giovedì 15 aprile 2004

la trasmissione di INSIDER
con ANNELORE HOMBERG

trasmessa via satellite su Planet
VENERDI 9 APRILE DALLE ORE 19.30
con ospite in studio la psichiatra e psicoterapeuta


ANNELORE HOMBERG

è disponibile
con il titolo "La storia della piccola Maria"
al seguente indirizzo: www.nessuno.tv/site/it/insider/archivio_puntate3.asp

Quaderni Radicali n. 84, con l'intervista di Paolo Izzo a Massimo Fagioli,
da qualche giorno è arrivato nelle librerie di tutta Italia (alle Feltrinelli, principalmente)

a Roma lo si può trovare sempre alla
LIBRERIA AMORE E PSICHE
(oltre che in altre)

due articoli di Simona Maggiorelli:
gli Aztechi e Alighiero Boetti

Europa 10 aprile 2004
Gli Aztechi in mostra a Palazzo Ruspoli a Roma
di Simona Maggiorelli


La religione, la scienza , la scrittura, come strumento divino nelle mani di pochi. Ingegnose architetture urbane e possenti immagini di templi sugli altopiani del Messico centrale. Nell’arte azteca il segno di una natura sovrastante e incontrastabile che ha potere assoluto di vita e di morte sugli esseri umani. Un potere che il popolo azteco cercava di mitigare attraverso continue offerte di statue votive e riti apotropaici. Ma è anche vero che nel percorso della mostra romana s’incontra la rotonda bellezza di statue della fertilità e la morbidezza di conchiglie scolpite nella dura pietra. Colpisce che l’esaltazione della vita e della bellezza in terracotte policrome sia sempre accompagnata dall’immagine di coltelli di ossidiana per disumani sacrifici di prigionieri. Ossa incise e dipinte, di uomini, donne, fatti prigionieri e sacrificati. E l’assoluto orrore di occhi spalancati e fissi su un orizzonte misterioso e oltremondano. Uno sguardo atterrito che promana ininterrotto dalle monumentali statue in pietra disseminate nelle sette sezioni di Palazzo Ruspoli a Roma dove, fino al 18 luglio è allestita la mostra I tesori degli Aztechi. Una rassegna , curata dal direttore del Museo Nacional de Antropologìa di Città del Messico Felipe Olguìn con Carla Alfano, che riunisce nel palazzo romano della Fondazione Memmo 350 reperti provenienti dal museo di Città del Messico e dal sito archeologico del Templo Mayor, la più grande piramide della capitale azteca, Tenochtitlan ( “luogo del fico d’india, dai frutti abbondanti che sorgono su una pietra”) rasa al suolo nel giro di tre mesi dai conquistadores spagnoli nel 1521. Un tempio scoperto alla fine degli anni ’70, sotto un quartiere popolare di città del Messico, e da cui provengono una quarantina di pezzi- statue, oggetti sacri, calendari, codici scolpiti- scampati alla devastazione degli uomini di Cortès e ai successivi roghi dei missionari; reperti di recente riportati alla luce grazie a una serie di nuove campagne di scavi. Frammenti di una civiltà azteca, che fino al XVI secolo era rimasta chiusa, senza scambi con popoli di diversa cultura. Una cultura che la mostra romana ci racconta rimasta intonsa, fedele a se stessa, con sviluppo quasi circolare dello stesso stile artistico attraverso i due secoli di vita e di storia degli Aztechi, dal 1300 al secondo decennio del 1500, quando, nonostante una lunga tradizione militare e la fama di popolo sanguinario che aveva sottomesso gran parte delle altre popolazioni autoctone, furono rapidamente sterminati dalle armi e dalle malattie virali portate dagli europei.

Europa 10.4.04
La retrospettiva di Alighiero Boetti a Bergamo
di Simona Maggiorelli


Con la sua riflessione sul dialogo e sulla complessità del rapporto con altro, con la sua appassionata esplorazione delle culture diverse da quella del logos occidentale, l’opera di Alighiero Boetti, si presenta oggi con una forza di straordinaria attualità. A dieci anni dalla sua scomparsa la Galleria di Arte Contemporanea di Bergamo gli dedica una personale composta da un centinaio di opere, alcune delle quali inedite. Quasi tutto, s’intitola la rassegna, aperta fino al 18 luglio. Una retrospettiva che il direttore della Galleria bergamasca, Giacinto Di Pietrantonio, ha voluto ordinata cronologicamente, per ripercorrere e poter seguire passo dopo passo l’evoluzione dell’artista nell’arco di trent’anni, dall’arte povera degli anni 60 fino alle sperimentazioni degli anni 90. Al centro, il tema del superamento dei confini e il ruolo della comunicazione nella civiltà della riproduzione di massa, a cui Boetti opponeva l’utilizzo di tecniche artistiche sempre nuove e cangianti, tanto da far pensare di trovarsi davanti alle realizzazioni di artisti diversi. Così ecco i giochi di grafismi, le esplosioni di colore, ma anche gli inediti incontri fra pittura e video, scultura e installazione, che anticipavano già negli anni 80 quello che sarebbe stato poi il boom dell’interdisciplinarità e della multimedialità del decennio successivo. Fulcro della retrospettiva e, in parte anche origine del titolo della mostra, una serie di arazzi colorati, densi di immagini, intitolati semplicemente Tutto e commissionati ad artigiani afgani durante il lungo periodo in cui Boetti visse in Afghanistan. E poi grandi opere a parete, che tentano di rendere l’emozione del volo e la scoperta di paesaggi sterminati, opere di grande libertà e leggerezza. Accanto ai disegni dei primi anni sessanta e ai primi esperimenti con materiali industriali di recupero - da Zig Zag e Mimetico a Niente da vedere, niente da nascondere del 1969 che esplorano la serialità delle forme, l’ordine, il disordine, il rapporto fra intero e frammento - fino al Fregio della Biennale di Venezia del 1990 , alle intense esplorazioni del colore di opere come Storia naturale della moltiplicazione, Cimento dell'armonia e dell'invenzione, preziosi arazzi come mappe e testi ricamati, ma anche grandi lavori tracciati a biro, e in tecniche miste su carta, con lettere. Alla forma classica di un dizionario, si rifà il catalogo della mostra, organizzato per lemmi e voci (in totale 52), redatte da critici come Angela Vattese e il direttore della Biennale Francesco Bonami, ma anche da antropologi come Marc Augé studioso dei non luoghi e poeti come Nanni Balestrini. Da settembre prossimo fino a fine anno, la mostra sarà alla Fondazione Proa di Buenos Aires.

Antonio Montellanico recensisce
UM FILME FALADO di Manoel De Oliveira

ricevuto da Carmine Russo

www.succoacido.it
SUCCOUìK
il settimanale di Succoacido primaverile n.19
*Cinema
UM FILME FALADO - UN FILM PARLATO
di Manoel De Oliveira, con Leonor Silveira, John Malkovich, Catherine Deneuve, Stefania Sandrelli, Irene Papas.
POR 2004
di Antonio Montellanico


Ogni nuovo film di Manoel De Oliveira è un piacere al cui richiamo è impossibile sottrarsi.
A novantacinque anni il vegliardo portoghese gode di una intuitività ed un'inventiva straordinarie e oggi colpisce come, ricostruendo il suo percorso, ciascun film finisca per sembrare un tassello dell'ipotetica partita a domino giocata lungo un'intera carriera; ogni pezzo porta gli elementi numerici del precedente, indispensabili per continuare e già inutili per i successivi sviluppi del gioco.
Per De Oliveira è necessario di volta in volta rimettere in discussione il proprio fare cinema e condurlo come un'indagine filosofica intorno all'uomo, che solo nell'esplorazione continua delle fratture coscienziali dell'esistenza - galassia caotica in espansione - può trovare nuove espressioni.
Filtrare il segno, l'essenza di ciò che il cinema è in grado di riprodurre della nostra realtà; l'esteriorità delle circostanze all'apparenza sempre serene, conduce ai tumulti interni e lo sguardo elegantemente rivolto alla parte racchiusa delle immagini, risale di tanto in tanto la superficie delle cose.
Perché non è tanto ciò che si vede, quanto quello che rimane fuori dall'inquadratura ad interessare De Oliveira. Um Filme Falado, questo il programmatico titolo del suo nuovo lavoro, è un film fatto solo di parole e luoghi silenziosamente combinati tra loro ed immersi in quella magica, inesorabile lentezza compositiva ormai propria del regista. Una donna parte insieme alla figlia per ricongiungersi al marito. Una lunga crociera che da Lisbona si sposta di città in città, toccando Marsiglia, Napoli, Atene, Il Cairo e lo stretto di Suez, è la giustificazione di un percorso nel Tempo e nello Spazio, attraverso le orme dell'epopea mediterranea, dove ciascun luogo è presenza fantasmatica che parla dell'immobilità delle cose, dell'ineluttabilità della morte nelle culture. Miti e leggende, monumenti ed antichi simulacri di civiltà in rovina diventano il simbolo dell'urgente necessità di una moltiplicazione della parola che sia capace di creare nuovi immaginari. Mondi, altri luoghi, nuove parole. Una nemesi positiva di Babele, dove la diversità multiforme del linguaggio verbale è il simbolo di un accrescimento di senso continuo -l'ultimo possibile, sembra suggerire il regista - capace (forse) di riscattare quella bellissima inscindibilità simbiotica tra il pensiero, l'immagine e la parola che sembra ormai essere perduta all'alba del mondo.
I racconti preziosi della madre alla figlia ricostruiscono un tempo della Storia orale dove le civiltà rivivono in un limbo sospeso tra la realtà dei fatti e la fantasia degli uomini che a quegli stessi fatti hanno attribuito altri significati. Leggende immaginarie che persistono più della memoria, in lotta con il senso di un passato che sfugge. Un viaggio nel quale più si va avanti e più ci si accorge di non vedere nulla, per ritornare alla nebbia del porto di Lisbona, cioè all'immaginazione oltre l'immagine. E forse è questo il significato più autentico di un film il cui percorso sembra quasi il processo creativo del sogno e della speranza; una nave solca le acque calme dell'oceano, muovendosi da occidente ad oriente... tra l'ingenuità curiosa nelle domande della bimba Maria Joana e l'ammaliante musicalità nei racconti della madre Rosa Maria.
Ma Um Filme Falado è anche la riflessione acuta su un passato che non ha vera identità e che non ci dirà mai nulla sul futuro. Duemila anni di storia sulle menzogne non dette dai ruderi... le mummificazioni di un antico splendore. Il presente allora appare inconoscibile, minacciato com'è dal terrorismo - la parola vuota, utopica e dunque distruttiva - dall'integralismo che sembra intenzionato a cancellare per sempre le possibili convergenze tra le culture. E se Viaggio all'Inizio del Mondo era un pellegrinaggio nella dimensione intima dei luoghi della memoria, Um Filme Falado è il nuovo pezzo del domino che porta alle radici primordiali del pensiero tutto; De Oliveira provoca con la solita ironia caustica quella lingua greca, riferimento cardine del logos occidentale e matrice di tutti gli idiomi, che finisce per essere parlata ora solo in Grecia e per di più in una nuova forma che nei simboli e nell'articolazione verbale non ha nulla in comune con la lingua madre.
Al tavolo del comandante, tre donne tracciano un bilancio tra delusioni passate, incertezze e speranze future. Tre donne giocano a "parlare" in greco, francese, inglese ed italiano con una perfetta comunicazione sincretica. Ma è un scambio inutile il loro, il linguaggio vuoto di chi continua a sperare in qualcosa di nuovo senza mai rinnegare nulla del passato. Quello di De Oliveira è difatti un discorso estremamente raffinato, che getta una prospettiva inquietante sull'impossibilità di un rapporto con la Storia alimentato da una curiosità sana e dalla libertà di un rifiuto costruttivo nei confronti dell'ottusità occidentale (madre e figlia stanno bene da sole e rinunciano al primo invito al tavolo del comandante!).
Un guizzo istrionico e disperato nel finale, ribalterà tutte le prospettive: va abbandonata la nave... la nave dei folli, dei fatui e dei superbi. Una bomba esplode mandando tutti a rifugiarsi sull'antica zattera della Ragione. Il messaggio sfiduciato (o delinquente?) di chi non si fa più illusioni perché sa che si salveranno sempre "gli stessi".
E sono una madre e la sua bimba di otto anni, donne autentiche, a rimanere le uniche depositarie della lingua dei navigatori che scoprirono le terre sconosciute...

cinema cinese a Ischia

ricevuto da P. Cancellieri

IL GOLFO, Quotidiano di Ischia e Procida 14-4-2004
Annunciato all'Hotel della Regina Isabella la seconda edizione del "Festival
Ischia Global 2004": il cinema cinese alla conquista dell'estate ischitana
di Gianluca Castagna


Il cinema inteso nella sua globalità. Una forma d'arte che riassume - abbracciandole - altre forme d'arte. Pensare ai festival come ad un nuovo modello di sviluppo che ne rivaluti la funzione di luoghi di ricerca strategica nell'interesse di tutti settori dell'audiovisivo. Scoprire cinematografie lontane, non solo geograficamente, ma anche culturalmente; rendere possibile la sinergia tra mercati lontanissimi eppure inevitabilmente destinati a incontrarsi - ma non annullarsi - in quel dato di fatto che è il "villaggio globale". Non è tutto. Rilanciare lo spettacolo cinematografico nei mesi più difficili per l'industria, valorizzare le risorse attualmente disponibili, riportare Lacco Ameno e l'intera isola d'Ischia al suo passato legato al grande cinema internazionale. Dopo il successo della prima edizione, L'Ischia Global Film e Music Fest cerca a mente fredda di consolidare il suo format, di rendere più definiti i contorni di un'idea, di trovare, in altre parole, la sua identità. Che poi è la cosa di cui, più di ogni altra, ha bisogno un festival. L'impresa, inutile negarlo, è ardua. Mentre continua a crescere in tutto il mondo il numero delle manifestazioni culturali, si fa strada e si percepisce - negli addetti ai lavori - una diffusa sensazione di disagio, forse perfino di irritante disorientamento. Qualcosa che assomiglia al sospetto dell'inutilità dei festival. Con che spirito, dunque, l'Accademia Internazionale Arte Ischia si appresta a varare, dall'11 al 16 luglio prossimi, la seconda edizione dell'Ischia Global Film e Music Fest? Se ne è discusso lunedì scorso all'Hotel della Regina Isabella, dove Giancarlo Carriero, presidente dell'Accademia e "patron" dell'albergo più prestigioso dell'isola d'Ischia, ha anticipato alcune tra le novità della prossima kermesse estiva. "Il clima di entusiasmo registrato l'anno passato è un segnale di fiducia e di grande ottimismo verso quello che non temo di definire come un "piccolo miracolo". Abbiamo lavorato bene" precisa Carriero, "e quest'anno ci impegneremo ancora di più per consolidare i successi raggiunti". Oltre all' evento-vetrina, all' "effimero-fatto-bene" (che è pure materia prima di cui ogni festival si nutre), urge trovare argomenti, contenuti e idee che possano interessare, appassionare e coinvolgere. In altre parole, "sostanza" che possa vincere e convincere. E quest'anno il Festival, come anticipato sulle pagine di questo giornale da Pascal Vicedomini (direttore artistico della manifestazione), parlerà cinese. L'Ischia Global 2004 apre dunque un'importante finestra produttiva sulla Cina, un paese per certi versi ancora misterioso ma destinato a diventare l'Interlocutore Numero Uno per l'altro Grande Soggetto della comunità internazionale, e cioè gli Stati Uniti. "In questo periodo tutti parlano della Cina" sostiene Carriero, "e io stesso ricordo che l'Avvocato Gianni Agnelli, ospite abituale del Regina Isabella, mi diceva che se avesse avuto vent'anni oggi, sarebbe andato a studiare in Cina per capire quale direzione avrebbe preso il nostro futuro ". Dopo il fenomeno Bollywood, è la volta perciò della cinematografia e della cultura cinese. Assieme alla professoressa Annamaria Palermo e agli amici dell'Istituto Orientale di Napoli verranno approfonditi gli aspetti più rilevanti di una civiltà ancora sconosciuta al vasto pubblico occidentale. Al Museo Angelo Rizzoli, ad esempio, verrà allestita una mostra per ricordare lo studioso Mario Ricci, che della Cina fece la sua ragione di vita. "Trasformeremo Villa Arbusto in una piccola Chinatown" aggiunge il manager campano, "anche grazie alle ambientazioni e ai costumi estratti da una produzione multimediale che la Rai e il produttore Mario Cotone stanno preparando sull'opera del padre gesuita nel paese della grande muraglia". Della Cina ha parlato anche Dong Mei, giovanissima attrice ormai trapiantata nel nostro paese da anni e madrina della manifestazione, ma soprattutto Mauritz de Hadeln, "creatore" del Festival di Berlino e direttore dell'ultima Mostra d'arte cinematografica di Venezia. Hadeln ha ricordato l'affermazione del regista Zang Yimou e dell'attrice Gong Li proprio nella capitale tedesca, e si è soffermato sulla grande ricchezza e complessità di un cinema che ha ancora molto da dire (basti pensare che il cinema di Hong Kong è completamente diverso da quello "taiwanese", quello continentale è diverso da quello dei "transfughi di lusso" in America - gente come Wayne Wang, Joan Chen, John Woo e soprattutto Ang Lee, il regista de "La tigre e il dragone"). Il giornalista Tonino Pinto ha invece anticipato che a Ischia verrà festeggiato Jack Valenti, presidente della Motion pictures (l'associazione degli industriali cinematografici statunitensi) e testimone di quarant'anni di cinema e cultura americana. Nel corso della prima presentazione del Festival (che verrà presentato più compiutamente alla stampa il prossimo 22 aprile a Roma) sono intervenuti anche Ricky Tognazzi e Simona Izzo, i quali in mattinata avevano consegnato l'Ischia Music Award al cantautore pugliese Bungaro per la canzone "Occhi belli", tratta dalla colonna sonora del film "Io no". Sarà capace l'isola d'Ischia di accogliere e sostenere adeguatamente una manifestazione così ambiziosa? Sapranno gli operatori (pubblici e privati) coglierne l'importanza e valutarne appieno il grosso potenziale pubblicitario? Al di là dell'enorme sforzo economico profuso dalla famiglia Carriero, al di là dei vaticini e delle belle parole, delle disponibilità intermittenti e delle dichiarazioni d'intenti, basterebbe, tanto per cominciare, che l'Ischia Global Fest trovasse interlocutori isolani disposti a crederci per davvero. Laddove è la miopia a regnar sovrana, sarebbe già un miracolo.

redazione@ilgolfo.it

Marco Bellocchio a Tokyo

ricevuto da P. Cancellieri

ADN Kronos
CINEMA:
FESTIVAL E RASSEGNA A TOKYO PER FILM ITALIANI


Roma, 14 apr. (Adnkronos) - Doppio appuntamento a Tokyo per il nuovo cinema italiano. Dal 29 aprile al 4 maggio la rassegna organizzata da Audiovisual Industry Promotion-Filmitalia e in programma nella Asahi Hall situata nel cuore di Tokyo, durante la "Settimana d'Oro" del cinema italiano. Per quanto riguarda invece il festival (giunto alla IV edizione) verranno presentati 10 film della nuova produzione. Per i registi che accompagneranno le loro opere (tra gli altri Avati, Bellocchio, Giordana, Ozpetek, Placido e Virzì) potrebbe rivelarsi anche un'importante occasione per accordi di distribuzione nel continente asiatico, il Giappone è infatti il secondo mercato mondiale dopo quello nordamericano. (Nik/Pe/Adnkronos)

il punto di vista del soggetto in letteratura
secondo Cesare Segre

Corriere della Sera 15.4.04
ELZEVIRO Trame e personaggi
Le buone azioni di don Chisciotte
di CESARE SEGRE
(*)


Persone e azioni costituiscono senza dubbio lo scheletro di ogni narrazione. E i critici non possono fare a meno di descrivere i caratteri dei personaggi, osservando il loro riflettersi nelle azioni compiute. Ma il problema del rapporto fra personaggio e azione ha un rilievo teorico. Si tratta di precisare se la natura del personaggio sia quella che si può dedurre dalle sue azioni o se le azioni siano un risultato, ma non obbligatorio, delle particolarità di carattere del personaggio. Aristotele, nella sua Poetica , fu il primo a porre in modo radicale il problema. Alludo alle pagine dedicate alla tragedia, che nella Grecia del tempo era giunta al massimo fulgore. Ed eccolo a dichiarare che «fra tutti gli elementi dell'azione, cioè caratteri, racconto, linguaggio, canto e pensiero, la composizione dei fatti è capitale, perché la tragedia è imitazione non di uomini, ma di un’azione. (...) Quindi gli attori non svolgono l'azione scenica per riprodurre i caratteri, ma attraverso le azioni assumono i caratteri». E proseguiva: «Se un autore allinea discorsi ricchi di psicologia e ben costruiti per il linguaggio e il pensiero, non riuscirà ad attuare quello che doveva essere il compito della tragedia, ma ci riesce molto meglio quella tragedia che, anche impiegandone di peggiori, pure possiede una trama narrativa e una struttura composta di fatti».
Quest'impostazione dinamica pare eccessiva. Eppure sarà ripresa dal famoso folclorista Vladimir Ja. Propp, nel 1928. Propp, in base allo studio delle fiabe di magia russe, concludeva che il personaggio ha interesse solo in quanto soggetto dell’azione. E sulla sua scia si misero i narratologi francesi, da Barthes a Bremond (quest’ultimo con interessanti attenuazioni). Il termine «funzione», per indicare un'azione in rapporto con la sua incidenza sulla trama, entrò nell'uso.
Propp non aveva torto nel caso delle fiabe da lui esaminate, perché in queste il personaggio si esaurisce davvero nel suo ruolo ufficiale (re, principessa, eroe) e in quello funzionale, cioè nella o nelle funzioni che compie. Ma il personaggio letterario (chiamato in inglese e in tedesco, non a caso, character ) ha uno spessore ben diverso, come somma di qualità e istinti e desideri e affetti. E se esaminiamo qualsiasi grande romanzo sino all'Ottocento (col Novecento la consistenza del personaggio incomincia a impallidire), ci accorgiamo che la fisionomia etica e caratteriale dei personaggi è altrettanto importante per il lettore che la loro azione. Ci accorgiamo soprattutto che la complessa conformazione del personaggio non è rispecchiata per intero dalla narrazione, che non si limita certo a dimostrare il rapporto fra il carattere del personaggio e il suo comportamento. In breve, c'è nella natura del personaggio un'eccedenza riguardo al suo manifestarsi nell'azione. L'azione d'altra parte non si limita a confermare i tratti caratteristici del personaggio, anzi ne realizza spesso mutamenti o svolgimenti imprevedibili. Anche nell’azione c'è dunque un’eccedenza; e si può ritenere che essa costituisca l'interesse della trama.
In più, la struttura personaggio cambia a contatto con la realtà e con lo scorrere del tempo e un romanzo narra spesso questi mutamenti attraverso la lotta del personaggio per affermarsi o prendere coscienza di sé. Importante è proprio, pare, che le azioni compiute dal personaggio non siano considerate in un rapporto obbligativo rispetto al soggetto che le compie; cioè che sussista quella libertà d'azione che è anche la continua, gratificante sorpresa del lettore.
C'è da aggiungere che la pluralità dei punti di vista non permette una definizione univoca delle azioni. Quando don Chisciotte si lancia a spron battuto contro i mulini a vento, è perché ritiene che siano dei giganti. Noi non possiamo sintetizzare l'episodio dicendo: «Don Chisciotte si lancia contro i mulini a vento», perché trascureremmo il punto di vista del protagonista, che sarebbe invece: «Don Chisciotte si lancia su uno dei giganti». Ma don Chisciotte sa anche conciliare le sue fantasie con la realtà e dichiara alla fine che è stato un mago a trasformare i giganti in mulini a vento: che sarebbe un terzo punto di vista.
I punti di vista, poi, possono spostarsi fino a capovolgersi. Quando, dopo uno dei rari duelli fortunati di don Chisciotte, il poco fantasioso Sancio reclama dal suo padrone l'isola promessa, si porta, lui sì, in una dimensione cavalleresca; mentre don Chisciotte, il pazzo don Chisciotte, adotta una prospettiva del tutto realistica: «Questa avventura e altre simili avventure non sono da isole, ma semplici avventure da strada e non vi si guadagna altro che di riportar a casa la testa rotta e un orecchio di meno».
Privilegiare l'azione narrativa a scapito del personaggio si rivela, già con questo esperimento, improvvido.

(*) Cesare Segre è professore di Filologia romanza nell'Università di Pavia e Accademico nazionale dei Lincei

psichiatria australiana

Repubblica 15.4.04
Sentenza dal tribunale dei minori
Sydney, tredicenne autorizzata a cambiare sesso
"Alex si sente in trappola" Parte la terapia ormonale


ROMA - In un giudizio senza precedenti in Australia che sta suscitando molte polemiche, il tribunale dei minori di Sydney ha permesso a una ragazzina di 13 anni, che vuole diventare maschio, di iniziare il trattamento per il cambiamento di sesso e di "correggere" il certificato di nascita. Il giudice capo del tribunale, Alastair Nicholson, ha dichiarato che la decisione è nell´interesse della ragazza che ha vissuto da maschio sin dall´infanzia e «soffre in maniera vera in un corpo che sente alieno e che la disgusta». La ragazza, conosciuta solo come Alex, potrà tuttavia sottoporsi al trattamento ormonale solo quando avrà raggiunto i 16 anni, ed alle operazioni chirurgiche dopo i 18 anni.
Alex viene trattata come ragazzo, si è sempre vestita da maschio e usa i gabinetti maschili. Non ha tuttavia cromosomi maschili e possiede organi riproduttivi e livelli ormonali tipici di una ragazza adolescente. La causa era stata avviata per conto di Alex da un dipartimento statale di welfare. Uno psichiatra ha dichiarato al tribunale che Alex vive in stato di angoscia e ha spesso pensato al suicidio perché si sente intrappolata in un corpo femminile. Nettamente contrario al verdetto è il consulente di etica medica Nicholas Tonti-Filippini, che lo ha definito «irresponsabile» e ha chiesto l´intervento di un tribunale di più alto grado.

Adnkronos Salute, Sydney, 14 aprile 2004

(...) Inevitabili le polemiche. Da un lato bioeticisti, dall'altro psicologi e psichiatri. I primi contrari a interventi ''che non hanno risolto il problema dell'identita' neppure nelle persone adulte'', i secondi convinti che si tratti di una ''decisione lungimirante, visto il carico di stress psicologico che 'Alex' sarebbe altrimenti costretto a sopportare''. (Chs/Adnkronos Salute)

il David
nemo propheta in patria

Come era ormai previsto da tempo, il David per il migliore attore non protagonista (per Buongiorno notte di Marco Bellocchio) è stato assegnato mercoledì sera a Roberto Herlitzka, nella serata presentata da Pippo Baudo. Il film di Marco Bellocchio non ha avuto alcun altro tipo di riconoscimento.

la malattia mentale nel mondo

La Stampa 15 Aprile 2004
MATTI
più che mai
di Michele Ainis


ALLA fine del Medioevo uno strano battello veleggiava lungo i fiumi della Renania e i canali fiamminghi: il Narrenschiff, la nave dei folli descritta da Foucault nella sua Storia della follia nell'età classica. Quel battello rappresenta l'emblema d'una condizione umana poi sperimentata dai malati di mente per i secoli a venire: cacciati dalle città, isolati e reclusi in uno spazio dove l'occhio dei sani non arriva. Uno spazio dove è lecita ogni forma di violenza, giacché il pazzo è per definizione un criminale, un pericolo per la comunità civile. E va perciò segregato in manicomio, incatenato su una branda, picchiato, vilipeso, giacché per lui non valgono i diritti che il sano può accampare.
Un retaggio dei secoli più bui? Un'antica colpa ormai cancellata dalla civiltà giuridica moderna? Non proprio, e non del tutto. E in questo senso l'esperienza italiana suona quantomai eloquente. Nel maggio 1978, sull'onda del movimento per la riforma psichiatrica guidato da Franco Basaglia, il Parlamento varò la «180». Una legge rivoluzionaria, che chiuse ufficialmente i manicomi (ve n'erano 144, e all'epoca ospitavano 150.000 persone), restituendo ai malati di mente la propria dignità perduta. Ma una legge poi tradita nella prassi, svuotata come una mummia egizia. E infatti subito dopo la sua entrata in vigore le regioni cominciarono a ritardarne l'attuazione, a frapporvi ostacoli; sorsero innumerevoli conflitti tra la polizia municipale e i presìdi ospedalieri circa la competenza a disporre il trattamento sanitario obbligatorio; ma soprattutto non venne mai predisposta dallo Stato l'assistenza psichiatrica prescritta dalla legge, sicché i malati di mente vennero infine scaricati sul groppone delle loro famiglie. Con la conseguenza che alla data del 2001 - secondo la fotografia scattata dal ministero della salute - mancavano quasi 8.000 operatori rispetto al fabbisogno, rendendo di fatto impraticabili le cure a domicilio sulle quali s'impernia la legge voluta da Basaglia. E con l'ulteriore conseguenza che a finire sotto accusa è stata in ultimo la legge, anziché la sua distorta applicazione: oltre 50 iniziative di modifica presentate negli ultimi vent'anni, con l'intenzione nemmeno troppo dissimulata di riaprire i manicomi.
Ma del resto la voglia di camicie forzate e manicomi cresce in tutto il mondo. Nel Regno Unito dapprima i governi conservatori, in un clima di guerra al servizio pubblico, hanno smantellato gli ospedali psichiatrici tagliandone drasticamente le risorse; in seguito il governo Blair ha puntato l'indice sul Mental Health Act del 1983, per riformarlo in modo da rinchiudere chiunque soffra d'un disturbo della personalità anche se non abbia mai commesso crimini. In Ucraina nel 1990 è stata istituita una speciale commissione nell'ambito dell'Ukrainan Psychiatric Association, col mandato d'assistere i degenti delle strutture psichiatriche che lamentino abusi e violazioni di diritti: fino al 1993 i casi denunziati erano alcune dozzine l'anno, sono diventati 400 nel 1996, e da allora continuano a salire. In Bulgaria i malati di mente vengono ricoverati in istituti di Stato e soggetti a condizioni crudeli e degradanti; e così per esempio nell'istituto femminile di Sanadinovo (chiuso solo nel 2002) le pazienti troppo esuberanti venivano segregate in una gabbia formata da due muri di mattoni e da sbarre e fil di ferro negli altri due lati, come ha potuto constatare un delegato di Amnesty International, che ne ha vista una di 3 metri per 1,5 con dentro 6 donne in precarie condizioni fisiche. In Slovenia il campo delle malattie mentali non ha ricevuto una precisa regolamentazione normativa, col risultato che i ricoverati sono privi di diritti. Né più né meno di quanto accade in India, o nei paesi dell'America centrale, dove secondo il World Health Report 2001 dell'Organizzazione mondiale della sanità i degenti degli ospedali psichiatrici vivono segregati in spazi angusti, all'interno d'edifici fatiscenti, trascorrendo il tempo in pigiama o addirittura nudi su stuoie spesso coperte di feci, e vengono regolarmente malmenati dai custodi. In Russia un terzo dei detenuti (305.000 su un totale di 962.000 reclusi) soffre di malattie mentali, sicché le carceri da correttive sono diventate curative, come ha dichiarato nel maggio 2002 Yuri Kalinin, viceministro alla giustizia. Senza dire dei manicomi giudiziari: alla data del 31 maggio 2001 quelli italiani accoglievano (si fa per dire) 1.265 persone, la metà delle quali prosciolte dal reato di cui erano accusate. In un manicomio criminale si sa quando si entra, ma non quando (e se) sarà possibile respirare di nuovo l'aria aperta; lì dentro può capitare di morire senza che nessuno se ne accorga, com'è accaduto a Giovanni Bonomo, il cui decesso (nel febbraio 2002) è stato scoperto solo due giorni dopo dalla moglie, e per un puro caso.
L'orrore, insomma, è planetario, come chiunque può vedere collegandosi al sito www.witness.org, che documenta gli abusi perpetrati in 50 paesi diversi. Eppure non è che al popolo dei folli manchi la protezione del diritto, almeno sulla carta. Nel 1991 l'Assemblea generale dell'Onu ha adottato una risoluzione per la «Protezione delle persone che soffrono di malattie mentali e il miglioramento delle cure per la salute mentale»: vi si trovano elencati 25 principi, fra i quali il rispetto della privacy, il divieto di discriminazioni, l'istituzione di garanti contro il pericolo di soprusi nelle strutture di ricovero, il diritto all'assistenza sanitaria, alla riabilitazione, a un vitto decente, allo svago, alla comunicazione, e vari altri ancora. Dichiarazioni puntualmente ribadite nelle varie carte dei diritti del malato, ma altrettanto puntualmente smentite nella prassi.
C'è un fallimento normativo, infatti, nel destino di chiunque soffra di disordini mentali; lo stesso fallimento contro cui si è infranto il sogno di Basaglia. Nell'ottobre del 2002, un quarto di secolo dopo il varo della legge che ancora reca la sua firma, il sottosegretario Guidi ne ha restituito un quadro sconsolante: i manicomi dovrebbero essere chiusi, ma in realtà hanno soltanto cambiato nome. Per il 49% sono collocati fuori, lontano dai centri abitati, come il Narrenschiff di Foucault. E in queste strutture inaccessibili e remote di notte non ci sono medici: succede nel 92% dei casi. È successo anche a San Gregorio Magno, dove in una notte del 2001 morirono bruciate 19 persone, tutte anziane e malate di mente. Succede quando la morte è volontaria, dato che in manicomio ci s'ammazza 50 volte più che fuori, senza che vi sia qualcuno ad impedirlo. O altrimenti succede perché nei manicomi (negli «ospedali psichiatrici») italiani si continuano ad usare cinghie, camicie di forza, strumenti di coercizione che almeno formalmente sarebbero proibiti, ma che vengono tuttavia impiegati perlomeno nel 4% di queste strutture.
A conti fatti l'unico diritto all'eguaglianza che i pazzi possono concretamente esercitare è quello che li oppone al boia: accade in America, la patria delle libertà, dove infatti nell'ultimo quarto di secolo sono stati giustiziati almeno 36 ritardati mentali, secondo la denuncia di Amnesty International. Magra consolazione, tuttavia. Anche perché i folli, i «disturbati», sono assai più di quanto ci s'aspetta. 10 milioni in Italia, oltre 450 milioni di persone adulte in tutto il mondo, soffrono di disagi psichici, secondo i dati dell'Oms. Gli schizofrenici sono 24 milioni, gli epilettici il doppio (50 milioni). Significa che i disturbi mentali coprono il 12% del carico globale di malattia, una quota superiore a quella del cancro, della malaria e della tubercolosi messi insieme. Significa altresì che una persona su 4 subisce un qualche disturbo mentale nel corso della propria esistenza. E infatti la depressione oggi rappresenta il principale fattore di disabilità; in Italia colpisce l'8% d'uomini e donne; entro il 2020 è destinata a diventare la seconda malattia più debilitante. Sempre in Italia, si stima una popolazione di 8.066.000 persone con disturbi affettivi; 349.000 soffrono di psicosi non affettive; 1.244.000 hanno disturbi da somatizzazione; in 7.943.000 soffrono di crisi d'ansia; 767.000 lamentano disturbi del sonno; 377.000 hanno disturbi alimentari; 49.000 si portano addosso malattie psicosessuali; 229.000 soffrono di disturbi dell'infanzia e dell'adolescenza; almeno in 500.000 sono stati colpiti da una patologia psichica grave.
Ecco perché il pregiudizio - lo «stigma» - che circonda i folli, gli instabili, i depressi, suona doppiamente ingiusto. È una maledizione sociale che trasforma le vittime in carnefici, gli aggrediti in aggressori, quando il più delle volte ad essere violenti siamo noi, i sani, i ricchi, i benpensanti. Accetteremmo la stessa situazione se lo stigma colpisse chi soffre di cancro o d'infarto? Eppure negli Stati Uniti, secondo un rapporto reso nel 2001 dalla National Depressive and Maniac-Depressive Association, il 69% dei malati di mente è vittima di diagnosi errate, che spesso si ripetono per due, tre, anche per cinque volte. Eppure la metà delle persone affette da malattie mentali, intervistate nel corso di un'indagine britannica, ha denunziato un trattamento inadeguato da parte dei servizi sanitari, e una percentuale altrettanto notevole ha ammesso d'aver subito molestie fisiche e verbali. Eppure lo stigma genera discriminazione nell'ambiente di lavoro, rende difficile trovare un'abitazione, accedere alle cure o più semplicemente allacciare rapporti sociali. Da vari studi condotti nel dopoguerra in Usa emerge che solo il 13% dei datori di lavoro ha dichiarato d'aver assunto una persona che soffra di disturbi psichiatrici, mentre un quarto ha ammesso a chiare lettere che non lo avrebbe fatto mai. Una percentuale che in Grecia tocca il 40%, e che altrove sale ancora. Così come sale la nostra intolleranza, figlia legittima (ahimè) dell'ignoranza.

micheleainis@tin.it

Guido Ceronetti: i miti

La Stampa 15.4.04
Guido Ceronetti


E se fossero state verità viventi, attuali sempre, messaggi degli Dei agli uomini, quelli che abbiamo rimosso perfettamente, riducendoli a miti, che nelle nostre lingue significano semplicemente prodotti d’immaginazione, verità poetiche, dunque il contrario di quel che consideriamo obbligatoriamente vero? E’ tanto se accettiamo come verità il mito che è stato accolto dalla psicanalisi con valore di simbolo e come definizione psicologica. Uno degli esempi classici di questo capovolgimento del senso del mito per metterlo a disposizione della mentalità appiattita dalle correnti positivistiche, idealistiche e nichilistiche del pensiero contemporaneo ce lo dà il povero Edipo. Appena si dice Edipo la mente, anche la più rozza, associa il nome ai sogni d’incesto con la madre e agli atti incestuosi di figli maschi con la loro mamma descritti dagli analisti. Ma il vero Edipo sarebbe caduto dalle nuvole: questa volgarizzazione triviale del suo mito gli farebbe alzare il bastone bianco. I filologi sanno bene che Edipo è altro, e molto di più, ma per renderlo tollerabile al linguaggio, alla comprensione d’oggi, di massa e televisione, Edipo dev’essere identificato con chi, nelle cronache, violenta la madre e poi va in discoteca a riderne con le anfetamine.
Mi domando - cercando infaticabilmente, anche se il mio passo non è più da maratoneta, mani e fili per tirarmi fuori dal labirinto della storia, al di là di quel che appare e dei fatti bruti - se nei lontani miti non sia contenuta qualche spiegazione per niente rigettabile o da collocare nei magazzini culturali (loculi per una quantità di sepolti vivi), di quanto abbiamo visto e vediamo accadere sotto i nostri occhi, e rispondo di sì, può venirne un aiuto, una consolazione... E neppure mi sento solo in questo: se tante ondate di ricerca, di pensiero rivelativo battono con voracità contro le mura ipotetiche, invisibili e sommerse di Atlantide significa che Atlantide è Qualcosa e che ci possiamo sentire cittadini di Atlantide anche alla Magliana, alle Vallette, alla Bovisa o nel Bronx peggiore, per corrispondenze di destino, perché il mito atlantideo s’incastra con le confuse linee del nostro tracciato esistenziale. Gli abitanti di Atlantide, raggiunta una mai vista potenza tecnologica, perirono tuffati in un oceano di crimini, ubriachi di potenza e incapaci di districarsi dalle spire dei loro misfatti, in un’aria appestata... Non importa collocare Atlantide dove affondò il Titanic o nel triangolo delle Bermude: è qui, è il nostro brodo quotidiano, i suoi giornali sono i nostri da novanta centesimi, le sue mura sono le nostre case...
E come mai si corrispondono perfettamente le età brahmaniche del mito indiano e le età esiodee nelle Opere e i Giorni? Ellade e Gange? Infrolliti, accecati dalla fissazione al tempo lineare, abbiamo trasferito la verità del tempo ciclico nelle bare culturali - ma guarda, il tempo ciclico non è morto! Esiodo visse otto secoli prima della nostra éra, e spartiva le età del mondo in aurea, argentea, bronzea, eroica e ferrea. E qui commenta: «Mai io avrei voluto trovarmi con la quinta stirpe di uomini: ma o morire prima o nascere dopo. Ora infatti è la stirpe di ferro: né mai di giorno cesseranno di distruggersi per la fatica e per la pena, né mai di notte: e gli Dei daranno pensieri luttuosi, e Zeus distruggerà anche questa razza di umani, quando ai nati biancheggeranno le tempie...».
I cicli dei vati indiani sono quattro: satya (oro), treta (argento), dvapara (bronzo), kali (ferro). Insieme formano un mahayuga, un Grande Ciclo. L’epoca contemporanea, che nei calcoli dell’India non è limitata agli ultimi due secoli, o all’ultimo, è di fine-kaliyuga, il punto terminale di un Ciclo, immensa, incalcolabile voragine di tempo. E vivere in kaliyuga finale non è un’allegria, mentre la potenza di Atlantide che abbiamo costruito per dominare la fatica, il male e la morte ci sta sgranocchiando e calpestando con denti e zampe di infuocato drago.
Ed è altrettanto vero, visto in questa cruda luce, quanto Dostoevskij dice nell’Idiota: che la bellezza salverà il mondo. Non lo salva dalla sua finale degenerazione e disgregazione etico-fisica, ma come sogno. Il sogno immortale della Bellezza genera Età dell’Oro, ne anticipa, ne presagisce la presenza nell’Invisibile, è un faro che mai si spegne, un farmaco contro la paura.

anche in Francia:
vogliono curare la schizofrenia con lo studio dei topi...

ANSA.it
NEI TOPI RESI APATICI C'E' IL SEGRETO DELLA SCHIZOFRENIA


ROMA - Sono diventati apatici e indifferenti, non difendono il loro territorio, non preparano il nido ne' curano i piccoli, ma promettono di aprire la strada ad una rivoluzione nella cura della schizofrenia: sono i topi geneticamente modificati e trasformati nel modello ideale per scoprire le cause di questa malattia. Su di essi sembrano avere effetti molto positivi molecole finora note per i loro effetti anticancro.
I ricercatori francesi del laboratorio di Biologia del Commissariato per l'energia atomica (CEA) di Grenoble, diretto da Didier Job, contano di essere presto in grado di poter trasferire nell'uomo quanto stanno sperimentando nei topi resi apatici: grazie a topi come questi potranno essere individuate nuove classi di farmaci in grado di combattere in modo efficace la schizofrenia. Sarebbe una vera e propria rivoluzione, dopo la scoperta dei farmaci neurolettici, avvenuta negli anni '50. Ancora oggi questi farmaci sono la migliore arma disponibile contro questa malattia psichiatrica, che colpisce l'1% della popolazione.
I topi che potrebbero lasciare un segno nella storia della psichiatria sono in apparenza identici ai loro simili curiosi e vivaci, ma nel loro patrimonio genetico e' stato spento il gene addetto alla produzione di una proteina chiamata ''Stop'', una sorta di interruttore molecolare della curiosita'.
Per avere un'idea dell'importanza di questa proteina, e' sufficiente osservare il comportamento di un topo normale: un maschio abituato a vivere da solo in una gabbia non esitera' nemmeno un istante ad aggredire senza risparmio di colpi un altro maschio introdotto nella stessa gabbia. Un comportamento certamente poco ospitale, ma perfettamente coerente con il codice sociale dei topi, che non ammette in alcun modo che un maschio lasci impunemente penetrare un estraneo nel suo territorio.
Ma se un topo privato del gene che controlla la produzione della proteina Stop viene sottoposto allo stesso test, lascia che l'intruso invada il suo territorio senza mostrare alcuna reazione. La biologa collaboratrice di Didier Job, Annie Andrieux, che studia i topi apatici da quasi dieci anni, li descrive come topi ansiosi, che cambiano spesso attivita' e che, rispetto ai loro simili sani, dormono meno e si muovono di piu'. Ma nonostante questa apparente attivita', sono sostanzialmente apatici e indifferenti. Le femmine in attesa dei cuccioli, per esempio, non si danno da fare a preparare il nido e continuano a ignorare la prole anche dopo la nascita dei piccoli, al punto da non curarli e fino a lasciarli morire. Nulla riesce a scuoterli dalla loro indifferenza: ne' la vista di un oggetto nuovo, capace di risvegliare la curiosita' di qualsiasi altro roditore, ne' un'eventuale minaccia. Nemmeno il freddo li spinge a cercare un nido o un qualsiasi rifugio in cui riscaldarsi.
Perche' e' importante studiare topi come questi? I ricercatori li considerano il modello animale piu' vicino alla schizofrenia che colpisce l'uomo. Sono simili sia per l'atteggiamento psicologico, sia perche' i meccanismi biologici associati alla malattia riprodotta nei topi sono confrontabili con quelli osservati nei pazienti umani.
Vale a dire che, nei topi come l'uomo, le connessioni tra i neuroni (chiamate sinapsi) non hanno la plasticita' necessaria per affrontare compiti complessi come l'apprendimento e la memorizzazione. A rafforzare la somiglianza tra la malattia negli animali e quella umana c'e' anche il fatto che gli stessi farmaci neurolettici utilizzati per curare la schizofrenia nell'uomo hanno effetti analoghi nei topi geneticamente modificati: trattati con questi farmaci fin dalla nascita, i topi apatici smettono di essere tali e si occupano sia della loro sopravvivenza sia dei loro piccoli.
Annie Andrieux e Didier Job hanno inoltre scoperto che nei topi resi apatici la carenza della proteina Stop puo' essere, in certa misura, controbilanciata da alcune molecole oggi utilizzate come farmaci anticancro. Somministrate ai topi geneticamente modificati, queste molecole sono riuscite a migliorarne il comportamento in un modo che i ricercatori definiscono ''spettacolare''. Secondo Annie Andrieux i nuovi farmaci ''funzionano meglio dei tradizionali neurolettici''. I test negli animali sono cosi' positivi che i ricercatori sono convinti che i risultati possano essere estrapolabili anche all'uomo, tanto che i due ricercatori di Grenoble hanno depositato un brevetto e sono in cerca di un partner fra le aziende farmaceutiche.