lunedì 14 febbraio 2005

Volpiana, del Prc denuncia:
i ragazzi in manicomio!

Repubblica 14.2.05
LA STORIA
A Mantova un reparto sperimentale nell´ospedale criminale, ma la legge lo vieta
Il manicomio dei ragazzi cattivi
dal nostro inviato Fabrizio Ravelli
Castiglione delle Stiviere (Mantova). Il nome esatto è Ospedale psichiatrico giudiziario, ma tutti lo chiamano manicomio criminale. Quel posto lì, insomma, dove sta rinchiuso chi ha ucciso per colpa della follia. Lì dentro esiste da qualche mese, ma nemmeno molti addetti ai lavori lo sanno, un nuovo reparto. Sperimentale: sarà per questo che non l'hanno fatto troppo sapere in giro.
È stato istituito dal ministero della Giustizia a Castiglione delle Stiviere: protestano psichiatri, magistrati e responsabili di comunità di recupero
Il caso è stato sollevato da una parlamentare di Rifondazione: indegno di un paese civile quei giovani non dovrebbero stare lì.
Ora ci sono quattro minorenni. Il direttore si difende: "Nessun contatto con gli adulti e anche lo staff che se ne occupa è diverso"
Ci stanno dei ragazzi, prelevati dagli istituti dove scontano le loro condanne. Quel che tutti gli addetti ai lavori sanno bene, invece, è che la legge vieta di rinchiudere dei minori in un ospedale psichiatrico giudiziario.
Diciamo allora che, negli ambienti della psichiatria, c'è chi si è parecchio allarmato per questa misteriosa novità. La questione è stata sollevata all'ultimo Forum per la salute mentale. Ha cominciato a circolare. Tiziana Valpiana, parlamentare di Rifondazione, ha presentato un'interrogazione al ministro della Salute: Castiglione delle Stiviere è infatti gestito, in base a una convenzione con il ministero della Giustizia, dalla sanità pubblica della Lombardia. Ha risposto il sottosegretario Cesare Cursi: il reparto per i minori è collocato in un'ala separata, «garantendo così la non commistione con gli adulti per tutte le fasi del processo terapeutico».
Risposta insufficiente, ha ribattuto la Valpiana: «È una cosa fuori dalla grazia di Dio. Si tratta di una soluzione inaccettabile e indegna di un paese civile, che non può rinchiudere minori in un ospedale psichiatrico giudiziario. È una collocazione assolutamente inadatta ai minori e tale da precludere ogni speranza di recupero e reinserimento sociale, considerato che i minori, anche quando sono autori di reato e di difficile gestione, hanno bisogno di essere sostenuti all'interno di strutture adeguate a questa finalità». Aggiunge che la sperimentazione - non si sa bene da chi voluta e avviata, e in base a quale ragionamento - le sembra «pericolosa» e figlia «delle spinte giustizialiste del ministro Castelli».
Il reparto sperimentale è un piccolo reparto. Spiega Antonino Calogero, direttore dell'ospedale psichiatrico: «Può ospitare al massimo dieci ragazzi. Ora ne abbiamo quattro. Nei mesi passati, dopo l'avvio in luglio, ce ne sono stati al massimo sei, contemporaneamente. Il reparto è stato ricavato accanto a quello femminile. Non c'è alcuna possibilità di incontro con i degenti adulti, e anche lo staff è diverso: uno psichiatra, uno psicologo, due educatori, un infermiere professionale, undici assistenti». Aggiunge che la sperimentazione «nasce dalla necessità di far fronte ai problemi psichici emergenti fra i minori detenuti». Questa, dice, «è l'ultima ratio, o almeno così ha funzionato».
Come sono stati scelti i ragazzi per il reparto sperimentale? Uno psichiatra che vuole rimanere anonimo dice: «Li hanno convinti dicendo che a Castiglione si sta bene, e che c'è anche la piscina. Poi, una volta verificato che il regime era stretto, sono cominciati i problemi e i tentativi di fuga». Il direttore Calogero dice che sono stati «inviati da Roma su segnalazione dei centri per la giustizia minorile, in base ad alcune caratteristiche della diagnosi, delle motivazioni, del percorso». Il sottosegretario Cursi specifica nella sua risposta all'interrogazione dell'onorevole Valpiana: «La comunità ha accolto sino ad oggi complessivamente otto minori che hanno riscontrato disturbi della personalità di tipo borderline (due minori), disturbi di grave condotta (due, di cui uno associato a ritardo mentale), disturbo antisociale (uno) e schizofrenico (uno), nonché portatori di disturbo di personalità paranoidea (uno), e un minore con diagnosi da definire». Il corsivo è nostro: forse non sono andati per il sottile.
Quello che non dice è che, verosimilmente, si tratta in grande maggioranza di ragazzi con problemi di tossicodipendenza. Questa è la realtà delle carceri minorili (e di quelle dei grandi, peraltro). Problemi che, di norma, si affrontano all'interno delle comunità e non certo degli ospedali psichiatrici. I «disturbi di grave condotta» e i «disturbi antisociali» sono pane quotidiano negli istituti, ma nessuno aveva mai pensato di curarli con l'isolamento. Nessuno che, ovviamente, non si ponesse innanzitutto l'obiettivo del contenimento, dell'ordine da mantenere. Questi di Castiglione delle Stiviere sono tutti ragazzi segnalati dai centri di giustizia minorile, dice il direttore. Chissà quali. Da queste parti nessuno lo sapeva.
Non sapeva della sperimentazione Livia Pomodoro, presidente del Tribunale per i minori di Milano. Non sapeva Emilio Quaranta, procuratore dei minori di Brescia. Cade dalle nuvole anche don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile milanese Beccaria: «Qui da noi, come altrove, se ci sono ragazzi con problemi psichici, si provvede con il trattamento interno. È una cosa assolutamente nuova che si pensi a una struttura apposita: in 32 anni che faccio questo mestiere non ne ho mai sentito parlare. Sono molto preoccupato, perché si sa che, fatto un ospedale, si trovano poi i malati».
Che il problema esista, questo è certo: c'è un grosso aumento di malattie psichiche fra i ragazzi degli istituti, soprattutto fra gli stranieri che sono la maggioranza. Quello che a molti pare incredibile è che, una volta deciso di creare una struttura nuova e sperimentale ad hoc, la si piazzi dentro al manicomio criminale. «Tutta la cosa è assai poco chiara - dice l'onorevole Valpiana - e vogliamo verificare bene. Come mai si presta una struttura sanitaria per adulti a un progetto securitario, per ragazzi che hanno soprattutto bisogno di recupero? Resta poi un fatto: a norma di legge quei ragazzi non dovrebbero stare lì». Un gruppo di parlamentari di Rifondazione andrà quanto prima a visitare il nuovo reparto sperimentale.
Il divieto di legge è, diciamo così, aggirato dalla spiegazione che il reparto sarebbe totalmente separato da quelli che ospitano adulti. Ma sulla questione la risposta del governo lascia qualche dubbio: si dice il «processo terapeutico» assicura la «non commistione». Ma poi si accenna a «circolazione negli spazi comuni» e di «partecipazione alle attività». C'è poi un passaggio curioso: «Il collocamento in comunità specialistiche, in grado di accogliere minori particolarmente difficili soggetti a misure penali, deve tendere ad evitare processi di etichettamento». E per tenersi ben lontani da «processi di etichettamento» si prendono dei ragazzi e li si manda dentro al manicomio criminale. Si punta al loro reinserimento isolandoli, nel bel mezzo di una struttura di cura e contenimento per adulti. Perché poi, a parte le considerazioni professionali, bisogna anche pensare agli effetti giù in basso, dalla parte degli «ospiti»: «Mio figlio l'hanno mandato a Castiglione delle Stiviere», o anche «Stai un po' più tranquillo, o ti mando a Castiglione delle Stiviere».

sinistra
Bertinotti: programmare il ritiro delle truppe

Corriere della Sera 14.2.05
Si allontana l’ipotesi di un documento dell’Ulivo e di una mozione per il rientro immediato delle truppe
«Programmare il ritiro», Bertinotti apre ai riformisti
Boselli e Pecoraro Scanio: parole che aiutano la coesione. E Prodi: paradossale dividersi adesso
Monica Guerzoni

ROMA - Alla vigilia del voto sulla missione italiana in Iraq, primo importante test per la federazione dell’Ulivo, Fausto Bertinotti si sgancia dalla sinistra più radicale e tende la mano ai riformisti. Il leader di Rifondazione conferma il no alla proroga di Antica Babilonia, ma le sue parole sono una chiara apertura a Fassino, Rutelli e Boselli. «È il momento di chiedere da parte dell’Europa come dell’Italia una forte iniziativa dell’Onu per mettere fine alla guerra, programmare il ritiro delle truppe di occupazione e costruire la pace e la democrazia in Iraq». Programmare . Non il ritiro immediato, quindi, ma una exit strategy più vicina a quella indicata da Prodi e Fassino. Oggi il capo dell’opposizione vedrà Chirac, occasione preziosa per dimostrare che sull’Iraq non è a rimorchio di Bertinotti. E domani i parlamentari dell’Ulivo decideranno a maggioranza se confermare il «no» alla missione precocemente annunciato dal Professore. Ancora una volta, il leader del Prc offre a Prodi una scialuppa di salvataggio: con la Margherita sulla linea dell’astensione, la mossa di Bertinotti mira a scongiurare un ordine del giorno dei riformisti, che inevitabilmente si tirerebbe dietro una mozione per il rientro immediato dei soldati.
Se il presidente dello Sdi, Enrico Boselli, prevede che né l’Ulivo né la sinistra-sinistra accompagneranno il voto con documenti di sorta, è perché ha letto nella dichiarazione di Bertinotti «una posizione diversa da quella dei pacifisti "senza se e senza ma" e che tiene conto di ciò che sta accadendo in Iraq». Ma il «no» con cui Prodi conta di mostrare l’unità della Fed in politica estera nasconde malumori e fermenti che il Professore, dalla sua trasferta parigina, sta provando a placare. «Differenziarsi con mozioni e ordini del giorno sarebbe paradossale», va dicendo il leader ai segretari dell’Unione.
Scongiurata una mozione per il ritiro immediato (cui Alfonso Pecoraro Scanio non tiene più di tanto e che Oliviero Diliberto difficilmente potrebbe avanzare da solo) ora Prodi deve vedersela con Franco Marini, il «lupo marsicano» che in asse con Rutelli guida la fronda degli astensionisti. Alla fine la maggioranza dei parlamentari dell’Ulivo confermerà l’intenzione di bocciare la missione italiana anche nell’aula del Senato, ma se i «no» vinceranno di misura la Margherita avrà inviato a Prodi un avvertimento: il partito di Rutelli non rinuncia al suo potere di condizionamento.
Nelle parole di Bertinotti, Beppe Fioroni ha intravisto «un piccolo spiraglio» e perfino Pecoraro Scanio riconosce che il leader del Prc ha detto cose «molto utili all’unità». Fosse per lui l’assemblea dei parlamentari a sinistra dell’Ulivo potrebbe anche non farsi, segno che la minaccia di una mozione per il ritiro altro non è che una pressione perché i riformisti rinuncino al documento. Le strade percorribili sono tre, ordine del giorno parlamentare, risoluzione da presentare dopo il voto e documento politico della federazione e i senatori Giorgio Tonini (Ds) e Franco Danieli (Margherita) hanno già pronta una bozza.

una lettera all'Unità

L'Unità 14.2.05
dalle Lettere.
Suicidi da psicofarmaci
e pillole di umanità

Margherita Pellegrino

Caro direttore, quasi ogni giorno ormai viene riportato dai media di persone che sottoposte a terapie psichiatriche per depressione, commettono omicidio e/o suicidio.
Capita di aprire il giornale e leggere della signora che uccide a coltellate la figlia di 4 anni e poi tenta il suicidio, qualche giorno dopo del signore che uccide la moglie, i figli, affida il cane agli amici e poi si suicida; dell'uomo che uccide i genitori anziani e poi in stato confusionale viene arrestato dai carabinieri chiamati dalla sorella e così via, giorno dopo giorno.
Sappiamo o ascoltiamo le notizie dal telegiornale, ci turbiamo, ci spiace per l’immane sofferenza che ha colpito quella famiglia, diciamo che queste cose non dovrebbero succedere, che non succederà più e invece puntualmente il giorno dopo la notizia del tizio che si è buttato sotto il treno, la signora che….
Il rischio è che ci abituiamo a queste notizie, che cominciamo a considerarle normale routine e poi non ci toccano da vicino. Ma siamo veramente al sicuro? Sorge il sospetto che stiamo vivendo lo stesso percorso che c’è stato negli Usa alla fine degli anni Ottanta. Allora era in voga la "pillola della felicità" c'era lo stillicidio giornaliero di suicidi e omicidi di persone in terapia con psicofarmaci, poi la strage: un uomo uccide 8 colleghi sul posto di lavoro e si suicida, era sottoposto a terapia per depressione con un antidepressivo. Seguirono le stragi, come quelle di Eric Harris e Dylan Klebold, due adolescenti che seguivano un programma psicologico della scuola per controllare la collera, che uccisero un insegnante e dei loro compagni di classe per poi suicidarsi. Harris assumeva un antidepressivo che include tra gli effetti collaterali violente manie.
Non è un caso che nell'ottobre scorso la FDA (l'ente statunitense che si occupa dell'esame dei farmaci e della sua approvazione per l'immissione nel mercato USA) ordina che sulle confezioni di tutti gli antidepressivi venga stampato un riquadro nero con la scritta: "Aumenta il rischio di pensieri e comportamenti tendenti al suicidio nei bambini che ne fanno uso".
Sono stati gli esiti di una indagine condotta su testimonianze e prove di 4.400 pazienti e parenti delle vittime che hanno intentato 24 cause processuali ad indurre l'ente a prendere tale provvedimento.
Quelle a cui stiamo assistendo ora non sono forse stragi annunciate?
È una questione di sicurezza. Chi deve fare qualcosa a riguardo? La psichiatria con psicofarmaci che sono i suoi ferri del mestiere?
Forse bisogna iniziare a pensare ad altre soluzioni, se di soluzioni si vuol parlare, e introdurre più umanità che pillole.

Einstein in Italia

L'Unità 14 Febbraio 2005
La Moratti e la lingua di Einstein
MAURIZIO CHIERICI

Un grande vecchio tira fuori la lingua nei poster del ’68: è il profeta che ha cambiato l’alfabeto dell’universo. Adesso i poster sono finiti, ma i nuovi ragazzi sanno chi è? Il centenario della scoperta della relatività, annus mirabilis 1905, poteva essere l’occasione per rianimare la memoria di Albert Einstein oltre il perimetro degli addetti ai lavori: non solo docenti, ricercatori, studenti, ma anche i ragazzi lontani dalle cattedre della scienza. L’Europa fa coincidere la celebrazione con i dodici mesi che l’Unesco dedica alla fisica: Spagna, Inghilterra, Zurigo e Bruxelles, e poi Giappone e Stati Uniti, insomma, tutti, organizzano seminari sollecitati dai ministeri dei loro Paesi.
E a Parigi otto premi Nobel e 500 scienziati santificano i cento anni della relatività partendo dalla «gran fisica» con la quale Einstein ha inaugurato il ‘900. Li ascoltano mille studenti tra i 18 e i 21 anni. Da Le Monde a El Pais le pagine della rievocazione fanno l'elenco degli avvenimenti programmati per ricordare non solo l’occasione del secolo ma i 50 anni della morte di chi ha cambiato la nostra cultura. Non parole e lapidi, ma analisi che sfuggono la sterilità della retorica per guardare il futuro. In Italia il futuro della ricerca ha le tasche vuote, studiosi abbandonati al loro destino, e sull’Einstein da ricordare il silenzio ufficiale diventa insopportabile. Università e qualche fondazione vanno per loro conto, buona volontà e miracoli malgrado i pochi mezzi a disposizione. Il 18 novembre 2004 il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha comunicato che la quindicesima settimana della Cultura Scientifica e della Tecnologia era fissata tra il 14 e il 20 marzo 2005 con «i sottoindicati temi: grandi scoperte della fisica nel ventesimo secolo; centralità dell’acqua; energia alla base delle moderne società industriali; nuove prevenzioni e nuove terapie per la salute; dallo spazio straordinario informazioni sulla Terra e sulla sua collocazione nell’Universo». Prontuario zibaldone di un meeting fine Ottocento, Jules Verne in agguato con le sue avventure. Neanche una riga sul vecchio dalla lingua fuori che ha cambiato le regole. E neanche una parola del vice ministro Possa quando il 31 gennaio inaugura l’anno accademico alla Bicocca di Milano annunciando che il ministro Moratti «è dispiaciuta, ma non può essere presente per un improvviso impegno». Margherita Hack non lima l’ironia: «Si figuri se quelli sanno chi è Einstein...». E Roberto Fieschi, professore emerito di fisica, non nasconde l’amarezza: «Due anni fa mi trovavo a Madrid per discutere coi partner spagnoli di un progetto finanziato dall’Ue, programma Science and Society: l’Unione Europea lanciava la settimana dedicata alla scienza e alla tecnologia. I professori spagnoli mi hanno dato un libretto che raccoglieva le iniziative in corso a Madrid. Centinaia di conferenze, mostre, contatti con le scuole. Sono rimasto ammirato, ma mi sono vergognato. In Italia non c’era niente. Nessuna informazione da parte di ministeri, accademie, provveditorati. Solo qualche iniziativa di pochi gruppi coinvolti nei programmi Ue e il Festival della Scienza di Genova. Adesso, il silenzio su Einstein...». Che amava il nostro paese i cui governi lo hanno trattato sempre un po’ così. Mussolini se ne è liberato con un gioco di parole che nascondeva altri pensieri: troppo ebreo per poter essere gentili. Anche la signora Moratti e i suoi camerlenghi non hanno tempo per quel vecchio spettinato con tutti i problemi che agitano le scuole.
Ed è un silenzio strano perché l’Italia è stato il primo rifugio della famiglia Einstein in difficoltà. Nel 1894 il ragazzo Einstein deve interrompere il ginnasio: il padre è rimasto al verde. Lasciano Monaco di Baviera per trasferirsi a Milano, ma i traslochi continuano. Cambiano casa a Pavia, vanno abitare a Venezia, prendono dimora a Genova. Alla fine riattraversano le Alpi per acquietarsi in Svizzera dove Albert Einstein si laurea in matematica e fisica al politecnico di Zurigo. La vera storia italiana è però una storia della maturità: il soggiorno a Bologna nel 1921. L’ha raccontato una signora alla vigilia del novantesimo anniversario dell’anno mirabile. Anche la signora stava per compiere novant’anni nella sua bella casa di Torino. Adriana Enriques sposata De Benedetti, mi accoglie sfogliando un libro rilegato di cuoio marrone comprato a Firenze quand'era ragazza, una volta che aveva fatto visita al nonno Cohen. Il libro raccoglie lettere e fotografie, piccole storie di una grande famiglia ebraica. Giorni felici e giorni di tristezza. Non è proprio un volume, ma il carnet che le ragazze di buona famiglia tempo fa offrivano agli amici dei padri e agli amici del cuore, per fissare in poche righe il ricordo della loro presenza. La felicità che Adriana Enriques non intendeva dimenticare riguarda un incontro avvenuto un mattino dell’ottobre 1921 alla stazione di Bologna quando aveva 19 anni. E di quell’ottobre ‘21 è anche la dedica che apre il carnet. «Lo studio, e in generale la ricerca della Verità e della Bellezza, sono un capo in cui è permesso restare bambini per tutta la vita. Ad Adriana Enriques, con la memoria della nostra conoscenza». Firma di Einstein. Da pochi mesi gli era stato assegnato il Nobel per la spiegazione dell’effetto fotoelettrico mentre la sua teoria della relatività seminava entusiasmo e sgomento fra gli scienziati d’Europa. La piccola di famiglia deve andargli incontro alla stazione: il padre Federigo Enriques, storico e filosofo delle scienze, ispiratore della scuola italiana di geometria algebrica, aveva invitato Einstein all'università di Bologna dove teneva cattedra. Gli era rimasto un piccolo gruzzolo dopo aver pagato le spese di un convegno di filosofia. Lo aveva disciplinatamente depositato in banca nel 1911 sul conto dell’università. Poi la guerra, poi l' Italia agitata, ma fatte e rifatte le somme dietro la porta fatale dello studio davanti al quale i figli dovevano passare in punta di piedi per non disturbare (lo racconta il figlio Giovanni che ha diretto la Olivetti e riportato la Zanichelli allo splendore perduto), un giorno del 1921 decide assieme Tullio Levi Civita, le cui teorie vengono indicate alla base dell’intuizione di Einstein; decide, di invitare il premio Nobel a tenere tre lezioni nell’ateneo di Bologna. «I soldi ci sono e li spendiamo...». Lo annuncia durante il pranzo. «Contento come un ragazzo». Nell’Italietta di allora i ricercatori si affacciavano in Europa con i soldi che risparmiavano sulla loro pelle. Bisogna dire che nel millennio elettronico, un secolo dopo, la situazione è rimasta più o meno la stessa.
«Come faccio a conoscerlo?», chiede Adriana. Deve andare in stazione ad accoglierlo. Gli mostrano la foto, piccola e senza occhiali apparsa su un giornale. Con due amici si apposta lungo il treno che arriva da Milano. Uno davanti al vagone di prima classe, Adriana sotto i predellini della seconda; Einstein smonta dalla terza classe assieme a un ragazzo di quindici anni, figlio del primo matrimonio. Il padre gli ha regalato il primo viaggio in Italia. Durante il pranzo Einstein, il professor Federigo e Levi Civita continuano a parlare nel silenzio dei ragazzi e delle mogli. Ogni tanto l’ospite allunga gli occhi verso la signora Levi Civita, allieva «giovane ed avvenente di nome Illibera della quale il professore si era innamorato. Poi mio padre, Levi Civita ed Einstein escono per una passeggiata...». Non riescono a mettersi d'accordo. Discutono, si animano. Il professor Federigo segna la polvere col bastone per rappresentare le sue teorie. «Einstein risponde scrivendo sulla stessa polvere le formule che gli danno ragione». ll premio Nobel ed Enriques si scrivono lettere e lettere mentre l’Europa cambia e i brividi del razzismo impauriscono la Germania. Enriques gli offre rifugio in Italia, insegnamento a contratto all'università di Roma. «Nella nostra casa di via Sardegna siamo contenti quando arriva la sua lettera da Berlino. La aspettiamo...». È il 1923. Nella stessa casa, a pianterreno, abitano anche i Levi Civita. «Caro professor Einstein, lei starà bene assieme a noi...». Invece il postino porta la risposta inattesa: «La sua lettera mi ha profondamente commosso e sinceramente le confesso che preferirei lei e la società Levi Civita ai colleghi di qui. Nonostante vi sia molto antisemitismo per il momento non ne soffro. Al contrario: l’antisemitismo costringe alla prudenza e fa si che certe persone mi importunino meno di quanto farebbero in condizioni normali. Alla mia età non è semplice cambiare ambiente. Manca l'elasticità per amalgamarsi nel nuovo. Per questi motivi, nonostante i sentimenti di riconoscenza, e simpatia che nutro nei confronti Suoi e del Suo paese, sempre amato in modo particolare, non è possibile accettare l'affettuosa proposta. Ma se in futuro l'inasprimento della situazione mi costringesse a dover abbandonare il mio nido, mi rivolgerò a lei con gioia e piena fiducia. Suo Albert Einstein». Il momento arriva dieci anni dopo. «A Berlino dilaga l’antisemitismo, Hitler è in marcia verso il potere e Einstein scrive chiedendo di venire in Italia», è il racconto di Adriana Enriques. «Papà chiede aiuto a mio zio, Isaia Levi, molto vicino a Mussolini: ha inventato la penna Aurora, icona che segna il costume degli anni quaranta. Mussolini riceve mio padre: “No, professore”, risponde. “Non sono antisemita, ma perché importare uno scienziato di fuori quando abbiamo tanti scienziati da appoggiare in Italia?”. Ipocrisia per ricattare sentimentalmente la nostra famiglia. Perché mio fratello Giovanni era iscritto a ingegneria, e i suoi amici Emilio Segre ed Ettore Majorana passano a fisica e portano in casa i ragazzi di via Panisperna: Fermi, Amaldi». Mussolini lo sa e mette il professore con le spalle al muro per non dispiacere al signore che marcia a Berlino alla testa delle camice brune. La risposta del professor Enriques ad Einstein non nasconde l'amarezza della sconfitta: «Se fosse venuto prima, chissà...». Sono passati settant’anni; anche i ministri della repubblica mantengono le distanze. La scoperta di Einstein va ricordata, ma senza esagerare. Ognuno si arrangi come può.

mchierci2@libero.it

staminali

Le Scienze 12.02.2005
Cellule staminali contro l'infarto
Possono supplire alle limitate capacità di rigenerazione del miocardio

L'infarto del miocardio provoca danni irreversibili che possono provocare un'insufficienza cardiaca congestizia. I danni sono dovuti alla capacità limitata del miocardio di rigenerarsi e autoripararsi. Douglas Losordo e colleghi della Tufts University riferiscono che un sottogruppo finora sconosciuto di cellule staminali umane derivate dal midollo osseo avrebbe il potenziale terapeutico per rigenerare il tessuto del miocardio dopo un infarto.
Nel loro studio, pubblicato sul numero del primo febbraio della rivista "Journal of Clinical Investigation", i ricercatori hanno isolato queste cellule umane al livello di singola cellula e sono stati capaci di differenziarle in tipi di cellule del tutto differenti. Dopo che le cellule staminali sono state fatte dividere per formare un'ampia popolazione, sono state trapiantate in un modello di ratto dell'infarto del miocardio. Ciò ha migliorato le funzioni cardiache, in quanto le cellule hanno stimolato il rilascio di fattori di crescita e di agenti anti-apoptotici che, a loro volta, hanno incrementato il potenziale proliferativo dei cardiomiociti e favorito la sopravvivenza del miocardio ospite. Si tratta del primo studio che dimostra una cardiomiogenesi endogena dopo un trapianto di cellule staminali umane adulte.
© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.

pediatria
di bambini, Brazelton se ne intende un sacco /2

Repubblica 14.2.05
L´INTERVISTA
Terry Berry Brazelton, pediatra di fama mondiale, è autore di manuali che hanno guidato milioni di genitori
"La troppa protezione fa male il bambino deve cavarsela da solo"
(c.p.)

ROMA - Bambini, questi sconosciuti. Che fare per farli diventare giovani capaci di scegliere e vivere, assumersi responsabilità e affrontare i propri fallimenti? Ad aiutare gli adulti nel difficile mestiere di genitori, «fatto di tentativi e sbagli», è il professor Terry Berry Brazelton, pediatra di 86 anni, autore di 30 best sellers considerati una sorta di bibbia per neo mamme e padri novelli. Anche perché elencano i «touch points», ovvero i momenti clou che segnano le impennate nello sviluppo e i momenti critici della crescita. In questi giorni è uscito il secondo volume della sua trilogia, scritto col collega psichiatra Joshua Sparrow, dedicato ora al «Bambino da tre a sei anni», Fabbri editori.
Di cosa hanno bisogno i bambini?
«Sicuramente affetto, comprensione anche quando sbagliano, di essere riconosciuti come individui con i quali avere una relazione e non solo oggetto di comandi. Ma chiedono anche limiti e regole chiare: danno sicurezza, li fanno sentire amati. Negli anni passati genitori permissivi pensavano che non disciplinare i propri figli fosse il modo corretto per portarli a prendersi le loro responsabilità, ma a questa età non è possibile. Finiscono col diventare piccoli viziati la cui ansia aumenta se non riescono a provocare reazioni di controllo da parte dei genitori. Tendono a forzare il limite».
Per farli crescere sicuri di sé?
«Stare loro accanto, condividere le loro pene, ma non prevenire sempre le loro richieste, non aiutarli subito se li vediamo in difficoltà suggerendo loro parole o gesti».
Che fare?
«Ricordarsi che le cose più semplici, come allacciarsi le scarpe, sono opportunità per accrescere sentimenti positivi verso se stesso, un passo verso l'indipendenza».
E se cadono o si fanno male?
«Ovviamente essendo sicuri che non sia accaduto nulla di grave, evitiamo di consolarli immediatamente, così interferiamo con la loro capacità di autoconsolarsi, di imparare a reagire. Troppa protezione nuoce, li porta a credersi incapaci di fare da soli ora, ma anche un domani».
Come fare per renderli sicuri?
«La maggior fonte di sicurezza per un bambino è quando sperimenta, fa concretamente, trova da solo possibili soluzioni. Si crea un bagaglio di esperienze. Diamo quindi tempo, standogli accanto, perché così si convincerà che in futuro sarà in grado di trovare altre soluzioni. L'incoraggiamento più efficace all'autostima di un figlio viene da se stesso. Elogiarlo è giusto, ma se lo facciamo in modo troppo insistito è come se lo svalutassimo, come se gli dicessimo che siamo stupiti delle sue capacità».

adolescenti

Repubblica 14.2.05
La generazione del "non è colpa mia"

I ragazzi in una ricerca americana: non sostengono le responsabilità
Accusano il destino, i genitori, la scuola, la società, mai loro stessi sempre vittime di qualcun altro
Il domani è incerto forse perché quando erano piccoli sono stati troppo protetti e resi poco autonomi
CATERINA PASOLINI

ROMA - La chiamano la generazione del «sì, ma non è colpa mia». Sempre più ragazzi sono convinti che il loro destino non sia nelle loro mani, ma che i loro insuccessi siano da addebitare a genitori, scuola, governo o sfortuna. A tutti, insomma, ma non a loro. A dirlo non sono mamme e papà esasperati e incapaci di comunicare con i figli in crisi. Ma una approfondita indagine dell'università americana di San Diego che ha analizzato e comparato le risposte, di 18310 studenti di college e 6554 bambini nel corso degli ultimi 40 anni, a test studiati per stabilire quanto le persone si assumono le loro responsabilità.
Il risultato? Dal '60 ad oggi le nuove generazioni si sentono sempre più «vittime», sempre più ostaggio del mondo esterno e quindi meno responsabili della loro vita, persuase come sono di non avere possibilità di incidere sulla realtà e costruirsi il futuro. Incerti e dubbiosi come quel 33 per cento di giovani italiani, secondo l'indagine dell'Istituto Iard, sicuri solo che il loro domani sarà pieno di rischi e incognite. Tanto da «eternizzare il presente vista la difficoltà di immaginarsi il futuro», sottolinea lo psicologo Gustavo Charmet .
«Negli anni '50 si pensava che chiunque avrebbe avuto successo se si fosse impegnato, poi le cose sono cambiate», dice la dottoressa Jean Twenge, autrice della ricerca dove le statistiche raccontano la fine delle illusioni e la sensazione di impotenza che potrebbe spiegare la crescita dei livelli di ansia e depressione tra i giovani. Se infatti nel '69 il 58% degli intervistati era convinto che lavorare duramente ripagava degli sforzi, nel '76 si era ridotto al 43%. Anche in Inghilterra, sottolinea lo psichiatra Raj Persaud, «cresce la sensazione di incidere poco sulla propria vita e ogni generazione dagli anni '50 è diventata sempre meno pronta a dilazionare la gratificazione, proprio perché persuasa di non controllare il proprio futuro». Di non esserne quindi in parte responsabili.
Il dilemma della nostra società, secondo lo psichiatra, è come portare le persone a farsi carico di loro stesse «visto che incolpare gli altri e forze esterne di ciò che ti accade porta al disgusto di se stessi e all´apatia. «Perché infatti educare tuo figlio quando puoi incolpare del suo comportamento la sindrome da iperattività? Perché mettersi a dieta se puoi fare causa alle catene di fast food per essere ingrassato»?

innovazione
software per misurare lo stress

Il Mattino 13/02/2005
Così il software ti misura lo stress
Eugenio Spagnuolo

«ZedX2»: il nome sembra quello di una navicella spaziale. Anche l’idea che sta alla base ha un che di fantascientifico: una macchina in grado di riconoscere e misurare lo stress, senza bisogno di essere controllata da un operatore. Il funzionamento passa attraverso la misurazione di quattro parametri fisici ritenuti comunemente indicatori di stress: la sudorazione, la respirazione toracica, quella del diaframma e infine la conduttività cutanea. Perché quella che a torto viene letta come una condizione della mente, in realtà lascia segni su tutto l’organismo. Risultato di 25 anni di studi, tra i primi ad utilizzarla in Italia c’è Zerostress (via Arco Mirelli), centro nato dalle conoscenze maturate dalla Sif, la società italiana di psicologia funzionale corporea. Conoscenze che la macchina applica grazie all’aiuto di un software aggiornato costantemente. E lo psicologo? Interviene dopo. Una volta che che la macchina ha fatto il suo dovere, se lo stress c’è, al paziente viene somministrato il questionario Msp (misura di stress psicologico), che fornisce un’ulteriore conferma. A quel punto c’è solo da scegliere la terapia idonea o decidere una volta per tutte di cambiar vita.

le grandi aziende farmaceutiche:
esperimenti sui bambini

ReporterAssociati.org 14 Feb 2005
Quegli “esperimenti” sui bambini…
di Bianca Cerri

http://www.reporterassociati.org/index.php?option=news&task=viewarticle&sid=5980

Sembra che il neoliberismo e la cosiddetta “deregulation” non abbiano più rispetto per nulla, nemmeno per la vita umana. Persino i bambini sono divenuti un mezzo per arricchirsi velocemente, anche quando ne va della loro esistenza. Le corporazioni farmaceutiche se li palleggiano da una all’altra e si liberano di ogni responsabilità affidando la sperimentazione medica a ditte appaltatrici private. Naturalmente, i soggetti più ricercati sono i bambini provenienti da famiglie disagiate, che nessuno sorveglia e di cui nessuno si occupa.
A mettere in crisi queste forme estreme di sfruttamento ai danni dei bambini è stata una donna che si chiama Jacqueline Hoerger ed è un’infermiera specializzata nell’accudire minori ammalati.
Horger si è occupata frequentemente anche di bambini contagiati dal virus dell’HIV al momento della nascita ed aveva sempre sperato che la ricerca medica avrebbe un giorno potuto, se non guarire, almeno rallentare il decorso della patologia nei malati più giovani. Dal canto loro, gli esperti affermavano che l’ipotesi di poter bloccare il virus era plausibile a meno che il fisico di un piccolo paziente non fosse talmente indebolito da non consentire alcun intervento.
Purtroppo, i timori dei medici sono divenuti realtà per i piccoli ospiti di una Foster Home dello Stato di New York dove, invece di curarli, ci si serviva del loro disagio per sperimentare farmaci. Ai bambini, alcuni dei quali di soli tre mesi, venivano somministrati, naturalmente a loro insaputa, i cosiddetti “cocktails” allo scopo di osservarne le reazioni.
“In pratica”, ha detto Michael Elsner, presidente dell’Associazione Sanitaria per lo studio dell’AIDS, “facevano da cavie umane e venivano torturati, tanto da riportare anemia, eccesso di adipe nei tessuti, alterazioni della pelle e del fegato, ecc.”.
La signora Karen Alves era solo una bambina di dieci anni quando suo fratello Mark morì, nel 1961. Mark era stato diagnosticato come disabile mentale. La madre gli dedicava molte attenzioni e questo fece nascere dissapori tra i genitori di Mark, perché il padre accusava la moglie di trascurare le altre tre figlie. In effetti, Karen ricorda che la madre sapeva a volte essere molto dure con lei e con le sorelle. Mark era un bambino di soli sei anni quando gli infermieri avvertirono la sua famiglia che era morto.
Chris, Gail e Karen non pronunciarono più il suo nome ma, nel 1994, a Karen capitò per caso di leggere un articolo sulla sperimentazione a base di radiazioni. Scoprì che erano stati fatti test del genere nella contea di Sonoma tra il 1952 ed il 1960, anche se sin da subito i ricercatori avevano capito che non servivano a nulla. I fatti sono venuti alla luce dopo 40 anni. Gli “scienziati” si servivano dei bambini ritardati perché erano i soggetti più manipolabili. Al Sonoma State Hospital oggi negano ma fino a poco tempo fa i rapporti sugli esperimenti comparivano sul sito web dell’ospedale.
Non è stato facile per Karen Alves ottenere le cartelle mediche di Mark. Ma c’è riuscita ed ha appurato che, negli ultimi mesi di vita, il bambino fu costantemente afflitto da febbre altissima. I suoi occhi si erano gonfiati, come accade a chiunque venga esposto a radiazioni nocive. Senza che la famiglia ne fosse stata informata, alla morte di Mark i medici asportarono il suo cervello al fine di esaminarlo. Questo avvenne anche per tutti gli altri bambini deceduti durante la fase sperimentale. I bambini completamente abbandonati vennero sepolti in una fossa comune ma a Mark quest’ultimo oltraggio, almeno, è stato risparmiato.
Gli esperimenti avevano avuto inizio nel 1989 ma la verità è venuta a galla pochissimo tempo fa. Complice delle case farmaceutiche erano le amministrazioni delle case alloggio nelle quali venivano ospitati i piccoli contagiati ha HIV, di proprietà dell’Arcidiocesi di New York.
L’infermiera Hoerger si era accorta che i piccoli ospiti venivano considerati poco più che oggetti, ma non riusciva a credere che ciò potesse davvero avvenire in un Istituto specializzato nell’assistenza all’infanzia disagiata. Le Foster Homes sono case-alloggio dove, chi vuole, può richiedere l’affidamento temporaneo di un minore e le famiglie che decidono di farlo sanno già che dovranno occuparsi della somministrazione di particolari terapie.
Fu proprio questo ad insospettire l’infermiera, che si accorse di come sia i bambini assegnati a famiglie assegnatarie che quelli rimasti in istituto prendevano tutti gli stessi farmaci che, anziché migliorarne la salute, li facevano peggiorare sempre di più. Scioccata, Hoerger decise di assumersi la responsabilità di sospendere la somministrazione dei farmaci e di avvertire le famiglie che avevano avuto in affidamento un bambino di fare altrettanto.
Oltrettutto, era ormai sicura che si trattasse di test illegali, espressamente proibiti dall’articolo 45 del Codice Federale USA. I bambini, infatti, non possono essere sottoposti a sperimentazione medica e i medici che si prestano a tale pratica violano pesantemente la legge. La Glaxo, una Casa Farmaceutica che incamera miliardi si serviva disinvoltamente dei piccoli e sfortunati ospiti delle case d’accoglienza per l’infanzia rette dai cattolici. Dei test nessuno ha saputo mai nulla per anni ed anni. I bambini erano tutti figli di madri tossicomani o già decedute ed erano stati abbandonati da piccolissimi.
Finalmente, il giornale inglese “The Observer” riuscì ad entrare in possesso dei carteggi relativi agli esperimenti. I giornalisti scoprirono anche che i soggetti più “richiesti” erano i bambini nati da genitori afro americani o ispanici. Tutti avevano contratto hiv alla nascita. Negli Stati Uniti, la patria podestà di un bambino in stato di abbandono è affidata alle autorità, quindi non era necessario altro che il loro consenso.
Bastò il loro assenso a trasformare i piccoli in cavie umane.
Ora il consigliere Bill de Blasio ha presentato un’interrogazione chiedendo che vengano rivelati i nomi di coloro che consentirono agli esperimenti. Alcuni dei bambini, nel frattempo, sono morti. Uno aveva appena un anno ed è stato ucciso dall’accumulo di potenti sostanze tossiche nel suo organismo. La Glaxo si difende ammettendo gli esperimenti ma nega l’accanimento terapeutico. Non è facile credere a questa tesi visto che gli Stati Uniti hanno parecchie macchie nere nel loro passato per quanto riguarda i test medici.
E’ triste dirlo ma la maggior parte si è svolta con la piena approvazione della legge su soggetti adulti ma inconsapevoli allo scopo di verificare la risposta umana a determinate sostanze. Prima di morire per un tumore, David Horrobin, un medico che partecipò a molte sperimentazioni rivelò che i risultati erano stati disastrosi e che le persone venivano torturate inutilmente.
Un altro medico, Garth Nicholson, denuncia invece la sperimentazione sui militari, approvata dal Dipartimento della Difesa. I virus, d’altra parte li avevano fabbricati nei laboratori medici del Pentagono…

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