il 3000 e il 2700 a. C. divenne base squassata di rovine e transumanze, per poi risorgere di nuovo subito dopo. Te ne accorgi - grazie alle mappe e alle spieghe - che il tempio degli inizi serviva a accogliere tutti e che, poi, divenda un Sancta Sanctorum blindato agli esterni, monopolio di sacerdoti strapotenti poi finiti a far parte integrante del Palazzo... E si stria di vera poesia, questo racconto espositivo, quando - dopo aver visto in mostra le riproduzioni dei dipinti che facevano bello il Palazzo - in una vetrinetta scopri la «tavolozza» di pietra che quelle pitture a fresco ha realizzato tra il 3350 e il 3000 a. C: i laboratori hanno già dimostrato che l´ocra sui muri e quello rimasto nell´incavo della pietra-tavolozza è proprio la stessa, decretandola così uno dei primissimi «feticci d´artista» del mondo.
«L´impressione» spiega l´archeologa «è che la prima globalizzazione del mondo non nasca con il capitalismo. Ma piuttosto con la comparsa di classi politiche ed economiche dominanti. Il potere, quando nasce, ha un bisogno fisiologico di espandersi. Le relazioni economiche per ottenere beni di lusso che lo manifestano fastoso tendono a coinvolgere sempre più unità e regioni, in una rete di scambi e rapporti e mutua stimolazione tra produzioni primarie e voluttuarie. E così che nel IV millennio l´economia diventa produzione di ricchezza anziché di beni per il puro sostentamento. Nella nostra Malatya è possibile rendersene conto».
Tutto serve per ricostruire il grande puzzle della storia...
Come le cretule, ad esempio. Cosa fossero codesti antifurto d´antan è presto detto: erano grumi sigillati di argilla fresca (grandi dai tre ai 15 centimetri), che timbrati a dovere blindavano i depositi della città messi al sicuro in quello che è considerato uno dei primi sistemi palaziali del mondo.
All´inizio Guardiani, poi Sacerdoti, dopo Signori, Sacerdoti & Signori insieme, dopo ancora, lì in zona - e fin dal VII millennio a. C. per cinque, sei millenni - prendevano in cura come banchieri i beni dei cittadini con questo modo di suggellare il deposito in conto terzi: granaglie e altre poverissime ricchezze, stipate in sacchi e cesti, venivano poi restituiti ai legittimi proprietari esibendo il proprio sigillo matrice in pietra - un po´ come la nostra firma depositata in banca, ma fatto ad arte con disegni fantastici uno diversissimo dall´altro - che ciascuno portava sempre legato al collo. Nel 1979, all´équipe della Frangipane ne è saltato fuori un deposito enorme: seimila frammenti di «cretulae» che hanno succhiato via 20 anni per essere ricomposte e studiate.
Un colossale incastro di microstorie e commerci messo a punto con una fatica da certosini... «Ce l´abbiamo messa tutta e ora - selezionate le 2200 cretule leggibili, pressoché intatte - loro stesse hanno cominciato a raccontare dei commerci, risparmi, scambi che avvenivano lì, a Malatya, una zona ricchissima d´acqua a cinque chilometri dall´Eufrate, terra di passaggi e vita bella fin quando non arrivò qui in zona Sargon con le sue smanie di conquista».
La Frangipane l´Eufrate se lo ricorda ancora piccolino, prima che una diga, più a valle, lo facesse crescere a dismisura cambiando i connotati al paesaggio. «Quando arrivammo qui l´Eufrate era davvero un fiumiciattolo, come lo dovette vedere l´imperatore Sargon II, il «re, grande, re della totalità», quando - a fine del 700 a. C. - lo varcò per chiudere la grande storia di Malatya. Dell´antichissima città rimasero in piedi, mezze massacrate, le fastose rovine ittite del II millennio, l´ultima fase: i suoi leoni di calcare - oggi al Museo di Ankara - diedero un nuovo nome al posto: «arslan» (= leone) più «tepe» (= collina), la Collina dei Leoni».
E i sogni di ora?: «Scavarlo tutto il «nostro» Palazzo: la sensazione è che possa riservarci enormi sorprese. La più auspicabile? Che ci salti fuori anche l´Archivio dei Potenti che lì in zona ordinavano tutto: vita, lavoro, ricchezze, cibi...».

la Cina secondo Repubblica

Repubblica 16.10.04
PAUL THEROUX

Mi mostrò, a Shenyang, la gigantesca statua di Mao in resina epossidica. E´ l´apoteosi di Mao, padre fondatore, circondato da cinquantotto figure che rappresentano tutte le fasi della Rivoluzione cinese. Non occorreva mi dicesse che era stata eretta durante la Rivoluzione Culturale. Come la statua di Mao a Chengdu, mostrava il vecchio impartire sorridendo la sua benedizione al proletariato.
Statue così erano molto costose. Il denaro per quella di Chengdu, era stato stanziato per uno stadio, mentre quella di Shenyang era stata costruita con fondi municipali?
Che Mao fosse stato un uomo fuori dal comune, non c´era dubbio. Aveva detto d´avere meditato per anni un modo col quale scuotere il popolo cinese, dopo di che gli era venuta l´idea shock della Rivoluzione Culturale. Ma aveva strafatto: nessuno aveva capito quando fermarsi.

Repubblica 16.10.04
Quando un mito finisce nel terrore
Settant'anni fa iniziò la lunga marcia che avrebbe portato al trionfo del comunismo
Lo scrittore cinese Dai Sijie ricorda gli anni terribili della rivoluzione culturale e i crimini politici
LEONETTA BENTIVOGLIO

Il regime maoista fu una tragedia? «Piuttosto una catastrofe oggettiva. La privazione della libertà, la mortificazione del pensiero, la demonizzazione dell´Occidente. Sul piano economico e politico ebbe effetti disastrosi. Eppure quelli della rivoluzione culturale furono gli anni più intensi della mia vita. Non avevo soldi, mi avevano tolto i genitori, dovevo arrangiarmi da solo nel mondo. Il regime era duro, nero, crudele. Ma i sentimenti avevano una forza oggi scomparsa dal paesaggio. Non si può immaginare cosa significasse, per un giovane di allora, scoprire in clandestinità Balzac e Dostoevskij, o ascoltare di nascosto un´opera di Mozart. Era come toccare l´assoluto, dopo esperienze del genere sentivi che c´era solo la morte».
L´estro di Dai Sijie, scrittore e regista cinese di grande successo in Occidente, sta nel guardare la Cina in prospettive sempre spiazzanti, filtrando con la sua passione, o con la sua umana tenerezza, anche le colpe e i drammi del maoismo. Il suo primo romanzo, Balzac e la piccola sarta cinese, tradotto in cinquanta paesi (Adelphi lo pubblicò in Italia nel 2001, e l´anno scorso lo stesso autore ne trasse un film), evocava il calvario dei campi maoisti di rieducazione dei giovani intellettuali, esperienza vissuta davvero da Sijie, con un sarcasmo e un candore che la censura cinese reputò più iniqui di una solenne denuncia: «E infatti il film in Cina è stato proibito», riferisce Sijie, «mentre il libro è uscito solo di recente, ma corredato da un postfazione del traduttore che si dichiara in disaccordo politico col racconto, pur confessando di aver rubato e letto di nascosto anch´egli, come tanti giovani durante la rivoluzione culturale, i capolavori occidentali. All´epoca procurarsi un libro proibito era più eccitante o sconvolgente che drogarsi». Nel frattempo sta uscendo in Italia, sempre per Adelphi, il secondo romanzo di Sijie, Muo e la vergine cinese, che egli non esita a definire «ancora più divertente del primo»: una storia sulla Cina odierna, futuribile e arcaica, efficiente e corrotta, sospinta dalle contraddizioni.
Sijie, che vive da vent´anni a Parigi, e che è appena tornato dal Vietnam dove ha fatto i sopralluoghi del suo nuovo film (di cui la censura cinese gli ha proibito le riprese in Cina), ha una storia segnata dal maoismo: «I miei, che facevano i medici, erano cristiani, quindi borghesi e nemici del popolo. Quando avevo dodici anni vennero reclusi nell´ospedale in cui lavoravano, al cui interno c´era un edificio dov´erano costretti ad abitare e in cui dovevano fare ammenda per i loro crimini, non si capiva quali. Crebbi con mio nonno che era un pastore protestante, e fu il più perseguitato della mia famiglia. Morì durante la rivoluzione culturale. Venni mandato in un campo di rieducazione a 17 anni e ne uscii a 21. Una generazione intera di cinesi finì in quei campi: il 5 per cento della popolazione, una cifra enorme, superiore a quella degli abitanti dell´Italia. Le scuole rimasero chiuse per qualche anno, perché i bambini dovevano fare la rivoluzione, cioè partecipare alle marce, imparare gli slogan e gridarli per la strada. Per fortuna io avevo già imparato a leggere, cosa che in Cina richiede cinque anni di studio nelle scuole primarie».
In che cosa consisteva la rieducazione nei campi?
«Si lavorava in risaie o in miniere di carbone, sotto la guida di contadini analfabeti, in nome di un lavaggio del cervello, ci dicevano, che andava compiuto col nostro sudore. Si era esclusi dalla società, ma l´umiliazione era meno violenta di quella subita da famiglie come la mia all´inizio della rivoluzione, quando la persecuzione era generalizzata. Per strada la gente ti sputava addosso, se eri un bambino i compagni ti picchiavano e quando tornavi a casa c´era sempre un parente o un amico che era stato denunciato e arrestato».
Come uscì dalla segregazione?
«Mi lasciarono andare perché stavo diventando cieco. Ero molto miope e i miei occhiali si erano rotti lavorando nei campi. Così la vista peggiorò moltissimo. Nessuno, in quel contesto, portava occhiali. Voleva dire collocarsi dalla parte sbagliata. La parte giusta erano i contadini analfabeti. Mao aveva una fissazione per questa categoria. Non era marxista, non amava il proletariato industriale. E odiava gli intellettuali, che colpì con pubbliche umiliazioni. Li detestava tutti, anche quelli che cercarono di collaborare col regime. Nessuno di loro riuscì a entrare nel partito. Era un privilegio riservato ai contadini, ai soldati e agli operai».
Eppure lei ha definito Mao un tiranno geniale.
«Geniale e anche idiota. Come si fa a proibire l´arte e i libri? Cancellare il pensiero umano è un´utopia demenziale. D´altra parte, come tutti i cinesi, riconosco il suo genio. Mao dominò con un senso esatto dell´anima del suo popolo. Due cinesi hanno capito meglio di chiunque la mia gente: lo scrittore Lu Xun e appunto Mao, sebbene con obiettivi diversi. Lu Xun colse i difetti dei cinesi per criticarli, mentre Mao li utilizzò per governare: un tiranno di astuzia incomparabile».
Qual è l´atteggiamento dell´attuale governo cinese nei confronti del maoismo?
«Oggi la Cina è governata da comunisti capitalisti che giudicano il maoismo un´esperienza fallimentare dal punto di vista economico e politico. Come nei paesi occidentali e cosiddetti democratici, in Cina vige la legge del profitto. Gorbaciov non riuscì a trasformare la Russia in un paese capitalista, al contrario di quanto ha fatto il partito comunista cinese, che ha realizzato il miracolo storico più sensazionale del mondo».

Repubblica 16.10.04
Le vittime del comunismo cinese oscillano fra i 23 e i 35 milioni di morti
DIETRO LE MURA ROSSE L'ALTRA FACCIA DEL '900
BERNARDO VALLI

Scelta da Mao, certamente anche per la sua intelligenza, Zhang era in grado di tradurre in discorsi coerenti i suoi affannati suoni, simili a rantoli singhiozzanti. Nell´attesa della morte, egli comunicava attraverso di lei con i pochi eletti ammessi nella residenza di Zhongnanhai, nell´angolo sud-ovest della Città Proibita.
Quel giorno, il 15 giugno, neppure tre mesi prima della fine, rivolgendosi ai membri dell´Ufficio Politico, egli riassunse, attraverso Zhang, quel che riteneva di avere fatto di importante nella vita. Fece un rapido bilancio. Cercò di anticipare il verdetto che avrebbe affrontato una volta saldata la bara. Citò due grandi avvenimenti. Aveva combattutto per anni, ricordò, contro Chang Kai-shek. Ed evocando il decisivo confronto con il capo nazionalista, nella sua memoria, non del tutto tarmata, si devono esssere accese alcune immagini della Lunga Marcia, impresa epica, e tra le più sanguinose di quella guerra civile. E infine, disse Mao, concludendo questo primo capitolo, Chang Kai-shek fu relegato «nella piccola isola» di Taiwan.
Il secondo merito che il leader morente si attribuì fu la resistenza contro gli invasori giapponesi. Stando agli atti di quella riunione dell´Ufficio Politico, avvenuta nella residenza di Zhongnanhai, (atti citati dal sinologo Jonathan Spence, in Mao Zedong, Penguin Group, 1999, USA), Mao disse di avere chiesto e ottenuto che quegli stranieri «ritonassero nella loro casa ancestrale». Le altre imprese, continuò, le aveva promosse e guidate non stando sul campo, ma dalla Città Proibita, dal rostro imperiale. E la rivoluzione culturale? Essa non aveva ottenuto il sostegno di molti e aveva suscitato l´opposizione di pochi. Era rimasta soprattutto incompiuta. Lui non poteva che assegnare il compito di condurla a termine alla nuova generazione. «Cosa accadrà - si chiese - se essa fallisce nella missione?» La risposta che si dette non conteneva nulla di messianico, c´era più rassegnazione che fiducia: «Si potrebbe alzare un vento contrario, potrebbe esserci una pioggia di sangue. Come sarà affrontata la prova? Solo il cielo lo sa».
C´è poco da obiettare sulla validità dei due principali meriti che Mao si attribuì, nel rapido bilancio della sua vita fatto in punto di morte: la sconfitta di Chang Kai-shek e la cacciata dei giapponesi. Egli ha lasciato in eredità una Cina riunificata e indipendente. Ha realizzato quello che l´imperatore Qin, il solo personaggio del profondo passato nazionale esaltato da Mao, aveva fatto ventidue secoli prima. Gli storici, anche se non tutti, presentano Qin come un sovrano crudele, uno sfrenato promotore del culto della propria persona (si identificò con la Stella polare e si fece una necropoli sul monte Li, alla cui costruzione contribuirono 70 mila operai); ma fu anche, per giudizio unanime, il primo imperatore di tutto il mondo civile, cioé della Cina unificata. Il resto del bilancio fatto da Mao, tramite la voce della giovane Zhang, nella dimora di Zhongnanhai, rivela l´assoluta incapacità di vedere il futuro da parte di chi ha un´alta considerazione di sé e dei propri atti, e dunque ritiene che l´avvenire seguirà il loro tracciato oppure sarà tragico, senza speranza.
Il vento contrario c´è stato, ma non ha provocato una pioggia di sangue. E´ accaduto l´opposto. E´ spuntata una foresta di grattacieli, di industrie sempre più avanzate, di teatri, di cinematografi, di antenne televisive; e sono state disegnate decine di migliaia di chilometri di autostrade, sempre più animate da macchine che via via soppiantano tricicli e veicoli a traino umano o animale; come gli apparecchi elettronici sostituiscono i pallottolieri e i registri traboccanti ideogrammi. Non è il benessere di tutti, ancora lontano, ma non è più la miseria, né la totale povertà. Le città trionfano e le campagne restano nell´ombra. Il corso maoista si è capovolto. Quel che Mao non poteva prevedere, nei suoi ultimi giorni dietro le mura rosse della Città Proibita, era che a poco distanza, sulla Tiananmen, dominata dal suo ritratto, e nel Palazzo del Popolo, in cui lui officiava, il suo partito, il partito comunista, avrebbe decretato, promosso e sostenuto la svolta verso il capitalismo. L´incompiuta rivoluzione culturale è stata rovesciata, condannata, cancellata. E tuttavia sulla Tiananmen, protetta da un mausoleo, resta la sua salma imbalsamata. E davanti al Mao per sempre immobile sfilano reverenti i cinesi non più dediti allo studio le Libretto Rosso, ma del mercato immobiliare o automobilistico, o dei programmi televisivi in cui abbondano le telenovela. La Cina è un paese comunista avviato al capitalismo. Era troppo da immaginare, poco più di un quarto secolo fa, per l´imperatore comunista assediato dagli infarti.
L´Asia ricopre la storia di leggende. La Cina ama i miti, forse per provare un giorno i brividi della dissacrazione. La quale potrebbe arrivare anche per Mao Zedong. Ma non sembra ancora giunto il momento. Se si visita Shaoshan, sulle colline dello Hunan, dove Mao venne al mondo nel tardo 1893, e dove sorge un grande mausoleo, ci si accorge di come egli occupi ancora un posto centrale nel pantheon del regime, anche se lo stesso regime va nell´opposta direzione ai suoi insegnamenti. In quanto immagine Mao sopravvive al maoismo. Nell´iconografia ufficiale domina tutti gli altri, lo stesso Deng Xiapoing viene raffigurato in una posizione inferiore, pur esendo lui l´artefice della nuova Cina. Il fatto è che il 9 settembre 1976, dietro le mura della Città proibita, non è morto il capo di un partito, ma il fondatore di una dinastia. E un sovrano può avere conseguito successi o insuccessi, può avere contribuito in alcune fasi del suo regno al benessere e alla grandezza dell´impero, e in altri può avere subito disfatte o commesse crudeltà; ma nell´albero genealogico le priorità vanno rispettate.
L´imperatore Qin, amato da Mao, non fu rimosso dalla posizione storica di capostipite, più di duemila anni fa, finché la sua dinastia sopravvisse, benché i successori adottassero altri principi per regnare sull´Impero di Mezzo. Il vertice del partito è come una famiglia imperiale. Se condanni il fondatore, se annulli le motivazioni iniziali della dinastia, rischi di distruggerla. I principi continuano ad essere celebrati nei riti ufficiali, ma la realtà cambia e comanda.
A Shaoshan ho chiesto a pellegrini venuti dalla Manciuria, e in contemplazione davanti alla modesta casa natale di Mao, come davanti a un presepio, cosa pensassero di lui. Riconosco che era il luogo meno adatto per ottenere risposte autentiche. Il giudizio unanime fu «Era un genio». Perché? «Ha fatto della Cina una grande potenza indipendente». Intellettuali di Pechino, di Shanghai, anche dell´attigua città di Changsa, non soltanto in privato, mi avrebbero risposto altrimenti. Molti di loro avrebbero denunciato il culto di Mao, sia perché contraddittorio rispetto al corso degli avvenimenti, sia perché responsabile, in larga parte, della mancanza di democrazia in Cina. Il culto di Mao è il culto del partito. Quindi del monopolio del potere.
Nessun altro uomo ha mai esercitato il potere assoluto su un popolo tanto numeroso: e forse nessun altro uomo ha mai provocato tante vittime. I maggiori biografi di Mao avanzano delle cifre. L´inglese Short parla di un minimo di 23 milioni a un massimo di 35 milioni di morti, durante le crisi politiche ed economiche. L´americano Spence dice 700 mila morti durante la collettivizzazione, tra il ´50 e il ´52; 20 milioni per il Grande Balzo in Avanti alla fine degli anni Cinquanta, e la successiva carestia del ?60 e ? 61; e un numero incalcolabile durante la rivoluzione culturale, anzitutto nella seconda metà dei Sessanta. Ma nulla traspariva delle passate tragedie sulle colline verde smalto dello Hunan, gremite di pellegrini venuti a visitare i luoghi che videro i natali del primo imperatore comunista.
Pellegrini che passavano senza problemi dalla contemplazione della gigantesca statua di Mao ai McDonald´s per divorare hamburger, concreti simboli della nuova realtà.

Repubblica 16.10.04
COSA PENSA L´INTELLIGHENZIA DI PECHINO DEL "GRANDE TIMONIERE"

MA ORA LA CINA HA CAMBIATO MARCIA
FEDERICO RAMPINI

PECHINO. Lunga Marcia 6, si chiama il missile che quest´anno ha lanciato il primo astronauta cinese in orbita. Il Giornale dei Giovani, una testata di moda fra i teen-agers di Pechino, pubblica pagine di interviste ai reduci della Lunga Marcia. A settant´anni dall´epopea fondatrice della Cina comunista ? la disperata impresa dei centomila partigiani che Mao guidò per le montagne verso Yanan, dove arrivarono solo in ottomila ? il suo mito resiste e si intreccia con quello del Grande Timoniere. «C´è un ritorno di maoismo tra i giovani ? osserva l´intellettuale dissidente Zhang Lun ? . Mao viene rivalutato dalla nostra New Left anti-global che lo usa per criticare gli eccessi del capitalismo cinese attuale. E viene mitizzato dai contadini frustrati per essere rimasti ai margini del boom economico».
L´osservatore distratto vede fiumane di automobili sfrecciare sulla Piazza Tienanmen affumicando di smog il faccione placido della gigantografia di Mao; l´osservatore straniero cerca invano in altri luoghi di Pechino e della Cina i resti ormai introvabili del culto della personalità. L´apparenza suggerisce che Mao stia ormai sbiadendo nel Pantheon dei padri della patria, che la sua presa sui cinesi di oggi sia eguale a quella di Garibaldi o Cavour in Italia: nomi di piazze e di strade, qualche data da imparare a scuola. Invece non è così. Certo il culto della personalità non esiste più. Ma a cominciare dai banchi di scuola, ciò che i bambini cinesi studiano di Mao modella la loro identità nazionale e definisce le regole del discorso politico ufficiale. Prima di tutto i manuali scolastici mentono - dipingono la Lunga Marcia come una offensiva deliberata verso il Nord contro le truppe giapponesi d´occupazione mentre fu una ritirata sotto la pressione incalzante dell´esercito nazionalista del Kuomintang - e solo i più istruiti scoprono la verità da adulti. Il messaggio più chiaro che rimane dagli anni di scuola è che senza la Lunga Marcia la Cina sarebbe ancora una colonia nell´impero nipponico: anche questa è una forzatura visto che il Giappone fu sconfitto dagli americani, ma serve a fare di Mao il padre della resistenza allo straniero, una figura centrale nel vigoroso nazionalismo dei cinesi di oggi.
Dopo la sua morte nel 1976 la memoria ufficiale di Mao ha attraversato varie fasi. All´inizio il suo successore Deng Xiaoping lo seppellisce con il celebre giudizio «70% giusto, 30% sbagliato». Con quella formula sbrigativa viene santificato il leader della Lunga Marcia, l´artefice dell´indipendenza e della nuova unità nazionale, nonché lo stratega politico della rivoluzione. Deng condanna invece il demiurgo irrazionale del Grande Balzo in avanti (l´industrializzazione forzata che provocò le carestie del 1957-59) e soprattutto il regista delle purghe sanguinose della Rivoluzione culturale (1966-75). Negli anni ´80 l´interesse per Mao sembra estinguersi del tutto: al potere c´è proprio la generazione più traumatizzata dalle Rivoluzione culturale, che si lancia alla conquista dell´economia di mercato; è una generazione che rompe lo specchietto retrovisore, non ha voglia di riaprire le ferite del passato; i suoi figli all´università studiano informatica o economia, non storia. La terza fase, dagli anni ´90 a oggi, vede fiorire una letteratura popolare di divulgazione storica fatta di memorie personali, biografie e autobiografie. Nelle edicole delle stazioni vanno a ruba libri piccanti su Jiang Qing, l´ex attricetta di Shanghai e vedova di Mao, o sullo stesso Mao dipinto come un uomo solo, manipolato dalle donne. Nel 1996 sfonda sul mercato la rivista Lao Zhaopian cioè Vecchie foto: inaugura un nuovo filone di rotocalchi popolari che svuotano gli album di famiglia, spesso archivi di tragedie private. In assenza di un vero dibattito storico sul maoismo, le memorie individuali diventano una sorta di psicanalisi collettiva. Affiorano sofferenze enormi ma anche la sorprendente nostalgia di tanti cinquantenni che ricordano la Rivoluzione culturale (quando da studenti furono mandati a coltivare i campi) come un periodo di «dura miseria e fratellanza».
Che cosa pensa oggi di Mao l´intellighenzia più libera? Un giudizio lucido è quello del grande letterato Qian Liqun: «Dalla Lunga Marcia in poi, sono inestricabilmente legati a Mao i due grandi capitoli della Cina moderna: prima la conquista dell´indipendenza, poi l´esperimento di una forma cinese di socialismo. Anche i critici più severi devono riconoscere che la Lunga Marcia diede un contributo essenziale alla battaglia contro l´invasione imperialista, contro i residui feudali, per la costruzione di uno Stato moderno nella più grande nazione del pianeta. Ebbe una grande influenza su tutti i popoli del Terzo mondo nella decolonizzazione. Il fascino di Mao è legato poi all´utopia di eliminare le differenze tra città e campagna, tra lavoro manuale e intellettuale, tra Nord e Sud. Ma in certe rivalutazioni odierne di Mao vedo una triste ironia. I giovani oggi sono vittime di un´amnesia programmata, sanno poco perfino del massacro di Tienanmen dell´89, figuriamoci cosa sanno delle crudeltà della Rivoluzione culturale o del tragico Grande Balzo in avanti che fece milioni di morti. E´ sconcertante che il mito di Mao abbia un revival fra certi contadini poveri: la fine della sua Rivoluzione culturale nel 1976 fu salutata con gli urrà nelle campagne, perché finalmente i contadini tornarono in possesso di piccoli appezzamenti dopo decenni in cui avevano perso ogni diritto sulla terra. Alla fine l´ombra di Mao si staglia ancora sulla società cinese soprattutto attraverso il partito unico, i suoi modi pensare, il linguaggio e i tic dei suoi successori. Anche se oggi proprio quello che lui temeva di più - il capitalismo, i valori borghesi - hanno conquistato la Cina e ci trasformano in una società utilitaristica».

Repubblica 16.10.04
La Cina e la sinistra europea
Nonostante la diversità delle problematiche, l'analogia delle sfide da affrontare è sorprendente
MARC LAZAR

Che idea hanno i cinesi delle sinistre europee? Strana domanda, penserà di primo acchito il lettore, chiedendosi se l´immensa popolazione di quel gigantesco paese non abbia ben altre preoccupazioni. Ma mi si concederà tuttavia di riferire una mia piccola esperienza personale.
Nella tarda primavera di quest´anno, l´Accademia delle Scienze di Shanghai ha contattato le autorità consolari francesi: storici, sociologi e politologi cinesi erano interessati alle massicce manifestazioni del movimento antiglobalista, e desideravano comprendere meglio il significato di quel 14% ottenuto dai candidati comunisti, e soprattutto trotzkisti (il peggio dell´abominio agli occhi degli eredi di Mao Tse Tung) alle elezioni presidenziali francesi del 2002. Per soddisfare la loro curiosità, e grazie ai responsabili dell´Antenne française di scienze umane e sociali, ho trascorso alcuni giorni a Shanghai e a Pechino, dove ho parlato delle mie ricerche. In quell´occasione sono stato coinvolto in discussioni approfondite con vari docenti, ricercatori e giornalisti sul tema delle sinistre europee. Ovviamente, non ho la pretesa di fornire un quadro esauriente delle analisi cinesi in proposito. Mi limiterò, più modestamente, a riportare alcune riflessioni ascoltate qua e là, in occasione dei miei incontri.
Inizierò dalla galassia della sinistra radicale, che ovviamente suscita valutazioni ambivalenti. Da un lato, i miei interlocutori hanno manifestato la loro simpatia ideologica per gli antiglobalisti. La loro critica del capitalismo ravviva i ricordi dei più anziani; ma anche i membri più giovani del Partito comunista cinese vi trovano conforto per quanto ancora conservano di marxista, in un paese che ha in parte abbandonato l´economia amministrata. Vedono di buon occhio l´ostilità verso gli Stati Uniti, che a loro avviso, se ben canalizzata, potrebbe contribuire ad orientare l´opinione pubblica a opporsi alla politica estera della prima potenza mondiale. Alcuni dei colleghi con i quali ho parlato hanno persino espresso ammirazione per il coraggio dei manifestanti, che non esitano ad affrontare la polizia durante gli scontri di piazza. D´altra parte, c´è chi li vede come sognatori illusi, o anche come pericolosi nemici, dal momento che l´eventuale successo delle loro proposte impedirebbe alla Cina di approfittare dei vantaggi materiali della globalizzazione.
Quanto ai partiti comunisti dell´Europa occidentale, per i cinesi che ho incontrato rappresentano un argomento quanto mai divertente. Sebbene trovino generalmente comprensibile, o anche normale, che la Cina continui a richiamarsi al comunismo, sia pure in termini vaghi, non riescono a capire come nel cuore di una regione prospera e democratica qualcuno possa ancora definirsi comunista e credere in quell´ideale? Una volta riconosciuta, in omaggio alle formule diplomatiche, l´antica potenza di quei partiti - una chicca, se si ricorda la violenza con cui un tempo Pechino ne fustigava il «revisionismo» - si passa ai commenti ironici sulle loro attuali difficoltà. Certo, a Pechino e a Shanghai, nelle accademie, nei circoli intellettuali o tra gli esperti del Partito al potere si seguono i tentativi intrapresi dai partiti comunisti - Rifondazione in testa - per coordinarsi a livello europeo; ma in genere il loro esito è dato per scontato. A questo riguardo, vale la pena di porre in rilievo come il Pcf, da sempre detestato dal Partito comunista cinese, venga citato come spauracchio o come esempio di tutto ciò che va evitato. Più volte i miei interlocutori hanno spiegato il rapido declino dei comunisti francesi con il loro immobilismo, a riprova del fatto che chi rifiuta di cambiare si condanna a una necrosi inesorabile. Evidentemente, vedono in quest´esempio una lezione valida anche per loro?
Resta la socialdemocrazia. I reiterati elogi di questa «grande e nobile esperienza» cercano di occultare le terribili critiche maoiste degli anni ?60 e ?70. Quelle irrevocabili condanne ideologiche sono state abbandonate da tempo. I socialdemocratici contribuiscono, insieme ad altri attori, alla costruzione europea. L´Ue non ha la potenza evocativa del sogno americano, che seduce irresistibilmente i cinesi; non scatena le stesse passioni, ma suscita la loro curiosità intellettuale, per almeno due ragioni. Innanzitutto come esperienza di integrazione di un mercato economico e come impresa di ingegneria politica, cui la Cina potrebbe ispirarsi in futuro per una parte dell´Asia. E inoltre come modello sociale, soprattutto da quando Hu Jintao, il nuovo uomo forte, si propone di dare maggior peso alla politica sociale, dopo che per anni la Cina ha privilegiato la crescita economica senza tener conto dei suoi costi umani. Ma il welfare - come subito mi veniva spiegato - non potrà comunque essere importato meccanicamente. A parte i suoi costi troppo elevati, i cinesi ne aborriscono gli effetti perversi, e in particolare - come mi hanno detto e ripetuto su tutti i toni - quello di favorire la pigrizia. Non c´è dunque da sorprendersi se l´esponente di sinistra che più piace ai miei colleghi cinesi è Tony Blair. Ne parlano spesso come di un leader coraggioso, con una strategia chiara e aderente alla realtà di oggi. I cinesi sono diventati molto pragmatici, e quindi apprezzano le sue scelte, pur condannando fermamente l´allineamento del Regno Unito con Washington in materia di politica estera.
Logicamente, i cinesi si rappresentano le sinistre europee alla luce dei problemi del loro paese. Ad esempio, la posizione adottata sulla questione di Taiwan è vista come una pietra di paragone; e non si perdona al Partito socialista francese di aver venduto armi a quest´isola, quand´era al potere. Per Pechino, Taiwan deve ricongiungersi con la madre patria. Il nazionalismo cinese è a fior di pelle, e annulla le distanze tra destra e sinistra. Qui conta soltanto il sostegno alla politica della Repubblica popolare, da qualunque parte provenga.
Le differenze tra la nostra Europa occidentale e una Cina in piena crescita, ove il pluralismo sociale si afferma nonostante il divieto d´espressione e i limiti posti dal partito unico alle libertà pubbliche, sono enormi. Ma ciò nondimeno, e pur nella diversità delle problematiche, si scopre una sorprendente analogia tra le sfide affrontate dal Pc cinese e quelle che si presentano alla sinistra dell´Europa occidentale. Ad esempio, l´impossibilità per i cinesi, e la difficoltà per noi, di stabilire un vero bilancio del comunismo. O l´esigenza di trovare un equilibrio tra accettazione dell´economia di mercato e ridefinizione della solidarietà sociale, o tra organizzazione dei settori pubblici ed espansione del privato, o ancora tra la ricerca dell´uguaglianza e la necessità di tener conto delle aspirazioni dell´individualismo democratico. Così, dopo quest´ampia deviazione attraverso la Cina, ci ritroviamo confrontati con le tematiche essenziali che la sinistra europea si trova a dover risolvere.

(traduzione di Elisabetta Horvat)

Repubblica 16.10.04
Spettacoli
Hero
Feriti dalla passione che ci rende vivi
Sentimento. Se è ricambiato pacifico ed eterno diventa noiosissimo
Ispirazione. Mi sono ispirato a Norma, Tosca, Madama Butterfly
Girerà "La signora di Shangai" con la prima star occidentale, Nicole Kidman
È l´unico autore capace di trafiggere gli spettatori con una sola lacrima
Il regista Wong Kar-wai parla del nuovo film "2046" che uscirà il 29 in Italia
NATALIA ASPESI

MILANO - È il solo regista ancora capace di trafiggere gli spettatori con una sola lacrima che scende desolata sulle guance di perla di creature bellissime, donne, uomini o androidi, feriti dall´amore infelice. È il solo a emozionare mostrando una mano d´uomo che, tenendo una sigaretta tra le dita, bussa incerta e leggera su un vetro, se dietro quel vetro c´è una donna che si nega.
È il solo che sa raccontare la più intensa passione fisica, quella che lascia graffi e contusioni, che fa gridare, tremare letti e pareti e lasciare sfiniti i due contendenti, senza mostrare nudità, «non perché ci sia una qualche forma di censura, ma perché le attrici cinesi sono molto tradizionaliste e pudiche».
Wong Kar-wai, 46 anni, arrivato quasi infante ad Hong Kong da Shangai, è anche uno di quei registi di massima pericolosità aristocraticamente insensibile alla salute mentale e finanziaria dei produttori. Così è stato anche per 2046, iniziato a girare nel 1999, interrotto per finire il suo celebre provocatore di singhiozzi "In the mood for love", messo in stand by perché il suo protagonista Tony Leung, insostituibile interprete del giornalista-seduttore malinconico Chow, doveva diventare il malinconico seduttore-guerriero Spada Spezzata del magnifico "Hero" (di Zhang Yimou); fermato per colpa della Sars, nervosamente messo insieme per portarlo all´ultimo momento al Festival di Cannes del maggio scorso, dove fu giudicato massimamente confuso e da molti critici maschi spregiatori delle mollezze amorose, una barba alla Matarazzo. Mentre imbiancavano i capelli dei coraggiosi produttori insonni (tra cui gli italiani Amedeo Pagani e Istituto Luce), l´imperturbabile artista si rimetteva al lavoro, tagliava, cuciva, spostava, rammendava le sue due ore di film, contemporaneamente girando uno dei tre episodi di "Eros" (Mostra di Venezia), intitolato "La mano"; che essendo quella esperta di Gong Li tra le gambe di un terrorizzato Chang Chen, fu approvato dalle signore anche pie e sgridato dagli uomini meno disinvolti.
Il nuovo 2046 è uscito alla fine di settembre nella Repubblica Popolare Cinese con un successo di pubblico inaspettato, ha chiuso ieri sera il Tribeca Film Festival portato da New York a Milano dalla Fondazione Prada e sarà nei cinema italiani dal 29 ottobre. Uscito straziato e cinico dalla fine (cinematografica) della disperata relazione con Maggie Cheung (e quindi da "In the mood for love"), il semifallito giornalista Chow-Leung entra in 2046, aggirandosi tra Singapore e Hong Kong e incontrando donne bellissime che non lo consoleranno mai del perduto amore: innamorate di lui se lui non le ama, innamorate di un altro se ad amarle è lui. La misteriosa Gong Li, giocatrice d´azzardo e bara, anelli di diamanti sul lungo guanto nero, mai un sorriso, lacrime di desolazione: l´altera Carina Lau, perle e alta cotonatura, che non ricorda di averlo mai incontrato: la giovane cortigiana Zhang Ziyi, ("La tigre e il dragone", "Hero"), stupendi abiti laminati, capace di pagarlo per averlo: la giovane scrittrice dai tacchi a spillo Faye Wong che ha un amore proibito cioè con un giapponese: e a sprazzi, il ricordo incancellabile di Cheung. «Mi sono ispirato a tre opere italiane intrecciandole, Norma, Tosca, Madama Butterfly», dice Wong, «perché parlano di passione, di promesse, di tradimenti, di separazioni, di abbandoni, di morte, di sentimenti fatali ed estremi. L´amore si può raccontare solo se è breve, contrastato e infelice: se è ricambiato, pacifico ed eterno, diventa noiosissimo, anche nella vita».
Wong fa un uso splendente e ricattatorio della musica: basta Casta diva cantata da Angela Gheorgiu per far singhiozzare, Siboney cantata da Connie Francis per illanguidire, per non parlare del tema musicale di Umbayashi, che dispone allo sperdimento amoroso più di un diamante.
Sul titolo, 2046, le migliori menti cinefile si sono arrovellate, per poi venire a sapere che: è il numero della sordida e angusta camera d´albergo dalle pareti piene di fori per guardoni dove alloggia Ziyi, è l´anno pericoloso in cui Hong Kong passerà definitamente alla Cina Popolare, è, nel romanzo di fantascienza che Leung-Chow scrive, la destinazione misteriosa verso cui va eternamente un treno abitato da femmine androidi, un luogo «dove nulla cambia mai, che conserva i ricordi e i sogni perduti, le cose desiderate e non avute, l´ombra degli incontri avvenuti troppo presto o troppo tardi, la nostalgia delle cose non dette, il rimpianto di ciò che poteva succedere e non è stato, le immagini di chi se ne è andato senza neppure voltarsi, tutto ciò che pareva dimenticato». Nel romanzo Chow racconta il suo fallimento in amore, e il suo alter ego che viaggia sul treno senza ritorno, è l´incantevole attore-cantante giapponese Takuya Kimura: mentre la stupenda androide che non ama chi l´ama ha il volto e le lacrime di Ziyi.
Come altri film di Wong, anche questo è ambientato negli anni 60, e si vedono spezzoni dei disordini del 1966-67 ad Hong Kong: «Furono provocati dai sindacati di sinistra in appoggio alla rivoluzione culturale in Cina: gli arrestati furono rinchiusi in una prigione che è diventata l´albergo del mio film. Io arrivai bambino a Hong Kong nel ´63, non posso certo ricordare quegli anni. Ma abbiamo nostalgia di quel periodo, di quella vita che nell´immaginazione appare più sicura, più dolce: dal 1997, da quando siamo passati sotto la gestione di Pechino, apparentemente non è cambiato nulla, in una terra dove però da sempre tutto cambia molto velocemente. C´è incertezza per l´avvenire, la gente teme di perdere il suo status. Nella terra che si chiama 2046 io voglio conservare anche la memoria della Hong Kong destinata a scomparire. Quando gli inglesi se ne andarono, tanti volevano fissare quel momento storico con un film. Adesso vorrei farlo anch´io, ma penso sia ancora troppo presto, bisogna che passi del tempo per capire davvero quale sarà il nostro destino».
Per ora lo aspetta una "Signora di Shangai" con la prima bellissima star occidentale, Nicole Kidman, una storia che non ha nulla a che fare con il film di Orson Welles con Rita Hayworth; con l´amabile Tony Leung girerà poi un kolossal, la cinebiografia del maestro in arti marziali di Bruce Lee, celebre quanto il suo allievo ed eroe dalla vita molto avventurosa.