sabato 17 aprile 2004

problemi psichiatrici
per il 40% dei dipendenti del Pentagono

Adnkronos Venerdì 16 Aprile 2004, 18:52
Psichiatria: Dopo l'11 Settembre al Pentagono
40% Impiegati Traumatizzati


Washington, 16 apr. (Adnkronos) - Disagio psichico, ma anche ansia, attacchi di panico e depressione per il 40% dei dipendenti del Pentagono, dopo l'attentato terroristico dell'11 settembre 2001. A rivelarlo una ricerca effettuata dall'Army Center for Health Promotion and Preventive Medicine Usa. I ricercatori statunitensi hanno tenuto sotto osservazione, da ottobre 2001 a gennaio 2002, 4.739 persone: circa un quarto del personale del Pentagono che venne colpito da un aereo dirottato dai terroristi. Di questi il 79% si trovava all'interno o nelle vicinanze al momento dell'attacco. ''Circa l'8% del campione - spiega Nikki Jordan, coordinatore della ricerca - rischia di rimanere vittima di disturbi post-traumatici da stress, il 3% di abuso da alcol. Il 21% delle persone osservate - continua - ammette che la paura di nuovi attacchi influenza le attivita' quotidiane''. ''Per questa ragione - conclude la Jordan - sono necessarie altre indagini. Anche perché i militari sono restii ad ammettere problemi di questo tipo per timore che possano intaccare la carriera''. (Red/Adnkronos)

Bergman depresso

ANSA 16/04/2004 - 19:48
Cinema: Bergman confessa, i miei film mi deprimono
Il maestro svedese non li vede quasi mai


(ANSA) - ROMA, 16 APR - Bergman, "depresso" dai suoi stessi film. Il regista svedese ha ammesso che non vede i suoi lavori perché lo renderebbero depresso. "Non vedo i miei film molto spesso. Perché divento così nervoso e pronto a piangere... e anche triste. Penso sia una cosa atroce" ha detto in una rara intervista a un tv svedese. Bergman, 85 anni, nei suoi sessanta anni di carriera ha prodotto film cult come "Il settimo sigillo" e "Il posto delle fragole". Ha vinto 3 Oscar.

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"Quarto Potere":
la scheda di Lietta Tornabuoni

La Stampa Tuttolibri 17.4.04
VIDEOCLUB
Rosebud, segreto d’infanzia
di Lietta Tornabuoni


ORSON Welles aveva ventisei anni quando affrontò nel 1940 la regia del suo primo film Citizen Kane (Quarto Potere), opera cruciale nella storia del cinema per novità e inventiva, bellissimo ritratto sociale e personale di un grande industriale americano della stampa, capolavoro che è una fortuna poter conoscere o rivedere adesso in ottime edizioni Dvd e Vhs. Un attimo prima di morire, nella sua grande proprietà di Xanadu, Charles Foster Kane mormora la parola «Rosebud» (bocciolo di rosa, nell'edizione italiana Rosabella). Un cinegiornale racconta la vita e il funerale del potente industriale. Un reporter viene incaricato dal suo direttore di scoprire il significato della parola «Rosebud». Le indagini servono a ricostruire l'esistenza del personaggio, le sue ambizioni politiche e i matrimoni, il suo titanismo sprezzante e il talento creativo: ma non a rivelare l'enigma di «Rosebud». Alla fine, il film mostra le collezioni di opere d'arte e di oggetti che Kane aveva raccolto a Xanadu: tra questi, una piccola slitta da bambino che brucia sul fuoco reca incisa la scritta «Rosebud». Era quello della propria infanzia, dunque, il pensiero del magnate morente. Fotografato in magnifico bianco e nero da Gregg Toland il film è straordinario, certo uno dei più belli e intelligenti che Orson Welles abbia mai realizzato e interpretato, amatissimo non soltanto per sua storia struggente e grandiosa, per l'eclisse del personaggio positivo, anche per lo stile: il linguaggio frammentato dai flash back, la fusione musica-narrazione, l'uso del grandangolo, del deep focus e della condensazione. Discusso, riletto, analizzato per ben oltre mezzo secolo, interpretato pure da Joseph Cotten, studiato con profondo interesse da molti specialisti di psicoanalisi, il bellissimo film fu prodotto dalla Rko, società fondata da Joseph Kennedy, padre del futuro presidente americano, e da David Sarnoff, boss della Rca; venne portato in tribunale da William Randolph Hearst, il magnate della stampa che temeva di riconoscersi nel personaggio di Kane. Nella edizione attuale, Quarto Potere comprende sequenze a suo tempo tagliate, presentate in lingua originale con sottotitoli italiani.

storia:
un "mago" traduttore di Euclide che anticipò Newton

Gazzetta del Sud 17.4.04
John Dee, l'astrologo alla corte di Elisabetta I
di Ennio Falabella


Nel 250° anniversario della sua fondazione il British Museum ha celebrato una delle personalità più controverse dell'età elisabettiana, John Dee (1527-1608), la cui vasta biblioteca ha costituito l'asse portante dell'attuale King's Library. Il seminario ha seguito il Dee-day dello scorso anno organizzato dal Maritime Museum di Greenwich in suo onore: da esperto astronomo aveva afferrato la portata dei metodi cartografici dell'olandese Mercator, che aveva introdotto in Inghilterra aprendo la ricerca del passaggio a Nord Ovest sulle rotte atlantiche. Ma John Dee, dottore del Trinity College di Cambridge, già si era fatto conoscere dai circoli sapienti con la traduzione dal greco e il primo commento in inglese de «Gli Elementi» di Euclide. E come astrologo John Dee era stato consultato dal Consiglio della Corona per individuare il giorno più propizio per l'incoronazione della regina Elisabetta I. Il 17 novembre 1558 era morta la regina Mary, la Bloody Mary ricordata dai protestanti; Elisabetta, di dichiarate inclinazioni protestanti, aveva il compito di pacificare un Paese diviso. John Dee scelse come data il 15 gennaio 1559: Giove in Acquario (il calendario giuliano, ancora in vigore, era un anticipo sul nostro di 10 giorni) dava l'influenza astrale dell'imparzialità, dell'indipendenza di giudizio e della tolleranza, mentre la congiunzione di Marte nello Scorpione garantiva la passione e l'impegno necessari per chi vuole ben governare. Dopo questo esordio John Dee sarebbe diventato il consigliere ascoltato della regina Elisabetta anche nei campi della politica. La sua argomentazione, con dovizia di mitici particolari, sulle origini ancestrali e divine dei diritti della corona inglese sul Nuovo Mondo, in barba al Trattato delle Tordesillas (1494) che l'aveva suddiviso fra Spagna e Portogallo, avrebbe dato una sorta di legittimità agli insediamenti di coloni nel Nord America, primo albore del futuro impero britannico. Dee, in bilico tra protestantesimo e cattolicesimo, interrogato sulla validità della riforma gregoriana del calendario aveva trovato sì giustificata la correzione papista introducendo però, anche a sua salvaguardia, una variante anglicana. La sua scienza e il suo equilibrio non erano stati apprezzati, così l'Inghilterra avrebbe atteso più di 150 anni per allineare il calendario al movimento solare. Il versatile Dee era stato pure alla corte dell'imperatore Rodolfo II d'Asburgo, fervente cultore della magia, ma parrebbe molto probabile che il suo lungo soggiorno nell'Impero fosse la copertura d'una non definita missione di spionaggio. Perché ai tempi degli intrighi dinastici, dell'inchiostro simpatico e dei messaggi cifrati, alchimisti e matematici godevano di molteplici impieghi. John Dee ha anticipato la concezione matematica dei moti celesti di Isaac Newton, l'ultimo dei maghi, che non avrebbe avuto la reputazione macchiata dai suoi primari interessi alchimistici, non disdegnati nemmeno da Francis Bacon, padre fondatore del metodo induttivo moderno, ucciso da un mal riuscito esperimento di refrigerazione per allungare la vita. Quando ancora alchimia, cabala e astrologia erano considerate lo stimolo necessario della matematica e dell'astronomia, già bollate da Sant'Agostino per le loro ascendenze pagane, la conoscenza vera, quella universale, era soggetta a slittare dal proibito all'occulto. John Dee è invece soprattutto ricordato per i suoi studi astrologici e per i patti, sigillati con lo scambio delle mogli, con il medium Edward Kelley, tramandatici con dettagliato spirito scientifico da lui stesso, ignaro certo che di siffatti argomenti un bel tacer non fu mai scritto.

donne nella storia:
la zarina Caterina la Grande (1720-1796)

La Stampa 17.4.04
Una biografia della vedova di Pietro III: seppe tenere in pugno e modernizzare l’immenso e composito Paese che si trovò a governare, senza esitare a usare la repressione, anche se diceva di non voler versare «sangue inutile». «Disperdere le canaglie» fu la sua risposta alla Rivoluzione francese
VOLEVA A OGNI COSTO EDUCARE L’UOMO NUOVO, COSTRUIRE UNA NUOVA CLASSE MEDIA, EDIFICARE GRANDI OPERE
di Alessandro Barbero


NEL sistema dinastico dell'Ancien régime capitava spesso che un principe fosse sbalzato sul trono d'un paese straniero, di cui non parlava neanche la lingua. I risultati erano talvolta surreali, come nel caso del principe di Holstein-Gottorp, che nel 1761 divenne zar di Russia col nome di Pietro III: prima che sua zia, la zarina Elisabetta, lo designasse come erede, Pietro era stato allevato per succedere al trono di Svezia, e poiché questo paese era storicamente il maggior nemico della Russia, i suoi insegnanti gli avevano inculcato un odio implacabile verso tutto ciò che era russo. Non stupisce che lo zar Pietro III sia durato pochissimo: dopo appena sei mesi, l'esercito lo spodestò e un provvidenziale incidente lo tolse di mezzo, mentre i soldati e il popolo acclamavano imperatrice sua moglie Caterina. Nata principessa di Anhalt-Zerbst, la zarina era tedesca quanto il marito; diversamente da lui, però, aveva preso molto sul serio il suo nuovo ruolo. Entrambi avevano dovuto convertirsi al cristianesimo ortodosso, perché nessun eretico può salire sul trono di Russia; ma mentre Pietro III godeva a ostentare un disprezzo luterano per le cerimonie ortodosse, Caterina ebbe sempre eccellenti rapporti con il clero russo, cosa che contribuì non poco alla sua popolarità. Ma era un'europea del suo tempo e la religione non era certo la sua preoccupazione principale: quello che le premeva era tenere in pugno, e se possibile modernizzare, lo strano paese che s'era trovata a governare. L'immenso impero che si stendeva su due continenti era allora meno popolato della Francia, con appena ventitré milioni di abitanti, compresa una moltitudine turbolenta di tribù seminomadi, di lingua turca e di religione islamica; i governi occidentali stentavano a riconoscerlo come una grande potenza, e in ogni caso non lo consideravano affatto un paese europeo.
I guai maggiori per Caterina vennero dall'arretratezza delle campagne, ferme da sempre a un livello di vita primitivo, e schiacciate sotto lo sfruttamento dei proprietari terrieri. Fra i contadini la nostalgia della libertà perduta animava confuse speranze millenaristiche e sogni di comunismo, l'attesa di una "grande spartizione" per cui un giorno lo zar avrebbe ordinato di consegnare la terra a chi la lavorava. Nelle province più sperdute, l'utopia contadina si fondeva con l'insofferenza degli allogeni, con la rabbia delle minoranze religiose perseguitate, con lo smarrimento d'un popolo avvezzo a venerare lo zar come un Dio in terra e che da troppo tempo riceveva dalla capitale notizie confuse di zar deposti, detronizzati, fatti sparire. Nel 1772, il cosacco Pugaciov si mise alla testa d'una banda di ribelli sostenendo d'essere lo zar Pietro III, ritornato fra il suo popolo per vendicarsi dell'usurpatrice Caterina; per quasi due anni l'incendio da lui suscitato divampò in gran parte dell'impero, prima che una sanguinosa repressione militare mettesse fine all'avventura. Per governare un paese del genere occorrevano metodi che nell'Occidente illuminato non sarebbero stati apprezzati, e Caterina non esitò a usarli. Al rullo del tamburo, nelle piazze delle città, i banditori leggevano il "proclama del silenzio", che proibiva ai sudditi di criticare il governo e in genere di perdere tempo a parlare di politica. Non versò mai sangue inutilmente, ma quando giudicava che ce ne fosse bisogno non si tirava indietro; da Parigi i suoi amici filosofi, con cui intratteneva una fitta corrispondenza, ammettevano che non si poteva fare diversamente ("Tuttavia, è un po' spiacevole essere costretti a disfarsi di tante persone", commentò d'Alembert). Alle speranze dei contadini oppose un drastico rifiuto: per quanto illuminista, aborriva il radicalismo, e dichiarò seccamente che la ricchezza non deve essere distribuita in parti uguali "come il pane nel refettorio dei frati". Alla notizia della Rivoluzione francese, coerentemente, affermò che l'unica cosa da fare era "disperdere le canaglie", e si stupì che Luigi XVI non avesse il fegato per farlo. Questo non significa che Caterina non abbia tentato di modernizzare l'impero, con decisione e spregiudicatezza. Hélène Carrère d'Encausse è stata una grande storica e sociologa dell'Unione Sovietica, e analizzando i metodi di governo di Caterina è inevitabile che si interessi ai paralleli con lo stalinismo: uno dei capitoli si intitola "Educare l'uomo nuovo?". Il paragone può sembrare forzato, ma certe analogie si impongono da sé; come per il progetto di costruire una nuova classe media utilizzando gli innumerevoli trovatelli allevati negli orfanotrofi, gente senza famiglia e senza legami che avrebbe dovuto unicamente allo Stato la sua prosperità. L'analogia è ancora più vistosa per i colossali lavori avviati dal favorito di Caterina, Potemkin: città, strade, fabbriche sorte dal nulla in poco tempo in regioni spopolate. Un luogo comune ("i villaggi alla Potemkin") le considera come operazioni puramente di facciata, ma il giudizio più pertinente, e che fa più rabbrividire, è quello d'un contemporaneo: "Sembra tutto facile quando si sprecano vite umane". Non stupisce che Carrère d'Encausse, dopo una vita passata insieme al fantasma del compagno Stalin, abbia avuto voglia di misurarsi con quello di Sofia di Anhalt-Zerbst, in arte Caterina la Grande.

libri:
una passione d'amore

La Stampa Tuttolibri 17.4.04
Zweig, l’amore non lascia scampo
di Bruno Ventavoli


FACILE dire amore. Ma il legame tra un uomo e una donna può essere assai più lancinante del semplice erotismo. Lo sapeva bene Stefan Zweig, raffinato analista del sovvertimento dei sensi, nato mentre la Vienna imperiale volgeva al tramonto. Nella bellissima "Novella degli scacchi" racconta la follia d'un gioco razionale e violento. Con "Amok", che torna ora da Adelphi, trascina il lettore nel gorgo d'una passione anomala sbocciata e sbandata nell'umidità soffocante dei tropici. Il protagonista è un medico, con una brillante carriera fallita alle spalle e nessuna speranza di futuro. Era dottore all'ospedale di Lipsia ma, soggiogato da una donna, ha buttato all'aria la rispettabilità e ha accolto l'ingaggio del governo olandese per trasferirsi nelle colonie. Il medico non ha nome. Così come non ha nome la località dove vive. Perché Zweig, amato divulgatore della psicoanalisi in letteratura, non è interessato alle coordinate della realtà bensì ai penetrali dell'animo. Laggiù, dove il clima divora l’anima e condanna a vischiose solitudini, il protagonista si trova al cospetto di una donna occidentale, con gli occhi limpidi e la fronte altezzosa. Lei è incinta d'un uomo che non è suo marito. Lui potrebbe risolverle il problema. Lei sfodera la richiesta d'aiuto come un coltello. Lui si sente umiliato e affascinato, scivola in un delirio che travolge i confini del bene e del male, e l’identità stessa delle sensazioni. Ma sarebbe indelicato rivelare i dettagli di questa novella che si legge d'un fiato come un incubo. Amok uscì nel 1922, sulla Neue Freie Presse, ed è stato portato parecchie volte sullo schermo. Stefan Zweig, figlio d'una ricca famiglia ebrea, era un quarantenne scrittore brillante, prediletto dalle masse. Ma si sentiva sempre più orfano della duplice monarchia dissolta dalla guerra. E vedeva esplodere la virulenza di follie collettive finora sedate nel fondo dell'inconscio. Pochi lo difesero quando l'antisemitismo divenne legalità. Uno dei rari, fu Richard Strass che rifiutò di depennare il suo nome, librettista dell'opera La donna silenziosa, nel 1934 alla prima di Dresda, giocandosi la presenza in sala di Adolf Hitler. Zweig, sempre più reduce del «mondo di ieri», fu spinto dalla follia istituzionalizzata ad emigrare, a perdere sicurezze, a dubitare della propria identità. Visse in Inghilterra e America, pubblicò sotto lo pseudonimo Branch (traduzione inglese di Zweig), quando ogni nome tedesco suscitava sospetti e rancori. E si suicidò con la moglie nel 1941 in Brasile, pensando fosse meglio concludere con un'orgogliosa resa una vita fondata sulla libertà. L'«amok» è un raptus che costringe uomini normali a correre come forsennati uccidendo a casaccio, eccitati dal sangue, schiumanti di rabbia, finché non vengono abbattuti o non si suicidano. Il termine è malese. E malese è quel delirio studiato nell’800, traghettato nelle lingue europee come metafora comune per indicare comportamenti da invasati. Chissà se quella patologia inquietante è davvero esistita, o se è solo frutto di pregiudizi medici razzisti? Esiste, invece, sicuramente, l'amok che coglie ognuno di noi quando il destino ci fa tamponare dall'amore, dalla passione. Non ricordi più com'è accaduto. Capita solo che ti lasci la vita alle spalle e, come il medico della novella o i malesi impazziti, ti getti alla cieca nel furore. E’ difficile trovare scampo. Zweig lo sapeva, e non offre scappatoie al suo personaggio. Lo sappiamo anche noi, disarmati di fronte alla tirannia del cuore. L'amok travolge la vita. Ma una vita senza amok, forse, è troppo banale per essere vissuta.

libri:
un romanzo sulla resistenza dell'identità

La Stampa Tuttolibri 17.4.04
Manea, l’io resiste
«Il ritorno dell’huligano»: grandissima prova narrativa e di scrittura dell’intellettuale romeno, gli orrori dei totalitarismi, dal ghetto all’esilio un percorso che si confronta con il ‘900 di Kafka, Joyce, Proust
di Dario Voltolini


MESCOLANZA di generi, stili e materiali diversi, in particolare di autobiografia e romanzo dell'io, questo importante scavo nella memoria dell'Europa è una grandissima prova narrativa e di scrittura. Norman Manea, lo scrittore romeno da tempo residente a New York, con Il ritorno dell'huligano si conferma autore di primaria importanza nel panorama contemporaneo. Il centro di questo romanzo è una meditazione sull'identità individuale e collettiva nel secolo europeo degli orrori totalitari e bellici. Manea nasce in Bucovina nel 1936, regione esemplare del caos geopolitico del nostro Est: all'inizio della grande guerra era austro-ungarica, nel 1916 fu conquistata dallo zar, poi ripresa dall'esercito austrotedesco, romena dal 1919, sovietica nel 1940, di nuovo romena un anno dopo, sovietica dal 1944, ucraina dopo l'implosione dell'URSS nel 1991. La famiglia di Manea, ebrea, fu deportata in un lager nazista quando il futuro scrittore aveva cinque anni. La storia degli ebrei dell'Est si mescola al delirio dei nazionalismi che caratterizzano quell'area dell'Europa, facendone un modello di follia con caratteristiche parzialmente diverse da quelle che abbiamo conosciuto noi, al Sud e all'Ovest del continente. Il passaggio dal totalitarismo nazista a quello comunista e infine al salto nel buio postcomunista, chiamato capitalista solo in onore dell'ideologia rimanente, ma che meglio sarebbe dire di transizione mafiosa, è stato per il narratore un continuo sfaldarsi e ricomporsi dell'identità. Dal ghetto, dal paesello, alla capitale e infine alla decisione, più volte rimandata, rimossa, non presa, inibita, dell'espatrio, dell'esilio, il percorso di Manea si fa ricerca interiore e culturale, confrontandosi a un livello letterario pienamente consapevole di sé con il ‘900 di Kafka, di Joyce, di Proust. La ricomposizione del racconto qui mette in primo piano l'andamento della memoria rispetto alla cronologia. L'attacco è una magnifica apertura su New York al tempo presente, rifugio dal quale l'autore decide di muovere verso un doloroso e temuto breve viaggio in Romania, la sua patria negata. Il corpo centrale del libro è invece dedicato al tempo vissuto in Romania dall'infanzia alla partenza, e la parte finale al diario dei pochi giorni della visita (con uno strano effetto di sfasamento della precisione: più il tempo è il presente, meno vivide e più ansiose sono le descrizioni). I punti di forza del testo sono molti. Lasciando da parte le considerazioni di ordine compositivo, un semplice campionario di ritratti e di momenti può bastare a indicare quanta ricchezza Il ritorno dell'huligano contenga. La figura della madre è stupenda. Si aggiunge alla galleria di madri ebraiche che innerva la migliore letteratura mondiale. Impulsiva, vitale, carica di un'energia dalle misteriose mutevolezze di segno, è colei che non cede alle prime bordate della storia. Resiste, spera, induce robustezza. È la madre originaria, la placenta metafisica, il gancio che tiene il figlio legato all'universo del ghetto, è la madre-dio, si presenta oniricamente come in uno Chagall disegnata nel cielo, col suo volto invecchiato, col suo sguardo accecato, restando contemporaneamente la ragazza bella che era. Il figlio avrà con lei un momento di pace quasi estratto al corso del tempo, un pomeriggio in treno, una vera e propria oasi narrativa e esistenziale. Una delle pagine più belle dell'intero libro. Ma stupenda è anche la figura del padre, dell'uomo che moltiplica la propria consapevole umiltà fino a farla diventare dignità assoluta, composta, interiorizzata, riflessa in ogni gesto, in ogni atteggiamento, in ogni scelta, così pervasiva e autocosciente da fargli cadere addosso i vestiti in un certo modo. Quest'uomo, umiliato nel campo di lavoro comunista, è un ritratto che non può non turbare profondamente il lettore, toccando zone più profonde della semplice pietà umana, o della solidarietà politica, o dell'assurdità della nostra natura. Si resta senza parole. Anche il passaggio in cui l'autore ridipinge l'attimo in cui la vocazione allo scrivere gli si fece evidente e limpida è una grande, magnifica pagina: «Nella società della Menzogna Istituzionalizzata l'io resisteva solo nelle enclaves che proteggevano, sia pure imperfettamente, l'intimità». In conclusione, come omaggio all'umorismo ebraico che non teme di esplicitarsi in nessuna situazione, preleverei dal testo questa storiella: «Ai tempi di Hitler, un ebreo che corre, tutto agitato, per strada, viene fermato da un altro ebreo, il quale gli chiede che cosa sia accaduto. Non hai sentito? Hitler ha appena ordinato di tagliare un testicolo a tutti gli ebrei che ne hanno tre, risponde quel tale. Ma tu ne hai tre? insiste il primo. Prima tagliano e poi contano, esclama l'uomo allontanandosi di corsa»