giovedì 24 febbraio 2005

giovedì 24 ore 22.30

segnalato al seminario di oggi:


Bertinotti stasera da Vespa

l'onesto ministro
Sirchia bugiardo come uno scolaretto?

Corriere della Sera 24.2.05
Compensi da un’altra azienda per uno studio sui servizi sociali
Immucor smentisce Sirchia: venne pagato come consulente
Luigi Ferrarella

MILANO - Centodieci milioni di lire per una «Relazione sul presente e futuro dei Servizi Sociali a Milano»: a occhio e croce, un po’ cara. Eppure è questo il contenuto di una consulenza che il professor Girolamo Sirchia, primario del Policlinico nonché dal 1999 al 2001 assessore proprio ai Servizi Sociali del Comune di Milano, ha fornito all’azienda farmaceutica Jansen Cilag, e per la quale in cambio la società ha ritenuto di remunerarlo con un compenso appunto di 110 milioni. Analoga cifra annuale gli era stata corrisposta anche per altre tre consulenze (tutte regolarmente pagate dall’azienda, dichiarate dal primario e autorizzate dal suo ospedale nel 1998-2001) a fronte di «contributi scientifici» il cui peso, in rapporto agli ulteriori 330 milioni valsigli, è ora oggetto di valutazione della Procura: in un caso sono agili «osservazioni in merito ad alcuni aspetti scientifici, etici e giuridici sulle cellule staminali», in due casi sono lavori sul Centro Trasfusionale di Immunologia dei trapianti, per esempio per l’Associazione amici dell’ospedale Policlinico donatori del sangue
DA ATLANTA - Sirchia ha invece sempre negato consulenze all’americana Immucor Inc. (che nel 1999 e 2000 gli intestò 3 assegni da 11mila marchi l’uno, spediti a un bancario svizzero dell’Ubs per corriere postale Ups dalla Germania). Ma dopo le accuse verbalizzate dall’ex top manager della divisione italiana, l’indagato Nino De Chirico, ora da Atlanta, quartier generale della società quotata al Nasdaq, il neopresidente Edward Gallup affida al prestigioso settimanale British Medical Journal una dichiarazione che, affilato come un rasoio, contiene l’inciso «including Sirchia». «Nel passato - spiega infatti Gallup - Immucor si è avvalsa della collaborazione di meno di 10 medici, compreso il professor Sirchia. Alcuni di questi contratti furono con persone, altri direttamente con ospedali. Immucor conferma che pagò il professor Sirchia per servizi scientifici e di ricerca medica, o per organizzare e partecipare a conferenze scientifiche, e per nessun altro scopo». Gallup difende poi dall’«ingiusta» stampa italiana i suoi «dipendenti e clienti, di cui siamo orgogliosi. Immucor Inc. volontariamente ha riferito alla Sec che c’era una indagine in Italia riguardante Immucor Italia, e ha completamente cooperato con le richieste di informazioni della Sec».
CONTO SVIZZERO - E proprio per inseguire il filo dei tre assegni Immucor, che risultano intestati a Sirchia ma non incassati da lui, la Procura ha individuato, nell’ambito della rogatoria avviata in Svizzera, il funzionario dell’Ubs (Remo Boldini) che li ricevette in consegna e li girò poi su un conto. Boldini avrebbe già spiegato nei giorni scorsi chi gli avesse dato le istruzioni e autorizzazioni per trattare gli assegni. Ma più che ora dalle parole del testimone, o in futuro da quelle dell’eventuale fiduciario del deposito bancario, è dall’estratto delle movimentazioni del conto che nelle prossime settimane la Procura si attende elementi utili.

«Filosofi a luci rosse»

Il Mattino 24/02/2005
Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (dei filosofi) ma non avete mai osato chiedere.
Fabrizio Coscia

Dalle relazioni d’amore (tutt’altro che platonico) di Socrate coi suoi giovani allievi al complesso di Pollicino di cui soffriva Montaigne, dalle defaillances di Rousseau alla sifilide di Nietzsche: la filosofia - uscita «dalla scala di servizio», come titolava qualche anno fa un testo di Wilhelm Weischedel che indagava nella vita quotidiana dei grandi del pensiero - rientra direttamente dalla camera da letto. Filosofi a luci rosse (Salani, pp. 206, euro 12,50) è il saggio di Pietro Emanuele che rivela, con sguardo ironico e dissacrante, i vizi privati, le storie, le teorie, gli aneddoti e le maldicenze sul rapporto che i filosofi avevano con il sesso. Un libro scritto con l’intento dichiarato di liberare la filosofia da quel tanto di astratto e di astruso che, spesso con la complicità degli stessi filosofi, questa disciplina si porta dietro quasi fatalmente. Lo stesso intento che mosse Jostein Gaarder, autore de Il mondo di Sofia, a snocciolare teorie filosofiche al ritmo di un giallo, oltre al già citato Weischedel e a raccontare, tra l’altro, di come Talete, troppo assorto nel calcolo delle orbite dei pianeti, non vide il pozzo sotto i propri piedi e vi cadde tra le risa delle donne di Tracia; e naturalmente, Luciano De Crescenzo a tessere storie della filosofia da ameni «fattarielli». Ora, Pietro Emanuele, ordinario di Filosofia all’Università di Messina, ci prova con il sesso, o meglio, con la vita sessuale - spesso complicata - dei filosofi. «Con questo libro mi sono proposto di combattere la moda dilagante dei libri che presentano la filosofia come una sicura maestra di vita, propagandandone gli effetti terapeutici come si fa con un prodotto farmaceutico - ha detto Emanuele alla presentazione del libro, l’altro ieri alla Fnac - Il mio obiettivo era invece quello di mostrare come tra il piano della teoria e quello della vita pratica esista un salto incolmabile». Operazione «malandrina», l’ha definita lo stesso autore, volta a sdrammatizzare la tematica sessuale. Scopriamo allora che Agostino si dava al voyeurismo, che Montaigne si lamentava del suo membro troppo piccolo, che un discepolo di Hegel, un certo Karl Rosenkranz, teorizzò l’apologia dell’osceno, che la filosofia di de Sade più che da boudoir era da tavolino, e che Rousseau si bloccava nei momenti cruciali per eccesso di cerebralismo. «La vita dei filosofi può mostrare che il sesso è qualcosa di molto più complesso e meno ripetitivo di quanto non creda la solita pubblicistica. Per quanto mi riguarda, non ho voluto scrivere un libro pornografico, volevo soltanto divertire informando». Il dubbio, naturalmente, è quanto possano servire i resoconti dettagliati della vita privata dei filosofi a farci conoscere meglio le loro opere. «Qualche volta non serve - risponde Emanuele - Sapere che Aristotele, stando a certi documenti, era masochista, non ci aiuta a capire la logica dei sillogismi. Ma altre volte invece è utile: sapere che Schopenhauer sfogava i suoi istinti sessuali solo con le prostitute è una conferma della sua concezione pessimistica contro la procreazione, che mette al mondo uomini destinati all’infelicità». Gianfranco Borrelli, che ha presentato il libro, lo ha definito «utile a stimolare la discussione su un tema cruciale della filosofia». «Un conto però è il sesso nella vita dei filosofi - ha sottolineato - altro è invece la filosofia del sesso, che forse avrebbe meritato nel libro un maggior approfondimento. In fondo sono stati i filosofi a costruire le grandi teorie dell’Amore, da Platone a Epicuro, da Bruno fino a Bataille e a Foucault. Paradossalmente, è solo grazie a loro se oggi possiamo parlare di sesso».

storie di famiglia

Corriere della Sera 24.2.05
«L’inizio fu magistrale». E l’inizio parte da Agilulfo e...
Serena Zoli

«L’inizio fu magistrale». E l’inizio parte da Agilulfo e San Colombano che si accordano perché i frati si insedino, coltivino, edifichino. È l’inizio del borgo avito, Bobbio, nel Piacentino, da cui si dipanerà la saga dei Bellocchio che Alberto, uno dei numerosi fratelli tra cui Marco, il regista, e Piergiorgio, lo scrittore, si incarica di raccontare, anzi evocare, in questo Il libro della famiglia che attrae già per l’aspetto esterno, da bel quadernone con la foto d’antan a tutta copertina. Chi segua l’invito non resta deluso. Preso da incanto per questi versi sciolti, leggeri e spesso leggiadri, e da fascinazione del rapido narrare per guizzi di immagini, per allusioni, per strappi da antiche carte, corre spedito lungo secoli di storia e lungo la piana fertile «di frutti e fiori e salami maturi» e il vivace Appennino dalle «uve amabili».
Si comincia con la citazione, tra Cinque e Seicento, della Cà de’ Bellocchii intesa come luogo, che diventa cognome ed emigra in città: due osti, un cavapietre, un vetturale, un sellaio... poi saranno impresari, mediatori, mercanti finché, a fine Ottocento - e da qui la corsa nel tempo rallenta - ci saranno case e ville e poderi da amministrare e far fruttare.
Spunta qui la «mania operosa» della dinastia, passa per la nonna Barbara la svolta dalle terre alla professione («la testa si fa pane e vino, e lo moltiplica»), il padre dell’autore, Bruno, sarà avvocato, meta raggiunta col concorso e il sacrificio di tutta la famiglia quando le famiglie pianificavano l’avvenire di ciascuno. E sarà «il principe», capace capofamiglia e aspro carattere, assecondato dalla sorella Laura che per lui ha rinunciato a una vita propria.
Per le donne, per «la costola di Adamo» come le chiama, Alberto Bellocchio mostra particolare sensibilità e capacità di ascolto. La quarta parte, «Il libro di Dora», segue la madre dai sogni e dalle voglie d’allegria di ragazza al peso della famiglia, numerosissima, che la consuma nel suo cerchio, «incompatibile coi tasti del pianoforte» e con la pittura che amava. Dora si perde, Dora ondeggia sotto una «fatale stanchezza», Dora si riprende, e riappare il sorriso, quando il marito è morto, i tempi sono più facili, i figli grandi. Poi «Dora vola via» e quest’ultimo canto è il più lirico. L’affetto non pesa, asseconda quel leggero svanire. Ma Dora ritorna, ancora più lieve, tra il solaio delle memorie, i fornelli dove cuoce la pietanza, il porticato ameno.
Bellocchio si ferma dove invece prende più respiro e spazio un altro «romanzo della famiglia» in versi, quel La camera da letto dove - un parmense stavolta - Attilio Bertolucci ripercorre il tempo degli avi ma molto di più dedica a una sofferta autobiografia. Alberto, invece, resta un intenso, a volte ironico e sorridente, «narratore».

Il libro: «Il libro della famiglia» di Alberto Bellocchio, il Saggiatore, pagine 280, 30

il nuovo centro delle neuroscienze

Corriere della Sera 24.2.05
Si studiano i mali del cervello

È nato il centro delle neuroscienze
Il Nobel Montalcini: «Le ricerche subito usate per i malati». La Regione stanzia 4,5 milioni
Francesco Di Frischia

«I risultati della ricerca di base, che si avvarrà del contributo di chimici, fisici, bioingegneri ed informatici, verranno trasferiti subito al letto dei malati colpiti da Alzheimer, Parkinson e dalle altre gravi forme di degenerazione del cervello». È il premio Nobel Rita Levi Montalcini ad annunciare l’avvio dell’attività scientifica dell’Ebri (European brain research institute) che sarà inaugurato ufficialmente dal presidente della Repubblica Ciampi il 24 marzo. Ieri c’è stata la firma di un protocollo d’intesa tra i vertici dell’Ebri, presieduto dalla stessa Montalcini, della Fondazione Santa Lucia, che ha sostenuto il progetto, del Cnr e della Regione, che ha stanziato 4 milioni e mezzo di euro per il triennio 2005-2007: è nato così uno dei più grandi poli di ricerca in Italia che si concentrerà nell’approfondire il tema delle neuroscienze. L’Ebri è stato ideato nel 2001 dalla Montalcini e un anno fa la Fondazione Santa Lucia, dopo avere vinto un concorso nazionale, ha provveduto ad attrezzare nel complesso di Prato Smeraldo, in via del Fosso di Fiorano, 15 mila metri di laboratori con sofisticate apparecchiature: da alcune settimane lì sono già al lavoro un centinaio di ricercatori del Cnr ed altri 120 tra studiosi e dipendenti del Santa Lucia e dell’università di Tor Vergata. E altri 10 mila metri dell’edificio possono in un prossimo futuro essere attrezzati per sviluppare nuovi protocolli di ricerca.
«Sono già arrivate domande di collaborazione da 60 gruppi di tutto il mondo - sottolinea il premio Nobel - Questo vuole dire che abbiamo la competenza e le capacità professionali per raggiungere importanti risultati». Guarda avanti Luigi Amadio, direttore generale della Fondazione Santa Lucia, specializzata in riabilitazione neuromotoria: «Ci auguriamo di sviluppare altre sinergie, anche internazionali, per scoprire i tanti segreti del cervello - spiega il manager che ha promosso la candidatura di Roma per ospitare l’Ebri - Fino ad oggi conosciamo solo il 10% della nostra materia grigia».
Francesco Storace, presidente della Regione, giudica «un importante risultato l’avere aggregato enti diversi su grandi progetti» perchè «il Lazio esprime il 23% di tutta la ricerca italiana - ricorda - grazie alla straordinaria rete di università e centri scientifici che devono invogliare i giovani a studiare qui e non cercare fortuna all’estero. Anzi vorremmo contribuire a riportare a Roma i nostri cervelli fuggiti oltre confine». Con l’accordo di ieri «la ricerca è entrata ufficialmente nella programmazione della Regione», precisa Andrea Augello, assessore regionale al Bilancio. «I risultati di laboratorio verranno trasferiti ai malati ricoverati nel Santa Lucia - aggiunge Flavio Pistella, presidente del Cnr - ma avranno anche un rapido collegamento con il sistema produttivo di piccole e medie imprese per il rilancio dell’economia».

embrione
le finezze filosofiche di Emanuele Severino

Corriere della Sera 24.2.05
Sgreccia e l’embrione
LA CAPACITÀ DI DIVENTARE UOMO
di EMANUELE SEVERINO

Monsignor Elio Sgreccia richiama che «l’essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento», e ribadisce che il Magistero della Chiesa «non si è espressamente impegnato» in relazione ai «dibattiti scientifici» e alle stesse «affermazione filosofiche» sugli inizi della vita umana (Corriere, 8 febbraio). Questo non significa che il Magistero non si impegni mai su affermazioni filosofiche. Si impegna ad esempio nella difesa dell’affermazione che l’uomo è capace di entrare nel Regno dei Cieli - che è affermazione, oltre che teologica, della filosofia cui la Chiesa si appoggia e che ha il suo perno nel concetto di «capacità». Se uno dicesse che questo concetto è un nonsenso, la Chiesa si impegnerebbe a proclamare che costui dice il falso. E farebbe bene, perché se la capacità dell’uomo di andare in Cielo non esistesse, per l’uomo sarebbe impossibile andarvi; e se, pur negando tale «capacità», qualcuno affermasse che in Cielo son venuti a trovarsi degli uomini, costui affermerebbe qualcosa di impossibile. Va aggiunto che, difendendo il concetto di «capacità», la Chiesa difende anche il principio che la capacità di andare in Cielo precede il trovarvisi, ossia che esiste un momento in cui l’uomo è «capace» di andare in Cielo, ma ancora non vi si trova - e quando vi si trova non ha più la capacità di andarvi. Ebbene, che cosa accade a proposito della tesi della Chiesa che l’essere umano è «una persona fin dal suo concepimento»?
Accade qualcosa di analogo al discorso di chi nega la «capacità» di andare in Cielo. Vediamo.
In quel suo intervento Sgreccia afferma che «la presenza di un’anima spirituale non può essere rilevata dall’osservazione di nessun dato sperimentale». Quindi le scienze della natura non possono trovare l’anima nemmeno in quel dato sperimentale che è l’embrione. Altrimenti si verrebbe a sostenere quel che la Chiesa non ammette, cioè che lo spirito è un aspetto della materia (sperma e ovulo). Per la Chiesa, l’embrione è uomo solamente in quanto l’«anima spirituale» è in lui già in qualche modo esistente, ma l’«anima spirituale» «è creata direttamente da Dio». Se la Chiesa non mobilita questo gigantesco volume di tesi filosofico-metafisico-teologiche non può sostenere che sin dal momento del concepimento l’embrione è già uomo. (Si capisce che in vista del referendum sulla legge 40 la Chiesa per non rompere con i laici che sostengono l’umanità dell’embrione eviti di parlare di quel grandioso ma ingombrante bagaglio filosofico-teologico. Salvo errore, la parola «Dio» non compare mai negli articoli di monsignor Sgreccia di recente pubblicati dal Corriere).
Le difficoltà incominciano a questo punto. E riguardano il concetto di «capacità», indicato all’inizio. Per entrare nel Regno dei Cieli, si diceva, è necessario che, prima di entrarvi, l’uomo abbia avuto la «capacità» di entrarvi. Analogamente , per entrare nel regno della terra - cioè per incominciare a vivere come uomo - è necessario che qualcosa abbia avuto la «capacità» di diventare uomo, la capacità di entrare, come uomo, nel regno della terra. Ed è necessario che tale qualcosa abbia avuto questa «capacità» in un tempo precedente a quel del suo incominciare ad esistere. Ma se si accetta la dottrina della Chiesa, questa «capacità» non può esistere .
Infatti, se «fin dalla fecondazione» l’embrione ha un’anima spirituale (Sgreccia, Corriere, 14 febbraio), prima della fecondazione esistono, separati gli uni dagli altri il seme dell’uomo e l’uovo della donna, e, ancora più separata da essi, esiste la potenza con cui Dio crea l’anima spirituale dell’embrione. Ma il seme, così separato non ha la capacità di diventare uomo: ha solo la capacità di unirsi all’ovulo - una capacità, questa, diversa da quella di diventare uomo.
Nemmeno l’ovulo, separato, ha la «capacità» di diventare uomo. E se per la Chiesa Dio ha la potenza di creare l’uomo, la Chiesa nega che Dio o qualcosa che gli appartenga abbia la capacità di diventare uomo - uomo, si badi, che sia soltanto uomo e non sia anche Dio, come Cristo.
Infine, nemmeno l’unione dei gameti maschile e femminile ha la capacità di diventare uomo, perché tale unione concorre a costituire ciò che non è più soltanto capacità di diventare uomo, ma è già uomo. (Stiamo parlando, infatti, della capacità che cessa quando è realizzata - e che Aristotele chiamava «potenza»).
Sulla base del Magistero della Chiesa non può dunque esistere la «capacità» di diventare uomo. Ciò significa che nessun uomo può nascere! Poiché sulla base di quel Magistero è impossibile indicare quando e dove mai possa esistere la capacità di diventare uomo, segue che è impossibile che degli uomini vengano ad esistere - segue cioè l’assurdo.
La Chiesa sostiene anche che, nel dubbio che l’embrione sia uomo, è morale trattarlo «come se» lo fosse. Ma anche in questo modo essa ammette la possibilità che l’embrione sia uomo sin dalla fecondazione, cioè ammette l’assurdo qui sopra rilevato. Quando scienziati come Edoardo Boncinelli dicono che non si può sapere quando l’uomo è persona, per evitare quell’assurdo devono escludere che l’embrione sia uomo sin dalla fecondazione. Quando Marcello Pera dice che l’embrione è persona, allora o abbandona il suo laicismo e fa ricorso al Dio che rende persona l’embrione, oppure sostiene che persona e spirito sono aspetti, prodotti della materia.
La Chiesa sta affrontando i problemi della fecondazione assistita con concetti che si frantumano. Ciò non significa che quelli dei suoi avversari rimangano intatti.

giustizia sociale

lavoce.info
Il fantasma della patrimoniale
Ruggero Paladini

Nei paesi dell'Ocse le imposte reali che gravano su singoli cespiti, quasi sempre gli immobili, sono nettamente dominanti rispetto a quelle sui trasferimenti. E solo in tre paesi la percentuale sul totale delle imposte dirette assume valori rilevanti: Giappone, Polonia e Stati Uniti. In Francia, la "impot de solidarieté sur la fortune", voluta da Mitterand e ora confermata dal governo di destra, ha un effetto redistributivo minimo, ma serve ad aggiungere progressività a un sistema che non ne ha molta. E pagarla è diventato una sorta di status symbol.
Un fantasma si aggira per l’Italia: l’imposta patrimoniale. Il Sole-24Ore del 3 febbraio auspica caldamente che i leader del centrosinistra dissipino l’ombra bertinottiana. Ma di cosa si tratta?
Imposte ordinarie e straordinarie
Chiarisco subito che le imposte patrimoniali possono essere straordinarie oppure ordinarie. Quelle straordinarie sono un prelievo sul patrimonio di rilevante entità e vengono effettuate in condizioni di emergenza (con la promessa di non applicarle più). Sono quelle auspicate da David Ricardo quando si opponeva all’emissione di debito pubblico. In Italia l’imposta straordinaria è stata applicata nel 1947, abolendo al contempo quella ordinaria che era stata introdotta nel 1940. Ma anche il fascismo, tra il 1936 ed il 1938, vi aveva fatto ricorso.
Vi sono poi prelievi una tantum, come quello sui depositi del 1992, o l’imposta sul capitale sociale, introdotta con la Finanziaria 1993 (la madre di tutte le manovre risanatrici) che doveva durare tre anni e durò cinque, assorbita dall’Irap. Le imposte ordinarie sul patrimonio sono invece imposte che si pagano con il reddito, anno dopo anno. La loro base imponibile è una qualche definizione di valore patrimoniale, e si differenziano, in parte, dalle imposte sul reddito da patrimonio. Per intenderci, l’Ici invece dell’Ilor.
L’imposta patrimoniale è "di sinistra"? Cesare Cosciani, il padre della riforma del 1973, era favorevole all’imposta patrimoniale, che in effetti aveva proposto, e che fu poi sostituita dall’Ilor. Maurice Allais (francese) e James Meade (inglese), entrambi premi Nobel, erano anch’essi favorevoli. Nessuno di questi tre economisti può essere sospettato di simpatie marxiste; sostenevano l’imposta patrimoniale (ordinaria) per ragioni di efficienza, piuttosto che di equità. Il compianto Franco Romani, che di liberalismo se ne intendeva, diceva che l’imposta patrimoniale è una tipica imposta liberale. Conosceva il lavoro di Eugenio Rignano "Di un socialismo in accordo colla dottrina economica liberale" (1901), dove veniva proposta una drastica redistribuzione patrimoniale tramite le imposte di successione. Questo libro ebbe una notevole eco all’estero (sia nel Regno Unito che in Francia) e in particolare fu discusso nell’ambito del partito liberale inglese negli anni Venti. Anche il partito liberale tedesco ha elaborato in passato proposte simili. (1) Ovviamente, lo scopo del partito era quello di tassare i trasferimenti di ricchezza per poter diminuire le imposte sul reddito.
Le imposte patrimoniali nei paesi Ocse
Vediamo come si presenta la situazione nei paesi dell’Ocse, dove abbiamo sufficienti dati. (2)
Ho raggruppato le imposte in due grandi gruppi: quelle di natura reale, cioè che gravano su singoli cespiti, in generale sugli immobili (tipo Ici), e quelle sui trasferimenti (tra vivi o mortis causa) o personali che colpiscono l’intero patrimonio sia delle persone fisiche che, più spesso, di quelle giuridiche. Come si può vedere dalla tabella, le imposte reali sono nettamente dominanti rispetto alle altre; e comunque solo in tre paesi la percentuale sul totale delle imposte dirette assume valori rilevanti: Giappone, Polonia e Usa (sorpresa?). Che le imposte reali siano preponderanti si spiega col fatto che si tratta prevalentemente di imposte sugli immobili, che costituiscono una tipica, e spesso significativa, voce delle entrate degli enti locali.Come è il caso, per esempio, della property tax delle contee statunitensi, con la quale vengono finanziate le scuole pubbliche.
La patrimoniale di Bertinotti
Fausto Bertinotti minaccia dunque di usare l’Ici come una clava? È più probabile che pensi a un’imposta personale come la "impot de solidarieté sur la fortune" francese. Istituita da François Mitterand nel 1981, si applicava sul patrimonio mobiliare e immobiliare, con un abbattimento di 300mila franchi, elevato a 500mila franchi nel caso di proprietà di imprese. Teneva conto dei carichi familiari, ed era blandamente progressiva a scaglioni (la massima aliquota era 1,5 per cento oltre i dieci milioni di franchi). L’imposta è stata eliminata e ripristinata al mutare del colore politico dell’esecutivo, ma ora il governo di destra ha deciso di farla rimanere. La soglia è stata portata a 720mila euro: un contribuente con moglie e figlio con 820mila euro versa cento euro, cioè lo 0,1 per cento sui 100mila addizionali. Se il patrimonio aumenta di 200mila euro, l’imposta su tale aumento sale allo 0,3 per cento, e così via.
Il gettito dell’imposta non arriva all’1 per cento delle entrate; l’effetto redistributivo è pertanto minimo, ma serve ad aggiungere un pizzico di progressività a un sistema che non ne ha molta, dato il basso peso delle imposte sul reddito (la Francia è l’unico paese europeo dove l’imposizione indiretta è prevalente). Vale la pena di riportare un curioso fenomeno che accadde al momento dell’introduzione dell’imposta: gli efficienti uffici francesi avevano stimato il numero dei contribuenti e il gettito dell’imposta. Ma sui primi si sbagliarono, perché furono molto più numerosi. Molti dei contribuenti versarono pochi franchi, perché il patrimonio dichiarato superava appena la soglia esente. Insomma, fu il piacere di poter dire "ho pagato l’imposta". Chissà come reagirebbero i contribuenti italiani.
Tanto rumore per nulla?
Come avrebbe detto Shakespeare "tanto rumore per nulla?" Vero che nel Manifesto dei Comunisti, alla fine Marx ed Engels concedono che un’imposta al 100 per cento sull’eredità e un’imposta progressiva sui redditi potevano essere delle decenti proposte di breve periodo (in attesa della palingenesi), ma è passato più di un secolo e mezzo. Si racconta che il portoghese Otelo de Carvalo, leader della rivoluzione dei garofani, andò da Olav Palme e gli chiese: "insegnaci a combattere i ricchi". Palme rispose "veramente, noi combattiamo la povertà, non i ricchi".

(1) Vedi A. Oberhauser, Death Duties and Property Taxation as a Means of More Even Distribution of the Stock of Wealth, The German Economic Review, 1975.

(2) Oecd, General Government Accounts 1992-2003, Paris 2004. I dati si riferiscono al 2003, salvo qualche dato del 2002.