sabato 13 dicembre 2003

sognare

La Stampa Tuttolibri 13.12.03
Aspettando a occhi chiusi
di Augusto Romano


COMINCIAMO con una citazione. «Sono arrivati dei sogni, risalendo la corrente del fiume, stanno salendo per una scala sulla banchina. Ci si ferma, si conversa con loro, essi sanno molte cose, quello che non sanno è di dove vengono. Molto tiepida questa sera d’autunno. I sogni si volgono verso il fiume e alzano le braccia. Perché alzate le braccia, invece di stringerci in esse?» (F. Kafka, Sogni, Sellerio, pp. 159, €7,75). Come in un quadro simbolista, i sogni alzano le braccia. Provate a guardare i quadri che parlano di sogni: Füssli, Blake, Böcklin, Redon, Klinger... Sono tutti misteriosi, remoti, interroganti; si sporgono su di un Aldilà che nessuno mai potrà violare. In questa sequenza che fa rabbrividire, Kafka vorrebbe essere abbracciato (cullato, consolato?) dai sogni, e forse scomparire in quell’abbraccio. Ma non si può. I sogni alzano le braccia. Indicano l’impenetrabile cielo; o fanno mostra di arrendersi, riservandosi il silenzio; o si tramutano in statue, in eslusive immagini del mito? Dall’altra parte non si passa; sognare è un dono che si consuma nell’atto in cui viene ricevuto. Il resto è commento, utile e insignificante come ogni commento. Ma chi non può passare di là? L’Io naturalmente, l’ingombrante amministratore del tempo e dello spazio. Allora è possibile passare, ma solo rinunciando al proprio nome, dissolvendosi. Qualcuno - Novalis, Nerval, Rimbaud - l’ha fatto. Ha scritto V. Hugo: «Coloro che sono guidati dal sogno, divengono sogno essi stessi e, senza essere colpevoli, cadono nel nero sciame dei volti impalpabili». E’ curioso come questa fantasia sia stata recuperata in positivo da uno psicologo post-moderno come J. Hillman (Il sogno e il mondo infero, Adelphi, pp. 214, €22), che vede il sogno come una iniziazione, il cui scopo non è ampliare la coscienza dell’Io, ma svuotarla. Ma Kafka non può, il suo sguardo è troppo limpido, ed egli non chiude mai gli occhi. Perciò i sogni può solo contemplarli, e conservare per sé una speranza, una domanda, cui non verrà mai data una risposta compiuta.
Tocchiamo così quello che a me sembra il nucleo tematico di ogni relazione con i sogni e insieme il motivo per cui i sogni - questi fenomeni «assurdi, incoerenti, inevitabili, irripetibili, fonti di gioie e di terrori infondati, incomunicabili nel loro complesso, eppure ansiosi di essere comunicati» (è ancora Kafka) - hanno sempre svolto un ruolo centrale nella vita dell’uomo. Siamo attratti dai sogni a motivo della nostra fondamentale imperfezione, della nostra bisognosità, dell’angustia della prigione che abitiamo. Quando non li trattiamo come giocattoli, objets trouvés, ambigue freddure, i sogni ci appaiono come voci che vengono da lontano e ci parlano, in una lingua straniera, di paesi stranieri. Così è già nelle società arcaiche: i sogni-presagio, i sogni sciamanici, i sogni totemici, i sogni iniziatici mostrano l’esigenza di rinnovare l’unione con le origini mitiche del gruppo sociale; epifanie del sacro, sono fonte di sicurezza, strumenti per acquistare potenza e conoscenza. Questa funzione, ancorché degradata, si è in qualche modo conservata negli innumerevoli «Libri dei sogni» che, dalla civiltà egizia sino a noi, fingono di tornare da un viaggio nell’Aldilà con un piccolo bottino, il bottino della notte destinato a dissolversi al canto del gallo. Con Cartesio, e poi con l’Illuminismo, la cultura moderna (o almeno il suo filone più in luce) dichiara di poter fare a meno dei sogni. Ma dura poco. Il Romanticismo riapre le porte al sogno (Albert Béguin, L’anima romantica e il sogno, Il Saggiatore, pp. 557, €20). Per i Romantici, il sogno è simbolo di tutto ciò che, opponendosi alle convenzioni che reggono il mondo diurno, introduce in una oscurità animata in cui si nascondono i germi di una possibile redenzione, così come quelli della definitiva dissoluzione. «Chiudete gli occhi, e vedrete», scriveva Joubert. Il doloroso sentimento di incompiutezza e l’esigenza di pienezza trovano nella valorizzazione del sogno la loro espressione più viva. Il sogno, rompendo i vincoli spazio-temporali che ci rinserrano, ci regala da un lato i fugaci riflessi del paradiso perduto, di quel «paese d’innocenza» (Brentano) da cui proveniamo, e dall’altro si apre sulla verità ultima, eterna e ineffabile. Sciogliersi, disfarsi in una realtà più vasta; entrare in contatto con le misteriose forze che ci governano; discendere alle radici; abbandonare le apparenze per ritrovare l’Essere: questi i compiti che gli autori romantici assegnano al sogno. Si può allora intendere come sogno, mito e poesia rivelino una strettissima parentela: la loro origine è comune, il loro significato inesauribile, il contatto con loro dilata lo spazio che ci è assegnato sin quasi a dissolverlo e appaga il nostro bisogno di «comunicare con l’Infinito» (Jean Paul). La vita si specchia nel sogno, e questo, traendola fuori dal limbo dell’insignificanza, le dà una forma, la modella secondo le linee di un destino in cui il sognatore dovrà riconoscersi.
Ultima arrivata la psicoanalisi ha tentato di colonizzare il sogno; e proprio nel rapporto col sogno mostra il suo incerto statuto. Fondata da un lato su di una metafisica illuminista, ma anche sensibile al valore delle immagini e alle ambiguità del reale, la psicoanalisi oscilla tra un atteggiamento riduzionista (il sogno è «nient’altro che» la soddisfazione allucinatoria di desideri rimossi) e un’esigenza di rimitizzazione. Si deve soprattutto alla psicoanalisi di Carl Gustav Jung (Analisi dei sogni, Seminario tenuto nel 1928-30, Bollati Boringhieri, pp. 708, €70) di aver reso giustizia alla polisemia del sogno e dell’inconscio, e di aver riconosciuto nei sogni una realtà più vasta, che trascende le vite individuali. Comunque, il sogno è in buona salute e resiste agli accerchiamenti (Jorge Luis Borges, Libro di sogni, Oscar Mondadori, pp. 416, €6,71). L’unico problema è che, se lui gode buona salute, è inevitabile che noi si sia sempre un po’ malati, di incompiutezza, di speranza. Ma non importa. Anche se la redenzione non giunge, si può ingannare l’attesa sognando, e interpretando i sogni. Senza dimenticare che, come scrive Isacco Abravanel (1437/1508) nel suo commento alla Torah, «i sogni veridici compaiono più di frequente nei giovani e negli stolti piuttosto che nei sapienti, perché l’immaginazione nei giovani e negli stolti non è disturbata e perciò riceve quell’influenza superiore senza confusione». E per concludere con un’altra citazione riferita ai sogni: «Ah, benissimo: fate entrare l’infinito!» (L. Aragon)

intorno a un libro di Macaluso

Corriere della Sera 13.12.03
L’analisi nel libro di Macaluso. Napolitano: dovevamo tagliare i ponti prima
Il Pci e l’Urss, il processo degli ex


ROMA - Nella Sala del Cenacolo di Montecitorio aleggiava ieri un mistero, o meglio una domanda legata al rapporto tra il Partito comunista italiano e l’ex Unione Sovietica. Perché nel nostro Paese tanta gente di sentimenti democratici aderì ad un’ideologia che con quei sentimenti non aveva nulla a che vedere? E’ l’interrogativo che il segretario dell’Udc Marco Follini pone durante la presentazione dell’ultima fatica letteraria di Emanuele Macaluso, "50 anni nel Pci", un «libro di storia vissuta» in cui l’autore ha come interlocutore l’editorialista del Corriere Paolo Franchi. Un volume che traccia un bilancio dell’esperienza comunista in Italia, senza pentimenti ma con un’analisi severa di ritardi ed errori. Il legame con l’Urss, ad esempio, legame che fino agli anni ’80 fu un ingrediente importante della forza di attrazione del Pci, ammette Giorgio Napolitano. L’eurodeputato ds fa autocritica: «Avremmo dovuto tagliare i ponti già negli anni ’60, ci provammo durante la Primavera di Praga e poi nel 1981, ma ci fermammo sempre sull’orlo del distacco». Paolo Mieli reclama un’assunzione di responsabilità: «Non potevano non sapere cosa accadeva in Unione Sovietica. Il comunismo italiano fu parente stretto di una delle mostruosità del secolo». Alla tavola rotonda coordinata dal direttore de Il Riformista Antonio Polito partecipano anche Letizia Paolozzi e Valentino Parlato. Quest’ultimo prova a spiegare le ragioni del legame con Mosca («cacciarono lo zar e fu un bene, ci aiutarono a vincere la guerra e fu un bene») ma riconosce anche la necessità dello strappo. Anzi, ne rivendica la paternità: «Nel ’69 proposi di rompere con l’Urss ma fui cacciato dal partito». Alla domanda di Follini non si sottrae Macaluso: «Il punto di partenza dell’ideologia comunista era la lotta all’imperialismo e al capitalismo rappresentati dall’America. L’Urss, con tutte le sue storture, era un punto di riferimento alternativo. Ma - aggiunge - separare la lotta per il socialismo dalla lotta per la democrazia e la libertà fu un grave errore storico che pagammo caro».
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Sergio Grom segnala:

su Capital in edicola un servizio su Maja Sansa, "donna dell'anno"
fotografie e interviste

Ansa.it
ZANARDI E SANSA VOLTI DEL 2003
Pilota e attrice sono uomo e donna dell'anno per Capital


(ANSA)-MILANO, 9 DIC-Sono Alex Zanardi e Maya Sansa l'uomo e la donna dell'anno di Capital. La scelta tra una rosa di 100 nomi e' avvenuta con una votazione sul Web.Zanardi e' il pilota che, dopo un gravissimo incidente, e' tornato in pista, con l'aiuto delle protesi. Maya Sansa e' la giovane attrice che ha interpretato i due film che piu' hanno fatto discutere quest'anno, 'La meglio gioventu'' di Marco Tullio Giordana e 'Buongiorno, notte' di Marco Bellocchio.
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