lunedì 5 gennaio 2009

IERI SU REPUBBLICA UNA INTERVISTA A MASSIMO FAGIOLI: disponibile qui di seguito


NEW SABATO MATTINA MARCO PANNELLA A RADIO RADICALE
HA CITATO MASSIMO FAGIOLI
l'audio (40") è disponibile qui

segnalazione di Elena Canali

Il Corriere della Sera 5.1.08 Prima pagina
La stampa di sinistra
Cinque o sei giornali e le nicchie
di Paolo Franchi

Un po' tutti i giornali vivono una stagione di difficoltà e di incertezza. Ma nella stampa di sinistra italiana sta capitando qualcosa di molto particolare. Qualcosa che non si lascia facilmente catalogare solo alla voce: problemi dell'editoria.
Intanto. I quotidiani storicamente o per lo meno programmaticamente di sinistra, o di centrosinistra, sono ben cinque: l'Unità, il manifesto, Liberazione, il Riformista, Europa. E indiscrezioni accreditate segnalano che da una costola dell'Unità potrebbe tra poco, su iniziativa dell'ex direttore Antonio Padellaro, nascerne un sesto, intenzionato a rivolgersi all'area politica e di opinione che si colloca grosso modo a mezza via tra il Partito democratico e l'Italia dei Valori di Tonino Di Pietro. Auguri.
Le vicende dei cinque quotidiani già su piazza sono ovviamente molto diverse e, in certi casi, nemmeno paragonabili tra loro. Diverse sono le collocazioni politiche, la diffusione, le scelte editoriali. Alcuni, come l'Unità, che per Togliatti doveva ambire ad essere «il Corriere della Sera del proletariato», ma anche il manifesto, fanno parte a pieno titolo non solo della storia del giornalismo italiano, ma della storia d'Italia. Altri hanno pochi anni di vita. Ma nessuno può cullarsi nei ricordi, o fare troppo affidamento sul futuro. Tutti e cinque hanno attraversato crisi lunghe (è il caso dell'Unità, ma anche del Manifesto, i cui appelli ai lettori perché ne consentano la sopravvivenza si ripetono a scadenza annuale da tempo immemorabile), dalle quali non è chiarissimo se e quanto si sono ripresi; o le stanno vivendo, come Liberazione; o comunque vivono una vita alquanto stentata. I soldi mancano o sono insufficienti per definizione, nonostante il finanziamento pubblico, anche nel caso fortunato in cui qualche editore abbia rilevato o si accinga a rilevare la testata, debiti pregressi, ovviamente, inclusi. La pubblicità va male, peggio ancora, si capisce, che nei grandi giornali. E i lettori, che già non erano un esercito, di sicuro non aumentano. Anzi.
Tutti possono ambire, e giustamente ambiscono, a campare, facendo altrettanto giustamente appello ai valori del pluralismo, tutti avrebbero qualche difficoltà a spiegare, con un po' di precisione, in cosa sarebbe politicamente e culturalmente più povera l'Italia se la loro voce si spegnesse. Ciascuno sta lì a testimoniare di qualcosa, nessuno sembra avere un progetto di qualche ambizione. Molti di noi, se dovesse chiudere anche uno solo di questi giornali, si sentirebbero un po' orfani.
Ma, se le cose stanno così, una logica di pura sopravvivenza difficilmente può aiutare a venirne fuori. Servirebbero un fatto nuovo, un colpo d'ala, una piccola rivoluzione politico-editoriale. O, più semplicemente, un'idea. Qualche tempo fa il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, lo stesso che oggi deve difendersi dall'attacco congiunto della maggioranza di Rifondazione e di Massimo Fagioli mobilitando Luxuria, un'idea l'aveva avuta. Una specie di uovo di Colombo: là dove ci sono cinque e domani forse sei giornali medi, piccoli e piccolissimi che non diventeranno mai grandi, facciamone uno solo che possa aspirare rapidamente a diventarlo. Un giornale che non risponda a questa o quella fazione o sottofazione della sinistra, ma cerchi di parlare e di dar voce alle diverse anime della sinistra medesima piuttosto che ai loro (presunti) stati maggiori. Un giornale nello stesso tempo popolare, critico e autorevole, che viva per unire rinnovando linguaggi e culture piuttosto che sopravvivere grazie alle divisioni.
Non so se Sansonetti la coltivi ancora. A me, che all'epoca dirigevo il Riformista, e cercavo di fare un giornale di tendenza, sì, ma tutt'altro che settario, la sua idea parve già allora tanto sensata quanto irrealizzabile: una provocazione, intelligente, sì, ma comunque una provocazione. Temo che le cose stiano ancora così, se non peggio. E non solo per via degli editori, dei direttori, delle redazioni, dei soldi pubblici (per chi vi attinge) e di quei tanti o pochi lettori che si sentirebbero traditi se un bel mattino non trovassero più in edicola il «loro» quotidiano. Per mettere in piedi un giornale che, nel tentativo di diventare rispettabilmente grande, provi a rivolgersi a tutta la sinistra, servirebbe per cominciare che nella sinistra, per quanto sconfitta, per quanto divisa, per quanto peggio che incerta sulle sue prospettive, per quanto minata nella sua identità, ci fosse ancora qualcosa di simile a un sentire comune; e, se non ci fosse, che questa assenza fosse avvertita come un problema drammatico, e si dedicassero alla sua ricostruzione tutte le energie migliori.
Non ci vuole molto a capire, basta guardarsi intorno, che le cose stanno esattamente all'opposto. Un riferimento comune non c'è, e nessuno sembra avere un particolare interesse a ricostruirlo. Non perché sia in corso, come pure in passato è in varie circostanze accaduto, uno scontro politico e culturale così aspro da non lasciar campo a mediazioni, tanto meno in quella carta stampata per la quale da sempre la sinistra nutre una passione tutta particolare, ma più semplicemente perché ci si è così abituati a vivere nella sconfitta e nella frammentazione da considerarle, da qui all'eternità, l'unico habitat possibile e immaginabile: ciascuno difende la sua nicchia.
Nessuno saprebbe ragionevolmente spiegare, specie in tempi calamitosi come questi, perché, in un Paese in cui la sinistra latita, ci debbano essere cinque, o magari sei, quotidiani di sinistra o di centrosinistra, e che cosa ciascuno di questi abbia da dire di così significativo da meritargli uno spazio editoriale e politico importante. Ma è altrettanto vero che nessuno saprebbe come fare a dar seguito alla felice provocazione di Sansonetti. Per quanto il tutto possa apparire surreale, anche all'osservatore più amichevole non resta, probabilmente, che prenderne atto, e fare gli auguri più sentiti agli interessati.


Il Corriere della Sera 5.1.08 Prima pagina
Il segretario del Piemonte contro Liberazione
Ora Rifondazione litiga su Pinter
di Paolo Conti

«Omofobia e chiusura». L'articolo di Delbono sulla morte dell'autore inglese avverte dei rischi di «vecchie verità che sanno di omofobia e chiusura»
«Lettori a perdere». Il leader piemontese del partito accusa i vertici del giornale: continuate così, qualche lettore si può ancora perdere

Piero Sansonetti, direttore di «Liberazione» “Dai dirigenti un clima di intimidazione da anni 50. Un anno fa non avrebbero detto certe cose”
Gianfranco Capitta, scrittore e studioso di Pinter “Pinter era per giustizia e uguaglianza. Qui qualcuno è fermo a un mondo che non esiste più”
Giulio Ferroni, professore e critico letterario “I crimini hanno distrutto le istanze di liberazione che il comunismo aveva. A che servono certi santini?”

Il caso. Una lettera di un segretario regionale prc accusa: il drammaturgo celebrato denunciando un'ideologia in cui domina «l'attaccamento al potere»
Pinter e il comunismo da condannare, un'altra lite su Liberazione

ROMA — Ci mancava solo la frattura su Harold Pinter, nella telenovela di «Liberazione». Prima le liti tra il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, e il direttore Piero Sansonetti. Poi il duello sul cambio di proprietà, gli attacchi dell'editore e futuro acquirente Luca Bonaccorsi all'attuale direzione, le dispute sullo psicanalista Massimo Fagioli amico dello stesso Bonaccorsi, sodale ripudiato di Fausto Bertinotti e aperto contestatore di Nicky Vendola «gay-comunista-cattolico», le proteste dei militanti (Vladimir Luxuria in testa) sotto la sede mentre il cda pro-Sansonetti si scioglie. Adesso «Liberazione» si divide su Harold Pinter, il drammaturgo e premio Nobel scomparso nella notte di Natale.
Ma perché? Il 2 gennaio, in prima pagina su «Liberazione», Pippo Delbono, attore e regista del miglior teatro di ricerca (cuore notoriamente a sinistra) ricorda Pinter e il suo discorso alla cerimonia del Nobel 2005. Titolo: «La lezione di Pinter: le "verità" del comunismo». Delbono ricorda l'ansia pinteriana di verità, poi scrive: «Nel nostro paese di "verità" ne abbiamo sentite sempre. Del libero mercato, della Chiesa... e poi ecco riemergere vecchie "verità" comuniste che, ahimè, sanno di omofobia e chiusura ». Cita Pinter, i politici «non si interessano alla verità ma al potere » ed è essenziale che la gente «viva nell'ignoranza della verità ». Conclusione di Delbono: «L'attaccamento al potere ha accomunato Chiesa, capitalismo, comunismo». Un po' troppo per Armando Petrini, segretario regionale piemontese di Rifondazione che ieri ha firmato una protesta su «Liberazione»: «L'impegno di Pinter come intellettuale è stato anche civile e politico. Ma su cosa si concentra l'articolo? Naturalmente sulla condanna del comunismo, da considerarsi "vecchio", la cui costante non sarebbe altro che "l'attaccamento al potere". Niente male per un "giornale comunista". Continuate così, qualche lettore si può forse ancora perdere...» Piero Sansonetti ha una sola chiave di lettura: «Il clima di intimidazione del gruppo dirigente del partito è da anni 50. Delbono è un intellettuale ribelle e rivoluzionario, forse uno dei pochi italiani di sinistra apprezzati all'estero. Ha scritto ciò che ha voluto. Petrini? Un anno fa non si sarebbe mai sognato di scrivere certe cose. Forse ignora chi sia Delbono. Ma quel clima può produrre orrori simili».
Gianfranco Capitta è, con Roberto Canziani, autore di un'apprezzata biografia critica di Pinter («Harold Pinter, scena e potere », Garzanti). Ed è critico teatrale di un altro "quotidiano comunista", «Il manifesto». E così commenta la polemica: «Pinter non si è mai posto un problema di etichette da applicare come patacche o semplificazioni brutali, come invece spesso capita alle nomenclature. Guardava alla sostanza. La cosa più importante per lui era l'uguaglianza e la giustizia tra uomini, Stati e potenze. Per lui persino Milosevic aveva i suoi pieni diritti di essere umano. In questo quadro, il comunismo reale non fa certo una bella figura...» Capitta conosceva molto bene Pinter, frequentava la sua splendida casa londinese condivisa con la moglie, la storica lady Antonia Fraser: «Pinter ha sempre vissuto del suo lavoro e poteva affermare le sue verità senza guardare in faccia nessuno». E cosa pensa, Capitta, si ciò che avviene a «Liberazione» dal suo osservatorio di critico di un altro foglio comunista? «Mi sembra che stiano lì a spaccare un capello in quattro, mentre ci sarebbe ben altra sostanza alla quale applicarsi. Il dibattito su Pinter mi fa pensare che qualcuno è rimasto all'idea di un mondo che non esiste più. Crollato, almeno così mi sembra, qualche annetto fa».
Così la pensa Giulio Ferroni, critico e ordinario di Letteratura italiana a «La Sapienza» di Roma: «Se il comunismo va rifondato è bene rimettere in discussione il passato e far piazza pulita dei fantasmi. Errori e crimini hanno distrutto le istanze di liberazione che pure il comunismo aveva. Tenere in piedi certi santini a cosa serve? Pinter era un intellettuale onesto e spregiudicato. Bisognerebbe, semmai, fare passi in avanti partendo dai suoi. No?»









Qui di seguito una selezione di articoli di oggi sugli altri temi

LEGGI L'OPINIONE DEL PROF. FRANCESCO FEDELE, QUI DI SEGUITO

«Striscia di Gaza divisa
Uccisi altri tre banbini
La Striscia di Gaza è ormai divisa in due con i carri armati israeliani che controllano Gaza City. Tra i palestinesi, secondo il medico del pronto soccorso di Gaza, ci sono stati dall'inizio del conflitto oltre 523 morti (42 nella sola giornata di domenica) di cui 90 bambini. Israele: un soldato morto e 30 feriti. Dopo i veti Usa all'Onu al lavoro la diplomazia europea e egiziana».
dall'Unità on line

l'Unità 5.1.09
Intervista a Sari Nusseibeh
«Fermate il massacro. Sulle ceneri di Gaza crescerà altro odio»
«L'Occidente deve sapere che così si cancella ogni spazio di dialogo. Si militarizzano le coscienze»
L'intellettuale palestinese: «Israele non avrà mai la pace con la forza. Sbaglia chi crede che Hamas sarà piegato, anzi si rafforzerà
Il mondo si muova, nella Striscia serve una forza di interposizione»
di Umberto De Giovannangeli
nelle edicole

Repubblica 5.1.09
"La Sapienza ostaggio di 300 piccoli criminali"
Attacco di Alemanno dopo il caso Morucci. Il fisico Bernardini: che pasticcio tra lui e il rettore
di Carlo Picozza
qui

Repubblica 5.1.09
Il Vaticano, le leggi italiane e l’autonomia dello Stato
di Stefano Rodotà
qui
«Una società scientifica, che fa ricerca formazione e cura, è tale se ha come suoi capisaldi laicità ed eticità, per cui il medico deve accompagnare il paziente ad una buona morte, non cruenta - afferma il professor Francesco Fedele, ordinario alla Sapienza e presidente della Società italiana di Cardiologia - non sostengo l’eutanasia tout-court, come fatto attivo che provoca la morte, ma solo il medico può stabilire se una certa cura è accanimento terapeutico o meno»
Repubblica 3.1.08
Dopo la proposta lanciata su Repubblica dai genetisti Luca e Francesco Cavalli-Sforza
Morte degna, è ancora scontro "Sì all'ipotesi di referendum"
"Il testamento biologico va bene, ne sono convinti otto cardiologi su dieci"
di ma. re.

ROMA - L´essere umano è padrone della propria vita? Può decidere di porre fine alle sofferenze se le terapie si trasformano in accanimento terapeutico? Ieri, su La Repubblica, Luca e Francesco Cavalli Sforza hanno rivendicato il diritto dell'uomo alla libertà di scelta, lanciando l'idea di un referendum. E mentre si avvicina lo scontro in Parlamento sul testamento biologico, Rita Levi Montalcini, commenta: «Morire con dignità è un diritto individuale e il testamento biologico va scritto esclusivamente per noi stessi. Non si decide mai per gli altri». La maggioranza di centro destra sembra viaggiare compatta verso una legge che vieta il diritto di staccare la spina, quindi stop all'idratazione e all'alimentazione forzata per le persone che si trovano in stato vegetativo permanente. Al secondo punto la possibilità per il medico, malgrado le scelte del paziente, di dichiararsi obiettore.
Ma cosa ne pensa la classe medica? «Una società scientifica, che fa ricerca formazione e cura, è tale se ha come suoi capisaldi laicità ed eticità, per cui il medico deve accompagnare il paziente ad una buona morte, non cruenta - afferma il professor Francesco Fedele, ordinario alla Sapienza e presidente della Società italiana di Cardiologia - non sostengo l’eutanasia tout-court, come fatto attivo che provoca la morte, ma solo il medico può stabilire se una certa cura è accanimento terapeutico o meno. Nel primo caso si tratterebbe di un’inutile sofferenza che si può evitare. Il testamento biologico va bene, ne sono convinti otto cardiologi su dieci, e penso che il depositario del testamento dovrebbe essere proprio il medico».
E sul referendum lanciato da Luca e Francesco Cavalli Sforza interviene Luigi Manconi, sociologo, e firmatario della prima proposta di legge sul testamento biologico nel ‘95. «Fino ad ora i sondaggi fatti ripetutamente nel tempo hanno sempre indicato una maggioranza di italiani favorevoli all'autodeterminazione rispetto al problema di fine vita - commenta Manconi - perché in ogni famiglia si è avuta un'esperienza di un malato terminale senza speranza. E poi sta cambiando anche il mondo cattolico. Uno per tutti: Vittorio Possenti, membro dell'Accademia pontificia delle scienze sociali, ha preso chiaramente posizione e favore dell'autodeterminazione individuale». Non risparmia critiche alla linea della maggioranza il senatore Ignazio Marino, Pd, oncologo di fama internazionale: «Invito il sottosegretario Eugenia Roccella a leggersi le motivazioni delle 30 mila persone che hanno sottoscritto l'appello lanciato da Eugenio Scalfari, da me, Corrado Augias ed altri, sul sito www.appellotestamentobiologico.it, così capirebbe che il Paese non la pensa come lei. Ricordo a lei e a Paola Binetti, del Pd, che la Costituzione parla chiaro: ogni essere umano ha diritto alla salute ma anche quello di rifiutare le terapie. Loro, invece, vogliono una legge che decida a quali terapie debba essere sottoposto un malato terminale, creando anche gravi problemi deontologici al medico».
segnalazione di Giovanni Del Missier
l'Unità Forum 5.1.09
La vita prima dell'embrione
Quasi ogni giorno il Vaticano ribadisce che un embrione, cioè un grumo di cellule, è vita umana. È noto però che ciò diventa vero solo al verificarsi di determinate condizioni, fra le altre l'indispensabile passare di un certo lasso di tempo. L'embrione in effetti è solo una vita potenziale, una potenzialità di vita.
Fabio Della Pergola

Risposta:
Nel suo libro straordinario dedicato a Godel, Escher e Bach (Adelphi, 1984) Hofstadter propone la fantasia di un messaggio che contiene la trascrizione completa del codice genetico lanciato nel cosmo e raccolto, su una qualche stella, da esseri dotati di una intelligenza è di una competenza scientifica vicine a quelle prevedibili per l'uomo fra qualche secolo. Le informazioni contenute nel codice potrebbero essere utilizzate, a suo avviso, per costruire (cioè per dare vita) ad una cellula in grado di trasformarsi in un embrione di essere umano. Le condizioni che quegli esseri pensanti dovrebbero realizzare sono solo, infatti, quelle legate alla decifrazione del codice, alla scelta dei materiali all'impianto su una superficie adatta per il tempo necessario all'accrescimento. La potenzialità di vita, in questo caso, è quella di un messaggio _ contenuto nelle informazioni genetiche che naviga nello spazio o quella della mente che lo trascrive: liberamente decidendo di realizzarlo o facendo abortire una vita possibile, una potenzialità di vita. Un problema nuovo ponendo, forse, ai teologi del Vaticano.
Luigi Cancrini
Il testo originale della lettera inviata all'Unità da Fabio Della Pergola e pubblicato oggi per estratto:
"Caro Direttore,
quasi ogni giorno il Vaticano ribadisce che un embrione, cioè un grumo di cellule, è vita umana. E' noto che ciò diventa vero solo al verificarsi di determinate condizioni, fra le altre l'indispensabile passare di un certo lasso di tempo. Però se mi metto a dire che io sono un tizio morto da tempo, anche se in verità parlo e cammino, sicuramente mi danno del matto. Eppure potenzialmente sono un morto, così come un embrione è solo potenzialmente un neonato. In altri termini, rendere inesistente la differenza fra potenzialità e realtà del fatto avvenuto, è considerato un "discorso da pazzi" se posto alla fine del processo vitale e una profonda "verità rivelata" se posto all'inizio. A me sembra una bizzarra incongruenza.

Fabio della Pergola
Repubblica 5.1.09
Al Grand Palais una ricchissima selezione di capolavori
Picasso a tu per tu con i padri e i maestri
I quadri giustapposti a opere celebri, come Goya, Manet, Vélazquez, Tiziano
qui

Repubblica 5.1.09
Rovereto. Il secolo del jazz. Arte, cinema, musica e fotografia da Picasso a Basquiat
Al Mart. Fino al 15 febbraio
qui

Repubblica 5.1.09
Love& Art. L’amore rinascimentale
qui

Corriere della Sera 5.1.08
Fecondazione Impasse da 5 anni dopo gli investimenti per la sede di Milano
Il pasticcio degli embrioni La biobanca c'è ma non apre
di Margherita De Bac
qui

Corriere della Sera 5.1.08
Lo studio di Giorgio Fabre su una sorprendente nota in funzione di politica estera emanata poco prima delle leggi razziali
Febbraio 1938: il fascismo negò di essere antisemita
di Dino Messina
qui

Corriere della Sera 5.1.08
L'arpista e compositrice, sorella del direttore d'orchestra: anche i colleghi ci ignorano
Io accuso la classica
Cecilia Chailly: «Noi donne emarginate La musica colta dominata dal maschilismo»
Su Giovanni Allevi Sono d'accordo con Uto Ughi: Allevi è un fenomeno di marketing
di Giuseppina Manin
qui
La Stampa Lettere 30.12.08
Allevi giustiziere della casta?
Insegno in Conservatorio da 16 anni e mi trovo perfettamente in sintonia con l'intervista rilasciata dal M° Ughi per la chiarezza illuminante di cui si sentiva molto il bisogno in questi nostri tristi anni. Se è vero che in Italia un certo provincialismo culturale e una pessima gestione delle risorse destinate alla musica hanno provocato i danni che tutti conosciamo, certe affermazioni del sig. Allevi sono sconcertanti (giustiziere della casta?) e fanno temere che il personaggio mediatico stia prendendo il sopravvento sulla realtà di un ragazzo che per il suo successo è diventato una speranza per i tanti giovani che cercano la loro strada nella vita. Penso tristemente, Allevi a parte, che la politica culturale (della sinistra) del nuovo per il nuovo, negando la differenza tra piaceri più o meno epidermici e quello di una realizzazione personale di ricerca non obbligatoria e non necessariamente intellettuale, alla fine va a ricreare quella «casta» che pure il sig. Allevi dice tanto di combattere.
Pierpaolo Iacopini

l'intervento di Ughi, "Il successo di Allevi? Mi offende": qui
l'intervento di Allevi, "Caro Ughi, lei difende soltanto la sua Casta": qui
l'opinione di Cappelletto, , Classica? Sì, grazie. Purché sia "facile": qui
Avvenire 3.1.09
E Rosmini «bruciò» Marx
qui

Il Sole 24 Ore 4.1.09
Molti governi, soprattutto conservatori, hanno rispolverato Il Capitale: ma la storia insegna che lo Stato banchiere si è sempre rivelato un fallimento
Oddio, Marx sta di nuovo bene
di Harold James, Princeton University
qui