venerdì 28 maggio 2004

l'istituto superiore di sanità:
i bambini e la «sindrome da iperattività/deficit di attenzione (ADHD)»

ricevuto da Paola Franz

http://www.epicentro.iss.it - Istituto superiore di sanità
ADHD, QUANDO L’IPERATTIVITA’ E’ TROPPA

Iperattività, impulsività, incapacità a concentrarsi. Sono tratti che caratterizzano la sindrome da deficit di attenzionee, nota anche con la sigla ADHD. E’ uno dei problemi di salute mentale che possono colpire in età pediatrica: su questo e sugli approcci terapeutici nel nostro Paese si è avviato un processo per un Registro nazionale per l’ADHD, primo esempio al mondo nel suo genere, che inizierà ad operare nel settembre 2004. Questo e molto di più nella nuova sezione completamente dedicata alla ADHD.
Sindrome da deficit di attenzione (ADHD)


Descritta per la prima volta nel 1845 dal medico Heinrich Hoffman in un libro intitolato "The Story of Fidgety Philip", un’accurata descrizione di un bambino iperattivo, ma riconosciuta come un problema medico solo nel 1902 in seguito a una serie di conferenze tenute da Sir George F. Still per il Royal College of Physicians inglese, la sindrome da iperattività/deficit di attenzione (ADHD) è fra i problemi di salute mentale pediatrica.
L’ADHD consiste in un disordine dello sviluppo neuro psichico del bambino e dell’adolescente, caratterizzato da iperattività, impulsività, incapacità a concentrarsi che si manifesta generalmente prima dei 7 anni d’età. La sindrome è stata descritta clinicamente e definita nei criteri diagnostici e terapeutici soprattutto dagli psichiatri e pediatri statunitensi, sulla base di migliaia di pubblicazioni scientifiche, nel "Diagnostic and Statistic Manual of Mental Disorders", il manuale pubblicato dalla American Psychiatric Association utilizzato come referenza psichiatrica a livello internazionale (DSM-IV).

Sintomi e diagnosi
Secondo il DSM, l’ADHD può essere quindi definita come "una situazione/stato persistente di disattenzione e/o iperattività e impulsività più frequente e grave di quanto tipicamente si osservi in bambini di pari livello di sviluppo". Questi sintomi finiscono con il causare uno stato di disagio e di incapacità superiore a quello tipico di bambini della stessa età e livello di sviluppo.
I sintomi chiave di questa condizione sono la disattenzione, l'iperattività e l’impulsività, presenti per almeno 6 mesi e comparsi prima dei sette anni di età.
I bambini con ADHD:
• hanno difficoltà a completare qualsiasi attività che richieda concentrazione
• sembrano non ascoltare nulla di quanto gli viene detto
• sono eccessivamente vivaci, corrono o si arrampicano, saltano sulle sedie
• si distraggono molto facilmente
• parlano in continuazione, rispondendo in modo irruento prima di ascoltare tutta la domanda
• non riescono ad aspettare il proprio turno in coda o in un gruppo di lavoro
• possono manifestare serie difficoltà di apprendimento che rischiano di farli restare indietro rispetto ai compagni di classe, con danni emotivi
La diagnosi di ADHD può essere formulata secondo il DSM in presenza di:
• 6 o più dei 9 sintomi di disattenzione
oppure di
• 6 o più dei 9 sintomi di iperattività\impulsività.
Utilizzando un criterio diagnostico più restrittivo, l’International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems (ICD-10) dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, definisce la presenza di "disordine ipercinetico" quando sono compresenti sintomi di iperattività, di comportamenti impulsivi e di deficit di attenzione.
Alla sindrome ADHD si può accompagnare, a seconda dei casi, lo sviluppo di altre forme di disagio: ansietà e depressione, disordini comportamentali, difficoltà nell’apprendimento, sviluppo di tic nervosi.

Le cause
Le cause che portano alla manifestazione della sindrome di ADHD non sono univoche, né ancora accertate completamente dai medici. Diverse ricerche identificano una certa familiarità nella presenza di ADHD, suggerendo una componente genetica nella sua trasmissione.
Alcuni studi vanno nella direzione di valutare gli effetti di alcool e fumo durante la gravidanza sullo sviluppo di ADHD. Da un punto di vista neurofisiologico, studi svolti su alcune aree del cervello dalla divisione di psichiatria pediatrica dei Servizi di salute mentale americani (NIMH), con tecniche di risonanza magnetica, Tac e con diversi tipi di tomografia hanno dimostrato che queste aree sono effettivamente più piccole in volume nei bambini con ADHD rispetto a quelli nei quali la sindrome non si è manifestata, cioè nei casi di controllo. Questo stesso studio indica che i parametri presi in considerazione sono normalizzati in bambini che sono sottoposti a trattamento rispetto a quelli che non subiscono alcun trattamento. Altri studi hanno invece evidenziato un deficit nella trasmissione dopaminergica.
Per quanto riguarda la possibile influenza di fattori ambientali, secondo una ricerca americana pubblicata sulla rivista Pediatrics, svolta su 2500 bambini, la TV e in particolare le ore trascorse quotidianamente dai bambini di fronte a essa dall’età di 0 fino ai sei anni influiscono significativamente sullo sviluppo di disordini dell’attenzione e iperattività. Secondo i ricercatori statunitensi non sarebbero i contenuti ma le immagini irreali e veloci di molti programmi ad alterare lo sviluppo del cervello.

Il trattamento
Il trattamento dell’ADHD può richiedere un approccio sia terapeutico, seguendo una terapia psico-dinamica, che farmacologico. Il farmaco più indicato dagli studi per il trattamento farmacologico è il metilfenidato (prodotto con il nome commerciale di Ritalin®), assieme a diversi tipi di anfetamine.
In ogni caso, l’approccio terapeutico ottimale deriva dalla capacità da parte dei medici e delle famiglie di riuscire a elaborare, nel corso di un follow-up prolungato, un corretto bilancio beneficio-rischio per lo sviluppo del bambino affetto da ADHD. E’ cioè determinante riuscire a distinguere se ai fini di questo sviluppo sia più favorevole un trattamento farmacologico prolungato con stimolanti oppure interventi terapeutici e comportamentali non farmacologici. Secondo gli NIH americani, tra il 70 e l’80 per cento dei bambini rispondono positivamente ai trattamenti, migliorando la propria capacità di concentrazione, di resa nell’apprendimento, di rapporto con gli altri bambini e con gli insegnanti, di controllo dei propri comportamenti impulsivi. Essenziale ai fini di un risultato positivo della terapia è un rapporto prolungato con lo psichiatra infantile, sia da parte del bambino che della famiglia, per sviluppare in modo concertato tecniche di gestione del comportamento.
Il ricorso al trattamento farmacologico, in ogni caso, dovrebbe essere il risultato di una attenta diagnosi, che si basa sull’esecuzione da parte del bambino di numerosi test, che permettono di valutare tutte le possibilità di ridurre al minimo il rischio del trattamento stesso e di stabilire l’appropriatezza terapeutica del farmaco.

dantisti e biologi:
Giuseppe Sermonti vs Edoardo Boncinelli

Corriere della Sera 25.5.04
Alle porte dell' inferno Dante volta le spalle al mondo
Ma il suo universo, così umano perché l' uomo vi sta ancora al centro, presto sarà ribaltato dalla scienza
LA NOSTRA COMMEDIA
di Edoardo Boncinelli
(*)


«Lo giorno se n' andava e l' aere brun
toglieva li animai che sono in terra
dalle fatiche loro»
Con questa splendida immagine Dante si congeda dal nostro mondo e dalla «selva erronea di questa vita», e inizia il suo lungo cammino, l' «alto passo». Il suo sarà un viaggio nella Commedia Umana, anche se i luoghi, i tormenti e gli splendori sono quelli di una superba costruzione di fantasia, sorretta da una grande dottrina e illuminata da una fede veramente totalizzante. È un viaggio della mente e del cuore nelle diverse province «delli vizi umani e del valore», una compilazione e una visitazione dello specificamente umano, privato e collettivo, al tempo stesso eterno e storicamente individuato, che non ha l' uguale per grandezza e per forza espressiva. Non può non colpire il contrasto esistente fra la grandiosità della costruzione poetica di Dante che raggiunge vertici di validità universale e la povertà delle conoscenze e della visione del mondo propria del suo tempo. L' universo si presenta veramente minuscolo e l' uomo vi si sente ancora al centro, privilegiato fra i viventi, sparso su un territorio di cui non considera neppure l' estensione e di cui ignora i confini, signore del globo, un pianeta piantato in mezzo al tutto, con i pianeti e le stelle che gli girano intorno. Non erano ancora arrivati Copernico, Darwin, Freud, Marx, Einstein o Hubble. Tutto sembrava chiaro e relativamente semplice, senza spessore e senza doppi fondi immanenti: il cielo, la terra, le stelle, gli animali, le piante, i moti dell' anima e le operazioni della mente, lucida e consapevole, quando non cade preda delle passioni. La vastità delle osservazioni e delle «spiegazioni» offerte da Aristotele e dai suoi commentatori e continuatori conferisce un carattere di monoliticità a questa visione. Il mondo inanimato, in sostanza, ma anche buona parte di quello animato, non pongono problemi. Tutto è lì davanti, sostanzialmente in mostra, e per nulla diverso da quello che sembra. Noi sappiamo che la gran parte dei processi materiali, compresi quelli biologici, possono essere spiegati soltanto guardando «dentro» le cose, che contengono una congerie di cose più piccole, in uno sforzo di comprendere e «spiegare il visibile complesso in termini dell' invisibile semplice» per citare una frase del francese Perrin. A quel tempo invece la spiegazione delle cose si trova «accanto» alle cose, in una sostanziale duplicazione della realtà, sdoppiata in due piani paralleli: un piano degli eventi e un piano delle spiegazioni degli eventi, non significativamente dissimile dal primo, in un quadro pressoché identico a quello dei Greci anche se «ben mille ed ottocento / anni varcàr poi che spariro». È chiaro che si tratta di una visione del mondo che sta celebrando i suoi ultimi fasti e che presto crollerà sotto i colpi della riflessione e della sperimentazione, ma è altresì comprensibile che molti oggi rimpiangano più o meno apertamente quel mondo, in cui tutto è chiaro e semplice, non c' è troppo da sapere ed è sufficiente credere in un numero limitato di affermazioni, sulla materia, sulla mente e sullo spirito. Sono passati sette secoli e di tutto questo è rimasto ben poco, anche se sono sicuro che in cuor loro molte persone il mondo se lo immaginano più o meno come lo ha rappresentato Dante, con il suo al di qua e il suo al di là. Questa è la forza della poesia e della rappresentazione poetica. Su uno sfondo naturale povero e intrinsecamente poco problematico si muovono gli esseri umani, con i loro contrasti e i loro drammi, figure a tutto tondo, spesso titaniche, che si agitano contro fondali da opera pastorale. Si ha qui l' assoluta centralità dell' umano: umano è il problema, umane le soluzioni, gli errori ed eventualmente i rimedi in una visione esaltata e piena di chiaroscuri tipica di un atteggiamento adolescenziale. Adolescenziale è la compresenza di grande modestia e smisurato orgoglio, incertezza e ostinazione, capacità di porsi al centro, un centro spesso dolente, dell' universo e del suo dramma. Questi tratti della personalità poetica dantesca, già chiaramente presenti nella Vita Nova riaffiorano nell' impostazione del poema maggiore. Dante sta per partire per un viaggio d' iniziazione che ha dell' adolescenza tanto l' esigenza di un' educazione sentimentale quanto quella di una «risistemazione» mentale delle cose della vita e della storia, rimesse a posto secondo i criteri di una giustizia superiore, inevitabilmente e protervamente soggettiva. È un tributo pagato ai giusti e una vendetta postuma consumata ai danni di peccatori e ipocriti, magari osannati e premiati in vita, per non parlare di quegli sciagurati, gli ignavi, «che mai non fur vivi». In questa selva dell' umano operano essenzialmente tre forze, espressione di altrettante istanze: le passioni, la ragione e la fede, impersonate rispettivamente dalle tre fiere, da Virgilio e da Beatrice e le altre due «donne benedette». La ragione, si noti, è una, rappresentata da un solo personaggio, contro la molteplicità dei simboli delle altre istanze: una strozzatura, una via di congiunzione, si direbbe innaturale, fra il mondo terreno e quello celeste, un varco, un tramite, l' espressione di una hybris conoscitiva e normativa, ciò che ci situa a mezza strada fra gli animali e gli angeli, ma che ci fa anche capire che non siamo né questi né quelli; piuttosto un' anomalia, uno sgarro, un virus nel computer del mondo. Ma anche gli unici che lo possono notare. Il ricorso ai simboli e al linguaggio dell' allegoria sembra quasi inevitabile in un mondo che vive su due piani. E di simboli nel poema ce ne sono tanti e tanto se ne è discusso. Assente al tempo degli classici, dove il simbolo non allude che a se stesso, il dibattito sul valore dell' allegoria nell' economia di un' opera poetica si inaugura più o meno ai tempi di Dante e si tratta di un esordio fragoroso, data la massiccia presenza delle simbologie nella sua opera. Considerata da un certo punto di vista la presenza di tutta questa simbologia non può che risultare fastidiosa e ingombrante: sul vero significato della selva e del monte, delle tre fiere, del Veltro, delle donne benedette e via discorrendo si sono versati fiumi di inchiostro. Tutto ciò appartiene però più al farsi della poesia che al suo godimento. La Divina Commedia può essere letta infatti in modo del tutto indipendente dal significato simbolico di molte sue figure. Le immagini e le espressioni alate vivono di una loro vita autonoma e ci catturano per la loro forma e il loro contenuto manifesto. Ma c' è nella mente di Dante e nel suo cuore un doppio piano di realtà, dal quale non si può prescindere se si vuole intendere la sua poesia e la sua anima. Dietro il contenuto immediato ci sono i simboli la cui concezione ed elaborazione costituisce una sorta di disciplina interna per il poeta, un modo sostanzialmente equivalente allo studio «matto e disperatissimo» del giovane Leopardi, per accogliere non impreparato l' ispirazione che, come la fortuna, viene quando viene, ma ha bisogno di un terreno lavorato. E anche un modo per essere poeta e al tempo stesso sentirsi degno di un' attività edificante, un morale negotium come lui stesso definisce nell' epistola a Cangrande la redazione dell' opera.

Corriere della Sera 28.5.04
DISCUSSIONI / GIUSEPPE SERMONTI REPLICA A EDOARDO BONCINELLI
Ma l’universo del divin Poeta rende visibile l’invisibile
E i simboli rimandano a ciò che la scienza non spiega
di Giuseppe Sermonti


L’universo di Dante, annuncia il Corriere del 25 maggio, sarà presto ribaltato dalla scienza moderna. La Divina Commedia diventerà un’opera minore, una reliquia. Si impegna a dimostrarlo il genetista Edoardo Boncinelli. Invano le invocate Muse e l’«alto ingegno» vengono in aiuto di Dante e del suo universo. «E’ chiaro - scrive Boncinelli - che si tratta di una visione del mondo che sta celebrando i suoi ultimi fasti e che presto crollerà sotto i colpi della riflessione e della sperimentazione». Mio fratello Vittorio Sermonti, che va leggendo e commentando Dante nelle belle chiese d’Italia, dovrà lasciare il campo a un altro genere di divulgatori che illustrino, in qualche stazione ferroviaria o deposito di autobus, la bellezza della traslocazione cromosomica o delle orbite di Bohr?
Secondo Boncinelli, i processi materiali possono essere spiegati solo guardando «dentro» le cose, nel submicroscopico, che contiene la spiegazione di quello che appare ai sensi. Lo disse il Nobel Jean-Baptiste Perrin (1870-1942), che Boncinelli cita: la scienza cerca di «spiegare il visibile complesso in termini dell’invisibile semplice». C’è un fondo di moralismo in questo enunciato, perché il visibile e il complesso sono sensuali, rispetto all’ordine elementare del submicroscopico.
Ma Perrin sbagliava. Gli invisibili fisico o biologico non sono per nulla semplici. La fisica subatomica ha evidenziato, in ogni atomo, quasi cento particelle, alcune delle quali, i quark, inafferrabili. Per spiegarne le vicende è dovuta ricorrere alla logica della meccanica ondulatoria (per cui alcune entità sono allo stesso tempo onde e particelle), a concetti come l’antimateria, i buchi neri, lo spazio curvo e la non località. La biologia molecolare ha scoperto in ogni invisibile cellula un patrimonio di tre miliardi e passa di nucleotidi, decine di migliaia di geni e almeno dieci volte tante proteine. Sempre più grandi computer sono richiesti per raccogliere la sterminata informazione accumulata dai fisici della materia o dai biologi molecolari. La semplicità di Perrin non esiste. E' più complicata una cellula, osservò René Thom, che un organismo. Un atomo che una sedia.
Lo scienziato eccepisce che se anche la semplicità dell'invisibile non è così semplice è pur essa soltanto che ci consente di capire il visibile. Dal lato biologico che mi compete debbo dire che non è per nulla così. «Più ci si avvicina al livello molecolare - ha scritto R.E. Dickerson - nello studio degli organismi viventi, più simili questi appaiono e meno importanti divengono le differenze fra, per esempio, una vongola e un cavallo». In altre parole, in termini di submicroscopia biologica non sappiamo spiegarci perché una vongola è una vongola e un cavallo è un cavallo.
La scienza del submicroscopico ci ha presentato un mondo differente da quello dell’esperienza e della logica comune, un mondo insensato, capovolto e folle, veramente un «altro mondo», che ha perso contatto con questo mondo, più di quanto la dantesca realtà ultramondana si sia allontanata dalla vita terrena. L'uomo scienziato, per citare una famosa espressione di Jacques Monod (1969), si trova ai margini di un universo «sordo alla sua musica, indifferente alle sue speranze, alle sue sofferenze, ai suoi crimini».
Il futuro, caro Boncinelli, non è nell'atomismo o nel riduzionismo, le microspiegazioni stanno facendo il loro tempo. Sta riprendendo corpo la tendenza verso le macrospiegazioni, verso lo studio della totalità strutturata, quale la formulò Hans Driesch (1867-1941). La forma organica non è un prodotto laterale (e pletorico) di un contesto microscopico, ma una realtà autonoma, che tende verso se stessa e si ripete nelle generazioni. Secondo lo zoologo Adolf Portmann (1960) l'«aspetto esteriore» non è un optional, ma è ciò che dà significato all'animale e lo presenta al mondo. L'olandese Buytendijk chiama questa proprietà «valore esibito dell'esistenza» e Portmann usa il termine di Darstellungswert (valore di presentazione). «La proprietà più significativa delle forme organiche - scrive - è quella di rendere manifesta, nel linguaggio dei sensi, la peculiare natura dei singoli esseri viventi».
La verità è oggi considerata come un derivato (statistico) della realtà, una sua «iperbole», scrive Vittorio. Dante e il suo tempo seguivano il processo inverso.
« La realtà non era che una delle possibili manifestazioni simboliche, grazie alle quali l'uomo può intravedere, presentire, la Verità. Verità che è, in eterno, presente in Dio ». La nuova scienza della morfologia, come espressione di archetipi costanti, è uno dei capitoli più affascinanti della biologia moderna, al di là delle inadeguate letture molecolari. «Ogni forma propria - ha scritto René Thom - aspira all’esistenza e attrae il fronte d'onda degli esseri».
Dante è grande per le «verità» che intravede, offre all'esistenza e compone in leggi nel ritmo dei versi e nella cadenza delle rime. Parafrasando quel che V.I. Verdansky dice in merito alla «noosfera» (la sfera del pensiero), si può dire che la Commedia «è un nuovo fenomeno geologico sul nostro pianeta».

(*) Biologo

ancora lettere ad Augias sull'elettrochoc
«gli specialisti in maggioranza si esprimono a favore»...

una segnalazione di "Dicta" Cavanna

Repubblica 28.5.04
Malattia mentale, i pro e i contro dell´elettrochoc
di CORRADO AUGIAS


Gentile dottor Augias, sono una psichiatra, conosco le difficoltà delle famiglie con un malato mentale in casa, sono convinta che si potrebbe fare di più. Un collega ha descritto giorni fa la pratica dell'elettrochoc in termini che non corrispondono alla realtà o almeno alla realtà che io ho conosciuto e nella quale mi sono formata.
Ho assistito a un certo numero di terapie elettroconvulsivanti, effettuate tutte con anestesia generale eseguita solo dopo che la visita anestesiologica, gli esami ematochimici e strumentali avevano escluso la presenza di controindicazioni somatiche e se il paziente aveva firmato, senza costrizione, il consenso. Inoltre, durante l'applicazione era presente, oltre allo psichiatra specialista in elettrochoc, un anestesista rianimatore con l'attrezzatura utile a una pronta rianimazione se necessaria.
Quella terapia resta, se correttamente utilizzata, un rimedio importante ed efficace in certe patologie psichiatriche gravi, ha come obiettivo il bene del paziente ed il miglioramento della sua qualità di vita, non va demonizzata.
Stefania Sartini
Dipartimento Salute Mentale, Lucca


Gentile dottor Augias, sono un neuropsichiatra con 40 anni di esperienza ospedaliera e 50 di esperienza professionale, allievo di Ugo Cerletti, inventore dell'elettrochoc. Il collega di Lecce, intervenuto giorni fa, non è informato correttamente.
In sintesi: la terapia elettroconvulsiva (termine che da anni in dottrina ha sostituito quello primitivo di elettrochoc) è praticata in tutto il mondo (elettroconvulsive therapy).
Fin dagli anni Cinquanta tale terapia viene praticata in una anestesia che sopprime la fase convulsiva e altri effetti collaterali, che sono stati molto enfatizzati. Attualmente la tecnica è progredita e nelle apparecchiature moderne per l'elettroconvulsione sono monitorate tutte le funzioni biologiche.
Di tali apparecchiature si sono fornite varie strutture della sanità pubblica. Negli anni le indicazioni si sono progressivamente ridotte agli stati depressivi resistenti ad altri trattamenti.
Carmine D'Angelo
Primario Ospedale psichiatrico S. Maria della Pietà, Roma


La discussione sulla terapia delle malattie mentali ha suscitato moltissimi interventi che in questa sede ho potuto pubblicare soltanto parzialmente e per stralcio. La maggior parte delle risposte, tutte di specialisti, sono state in favore della terapia elettroconvulsivante (elettrochoc) che oggi, si assicura, può essere eseguita in condizioni incomparabili con quelle primitive di una volta.
Alcuni però, tra questi il dottor Alessandro Pratelli, psicologo clinico (uuulan@libero.it) che opera in un Crt del milanese, si dicono convinti che la vera terapia consista nel mettere il malato in condizione di frequentare "i luoghi dove si vive la vita vera: nel mondo del lavoro, nelle case, nei luoghi ricreativi".
Non ho titoli per intervenire in una discussione che è non solo delicatissima ma altamente specialistica. Come tante altre persone comuni so soltanto che la situazione di molti malati mentali, e delle loro famiglie, è intollerabile e che qualche rimedio che non sia la precarietà o l'eroismo di pochi andrebbe trovato. Prima che le cronache debbano registrare altri lutti.

la Federazione europea di psicoanalisi...

una segnalazione di Alessio Ancillai

Corriere della Sera 28.5.04
ELZEVIRO L’uso pubblico della scienza
La storia sul lettino dello psicoanalista
di EMMA FATTORINI


Out reach, come raggiungere l'esterno. Con questa efficace definizione la Federazione europea di psicoanalisi esprime il bisogno di «arrivare» ai grandi problemi contemporanei. Nella sua storia la psicoanalisi ha preferito non esprimere giudizi morali, se non di fronte a eventi eccezionali: la Shoah, le guerre mondiali, l'atomica. E solo se incalzata dall’esterno, come quando fu chiesto a Freud un giudizio sulla guerra. Nella seconda metà del Novecento, poi, si è esposta solo in casi circoscritti. Quando, ad esempio, gli psicoanalisti argentini si chiesero se fosse legittimo prendere in analisi un torturatore e decisero per il no.
Uno statuto disciplinare fortemente ancorato ai propri codici interni, una necessaria autodifesa per non diventare l'ennesima ideologia del Novecento, l'orgogliosa rivendicazione di non avere altra morale se non il rispetto rigoroso del setting e del transfert, i pericoli di mettere la storia sul lettino: tutto ciò ha portato la psicoanalisi a diffidare saggiamente di un suo possibile «uso pubblico».
Ora, una rinnovata sensibilità sembra spingere la psicoanalisi verso l'esterno, fuori da quella sorta di autoreferenzialità che stava rischiando di opacizzarla, come se fosse ormai impossibile anche per questa disciplina non interrogarsi sul piano etico generale e non solo individuale.
In primo luogo la bioetica. Qui la psicoanalisi sembra ripartire dal cuore del problema: come è cambiata l'identità della persona, che cosa ne definisce la maturità? Essa non sarebbe più determinata dal grado di coerenza e misurata in termini di forza dell'Io. Nell'ultimo numero della rivista di studi psicoanalitici Richard e Piggle , dedicato al tema «Nascere nell’era delle biotecnologie», che è stata presentato nei giorni scorsi a Roma presso la Fondazione Olivetti, la psicoanalista Paola Marion ha parlato della «fine di uno schema identitario rigido» che deve essere elaborato in una nuova coscienza sociale.
Il pensiero cattolico vede in questa identità debole e plurima una delle cause del relativismo etico, mentre un certo pensiero filosofico la fonte di una predominanza della tecnica che ci sovrasta e non possiamo controllare. Da sponde diverse si vede nello sviluppo della tecnica un esito catastrofico.
Nuovi campi nell’ambito delle neuroscienze, con importanti scoperte circa le funzioni del cervello, vengono in soccorso della tecnica. Ad esempio a proposito delle afasie o dell'amnesia infantile. Se ne parla in un libro affascinante: La babele dell'inconscio. Lingua madre e lingue straniere nella dimensione psicoanalitica , Cortina editore. Scritto da tre studiosi che hanno vissuto nella loro biografia una sorta di plurilinguismo, emblematico della cultura cosmopolita della generazione intermedia di psicoanalisti: J. Amati Mehler, Simona Argentieri e Jorge Canestri.
Un lavoro pionieristico e originale, per la rara capacità di riunire dati derivati dalla esperienza clinica, su pazienti plurilingui, per approdare alle relazioni tra memoria, ricordo e conoscenza. Un intreccio che dalla struttura linguistica illumina i cambiamenti dell'inconscio.
I segni di un nuovo occhio analitico sul mondo si stanno moltiplicando anche ai livelli alti della ricerca. Per giugno la società di psicoanalisi tedesca, particolarmente sensibile al tema della violenza, ha organizzato una conferenza sui rapporti tra psicoanalisi e terrorismo. La International Psychoanalytic Library pubblica ora una interessante ricerca su Psychoanalytic Insights on Terror and Terrorism di Sverre Vorvien e Varnik D. Volkan.
Anche in Italia è uscito un libro sulla violenza: Traumi di guerra. Un’esperienza psicoanalitica in Bosnia-Erzegovina (Manni editore). Si tratta del lavoro di quattro psicoterapeute di Bologna, che dal 1994 al 2000 hanno aiutato le loro colleghe bosniache nella cura dei sopravvissuti. A guerra finita, quando la pace arriva e la desolazione continua, non si sa più in cosa sperare e allora la depressione diventa totale, spiega una delle psicoanaliste, Maria Chiara Risoldi. Come intervenire, quali strumenti fornire a operatori, soldati in missione di pace, volontari? Non già una denuncia della psicoanalisi contro la guerra, ma un vero lavoro «sul campo», in cui il coinvolgimento professionale ha un preciso contenuto etico.
La violenza della guerra e i suoi traumi, già analizzati da Freud, sono stati oggetto di studi interessantissimi a proposito del primo conflitto mondiale. Le modifiche della personalità durante la logorante vita di trincea sono assurte a metafora dei cambiamenti delle strutture mentali nella modernità.
L' Unheimlich, tutto ciò che è strano, bizzarro, sconosciuto. Quella «terra di nessuno», tra una trincea e l'altra. Il nemico non più solo come l'altro minaccioso, ma come presenza invisibile e sconosciuta: il sapere che c'è, senza riuscire a identificarlo. Una sensazione di smarrimento di sé prima ancora che di paura reale. Quanto di questo disorientamento è contenuto oggi nell'imprevedibilità disarmante della violenza terrorista? Una pista di ricerca fondamentale oggi: la paura di un nemico che può essere dappertutto e non si vede mai.

lo junghiano Hillman, Hopper e le finestre
«la guerra ha le sue radici nel cosmo» (sic!)

Hillman: "Vi spiego le sue finestre"
intervista con il pensatore junghiano

Proprio in questi giorni la Tate Modern di Londra gli dedica una grande antologica
Il celebre analista terrà oggi a Roma una conferenza sul popolare pittore americano
di LEONETTA BENTIVOGLIO


Firenze. Oggi alle 18, nella Facoltà di Architettura a Valle Giulia di Roma, in un incontro che, considerata la sua fama stellare, è facile prevedere acclamatissimo, James Hillman, il pensatore junghiano più carismatico e abilmente mediatico del nostro tempo, terrà una lecture dal titolo misterioso e bellissimo, semplicemente: Finestre. Sottotitolo: Gli occhi dell´immaginazione architettonica - Con speciale riferimento ad Edward Hopper. Ed è con magistrale quanto inconsapevole tempismo che la conferenza combacia quasi alla perfezione con l´apertura (avvenuta ieri) dell´antologica che la Tate Modern di Londra dedica a Edward Hopper, presentandola come la massima retrospettiva mai realizzata in Europa sul lavoro dell´artista americano. Potente portavoce dell´immaginario occidentale, capace di influenzare il cinema, la letteratura e la cultura popolare con i suoi affreschi nitidi e struggenti, i suoi interni raggelati in sospensioni metafisiche, la tragica quotidianità dei suoi personaggi, Hopper è un tema d´inesauribile forza evocativa. E un soggetto ideale per uno studioso come Hillman, esploratore accanito, da oltre un cinquantennio (è nato nel ´26, ad Atlantic City, e ha iniziato la sua attività come terapeuta, prima di conquistare un successo planetario con testi come Il codice dell´anima, Puer Aeternus, La forza del carattere, e Il sogno e il mondo infero), dei miti su cui poggia l´inconscio collettivo.
«La mia lecture sulle finestre e su Hopper è soprattutto un messaggio per gli architetti», premette Hillman, accomodato con placida esultanza sulla terrazza fiorita di un albergo di Firenze, dove, prima di giungere a Roma, ha accompagnato la moglie Margot McLean, giovane signora delicata e avvenente che dipinge come per contrasto serie inquietanti di uccelli aguzzi come lame, esposte in questi giorni, insieme alle opere di un´altra pittrice americana, Sandy Gellis, in due spazi fiorentini, "La Specola" al Museo di Storia Naturale e la Galleria Falteri. «Oggi gli architetti», prosegue Hillman, «devono osservare la pittura, da cui possono imparare molto. Come Hopper sapeva bene, la finestra è il focus, l´anima dell´edificio, il suo sguardo all´interno. E´ all´importanza di questo sguardo e ai valori psicologici del disegno che vanno ricondotti gli architetti, i quali, negli anni del postmodernismo, hanno perso profondità. Da qui l´enfasi data alla facciata, all´edificio considerato solo dall´esterno: dentro e dietro la facciata, il vuoto del nichilismo». E aggiunge che quello dell´architettura «è un mio interesse coltivato da tempo, da appassionato amateur», come dimostra il libro L´anima dei luoghi, che esce in questi giorni pubblicato da Rizzoli (152 pagg, 14 euro), e che è composto, oltre che dal saggio di Hillman che dà il titolo al volume, da una sua lunga conversazione con l´architetto Carlo Truppi.
Professor Hillman, torniamo sul soggetto della sua conferenza: le finestre, e il loro ruolo nei quadri di Hopper.
«Voglio concentrarmi sul senso decisivo in pittura, ma anche nel cinema, della funzione della finestra per l´immaginario. Il mostro arriva dalla finestra, il buio della notte pulsa oltre la finestra, la strada corre fuori dalla finestra, c´è una donna affacciata alla finestra. Hopper era un genio delle finestre, guardate da dentro e da fuori, intese sia come veicolo di libertà che come sentimento di nostalgia dell´interno. Geni delle finestre, in questo senso, erano anche Rembrandt, Vermeer e tutti i pittori più grandi. Nelle stanze di Bonnard, negli interni di Matisse, in molti quadri di Picasso, ovunque ci sia una storia, da qualche parte c´è anche una finestra. Che è esperienza dell´anima, apertura sull´interiorità. Per il pittore non è una scelta razionale: c´è un sentimento che lo guida al di là. Se manca l´al di là - e in tutto ciò che è nichilista manca - la finestra è solo una banale costruzione per la luce e l´aria. La finestra guarda in, verso l´interno, come una porta d´accesso all´anima. In è senza dubbio la parola chiave in analisi: è la direzione del movimento psicologico, è la posizione privilegiata dei valori dell´anima».
Può spiegare la grandezza specifica di Hopper?
«La sua arte si fonda sulla psiche umana e sull´architettura. I suoi avventori solitari, gli ambienti immersi nel silenzio, le scene come viste nel distacco di una lastra di cristallo, tutto nei suoi quadri vive in stanze, automobili, uffici, scompartimenti di treno, motel, desolati bar notturni? Non c´è pittura en plein air come nell´impressionismo francese, né la vitalità dei paesaggi esterni di Van Gogh, dove l´architettura è presente solo nel quadro La camera da letto, col suo inusuale impiego della prospettiva e la deformazione della stanza. Hopper, piuttosto, è un interprete profondo delle relazioni umane, e mostra il potere che ha su di esse l´architettura. Egli sa quanto l´anima dell´edificio influisca sull´anima delle persone. Spesso c´è esagerazione nelle sue finestre: troppo vetro, dimensioni enormi, sproporzioni evidenti tra la struttura della finestra e gli individui. Spesso la luce è tremenda, smisurata. Spesso la morte può parlarci attraverso il mistero delle sue strade e i suoi blocchi di edifici con finestre chiuse o nere, come sguardi serrati sull´anima. Per questo non c´è realismo in Hopper, sebbene le sue scene siano intensamente reali».
Perché, secondo lei, è sempre stato un pittore tanto popolare?
«Perché c´è familiarità nelle sue immagini. Perché è diretto e esplicito nel presentare situazioni. Perché la sua pittura ha la virtù della sincerità. Perché sa offrirci la creazione di un mondo, non la sua registrazione. Tutto ciò che ci mostra è pervaso di memoria e simpatia, e al tempo stesso di distanza e imperativi formali».
Nel suo nuovo saggio L´anima dei luoghi lei denuncia la perdita di ogni nostra reazione all´estetica, con l´esito di una sorta di anestesia generalizzata nei confronti dell´immagine. Crede che sia possibile un recupero?
«È difficile uscirne. L´anestesia domina la nostra vita: in senso farmacologico, innanzitutto. Si prende una pillola appena si avverte il dolore, a volte persino per prevenirlo. Anche i rumori, tremendi ovunque, ci anestetizzano, come le luci: non sappiamo più cos´è l´oscurità totale. Dov´è possibile trovarla? Il gusto, poi, è appannatissimo dagli eccessi di uso di sale e zucchero nel cibo. E c´è l´anestesia psicologica, che è una difesa naturale: se si è troppo sensibili psicologicamente, in questo nostro mondo bombardato da sollecitazioni si rischia la follia. Per difendersi è necessario chiudere i sensi e l´immaginazione. Per questo solo le immagini delle torture in Iraq potevano darci la consapevolezza della guerra».
Prima non ne eravamo consapevoli?
«Non veramente. La guerra in Iraq è spaventosa in senso morale, politico e fisico, ma solo la crudezza patologica di quelle immagini poteva indurci a prenderne coscienza. Come sapeva Goya (ancora un pittore!), e come ha dimostrato il filosofo francese Gaston Bachelard, l´immagine, per penetrare la mente e smuovere emozioni, deve essere contorta e paradossale, di horror assoluto. La guerra è stata orribile fin dal primo giorno, ma prima di quelle immagini era per noi un concetto astratto. Per questo in America non si parla dei 5000 feriti della guerra. Si parla invece degli 800 morti, perché la morte, in quanto metafisica, non ci colpisce. Le ferite invece sono fisicissime: ustioni, occhi accecati, volti mutilati, arti tagliati? Impossibile sostenerne la visione. Come nel caso delle torture. Non quelle che riguardano la sfera della sessualità, mai scioccante, data la quantità di pornografia e fantasia orgiastica in cui è immersa la nostra civiltà. Le torture intollerabili da vedere sono quelli in cui compaiono cani, fili elettrici?».
Ed è di guerra che parla anche il suo nuovo libro.
«S´intitola A Terrible Love of War, è appena uscito in America e in Italia sarà presto pubblicato da Adelphi. È un saggio di natura fenomenologica fondato sull´idea che la guerra ha le sue radici nel cosmo, nel senso che, al contrario della pace, è ontologicamente fondamentale. Da Eraclito a Thomas Hobbes e a Kant, non è un´idea nuova. Ma torno a esplorarla in modo pieno e profondo, partendo da un´indagine sui miti e le divinità pagane. È un libro a cui pensavo da vent´anni».

un nuovo archivio per la storia delle donne
ma in chiave teologica!?

Repubblica ed di Napoli 28.5.04
Nasce la Fondazione Valerio: "Un archivio della cultura femminile"
Tutte le donne dietro la Storia
di ROSA VISCARDI


Far emergere e valorizzare il pensiero e le azioni delle donne evidenziando la presenza femminile nel cammino delle società attraverso la ricerca, la conservazione, la pubblicazione di fonti e documenti relativi alla loro storia, a cominciare da quanto è custodito negli archivi e nelle biblioteche del Mezzogiorno. Questo si prefigge la "Fondazione Pasquale Valerio per la Storia delle Donne", che s´inaugura oggi sotto il patrocinio dell´Università Federico II.
Ideatrice e promotrice del progetto è la storica e teologa Adriana Valerio, che nell´ateneo fredericiano insegna Storia del Cristianesimo e delle Chiese. «Ho pensato che creare una fondazione - di cui sarà presidentessa a vita, sottolinea con un sorriso - potesse garantirmi una certa libertà di manovra. Troppo spesso le istituzioni, nonostante le ottime intenzioni dei loro rappresentanti, finiscono per risultare poco fattive». E se la professoressa rifugge qualcosa è la mancanza di concretezza. La sua fondazione, infatti, è nata nel giugno del 2003. «Ma non ho voluto inaugurarla subito - puntualizza - per evitare di fare semplici dichiarazioni programmatiche e poi, magari, farle cadere nel nulla». Così oggi, assieme alla Fondazione, verrà presentato anche il primo volume dell´"Archivio per la Storia delle Donne", che ricopre una sua specificità nella pubblicazione esclusiva del pensiero al femminile.
«Mancava, nell´ambito degli studi di genere - spiega Adriana Valerio - uno strumento che desse integralmente conto di fonti inedite e aperte a molteplici letture. Il confronto con testi redatti nel volgare usato da donne di media cultura, ad esempio, può tornare particolarmente utile, oltre che agli storici e ai teologi, pure agli storici della lingua».
L´appuntamento è alle 17,30 nella chiesa dei santi Marcellino e Festo, in largo San Marcellino 10. Dopo il saluto del sindaco Rosa Russo Iervolino, interventi del rettore della Federico II Guido Trombetti, del presidente del polo delle Scienze umane e sociali Giuseppe Cantillo, del preside della Facoltà di Lettere e Filosofia Antonio Nazzaro, del direttore del dipartimento di Discipline storiche Giovanni Muto. Poi gli storici Giuseppe Galasso, Irmtraud Fischer e Roberto Rusconi presenteranno il primo tomo dell´"Archivio per la Storia delle Donne", edito da D´Auria. Alle 19 un concerto dell´Alma Mahler Sinfonietta, diretta da Stefania Rinaldi. In programma brani di compositrici otto e novecentesche come Henriette Bosmans, Alma Mahler, Teresa Procaccini, Clara Schumann.
Direttrice dal 1999 al 2001 all´Istituto Suor Orsola Benincasa del centro Adelaide Pignatelli per gli studi storico-religiosi e attuale presidentessa - la prima italiana in vent´anni - dell´European Society of Women for Theological Research, in qualità di consigliera nella consulta femminile della Regione Campania la Valerio ha avviato il progetto Dracma per la valorizzazione del patrimonio archivistico partenopeo. Ha ben chiare, perciò, le condizioni in cui si trova a operare. «In altre parti d´Italia, da Firenze a Roma a Milano, sono attivate da tempo innumerevoli iniziative per dare risalto ai materiali conservati negli archivi e nelle biblioteche locali. A Napoli questo spirito manca. Anche per carenze strutturali, inutile negarlo. Ma il valore documentario delle fonti è straordinario e la storia della città merita migliore considerazione».
Adriana Valerio immagina adesso, per la città e per la Regione, un «archivio della memoria che dia visibilità e considerazione della cultura e della tradizione laica e religiosa femminile». Varrà la pena cogliere l´occasione, o quello che è forse un segno del destino. «La Campania, al momento, ha la fortuna di avere cinque direttrici degli archivi - Napoli, Salerno, Benevento, Caserta, Avellino - e una sovrintendente ai beni archivistici: ben sei donne. Munite, in quanto tali, della sensibilità necessaria a tenere nella giusta considerazione il patrimonio di cui sono responsabili che, di norma, non lascia emergere la presenza femminile».
Sintomatici di tale "norma" i risultati cui hanno portato le ricerche condotte, nell´ambito del progetto Dracma, in collaborazione con l´Archivio di Stato, sull´anno giudiziario 1930. «Le schede d´archivio registrano di norma, appunto, il nome di chi compie un delitto e il suo movente. Compilando una nuova scheda, attenta anche al coinvolgimento femminile nel caso, abbiamo aggiunto un´altra voce: chi il delitto lo subisce. In questo modo, nei fatti di sangue, abbiamo potuto rilevare il coinvolgimento sia maschile sia femminile. Spesse volte, come sappiamo, le donne subiscono il delitto. Eppure la loro presenza non appare se non svolgendo la ricerca in maniera da porre determinate domande agli incartamenti».
Deriva da questa esperienza il progetto d´inventariare il patrimonio degli archivi con schede strutturate in maniera da rintracciare la presenza femminile anche laddove sembrerebbe non esistere. Il Fondo Doria della Biblioteca Nazionale, ad esempio. «Fondo indubbiamente maschile, eppure ricchissimo di documentazione femminile. Perché il Doria, molto interessato alla dimensione del viaggio, lo era altrettanto, di conseguenza, alle figure delle viaggiatrici».
È sufficiente, insomma, interrogare nel modo giusto le fonti disponibili per mettere in luce, anche dove sembrerebbe non essercene traccia alcuna, un vissuto al femminile. Sia pure di riflesso e in subordinazione al vissuto maschile. «Personalmente, da teologa, ho studiato i fondi dei processi relativi al clero, quindi apparentemente lontanissimi dalla componente femminile. E invece riguardanti, per lo più, violenze carnali o casi di concubinato. A ben vedere, quindi, relativi non agli uomini, bensì agli uomini in rapporto alle donne. O meglio, all´annoso problema della convivenza tra uomini e donne».
Non è casuale che la Fondazione Valerio sia intitolata al padre di Adriana, Pasquale, studioso di Dante e di mistica cristiana. Scelta precisa, meditata, dal duplice significato. «Innanzitutto è una Fondazione di famiglia, dedicata dai suoi cinque figli a un padre perso troppo presto. Poi, portando il nome di un uomo e interessandosi alle donne, sarà chiaro che non si tratta di un´iniziativa fatta esclusivamente dalle donne e per le donne, che vuole essere un luogo d´incontro e non di separazione. Nel comitato scientifico, ovviamente, ci sono degli uomini. Per secoli abbiamo studiato la cultura maschile, è tempo che loro studino la nostra. Deve essere un processo reciproco, improntato all´arricchimento culturale. La ghettizzazione di genere va superata anche in ambito accademico, dove purtroppo, a tutt´oggi, prospera».
La sede della Fondazione è a Palazzo Pignatelli, in Calata Trinità Maggiore. «Non poteva essere diversamente. Napoli è la città dove vivo, dove insegno e dove la mia famiglia - bisnonno garibaldino, nonno medico dei Pompieri, zia tra le primissime italiane laureate - è da sempre radicata». Ma il respiro dell´iniziativa è internazionale. «È già stata stipulata una convenzione con l´Università Teologica di Salamanca per una ricerca sugli archivi spagnoli, arriveranno altri accordi con le accademie europee, probabilmente apriremo una sede a Ginevra. La cultura napoletana non merita il provincialismo»