martedì 9 novembre 2004

Fausto Bertinotti
un'intervista su Repubblica e la questione degli "espropri"

ringraziando Daniela Venanzi

Repubblica 9.11.04

Il leader di Rifondazione e la lezione del voto Usa. "I repubblicani investono sulla religione. Pera e Ferrara strumentalizzano"
"Una Bad Godesberg europea per fermare la destra di Bush"
Bertinotti: in Costituzione etica cristiana e lotte operaie
Costituzione. Per me il modello resta la Costituzione italiana Ieri era di De Gasperi esattamente come oggi è anche mia. Perché la sinistra non rivalorizza questo patrimonio?
Laici "deboli" Contro l'offensiva ideologica dei "neo-con" non basta il Pensiero laico. Bisogna ripartire da Bobbio, e dalla sua lezione sull'uguaglianza
Espropri proletari. Atto di sopraffazione sono fermamente contrario a forme di lotta di questo genere
Nozione di centro. Propongo di abolire la nozione di centro Proviamo a dire invece chi rappresentiamo
MASSIMO GIANNINI

ROMA - «Le "spese proletarie"? Le condanno, senza esitazione. Penso che la disobbedienza sia un valore, ma per esserlo veramente deve prefigurare politiche sociali più diffuse e largamente condivise. L'esproprio di Roma non ha né l'una né l'altra caratteristica. È stato solo un atto di sopraffazione. E io sono fermamente contrario a forme di lotta di quel tipo...». Fausto Bertinotti va già duro. Ma benchè sia l'ennesima posizione «non ortodossa», anche se perfettamente in sintonia con quel processo di ridefinizione politico-culturale che prima o poi lo porterà inevitabilmente ad affrancarsi dalla tradizione e dalla definizione di «comunista», stavolta il leader di Rifondazione parla d'altro. E fa un altro passo sulla via del «revisionismo». Invita l'Europa a recuperare «una sua ideologia», da controproporre a quella «politico-religiosa della destra americana». Una «ideologia» che non risale a Marx, ma che affonda le sue radici nella «lezione sull'uguaglianza di Norberto Bobbio» e «sul modello del manifesto dei socialdemocratici di Bad Godesberg».
Onorevole Bertinotti, si è detto che il voto americano è una «lezione» anche per l'Europa e per l'Italia. Lei condivide?
«Sì, fatte tutte le distinzioni possibili, nel voto americano c'è una quota de te fabula narratur, che ci riguarda tutti. La destra americana vince grazie ad una gigantesca operazione ideologico-culturale. Con un enorme flusso di denaro verso le chiese estremiste e i circoli culturali più radicali, i repubblicani hanno compiuto un "investimento politico a redditività differita", che nel fuoco della guerra e della crisi dell'economia poteva essere riscosso solo attraverso una fondamentalistica visione duale del mondo: le forze del Bene che lottano contro il Male».
È ciò che sostiene Thomas Friedman: i repubblicani hanno acquisito il monopolio delle fonti morali della politica. Le pare poco?
«Mi pare tantissimo. E mi inquieta. L'uso del populismo è sempre stato tipico della destra, anche di quella italiana. Ma qui, ed ora, c'è una novità: la destra americana, che non intercetta consensi sul terreno laico-pragmatico della guerra preventiva e delle politiche neo-liberiste, capisce che il suo modello non assicura né la pacificazione né lo sviluppo ininterrotto e si dota di una supplenza religiosa. Attraverso questa "rivoluzione reazionaria" esce per prima, con una ricetta apparentemente forte, dalla desertificazione ideologica che ha contribuito a produrre, dalla caduta del Muro in poi. È una ricetta rozza e pericolosa. Punta solo a vincere e non certo a convincere. Ma sollecita noi, sollecita l'Europa a indicare un'alternativa vera e autenticamente forte».
Nicholas Kristoff ha scritto: la destra sa «vendere valori», mentre la sinistra riesce solo a «spacciare argomenti».
«Condivido. E allora non citerò i teorici del pensiero rivoluzionario. Ma voglio ricordare invece la lezione di Norberto Bobbio, che già dopo la caduta dei regimi dell'Est ci aveva avvertito: attenzione, ora che il comunismo è caduto non perdete di vista l'uguaglianza. Purtroppo è rimasto inascoltato. E allora è di qui che dobbiamo ripartire. Di fronte a questa offensiva ideologica delle destre la risposta non può essere simmetrica, cioè uguale e contraria. Ma la sinistra europea, rompendo con la tradizione di questi ultimi vent'anni, deve recuperare una "ideologia" come Weltanschaung, come fondamento di una politica aperta, che da un lato riscopra le ragioni di "essere parte" e anche di essere "contro", ma dall'altro concorra, con un'ambizione universale, a ricostruire un modello di civiltà che sappia anche essere "per". È questa la vera sfida, che dovrebbe chiamare in campo l'Europa come modello di cooperazione e di convivenza».
Marcello Pera parla di un'Europa scristianizzata, e parafrasando Croce chiama a raccolta i laici all'insegna del «dobbiamo dirci cristiani». Eugenio Scalfari, dall'altra parte, risponde «non possiamo non dirci laici», ricordando le virtù sovra-religiose della libertà, della tolleranza. Lei cosa pensa?
«La posizione di chi da noi contesta il mancato riferimento alle radici cristiane nella Costituzione europea non mi convince. È una linea che va da Pera a Ferrara, e che mi pare una variante europea del modello neo-cons americano. La sua fonte di ispirazione non è certo il Vangelo, ma una scelta strumentale: se una società è in preda alla decadenza generale, in assenza di veri riferimenti culturali "di destra" è utile dotarla di un corpus dottrinario esterno. Quello della Chiesa va bene per convenienza, più che per condivisione».
Resta la risposta laica, quindi.
«No, con tutto il rispetto per la posizione di Scalfari e di chi la pensa come lui, neanche questa risposta mi convince. La trovo debole rispetto alla natura dell'avversario. Loro parlano di Bene che lotta contro il Male, tu gli rispondi salvando principi come il dubbio, la tolleranza, la capacità di comprendere le sofferenze altrui. Non basta. Non voglio scimmiottare l'invettiva contro l'elitismo di sinistra. Ma insomma: quando la Chiesa è in crisi ci vuole San Francesco. Ci vuole una rivoluzione dolce e non violenta, ma pur sempre radicale, che ti ripropone con forza il tema dei poveri, il tema dell'uguaglianza. Quando la costituzione materiale devasta le regole e i diritti tu non te la cavi proponendo solo un mondo più civile. Serve molto di più».
Cosa serve? Ci spieghi.
«Le faccio un parallelismo storico. È riconosciuto che il grande merito storico del Pci e di Togliatti fu quello di portare le masse popolari nell'arena della democrazia, giusto? Ora, e lo dico col massimo del rispetto storico-culturale, solo con l'azionismo un'operazione di quella portata non sarebbe mai riuscita. C'è voluto altro, c'è voluta la rappresentazione sociale di interessi vastissimi, c'è voluta la difesa hic et nunc di quegli interessi...».
Mi faccia capire: seguendo il filo del suo ragionamento, oggi l´«ideologia» da opporre alle nuove destre sarebbe il comunismo? Ma non è proprio la non spendibilità di questo «marchio», dopo le tragedie del '900 e la caduta del Muro, a spiegare il ritardo della sinistra?
«Naturalmente non condivido questa spiegazione. Ma dico che oggi, per combattere davvero la battaglia delle idee, basterebbe riprendere anche solo lo spirito del manifesto di Bad Godesberg. Le cito qualche passo: "Quale società si persegue? Quella in cui ogni individuo possa espandersi liberamente, come membro della società... libertà giustizia e solidarietà costituiscono un obbligo vicendevole che scaturisce dal comune destino...". E ancora: "Il socialismo-democratico affonda le sue radici nell´etica cristiana, nell'umanesimo, nella filosofia classica...". Capisce cos´era, questo manifesto? Nel '59 il termine "solidarietà" è quello intorno al quale si identifica un "comune destino", e l´individuo costruisce un'idea di futuro. Non intorno al diritto naturale, o all'idea di essere figlio di dio. Su questa base, i socialdemocratici di 45 anni fa non avevano alcuna difficoltà neanche a riconoscere le proprie radici "nell'etica cristiana". Esattamente quello che l'Europa di oggi non ha potuto fare».
Mi sta dicendo che lei, leader comunista, sul modello della svolta socialdemocratica del '59, avrebbe voluto un riferimento alle radici cristiane nella Costituzione Ue?
«Senta, quel Trattato è poco più della costituzionalizzazione del mercato e rende debole, per de-ideologizzarlo, il rapporto con il nostro passato. Io avrei detto no al riferimento alle sole "radici cristiane". Ma direi sì, se l´Europa avesse il coraggio di recuperare per intero il suo retaggio storico-culturale: l'etica giudaico-cristiana, la cultura del diritto greco-romana, l'umanesimo, la filosofia classica, l'illuminismo e infine anche il movimento operaio, che è davvero un patrimonio esclusivamente europeo. Questa sarebbe una risposta forte, all'ideologia della destra fondamentalista americana».
Onorevole Bertinotti, provi a tradurre questo suo lungo ragionamento in un'indicazione concreta, utile al dibattito politico italiano sui cosidetti «valori»...
«Per me, sul piano dei valori, il modello resta la Costituzione italiana. Contiene la parte, e insieme il tutto. Si fonda sulla difesa e lo sviluppo della persona umana, e insieme è fondata sul lavoro. Ieri era di De Gasperi, democristiano e cattolico, esattamente come oggi è anche mia, e mi consente di inseguire una via italiana al socialismo. Possibile che la sinistra non sappia "ri-valorizzare" questo patrimonio?».
Il dilemma, in questo momento, sembra un altro: per vincere bisogna sfondare al centro, come ripete Rutelli? Lei che risponde?
«Questo dibattito dà la misura del nostro ritardo. Io propongo di abolire, sia socialmente che culturalmente, la stessa nozione di "centro". Incapsula l'idea di un'area sociale da ordine costituito e moderato, che secondo me non corrisponde affatto alla realtà. Io dico invece: studiamo bene la società italiana. E insisto, ricordando la lezione di Bobbio: proviamo a dire quale blocco sociale la sinistra deve rappresentare e difendere. Tutto il resto verrà di conseguenza».

Eco di Bergamo 9.11.04
Ma il vero bersaglio (politico) è Bertinotti
di Giorgio Biraghi

Il nome c'è già: Gap. Grande alleanza precaria. L'acronimo si contrappone ovviamente alla Gad, la Grande alleanza democratica, anche se i suoi orizzonti politici sono infinitamente minori. Eppure quel che è successo in questi giorni, dall'esproprio proletario nei negozi Feltrinelli di Roma agli ordigni esplosi ieri davanti alla sede milanese dell'Adecco, testimonia che l'ala antagonista della sinistra è ancora viva e aspira a piccole quanto efficaci comparse nel teatrino mediatico della politica. Il sito indymedia.org (i cui server sono stati oggetto di sequestro nei mesi scorsi) è da tempo punto di riferimento per tutta la galassia no global e fornisce una mappa aggiornata di quanto si muove nell'universo di sigle e gruppi dell'estrema sinistra. Si scopre così che l'iniziativa organizzata nella capitale sabato scorso fa capo a una settimana di proteste organizzate in alcuni grandi centri d'Italia, da Bologna a Palermo, da movimenti che si chiamano Disobbedienti, Rete per il Reddito, Rete Precog. L'obiettivo? «Rivendicare il diritto al reddito e a una vita liberata dalla precarietà» spiega il sito.
IL FATTORE BERTINOTTI - Il riferimento ai gruppi di base dimostra che il tema del lavoro è centrale e non è la prima volta che le agenzie interinali e i sindacati confederali entrano nel mirino di azioni dimostrative. Ora la figura del «senza diritti», del precario che non sa come tirare a campare, viene estremizzata per tentare di fare proseliti dopo mesi di crisi. Ma questa volta, si è aggiunto un altro obiettivo dichiaratamente politico: Fausto Bertinotti. «Sei parte del problema o parte della soluzione?» si chiedeva retoricamente uno striscione apparso sabato, chiamando in causa direttamente il segretario di Rifondazione comunista. Fino a un anno fa la ribalta mediatica per il «movimento» era assicurata dal leader di Prc, ma l'avvento della Grande alleanza democratica, col nuovo patto stretto da Bertinotti con Prodi ha spiazzato le sigle antagoniste. Ora il boomerang rischia di colpire lo stesso Bertinotti, rimasto silenzioso nelle ultime quarantott'ore.
LA LEZIONE DEL PASSATO - Il ritorno, anche solo semantico, all'esproprio proletario ha fatto venire i brividi intanto a più di un osservatore degli anni Settanta. Allora l'assalto ai cancelli del Vigorelli di Milano per assistere gratis al concerto dei Led Zeppelin venne inizialmente sottovalutato dai più. Poi vennero le irruzioni alla Standa e alla Rinascente, i blitz dimostrativi alle librerie Feltrinelli. Era il proletariato che voleva emergere a tutti i costi e con tutti i mezzi, che contestava la borghesia e che attraeva qualche radical-chic affascinato dalla nuova «rivoluzione» lanciata dai giovani dell'epoca. Il punto è un altro: nel '77 gli espropri culminarono nelle occupazioni delle università e i blitz si trasformarono nei disegni eversivi di alcuni esponenti di Autonomia operaia. Di lì a breve anche le spranghe lasciarono spazio alle P38.

Liberazione 9.11.04
LA SPESA SBAGLIATA
di Piero Sansonetti


In Parlamento si sta discutendo un emendamento alla legge finanziaria, proposto dall'onorevole Gabriella Carlucci, di Forza Italia, che si intitola così: "Condono sui furti d'arte". Prevede che chi ha commesso furti di opere d'arte, e di beni archeologici, può tenersi il bottino pagando allo Stato il 5% del valore. I "disobbedienti" romani, che sabato hanno fatto la cosiddetta spesa proletaria al supermercato di Pietralata, si sono imposti una tassa più alta: hanno pagato il 30 per cento del valore della merce.
Questo non li giustifica. Però getta una luce strana su qualche eccesso di indignazione mostrato da molti giornali che invece non erano sembrati troppo allarmati per la notizia sulla legalizzazione dei furti d'arte. Se stabiliamo che il rispetto della legalità è un valore, sarebbe bene poi tenerne conto in ogni occasione. Un esponente di "Forza Italia" ha detto addirittura che queste violazioni della legalità (quelle dei disobbedienti) sono l'anticamera del terrorismo. Attenzione. Siamo un paese che viene da un biennio nel quale si è stabilito che il falso in bilancio è una buona cosa, che costruire abusivamente non è reato - specie se nei parchi naturali protetti - che evadere le tasse è un'idea astuta (ci fu un esplicito incitamento del presidente del Consiglio con motivazione politica: "Sono troppo alte e dunque ingiuste"), e poi (Lodo Schifani) che se un reato è commesso o dal premier, o dal presidente di Camera o Senato o dal Presidente della Repubblica o dal capo della Corte Costituzionale, allora non è reato, cioè non è perseguibile. Diciamo che le classi dirigenti - più precisamente la maggioranza parlamentare, tutta: da la Russa a Follini - non ha fatto molto in questo triennio per dare solidità all'affermazione: "La legalità prima di tutto". Giusto? O è demagogia dire queste cose? Se il presidente del Consiglio ha detto che evadere le tasse è cosa sacrosanta, dal momento che le tasse sono troppo alte, e allora - ditemi - perché Luca Casarini non potrebbe chiedere l'autoriduzione dei prezzi al supermercato? Che quei prezzi siano smisuratamente gonfiati è certificato da tutti i giornali e persino dall'autorità del presidente della Repubblica, no?
Fatta questa lunga e polemica premessa, ripeto: secondo me è stata sbagliata, sbagliatissima, l'azione dei disobbedienti al supermercato di Pietralata e poi da Feltrinelli.
Ma prima di dirvi perché penso che sia stata sbagliata voglio fare un'altra premessa. Tra sabato e domenica si sono svolte due proteste importanti, in Europa: una a Roma, e una in Francia. A Roma trentamila giovani e giovanissimi hanno sfilato in corteo contro il precariato (cioè contro il lavoro senza diritti e sottopagato, che serve ad aumentare i profitti delle imprese e che le leggi, ingiuste, consentono), e hanno chiesto il salario sociale o il reddito garantito, cioè una forma di welfare non tanto estremista visto che fino a una decina di anni fa esisteva nella liberista America di Bush padre e del primo Clinton (poi Clinton lo ridusse, poi Bush secondo l'abolì). Ai margini di questa grande manifestazione c'è stato l'episodio della spesa proletaria che ha coinvolto qualche centinaio di giovani.
La seconda grande protesta di questo fine settimana si è svolta in Francia: una protesta nonviolenta (ma illegale) contro il trasporto di scorie nucleari tra Francia e Germania. Alcuni giovani si sono legati alle rotaie in vari luoghi, per bloccare i treni che portavano i veleni. La polizia è intervenuta in vario modo, ma non ovunque. Nessuno ha fermato il treno quando questo si è avvicinato a un ragazzo steso sui binari in località Avricourt. Il treno ha tagliato in due le gambe del ragazzo. Si chiamava Sebastian Briat, 23 anni. E' stato inutile portarlo all'ospedale di Nancy, è arrivato morto dissanguato.
I giornali italiani hanno dato pochissimo spazio alla morte del ragazzo, che stava conducendo una lotta nonviolenta e illegale, non hanno dato nessuno spazio alla manifestazione dei precari (righe zero) e si sono concentrati sui disobbedienti che si erano autoridotti la spesa. Per di più, l'indignazione verso i disobbedienti non è scattata il primo giorno (solo "Repubblica" si è indignata subito) ma 24 ore dopo, la domenica sera. Come mai? Sembra quasi che sia scattato un ordine...
E però, nonostante tutto questo, lo ripeto per la terza volta, è stata sbagliata l'azione dei disobbedienti - sabato - a Pietralata e da Feltrinelli. Non perché fosse illegale: non è la legalità o l'illegalità la categoria che rende buona o cattiva una forma di lotta. Ci sono grandiose e entusiasmanti lotte illegali nella storia, a partire da quelle epiche del Mahatma Gandhi che violò la legge sul monopolio del sale, portando milioni di persone a produrre sale gratis, tirandosi addosso la furiosa repressione delle guardie inglesi e avviando così la rivoluzione indiana. Rosa Park, attivista nera dell'Alabama, nel '54 si sedette nei sedili di un autobus pubblico riservati ai bianchi, e rifiutò di alzarsi e quindi fu arrestata, perché era fuorilegge. E allora?
L'azione dei disobbedienti, secondo me, era sbagliata per tre motivi. Primo, perché oggettivamente conteneva una carica di intimidazione, anche se non di violenza esplicita, che non aiuta in nessun modo a far prevalere le proprie ragioni. Secondo, perchè è una forma di lotta che non crea una mobilitazione di massa attorno al problema del carovita, ma anzi allontana, impaurisce, emargina grandi porzioni di popolo, che invece sarebbero disponibilissime a partecipare in modo diverso a questa battaglia. Terzo motivo, perché è una azione che è stata decisa e condotta al di fuori del movimento, e quindi che produce malumore, dissensi, divisioni, dentro un movimento che ha bisogno, soprattutto in questa fase, di grande unità.
Ieri abbiamo avuto una lunga discussione in redazione su questi temi. Ci siamo anche divisi, perché ciascuno di noi aveva idee diverse, punti di vista che non collimavano: qualcuno insisteva soprattutto sul valore della legalità in democrazia; qualcuno sul rifiuto di ogni forma di violenza, anche quella non cruenta; qualcuno invece insisteva sulla necessità di mettere in discussione il valore della proprietà privata e soprattutto della proprietà generalizzata delle multinazionali e il loro strapotere sulle vite di tutti noi. La nostra discussione dimostra che la questione è molto complicata, è difficile liquidarla con degli slogan o con delle frasi fatte, o con le grandi certezze di una volta. Anche perché è talmente evidente la malafede della destra, che uno alla fine è spinto a difendere gli "espropriatori". No, io credo che dobbiamo essere così forti e così saggi da sapere respingere le urla scomposte dei benpensanti ma anche di dire ai nostri amici disobbedienti: "State facendo degli sbagli molto grandi, fermatevi". La questione delle forme di lotta è diventata, nella società di questo secolo, una delle grandi questioni epocali. I movimenti hanno bisogno di affrontare questo tema con coraggio: si è aperta la frontiera del boicottaggio, della disobbedienza, degli scioperi civili. In una parola: della nonviolenza. Bisogna allargare questa frontiera e avere la determinazione per dire: il nuovo sta qui, le vecchie forme di scontro e di conflitto sono inefficaci.

il manifesto 9.11.04
Bertinotti: «Gli espropri? Un errore»
di Andrea Colombo

ROMA - Fausto Bertinotti arriva in Campidoglio per discutere dell'argomento che dà il titolo al libro che ha appena scritto con Lidia Menapace e Marco Revelli, Nonviolenza. Ma la folla dei cronisti che lo attende al varco ha in mente una questione diversa: l'«esproprio» di sabato scorso a Roma. Il giudizio del segretario rifondatore è drastico: «Un'azione sbagliata e controproducente per il movimento». Non è il parere di Giovanni Russo Spena, che pure al segretario è sempre stato vicino. Perché, prosegue Bertinotti, «il Prc non è una caserma e possono esserci pareri diversi. Ma il giudizio del partito è questo». Certo, «l'impoverimento crescente delle masse è un problema gigantesco su cui bisogna intervenire. Questo però non è il modo efficace per farlo». Non significa, specifica Bertinotti, che siano giustificate le richieste di repressione selvaggia avanzate in bel coro dalla destra. «Chiedo che venga rimossa qualsiasi tentazione di cogliere il pretesto di un episodio sbagliato per operazioni repressive ancor più sbagliate. La questione va affrontata sul terreno politico all'interno del movimento». Pur criticando senza mezzi termini la spettacolare manifestazione di sabato, il leader del Prc riconosce che si è trattato di una azione priva di violenza. «Solo su un punto - spiega - il discorso sulla non violenza è attinente anche a questo episodio: la necessità di commisurare i mezzi e i fini. L'autoriduzione delle tariffe sarebbe stata un mezzo adeguato, perché comporta una pratica di massa, quella di sabato è stata una mossa avanguardista per un problema che è invece di massa».
E' effettivamente il terreno sul quale dovrebbe svilupparsi il dibattito sull'«esproprio». Non una disquisizione sull'opportunità o meno di ricorrere a forme di lotta illegali, mai messa in forse nella pratica da nessun movimento di massa, ma un confronto sull'opportunità concreta di muovere un simile passo senza aver costruito un movimento di massa e una conflittualità diffusa sia sui temi del precariato che su quelli del carovita.
Non è il parere di Walter Veltroni, che apre il dibattito al quale partecipano tutti e tre gli autori del libro, edito da Fazi. Pur senza citare apertamente l'esproprio, si lancia una valutazione chiaramente dettata da quell'episodio. Alla non violenza, dice, va aggiunto «il rispetto delle leggi dello stato, che non può essere considerato un optional». Sul nodo della violenza, il sindaco di Roma apprezza la posizione di Bertinotti senza condividerla del tutto, perché «la non violenza non è solo finalizzata alla critica radicale del presente: è un valore in sé».
E' uno scarto netto rispetto alla linea dei tre autori che, pur senza rispondere apertamente al primo cittadino, espongono una visione della non violenza e del suo ruolo (salvifico per la sinistra) molto diversa, anzi opposta. Citando in abbondanza Aldo Capitini, Revelli insiste infatti proprio sulla caratteristica conflittuale e dura della non violenza, una radicale non accettazione dello stato presente delle cose che riconosce l'impossibilità di costruire un mondo diverso con mezzi identici a quelli di chi lo ha reso invivibile. E cosi si radicalizza ulteriormente.
Lidia Menapace muove nella stessa direzione, anche se preferisce scendere nel concreto e illustrare, magari partendo dall'esempio di san Francesco, cosa significhi in concreto una metodologia non violenta. La capacità di riconoscere la controparte non come nemico, oppure quella di mediare senza irrigidirsi: «Se i referendum sui gay in America avessero parlato di 'unioni' invece che di 'matrimoni' probabilmente avrebbero vinto.
Bertinotti è l'ultimo a prendere la parola, ed è quello che azzarda un discorso più vasto e complesso, ancora in via di definizione. Nella sua visione la scelta senza appello della non violenza risponde a una moltitudine di esigenze. Rimette in discussione il concetto stesso di potere «che non è una macchina che si possa guidare a piacimento, ma condiziona sempre chi guida, e a volte lo trasforma a sua volta in macchina». E' propedeutico alla ricerca di una nuova «ideologia» all'altezza dei tempi per la sinistra. Compito arduo, perché non ci si può limitare a proporre una versione capovolta dell'ideologia impugnando la quale Bush ha conquistato l'America: «Quella è un'ideologia che non si propone la ricerca del consenso ma solo la sconfitta dell'avversario».
Il leader rifondatore non concorda però con il direttore di Liberazione e coordinatore del dibattito Piero Sansonetti, secondo cui la non violenza include tutti gli elementi necessari per essere già di per sé quella nuova ideologia, inclusa la critica nei confronti della proprietà privata. «La non violenza - replica Bertinotti - come l'uguaglianza è quasi una ideologia in sé. Ma non del tutto». Sono molte le funzioni che la non violenza assolve per Bertinotti. Nel passaggio sul potere non è difficile leggere la decisione di rompere i ponti con una parte notevole della tradizione comunista, e in quello sull'«ideologia» (ma perché usare un termine così peso e improprio?) la necessità di trovare risposte alle domande poste da un movimento nel quale la componente etica è sempre stata preminente. Ma in una giornata come quella di ieri, e tanto più dopo aver criticato severamente gli espropri di sabato, sarebbe stato forse necessario un passaggio più preciso sulla distinzione che corre tra azioni violente e manifestazioni al di fuori delle legalità. Una distinzione che Veltroni può non vedere, ma che certamente non sfugge al segretario di Rifondazione comunista.

L'Unità 9.11.04
Bertinotti critica il blitz dei disobbedienti
Il leader di Rifondazione comunista: a Roma azione sbagliata, ma no alla repressione
(v.va.)

ROMA. Risposta a Casarini: «Ho il sospetto che le sue posizioni non abbiano in realtà molto a che fare con la difesa del potere d'acquisto». Ma i disobbedienti hanno commesso reati? O no? C'è il pericolo di nuove degenerazioni?«Non rispondo a cose che non so. Dico che è stata un'iniziativa sbagliata». Le domande sul blitz dei disobbedienti cadono a fagiolo. Fausto Bertinotti ha appena presentato in Campidoglio il suo libro su Non violenza, le ragioni del pacifismo (Fazi editore). E il segretario di Rifondazione è reduce da una riunione della segreteria nazionale che s'è concluso con una nota che critica l'azione dei disobbedenti è «sbagliata e controproducente». Anzi può soltanto «produrre danno per l'intero movimento».
La repressione, no. Ma nell'aula della Protoemoteca il sindaco Walter Veltroni, ha appena sollecitato pubblicamente Bertinotti - pur senza nominare il blitz - a misurarsi su un tema «di metodo»: se la non violenza è «un valore in sé», non occorre, dunque incorporare pienamente nella scelta non violenta anche il principio del «rispetto delle leggi»? Però, il concetto di «reato», invece, non convince il segretario del Prc. Né in generale né se applicato alle gesta dei disobbedienti di Roma: «Sono i giudici che devono decidere se sia stato commesso un reato». Bertinotti, poi, usa lo stesso termine «controproducente» - che ha scelto per prendere le distanze da Casarini - anche a proposito di un'eventuale iniziativa repressiva: «io posso, semmai, invitare la società italiana perché questa strada non sia intrapresa, perché si rivelerebbe pericolosa». Azzarda un neologismo: «securitario». Sarebbe l'atteggiamento sbagliato, repressivo, ad aggravare la situazione. Chiede perciò che «sia rimossa qualsiasi tentazione di trarre da un episodio sbagliato una pressione securitaria sulla società o peggio interventi di repressione che sarebbero un fatto più grave di quel che è accaduto».
«Un errore politico», quello sì. Bertinotti scuote la testa quando gli si richiama una certa assonanza con l'ambigua formula dei «compagni che sbagliano» che una parte della sinistra usò nei primi «anni di piombo». Concedesolo alcune distinzioni: «Se è vero che esiste un gigantesco problema di impoverimento di masse crescenti con un abbattimento drastico del potere d'acquisto, questo non è il modo efficace per intervenire. Compire un atto incomprensibile ai più, di sopraffazione di altri lavoratori, è contraddittorio con l'obiettivo che si dichiara»
Non siamo una caserma. Dietro una formulazione così complicata c'è evidentemente un dibattito non facile all'interno di Rifondazione. Il deputato del Prc Russo Spena ha auspicato, per esempio, nuovi blitz. «Non siamo una caserma, ma la posizione del partito è quella che ho detto» glissa il segretario. L'intervento che resuscita, però, la vena polemica è quello di Casarini, che ha issato alla manifestazione di sabato uno striscione polemico dedicato proprio al leader di Rifondazione, e in un'intervista gli ha chiesto di scegliere da che parte stare: «quell'intervista mi fa pensare che certe posizioni siano non precisamente legate alla difesa del potere d'acquisto delle masse. Nel movimento ci sono, del resto posizioni differenti». Si vuole mettere in discussione, insomma, la leadership di Bertinotti dentro Rifondazione? Il segretario non risponde direttamente, ma sventola la copertina di una copia del suo libro: «Che c'è scritto qui? Non-vio-len-za... Questo siamo noi». E abbraccia sulla porta Sandro Curzi, che ha appena definito in un capannello «soltanto oscena» la coda di manifestazione di sabato scorso al corteo, che invece era «gioioso e combattivo», dei precari. «Basta rinfrescare un po' di memoria storica, e mi torna una brutta sensazione: che qualcuno abbia voluto lasciarli fare...», è il commento dell'ex-direttore del Tg3 e di Liberazione..
Svolte... Tutto ciò oscura inevitabilmente il dibattito sul libro. Agile volumetto che contiene oltre al testo di Fausto Bertinotti, gli interventi di Lidia Menapace e di Marco Revelli. Scrive Bertinotti che «la non violenza è un'importante punto d'approdo ma anche un punto di partenza verso un'ulteriore ricerca». Anzi, è la condizione essenziale» per far vivere «una critica radicale della società contemporanea». Posizioni che implicano qualche non marginale tormento nell'estrema sinistra. E non si pecca di dietrologia se anche l'episodio di sabato si fa risalire al putiferio e ai maldipancia che la recente svolta di Bertinotti ha suscitato.