sabato 8 gennaio 2005

AMORE E PSICHE

La libreria Amore e Psiche augura a tutti un meraviglioso 2005 e vi ringrazia per l’affetto ed il supporto ricevuti anche quest’anno.

Cogliamo l’occasione per annunciare alcune importanti novità per il nuovo anno:

È disponibile l’edizione completa (12 VHS) delle
lezioni di Chieti
del Prof. Massimo Fagioli
dell’A.A. 2002
al prezzo scontato di € 65,00.


Coloro che invece volessero completare la collezione dello stesso anno
possono acquistare le cassette mancanti
al prezzo promozionale di € 10,00 l’una.


A partire da gennaio 2005 avviamo un
nuovo servizio di prenotazioni via internet:
inviando una e-mail all’indirizzo:
amorepsiche@gmail.com
potrete richiedere i libri che vi occorrono.
Entro soli tre giorni
riceverete i libri o un aggiornamento sui tempi di consegna.

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Enrico Pieranunzi suonerà al Birdland di New York
il club dove suonava Charlie Parker

Repubblica, edizione di Roma 8.1.05
Una rassegna nel club dove si esibiva Charlie Parker.

Apre Enrico Pieranunzi
Il jazz romano conquista New York
FELICE LIPERI


Il Jazz italiano nella patria di Charlie Parker, fra febbraio e marzo al Birdland di New York, il club dove si esibì il leggendario sassofonista, Giampiero Rubei, patron dell'Alexanderplatz e del Festival di Villa Celimontana, lancerà un "Festival del Jazzitaliano". Realizzato in collaborazione con la Regione Lazio, sarà una vetrina per il jazz italiano in America, l'occasione per presentare i migliori talenti della nostra scena musicale. Primo a esibirsi il pianista capitolino Enrico Pieranunzi. Questo invito arriva in un momento di grande creatività per Pieranunzi che ha inciso numerosi dischi fra cui lo splendido Les amants, con Rosario Giuliani al sax, Marc Johnson al contrabbasso e un quartetto d'archi. E proprio Giuliani è un altro dei nomi annunciati di "Jazzitaliano", un´occasione ideale e di grande prestigio per far conoscere nella culla del jazz la trilogia incisa da Giuliani per la Dreyfus Jazz.

Cina

Repubblica 8.1.05
Il colosso pubblico Cnooc in pista per rilevare lo storico gruppo californiano
La Cina marcia sul petrolio Usa maxi offerta per Unocal Pronti 13 miliardi di dollari per la prima Opa di Pechino Raffica di acquisizioni in Canada e trattative in Russia per entrare nell'affare Yukos
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE FEDERICO RAMPINI


PECHINO - A dicembre la divisione personal computer della Ibm passava sotto il controllo di un'impresa di Stato cinese, Lenovo. Appena un mese dopo è di nuovo l'invasione cinese a fare notizia in America, questa volta con le voci di scalata a una compagnia petrolifera. Il nome non ha lo stesso potere simbolico dell'Ibm, ma il valore dell'operazione è dieci volte più alto: 13 miliardi di dollari. Se andrà in porto, segnerà un record assoluto (per ora) nelle acquisizioni cinesi all'estero. Lo scalatore si chiama Cnooc, è una società controllata dal colosso pubblico China National Offshore Oil Corporation. La preda è Unocal, un nome storico dell'industria petrolifera sulla West Coast americana. Per un secolo si è chiamata Union Oil of California. Fece parte del grande cartello di società petrolifere che operò sotto la regìa dei Rockefeller, e i cui eccessi portarono gli Stati Uniti a varare la legislazione antitrust un secolo fa.
Le origini della Unocal risalgono al 1890, a Santa Paula nella Ventura County. Per il pubblico americano è un nome familiare: in California i distributori di benzina con il marchio Union 76 fanno parte del paesaggio locale, per le strade di San Francisco e Los Angeles o sulla Highway 1 celebrata da Jack Kerouac. In realtà quei distributori la Unocal li vendette qualche anno fa per concentrarsi su un'attività più redditizia: la ricerca e l'estrazione di petrolio nei giacimenti che controlla in Texas, nel Golfo del Messico, e soprattutto in tre paesi del sud-est asiatico: Indonesia, Thailandia e Bangladesh. È questo il patrimonio che attira i cinesi, al punto che per la prima volta nella storia un'azienda di Stato controllata dal partito comunista di Pechino studia come lanciare un'Opa: Unocal infatti è una public company quotata a Wall Street e per comprarla i cinesi dovranno rastrellare le sue azioni sul mercato.
La puntata verso l'industria petrolifera americana è l'ultima conferma del formidabile appetito della Cina per le materie prime: il boom economico nel 2004 ha fatto salire del 40% le sue importazioni di petrolio. Con una crescita del Pil che nel 2005 dovrebbe attestarsi all'8%, l'approvvigionamento di greggio continuerà ad essere una priorità. Non potendo puntare all'autosufficienza, le autorità di Pechino cercano di controllare le fonti di energia con una logica capitalistica, cioè con una campagna di acquisizioni all'estero. Il progetto di scalata a Unocal è il più significativo perché coinvolge una compagnia petrolifera americana, ma non è l'unico. Negli ultimi mesi l'attivismo delle «tre sorelle» petrolifere cinesi - Cnooc, Sinopec e Petrochina - ha avuto una accelerazione in tutte gli angoli del globo. Il paese su cui cinesi hanno puntato di più è il Canada: Pechino e Ottawa stanno per firmare un accordo-quadro che darà alla Cina un accesso senza precedenti alle riserve energetiche canadesi. Tra i progetti più importanti che verranno varati c'è l'investimento delle «tre sorelle» cinesi nelle sabbie petrolifere dello Stato di Alberta. In un altro settore, la China Minmetals Corporation è in trattative per comprare la società mineraria canadese Noranda, terzo produttore mondiale di zinco e nono produttore mondiale di rame.
Un altro fronte di avanzata è in Russia. Di recente il presidente Putin ha rivelato che la China National Petroleum Corporation sarà autorizzata ad acquistare una grossa partecipazione di minoranza nella Yuganskneftegaz, il gigante petrolifero della Siberia che da solo estrae tanto greggio quanto l'intera Indonesia. Yugansk era una filiale della Yukos che è stata messa in vendita e di fatto rinazionalizzata forzosamente da Putin pochi giorni prima di Natale. Dando il benvenuto ai cinesi nel capitale della società, Putin ha ceduto alle avances che la Cina faceva da tempo per garantirsi un accesso privilegiato alle forniture russe.
Anche in Africa Pechino accumula le teste di ponte per il controllo delle materie prime. La Cina ha acquistato giacimenti in Sudan, si è garantita diritti estrazione in Gabon e Angola, in Sudafrica ha formato una joint venture per la liquefazione del carbone. In America latina gli investimenti diretti della Cina hanno raggiunto l'anno scorso la soglia di 4,6 miliardi di dollari: Sinopec e Petrochina sono ormai presenti in Argentina, Venezuela e Ecuador.
Se verrà lanciata l'Opa su Unocal, l'interesse sarà anche un altro. La Cina sta muovendo le sue pedine a Wall Street, in un apprendistato che i mercati americani seguono con attenzione.
Avendo una classe di manager abituati a dirigere imprese di Stato, solo di recente quotate in Borsa, per i cinesi questi «ballon d'essai» possono anche finire male, ma sono comunque dei percorsi di iniziazione al grande gioco della finanza globale. Finora i politici e l'opinione pubblica americana sembrano meno allarmati di quanto lo erano negli anni 80 di fronte all'invasione del capitalismo giapponese.

Béatrice Dalle si è sposata con un prigioniero di Brest
Marco Bellocchio parla di lei

Corriere della Sera 8.1.05
Le nozze segrete in carcere della diva ribelle
Béatrice Dalle era accompagnata dalla mamma, il marito detenuto ha 10 anni meno di lei
Massimo Nava


PARIGI - Una giovane donna s'impadronisce di un elicottero, atterra sul tetto di un carcere, fa evadere l'uomo che ama e fugge con lui verso un'altra vita. Un fatto di cronaca, la trama di un film e forse un sogno accarezzato sono diventati la stessa cosa nella prigione di Brest, in Bretagna, dove l'attrice Béatrice Dalle, «bella e dannata» del cinema francese, ha sposato il prigioniero che ha aperto il suo cuore dopo qualche mese di visite e corrispondenza.
L'evasione avvenne negli anni Novanta. Il film, interpretato da Béatrice Dalle è del '92, il «sì» dietro le sbarre è stato pronunciato lunedì scorso, durante una breve e intima cerimonia. Differenze di tempo e di luogo, salti di realtà e doppiezza di ruoli, nel cinema come nella vita, sembrano dettagli trascurabili, all'interno di una scelta apparentemente convinta ed estrema, nello stile di un personaggio che sembra uscito dalla pagine di Baudelaire e che i ruoli interpretati sul set hanno finito per confondere con il suo modo di essere. E viceversa.
Béatrice Dalle, che ha conosciuto personalmente il carcere per una storia di droga in America e per aver rubato gioielli nei grandi magazzini di Parigi, da tempo frequenta le prigioni con spirito di solidarietà o forse, come ha scritto Adorno, perché l'amore è un modo di riconoscere il simile nel dissimile. È durante queste visite che ha conosciuto il suo futuro marito, del quale non sono state rivelate l'identità e le pendenze giudiziarie. Si sa soltanto che è un bell'uomo corpulento, con la barba e il cranio rasato, dieci anni meno di lei. Di certo, per la luna di miele con il suo nuovo eroe, la Dalle dovrà attendere. Non si sa quanto, salvo fuggire dalla realtà.
Nel cinema è la strega, la femmina fatale, la giovane ribelle, la nuova Lolita, l'angelo del male di cui possiede aureola e forme fisiche: un'esplosione di sessualità, seduzioni ambigue, sguardi intensi e provocanti. Il suo sorriso, segnato da una dentatura particolare ed eccessiva, è diventato un vezzo, una nota fascinosa. Bellezza pura, quasi animalesca, che i registi - Bellocchio, Lelouche, Honore, Doillon, Nabuhiro, Haneke - amano immediatamente, anche se è famosa per non leggere le sceneggiature e per portare sul set il suo spirito ribelle. Sensualità pura, soprattutto nelle scene d'amore. Una volta ha detto: «Io mitizzo l'amore, non esiste niente altro».
Il tempo dei Lupi, Trouble every day, H Story, La Belle histoire, Clean e Process fanno conoscere al grande pubblico una ragazza, oggi quarantenne, che è sempre stata un po' così anche nella vita reale.
Nata a Brest, nel 1964, cresciuta a Le Mans, lascia la famiglia a 14 anni, arriva a Parigi con una sacca di vestiti e un pipistrello tatuato sulla spalla. È una donna già bellissima e formata, che ha rimosso la sua infanzia difficile: «In famiglia avevamo poco per noi e niente in comune».
Il padre, un gitano, avrebbe voluto darla in sposa a 13 anni. Un fotografo, che «mitraglia» il suo incantevole viso all'uscita di una stazione del metrò, fa la sua fortuna. Joel Starr, il re del rap francese, quello del complesso NTM (che i fan traducono «nique ta mere», letteralmente «fotti tua madre»), diventa il suo compagno per diversi anni.
«Non posso rivelare il nome del detenuto, posso solo aggiungere che Béatrice Dalle ha sdrammatizzato i controlli con qualche battuta ed è stata molto gentile con tutti», ha detto Renata Milin, il sindaco di Lambézellec che ha celebrato il matrimonio in carcere: «Niente di straordinario se non si trattasse di un'attrice famosa, di matrimoni in prigione ne capitano quattro o cinque all'anno».
Béatrice Dalle è arrivata alla prigione accompagnata dalla madre e da due testimoni. Ha passato i controlli di rito e ha atteso il promesso sposo nel parlatoio. Ammessi pasticcini e bevande non alcoliche. Dopo un'ora, l'attrice ha lasciato il carcere.
Fedele al suo personaggio, provocatorio e fragile, al tempo stesso trasgressiva e timida, è sfuggita ai fotografi e alle copertine dei settimanali rosa. Ha curato personalmente le pratiche burocratiche e ha voluto che la cerimonia fosse quasi segreta. La notizia delle nozze è stata data dal giornale locale di Brest, Le Telegramme, che ha rivelato l'attività solidale dell'attrice e le sue periodiche visite nella prigione. Nessuna intervista, nessuna spiegazione. Nulla da aggiungere a un sogno d'amore privato.
La ragazza ribelle è tornata alle origini, fra le scogliere e il mare tempestoso della sua Brest, da dove era fuggita come da una prigione. Presto, tornerà a stupirci.

IL REGISTA
Bellocchio: strega punk ma non un’esibizionista
Giuseppina Manin

«Beatrice Dalle? Una ribelle senza ideali, istintiva ed estrema come atteggiamenti, ma d’altra parte anche schiva e riservata...». Marco Bellocchio ricorda così la turbolenta attrice francese che nell’88 lui volle protagonista di uno dei suoi film più angosciosi, La visione del sabba, dove Dalle interpretava una donna mentalmente disturbata, con tendenze omicide, convinta di essere una strega, pronta a fantasticare su violenze e torture. Personaggio perfetto per una come lei.
«Ai tempi era molto giovane ma già nota per ruoli forti, scandalosi. Film come 37°2 le matin o Betty Blue le avevano conferito l’aura di attrice "maledetta". La sua dimensione di irregolare, sopra le righe, era quella necessaria per un ruolo così estremo».
Quando se la trovò davanti ebbe conferma di quell’immagine?
«Sostanzialmente sì. Anche fisicamente Beatrice comunicava subito un impatto "duro": i capelli nerissimi, la carnagione pallida, le grandi labbra rosse... Vestiva sempre di nero, le piacevano i capi di pelle. In anni in cui si affacciava il punk, lei, senza teorizzarlo, ne incarnò subito lo spirito».
Un personaggio da prima della rivoluzione?
«No, no. In lei non c’era nulla di ideologico. Non aveva cause da sostenere. La sua era piuttosto una provocazione estetica, anarchica, nichilista...».
Fu difficile lavorare con lei?
«No. Sul set era molto professionale, anzi la ricordo come persona appartata, addirittura prudente. Tutt’altro che esibizionista. Nel film c’erano alcune scene dove lei dove scatenarsi in fantasie erotiche molto esplicite. A molte attrici piace mostrare il loro corpo nudo. Alla Dalle no».
Insomma una donna complessa, non facile da decifrare
«Di sicuro capace di sorprendere sempre. Terminato quel film non l’ho più rivista. Ho letto come tutti delle sue vicende tempestose, dei suoi guai giudiziari. Adesso sposa un detenuto... Che dire? Mille auguri, mademoiselle Dalle».

Corsera
Bertinotti sarà un problema per il futuro governo di centrosinistra

Corriere della Sera 8.1.04
Quale politica estera per il centrosinistra?

LA VARIABILE BERTINOTTI
di ANGELO PANEBIANCO


La pubblica discussione sui «contenuti programmatici» di un eventuale governo di centrosinistra è iniziata. Michele Salvati ne ha scritto il 6 gennaio sul Corriere . Vale forse la pena, a questo proposito, segnalare l’esistenza di un problema delicato che richiederebbe, da parte del centrosinistra, una riflessione approfondita. Riguarda la politica estera. Non basta sostenere, come fanno i dirigenti del centrosinistra, che tutto ciò che serve all’Italia è «più Europa» e più «multilateralismo» nei rapporti fra Europa e Stati Uniti. Ci sono oggi due differenze importanti, una interna e una internazionale, rispetto al ’96, quando Prodi vinse le elezioni. Sul piano interno, c’è il fatto che Rifondazione comunista farà parte della coalizione di governo (nel ’96 appoggiava dall’esterno il centrosinistra). Sul piano internazionale, la differenza è che dall’11 settembre 2001 siamo immersi in uno scenario (sia pure atipico) di guerra. Nel ’96, invece, c’era la pace, sia pure perturbata da crisi locali. A prima vista, avremo dunque un centrosinistra con un baricentro più spostato a sinistra rispetto al ’96, in una fase dominata dalla guerra al terrorismo islamico sullo sfondo di un conflitto di civiltà.
In politica due più due non fa sempre quattro e, quindi, la partecipazione di Rifondazione a governi di centrosinistra non li paralizzerà necessariamente in presenza di nuove (purtroppo, assai probabili) crisi internazionali. Bertinotti sa bene che entrare nel governo significa pagare dei prezzi, anche in politica estera. Resta che, se sarà necessario usare la forza in qualche crisi, si porranno problemi notevoli per un futuro governo Prodi. Basti pensare che con Rifondazione al governo non sarebbe stato possibile per l’Italia, nel 1999, intervenire nel Kosovo. Né vale la tesi che la forza verrà usata dall’Italia solo con l’avallo dell’Onu. Il fatto è che Rifondazione, pur con tutta la buona volontà di Bertinotti, non potrà facilmente spezzare il legame, elettoralmente vitale, con quell’area pacifista «senza se e senza ma» a cui ben poco importa che cosa faccia o dica l’Onu.
Ci sono anche altri problemi. Nella sinistra europea e anche italiana è diffusa l’idea che in Iraq sia in atto una «resistenza contro gli occupanti» (sottinteso: le elezioni in Iraq sono una truffa imposta dagli americani e dai loro fantocci). Come fronteggerà il centrosinistra - tanto più dopo la sconfitta del «suo» candidato presidenziale, John Kerry - un così pugnace antiamericanismo, presente in certi settori del suo elettorato?
All’Italia farebbe comodo che si ricomponesse in fretta la frattura fra gli Stati Uniti e quella parte di Europa che, durante la crisi irachena, si era riconosciuta nella leadership della Francia. Ma se ciò non avvenisse? Non è del tutto irrealistico ipotizzare che il duello fra Stati Uniti e Francia sulle questioni mediorientali possa continuare e che, per conseguenza, le divisioni all’interno dell’Europa permangano. Il tutto, magari, in presenza di un aggravamento della crisi irachena e dell’aggressione terrorista ad altri Paesi mediorientali, e con gli Usa, quindi, sempre più coinvolti nella regione. In un simile scenario, sarà lecito chiedersi se i nostri interessi e la nostra sicurezza saranno meglio tutelati dall’intesa con la Gran Bretagna e dall’allineamento con gli Stati Uniti (la politica dell’attuale governo) o, piuttosto, da un patto di ferro con la Francia, anche a costo di forti tensioni con gli americani, come sembra fin qui prevedere il copione del centrosinistra.