mercoledì 5 maggio 2004

media
in tempi duri per i freudiani, scende in campo la tv:
per «divulgare la psicanalisi alle masse»

La Stampa 5 Maggio 2004
MEDICI, AMORI E PSICANALISI
ALTRO CHE REALITY
di Alessandra Comazzi


SE non si considera la tv quale mera sentina di nequizie o mezzo di obnubilamento generale, si amano i telefilm. E' una regola aurea. Chi ama la tv , ama i telefilm, grazie ai quali si ride, si riflette, si imparano l'America (i telefilm sono americani per antonomasia) e le contraddizioni della società contemporanea (...)
Caratteristica comune dei telefilm di ultima generazione è l'introduzione consapevole della psicanalisi. Nei «Soprano», tutta la storia comincia proprio di lì, da Gandolfini che va in analisi, e dunque l'influenza del vecchio Freud è resa esplicita. Ma ci sono altri modi, più ammiccanti, per divulgare la psicanalisi alle masse. Fondamentale il supporto tecnico. Si vedono, adesso, delle vere e proprie materializzazioni dell'inconscio. «Scrubs», a esempio, si intitola una serie parodica dedicata ai medici, l'altra faccia di «E. R.» (ce n'è un'altra ancora, quella di «Nip/Tuck», dove i dottori, chirurghi plastici, non sono simpatici umoristi, ma cinici profittatori). Dunque «Scrubs», sottotitolo «Medici ai primi ferri», si svolge in un ospedale, protagonisti alcuni giovani tirocinanti, circondati da medici anziani e perfidi, da inservienti frustrati e gaglioffi. Spesso accade che il pensiero di qualcuno di loro si stacchi dalla sua mente per essere rappresentato in una sorta di storia parallela alla «Sliding doors». Espediente simile è adottato in «Keen Eddie», le avventure di un detective americano esportato a Londra: la segretaria di Scotland Yard è una signora in grigio che si indovina provocante sotto i tailleur. Ogni volta che la vede, il protagonista immagina di possederla, immagina le sue provocazioni: inesistenti nella realtà, forse reali nella reciproca trasmissioni di pensieri e sensazioni.
Non si tratta di espedienti seduttivi? Oh, moltissimo. Ma non sono soltanto espedienti, c'è anche sostanza, scaltrissima sostanza. I telefilm sanno creare abitudine e affezione e cambiano con il mutare della società, hanno introdotto droga, disagio giovanile, polizia corrotta, emarginazione, ricerca scientifica (C.S.I.), il ruolo della donna (com'è adorabilmente contraddittoria l'avvocato Ally McBeal). Tremate, tremate, le adorabili streghe di «Sex and the City», donne liberate dal maschio, ma non dalla sua ossessione, o almeno necessità, stanno per tornare (dal 19 su Fox) nella loro sesta, ultima avventura; e non dimentichiamo che il rassicurante «Friends», nasce da una «vicenda madre» di omosessualità femminile. Non solo le persone, anche i luoghi identificano le serie: la New York di «NYPD» (New York Police Department, il dipartimento di polizia della città), per dire, è brutta sporca e cattiva, affatto lontana dall'immagine patinata che tanto amiamo in Woody Allen.
Uno dei telefilm contemporanei più interessanti è «Six Feet Under», protagonista una famiglia di becchini, padre improvvisamente defunto, madre tradizionale anche nei tradimenti (scoperta postuma), figli antagonisti, figlia con problemi di adattamento giovanile, un fidanzato poliziotto gay, una fidanzata massaggiatrice shatsu con famiglia intellettuale disastrata (pure) dalla psicanalisi, inconscio materializzato attraverso i trapassati che acquistano nuova vita. Sarà paradossale, ma questo è il mondo vero, signore e signori, non quello dei reality.

5 Maggio 2004
I PIU’ AMATI, DAI «SOPRANOS» A «LAW AND ORDER»
Un rito come la Messa
di Claudio Gorlier


VENTIQUATTRO ore di trasmissione settimanale; novanta milioni di telespettatori: è questo il primato negli Stati Uniti della serie «Law and Order», ormai presente anche in Italia in più di un canale. Il «New York Times» sostiene che il suo inventore e padrone, Dick Wolf, è l’uomo più potente della televisione americana. «Law and Order» è cominciato nel 1990, e lo segue ora «Criminal Intent». Non dimentichiamo che Wolf è anche il creatore e realizzatore di «Miami Vice». A 56 anni, dopo aver pensato di diventare romanziere, Wolf, con ottimi studi in Università prestigiose, ha finito con il trasferire la sua vena sul piccolo schermo, e ha fatto centro.
Per definire «Law and Order» conviene rifarsi al giudizio di una delle sue star, l’ormai famoso Jerry Orbach: «E’ un rituale, come la Messa in latino». Osservazione paradossale fino a un certo punto: la serie si rincorre, per così dire, in una specie di reazione a catena, sostanzialmente intercambiabile; una sezione aurea della società americana, con una sua inquietudine tesa e moraleggiante, ma senza alcuna indulgenza. Il tema ricorrente è quello della violenza sessuale: la polizia la individua, la magistratura la persegue inflessibilmente. Da una parte e dall’altra, bianchi, africano-americani, ispano-americani, occasionalmente italo-americani, immigrati. Siamo in pieno, inesorabile «Politically correct».
Ma attenzione: «Law and Order» non nasconde la paura, anche se tenta di esorcizzarla per voi che lo guardate. Inoltre, non risparmia nessuno: ricchi e potenti senza scrupoli o psicotici, privi di morale; giudici incapaci o corrotti. Anche nella sua versione popolare, la cultura americana rifiuta il compromesso accomodante. Vi sconvolge, ad onta dell’integrità e del successo frequente dei suoi protagonisti. Wolf risponde parafrasando una famosa battuta di Humphrey Bogart: «Questo è lo scrivere, stupido».
L’altra serie televisiva di successo, negli Stati Uniti, è sicuramente «The Sopranos», incentrata sulle vicende di una famiglia di italo-americani mafiosi. Negli ultimi mesi, su «The Sopranos» sono stati scritti ben sei libri, scomodando addirittura Aristotele, Nietzsche e Machiavelli. In Italia, la serie ha incontrato due ostacoli: la si può vedere di massima con la parabola, su Fox, e urta la nostra sensibilità nazionale, ogni volta che gli americani toccano l’argomento scottante della mafia. Ma attenzione: si spinge ben oltre gli schemi del «Padrino» di Mario Puzo. Il protagonista, interpretato da uno splendido James Gandolfini, è assalito da sensi di colpa, dalle memorie paterne, dall’angoscia del rapporto con il figlio ragazzino, che intuisce ma non sa. Così, ricorre alla psicanalista, di cui si innamora. La psicanalisi rimane una suprema icona americana, e, se ci pensate, la televisione finisce per porsi come una sorta di tormentosa - o magari sentimentale - introiezione dei nostri problemi quotidiani.
Così «Law and Order», accanto a «N.Y.P.D. Blue», che a sua volta ci consegna i tormenti e gli antagonismi che possiedono gli stessi poliziotti, uomini e donne, diviene un insistente microcosmo, e forse, con i suoi rimandi letterari che sfuggono a molti telespettatori, quasi subliminali, a somiglianza di «The Sopranos» si presenta come un ponte tra i generi, un «metatesto», come è stato osservato. «The Sopranos» è stato definito «un simbolo delle nostre patologie nazionali»; un ritratto insieme del maschilismo e del femminismo. Secondo un altro critico sono questi i programmi televisivi che porteranno gli Stati Uniti nell’era del multiculturalismo, traghettandoli da un mondo vecchio a un mondo nuovo. Insomma: autentiche, pregnanti favole moderne, con la famiglia quale centro. David Chase, creatore e produttore di «The Sopranos», ha spiegato in un’intervista che lo scandalo Parmalat lo ha confermato nell’idea che anche le grandi corporazioni possono avere, al loro interno, struttura famigliare.
I dilemmi investono anche l’intimità del privato, a cominciare dal sesso. Qui «Law and Order» e «The Sopranos» finiscono per incontrarsi, e il rituale trova una sanzione, diversa ma complementare, in un momento supremo: la confessione. Questo effetto specchio può sembrare tipicamente americano ma, tutto sommato, sembra in qualche modo funzionare anche per noi

libertà vs. democrazia

Corriere della Sera 5.5.04
Esce il nuovo saggio di Luciano Canfora: perché è falsificata la citazione di Tucidide nel preambolo della Costituzione europea
Libertà contro democrazia. Già ai tempi di Pericle
di LUCIANO CANFORA


Che la democrazia sia un’invenzione greca è opinione piuttosto radicata. Un effetto di tale nozione approssimativa si è visto quando è stata elaborata la bozza del preambolo della Costituzione europea (diffusa il 28 maggio del 2003). Coloro che, dopo molte alchimie, hanno elaborato quel testo - tra i più autorevoli, l’ex presidente francese Giscard d’Estaing - hanno pensato di imprimere il marchio greco-classico alla nascente Costituzione anteponendo al preambolo una citazione tratta dall’epitaffio che Tucidide attribuisce a Pericle (430 a.C.). Nel preambolo della Costituzione europea le parole del Pericle tucidideo si presentano in questa forma: «La nostra Costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero». È una falsificazione di quello che Tucidide fa dire a Pericle. E non è per nulla trascurabile cercar di capire perché si sia fatto ricorso ad una tale «bassezza» filologica. Dice Pericle, nel discorso assai impegnativo che Tucidide gli attribuisce: «La parola che adoperiamo per definire il nostro sistema politico (ovviamente è modernistico e sbagliato rendere la parola politèia con «costituzione») è democrazia per il fatto che, nell’amministrazione (la parola adoperata è appunto oikèin), esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza (dunque non c’entra il «potere», e men che meno «il popolo intero»)». Pericle prosegue: «Però nelle controversie private attribuiamo a ciascuno ugual peso e comunque nella nostra vita pubblica vige la libertà» (II, 37). Si può sofisticare quanto si vuole, ma la sostanza è che Pericle pone in antitesi «democrazia» e «libertà».
Pericle fu il maggior leader politico nell’Atene della seconda metà del V secolo a.C. Non ha conseguito successi militari, semmai ha collezionato sconfitte in politica estera, ad esempio nella disastrosa spedizione in Egitto, dove Atene perse una flotta immensa. Però fu talmente abile nel conseguire e consolidare il consenso, da riuscire a guidare quasi ininterrottamente per un trentennio (462-430) la città di Atene retta a «democrazia». Democrazia era il termine con cui gli avversari del governo «popolare» definivano tale governo, intendendo metterne in luce proprio il carattere violento (kràtos indica per l’appunto la forza nel suo violento esplicarsi). Per gli avversari del sistema politico ruotante intorno all’assemblea popolare, democrazia era dunque un sistema liberticida. Ecco perché Pericle, nel discorso ufficiale e solenne che Tucidide gli attribuisce, ridimensiona la portata del termine, ne prende le distanze, ben sapendo peraltro che non è parola gradita alla parte popolare, la quale usa senz’altro popolo (dèmos) per indicare il sistema in cui si riconosce. Prende le distanze, il Pericle tucidideo, e dice: si usa democrazia per definire il nostro sistema politico semplicemente perché siamo soliti far capo al criterio della «maggioranza», nondimeno da noi c’è libertà.
(...) Quella che alla fine - o meglio allo stato attuale delle cose - ha avuto la meglio è la «libertà». Essa sta sconfiggendo la democrazia. La libertà beninteso non di tutti, ma quella di coloro che, nella gara, riescono più «forti» (nazioni, regioni, individui): la libertà rivendicata da Benjamin Constant con il significativo apologo della «ricchezza» che è «più forte dei governi»; o forse anche quella per la quale ritengono di battersi gli adepti dell’associazione neonazista newyorkese dei «Cavalieri della libertà». Né potrebbe essere altrimenti, perché la libertà ha questo di inquietante, che o è totale - in tutti i campi, ivi compreso quello della condotta individuale - o non è; ed ogni vincolo in favore dei meno «forti» sarebbe appunto limitazione della libertà degli altri. È dunque in questo senso rispondente al vero la diagnosi leopardiana sul nesso indissolubile, ineludibile, tra libertà e schiavitù. Leopardi crede di ricavare questa sua intuizione dagli scritti di Linguet e di Rousseau: ma è in realtà quello un esito, un apice della sua filosofia. Linguet e Rousseau dicono meno. È un punto d'approdo, inverato compiutamente soltanto nel nostro presente, dopo il fallimento delle linee d’azione e degli esperimenti originati da Marx. La schiavitù è, beninteso, geograficamente distribuita e sapientemente dispersa e mediaticamente occultata.
(...) Per ritornare dunque al punto da cui siamo partiti, i bravi costituenti di Strasburgo, i quali si dedicano all’esercizio di scrittura di una «costituzione europea», una sorta di mansionario per un condominio di privilegiati del mondo, mentre pensavano, tirando in ballo il Pericle dell’epitaffio, di compiere non più che un esercizio retorico, hanno invece, senza volerlo, visto giusto. Quel Pericle infatti adopera con molto disagio la parola democrazia e punta tutto sul valore della libertà. Hanno fatto ricorso - senza saperlo - al testo più nobile che si potesse utilizzare per dire non già quello che doveva servire come retorica edificante, bensì quello che effettivamente si sarebbe dovuto dire. Che cioè ha vinto la libertà - nel mondo ricco - con tutte le terribili conseguenze che ciò comporta e comporterà per gli altri. La democrazia è rinviata ad altre epoche, e sarà pensata, daccapo, da altri uomini. Forse non più europei.

ricerca: declino dell'Occidente

Corriere della Sera 5.5.05
Ecco gli scienziati d’Oriente che fanno tremare l’America
In Cina 750 mila ricercatori: un numero decuplicato in soli vent’anni L’India produce i migliori software del mondo e ora punta sulle nanotecnologie
di Giovanni Caprara


Il mondo della ricerca americana teme il sorpasso da parte dell’Europa ma soprattutto dei Paesi asiatici, Cina e India in testa. L’allarme lanciato dalla National science foundation è legato all’indebolimento interno in alcuni settori, ma in particolare alla vivace crescita scientifica e tecnologica dimostrata da nazioni «in via di sviluppo». Il segnale più forte è arrivato con l’invio in orbita del primo taikonauta cinese Yang Liwei nell’ottobre del 2003, segno inequivocabile dello sviluppo raggiunto in aree come la scienza dei materiali, l’elettronica, l’informatica. Dopo le distruzioni provocate dalla rivoluzione culturale e dal governo della «banda dei quattro», Pechino ha costruito un mondo scientifico che ora sostiene l’impetuoso sviluppo economico. La ricerca è una priorità nazionale e ad essa sono dedicati 63 miliardi di dollari, che pongono la Cina al terzo posto negli investimenti nel settore alle spalle di Usa e Giappone.
Negli ultimi vent’anni il numero degli scienziati è cresciuto dieci volte: oggi sono 750 mila e con un’età molto bassa. Solo l’Accademia delle scienze cinese, spina dorsale del sistema, e diretta dall’ingegnere Lu Yongxian, governa un esercito di 60 mila scienziati impegnati nella ricerca di base e tecnologica. Il permesso, poi, alle multinazionali di installare nel Paese laboratori ha consentito di finanziare con denaro straniero la formazione di «cervelli», come Lu Ke dell’Istituto di ricerca dei metalli di Shenyang, provincia di Liaoping, leader negli studi di nuovi materiali conduttori; o come Chih-chen Wang, dell’Istituto di biofisica di Pechino, di fama per le ricerche sulle proteine.
Anche l’India ha trasformato la ricerca in priorità sostenuta in prima persona dal presidente Abdul Kalam, che prima di essere eletto nel 2002 fu «fondatore» delle attività spaziali indiane. Adesso l’India dispone di vettori spaziali concorrenti di americani, cinesi e russi nel trasporto dei satelliti civili. Ma l’India, culla di matematici, è anche il Paese che esprime i migliori softwaristi del mondo, ed è in grado di produrre supercomputer con potenze di elaborazione analoghe a quelle americane. E’ grazie a questi strumenti che New Delhi ha potuto varare le «Aree di ricerca ad alta priorità» che riguardano nanotecnologie, neuroscienze, ricerca climatica. Fra i nomi illustri, il professor Rao, presidente del Nehru Centre for advanced scientific research di Bangalore, esperto di chimica dei fullereni; o il professor Mashelkar, direttore del Council scientific and industrial research di New Delhi, famoso per le ricerche sui polimeri. Con queste capacità Cina e India stanno ridisegnando la scena, inquietando prima di tutto gli Usa.

Severino: utopia ed eresia

La Stampa 5 Maggio 2004
PRESENTATO IL «PROGETTO ITALIA» DELLA TELECOM
Dove il pensiero si fa bellezza
di Fiorella Minervino


UN «Grand Tour» alla ricerca non soltanto delle città del Bel Paese, del loro patrimonio, della bellezza, dei monumenti, bensì del pensiero che ha originato tutto ciò. È questo il viaggio speciale e prezioso, promosso da Telecom Progetto Italia, presentato ieri nell’affollatissima sala di Piazza degli Affari da Marco Tronchetti Provera, presidente della Telecom, dal filosofo Emanuele Severino e da Andrée Ruth Shammah, direttrice del Teatro Franco Parenti. La scelta delle città è caduta su Cosenza, Perugia, Trieste, Ferrara (...) una serie di eventi artistici assai varia (...) legati al tema «Utopia ed eresia».
Di Cosenza, mirabile città patria spirituale di Tommaso Campanella, Gioacchino da Fiore, Telesio, legata ai fermenti filosofici creativi dell’Accademia Cosentina nel ‘500, ha parlato con un avvincente discorso Severino, riflettendo sullo stretto rapporto che lega il pensare e l'agire dell’uomo: sono gli scopi che determinano le azioni umane, senza scopi non realizzeremmo nulla. La società attuale tende tuttavia a mutare, trasformare o allontanare gli scopi, così è necessaria una valorizzazione di essi, riconoscendo la priorità del pensiero. Il filosofo ha poi spiegato la differenza fra l’etimologia della parola Utopia, «non luogo», cioè scopo presente nella mente e che deve realizzarsi, come indicava Tommaso Moro, e il termine Eresia, dal verbo «scegliere», preesistente al Nuovo Testamento e come tale riferito a chi ha scelto di non essere cristiano e dunque eretico: una parola ambigua, quasi che la Cristianità non esigesse una scelta. Una civiltà come la nostra non puo prescindere dal passato, ha continuato Severino, cioè deve ricorrere al pensiero con funzione di guida, anche per la tecnica.
(...)

Cina

il manifesto 5.5.04
Viaggio nel laboratorio della nuova Cina, dove tutto è possibile. Al padrone
Là dove Mao è soltanto il portafortuna
A Shenzhen, dove la Cina guarda Hong Kong dall'alto di un grattacielo mentre gli dà lezioni di capitalismo e braccia da sfruttare. I sogni ad alta tecnologia di un luogo inventato
ANGELA PASCUCCI, INVIATA A SHENZHEN


La Diwang Mansion, nel cuore di Shenzhen, è alta 383 metri. Piatta e stretta con due torrette in cima che sembrano bulloni domina la skyline della città, una selva eterogenea di edifici nei quali sembra essersi sbizzarrito un esercito di architetti, e non sempre dei migliori. Da lassù l'occhio abbraccia tutta l'area, da nord a sud, dove si vede Hong Kong. Con un colpo d'occhio si abbracciano «i due mondi di "un paese, due sistemi"», come declama un testo pubblicitario che in tono lirico e molto cinese chiede «Quali sono le differenze e le somiglianze tra la capitalista Hong Kong e la socialista Shenzhen? Pensateci e diventerete più saggi di prima». In attesa dell'illuminazione, la prima e immediata considerazione, dedotta dai discorsi e dagli scritti, è che l'énclave «socialista» quanto a capitalismo pensa di aver cominciato a dare qualche lezione al suo vecchio modello, che sta perdendo colpi, e anche al mondo intero. Quanto al socialismo, il discorso si fa davvero complicato, come dimostra l'incontro con il dottor Tai, 42 anni, alto dirigente della Shenzhen Telecom Engineering, società pubblica, costola di China Telecom, alla quale fornisce in esclusiva servizi di installazione e manutenzione di centraline per la telefonia fissa e mobile di area. Nel mega ufficio con salotto del giovane manager di stato, dietro la scrivania, campeggia un ritratto di Mao, sopra una cartina in oro zecchino di Shenzhen. La sorpresa dei visitatori per una simile iconografia, di questi tempi, meraviglia Tai. Il Presidente non sta lì come ispiratore politico, spiega, ma in funzione di nume tutelare. Un apotropaico, insomma, come se ne vedono (sempre meno per la verità) sui taxi e i pulmini del trasporto pubblico. Quello sguardo fermo, l'aria serena del vecchio saggio, conferiscono al Grande Timoniere una forza protettiva che il manager trova rassicurante. Ma ci sarà pure un'adesione ideologica, vista la portata storica del leader. Tutt'altro, risponde.

Se ci fosse ancora Mao...

Se Mao fosse ancora vivo, dice tra le facce per la verità scandalizzate dei cinesi presenti, lui non sarebbe lì e la Cina sarebbe come l'Iraq di Saddam Hussein o la Cuba di Castro. Un paese povero di retroguardia oppresso da un dittatore, non la grande potenza economica e politica che sta diventando grazie all'intuizione di Deng e all'attuale leadership, quella sì da Tai assai apprezzata. Arrivato molti anni fa da Xian, per lavorare agli uffici delle poste, la sua discreta conoscenza dell'inglese lo ha sbalzato lì un paio d'anni fa, del tutto casualmente, come responsabile del settore investimenti e allargamento del giro d'affari.

L'ingegner Tai, aria scanzonata e ciuffo ribelle, sembra appagato, ma si avverte un'inquietudine. Il mercato di Shenzhen, per la sua ditta, è ormai completamente saturo. Non c'è abitante dell'area che non abbia telefono, fisso o mobile, e occorre guardare a nuovi mercati. All'interno, le nuove tecnologie, come la trial band, assai rischiose e poco fruttuose nel medio periodo. All'esterno, una politica di investimenti nelle province più arretrate, o all'estero. Tra i paesi più appetibili India e Pakistan che, dice, danno un 25-30% di profitti. Ma la vera gallina dalle uova d'oro è il Vietnam, che potrebbe garantire tassi di guadagno fino al 100%. Si vedrà. Alle spalle c'è pur sempre un gigante come China Telecom, che straripa di soldi, grazie alla sua posizione di monopolio. Certo, prima o poi bisognerà fare i conti con le regole di liberalizzazione del Wto, ma i sommi dirigenti, par di capire, troveranno il modo di risolvere il problema e scantonare il più a lungo possibile.

Un paio d'ore trascorse a tavola, diverse bottiglie di birra e qualche giro di morra cinese tirano fuori qualcosa di più dal personaggio. Fare il manager pubblico in una Cina come quella di oggi non è semplice. Tai lamenta i molti vincoli di un'impresa pubblica rispetto a quelle private. Licenziare, ad esempio, pur in un luogo senza freni come Shenzhen, è quasi impossibile. In due anni non è riuscito a mandare via nessuno dei suoi 500 dipendenti, mentre è stato costretto ad assumere personale sotto la pressione dei suoi capi. E' pur vero però che i salari, nel settore statale, sono mediamente inferiori del 30% a quelli del settore privato. Ma ciò vale anche per il suo stipendio. Al fondo si capisce che ciò che opprime Tai è l'essere sottoposto a una serie di spinte contraddittorie, esercitate a vari livelli, che lui può solo subire. L'orgoglio di far parte di una potente compagnia pubblica non gli manca, ma forse non gli basta.

C'è un'altra genia di cinesi che invade a ondate Shenzhen e subito si ritira. Quella dei turisti e dei consumatori che a frotte battono i numerosi centri commerciali in cerca di buoni affari. La città ha fama di essere un eldorado per lo shopping, anche se è cara. E tuttavia sempre meno di Hong Kong, da cui partono spedizioni di acquirenti (anche se per la verità i numerosi centri commerciali, tutti uguali, sono tutt'altro che affollati). Il passaggio di confine di Luo Hu, dove arriva il treno che parte dalla stazione centrale di Hong Kong distante 40 minuti, è attraversato da un flusso costante in entrambe le direzioni, che nelle ore di punta si gonfia ogni cinque minuti, cioè ogni volta che un convoglio arriva o parte.

Molti abitanti di Hong Kong hanno comprato casa qui, dove costa meno, e partono per andare al lavoro dall'altra parte ogni mattina. Altri hanno invece qui hanno trovato lavoro, visti i tempi grami dell'ex colonia, e fanno anch'essi i pendolari in senso inverso. Eppure al confine c'è un effettivo doppio controllo da attraversare, con tanto di visto da esibire per gli stranieri. Ma i varchi diversificati (ce ne sono anche per i cittadini di Taiwan) sveltiscono le procedure e in pochi minuti gli assembramenti si dissolvono. Da questa rinnovata mescolanza, nascono nuove alleanze societarie o si rafforzano le vecchie. L'intreccio è forte. Nell'intero Guangdong, sono installate circa 36mila compagnie di Hong Kong, che danno lavoro a cinque milioni di persone. .

L'impresa di Cheng

Cheng, 32 anni, ex operaio tessile, racconta l'impresa creata da lui insieme a un gruppo di connazionali mettendo in piedi nel 1999 una joint venture con una società di Hong Kong piuttosto malconcia che produceva circuiti integrati. E' nata così la E-City P.C.B. Co., che ha un ufficio per gli approvvigionamenti a Hong Kong, un altro per il marketing a Shenzhen e la fabbrica di circuiti nel Guangdong, a pochi chilometri da Canton. Cheng ha un ruolo cruciale, general manager per le vendite. Lavora a Shenzhen perché, dice, è qui che le compagnie straniere vengono a cercare i fornitori migliori e a prezzi più bassi.

Ci riceve nel suo ufficio al 24esimo piano di un condominio di lusso ai limiti della zona speciale. Il lusso si evince dalla cancellata di cinta e dalla presenza di due piscine (vuote), ma per la verità anche in questo edificio relativamente nuovo già compaiono i primi segni di una decadenza che sconfina nell'incompiuto, segni che colpiscono buona parte della città, come se la fretta con cui sono state costruite facesse invecchiare rapidamente le strutture.

La E-City ha fior di clienti, il gotha dell'elettronica mondiale, da Sony a Philips a Sharp, almeno stando al suo materiale pubblicitario. Ma è solo negli ultimi due anni che gli affari vanno a gonfie vele. La E-City ha 600 dipendenti, di cui 500 sono operai e 100 ingegneri, concentrati nella fabbrica del Guangdong, ad appena cento chilometri dall'ufficio. Ci si arriva con un'ora di automobile dall'autostrada per Canton, che taglia il mitico delta e con lo Humen Bridge, lungo 5 chilometri, scavalca l'immenso nastro grigio del Fiume delle perle. Lungo la strada si costeggia Changan, dove si concentrano le fabbriche di Taiwan. Nella zona dell'estuario, ci dicono, i taiwanesi sono almeno un milione.

Nel tratto finale la fabbrica dell'E-City, collocata in piena campagna sulle rive di un affluente del grande fiume, si raggiunge attraverso strade dissestate. L'impianto è una serie di grandi capannoni circondati da distese di banani, verdissimi sulla terra scura del meridione, e da catapecchie, mai sfiorate dal boom economico del Guangdong. Nel primo dei capannoni, le grandi lastre dei circuiti, non ancora ritagliate, vengono immerse nelle vasche ricolme di solventi chimici che le preparano alla successiva lavorazione. L'edificio è rudimentale, con ampie fessure e aspiratori ma l'aria è aspra e soffocante, insopportabile dopo pochi minuti. Giovani operai arrampicati sui bordi delle vasche muovono a mano le lastre nel liquido. Un lavoro pesante, quasi primitivo. L'immaterialità delle nuove tecnologie ha un nucleo molto materiale. .

Acque torbide, odore pesante

Un impianto di depurazione, dall'aria vetusta, ripulisce le acque di trattamento prima di scaricarle nel fiume. Ma, a dispetto del settore di controllo degli inquinanti situato in prossimità del fiume, un odore pesante si innalza dalle rive lambite da acque torbide. Il signor Yuan, responsabile della produzione e dunque della fabbrica, spiega che l'anno prossimo sarà costruito un nuovo impianto per raddoppiare la produzione da 250mila a 500mila metri quadrati di circuiti, e dovranno farlo qui, perché cambiare sito obbligherebbe a osservare regole ambientali più strette. Negli altri capannoni, si produce. Si spezzano le lastre, si stampano i circuiti. In un settore, quello dove si concentra il grosso del lavoro, non si può entrare.

Anche qui operaie/i emigrati, giovanissimi, senza famiglia, ospitati nei dormitori della fabbrica, 700 yuan (circa 70 dollari) al mese tutto compreso. Colpisce nei loro visi l'aria grave, silenziosa. A domande più insistenti sulla qualità del lavoro, il manager risponde che i rapporti con il sindacato (l'unico, quello ufficiale) sono buoni e che «qui si rispettano i diritti umani». Al ritorno verso Shenzhen, è già notte. Ai lati dell'autostrada, le fabbriche emergono dal buio, intervallate dai dormitori dalle cui finestre spuntano fitti gli abiti da lavoro appesi alle grucce. E' una teoria pressoché continua che scorre per decine e decine di chilometri. Luce a giorno nei reparti, sagome umane al lavoro dietro alle vetrate. Sarà pure transizione, ma verso dove?

(2-fine. La prima puntata è stata pubblicata il 27 aprile)

Wen Jiabao in Italia

una segnalazione di Licia Pastore

Il Messaggero Mercoledì 5 Maggio 2004
ARRIVA domani in Italia ...il premier cinese Wen Jiabao
di GIANNI SOFRI
*


ARRIVA domani in Italia, per una visita ufficiale di tre giorni, il premier cinese Wen Jiabao, all’interno di un tour europeo che lo ha portato, o lo porterà, anche in Germania, Belgio, Gran Bretagna, Irlanda e alla sede della Ue. Nella prima metà di giugno il Presidente Ciampi compirà una visita di una settimana in Cina.
Primo ministro dal marzo 2003, geologo e ingegnere di formazione, Wen fa parte del gruppo di tecnocrati che occupano i posti chiave nella “quarta generazione” dei dirigenti cinesi del dopo-Mao. Nel marzo di quest'anno è salito alla ribalta con un importante discorso che annunciava una svolta nella politica economica della Repubblica popolare cinese: una svolta subito sancita ufficialmente dalla sessione annuale dell'Assemblea Nazionale del Popolo.
Il vertiginoso sviluppo degli ultimi anni (una crescita del 9,1% nel 2003) ha prodotto o aggravato contraddizioni e problemi, con il rischio crescente di tensioni sociali: una crescita incontrollata della disoccupazione a fronte di quella di un ceto di nuovi ricchi e ricchissimi; squilibri territoriali (le province costiere hanno un Pil che è mediamente quattro volte superiore a quello delle province dell'interno), tra città e campagna (il reddito delle città è almeno tre volte superiore a quello delle campagne). Si aggiungano i milioni (da 100 a 200, a seconda delle valutazioni) di migranti soprattutto giovani che, lasciati i loro villaggi, conducono nelle grandi città un'esistenza precaria: un vero esercito industriale di riserva, ma anche una mina vagante sul terreno sociale. E ancora, i molti danni che uno sviluppo incontrollato sta portando agli equilibri ambientali; e per finire ma in realtà l'elenco potrebbe continuare a lungo c'è il problema dell'energia che lo sviluppo richiede: lo scorso anno, la Cina ha visto aumentare del 31% le sue importazioni di petrolio, del quale è divenuta il secondo consumatore mondiale, dopo gli Stati Uniti, ma prima del Giappone.
La nuova linea proposta da Wen Jiabao ha inteso affrontare per la prima volta questo insieme di problemi: in primo luogo, attraverso un raffreddamento dello sviluppo, che secondo il governo dovrebbe attestarsi quest'anno sul 7%. Ma Wen ha anche invitato a «cambiare il modo della nostra crescita economica», cercando uno sviluppo più equilibrato, più attento alla qualità (e non solo ai record numerici), capace di controllare lo sfruttamento delle risorse e il degrado ambientale, soprattutto di garantire una distribuzione più equa tra le diverse province e tra città e campagna (indirizzando maggiormente gli investimenti dello Stato verso l'agricoltura). Se la proprietà privata era già riconosciuta dal 1999, le si è conferita oggi, con una revisione della Costituzione dell’82 (già più volte emendata), una certezza giuridica (l’“inviolabilità”), che offra maggiore tranquillità agli investitori. Agli imprenditori privati si riconosce non più solo una generica collaborazione all’economia pubblica, ma il carattere di “costruttori dell'opera socialista”. Secondo il “Pensiero” dell'ex Presidente Jiang Zemin, entrato a far parte della Costituzione, il Partito non rappresenta più soltanto i lavoratori e le forze patriottiche, ma “le forze produttive avanzate”, “la cultura cinese avanzata” e “gli interessi della schiacciante maggioranza del popolo cinese”: un'altra apertura nei confronti degli imprenditori privati.
La revisione che l'Assemblea ha approvato - con il 99% dei voti - riguarda anche i diritti dell'uomo, che la Costituzione della Rpc ora “rispetta e protegge” ufficialmente (ma non si vede ancora bene con quali conseguenze pratiche). Ci sono forti dubbi, tra gli osservatori, su questo ampio insieme di innovazioni: dubbi che vertono soprattutto sulla reale possibilità del governo di dar loro attuazione. E' tuttavia importante che vengano ufficialmente riconosciuti, per la prima volta, problemi e contraddizioni che accompagnano il “miracolo” economico cinese di questi anni, e se ne cerchino i rimedi.
Per gli imprenditori italiani (anche se assai meno che per quelli di altri Paesi europei), la Cina è sede di delocalizzazioni, outsourcing e aperture di negozi, che interessano i settori più disparati, dalla meccanica all'arredamento, dall'alta moda ai gioielli e persino al prosciutto sudtirolese. Ma è fonte anche di molte e contraddittorie preoccupazioni che comprendono la contraffazione di prodotti stranieri, i vantaggi “sleali” delle esportazioni cinesi, l'incremento continuo del consumo cinese di materie prime (dal petrolio all'acciaio al carbone), con il conseguente aumento dei loro prezzi sul mercato internazionale; ma anche il timore crescente di una possibile “bolla” cinese dopo la crescita degli ultimi anni.
In alcune interviste degli ultimi giorni, Wen Jiabao ha tentato di rassicurare i suoi interlocutori politico-economici. Ha ricordato come il 55% delle esportazioni cinesi provengano da imprese in cui è presente il capitale straniero, e che nel 60% dei casi lavorano materiali provenienti dall'estero. Ha promesso di aumentare la tutela della proprietà intellettuale e di punire le contraffazioni.
Alla fine di gennaio, il Presidente della Repubblica Hu Jintao venne ricevuto a Parigi in pompa magna, in occasione dell'apertura ufficiale di un “Anno della Cina”: una sorta di lungo festival della cultura cinese ufficiale, con grandi mostre e manifestazioni di ogni genere. Molti parlamentari, soprattutto verdi e una parte dei socialisti, disertarono vistosamente l'Assemblea Nazionale quando Hu vi tenne il suo intervento, intendendo così protestare contro il silenzio di Chirac sul problema dei diritti umani (altri affidarono la protesta a una lettera). Si parlò, su alcuni giornali, di una vera e propria onta per la patria dei diritti dell'uomo. Fra l'altro, il Premio Nobel 2000 per la Letteratura Gao Xingjiang, che vive a Parigi da molti anni, è stato escluso, in omaggio all'ospite, da ogni manifestazione dell'“Anno della Cina”.
Dopo di allora, malgrado l'inserimento nella Costituzione del rispetto dei diritti dell'uomo, non si può certo dire che dalla Cina siano arrivati segnali incoraggianti. Il 5 marzo è stato arrestato un vescovo cattolico. Alla fine dello stesso mese sono state arrestate, sia pure solo per pochi giorni, Ding Zilin e altre due “madri della Tiananmen”. E soprattutto, pochi giorni fa, Pechino ha bruscamente deluso le aspirazioni dei democratici di Hong Kong: malgrado le sue prerogative speciali, la città non potrà eleggere a suffragio universale i propri rappresentanti nelle elezioni del 2007 e 2008. L'anno scorso, ben 5.343 cinesi hanno presentato domanda di asilo politico in altri Paesi (solo da cittadini turchi è venuto un numero maggiore di domande).
Questo sarà dunque, prevedibilmente, uno dei due temi di cui si parlerà fra il 6 e il 9 maggio prossimi: con più probabilità sui giornali che negli incontri ufficiali. Nei quali prevarranno invece i problemi economici. E' di meno di un mese fa la notizia che una Compagnia aerea cinese ha confermato l'acquisto di 21 Airbus, mantenendo una promessa fatta da Hu Jintao a Chirac. Il governo italiano avrà anch'esso qualcosa da farsi promettere?

* Professore di Storia contemporanea e dell’Estremo Oriente, Università di Bologna