venerdì 2 luglio 2004

soldati USA:
il prezzo della guerra

Liberazione 2.7
l venti per cento torna dall'Iraq con problemi psichici
Uranio e violenza torturano i marine
di Andrea Milluzzi


«Uno su cinque fra i soldati americani di ritorno dall'Iraq soffre di gravi problemi mentali accompagnati da disturbi da stress derivato da traumi»: è il risultato di una ricerca dell'esercito americano, la prima sull'argomento, pubblicata dal New England Journal of Medicine e ripresa ieri in prima pagina dall'inglese Financial Times e dallo statunitense The New York Times. E se fra i 6mila e più soldati visitati venissero conteggiati anche i casi di ansia, questo dato salirebbe al 28% sul totale delle truppe. Quindi, se da un lato le «nuove tecnologie» di questa guerra «hanno ridotto gli effetti delle azioni militari», dall'altro «le malattie mentali sono più frequenti dei conflitti passati, come il Vietnam e la Guerra del Golfo». Ovviamente questo incremento ha una spiegazione: «I soldati in Iraq hanno maggior contatto con il nemico e maggior esposizione agli attacchi terroristici rispetto alle truppe che hanno partecipato alla prima Guerra del Golfo»; non per niente «più del 90% dei marines tornati dall'Iraq hanno riferito di aver essere stati bersagli di spari ed il 66% ha detto di essere stato attaccato» e «non conoscere i nemici, che potrebbero essere anche le donne e i bambini, è particolarmente stressante» concludono i ricercatori. Torna l'incubo "sindrome del Golfo", torna il sipario calato del Pentagono che, attraverso un portavoce «si rifiuta di commentare i dettagli dello studio».

Sembra tutto già detto e sembrano già ampiamente pronosticabili lo "schock emotivo di un Paese" ed il relativo insabbiamento, quando e se le disgrazie dei soldati americani arriveranno agli occhi e alle orecchie dell'opinione pubblica americana, adesso più forte ma forse non tanto da reagire diversamente da quanto fecero nel 1991. Allora gli ufficiali militari tanto si impegnarono che riuscirono addirittura a negare l'esistenza di problemi per i reduci dall'Iraq. Nonostante l'evidenza di uomini che si sono ritrovati a vivere fra «depressioni, ansie, incubi e progressivo impazzimento» e gli studi e le denunce che decine di studiosi di tutto il mondo hanno presentato, la "sindrome del Golfo" è sempre stata spacciata come una leggenda metropolitana, quando non ignorata radicalmente. «La guerra può presentare situazioni estreme che spiegano l'alienazione dalla vita civile» - spiegano i ricercatori dell'Università di Sydney, autori del testo War, trauma and psychiatry, un singolo esempio di come la scienza si pone di fronte a tale fenomeno - «I soldati hanno provato le esperienze di uccidere civili disarmati con modi barbari, mossi dalla rabbia, dalla vendetta e dalla paranoia». Le reazioni possono essere diverse fra loro, «c'è chi riesce a dimenticarsi tutto e chi non riesce più a muoversi dopo essere stato testimone di torture ed omicidi, o dopo aver perso amici in battaglia, aver ucciso qualcuno o essere stati esposti prolungatamente al fuoco nemico», ma in ogni caso «combattere una guerra altera profondamente la vita di uomini e donne».

E' questa la faccia nascosta della guerra, quella che continua anche lontano da cannoni e trincee. Quella che va a braccetto con i danni dell'uranio impoverito. La "sindrome del Golfo" infatti, come i suoi avi e i suoi discendenti, non ha interessato esclusivamente il cervello dei marines, ma anche il fisico. Le statistiche del Dipartimento della Difesa americano parlano infatti di 163mila reduci dalla Guerra del Golfo che sono stati dichiarati disabili dallo stesso Dipartimento, di 221mila su 697mila per cui sono stati previsti rimborsi e trattamenti e di un numero maggiore di 11mila soldati morti dopo il loro rientro a casa. Motivo? Contaminazione da uranio impoverito. Ancora una volta è la scienza a dirlo: il 3 settembre 2000 il britannico Sunday Times pubblicò un articolo sull'esito delle ricerche del dottor Asaf Durakovic, professore di medicina nucleare alla Georgetown University di Washington. Gli studi condotti dal professore su 17 reduci di guerra hanno provato che «decine di migliaia di soldati americani ed inglesi stanno morendo per le radiazioni dei proiettili all'uranio impoverito sparati durante la Guerra del Golfo». Pazzia ed avvelenamento, Somalia, Iraq, ex Jugoslavia e ancora Iraq. A chi richiede una spiegazione, basti sapere cosa ha risposto Shad Meshad, reduce dal Vietnam e presidente dell'americana Fondazione Nazionale dei Veterani: «Voi create killer giovani, forti ed arrabbiati e poi vi aspettate che tornati a casa si riabituino ai ruoli. Vi chiedete qual è il problema?».