lunedì 18 aprile 2005

gli americani e la depressione

Repubblica 15.4.05
Ai controlli di routine si affianca quello sulla salute mentale
Formulario a punti, poi eventualmente esami clinici completi
Il male oscuro di New York
arriva il test anti depressione

I critici: pazienti segnati a vita, boom di consumo di farmaci
di BENEDICT CAREY e MARC SANTORA
(questa è la traduzione dell'articolo sul New York Times, già pubblicato su questo blog in data 14 c.m. su segnalazione di Andrea Ventura)
NEW YORK - I medici di New York hanno cominciato a utilizzare un questionario a punti per determinare se un paziente sia a rischio di depressione, una pratica che gli operatori sanitari si augurano possa diventare un controllo di routine dell'assistenza sanitaria di base, tanto quanto il controllo della pressione o gli esami per il colesterolo. Si tratta del primo screening su vasta scala e ha scatenato un dibattito nazionale acceso tra psichiatri, politici e associazioni di difesa dei pazienti.
Nel 2003 un gruppo di esperti incaricato dal presidente Bush raccomandò di estendere le procedure di screening della salute mentale e il Congresso stanziò la cifra di 20 milioni di dollari in fondi di supporto per avviare quest'anno programmi pilota a livello statale.
A New York nessun fondo federale è impiegato per il programma in corso negli ospedali municipali. Il test, cui vengono per ora sottoposti soltanto gli adulti, valuta la depressione con un punteggio basandosi sulle risposte a nove domande. Non si tratta di una diagnosi formale, ma un punteggio molto alto dovrebbe indurre il medico curante a raccomandare al paziente di sottoporsi a uno screening clinico completo.
Dai sondaggi risulta che il 16 per cento degli americani - ovvero ben 46 milioni di persone - in alcune fasi della vita soffre di depressione e si calcola che la depressione costi al paese circa 44 miliardi di dollari l'anno in ore di lavoro perdute e disabilità, ovvero molto più di qualsiasi altra malattia, comprese quelle cardiache.
Chi è contrario allo screening di massa, invece, sottolinea che la depressione non è una malattia facile da diagnosticare per i medici di base e sostengono che un punteggio ottenuto per mezzo di formulari standard potrebbe far preoccupare inutilmente i pazienti. "Quando a un paziente si affibbia l'etichetta di soggetto affetto da problemi mentali, tale etichetta gli resta appiccicata addosso tutta la vita, sia o non sia la diagnosi accurata", ha spiegato Vera Hassner Sharav, presidente dell'Alliance for Human Research Protection.
Chi contesta la proposta come Sharav sostiene inoltre che i test farebbero aumentare il consumo di psicofarmaci, compresi gli antidepressivi come Zoloft e Prozac. Nell'autunno scorso il repubblicano Ron Paul del Texas, ginecologo, aveva presentato un emendamento per bloccare il finanziamento federale dei programmi di screening, perché preoccupato che i bambini a scuola ricevano troppe medicine, ma l'emendamento è stato respinto.
Finora sono soltanto una dozzina i medici di base che utilizzano il test, ma lo scopo è quello di far sì che ogni medico di base del sistema ospedaliero municipale usi il test nell'arco dei prossimi due-tre anni. Poiché un abitante di New York su quattro ricorre agli ospedali della città per l'assistenza sanitaria, questo significa che il programma potrebbe presto interessare direttamente milioni di pazienti. Le autorità di New York difendono la loro iniziativa. "La depressione è una malattia di primo piano a New York City, ma può essere curata efficacemente" dichiara Thomas R. Frieden, assessore alla Sanità della città, che così prosegue: "Dai nostri rilevamenti risulta che vi sono circa 400.000 newyorchesi affetti da depressione e molti di loro non hanno ricevuto una diagnosi accurata né una cura efficace".

(Copyright New York Times - la Repubblica. Traduzione di Anna Bissanti)

Libero Webnews 15.4.05
UNA TERAPIA "LIGHT" PER LA DEPRESSIONE DELL'UMORE

Ancora un passo avanti nel trattamento della depressione. L'American Journal of Psychiatry avverte che la Light Therapy, letteralmente "terapia della luce", è efficace quanto i farmaci per alleviarne i sintomi. Soprattutto nei mesi invernali e nei paesi scarsamente baciati dal sole, sarebbero sufficienti dai 20 ai 40 minuti al giorno per dare energia e carica ai nauseati e ai depressi. Si può parlare di lampade antidepressive? Pare di sì, ma più che altro è il sole naturale ad essere efficace. Lo studio, promosso dall'American Psychiatric Association, ha infatti presso le mosse dalla constatazione degli effetti deprimenti dell'inverno. L'assenza di raggi solari diretti causerebbe la perdita di energia e di concentrazione, la depressione dell'umore, il bisogno di consumare quantità superiori di carboidrati per compensare e di dormire di più, per via del ritiro degli investimenti libidici dal mondo esterno.

una soluzione definitiva nella lotta alla depressione...

Spiritual Search News
LA FEDE IN DIO SCONFIGGE LA DEPRESSIONE

Credere in Dio è un'ottima metodologia per eludere il rischio di cadere in depressione. Chi ha fede, infatti, pur vivendo in situazioni di pesante disagio sociale, riesce a controllare meglio i propri flussi emotivi, e la regola è valida soprattutto per le persone di colore. Ciò è quanto rivela un'indagine compiuta dai ricercatori della University of Chicago.
Lo studio ha preso in considerazione, oltre al livello di fede, anche alcuni parametri relazionali: ebbene, i neri risultavano molto più esposti al rischio di depressione, dal momento che per loro il rischio di emarginazione, di discriminazione ed esclusione era molto più elevato rispetto ai soggetti bianchi. Nonostante queste condizioni sfavorevoli, però, i neri risultavano avere un miglior controllo della propria emotività, e questo grazie alla fede.
Come si spiega? Jhon Cacioppo, responsabile dello studio, ipotizza che questo sia dovuto al fatto che credere nell'esistenza di una giustizia divina, riscatta questi soggetti discriminati e lenisce la loro frustrazione rendendo più remoto il rischio di cadere in depressione.
Fonte: Spiritual Search News

rischio demenza

Adnkronos Venerdì 15 Aprile 2005
Psichiatria:
Lo Studio - Pessimisti, ansiosi e depressi a rischio demenza


Roma, 15 apr. (Adnkronos Salute) - Pessimisti, ansiosi e depressi più a rischio di sviluppare demenza. E i pericoli, per chi soffre di una di queste patologie, aumentano, a distanza di 30-40 anni, fino al 30% rispetto a chi affronta la vita con un sorriso, e fino al 40% se il pessimismo si associa all'ansia. E' quanto rivela uno studio statunitense presentato al convegno all'American Academy of Neurology di Miami e condotto su 3.500 persone sottoposte a un test che ha analizzato la personalità e le esperienze di vita tra il '62 e il '65. Nel 2004, il gruppo di ricercatori guidati da Yonas Geda, neuropsichiatra della Mayo Clinical di Rochester, in Minnesota, ha intervistato le persone a cui era stato somministrato il test e i loro familiari. Il gruppo che era affetto da ansia e pessimismo quarant'anni prima era più incline a soffrire di forme di demenza, incluse patologie quali l'Alzheimer e la demenza vascolare. ''Tuttavia - sottolinea Geda - bisogna interpretare questo studio con estrema cautela, perché non è possibile trasferire i risultati del gruppo ad ogni singolo individuo. Se infatti i pessimisti finissero per pensare che tra 20-30 anni soffriranno di demenza, finirebbero per convincersene favorendo l'insorgere della malattia''. (Ile/Adnkronos Salute)

l'Unità si interessa ancora di Groddeck...

L'Unità 18 Aprile 2005
Tra l’Es e l’Io
m.s.p.

Georg Groddeck, l’inventore della psicoanalisi psicosomatica e autore di testi geniali come Il libro dell’Es e Lo scrutatore d’anime, moriva a Zurigo nel 1934. Sessant’anni dopo arriva una sua biografia esaustiva, dotata anche di una bibliografia completa, firmata da uno studioso dell’università di Bamberg, Wolfgang Martynkewicz . Groddeck , assertore della «benignità» della forza dell’inconscio (nel suo linguaggio «Es») e della necessità di non farla imbrigliare dall’Io, in vita riuscì a dividere la comunità degli studiosi, suscitando grande ammirazione e grande ostilità. Nella sua clinica di Marienhöhe, ribattezzata dai suoi pazienti «Satanarium», sottopose a cura psicoanalitica, accompagnata da diete e massaggi, ammalati di ogni genere, nevrotici come affetti da tumori. Il suo rapporto con l’ufficialità, rappresentata dalla Società freudiana, fu spesso burrascoso. La biografia esplora il suo rapporto con Freud e propone un capitolo inedito del Libro dell’Es.

"punitori altruistici"

Le Scienze 17.04.2005
L'origine della cooperazione umana
La punizione altruistica è essenziale per lo sviluppo di un comportamento cooperativo


Un modello evolutivo del comportamento umano, descritto in uno studio pubblicato sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences", suggerisce che i "moralisti" che si sacrificano volontariamente per punire chi si comporta male possono arrivare a dominare una popolazione e ad assicurare la cooperazione fra i suoi membri.
L'origine del comportamento cooperativo ha sempre reso perplessi gli scienziati, giacché la selezione naturale favorisce gli individui egoisti rispetto a quelli che compiono sacrifici personali per andare d'accordo con gli altri. Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che la cooperazione abbia senso in una società con "punitori altruistici", ovvero individui "moralisti" decisi a pagare un costo personale pur di punire gli egoisti.
Per comprendere come la punizione altruistica possa mettere radici in una società, James Fowler dell'Università della California di Davis ha sviluppato un modello matematico che simula i comportamenti e le interazioni in una società col passare del tempo. Lo scienziato ha scoperto che l'ingresso di punitori altruistici in una popolazione di cooperatori e di non cooperatori può cambiare le dinamiche del gruppo. Sotto certe condizioni, la punizione altruistica è così benefica alla popolazione da giungere a dominare il comportamento del gruppo e tenere a bada coloro che non cooperano.
Questi risultati potrebbero contribuire a spiegare le origini della cooperazione e delle punizioni. Studi precedenti avevano mostrato che la punizione altruistica stimola il centro della ricompensa nel cervello, suggerendo che gli esseri umani possano aver evoluto fisicamente e biologicamente questo tipo di comportamento.

James H. Fowler, "Altruistic punishment and the origin of cooperation". Proceedings of the National Academy of Sciences (2005).

© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.

Eli Lilly

Repubblica 14/04/2005
Farmaceutici: CSFB alza giudizio su settore europeo a "overweight"

(Teleborsa) - Roma, 15 apr - La Credit Suisse First Boston ha migliorato il suo giudizio sul settore farmaceutico europeo, portando la raccomandazione a "overweight" dal precedente "in line", dopo che lì'americana Eli Lilly & Co ha otenuto una sospirata vittoria in una causa legale che coinvolgeva il brevetto sullo Zyprexa, un farmaco contro la schizofrenia. nel dettaglio la banca d'affari ha rivisto al rialzo a "buy" il giudizio su AstraZeneca e Sanofi-Aventis ed a "neutral" il giudizio su Altana. Rivisto al ribasso solo il giudizio su Novartis che passa a "underperform" da "outperform".

Eli Lilly: sale del 5% a Francoforte su attesa decisione Corte Usa su Zyprexa

(Teleborsa) - Roma, 14 apr - Viaggiano in rialzo a francoforte le azioni della società farmaceutrica americana Eli Lilly, che evidenziano un rialzo del 5,08% a 44,03 euro per azione, anticipando una possibile partenza sprint anche al Nyse. La società, secondo gli operatori, potrebbe già ottenere questo pomeriggio l'attesissima decisione della Corte Federale Usa in merito ad un brevetto per il armaco Zyprexa, che cura la schizofrenia. L'azione legale era stata promossa da alcune società di farmaci generici che sostenevano che il brevetto era ormai scaduto. D'altro canto la Eli Lilly ne confermava la vaìlidità sino al 2011. Potrebbe così chiudersi oggi questa importante causa legale multimiliardaria.

come fu inventato l'elettroshock

nopsych.it
Elettroshock, la storia
Ugo Cerletti, inventore dell'elettroshock, descrisse nel modo seguente il metodo che portò allo sviluppo del suo lavoro:

"Vanni mi informò del fatto che al macello di Roma i maiali venivano ammazzati con la corrente elettrica. Questa informazione sembrava confermare i miei dubbi sulla pericolosità dell'applicazione di elettricità all'uomo. Mi recai al macello per osservare questa cosiddetta macellazione elettrica, e notai che ai maiali venivano applicate alle tempie delle tenaglie metalliche collegate alla corrente elettrica (125 volt). Non appena queste tenaglie venivano applicate, i maiali perdevano conoscenza, si irrigidivano, e poi, dopo qualche secondo, erano presi da convulsioni, proprio come i cani che noi usavamo per i nostri esperimenti. Durante il periodo di perdita della conoscenza (coma epilettico), il macellaio accoltellava e dissanguava gli animali senza difficoltà. Non era vero, pertanto che gli animali venissero ammazzati dalla corrente elettrica, che veniva invece usata, secondo il suggerimento della Società per la prevenzione del trattamento crudele agli animali, per poter uccidere i maiali senza farli soffrire.

schizofrenia

Schizofrenia: troppi annunci e pochi fatti
Sembra non abbia fine la costante e ripetitiva comparsa sui mezzi di informazione, di entusiastici annunci circa la scoperta delle cause della schizofrenia.

L’ultimo in ordine di tempo è la notizia che sarebbe stata “Localizzata nel cervello l’area della schizofrenia…” Lo studio, condotto tramite risonanza magnetica all’Istituto di Neuroscienze dell’università di Sydney, e comparso sulla rivista internazionale “Neuroimage”, riporta l’individuazione di un legame tra l’assottigliamento di alcune aree cerebrali (corteccia prefrontale) e processi di pensiero deteriorati, in soggetti schizofrenici.
Nulla da eccepire sui rilievi individuati dall’equipe di Vaughan Carr, direttore scientifico dell'Istituto stesso, ma è quanto meno opportuno fare alcune annotazioni:
1 – lo studio è stato condotto su soli 10 pazienti (campione troppo esiguo) e non è ancora stato ripetuto;
2 – è ben nota la correlazione tra funzioni cognitive superiori e corteccia prefrontale. Per più di 40 anni gli psichiatri si sono ostinati a distruggerla con le lobotomie e, cosa che può sembrare assurda, proprio per “curare”, dicevano, la schizofrenia. Non possiamo comunque sapere se l’assottigliamento riscontrato a Sydney sia la causa o l’effetto del deterioramento del pensiero;
3 – l’idea che la schizofrenia sia provocata da una alterazione cerebrale ha affascinato la psichiatria da più di 200 anni, senza che si approdasse a nulla.

A questo proposito è bene ricordare alcuni passaggi di questa “storia infinita”: con la scoperta dei batteri, la psichiatria si concentrò sulla ricerca del batterio che “doveva” esserne la causa; lo cercarono per più di cento anni, senza mai trovarlo. In compenso gli diedero un nome: lo schizococco.
Fu quindi la volta del virus, anche questo cercato inutilmente (e qualcuno lo cerca ancora), poi, man mano che l’evoluzione scientifica individuava nuovi varchi, subito si apriva il campo per un’altra esplorazione (genetica, squilibrio biochimico, alterazione funzionale, ecc.).

Nulla di male, se si fosse trattato semplicemente di esplorazione scientifica, ma qui ciò che viene fatto è il presentare al pubblico “ipotesi scientifiche” come “verità assodate”. Compaiono perciò costantemente articoli diretti al grande pubblico che reclamizzano con titoli altisonanti “scoperto il gene della schizofrenia”, “individuato lo squilibrio biochimico che causa la schizofrenia”, “individuata l’area cerebrale della schizofrenia…”, “esame con RMN, PET, ecc. permette di individuare il cervello schizofrenico…”, ecc.
Tutte e ripeto TUTTE queste ricerche meritano rispetto in quanto ipotesi, nessuna ha mai provato nulla.

Esami, geni o alterazioni organiche hanno senso in ambito medico solo qualora vi sia specificità e sensibilità. Quando e solo quando ciò avviene, siamo autorizzati a dare annunci entusiastici.
Qualora ciò avvenisse per la schizofrenia, avremmo un test che ci permetterebbe persino di individuare, come per ogni altra malattia, i malati asintomatici (e sino ad allora la prudenza sarebbe d’obbligo).
Ma poiché lo schizofrenico asintomatico è un ossimoro, forse sarebbe il caso di fare qualche ulteriore riflessione o almeno di avere qualche dubbio… A meno che non manchi proprio il livello culturale per affrontare l’argomento.
Ma i giornalisti scientifici non dovrebbero avere una formazione che permetta loro di “vedere”?

Tornando alla scoperta di Sydney, questa non ci dice nulla, se non che alcuni soggetti etichettati come schizofrenici avevano un’area del cervello che sembra essere meno attiva e di volume ridotto. Causa o effetto? (Senza contare che i farmaci usati per “curare” la schizofrenia possono provocare proprio l’assottigliamento della corteccia prefrontale…).

Per capirci meglio sarebbe come annunciare la scoperta che “i polli completamente spennati di solito sono morti, mentre quelli con le piume solitamente sono vivi; potremo ora concentrarci sulla genetica di un'area molto specifica: la pelle dei polli ed esplorare piu' a fondo le ragioni per cui quell'area si deteriora nei polli morti”. Restiamo in ansiosa attesa del prossimo “annuncio profetico”: i polli non mancano…

Fonte: CERVELLO: LOCALIZZATE AREE LEGATE A SCHIZOFRENIA - ANSA) SYDNEY

morte depressione e Prozac

Nuovi Mondi Media
Fonte: http://www.counterpunch.org/cockburn04022005.html
Morte, depressione e Prozac
di Alexander Cockburn
Quante volte dietro le follie omicide di giovani disperati c'è la prescrizione di un antidepressivo? Certamente troppe

Weise, il teenager che ha ucciso dieci ragazzi, compreso se stesso, a Red Lake, riserva indiana nel nord del Minnesota, si stava curando con il Prozac, che qualche dottore gli aveva prescritto. Come sarà stato il consulto? “Ecco Jeff, prendi queste, ti aiuteranno ad affrontare quei piccoli problemi della vita, tipo il fatto che tuo padre si è suicidato quando avevi 8 anni, o che quando ne avevi 10 tuo cugino è rimasto ucciso in uno scontro automobilistico, che ha lasciato tua madre con una paralisi parziale e danni al cervello. E diciamocelo, Jeff, molto probabilmente non riuscirai mai a usciredalla riserva. Resterai qui per il resto della tua vita”. L’inquadratura si ferma sul dottore, che tiene in mano una confezione di Prozac, come il simpatico amico in camice bianco e fascia con lo specchietto della pubblicità delle Lucky Strike negli anni ‘50, che diceva che una sigaretta era il modo migliore per curare la gola irritata.

Possiamo essere certi che nel momento in cui l’alto comando dell’Eli Lilly, produttore del Prozac, ha visto le notizie su Weise sia andato in crisi, ma che abbia iniziato a calmarsi quando si sono accorti che i titoli dei giornali davano più risalto ai siti web neo-nazisti frequentati dal ragazzo. Hitler batte sempre il Prozac, in particolare se si tratta di un giovane pellerossa che farnetica sulla purezza della razza.

Quante volte nel macello di queste follie omicide gli investigatori trovano una prescrizione di antidepressivi sulla scena del crimine? Luvox a Columbine, Prozac a Louisville, Kentucky, dove Joseph Wesbecker ha ucciso nove persone incluso se stesso. Si sono registrate moltissime storie come queste negli ultimi quindici anni.

Ma ora la linea di difesa della Lilly è abbastanza standardizzata: comunicati stampa di auto-giustificazione che parlano delle costose ricerche e dello screening rigoroso portati avanti dalla compagnia, coronati dall’imprimatur di quel difensore dell’interesse pubblico che è l’FDA. A questo, naturalmente, si aggiunge il conforto fasullo dei numeri; se la fabbrica di pillole della Lilly avesse un’insegna grande come McDonald’s potrebbe pubblicizzare il Prozac con lo slogan: “Billions Served”, “Serviamo milioni di persone”.

Ogni falla nel condotto di scolo rappresenta una nuova sfida per la forza vendita della Lilly, che nel corso degli anni ha avuto alcuni potenti sicari, come George Herbert Walker Bush (un tempo membro del consiglio di amministrazione); l’ex capo responsabile della Enron, Ken Lay (che era anche lui membro del consiglio); l’ex direttore dell’Ufficio di Gestione e Bilancio di Bush, Mitch Daniels (ex vice presidente anziano); un membro del Consiglio Consultivo per la Sicurezza Interna di Bush, Sidney Taurel (un capo responsabile della Lilly); l’Alleanza Nazionale per i Malati di Mente (uno dei beneficiari della fondazione della compagnia). All’inizio di quest’anno si è verificato un incidente che ha fatto scoppiare un allarme rosso, quando il British Medical Journal è tornato a far riferimento alla causa di Wesbecker contro la Lilly del 1994, ricordando al mondo che la compagnia era stata coinvolta in un furtivo gioco di gambe che comprendeva un pagamento sottobanco ai querelanti, nell’ambito di un accordo che è riuscito a non far arrivare alla corte del giudice John Potter la storia del caso regolatore dell’Oraflex, un prodotto della Lilly molto compromesso, che poteva mettere le supposte divulgazioni della compagnia in cattiva luce davanti all’FDA.

La Lilly ha accettato la sfida, riuscendo a convincere degli ingenui giornalisti che la storia in realtà riguardava solo un freelancer che scriveva per il British Mediacal Journal e non una compagnia farmaceutica potente con un grande budget pubblicitario. La stampa ha spostato diligentemente l’attenzione dai gravissimi tentativi da parte della Lilly di occultare le prove, sull’insipida questione se una prova fosse stata, negli anni, realmente presente negli archivi pubblici dal 1997, quando il giudice Potter cambiò il suo verdetto in “archiviato come composto con pregiudizio”, diversamente dalla vittoria che la Lilly aveva vantato.

Questo è il problema con il tempo, come Paul Krassner ha detto scherzando a proposito della sindrome di Waldheimer, quella che con l’età fa dimenticare di essere stati Nazisti. Ma non è mai troppo tardi per riesaminare le origini dell’Industria della Depressione alla fine degli anni ‘80 e la saga di tutto ciò che è successo da quando, a metà degli anni ‘70, tre ricercatori della Lilly hanno preparato una pozione da loro battezzata fluoxetine hydrochloride e più tardi conosciuta nel mondo come Prozac.

Lunghi anni di test rigorosi? Quando Fred Gardner e io abbiamo indagato sulla vendita di depressione e Prozac a metà degli anni ‘90, abbiamo scoperto che gli esperimenti clinici escludevano pazienti con manie suicide, bambini e anziani, ma che, una volta che l’FDA aveva garantito l’approvazione, il farmaco poteva essere prescritto a chiunque. Secondo il dottor Peter Breggin, il famoso psichiatra che ha analizzato l’approvazione del Porzac dell’FDA, questa si basava in definitiva su tre studi, che indicavano che il fluoxetine allevia alcuni sintomi della depressione in modo più efficace di un placebo, ma senza tener conto di altri nove che non riscontravano alcun effetto positivo.

Solo 63 pazienti avevano fatto uso di fluoxetine (che fu marcato come Prozac solo a metà degli anni ‘70) per un periodo superiore ai due anni. Nel 1988 l’Istituto Nazionale di Salute Mentale non solo aveva dato l’approvazione del governo alla ricerca sulla depressione finanziata da società per azioni, ma aveva anche creato un meccanismo all’interno del quale denaro e personale del governo potevano essere utilizzati per stimolare la domanda di prodotti industriali.

Gli psichiatri - tra i quali c’è una “stirpe” che si toglie la vita con una percentuale doppia rispetto alla media nazionale, come dimostrato da uno studio pubblicato dal Journal of Clinical Psychiatry nel 1980 -hanno avuto un ruolo determinante nell’intera impresa. Il processo che lega la loro “stregoneria” all’utile delle aziende è di una vigorosa semplicità. Non appena il Prozac è uscito dai banchi di prova della Lilly e si è diretto verso la produzione di massa, gli psichiatri hanno iniziato a formulare una moltitudine di patologie immaginarie da sistemare nel Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali, il cui capo redattore nel 1980 era il dottor Robert Spitzer. Questi è un esperto pubblicitario specializzato nel coniare nuovi disturbi per l’America della fine del ventesimo secolo e nell’approvare trattamenti, cure, fondi statali per le pillole necessarie (nessuna dispendiosa terapia consultiva) e rimborsi da parte delle compagnie assicurative.

Quando indagini dettagliate hanno mostrato un possibile legame tra Prozac e atti di violenza, gli psichiatri stipendiati dalla Lilly si sono impegnati a spegnere le fiemme del dubbio. Nel 1991 il Comitato Consultivo sui Medicinali Psicofarmacologici dell’FDA si è riunito per decidere se il Prozac dovesse portare un’etichetta di avvertimento a proposito dei legami col suicidio. Cinque membri della giuria su dieci (di cui otto erano strizzacervelli) avevano interessi finanziari legati ai medicinali che la commissione stava esaminando, e tutti hanno votato contro la richiesta di un avvertimento, mentre i loro ovvi conflitti venivano debitamente epurati dall’inutile FDA. Altri psichiatri alle dipendenze di compagnie farmaceutiche hanno esortato in maniera sempre crescente l’applicazione del Prozac come rimedio all’angoscia sociale, arrivando fino a pianificare somministrazioni di prozac obbligatorie per i giovani.

Nel 2000, quando migliaia di contadini nello stato indiano dell’Andhra Pradesh si sono tolti la vita a causa delle politiche neoliberali che avevano distrutto i loro mezzi di sussistenza, il governo dello stato ha annunciato che avrebbe mandato una squadra di psichiatri per capire per quale motivo i contadini erano depressi. In conclusione queste persone sono state dichiarate mentalmente instabili.

Ma in India la credulità sulle cause della depressione non è a uno stadio così avanzato. Il piano ha provocato un’esplosione di ridicolo e nelle elezioni che sono seguite il governo dell’Andhra Pradesh, amato dai neoliberali occidentali, è stato debitamente battuto. Ma non si è avuta la stessa fortuna negli Stati Uniti, dove il governo è pagato dalle industrie farmaceutiche e le prescrizioni di antidepressivi da molto tempo hanno preso possesso dei programmi dei politici, che vorrebbero curare la depressione tramite azioni sociali collettive.

Come devono aver esultato alla Eli Lilly quando il Senato ha cancellato il Capitolo 7 delle leggi parlamentari sulla bancarotta, promuovendo la violenza familiare, e, con un tratto di penna, ha intensificato il crimine, aprendo un potenziale nuovo e vasto mercato per il Prozac e pozioni affini.

un libro

La Stampa 18 Aprile 2005
«QUANDO L’ORRORE È DONNA»:
LIBRO-RIFLESSIONE SUI NUOVI «MODELLI» FEMMINILI

Le storie di Lynndie England, torturatrice di Abu Ghraib, e dell'infermiera Wafa Idris, kamikaze palestinese
Le ragazze della strage accanto
Stefanella Campana Carla Reschia

CHE cos'hanno in comune «private» Lynndie England, la spensierata torturatrice del carcere di Abu Ghraib che amava farsi immortalare con un detenuto iracheno nudo al guinzaglio e l'infermiera Wafa Idris, salutata dai media il 27 gennaio 2002 come la prima donna palestinese «combattente» e shaid dell'Intifada? Apparentemente solo la traccia mediatica lasciata, il «quarto d'ora di celebrità» a cui, secondo Andy Warhol, tutti avrebbero diritto nella società dell'immagine. Ma non è casuale e nemmeno secondario che si tratti, di fatto, delle prime vere protagoniste «globali» dell'appena nato terzo millennio, balzate dal totale anonimato alla dignità di icona, e nemmeno che si tratti di donne, cioè di creature a cui la tradizione occidentale e quella orientale, per una volta concordi, attribuiscono una natura tanto pacifica quanto appartata, lontanissima dai campi di battaglia e dalle dure necessità della lotta.
Come recita la sura XXX ar-Rum del Corano: «Fa parte dei Suoi segni l'aver creato da voi, per voi, delle spose, affinché riposiate presso di loro, e ha stabilito tra voi amore e tenerezza. Ecco davvero dei segni per coloro che riflettono». Che se ne potrebbe fare la povera Wafa della compagnia delle 70 vergini che, secondo i detti attribuiti al Profeta, attendono il martire della fede nel paradiso di Allah? Nulla, nella sua cultura, sembra lasciar presagire che a una donna, a una madre e a una sposa destinata alle stanze nascoste della casa, possa toccare un destino simile. Ma anche nel laico Occidente, dalla donna angelicata del Dolce stil novo, all'angelo del focolare ottocentesco, fino alla procace Velina odierna, femminilità significa vita e non morte, sollievo e non tormento. Materna o libertina, velata o rivelata in tutti i suoi anfratti, in nessuno dei due mondi la donna è mai, per definizione sanguinaria. E, se lo è, è un caso, l'eccezione destinata a confermare e anzi a rendere piú salda, con il fantasma della trasgressione, la regola; la Messalina o la Lucrezia Borgia di turno, o la sciagurata Helga, «belva delle Ss» protagonista di un filmetto anni '70. Personaggi ben caratterizzati, fisicamente e psicologicamente, belle e dannate, vere donne-streghe. O forse, donne riuscite, in qualche modo, a insinuarsi nella logica del potere maschile assumendone tutte le caratteristiche.
A ben pensare la presenza femminile nella storia segue due, al massimo tre, copioni ben precisi, equamente distribuiti fra tutte le culture: c'è la donna cultrice del potere fine a se stesso, non necessariamente ma preferibilmente crudele, da Elisabetta I d'Inghilterra a Caterina di Russia fino alla semi leggendaria imperatrice cinese Wu, che, stanca di governare a nome dei figli incapaci un giorno saltò il fosso e comparve in pubblico indossando il mantello imperiale; c'è quella che il potere se lo conquista con la forza dell'azione, in nome di una causa, anche a costo di diventare assassina, pur non essendo per natura crudele, ed entra cosí a far parte della sparuta ma molto venerata categoria delle eroine. Ce ne sono di occidentali e non, dalla biblica Giuditta alla rivoluzionaria francese Carlotta Corday, fino alle per noi meno note icone orientali. La poetessa araba Al Khansa, assai amata dai fondamentalisti, vissuta nel VII secolo, che esortò i suoi quattro figli a prendere parte al jihad per diffondere l'Islam e, quando morirono, ne celebrò le gesta e rappresenta, nell'immaginario collettivo arabo, il modello di donna ideale: tenace e combattiva, tenera e affettuosa, sempre al servizio del marito o dei maschi del clan. Di lei, si racconta, persino il Profeta elogiò il coraggio e la sensibilità. O le sorelle Trung, due nobili vedove vietnamite che nel 39 d.C. guidarono una rivolta vittoriosa contro i governanti stranieri, additate ad esempio durante la guerra contro gli americani per convincere anche l'altra metà del cielo a prendere parte attiva alla lotta. La maggiore, Trung Trac, per quattro anni, prima che i cinesi si riprendessero tutto, fu a capo di uno Stato indipendente. E poi c'è lo spettro di ogni maschio, la femme fatale, la donna che usa spregiudicatamente la sessualità, da Cleopatra a Mata Hari, e non ha alcuno scrupolo a ingannare, tradire, manipolare, illudere, per ottenere un potere meno diretto ma ben piú efficace.
Sono, a ben guardare, i prototipi ancora oggi «in vigore» quando si discute di natura e ruolo della donna. E sono peraltro, modelli funzionali a una gestione del potere che tollera eccezioni ma non cambia le regole. La novità è che ora non si parla di regine, di eroine, di spie, di personaggi storici o leggendari. Lynndie e le sue colleghe Sabrina Harman e Meghan Ambuhl e perfino il loro capo-donna, generale Karpinsky, ma anche la kamikaze Wafa, e tutte le altre, tante, che l'hanno imitata o preceduta, in Cecenia, in India, in Iraq o in Libano, sono persone reali e ordinarie, per cosí dire «ragazze della porta accanto».
Normali, quasi banali nelle loro storie diverse ma speculari di scuola, vicini di casa, inevitabile amore per animali e bambini, sogni e aspirazioni. E carriere, realizzate o soltanto inseguite. Speculari anche nel loro rompere le regole sí, ma non verso i destini magnifici e progressivi della libertà e della coscienza di sé indicati dal femminismo. Non nel segno della consapevolezza e della «differenza». Piuttosto, ansiose di dimostrarsi «come gli uomini», pari nell'indifferenza e perfino nell'allegria dell'offrirsi all'obiettivo, nella determinazione ad annientare il nemico e nello zelo nell'obbedire agli ordini, da che mondo è mondo becera e triste giustificazione di tutti gli aguzzini in divisa.
Difficile, forse ingiusto, fare paragoni tra un caso e l'altro, ma impossibile anche ignorare una distanza che si accorcia nel comune denominatore della ferocia e dell'aggressività. Il dibattito è aperto, anche se ancora incerto e come stupito dalla portata degli interrogativi, che evocano e rimettono in discussione assetti forse ormai superati dai fatti ma convenzionalmente dati per buoni.
A Occidente come a Oriente ci si interroga su queste «nuove» donne. Delle kamikaze discutono i teologi e gli ideologi, ma anche le donne islamiche, i primi mettendo in discussione il «diritto al martirio» femminile alla luce della Sharia, le seconde interrogandosi sul senso di una tale sanguinosa emancipazione. E se Lynndie, in quest'ottica, è vista inevitabilmente come un esempio della perversione dell'Occidente, nella nostra parte del mondo non le mancano gli apologeti, sia che la compatiscano come capro espiatorio, sia che - succede pure questo - ne esaltino le grazie nel Lynndie England official fansite.