giovedì 7 aprile 2005

revisionismo storico giapponese

Corriere della Sera 7.4.05
Un libro di testo giapponese fa insorgere Pechino e Seul.

Il «Secolo» lo difende, l’«Unità» accusa
Massacro di Nanchino, polemica italiana

Legittima «riscrittura della storia» alla luce di «nuove ricerche e documentazioni» oppure «operazione pseudoculturale» fatta per edulcorare il ricordo di violenze «marchiate a fuoco nelle carni di coloro che ne furono vittime»? Un testo scolastico divide il Giappone - accusato di voler minimizzare le atrocità commesse nella prima metà del Novecento durante la stagione dell’imperialismo - da Cina e Corea del Sud, Paesi che di quell’imperialismo fecero le spese. Gli ingredienti della polemica ci sono tutti: scambi di accuse, richieste di scuse, ambasciatori e ministri che dicono la loro in un via vai di dichiarazioni. E due quotidiani di casa nostra, l’ Unità e il Secolo d’Italia , che raccontano la vicenda. Ciascuno a suo modo. Questi i fatti: due giorni fa il Ministero dell’istruzione giapponese approva un manuale di storia contemporanea destinato alle scuole medie inferiori. Il governo sudcoreano, seguito a ruota da quello cinese, protesta per bocca del suo ambasciatore: nel testo, dicono i sudcoreani, le vicende relative all’occupazione giapponese sulla penisola coreana (1910-1945) verrebbero presentate in maniera distorta. Così come quelle legate alla guerra di aggressione del Giappone contro la Cina. Un esempio per tutti: il massacro di Nanchino del 1937, in cui persero la vita 300 mila civili cinesi brutalmente trucidati dall’Armata imperiale nipponica, sarebbe definito semplicemente un «incidente». E via dicendo, lasciando da parte gli stupri, le violenze e le migliaia di donne ridotte in schiavitù e costrette a lavorare nei bordelli dell’esercito giapponese. Ferite del passato non ancora rimarginate a cui si intrecciano tensioni di un presente incandescente, in cui gli ultranazionalisti hanno sempre maggiore influenza sul premier Koizumi e ogni momento rischia di saltare la miccia di questioni irrisolte, come quella delle isole Dokdo (Takeshima in giapponese), rivendicate sia dai giapponesi che dai coreani.
Fin qui la cronaca. Ma se la Cina è vicina tanto più lo sono le delicate questioni legate ai libri di testo e all’interpretazione del passato recente: il sospetto è che, sui quotidiani italiani, si parli di Tokio e Seul pensando ai fatti di casa nostra. Ieri l’ Unità riprendeva la vicenda chiarendo come l’intento degli ultranazionalisti giapponesi (ci sarebbero loro dietro alla vicenda) fosse quello di riscrivere la storia «mettendo sullo stesso piano aggressori e aggrediti» e sempre ieri il Secolo d’Italia dichiarava, da tutt’altra angolazione, che questo episodio dimostrerebbe il bisogno del Giappone di «rileggere la sua storia al di là delle vulgate a senso unico», mostrando una faccia del Paese che «ha tutto il diritto di essere conosciuta dalle nuove generazioni». «Perle di falsificazione storica» da una parte, «esigenza di riaprire senza condizionamenti le pagine del passato» dall’altra. Intanto le diplomazie dei Paesi coinvolti si battono a colpi di smentite e i gruppi di ex vittime del colonialismo giapponese già si riuniscono di fronte alle ambasciate. E l’Italia è vicina.

il professor Boncinelli

La Provincia 7.4.05
Fu rigido in bioetica
Edoardo Boncinelli
Direttore del laboratorio di Biologia molecolare dello sviluppo all'ospedale San Raffaele di Milano

Nel corso di questo lungo pontificato, Giovanni Paolo II si è trovato spesso ad affrontare questioni vicine al dominio della scienza. E molti, da quello che leggo e sento, sono convinti che il Papa abbia aperto, per certi aspetti, alle innovazioni in questo campo. Dal mio punto di vista, Wojtyla ha riabilitato alcune idee soltanto: ad esempio, ha ammesso ufficialmente che la Chiesa crede nella teoria dell'evoluzione biologica. Però ha aggiunto che all'origine dell'uomo c'è stato un «salto ontologico». Questa «apertura» mi ha colpito, anche se non riesco a comprendere, da scienziato, che cosa sia un «salto ontologico». Nella sostanza, dunque, mi sembra di poter dire che non è cambiato nulla. Di certo non vi è stata nessuna apertura, in questi 26 anni di pontificato, nel dibattito sugli embrioni. Semmai abbiamo assistito a un irrigidimento di limiti già esistenti, perchè nelle Scritture e nella tradizione tomista non c'è un solo passaggio in cui si dica esplicitamente che l'anima esiste a partire dal concepimento. Molto chiuso anche l'atteggiamento sull'uso del preservativo contro l'Aids: da una parte ciò può sembrare comprensibile in una prospettiva fortemente cattolica, ma dall'altro lascia aperta la questione della vita altrui da tutelare... Un po' mi ha stupito, invece, quanto la Chiesa si sia mostrata aperta e riflessiva sugli Ogm.

per la data del referendum

La Provincia 7.4.05
L'annuncio Procreazione, referendum a giugno Insorgono Radicali e centrosinistra

ROMA - Centrosinistra e Radicali insorgono dopo l'annuncio (per la verità non troppo a sorpresa) da parte del governo che il referendum sulla legge 40 sulla fecondazione artificiale si terrà giocoforza a giugno. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi durante il «question time» alla Camera, spiega che, visto che la legge prevede che tra la data del decreto del presidente della Repubblica che indice il referendum e quella della consultazione popolare devono passare almeno 50 giorni, le domeniche ancora disponibili sono quelle del 29 maggio, del 5 e del 12 giugno. La prima, però, è preclusa perchè avranno luogo i ballottaggi delle amministrative in Sicilia e «non esiste alcuna disposizione che disciplini l'abbinamento tra referendum ed elezioni». Una «scusa r-i-s-i-b-i-l-e», è la replica al vetriolo dei Radicali. «Mi pare - attacca il segretario del partito Daniele Capezzone - che, contro ogni ragionevolezza, i Giovanardi e i Buttiglione stiano trascinando il governo da una disfatta (quella elettorale) a un'altra disfatta (quella referendaria)». Con i Radicali si schierano tutte le forze politiche che hanno raccolto quest'estate le firme per i quattro quesiti parzialmente abrogativi della legge 40. Ds in primis. «Si tratta di una scelta scellerata» attacca Franco Grillini della Quercia. Difende la scelta del governo Riccardo Pedrizzi, presidente della consulta etico-religiosa di An.

Aprileonline.info 7.4.05
Fecondazione: i Comitati promotori del referendum oggi dal premier

Una delegazione dei Comitati promotori dei referendum sulla procreazione assistita sarà ricevuta questa mattina a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. L'incontro era stato richiesto dai promotori della consultazione per discutere della data in cui verrà fissato il voto. A Palazzo Chigi i promotori dei referendum sulla legge 40 saranno rappresentati dai parlamentari Antonio Del Pennino (Pri), Lanfranco Turci (DS), Vittoria Franco (DS), Barbara Pollastrini (DS), Katia Zanotti (DS), Rita Bernardini (Radicali) e Monica Soldano. "Al presidente del Consiglio intendiamo ribadire -spiega il senatore Lanfranco Turci - che continuiamo a considerare il 29 maggio l'unica data "equa" e utile a consentire una piena ed effettiva partecipazione degli italiani al voto. Siamo convinti che sia ancora possibile scegliere quella data e intendiamo illustrare a Berlusconi il nostro punto di vista".

la lingua italiana

Il Tempo 6.4.05
Alla ricerca dell’italiano perduto
Gli studiosi denunciano la fine della scrittura e del dialogo.
Si rischia l’analfabetismo di ritorno.

La lingua umiliata dalla crisi della scuola e dalle tecnologie

di GIUSEPPE AMOROSO

IN PRINCIPIO era la parola. Ora stenta, dopo tutto, ultima. C’era la scuola. Ormai finge di esistere, sommersa dal dilagante analfabetismo di ritorno. Il sistema telematico, dal canto suo, continua a sedurre gli smarriti esuli dell’istruzione: convinti di essere toccati dalla grazia, hanno fra le mani soltanto uno strumento. Sparita quasi la parola scritta, si aspira a dissiparne la memoria. La demolizione dell’intero ciclo scolastico, con conseguente scomparsa dell’esame di maturità (ogni estate, nella luce complice, si celebra una triste parodia) e con la nascita della laurea nana, innalzata al nebuloso biennio, ha condannato senza appello la conoscenza e il culto della parola nel suo infinito creare la realtà in sintonia con l’onda del pensiero. Molti giovani, liberi nel loro sterminato tempo libero, non avvertono più il bisogno di interpretare i segni del linguaggio e ne decretano così anche la fine delle strutture. Insieme, va via l’amore dello scrivere che è, secondo Raffaele Crovi, «un modo per esercitare la nostra curiosità verso la vita (e la curiosità verso è una riconquista della gioventù)». L’oggi non ha vertigini, disancorato dalle sue radici. Oscura e accende il mondo con lo zapping. Circola un lessico esiguo, omologato e modesto, appena sufficiente per la sopravvivenza. C’è chi nello schermo freddo di un computer crede di vedere il secondo orizzonte delle cose e chi trova nel meccanico tasto di un cellulare (relitto rumoroso dell’infanzia) l’occasione di rendere fisica l’anima. E siamo in un gotico incubo di emoticons. Certo, qualcuno sfugge all’occhiuta virtù di queste forme vane i cui molti guasti non finiscono qui: dall’e-mail alla chat e una cascata di linguaggi automatici, simbolici talora fino all’osso, talaltra eloquenti e macroscopici (dal computerese all’internettese). Abbreviati segnali crocifissi, trascrizioni fonetiche alla buona, ideofoni fumettistici, ellissi senza fantasmi e senza poesia sono scheletri inumati in una piccola bara luminosa, in un’enfatica teca del silenzio. Impastati di presente, ecco i messaggi dentro il loro covo, con la risposta già confezionata, esempio di scrittura «ridondante», «affrettata» (Luca Serianni), che protrae l’inganno di un dialogo muto, senza neppure l’alibi di un sogno, La tenuta del vocabolario è sempre uguale: stereotipa, incollata sulla cronaca spicciola, consapevole del suo effimero tragitto. Ed è la consapevolezza misera che «non c’è più niente da imparare, tutto da fare» (Vittorino Andreoli). Il teatro che accoglie il tessuto della comunicazione odierna - specialmente nella funzione banale di sostituire lo scambio epistolare di una volta - ha un che di metafisico, schiaccia il vasto universo in un segmento labile, in un limbo burocratico. Una deriva dei sentimenti dove vite di supplenza si riconoscono attraverso impulsi elettrici, in questo nostro tempo che non legge ma guarda senza fine uno spettacolo. «Stiamo uccidendo la nostra capacità di esprimerci — osserva Rosa Alberoni — e lo facciamo senza porre alcuna resistenza, come fossimo ipnotizzati». È un trionfo degli ideogrammi totalitari: si agitano nei lucidi quadranti delle attese prive di tremori, forse per meglio sperdersi e svanire, fossilizzati in parentesi, cancelletti, chiocciole, trattini, punti di sospensione e di domanda, frecce, siparietti di lettere obsolete, ghiribizzi geometrici del vuoto. Si tende ad avvicinare la parola scritta a quella orale e si azzera il veicolo della gestualità, dell’appoggio paralinguistico. Accade inoltre che i grafici del messaggio elettronico, e l’isterilita lingua quotidiana, consumino la residua cifra di calore della nostra società massificata. All’interno di un transitorio vivere correndo, senza ricordi, senza paesaggi, è una società afasica, indifferente a qualsiasi risorsa verbale che non sia di conforto immediato, di appagamento del corpo. Sotto questo magma curiosamente si cela una sorta di narcisismo, la retorica della sciatteria. Vale a dirci: l’insipienza esibita come trofeo. Naufragano l’intesa con il mistero, le tensioni del colloquio tra due presenze, la liturgia di un discorso compiuto, la scherma tra culture. Non esistono più slittamenti di senso e reticenze e il terrore della pagina bianca. Gli sms, con tutto un corredo di violazioni grammaticali, sintattiche e ortografiche, di cui non è prevista nemmeno la correzione, corrono interamente il loro minuscolo territorio e fanno la conta dei graffiti. E intanto arriva la malinconia per la perdita del piacere di un libro letto come segreto tenuto gelosamente dentro (Daniel Pennac). Assaporato lontano dall’invasione televisiva e consumistica. Il rifiuto della parola che sembrano «avere un corpo, una vita» (Roberto Vecchioni) manda al rogo i libri e bandisce il romanzesco mondo della storia. In nome della frenetica velocità si spegne la luce sulla fatica della ricerca. Nella scuola irrompono crediti e debiti, progetti e recuperi, percorsi e accoglienze e moduli. Esce il corpo estraneo dello studio, subentra un ventaglio di attività ludiche. E sparisce un altro elemento di disturbo, la prova scritta di italiano, in favore di «dieci pagine fotocopiate da leggere prima di scrivere solo un rigo». Amara, Paola Mastrocola la denuncia, in La scuola raccontata al mio cane, l’irreale situazione degli «studenti liquidi». E ricorda Paul Valéry il quale «affermava che, quando usiamo un linguaggio comunicativo, noi veniamo immediatamente capiti, e proprio in quella comprensione le nostre parole periscono». Il linguaggio dell’oggi dice spesso una sola cosa e quindi esige una risposta sola. Noi abbiamo però bisogno di uno spettro più largo di parole (ma non inquinato dagli anglicismi d’accatto che trasformano l’Italia nel Bel Paese ove l’ok suona) in grado di convocare altre parole vive, per andare più in là di quel confine in cui si ferma il grigio appiattimento dello spirito.

Lea Melandri: "senza padri"

Liberazione 6.4.05
Quei funerali e il senso del limite
Lea Melandri


Quello che stiamo vedendo nelle piazze, nei servizi televisivi e giornalistici, sarebbe il cattolicesimo che deve insegnare la moderazione all'Islam? O il paese laico che fino a poche settimane fa alzava allarmato la voce contro l'invadenza della Chiesa nella vita pubblica?
Non ho mai avuto dubbi che il confine tra credenti e non credenti fosse alquanto esile, visto che viviamo in una società dove sono ancora le parrocchie il luogo primo della formazione dell'infanzia e dell'adolescenza, e dove la morale religiosa è presa come una legge "naturale", regolatrice dei comportamenti e delle relazioni umane. Ma non potevo immaginare che la scomparsa di un Pontefice, sia pure di forte rilievo storico e con un riconosciuto carisma, si trasformasse in un precipitato di medioevo e di virtuosismi spettacolari, di sussulti intimistici e di esaltazione collettiva.
Il "vuoto", il "nulla", su cui si sono soffermati con un florilegio retorico da far invidia ai Secentisti quasi tutti i giornali nazionali, non è quello lasciato da Giovanni Paolo II, ma quello di gran lunga preesistente che la sua malattia e la sua morte, fatte oggetto di una venerazione quasi mistica, hanno riempito fino all'eccesso, al di là di ogni civile rispetto per la libertà di tutti i cittadini. Poter dire che si tratta di un artificio dei media, affamati di eventi eccezionali, o del ricorso strumentale alla fede da parte delle forze politiche che trovano nei credenti il loro maggior sostegno, sarebbe un sollievo, così come intravedere dietro le folle piangenti il cinismo di chi punta maliziosamente l'obiettivo sulla lacrima, sullo sguardo smarrito, sul gesto o sulla parola più adatta ad accendere la commozione. Viene il sospetto che non sia così, e che questa convergenza di milioni di sguardi, sentimenti e pensieri su un uomo solo, sfigurato idealmente fino a farne il Cristo crocefisso e risorto, il Padre e la guida spirituale del mondo intero, sia invece il frutto, peraltro prevedibile, della miseria di una civiltà che si vede passare davanti agli occhi ogni giorno morti, violenze, ingiustizie, atrocità di ogni genere, e che non sa più provare un sentimento adeguato né avere abbastanza fiducia in se stessa e nei propri simili da prospettarsi un cambiamento.
Quando una singola persona diventa depositaria di tutti i valori e di tutte le buone azioni che dovrebbero appartenere ad ognuno, vuol dire che si è perso il senso della realtà, la capacità critica e la conoscenza dei limiti, segnali preoccupanti e già noti alla storia del secolo che abbiamo alle spalle. La grandezza di un individuo non può mai estendersi fino ad occupare tutto l'umano pensabile, senza rischiare di rivestire, indifferentemente, tutto il male e tutto il bene possibile.
«Come sarà la nostra vita senza la sua testimonianza? Senza la sua parola? Senza il suo incoraggiamento? Senza la sua presenza?», si chiedeva qualcuno dei presenti in piazza San Pietro.
Se è vero, come ha scritto Wojtyla nel suo ultimo messaggio ai fedeli, che l'umanità sembra "smarrita" e "dominata dal potere del male, dell'egoismo e della paura", e se crediamo davvero che la parola di un capo religioso sia l'unico argine al decadimento totale, allora sappiamo di avere davanti a noi un mondo globalizzato, divenuto teatro di immensi poteri economici, militari e religiosi, di lotte apocalittiche tra Bene e Male, una prospettiva che ci permette di occultare le nostre responsabilità terrene con una delega incondizionata alla potenza redentrice di Dio.
Nell'analisi di tutti i "rischi" che corre la nostra società -impoverimento, guerre, disastri ambientali, individualismo, mercificazione dei corpi e dei sentimenti -, non sembra essere stato preso in considerazione l'unico che ha il potere di cancellarli tutti: il colpo di spugna di una contagiosa incontenibile commozione, ingigantita oggi da potenti mezzi di comunicazione, ma sostenuta soprattutto dal venir meno di una progettualità collettiva capace di dar voce e agire politico a tutti i problemi che si stanno addensando nella vita del singolo e nella vita di relazione, da quando sono saltati i confini tra privato e pubblico, tra interrogativi esistenziali e questioni sociali.
Anche se la liturgia religiosa e mediatica sta occupando tutto l'orizzonte, come quei nebbioni padani che fanno perdere l'orientamento, non si può dimenticare che solo pochi giorni f il mondo si accaniva intorno alla sorte di Terri Schiavo, a quel suo stato indecidibile tra la vita e la morte che costringe a ripensare il senso dell'umano; allo stesso modo, non si può far finta che lo scontro tra laicità e religione non riguardi oggi cambiamenti profondi, come il rapporto tra i sessi, la padronanza del proprio corpo, la sessualità, la maternità, la famiglia, cioè vicende fondamentali dell'esistenza, su cui Wojtyla è stato particolarmente conservatore, ma su cui nessuno osa più esprimersi, per non turbare una beatificazione chiesta a furore di popolo.
Chi avrà più il coraggio di riprendere la discussione sulla Legge 40, sull'aborto, sui matrimoni gay, quando una folla immensa, estesa a tutto il globo, celebrerà la parola unica, indiscutibile, dell'uomo consacrato da Dio per la salvezza del mondo, la stessa parola che ha denunciato la rinascita dei totalitarismi e dell'ideologia del male nelle leggi dei parlamenti democratici ispirate ai valori della laicità e delle libertà individuali? L'intimidazione che viene da questa ondata di infervoramento religioso di massa, così estesa e carica emozionalmente da mettere in ombra le correnti più integraliste dell'Islam, può chiudere molte bocche, farne impazzire altre, e arrecare danni imprevedibili alla fiducia che uomini e donne di appartenenze e provenienze molteplici avevano trovato nel progettare nuove forme di convivenza tra diversi - per sesso, cultura, lingua -, ma anche tra credenti e non credenti, credenti di una religione o di un'altra.
Riprendersi parola e pensiero critico, anche mentre si stanno celebrando solenni cerimonie funebri, non è sicuramente più indiscreto del dubbio interesse, feticista e necrofilo, di quanti si sono messi a disquisire se le spoglie del Papa assomigliassero al Cristo del Mantegna o semplicemente a quelle di un "vecchio fragile", se le sue scarpe fossero da contadino, da montanaro o da missionario camminatore, se le tre suore polacche che l'hanno accudito nella sua ultima ora non si fossero poi immobilizzate accanto al suo feretro per il segreto desiderio di seguirne la sorte.
Per una società "senza padri", che stenta a riconoscersi nei rami divisi e oggi sempre più intersecati della famiglia umana, la tentazione di ergere al di sopra della babele delle lingue e delle convinzioni la figura solenne di uomo-dio, unità armoniosa di forza e dolcezza, gioia e sofferenza, umanità e trascendenza, è sicuramente una facile via d'uscita, ma per sentire la voce dell'unica Guida che conta si potrebbe finire tragicamente per voler zittire tutti.

i risultati del prc

Liberazione 6.4.05
Un bilancio del voto di Rifondazione comunista
e il suo significato politico rispetto al risultato nazionale
Perché il Prc non aumenta i voti?
Rina Gagliardi

Riassumendo: alle regionali del 2005 Rifondazione comunista ha ottenuto 1.366.467 voti, pari alla media del 5,6%. In totale, fanno 42 consiglieri, un presidente di giunta, più un numero ancora da precisare di assessori: il Prc farà comunque parte di 10 giunte regionali (tutte le regioni nelle quali l'Unione ha vinto, tranne, per ora, la Toscana).
Fin qui, le nude cifre, e un bilancio, quantitativamente e politicamente, in sé e per sé tutt'altro che mediocre: nello schieramento antiberlusconiano, il Prc si conferma come la "terza forza", dopo Ds e Margherita. Da qui in poi, invece, cominciano i raffronti con il passato, l'analisi comparata dei risultati elettorali, il vero e proprio giudizio politico d'insieme sul voto.
Com'è andata, insomma, per il nostro partito? La risposta, onesta e spassionata, è che - fermo restando il carattere abbastanza articolato e diversificato del nostro voto - non è andata benissimo: siamo, insomma, ad una performance non brillante, anche e soprattutto rispetto alle (legittime) aspettative di molti compagni, nonché alle "previsioni" di molti analisti.
Ciò non significa affatto, va detto subito, che è andata male o, peggio, che è lecito parlare di una sconfitta: né le cifre né l'esito politico autorizzano giudizi così tranchant, in un quadro comunque illuminato dal successo di Nichi Vendola e dalla sua essenziale verità politica. E' lecito, invece, parlare di una crescita elettorale mancata. Una crescita che "era nell'aria" e che, questa volta, non si è realizzata, specie nel centro e nel Sud. Perché?
Ci sarà molto da analizzare, riflettere e discutere. E molto da indagare, zona per zona. Intanto, l'analisi deve partire da un dato tanto essenziale quanto trascurato: questo voto è stato sì, nel suo senso di fondo e nel suo andamento effettivo, un voto molto politico, mosso dalla volontà di liberarsi della destra - e di affermare con grande nettezza la necessità di un cambio. Ma è stato pur sempre un voto rgionale, dotato di proprie e significative specificità, sia politiche che territoriali: una consultazione nella quale la scelta di voto degli elettori è stata guidata - come sempre accade nei test amministrativi - anche da fattori diversi da quelli politici generali.
Qui, in un contesto d'insieme sostanzialmente bipolare, per un partito come Rifondazione comunista vengono al pettine i nodi di un radicamento insufficiente, comunque diseguale, e anche i limiti nobili di un partito che certo non abbonda in poteri istituzionali o gestionali.
In termini comparativi, il Prc va comunque avanti rispetto alle regionali del 2000 - mezzo punto percentuale e quasi duecentomila voti. Non ripete invece l'affermazione delle europee del 2004 (molto disomogenee rispetto alle regionali di domenica scorsa, sia per tipo di consultazione, sia per territorio coinvolto sia per partecipazione degli elettori, molto più alta), rispetto alle quali va indietro dello 0,7 per cento. Proprio quest'ultimo parallelo, però, conforta la nostra tesi di fondo: per l'Europa la scelta di voto è stata ed è rigorosamente politica, molto più libera dal punto di vista soggettivo, ovvero non condizionata da quel fenomeno - il "controllo di massa" del voto - ben percepibile in queste elezioni.
Se andiamo a vedere più da vicino il voto di Rifondazione nelle diverse aree d'Italia, scopriamo in effetti che i risultati meno soddisfacenti - al di sotto della media nazionale - sono quelli del Mezzogiorno: Campania (4,1), Abruzzo (4,9), Puglia (5,1), Calabria (5,1). Tutte regioni nelle quali, nel pur lieve avanzamento rispetto alle precedenti regionali, lo scarto rispetto al 2004 è più sensibile. Tutte regioni nelle quali il famoso «voto di scambio» si è confermato con l'inesorabilità di una legge - basti pensare agli exploit centristi o neocentristi della Margherita (primo partito in Campania), dell'Udeur, dello Sdi.
Già, ma perché non è scattato nessun "effetto Vendola" sulle nostre liste? Perché il leader dell'alleanza non è percepito oggi come l'esponente di un partito, ed è premiato per l'idea generale di politica che incarna: così è stato per Vendola, così per Bassolino, che si è confermato "imperatore" campano, ma non ha trascinato il trionfo del suo partito, i Ds. Viceversa, nel Nord le liste del Prc sono andate meglio: 6,6 in Liguria, 6,4 in Piemonte, 5,7 in Lombardia. Risultati che, in ogni caso, registrano avanzamenti significativi rispetto a tutte le precedenti elezioni e - in circostanze significative come quella lombarda - una crescita rilevante di rapporto con i movimenti e il mondo del lavoro, visibile nei candidati eletti.
Quanto alle regioni centrali, il discorso è più complesso. In Toscana, l'unica regione dove Rifondazione si presentava da sola, il Prc è approdato ad un 8,2 di lista (7 e mezzo al candidato Ciabatti) che parla di un partito forte, radicato, che è andato assai avanti rispetto al 2000 e ha retto bene, alla fin fine, al dilagare del governatore Martini. Molto buona anche la tenuta dell'Umbria che, con il suo 9,3, mantiene il suo primato regionale (nel Prc), mentre, nelle altre regioni rosse (Emilia e Marche), il 2005 è lievemente inferiore al 2000. Abbastanza buono anche il risultato del Lazio, che sfiora il 6 per cento.
Che cosa possiamo dire, alla fine, dal punto di vista politico? Primo: la polarizzazione dello scontro, tra destra e sinistra, ha concentrato il voto di opposizione, anche a sinistra, sulle forze maggiori, Ds e Margherita - che coincidono anche con quelle più potenti e radicate. Secondo: questo dato prevalente si è riflettuto anche nei consensi alle forze della sinistra alternativa, dove sono andati relativamente bene Verdi e Pdci, cioè due partiti interni al centrosinistra, percepiti dall'elettorato come variante di sinistra interna alla coalizione, quindi più rassicurante e più "unitaria". Terzo: in questo quadro, Rifondazione comunista mantiene intatte le sue potenzialità, ma, proprio in ragione delle sue accresciute responsabilità e ambizioni, sconta oggi la difficoltà a diventare, anche elettoralmente, quella «forza maggiore» che già riesce ad essere dal punto di vista politico - "competitiva" con i riformisti, prima che con le altre componenti della sinistra antagonista.
Uno scarto che può derivare anche dai noti limiti soggettivi del Prc, ma che non può essere identificato solo con essi. Sorge qui un problema che va molto al di là dei risultati di un pur decisivo test regionale: il problema europeo dello spazio elettorale della sinistra radicale, quella che considera i movimenti come il proprio interlocutore privilegiato e l'altro mondo possibile come il proprio orizzonte naturale. Fino a che punto si tratta o no di un limite fisiologico, in qualche modo difficilissimo da valicare? La riflessione, s'intende, comincia solo adesso.