martedì 13 gennaio 2004

IL LODO SCHIFANI
sulla impunibilità di cinque alte cariche dello Stato
è stato dichiarato INCOSTITUZIONALE
dalla Consulta!


perchè contraddiceva l'art.3 (diritto di eguaglianza) e l'art.24 (diritto di difesa)


da vedere

una segnalazione di Franco Pantalei

cliccate sul link qui sotto per constatare quale logo la Facoltà di Psicologia dell'Università di Firenze abbia scelto per la propria home page, vi garberà.

www.psico.unifi.it

buddismo
citato al Lunedì

La Repubblica 10-01-04
un dizionario sull' antica religione
il grande arcipelago buddista

Un Buddha Illuminato ha dita affusolate, alta statura e corpo eretto. Polpacci simili a quelli di un'antilope, sesso nascosto da una guaina e pelle di colore dorato I personaggi della storia e della leggenda che hanno seguito l' insegnamento di Gautama Buddha per ottenere "la perfetta Illuminazione"
di LUIGI MALERBA


Il viaggio attraverso la selva delle parole di questo Dizionario del Buddhismo (Philippe Cornu, Ed. Bruno Mondadori, pagg. 929, € 65,00) ci offre le mille chiavi per entrare nell' area vasta e complessa di una religione antica come il Buddhismo (ma non sono antiche tutte le religioni?). Una esperienza singolare per noi occidentali, una totale immersione nelle parole che accompagnano il devoto buddhista lungo i ripidi sentieri verso la Perfezione. L'aridità alfabetica del dizionario non scalfisce l'imprevedibile fantasia del pensiero orientale. Il Buddhismo, lo sappiamo, è un arcipelago sterminato di scuole e di sette che si sono differenziate lungo le curve della Storia secondo perfezioni di dottrina e di appartenenza. Il Dizionario propone storia e conoscenza del Buddhismo e insinua l'imperativo etico fondamentale, il dharma, ormai inattuale in un'India proiettata verso una rapida crescita industriale e già esportatrice di tecnici e di materiali elettronici. Dall'India delle origini il Buddhismo si è diffuso in Oriente assumendo ogni volta connotati nuovi. Il Tibet e la Cina, e il Giappone con il monachesimo Zen, sono le principali più antiche derivazioni del Buddhismo dal ceppo originario dell'India dove oggi è quasi scomparso (più o meno è buddhista lo 0,7 per cento della popolazione) per lasciare spazio al proselitismo musulmano e agli induisti, che del Buddhismo hanno assimilato molti principi e precetti insieme a una forte etica dei comportamenti (che tuttavia non disapprova come il Buddhismo l'acquisizione delle ricchezze da parte dei fedeli). L'invadenza musulmana non ebbe successo soltanto sulla strada delle armate arabe dei Califfi che arrivarono in India intorno al 900 d.C. ma anche per le ragioni intrinseche delle prospettive riservate ai fedeli. Ai quali la nuova religione prometteva un paradiso glorioso di piaceri e godimenti materiali (una delle motivazioni dei kamikaze odierni è proprio la speranza di venire accolti con tutti gli onori in quel paradiso in qualità di "martiri" dell' Islam), mentre una religione atea come il Buddhismo negava ogni cosciente sopravvivenza individuale dopo la morte, e pretendeva non solo dai monaci ma anche dai fedeli laici la ricerca della Perfezione in terra. Modello e paradigma della Illuminata Perfezione per i fedeli buddhisti era ed è il suo fondatore, il primo Buddha conosciuto come Gautama dal nome del suo clan brahmanico. Il Dizionario segue i personaggi della storia e della leggenda e i gradi verso la perfetta illuminazione. Vissuto intorno alla metà del primo millennio a.C. Gautama Buddha aveva ottenuta la perfetta Illuminazione («profonda, quieta, senza complessità, luminosa e incomposta» secondo le sue stesse parole) dopo aver rinunciato ai piaceri e alle ricchezze della famiglia e a costo di estenuanti meditazioni. Un modello già difficile per i monaci e difficilissimo per i fedeli laici. In cambio di che cosa se dopo la morte si precipita nel nulla? La Illuminazione, peraltro quasi irraggiungibile, poteva ancora proporsi in astratto come il Grande Sogno Indiano del Novecento dopo la conquista dell'indipendenza (il Buddhismo è rimasto attivo nell'inconscio degli Indiani a qualunque religione siano associati), ma le nuovissime intraprese industriali del paese avevano bisogno di qualche effettiva concretezza. Da qui una schiera di valenti matematici e scienziati elettronici attivi in India o emigrati soprattutto negli Stati Uniti. Lontana e opposta a ogni insegnamento buddhista, che impone anzitutto di non procurare mai e in nessun modo sofferenze al nostro prossimo, la grande democrazia indiana non ha trovato di meglio che destinare immense risorse alla costruzione della bomba atomica. Il Grande Sogno Indiano stava pericolosamente assumendo la forma del fungo. Il Buddhismo classico si fonda su una selva di regole di comportamento che, se fossero osservate garantirebbero la pace universale (ma non si può dire altrettanto del Cristianesimo?). Compassione e comprensione sono i primi requisiti indispensabili per potersi avviare sulla strada che conduce alla Illuminazione. Prendere il voto di bodhisattva, che è un grado di passaggio di chi aspira a raggiungere l'Illuminazione, implica l'osservanza di un certo numero di precetti e di divieti. Per prima cosa il bodhisattva «deve astenersi dall'uccidere, dal rubare, dal causare torti con la sessualità (noi diremmo non desiderare la donna d'altri), dal mentire, dall'usare droghe, dal portare rancore». Mi sembra il minimo che si possa pretendere da un aspirante alla Illuminazione che non voglia rischiare la galera. Seguono quarantotto regole minori, un vero codice di comportamento per la quotidianità: non mancare di rispetto al maestro. Non spingere un monaco ad abbandonare lo stato monastico. Astenersi dal consumare carne. Non essere causa di incendi boschivi. Non perdersi in chiacchiere. Non rispettare i precetti per timore di diventare impopolari. Non nutrirsi di spettacoli a base di azioni improprie. Non accettare doni ottenuti in modo disonesto. Eccetera. È evidente che anche nell'India arcaica c'erano sciagurati che appiccavano il fuoco ai boschi, che si drogavano, si lasciavano corrompere, si pascevano di spettacoli insulsi e si perdevano in chiacchiere, che è una profezia perfetta della TV. Secondo le scuole del Buddhismo antico, un buddha è un essere che, nel corso delle sue numerose vite passate di bodhisattva, poco a poco si è liberato da tutti gli oscuramenti per conseguire la piena Illuminazione nel corso della sua ultima vita terrena alla fine della quale entra nel nirvana (che sembra un eufemismo per nominare la morte). Come si riconosce un Buddha Illuminato? Il Dizionario ci spiega come appare il suo corpo fisico, casomai ci capitasse di incontrarne un esemplare. Ecco alcuni dei marchi maggiori. Piedi posati solidamente al suolo, come lo è una tartaruga. Palmo delle mani e pianta dei piedi morbidi e soffici. Dita affusolate. Alta statura e corpo eretto. Peli diritti. Polpacci simili a quelli di una antilope. Sesso nascosto da una guaina. Pelle di colore dorato. La parte superiore del corpo simile a quella di un leone. Spalle larghe. Certamente questi marchi maggiori scoraggiano da eventuali contraffazioni i possibili nuovi aspiranti alla Illuminazione che non abbiamo il fisico di un Richard Gere (fra l'altro neoconvertito al Buddhismo). Dicono ancora i testi sacri che i marchi maggiori del corpo di un buddha sono simili a quelli di un «sovrano universale». Difficile da verificare come termine di confronto. Il Buddhismo, con i suoi difficili programmi e i suoi concetti sfumati ai bordi è ormai fuori dalla politica attiva e dalla vita sociale, rifugiato in un paese di alte montagne come il Tibet, o nei reclusi monasteri Zen del Giappone. In compenso sta acquistando lentamente nuovi fedeli in Occidente (settantaquattromila in Italia, tutti convertiti piuttosto recenti), sopravvive quasi sottotraccia in associazioni internazionali come la giapponese Soka-gakkai, annoverata come società segreta (una società segreta con alcuni milioni di soci nel mondo oltre a quelli in Giappone) ma che recluta i suoi candidati secondo selezioni mirate soprattutto al pacifismo e alla ecologia. Negli anni Settanta scrissi sulla terza pagina del Corriere della Sera un articolo («Il rospo nucleare») sul pericolo delle centrali nucleari e il problema delle scorie. Dopo una decina di giorni ricevetti in abbonamento omaggio dal Giappone il bollettino della Soka-gakkai.

Li Zhensheng, fotografo testimone della Rivoluzione culturale

vale il viaggio!

La Provincia di Como 13.1.04
Li Zhensheng, fotografo nei dieci anni del fanatismo maoista
Rivoluzione culturale: la tempesta cinese
Angelo Z. Gatti


Il primo nome, avuto alla nascita e scelto dal nonno che, contadino della provincia dello Shandong, ha studiato per gli esami della contea e quindi considerato un uomo assai istruito, è «Zhensheng», che significa: «Come un canto che si libra nell’aria, la tua fama raggiungerà i quattro angoli della terra». È l’autunno del 1940 e Li Zhensheng nasce a Dalian, provincia del Liaoning nel nord-est della Cina. Il secondo nome gli viene dato all’inizio del 1967, quando, fotogiornalista del Quotidiano dell’Heilongjiang di Harbin, capitale della remota provincia ai confini con l’allora Unione Sovietica, diventato Guardia Rossa, dopo aver costituito un «gruppo ribelle», si reca a Pechino per il riconoscimento ufficiale. Il Quartier generale nazionale dei Ribelli Rossi decide di appoggiare il gruppo giudicandolo formato da «ribelli veri»: «Colore Rosso Soldato di Notizie» è il nome scelto accompagnato dalla fascia da mettere al braccio con i caratteri della calligrafia di Mao. Colore Rosso Soldato di Notizie è il titolo del bel catalogo edito dalla Phaidon Press Ltd in occasione della mostra "Li Zhensheng. L’odissea di un fotografo cinese nella Rivoluzione Culturale (1966-1976)", aperta a Palazzo Magnani di Reggio Emilia fino al 15 febbraio. L’esposizione è divisa in cinque sezioni: inizia dagli anni che preparano la Rivoluzione Culturale e termina con la morte di Mao e l’incriminazione della «Banda dei Quattro». Sono 140 fotografie (su un totale di circa 1.000) scattate da Li Zhensheng a testimonianza della violenza e della follia che sconvolsero la Cina per un decennio. I negativi più compromettenti sono rimasti segreti per oltre trent’anni, conservati in un buco del pavimento di legno della sua casa avvolti in tela cerata. Li Zhensheng li ha portati fortunosamente (e fortunatamente) in Occidente dentro buste di carta bruna, raggruppate con degli elastici e annotate con date, luoghi, nomi e titoli delle persone, circostanze degli scatti. Il catalogo, a cura di Robert Pledge e di Gabriel Bauret e con una introduzione del noto sinologo Jonathan D. Spence, presenta più del doppio delle fotografie esposte. Le cinque sezioni sono precedute da capitoli autobiografici, in cui Li Zhensheng racconta episodi della propria esistenza sullo sfondo degli eventi storici trattati e in cui riporta numerose foto riguardanti la vita privata con varie istantanee eseguite con l’autoscatto. Ci sono: la felicità della prima macchina fotografia avuta in cambio di duecento francobolli (una 120 mm giapponese), l’entusiasmo degli anni di attività come fotografo per il giornale, il fervore giovanile per gli ideali propugnati dal «libretto rosso» con le massime di Mao, vero breviario che tutti doveveno avere con sé da consultare, da studiare, da diffondere, il culto per la personalità del «grande educatore, grande capo, grande comandante supremo e grande timoniere», ma anche la disillusione di fronte agli eccessi rivoluzionari, la denuncia e la permanenza in un campo di rieducazione. Dopo il fallimento del «Grande Balzo» (1958) e delle comuni agricole, con la conseguente carestia che costò la vita a più di venti milioni di persone, Mao si ritira dalla vita politica. Cinque anni più tardi però egli lancia il «Movimento per l’educazione socialista» per combattere le deviazioni ideologiche e la corruzione. Hanno inizio la campagna contro i «quattro elementi neri» (proprietari terrieri, contadini ricchi, controrivoluzionari, individui malvagi), e le «sedute di denuncia» in cui i cattivi elementi sono criticati pubblicamente. È il preludio della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, il cui avvio è decretato il 16 maggio 1966. Mao dà il suo appoggio alla fazione più radicale del partito comunista per «condannare e ripudiare le idee borghesi e reazionarie nell’educazione, nel giornalismo, nella letteratura, nell’arte, nella stampa». Si forma il movimento delle Guardie Rosse che, nato in una scuola di Pechino, presto di diffonde in tutto il paese. «Distruggere il vecchio per costruire il nuovo», «Ribellarsi è giusto», «Bombardare il quartier generale» sono gli slogan che compaiono scritti a mano nei dazibao sui muri e che sono urlati per le strade e nelle piazze dalle Guardie Rosse impegnate nella lotta contro ogni tipo di autorità. Scuole, università, accademie vengono chiuse; gli insegnanti, gli intellettuali, gli artisti sono perseguitati e processati, messi alla berlina, costretti al silenzio; anche le gerarchie del partito, centrali e periferiche, sono violentemente attaccate. per ristabilire l’ordine il presidente Lui Shaoqi chiede l’aiuto di Mao, ma questi, sostenuto dall’ultrasinistra con a capo la moglie Jiang Qing, si schiera apertamente con le Guardie Rosse, comparendo più volte sulla piazza Tienanmen davanti a milioni di giovani, con nelle mani il libretto rosso e sul braccio la fascia del movimento. È l’avallo alla nuova rivoluzione. La Cina piomba nel caos: manifestazioni di massa, scontri tra l’Esercito Popolare e le Guardie Rosse, processi pubblici, rastrellamenti nelle case, imprigionamenti e vessazioni. Gli accusati (spesso vittime di delazioni vendicative) sono esposti alle folle che urlano invettive, imbrattati di inchiostro, costretti a portare cappelli d’asino e cartelli con scritti i loro crimini. Da parte dei “ribelli” cresce il culto per Mao che raggiunge limiti ridicoli e assurdi. Li Zhensheng, fotoreporter inviato per documentare sia le celebrazioni ufficiali, sia le pubbliche sessioni di denuncia (comprese le esecuzioni capitali), dopo aver ripreso una manifestazione di studenti, deve ritoccare la foto scattata perchè i pugni alzati dei dimostranti, che inneggiano a Mao, sembrano colpirne la gigantografia. Sposi novelli che hanno sopra il letto immagini di Mao, alle critiche per aver avuto rapporti sessuali sotto lo sguardo del leader, rispondono di averlo sempre fatto a luci spente... Nel 1968 però Mao decide di porre fine all’anarchia delle Guardie Rosse che ha scatenato la guerra civile, lanciando il programma delle «scuole di rieducazione 7 maggio»: milioni di studenti vengono mandati nelle campagne a scontare i loro errori col lavoro manuale e con lo studio degli scritti di Mao e per imparare dai contadini. Li Zhensheng, incriminato da una fazione avversa con accuse meschine e infondate, è inviato in campagna per due anni di rieducazione. Nel 1972 è riabilitato e ritorna nella redazione del giornale. I disastri, le aberrazioni, i danni fisici e morali della Rivoluzione Culturale sono stati rivissuti nei ricordi dentro i racconti e i romanzi Wang Meng, di Acheng, di Mo Yan, di Yu Hua, di Dai Sijie e del Premio Nobel 2000 Gao Xingjian, o ricostruiti nella finzione cinematografica (da noi ne L’ultimo imperatore di Bertolucci). Le foto di Li Zhensheng riconducono alla tragica realtà di quegli anni infausti con un bianco e nero fortemente coinvolgente. La predizione relativa al nome scelto dal nonno si sta avverando: la mostra, che nell’autunno scorso ha ottenuto un grande successo all’Hotel del Sully a Parigi, nel 2004, dopo Reggio Emilia, sarà esposta a Bruxelles e a Londra.

«Li Zhensheng. L’odissea di un fotografo cinese nella Rivoluzione Culturale (1966-1976)», Reggio Emilia, Palazzo Magnani (Corso Garibaldi, 29) - Orari: 9,30-13,00/15,00-19, 00. Lunedì chiuso. Catalogo Phaidon Press Ltd. Fino al 15 febbraio 2004

cristiani ortodossi

La Stampa 13 Gennaio 2004
Gli ortodossi, attuali
perché antimoderni
di Silvia Ronchey


DA quando è caduto il muro di Berlino - più per l'attivismo del Papa polacco, si dice, che per l'iniziativa della pur sanguinosamente perseguitata Chiesa ortodossa - si è discusso a lungo e in molte sedi sulla presunta scarsa propensione dell'ortodossia al pluralismo o addirittura sulla sua «estraneità alle grandi correnti della cultura europea». Durante il recente conflitto nel Kosovo, di fronte all'acquiescenza al regime serbo del locale clero, Julia Kristeva azzardò un'analisi teologico-psicologica dell'«uomo ortodosso». Nella dottrina trinitaria della processione dello Spirito Santo la filosofa scorgeva il seme di un pessimismo profondo sulla possibilità di riscatto in terra, cui attribuiva la millenaria remissività dei popoli ortodossi ai totalitarismi, la mancanza in loro di quell'interventismo «umanitario» che caratterizza invece la Chiesa latina.
Anche il libro curato da Andrea Pacini e pubblicato dal Centro di Studi Religiosi Comparati Edoardo Agnelli, L’Ortodossia nella nuova Europa. Dinamiche storiche e prospettive, sembra porsi la stessa domanda. L'ortodossia è adatta a integrarsi nella Nuova Europa? O costituisce un universo specifico, magari portatore di valori conflittuali con la tradizione europea occidentale? Grandi specialisti, nei loro documentati saggi, hanno tentato di rispondere, esaltando la capacità del pensiero ortodosso di risuscitare e trasmettere l'eredità ellenica e bizantina e nello stesso tempo di dialogare con l'Europa riformata e poi illuminista, sino ai grandi fermenti culturali della Russia post-napoleonica, ai movimenti di liberazione balcanici, all'elaborazione del concetto di nazione, alla difficile situazione delle Chiese ortodosse nel XX secolo.
Ma proprio leggendo il bel saggio di Adriano Roccucci sulla Chiesa russa viene da chiedersi se la domanda stessa non sia, nel fondo, sbagliata, se l'utilità dell'ortodossia per la Nuova Europa non stia proprio nella sua innegabile e radicale refrattarietà alla cultura egemone del mondo moderno. I padri ortodossi riflettono sulla distruttività del progressismo, sul crollo del marxismo che ha avuto come unico risultato l'«invasione dei sottoprodotti della non-cultura americana», sul dovere morale di combattere «il livellamento delle identità» che «ha raggiunto alla fine del XX secolo il suo culmine».
Nel suo rincorrere la modernità la Chiesa cattolica è forse come Achille dietro la tartaruga: non la raggiungerà mai. Mentre al tradizionalismo della spiritualità ortodossa, saldamente ferma all'eredità ellenica e all'umanesimo bizantino, si ricongiungono, come le lancette di un orologio che abbia compiuto intero il suo giro, le correnti più avanzate e eversive del pensiero moderno.

Edoardo Boncinelli, sul tempo

La Stampa 13 Gennaio 2004
LO SCANDIRE DELLA VITA NELL’OPERA CHE LO SCRITTORE PRESENTA OGGI AI MARTEDÌ DEL CASINÒ
Il tempo fra fisica, biologia e psicologia
L’ora esatta al millesimo nel libro di Edoardo Boncinelli
di Bruno Monticone


SANREMO. Il tempo? Lo conosciamo tutti, ma che cos’è esattamente? Chi assicura che una determinata ora, sia veramente l’ora esatta? Dubbi che rimangono persino quando si pensa all’UTC, sigla che vuol dire «Coordinated Universal time», cui ci si può collegare via Internet (www.timeanddate,com), che dovrebbe essere la stima più precisa del tempo che esista sulla terra. In teoria tutti gli orologi, situati ai quattro angoli della terra, dovrebbero essere sincronizzati con l’UTC cui viene accreditata una stima del tempo al massimo della precisione: si dice possa sgarrare solo di un secondo ogni dieci milioni di anni. Ma l’UTC è davvero il tempo reale? Che cosa misura quel suo sistema di orologi ad altissima precisione?
Tante domande. Le stesse che si è posto Edoardo Boncinelli che, le sue domande (e qualche risposta) le ha raccolte nel suo libro «Tempo delle cose, tempo della vita, tempo dell’anima» che oggi aprirà, al teatro del casino (ore 16,30, ingresso libero) la stagione invernale dei Martedì Letterari, il ciclo culturale della casa da gioco, curato da Ito Ruscigni. Boncinelli è attualmente a capo del laboratorio di Biologia Molecolare dello Sviluppo presso il Dipartimento di Ricerca Biologica e Tecnologica dell’Istituto Scientifico San Raffaele di Milano, responsabile di settori di ricerca al CNR e docente di Biologia e Genetica all’Università Vita-Salute.
Ha aperto il suo libro con una citazione di Sant’Agostino: «Che cos’è, quindi, il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede non lo so più», scrisse Sant’Agostino nelle «Confessioni». E Boncinelli riprende quell’interrogativo nel suo libro che ha diviso in tre parti per vivisezionare meglio il problema. E cerca di dare una spiegazione ad un problema ricco di significati attraverso tre strade: la fisica, la biologia, la psicologia. «Tre prospettive - dice Boncinelli - che possono essere anche situazioni esistenziali diverse e complementari, ognuna delle quali offre spunti per la comprensione delle altre due». «Un’altra contraddizione essenziale e costitutiva del concetto di tempo - continua - può essere individuata nella sua duplice natura di contenitore e di successione di contenuti. Il tempo può essere visto come il palcoscenico ove si succedono gli avvenimenti o come la rappresentazione degli stessi. Le due cose non sono materialmente separabili, data la natura unidimensionale e orientata dell’asse dei tempi: quel che si misura è correlato allo strumento di misura. Non esiste un modo per misurare il tempo che sia indipendente dal trascorrere del tempo».

infanticida, assolta... guarita

Corriere della Sera 13.1.04
IL CASO IN VALTELLINA
«Voglio tornare a fare la mamma»

Loretta Zen, che annegò la figlia nella lavatrice: grazie alle cure ora sto bene. Mi mancano la famiglia e le mie montagne
di Angelo Panzer


LECCO - «Sogno di tornare a casa e riabbracciare i miei parenti. Non mi hanno mai lasciata sola». Ieri Loretta Zen, 33 anni, la donna che il 12 maggio del 2002 ha ucciso, mettendola in lavatrice, la figlia di 8 mesi, ha passeggiato con il marito Venanzio sul lungolago di Lecco. Hanno trascorso insieme una giornata diversa, lontano dalla clinica Zucchi di Carate Brianza, dove la donna è in cura da più di 18 mesi. Cappotto color camello, volto tranquillo: «Ora mi sento bene - dice -, le cure stanno dando i primi frutti». Uscire dal tunnel della tragedia non è stato facile per Loretta, che dopo il ricovero all'ospedale di Sondrio, ha sempre vissuto nella clinica specializzata dell'hinterland milanese. «Qui mi trovo a mio agio, sono assistita notte e giorno».
Giovedì scorso la donna è stata assolta dal giudice delle udienze preliminari del tribunale di Sondrio, Pietro Della Pona. Dopo la sentenza, la coppia si è riunita per trascorrere una giornata spensierata. Loretta Zen è libera fin dal maggio scorso. Ma dall'8 gennaio si sente «risollevata». «Dal giorno della tragedia è trascorso tanto tempo - dice il marito -, ma io ho fiducia, sono sicuro che Loretta ce la farà». Ieri mattina Venanzio Compagnoni ha lasciato Madonna dei Monti, una frazione di Valfurva, poco dopo le 6, per raggiungere la consorte a Carate Brianza. Ieri la coppia aveva un consulto con il primario Guido Donati e la psichiatra Monica Lammoglia. «Era un consulto importante - racconta Loretta - per fare il punto sulle cure». Un'ora di colloquio e al termine la decisione di proseguire la terapia fino a marzo. «Ancora due mesi di tempo poi potrò tornare nella mia terra». «Già essere a Lecco - continua - con queste montagne innevate mi fa sentire un po' più vicina a casa».
A Natale Loretta Zen è tornata in Valfurva. Una mezza giornata trascorsa con i parenti più stretti, poi in serata è tornata alla clinica di Carate. Invece ieri lei e il marito hanno scelto di fare una gita a Lecco. «Potevamo raggiungere anche la Valtellina e la Valfurva - racconta il marito Venanzio - ma avremmo trascorso la giornata in auto».
Dopo la sentenza di assoluzione era la prima volta che Loretta e Venanzio si incontravano. «Tutti i giorni ci sentiamo telefonicamente - spiega il marito -. Ogni mattina prima di andare al lavoro mi metto in contatto con Loretta, poi alla sera e prima di concludere la telefonata le dico: presto torneremo a vivere assieme».
In questi lunghi mesi la coppia non si è «persa». «Voglio bene a mia moglie come il giorno che l'ho sposata»: è il rinnovato atto d'amore di Venanzio verso Loretta. Sul futuro la coppia è ottimista.
Dopo il consulto e i consigli dei medici, Loretta e Venanzio si sono guardati negli occhi e si sono detti: «Per noi non c'è fretta». Poi: «Non è questione di settimane o mesi - osserva la donna - adesso mi sento meglio, sono risollevata, però mi atterrò scrupolosamente alle cure, come del resto ho sempre fatto». Dopo la sentenza dell'8 gennaio per Loretta Zen e il marito Venanzio sembra essere iniziata una nuova vita. E la giornata trascorsa ieri a Lecco è una prima conferma. A mezzogiorno hanno pranzato con gli amici. «Li abbiamo conosciuti in Valfurva, fanno parte di una polisportiva che pratica corsa in montagna, il mio sport preferito», commenta Venanzio. «Ci troviamo bene con loro. E non è cambiato niente da quando è successa la tragedia: come ci hanno invitato in passato, lo fanno tuttora».
Nel pomeriggio la coppia ha passeggiato sul lungolago e per le vie del centro, poi si sono avviati verso la clinica Zucchi. Appena saliti in auto Loretta ha chiesto la marito: «Vai sulla la statale 36». E all'imbocco della superstrada Venanzio chiede: «Direzione Monza o Sondrio? «Il cuore mi porta in Valfurva, però ora dobbiamo andare a Carate Brianza».
Poco dopo le 19 Loretta e Venanzio raggiungono la clinica di Carate Brianza. La giornata finisce, spunta qualche lacrima, poi la donna dice: «E' giusto così». «Qui sono tranquilla, mi trovo bene, devono seguire un percorso medico, poi potrò certamente tornare a casa». «Mi mancano quelle montagne, quel ambiente - conclude - sovente ho nostalgia». Infine la promessa: «Presto tornerò».

Marco Bellocchio

il Tempo 13.1.04
per le sfilate romane di AltaRoma


[...]
Ancora non è stata scelta, ma potrebbe essere proprio uno studio di Cinecittà, la location del grande party inaugurale della kermesse, scaturito come sempre dall'infinita fantasia del granitico Presidente di AltaRoma Stefano Dominella che sta mettendo in piedi un'edizione memorabile - 36 gli stilisti in calendario - strettamente legata al grande cinema e alla Hollywood sul Tevere. Nel corso della seratona, oltre alla proiezione del cartoon modaiolo, si esibiranno cantanti, comici e, come guest-star, due stilisti fuori del calendario con relative creazioni (ancora da scegliere tra 6 in lizza).
«Sono da sempre innamorato del cinema. Ho studiato all'Accademia di Arte Drammatica: sì, volevo fare l'attore. Del resto, anche nella vita, non si recita in continuo?!», confessa per la prima volta Dominella. Che ha fatto realizzare anche 7 videoclip con cui una serie di attori e registi di rango omaggiano la couture capitolina. Saranno proiettati prima di 7 sfilate (da finire, ancora, gli abbinamenti). I cineasti che parlano di cosa significhi per loro la moda, del suo fascino e di come l'hanno utilizzata nei loro film sono Marco Bellocchio (sarà abbinato al defilè di Lella Curiel), Pappi Corsicato (accompagnerà il debutto capitolino della fiorentina Chiara Boni), Gillo Pontecorvo, Carlo e Enrico Vanzina, Ferzan Ozpetck.
Ovviamente ogni intervista è corredata da trailers dei loro film. [...]