sabato 13 settembre 2003

***l'Espresso n. 38, in edicola: l'intervista a Marco Bellocchio

(ricevuto da Tonino Scrimenti - **Tonino** http://www.clochard.net)

Buongiorno Marco
II successo di oggi. L'isolamento di ieri. Militanza politica e psicoanalisi.
Autoritratto di regista contro. Che finalmente ha conquistato il pubblico
colloquio con Marco Bellocchio di Alessandra Mammì


Marco Bellocchio ha vinto. Ha vinto tutto, tranne il Leone d'Oro. Ha vinto a Venezia travolto dalla commozione del pubblico e dalla standing ovation di giornalisti di tutto il mondo in conferenza stampa (cosa mai vista). Ha vinto in sala mordendo ai fianchi con le sue 170 copie di "Buongiorno, notte", l'incredibile "Hulk" che di copie, come si conviene a un colosso, ne aveva in giro almeno 400. Ha vinto conquistando anche chi ai tempi del sequestro Moro non era neanche nato e che al Lido gli ha regalato tutti e tre i premi delle giurie giovani. Ma soprattutto ha vinto su se stesso e sulla sua vocazione di regista stimato, ma isolato, appartato e complesso, denso e contraddittorio. Un autore di nicchia, insomma. «Un regista che ha scelto la strada più difficile priva di soddisfazioni spettacolari. Un cinema marginale rispetto ai circuiti commerciali, ma centrale rispetto ai rapporti fra gli uomini. Un cinema della penombra». Anno 1997: si chiude così il saggio di Sandro Bernardi nel "Castorino". Ma ora, superato il millennio, il biografo è smentito e il regista della penombra è accecato dalle luci dei riflettori.
Ecco raccontata da lui stesso, storia e trasformazione di un uomo che a sessant'anni si è rivelato al grande pubblico, è in piena e nuova giovinezza creativa e soprattutto non ha tradito né rinnegato niente del suo percorso.

Signor Bellocchio, che lei non vinca un festival non è una novità, ma le calche davanti alle sale per vedere un suo film non si erano mai viste.Come sta vivendo questa consacrazione?
« E' vero, non ho mai vinto un festival. E se non ho vinto neanche questo, credo la spiegazione più semplice sia che ai giurati il film non è piaciuto. Al momento delle giustificazioni o delle condoglianze mi è stato detto che era troppo italiano e difficile per i giurati stranieri. Strano, perché il film ora è invitato al Festival di Toronto, poi a New York e Londra».

La sta premiando il pubblico. Come lo spiega?
«In molti si avvicinano dicendomi che hanno pianto. Mi stupisce, non era nelle mie intenzioni farli piangere. Questa non è una love story. Un ex operaio di 55 anni ora sindacalista, mi ha detto che allora, all'annuncio del sequestro in fabbrica scoppiò un applauso. Ma ora vedendo il mio film non riusciva a trattenere le lacrime. Certamente la generazione nel fuoco è quella dei quaranta, cinquantenni. La loro commozione è comprensibile. Mi è più difficile invece spiegare l'entusiasmo dei giovani. Forse hanno capito che questo non è solo un film politico. È un film sull'assassinio di un padre. Ed è un film che dice come la separazione da un padre non passi attraverso il parricidio. Bisogna trovar la forza di riconoscerne l'esistenza per poi prendere la propria strada».

Oggi "Buongiorno, notte", all'inizio "I pugni in tasca". Di questo si è detto che è un film liberatorio, dell'altro che prefigurò il '68. Che rapporto c'è per lei tra i due film?
«Nei "Pugni intasca" il padre è assente e la liberazione è sinistramente accompagnata dalla necessità di assassinare la madre e il fratello. C'è la provocazione, la necessità di distruggere. Il film è dei '65 e fu detto che prefigurò il '68. Ma agli inizi quello fu un movimento pacifico, di resistenza passiva con i poliziotti che trascinavano via studenti inermi. Probabilmente anche allora l'interpretazione fu troppo politica. In "Buongiorno, notte" il padre è tornato, è presente, ha capacità umana. Liberatorio è riprendere la figura del padre, farla ricomparire per poi separarsene».

Ma a parte le spiegazioni politiche o psicoanalitiche, resta il fatto che lei è cambiato. È diventato più generoso verso il pubblico.
«Sento di avere raggiunto una maggiore libertà. Ho seguito delle immagini, più che delle tesi. Quando mi è stato chiesto di fare il film ho avuto dei dubbi. Ho capito che potevo farlo solo quando ho cominciato a vedere dei movimenti in un appartamento. Questa costruzione di immagini è una leggerezza conquistata a partire dalla "Balia"».

Non si riconosce più nella definizione di regista duro, contorto e difficile?
«Guardando all'indietro nel mio lavoro, trovo periodi intermittenti. Periodi di successo e periodi di crisi. Fu un successo "La Cina è vicina", ma poi arriva "Nel nome del padre", che pure amo molto, ma che è un film difficile, ideologico. Fu un successo "Marcia trionfale", ma poi mi sono appartato con il "Gabbiano" e il "Salto nel vuoto". Con "Gli occhi, la bocca" ho fatto addirittura un passo falso».

Perché un passo falso?
«Era un film doloroso, parlava del suicidio di mio fratello gemello. Non avrei mai dovuto riprendere il protagonista dei "Pugni in tasca" Lou Castel, anche se è un ottimo attore e ottima persona. "I pugni in tasca" bisognava lasciarlo dov'era. Aveva ragione Vincenzo Cerami che firmò la sceneggiatura del film. Lui voleva per quel ruolo Benigni a Troisi. Voleva introdurre un elemento grottesco in tanta tragedia. Ma io ero troppo coinvolto e ho fatto male a non dargli retta».

Isolato, appartato. Eppure lei ha avuto momenti di militanza politica, ha partecipato ai "Quaderni Piacentini" ha firmato con Silvano Agosti film militanti come "Matti da slegare".
«Sempre a modo mio. Il rapporto con i "Quaderni" e con mio fratello più grande Piergiorgio è stato fondamentale per la mia formazione culturale. Andavo alle loro riunioni, ero amico di Grazia Cherchi e Goffredo Fofi, vivevo con loro. Ma la mossa diversa è stata quella di allontanarmi dal Nord e trasferirmi a Roma. La cosa non fu vista bene. Allora Roma era guardata con sospetto dall'inattaccabile moralismo dei "Quaderni" che non perdonava neanche a Pasolini di scrivere sul "Corriere della Sera", "il giornale dei Padroni". Roma era luogo di intellettuali troppo compromessi con il potere. Per me fu invece un momento di apertura. Mi ero iscritto al Centro Sperimentale avevo rapporti con registi internazionali, ero nel mezzo di una realtà in movimento. Ma anche lì finii per trovarmi in qualche modo isolato».

Come mai?
«C'era un grande entusiasmo per la Nouvelle Vague. Godard era un nume. Ricordo che Bernardo Bertolucci confessò di essersi addirittura sentito male per l'emozione quando lo incontrò. Io a Godard ho sempre preferito Bresson. Guardavo con ammirazione il più classico cinema francese, il realismo americano, Antonioni e Visconti».

E "I pugni in tasca" come arriva?
«Ero appunto isolato e lasciai Roma per Londra. Ma anche lì vivevo a modo mio. C'erano i Beatles e i Rolling Stones? Non me ne sono neanche accorto. Andavo all'Albert Hall e ricordo un concerto di un giovanissimo Pollini. Tornato in Italia volevo a tutti i costi sapere chi fossi. Non volevo seguire la trafila di fare il terzo, secondo e poi primo assistente alla regia. Se ero un regista dovevo tare un film altrimenti tornare alla pittura, cambiare mestiere. Avevo scritto il film e cominciai a cercare i soldi. Naturalmente non li ho trovati. Chi nell'Italia anni Sessanta poteva finanziare un film che parlava dell'assassinio di un fratello e di una madre cieca? Chiesi aiuto a Piergiorgio, che disapprovava completamente il progetto, ma che per amor fraterno decise di sostenermi. Così l'ho autoprodotto: un po' di soldi di famiglia e un mutuo della Banca Commerciale ottenuto grazie a lui.

E fu un successo travolgente.
«Anche troppo. Il film esplose, fece il giro del mondo, e io ne fui completamente disorientato. In qualche modo ne uscii più appartato di prima. Non entrai né allora né mai nella grande famiglia del cinema italiano ed è troppo tardi per farlo adesso».

A isolarla ancora di più non ha contributo il suo rapporto con la psicoanalisi e Massimo Fagioli?
«Molti di quelli che parlano male di Fagioli non hanno mai letto i suoi libri. Io non rinnego l'eccezionalità di quella ricerca a cui oggi fanno riferimento psichiatri di tutto il mondo. Ai tempi del "Diavolo in corpo" si parlò di un Bellocchio sopraffatto da Fagioli. "L'espresso" mi dedicò addirittura una copertina dal titolo "II diavolo in testa". Se oggi sono quello che sono è anche grazie a un'esperienza che, come vedete, non mi ha né soffocato né distrutto».

A proposito del premio mancato, Bertolucci ha detto: «Siamo due vecchi elefanti feriti». Condivide?
«Bernardo parla così. È un poeta. Ma nell'aggettivo ferito sinceramente non mi riconosco. Mi ha commosso però la sua solidarietà. Vuol dire che ora abbiamo altre cose a cui pensare piuttosto che polemizzare fra noi ».

E il sostantivo elefante?
«Lo accetto. Ma solo nell'accezione di un animale molto, molto longevo»

un articolo di Livia Profeti

clorofilla.it 9.9.03
http://www.clorofilla.it/articolo.asp?articolo=3258
La ribellione riuscita di Marco Bellocchio
di Livia Profeti


Roma - Buongiorno, notte non ha vinto il Leone d'oro. Una sorpresa che ha fatto notizia e che ha suscitato un mare di polemiche addirittura bipartisan. Il film infatti, fenomeno quasi unico, aveva messo d'accordo un po' tutti riscuotendo uno straordinario successo sia di critica che di pubblico.

Questo successo però non ha minimamente scalfito i due componenti italiani in giuria, il presidente Mario Monicelli e l’attore Stefano Accorsi che hanno difeso il loro giudizio giustificandolo con il motivo in fondo più ovvio, ovvero che a loro il film non era poi piaciuto granché, anzi, secondo Monicelli, forse Bellocchio non meritava nemmeno il premio di quart’ordine che, a questo punto chissà perché, gli è stato assegnato.

Può anche darsi che Monicelli e Accorsi abbiano alle spalle un’esperienza e una cultura cinematografica di livello immensamente superiore a quella della stragrande maggioranza degli altri critici, e una sensibilità non comparabile con la gente comune che affolla le proiezioni del film. E’ possibile però un legittimo sospetto, ossia che, al contrario, i due giurati non siano stati affatto all’altezza del loro compito.

Cose che accadono in Italia, dove non si riesce a difendere l’industria cinematografica nostrana nemmeno quando effettivamente se lo merita, e forse non è il caso di meravigliarsene più di tanto, mentre è opportuno segnalare che Buongiorno, notte a Venezia è stato insignito di altri premi quali Cinemavvenire di Gillo Pontecorvo e Leoncino d’oro. Riconoscimenti che non sono proprio da buttar via, visto che sono assegnati da giurie di giovani cinefili.

I ragazzi, ben più dell’esperto presidente di giuria, sono stati in grado di cogliere l’importanza di questo film, di intuirne l’attualità “globale” che va ben oltre il fatto manifesto di occuparsi di una storia italiana di trenta anni fa, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse nel 1978. Il grande interesse del pubblico, l’apprezzamento dei giovani, l’appellativo di “capolavoro” da parte della critica spingono a cercare di comprendere il perché questa ultima fatica di Marco Bellocchio abbia raccolto così tanti e variegati consensi.

Curzio Maltese, su La Repubblica del 5 settembre in un articolo dal titolo Quando il cinema riscopre la memoria, sostiene che «nel bellissimo film di Bellocchio … non c’è nulla di quello che ci s’aspetta». Pochissimi o nulli i tentativi di ricostruzione dei fatti, nessun giudizio politico o morale, «eppure il film di Bellocchio è un fenomeno politico importante».

Secondo il famoso editorialista quell’evento del ’78 ha segnato una «cesura nella cultura italiana»: dall’impegno politico e civile di impronta neorealistica al ripiegamento intimista delle storie personali e private. Dopo di allora, se il cinema si è ancora occupato di storie “italiane”, lo ha fatto rappresentando situazioni sociali antecedenti a quegli anni, «quasi che nelle radici dell’Italia contemporanea fosse calata una nebbia o un tabù».

Anche la produzione di Bellocchio è esemplare da questo punto di vista: dalla fine degli anni Settanta, esplicitamente con Salto nel vuoto, «comincia un’altra vita artistica. La politica smette di essere il terreno di ricerca della libertà». Il regista simbolo del ’68 si mette alla ricerca di un altro tipo di libertà, ed oggi, dopo quasi trent’anni, torna a rappresentare un fatto politico e sociale cruciale della storia italiana, ma ora lui «non è certo più il regista de I pugni in tasca».

Il clima ambiguo dell’epoca, la perdita del rapporto con la realtà dei presunti rivoluzionari, sono resi senza la preoccupazione del «politicamente corretto» del film di M. T. Giordana, La meglio gioventù, «ma piuttosto con la dolorosa consapevolezza di chi l’ombra della follia l’ha sfiorata e sofferta, vista nascere e crescere nelle fabbriche, negli uffici, nel compagno di studi, moderna malapianta di un’antica ossessione religiosa».

Per Curzio Maltese questo film dice che il suo regista non ha dimenticato un passato, e nemmeno lo ripropone come se non fosse, appunto, “passato”, bensì lo ha dolorosamente elaborato e per questo può separarsene. Il ribelle per antonomasia del cinema italiano questa volta porta sullo schermo il rifiuto ad un destino politico e sociale che per età e storia pur gli apparterrebbe: il suicidio di una generazione che, come dice sorprendentemente nel film l’interprete dello statista Dc, era più religiosa dei cattolici moderni, perché martire come gli antichi cristiani, forse ancor di più.

Ma non solo. Nella carrellata finale sui volti dei politici dell’epoca e nella rappresentazione rituale di Paolo VI che dispensa la sua benedizione non ci sono dubbi: ben poche scene cinematografiche sono in grado di rappresentare tanta gelida freddezza e ipocrisia. Il regista rifiuta la schizofrenia di una lotta armata che ha perso il rapporto con la realtà sociale ma contemporaneamente non si è certo convertito, non si è venduto al potere. Rimane un ribelle, ma ha liberato Moro. Alla rivolta fallita di quella generazione Bellocchio risponde con una ribellione riuscita. Non uccidere colui che cristologicamente sin dall’inizio “doveva” morire significa compiere il «vero atto rivoluzionario» attraverso il quale la porta del passato «si è chiusa per sempre».

Da un diverso punto di vista il figlio dello statista Dc, Giovanni Moro, ha dichiarato che «questo è un caso in cui la creazione artistica è stata capace d’accrescere la conoscenza della realtà». E questo, a sorpresa, è accaduto pur senza riportare alcun fatto che più o meno già non si conoscesse. Un fatto artistico «accresce la conoscenza della realtà» e contemporaneamente è «un fenomeno politico importante». Arte, conoscenza, fenomeno politico, mai sinora le tre cose erano state insieme.

Stando ai commenti Bellocchio è riuscito a realizzare un film che, pur utilizzando gli strumenti rigorosamente artistici della fantasia e dell’immaginazione, riesce a fornire elementi di “verità” rispetto ad un determinato evento storico, ed in tal modo diventa un fenomeno politico, ovvero esso stesso un evento che incide sulla realtà. Cerchiamo di tentare una prima analisi di come ciò sia possibile. Innanzitutto il film, pur occupandosi di un evento realmente accaduto, non è fotografia dei fatti, della realtà storica più o meno presunta, ma tende a fornire una rappresentazione colma di “senso”, ovvero di ciò che è umanamente significativo e importante.

Le immagini girate dal regista e quelle “reali” di repertorio si susseguono quasi senza distinzione, in un sapiente e misterioso montaggio dove la realtà assume i contorni della fantasia e la fantasia sembra reale. I telegiornali, le interviste, i funerali di Moro, perdono il loro originario carattere fotografico per acquistare una qualità comunicativa diversa, quella tipica delle rappresentazioni artistiche.

Alle scene inconsce - i sogni della brigatista Chiara che inventano una storia diversa da come si svolsero i fatti - lo spettatore può lasciarsi andare senza paura di perdere il rapporto con la realtà. La fantasia del regista diventa generosa: comunica la possibilità di un suo movimento attivo e vitale che può sopravvivere alla violenza dei fatti, la sua possibilità di non rimanerne schiava. Chi assiste può non rimanere inchiodato ad un destino immodificabile. Può sperare.

E’ forse la speranza il «fenomeno politico importante» di cui parla Curzio Maltese? Non so. E’ certo però che questo film ci comunica in qualche modo che è possibile ribellarsi senza morire e senza uccidere, e potrebbe essere questo il significato “universale” che affascina i giovani che amano questo film anche se parla di un passato che storicamente non hanno vissuto.

Marco Bellocchio, fratello di una generazione ribelle sfociata nella follia e nel suicidio, secondo Curzio Maltese ha sfiorato quella stessa follia, ma l’ha scartata, alla ricerca di un altro tipo di libertà. Il regista, in un’altra intervista, ha dichiarato che all’epoca dei fatti «stava mettendo in discussione se stesso, passando dall’analisi individuale a quella collettiva».

Da un’analisi individuale a quella collettiva. L’aggettivo “collettiva” ci suggerisce un luogo in cui l’inconscio ha abbandonato il confessionale di freudiana memoria - dove riceveva l’assoluzione per i propri peccati intrapsichici - e si è esposto ad un’interpretazione pubblica, alla ricerca collettiva su se stesso e sui suoi rapporti con il mondo. Non cosciente che si libera dalla bugia che lo voleva chiuso in se stesso, da nascondere come il male di biblica memoria, e si rivela fondato sul rapporto: sociale, storico, politico, in una parola interumano.

Sarebbe interessante chiedere a Marco Bellocchio il significato di questa quasi trentennale esperienza per la sua «ricerca di libertà», evidentemente riuscita, o quanto eventualmente abbia influito sulla possibilità dimostrata in questo suo ultimo film di coniugare con tanta leggerezza pubblico e privato, storia sociale e storia personale (il film è dedicato al padre).

Al regista i complimenti per questo film bellissimo, a noi gli auguri che, come auspica Maltese, con esso si apra per il cinema italiano un «passaggio verso un futuro diverso» nel quale arte, conoscenza, affetti e politica possano stare finalmente insieme. Sarebbe veramente un importante fenomeno.(martedì 9 settembre 2003)

proteste interessate

L'Avvenire, quotidiano della CEI 13.9.03
IL CASO
Gli atei a caccia di moschee
Non solo la «piovra cattolica», ma anche il «calamaro islamico»... Il raduno anticlericale di Modena addita il suo nuovo nemico
di Roberto Beretta


Contro la «piovra vaticana», ma anche contro il «calamaro islamico». Evidentemente non gradiscono il fritto misto, gli atei italiani, però hanno il pregio di parlar chiaro: «Nel centro-nord del mondo la fanno da padroni i preti cristiani, nel sud-est del mondo l'egemonia è in mano ai preti islamici». E loro, salomonicamente, stanno contro gli uni e contro gli altri. Alla pari. Tuttavia l'11 settembre qualche effetto deve averlo avuto, nei gruppi di agnostici e d'anticlericali della Penisola, se domani a Modena - nell'annuale incontro del settore, organizzato dall'«Associazione per lo sbattezzo» di Fano - si terrà appunto un dibattito su «Movimenti ed anticlericalismo, assemblea sulla sudditanza/indipendenza dei movimenti radicali di massa nei confronti della piovra vaticana del nord-ovest e del calamaro islamico del sud-est». Ma allora gli atei dello Stivale hanno aperto il «secondo fronte»! Il nemico dichiarato non è più soltanto la Chiesa cattolica, col potere della sua gerarchia e l'odiato concordato, ma anche l'islam; non solo i cardinali, ma pure gli ayatollah... In effetti, sulla prima pagina dell'ultimo numero del pittoresco e militante foglio anticlericale Il peccato, campeggia una significativa vignetta: tre macigni schiacciano una malcapitata fedele in ginocchio; uno reca inciso il nome di Allah, il secondo quello di Dio e l'ultimo è intitolato a Jahvé. I macigni sono uguali: segno che per gli agnostici italiani i tre grandi monoteismi sono ormai bersagli della stessa grandezza? Risponde per prima Chiara Gazzola, presidente dell'«Associazione per lo sbattezzo»: «Il nostro gruppo esiste da vent'anni e certo agisce contro il potere della Chiesa cattolica, però anche verso i musulmani mantiene lo stesso atteggiamento. Attenti: noi non ce l'abbiamo con le religioni in sé, ma esprimiamo dissenso contro tutte le Chiese in quanto centri di potere; perciò un'attenzione nei confronti dell'islamismo l'abbiamo sempre avuta. Per anni, ad esempio, abbiamo gestito l'Osservatorio delle donne contro gli integralismi». Va be': ma siete più contro Al Qaeda, contro Saddam oppure contro Bush? «Siamo contro tutte le autorità. Certo, l'autoritarismo islamico è un grosso rischio, però mi sembra che la paura dell'avanzata musulmana in Occidente sia diffusa soprattutto dalla Chiesa, che ha timore di perdere l'egemonia». Intanto, però, gli anticlericali l'anno scorso si sono beccati minacce di querela da Adel Smith, l'esponente islamico che bandì in tv una crociata contro i crocifissi, per presunte offese rilevate nel loro sito Internet: «Smith aveva chiesto di venire da noi a parlare. Dipende - abbiamo risposto -; se al crocifisso vuole sostituire altri simboli, religiosi o anche atei, non siamo d'accordo». Anche Romano Oss, dell'Unione atei e agnostici razionalisti (Uaar), trova naturale la "svolta islamica" dei gruppi anticlericali: «È giusto che ci si opponga a tutte le confessioni, non solo ai cattolici. Infatti siamo contrari a qualunque integralismo, a ogni mescolanza tra Stato e religioni. Però per noi l'islam non rappresenta un particolare pericolo: crediamo infatti che la nostra organizzazione civile sia abbastanza solida per contrastare certi fondamentalismi». Chiarisce ancor meglio Giorgio Villella, che dell'Uaar è segretario: «No, non abbiamo paura dell'islam; anzi, secondo noi è meglio che in Italia ci siano più religioni forti, perché se non altro c'è più libertà per tutti e meno clericalismo, meno potere politico della Chiesa. Così si spezza il monopolio cattolico, che da noi ha già troppi privilegi». Quindi preferite Benladen ai vescovi? «In Benladen si sente ancora l'odio contro i crociati, perché le guerre moderne hanno una forte motivazione religiosa; e questo rafforza la nostra convinzione che sarebbe meglio se le religioni non avessero potere politico. Però, se abitassi in un Paese islamico, ce l'avrei moltissimo coi musulmani, perché il clericalismo islamico è molto superiore a quello della Chiesa oggi; i mullah sono indietro di 200 anni rispetto ai preti». Beh, è già qualcosa... Ma non vi sembra una contraddizione che gli anticlericali combattano l'islam, una delle poche religioni senza clero? «A me non pare. Anzi, mi sembra che nell'islam ci siano fior di ministri del culto professionisti», obietta Walter Siri, anche lui dell'«Associazione per lo sbattezzo». Ma vi fanno più paura gli ayatollah o i cardinali? «Allo stesso livello, entrambi sono espressioni di un totalitarismo filosofico e ideologico. Certo, ci sono forme più o meno sfumate di esprimerlo: e devo riconoscere che oggi la secolarizzazione ha condotto la Chiesa a più miti consigli. Però gli estremisti cattolici ci sono ancora». L'11 settembre ha cambiato qualcosa per gli atei? «Non certo il giudizio sulle religioni e in particolari sui cleri. Dell'islam cominciamo a occuparci oggi in maniera più precisa perché nel nostro Paese ci sono milioni di persone che provengono da quella cultura». Più per l'immigrazione che per il terrorismo, dunque... «Sì, il terrorismo è un confronto tra Stati rispetto al quale non siamo tifosi né dell'uno né dell'altro. Non siamo né con Bush, né con Saddam; ma neanche con Benladen». Ma davvero non c'è differenza tra islam e cattolici? Chi è il nemico più pericoloso? «I nemici sono tanti. Tutte le religioni monoteiste, essendo fortemente strutturate, sono pericolose per le società in cui si esprimono». E in Italia, adesso, temete più l'islam o i cattolici? «I cattolici. Soprattutto quelli di destra»

Marco Bellocchio a Bobbio

Libertà 13.9.03
Spettacoli
Fare cinema “Salto nel vuoto”: un film di grande ispirazione
Cerami lo esalta ma per Bellocchio «è semplicemente un vecchio lavoro»
di Manuel Monteverdi


Il cinema “Le Grazie” di Bobbio, giunto alla terza serata della rassegna didattica Fare Cinema, torna indietro nel tempo e regala agli spettatori Salto nel vuoto di Marco Bellocchio, bobbiese che ha unito indissolubilmente il proprio nome e la propria immagine di regista a questa rassegna. Salto nel vuoto è un lungometraggio del 1980 che valse la Palma d'oro a Cannes ai due interpreti, gli straordinari Anouk Aimeè e Michel Piccoli, costruito sulla sceneggiatura dello scrittore Vincenzo Cerami, presente in sala e protagonista del dibattito post-proiezione. Mentre Bellocchio sembra quasi sminuire il proprio lavoro ritenendolo, semplicemente, «un vecchio film» e aggiungendo di non avere molto da dire su di esso, forse per «falso pudore o per ipocrisia»; Vincenzo Cerami lo incensa, a ragione, definendolo come una pellicola «di grande valore e forza» dopo la quale - scherza Cerami - «ho iniziato ad occuparmi di film comici». Un opera che «appartiene a una categoria in estinzione, in cui emergono i volti, gli occhi che sfuggono, che sono spietati ma anche spaventati»; un cinema di osservazione microscopica e impietosa, che si prende i giusti momenti di significativa, anzi necessaria, lentezza. «Uno dei film più ispirati di Bellocchio», di cui lo stesso Cerami ha ricordato, facendo un rapido flashback, la passione artistica profusa in quei tardi anni '70. Sempre lo sceneggiatore, imbeccato dal pubblico, ammette di non avere mai pensato di mettersi dietro la macchina da presa, preferendo di gran lunga la penna: «Ho un desiderio furioso di raccontare storie in tutti i linguaggi ma scrivere è più difficile di girare e, per ciò, lo preferisco». Poi aggiunge: «Marco è il più grande regista italiano almeno per quanto riguarda la direzione degli attori, per la quale bisogna avere una sensibilità molto profonda; il segreto è vivere con passione la realtà in cui ci troviamo e cercare di raccontarla nelle sue pieghe più segrete». Il pubblico di Bobbio è soprattutto curioso di scoprire il rapporto che si cela tra uno script e la regia, così Cerami, che tra le varie collaborazioni cinematografiche vanta nomi come Gianni Amelio e Roberto Benigni, sintetizza: «La macchina da presa rappresenta la tappa finale del percorso della scrittura»; una inquadratura improvvisata, secondo lo scrittore, può spiegare tante cose, più di quanto pagine di sceneggiatura possano fare. A chi fa domande sulla ricerca e sullo studio degli ambienti interni, tanto angusti da aderire ai personaggi delle opere di Bellocchio per finire a interagire con essi, Cerami risponde: «L'ambiente, come in questo film, può reggere l'intero impianto narrativo». E Bellocchio ammette: «Quando si scrive una sceneggiatura non si sa dove si va a finire. In Salto nel vuoto abbiamo capito che la mappa topografica dell'ambiente ci sembrava funzionale al racconto. E, in questo senso, è impossibile non richiamare Buongiorno notte, fresco di Festival di Venezia: «Abbiamo cercato un interno che fosse simile all'appartamento in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro; non l'abbiamo trovato e, così, lo abbiamo ricostruito. Ma non mi è mai capitato di sapere prima delle riprese quale sarebbe stato l'ambiente, nemmeno quando ho girato I pugni in tasca, proprio a Bobbio». Si parla dello statista della Democrazia Cristiana e si capisce che il riferimento all'ultimo film di Bellocchio non è casuale; quando un astante gli notare che con Salto nel vuoto si percepisce quella carità che si avverte anche di fronte a Buongiorno, notte, la risposta è minimale ma assolutamente chiara: «Ho iniziato a girare il film nel '79, l'anno successivo alla tragedia…». In fin dei conti è questo il bello del cinema, un'infinita serie di sequenze tra due poli destinati ad incontrarsi come fossero un magico anello.