sabato 26 febbraio 2005

Evgen Bavcar

Sandra Mellone, incuriosita dall'articolo - intervista uscito su Repubblica domenica 20 cm, su Bavcar, il fotografo cieco, e dopo che di quell'articolo si è parlato al seminario del Lunedì, ha fatto una ricerca ed ha trovato quello che si può vedere, e ascoltare, collegandosi al seguente indirizzo:

http://www.zonezero.com/exposiciones/fotografos/bavcar/indexsp.html#

...fatelo, ne vale la pena.

(l'articolo è inserito qui sotto, alla data in cui è uscito)
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Agenzia Radicale ha pubblicato sulla rete un articolo di Ferdinando Camon e la lettera che Paolo Izzo ha inviato allo scrittore dopo la pubblicazione di esso.
Tutto ciò può essere letto collegandosi al seguente indirizzo:

http://www.quaderniradicali.it/agenzia/index.php?op=read&nid=2620
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procreazione
un libro a un euro, da oggi con il Corsera

Procreazione, un libro con il «Corriere»
OGGI IN EDICOLA
Oggi in edicola con il «Corriere della Sera»

al costo di un euro più il prezzo del quotidiano,
ci sarà il libro «La fecondazione assistita», 203 pagine a cura della Fondazione Umberto Veronesi. Il volume comprende le riflessioni di otto grandi giuristi: Pietro Rescigno, Enrico Quadri, Alfonso Celotto, Luigi Balestra, Gilda Ferrando, Salvatore Patti, Guido Alpa e Alessandra Bellelli.
Il libro, che ha una prefazione di Umberto Veronesi, rimarrà in edicola un mese

irrefrenabile Sopsi
i "cioccolatisti"

farmacia.it
25 Febbraio 2005 - 17:16
PSICHIATRIA: AUMENTANO I "CIOCCOLISTI"
I CACAO-DIPENDENTI/ANSA


(ANSA) - ROMA, 25 FEB - Il cioccolato rende più dolce la vita ma, a volte, è molto di più: non soltanto un grande piacere del palato, bensì una vera e propria forma di dipendenza. Si tratta di un fenomeno relativamente nuovo ed è solo da poco che gli specialisti hanno cominciato a studiarlo. Gli psichiatri, però, assicurano: i "cioccolisti", ovvero i cacao-dipendenti, sono in crescita e si contano soprattutto tra donne e adolescenti. A puntare i riflettori sul fenomeno gli psichiatri riuniti a Roma per il X Congresso della Società Italiana di psicopatologia (Sopsi), che ne hanno discusso in una apposita sessione. Ma da dove nasce quello che gli esperti definiscono il "craving", ovvero il desiderio irrefrenabile, per il cioccolato? Il cacao, ha spiegato la psichiatra dell'Università La Sapienza di Roma Angela Iannitelli, "contiene numerose sostanze biologicamente attive e simili ai cannabinoidi che potenzialmente possono causare comportamenti anomali e sensazioni psicologiche vicine a quelle prodotte dalle sostanze d'abuso". In altri termini, il cioccolato funziona come un "riequilibratore dell'umore, dando un immediato effetto di benessere", ma i principi attivi in esso contenuti, precisa l'esperta, sono comunque blandi e non determinano effetti negativi come per le droghe e l'alcol. Così, può succedere che il consumo occasionale di cioccolato, magari per "tirarsi un po' su", possa trasformarsi in abuso e dipendenza: "Abbiamo ad esempio osservato - ha affermato Iannitelli - che molti giovani, soprattutto se in condizioni di particolare stress, consumano cioccolato come una sorta di self-therapy; anche se inconsapevolmente, cioè, ricorrono al cacao proprio per riequilibrare un deficit biologico, come nel caso di un basso livello dei neurotrasmettitori coinvolti nella regolazione dell'umore e che alcune sostanze contenute nel cioccolato riescono ad integrare". E che il fenomeno del cioccolismo sia una realtà lo dimostra un recente studio, probabilmente il primo del genere, coordinato appunto da Iannitelli: intervistando un campione di 350 studenti universitari (da 20 a 28 anni) è infatti risultato che ben il 63,87%, in prevalenza tra le donne, ha una forma di vera e propria dipendenza dal cioccolato; il 34,25% , invece, lo consuma vivendo poi profondi sensi di colpa e il 45,77% consuma cioccolato in modo funzionale, ovvero come self-therapy quando si sente sotto stress o negli stati di ansia. Insomma, il popolo dei cacao-dipendenti sembra in crescita, soprattutto tra le donne: ma per il sesso femminile, precisano gli esperti, possono entrare in gioco anche i cambiamenti ormonali, che rendono il craving per il cioccolato particolarmente acuto in relazione alle fasi del ciclo mestruale. Ma la cioccolato-dipendenza fa male? "Non ci sono danni dimostrati - ha affermato Iannitelli - ma è chiaro che per particolari persone, ad esempio con altre patologie in atto, un abuso di tale sostanza potrebbe dare effetti negativi". Il vero problema, però, è psicologico: "Come per tutte le altre sostanze d'abuso - ha rilevato la psichiatra - si cerca all'esterno la soluzione di un problema e di un malessere che è tutto interiore". E quando l'abuso diventa vera dipendenza si possono raggiungere comportamenti-limite: "E' il caso - ha affermato lo psichiatra Icro Maremmani dell'Universita' di Pisa - di chi comincia a consumare cioccolato in segreto, sceglie di frequentare solo luoghi dove sia disponibile questo prodotto o addirittura arriva a selezionare il partner e gli amici sulla base del loro consumo di cioccolato per non sentirsi "sotto accusa". Ma in fondo, il cioccolato rappresenta anche una via più facile e sicura al piacere: "E' una sostanza non pericolosa, facile da reperire e soprattutto non illegale, ma riesce a dare - ha concluso Maremmani - momenti di piacere di cui, nel ritmo frenetico della società moderna, si è sempre di più alla ricerca". (ANSA).

esorcismo in tv

La Stampa 26 Febbraio 2005
PROGRAMMA «SCIENTIFICO» DI CHANNEL 4
Esorcismo in diretta
polemica a Londra


LONDRA. È polemica nel Regno Unito per «Exorcism», un programma mandato in onda ieri notte dall'emittente televisiva Channel 4 che ha trasmesso il primo esorcismo in diretta nella storia della Tv britannica. A sottoporsi al rituale è stato un uomo, del quale è noto solo il nome di battesimo, Colin, che riteneva di essere posseduto dal diavolo. In un rituale, durato circa due minuti, il prete anglicano Trevor Newport si è piegato sopra Colin e pregando ha ordinato agli spiriti di maligni di abbandonare il suo corpo. Durante la pratica, la testa del presunto indemoniato è stato collegata attraverso dei sensori ad un macchinario per monitorarne l'attività cerebrale. Ma l'uomo non ha manifestato reazioni violente come quelle illustrate da «L'Esorcista» o altri celebri film dell'orrore.
«Sento di avere avuto dei demoni nella mia vita e che ora se ne sono andati. Ero un po’ nervoso prima della pratica, ma le preghiere per me hanno spazzato via il nervosismo», ha commentato l'esorcizzato al termine dell'esperimento, che secondo i responsabili dell'emittente aveva finalità puramente scientifiche. Ma il programma ha suscitato rabbia e proteste da parte dei telespettatori e dei gruppi di pressione religiosi. «Non è appropriato mostrare un esorcismo alla televisione - ha dichiarato al pomeridiano londinese «Evening Standard» la parlamentare Tory Ann Widdecombe -. Qualunque cosa venga mostrata alla Tv, anche se questo avviene nel nome della scienza, viene considerata come una forma d'intrattenimento», ha sottolineato.
Colin, che secondo una perizia psichiatrica è perfettamente sano, aveva denunciato di essere stato spinto da forze oscure a spingere il pedale dell'acceleratore della sua vettura con il risultato di guidare contro la sua volontà a tutta velocità e in maniera spericolata.
L’esorcismo si conferma comunque una pratica tuitt’altro che desueta. Il primo corso universitario per diventare «esorcisti specializzati» ha fatto infatti il pienone di iscritti. Oltre cento sacerdoti e seminaristi provenienti da tutta Italia ma anche da Stati Uniti, Africa, Europa, si sono dati appuntamento al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum per perfezionarsi nelle tecniche di lotta contro il diavolo. «Satanismo, esorcismi e preghiere di liberazione» - questo il titolo del corso - è una iniziativa organizzata dall'Ateneo del Papa in collaborazione al Gruppo di ricerca e informazione socio-religiosa (Gris).

Nicola Tranfaglia sul laicismo

L'Unità 26 Febbraio 2005
Laici, una specie a rischio
Nicola Tranfaglia

Diciamo la verità: la crisi politica che attraversa l'Italia sembra dipanarsi verso un esito sempre più disastroso. E tra i protagonisti della crisi la Chiesa cattolica occupa un posto centrale.
Negli anni in cui il partito cattolico deteneva la maggior porzione di potere politico, i partiti politici italiani si muovevano con notevole autonomia.
E le scelte parevano dettate soprattutto dal confronto sulla politica economica, sociale e culturale, sulla politica estera, sui grandi temi di contrasto che dividevano gli schieramenti.
Oggi i partiti e i due blocchi dello schieramento sono divisi su tutto ma il Vaticano sembra esercitare su di essi un potere inusitato. Quando si svolsero i due referendum decisivi per la secolarizzazione del Paese nel 1974 sul divorzio e nel 1981 sull'aborto i cattolici furono presenti nel fronte referendario con le posizioni diverse dettate dal loro modo di interpretare la politica italiana e i destini del Paese e in tutti e due i casi i referendum segnarono la vittoria del fronte referendario grazie alla robusta presenza di cattolici democratici al loro fianco. Ora le cose sembrano essersi rovesciate e i cattolici presenti nell'uno e nell'altro schieramento si oppongono compatti al referendum sulla fecondazione assistita.
È come se il primato della politica tanto decantato a destra e a sinistra suoni come un'espressione a vuoto giacché i comportamenti sembrano segnare per i cattolici di destra come per quelli di sinistra il primato della dottrina della Chiesa.
Soltanto così si può spiegare il fallimento dei negoziati tra l'Unione di centrosinistra e i radicali che si é consumato nella sera di mercoledì dopo che le trattative erano andate avanti alcuni giorni e sembrava, a giudicare da quel che ne hanno detto i mezzi di comunicazione, che gli ostacoli fossero stati superati e che fosse imminente un annuncio di accordo, sia pure parziale, tra le due parti.
Nel centrosinistra si dice che é colpa dei radicali invitati a una netta scelta di campo e nel centrodestra si invitano Pannella e Bonino a scegliere definitivamente il centrodestra a cui sono vicini da molti anni in politica estera e nella politica economica.
Ma quel che non funziona in queste spiegazioni é che, se si fosse guardato ai programmi, non avrebbe avuto senso nessuna trattativa tra il centrosinistra e i radicali tante sono le differenze sul piano dei contenuti. E invece le trattative sono iniziate e andate avanti fin quasi alla fine malgrado le differenze programmatiche.
La rottura é stata determinata, in realtà, dalla parte cattolica del centrosinistra che, nella sua parte maggioritaria, vuole astenersi sul prossimo referendum o almeno votare no e non accetta che nello schieramento compaiano le liste Luca Coscioni espressamente intitolate alla libertà di ricerca in campo medico e dunque alla materia specifica del referendum sulla fecondazione assistita. Ma é vero, oppure no, che tutta la sinistra é decisa a battersi per il referendum e per i quesiti referendari? E come si fa a rifiutare l'apporto o meglio l'ospitalità ai radicali su questa base?
Ed é vero oppure no che tutto il centrosinistra é convinto della necessaria separazione tra la laicità dello Stato e le dottrine della Chiesa e non può dunque battersi per il no alla libertà di ricerca? O anche qui le parole non corrispondono ai fatti e c'é una verità più profonda per cui i cattolici democratici privilegiano alla fine sempre il messaggio della Chiesa di fronte alle esigenze dello Stato e di un moderno pensiero laico. E si può procedere a colpi di veto in questioni politiche che riguardano l'una o l'altra coalizione?
Se volessimo cercare una spiegazione più convincente alla confusione che sembra avvolgere tutta la scena politica in questo momento dovremmo forse invocare il fatto che siamo di fronte a un declino piuttosto che a un primato della politica e dei partiti, che le vecchie ideologie che hanno retto il nostro sistema politico per un sessantennio non sono più in grado di distinguere tra i valori da difendere e quelli da dismettere e che oggi contano soltanto le convenienze elettorali e l'influenza dei media, soprattutto di quelli televisivi in grandissima parte legati alla Chiesa e ai suoi valori.
La spiegazione sembra trovare qualche conferma nella inaspettata celebrazione di don Giussani per cui il TG1 che non ha voluto dedicare una diretta per la grande manifestazione per la pace e la liberazione di Giuliana Sgrena di sabato scorso si prepara a trasmettere in diretta i funerali del fondatore di Comunione e Liberazione.
Tutto questo spettacolo ci lascia un sapore amaro. Ci pareva che, negli ultimi dieci anni, si fossero voltate alcune pagine del passato come quella che vedeva la Chiesa cattolica arbitra del destino italiano e che, almeno nel centrosinistra, si fosse raggiunta un'opinione condivisa sul necessario rispetto della religione ma, nello stesso tempo, sull'importanza della separazione politica e culturale tra lo Stato e la Chiesa cattolica, sull'importanza di uno Stato laico che nella sua costituzione repubblicana considera tutte le religioni sullo stesso piano e non discrimina tra chi é credente e chi non lo é.
Anzi sul fatto che proprio la libertà religiosa e l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge sia la miglior garanzia per non creare contrapposizioni artificiali e per favorire il rispetto reciproco.
Ma evidentemente ci siamo sbagliati e in questo paese si va indietro, come vuole del resto l'attuale maggioranza che sforna ogni giorno leggi anticostituzionali e legate alla visione di una società ingiusta e confessionale nelle sue scelte fondamentali.

Carlo Flamigni sugli embrioni

L'Unità 26 Febbraio 2005
Embrioni e false credenze
Carlo Flamigni

L’ho sentita dire tante volte, e da parte di persone così autorevoli che ci avevo creduto. Ho qualche attenuante: sono romagnolo, di origine contadina, si sa, noi siamo fatti così, creduloni, ingenui.
La frase, ricorrente in molti giornali, “trasversale” se volete usare un “quasi neologismo” era sempre la stessa: non è un conflitto tra i laici e i cattolici.
Di più: ci meravigliamo (siamo stupiti, ma come si fa a dire certe cose) che qualcuno sostenga che è un conflitto tra laici e cattolici.
Beh, non sarà un conflitto, tra laici e cattolici, ma ci assomiglia molto. Consentitemi di fare riferimento solo a quello che sta capitando a me (ho molta comprensione ma poco tempo per gli altri) ed ecco che cosa vi posso raccontare dopo mezza giornata di letture: su Internet, nel sito del Movimento per la vita, un carneade (almeno si fosse trattato di Carlo Casini) che parla come le vecchie barzellette della Domenica del Corriere, mi insulta in una successione di articoli; su Medicina e Morale, ci sono ripetute allusioni ai miei convincimenti privati, che hanno, secondo gli autorevoli autori dell'articolo, uno dei quali è un vescovo, lo scopo di imbrogliare la gente (il colto pubblico) e il Parlamento (l'inclita guarnigione); sull'Avvenire, paginone dedicato alla legge 40, ci sono almeno due articoli che mi prendono a male parole (proprio così, niente fioretto, spadone e neanche tanto affilato).
Lasciamo stare cose futili come l'educazione e il rispetto della legge: per certi versi ci penserà la magistratura, e io mi accontento di questa garanzia. La mia curiosità riguarda le ragioni di un tono tanto bellicoso, proprio quel tono da “guerra di religione” che la maggior parte degli osservatori neutrali temeva sarebbe stato utilizzato dai laici. Guerra preventiva?
Secondo me, fare la voce tanto grossa, scegliere l'insulto invece del dialogo, prendersela con le persone invece che con le loro idee, è atteggiamento, diciamo così, preculturale: assomiglia tanto a quello dei gorilla che si battono grandi pugni sul petto, certamente per spaventare l'altro, ma anche perché sono spaventati essi stessi e non sono del tutto sicuri delle proprie forze (si può dire “dei propri argomenti”?). Perché, sempre secondo me, il problema è proprio qui, negli argomenti traballanti, fragili, spesso insostenibili. E nel convincimento che battere il pugno sul tavolo, fare la voce grossa, li potrebbe trasformare in solidi, inattaccabili principi, degni di attaccarci sopra un bel dogma, e così sia.
Vediamoli insieme, questi argomenti. Prima di tutto, lo statuto dell'embrione. Lasciatemi enunciare punti di vista, espressi in campo cattolico (quindi vi risparmio il parere - o i molti pareri - degli altri). Chiedo a chi venga colto dal desiderio di trattarmi da bugiardo di avere un po' di pazienza, sto andando in tribunale troppo spesso: pubblicherò tra non molto un libro nel quale questi temi saranno trattati in extenso, con tanto di voci bibliografiche, aspettino almeno di averlo letto.
Dunque, se capisco bene cosa sta accadendo, l'ipotesi che piace di più ai bioeticisti cattolici è quella che riconosce l'inizio della vita personale nell'ovocita attivato. Ma, sempre dal mondo cattolico, sono uscite anche queste proposte:
- l'inizio della vita personale ha inizio con la formazione di un genoma unico (cioè dopo 24 ore);
- con la perdita della totipotenza dei blastomeri (cioè dopo 2-3 giorni);
- con la formazione della linea embrionaria e la fine della possibilità di formare gameti (cioè dopo 14 giorni);
- con l'inizio dell'impianto in utero (cioè dopo 4-5 giorni);
- con la formazione della prima cellula nervosa (dopo 5-6 settimane);
- con la formazione di un “corpo attuale” (e qui debbo confessare che i miei amici ilomorfisti non mi hanno fatto date o, se le hanno fatte, io non le ho capite).
È evidente che tutte queste teorie sono nel vero, proprio perché il “vero”, a proposito dell'inizio della vita personale, non è accessibile a nessuno di noi, e la verità è sostituita da una convenzione. Tutto bene, naturalmente, fino al momento in cui qualcuno non si rende conto di possedere solo una verità relativa e decide di imporre agli altri il suo atto di fede.
Secondo esempio: il problema della donazione di gameti.
Qui l'”imbroglio” sta nel definire la genitorialità secondo un modello biologico, dimenticando che il concetto è puramente simbolico. Non voglio disturbare gli infiniti esempi di genitorialità diversa da quella tradizionale alla quale si fa continuo riferimento, né citare i molti differenti esempi che convivono nel nostro modello. Mi limito a ricordare che esiste - lo sappiamo bene - un modello di paternità e di maternità che è basato sull'etica della responsabilità, oltretutto molto apprezzato socialmente: sono tuo padre, sono tua madre, perché sarò vicino a te ogni qual volta avrai bisogno di me, ogni qual volta mi chiamerai. Un modello di genitorialità sociale che chiede solo di affiancarsi a quella biologica e che esiste già nella nostra cultura, basta pensare all'adozione.
Penso che concedere alle coppie che vogliono una donazione di gameti il diritto di dimostrare di essere in grado di assumersi questa responsabilità nei confronti del figlio, non dovrebbe rappresentare uno scandalo, come non è scandaloso approvare l'atto puramente oblativo dell'adozione. Insomma, non ci dovrebbe preoccupare il “come” viene concepito un bambino, ma il “come” viene amato ed educato, ed è solo per questo che abbiamo il diritto/dovere di chiedere garanzie alle coppie. Ultimo argomento, almeno per oggi: l'eugenetica.
È una eugenetica nuova, ben diversa da quella “old style” che aveva a che fare con improbabili e fantascientifici interventi sui geni, e che indica invece la possibilità di “selezionare in nome di un vero o presunto paradigma di salute genetica”.
Il timore è quello, ripetuto fino all'ossessione, della china scivolosa: se diamo il via all'ingegneria genetica, non ci fermeremo più e dopo aver curato cancro e anemia a cellule falciformi alterando il corredo genetico degli individui (o impedendo agli embrioni malati di procedere nello sviluppo) finiremo per applicare le stesse regole al daltonismo o alla tendenza alla calvizie.
Ho letto una bella e persuasiva critica di Demetrio Neri a queste posizioni, la condivido, ma non la riporto qui, perché credo che un lettore di buon senso sia già sufficientemente stupefatto da quanto ho riportato. Ripensateci: niente cura - nè selezione embrionaria - per la Corea di Huntington, sennò finiremo per discriminare i mancini. Siamo dunque così stolti, così stupidi, così inumani?
Ebbene, se lo siamo e abbiamo bisogno di proibizioni legali per evitare lo slippery slope, il pendio scivoloso, forse abbiamo fatto il nostro tempo - come specie, intendo - meglio lasciare il campo agli insetti.
Trovo incredibile questa assoluta mancanza di fiducia nelle capacità dell'uomo di stabilire regole logiche e civili al proprio comportamento, senza bisogno di strutture religiose e di ricorso alla morale derivata dal trascendente. Solo per le persone di buon senso, mi piace ricordare che numerose società scientifiche avevano proposto di far fare ai genetisti un elenco delle malattie genetiche nelle quali si poteva ritenere necessario eseguire una diagnosi pre-impiantatoria sull'embrione, in modo da escludere le cosiddette “zone grigie”, quelle che corrispondono a quadri morbosi compatibili con una accettabile qualità di vita.
Concludo: mai, a mio avviso, una prepotenza tanto grande è stata giustificata con argomenti tanto futili. Mai, a mio ricordo, una prevaricazione così solenne è stata accompagnata da un clangore di trombe altrettanto assordante.
E l'uscita di un romanzo a puntate sulla bioetica in uno dei maggiori quotidiani italiani è il segnale della nascita di un nuovo modulo culturale, il Bignami della metafisica popolare. Tutto per una società inaffidabile, incolta, atassica, pericolosamente in bilico sul ciglio di un pendio scivoloso.

Non ci dovrebbe preoccupare il «come» viene concepito un bambino, ma il «come» viene amato ed educato, ed è solo per questo che abbiamo il diritto/dovere di chiedere garanzie

aumentano i suicidi tra i marines

Liberazione 26.2.05
Usa, aumentano del 29% i suicidi tra i marines

Nell'ultimo anno è cresciuto del 29% il numero dei suicidi tra i membri del corpo dei Marines. E' quanto emerge dalla statistiche presentate dal generale Michael Hagee, il comandante dei Marines, secondo le quali nel 2004 si sono uccisi 31 militari e 83 hanno tentato di togliersi la vita. Tutte le vittime erano militari arruolati e non ufficiali di carriera, nella maggior parte sotto i 25 anni, e si sono tolti la vita sparandosi.

donne in Algeria

Corriere della Sera 26.2.05
Il governo fa marcia indietro sul codice di famiglia. Ma in caso di divorzio la casa non resterà più al marito
Alle algerine per sposarsi serve il tutore
Un parente maschio «certifica» le nozze. Protesta delle donne: «Il presidente cede agli integralisti»
Michele Farina

Lui, lei e l’altro. In Algeria per contrarre matrimonio si dovrà ancora essere in tre. La sposa sarà costretta a farsi accompagnare dal wali, il tutore. Di solito il padre o un fratello. Altrimenti il giudice stesso. Una «sposa dimezzata». Questo stabilisce la tanto annunciata «riforma» del codice di famiglia approvata in questi giorni dal governo di Algeri. Dopo mesi di ritardi e aperture, la stessa impronta datata 1984: donne sotto tutela. «Un gran recul», un grande passo indietro tuona dalle colonne del progressista Al Watan la presidente dell’«Associazione Sos donne in pericolo», Meriem Ballala. «Une reculade scandaleuse» attacca Soumia Salhi, sindacalista a capo della commissione delle donne lavoratrici (Ugta): «Continuano a negarci i diritti più elementari». Per la giurista Nadia Aït Zai si tratta «ancora una volta di un compromesso con gli islamisti, come al solito sulla pelle delle donne».
A «rinculare» è stato il presidente della Repubblica Abdelaziz Bouteflika. Nell’estate scorsa aveva promosso una riforma più coraggiosa, addio al wali e meno poligamia. Su questi punti hanno dato battaglia i gruppi islamisti-conservatori come il partito El Islah e l’Msp, appoggiati da frange del Fronte di liberazione nazionale da sempre al governo. Hanno vinto loro. Per Le quotidien d’Oran più che di riforma si tratta di «cosmesi»». La Tribune parla di «compromesso tra Bouteflika e i gruppi islamisti», che avrebbero dato via libera al governo in cambio del ritiro delle proposte più «avanzate». El Moudjahid, quotidiano governativo, saluta invece «i progressi» fatti nella «promozione della famiglia» e «nella condizione delle donne».
Tradimento, gridano le femministe. Loro che chiedevano l’abrogazione in toto del codice di famiglia («il codice dell’infamia») ritenendo sufficiente basare la legge sull’articolo 29 della Costituzione, che stabilisce l’uguaglianza dei sessi. Sulla carta. Perché nella società, soprattutto nelle campagne, la preminenza dell’uomo è accettata come frutto della consuetudine e della sharia, la legge islamica. Puntando su una impossibile abrogazione, forse le femministe di città hanno perso la battaglia della mobilitazione popolare, se è vero che i gruppi islamici nei mesi scorsi hanno raccolto un milione di firme di donne che chiedevano un referendum per mantenere il «tutore matrimoniale».
Hanno vinto loro. Hanno vinto i gruppi islamisti, l’Algeria profonda e maschilista. Esulta Abdul Shaiban, a capo dell’Associazione dei capi religiosi: «Il governo ora è sul giusto cammino, sulle orme degli antenati». Anche il partito della minoranza sciita è d’accordo. Unità religiosa sulla pelle delle donne? Le concessioni del governo agli islamisti, sostiene la giurista Aït Zai, non esclude «alcuni piccoli passi avanti». Il più grande riguarda le donne divorziate, che in Algeria vengono buttate sulla strada con i loro figli. La legge in vigore prevede infatti che sia l’uomo a mantenere il domicilio. Con la riforma (appoggiata anche dagli islamisti) il marito dovrà dare una casa ai figli minori, la cui cura è affidata alla madre. «Ma su questo punto», accusa la sociologa Dalila Iamarene su Le monde, la legge non è chiara. «I figli diventeranno moneta di scambio: i mariti cercheranno di ottenerne l’affidamento per mantenere la casa».
All’ombra del wali, restano disuguaglianze di sostanza: le donne potranno chiedere il divorzio in casi particolari (massima libertà invece per gli uomini): impotenza del marito, abbandono immotivato del tetto coniugale per un anno. Un lui musulmano può sposare un’«infedele», una lei no. Immutata la questione dell’eredità (ai figli maschi il doppio che alle femmine). E la poligamia? Legge invariata: ammessa, fino a 4 mogli, che davanti a un giudice dovranno provare di essere d’accordo.
«Un gran recul». Bouteflika vuole chiudere definitivamente l’epoca della guerra civile degli anni ’90, quando l’Algeria sotto la lama degli integralisti (e la guerra sporca dei militari) perse 150 mila persone. Il presidente proporrà un referendum per l’amnistia di terroristi e militari accusati di crimini. E perciò ha bisogno di un largo consenso politico. Perché rischiare di perderlo abolendo il «tutore matrimoniale»?

Liberazione 26.2.05
«Le algerine, dopo l'indipendenza tradite due volte»
Intervista a Feriel Lalami, femminista e intellettuale maghrebina
dell'associazione Apel
La lotta per l'emancipazione in Algeria,
dove la donna è un essere inferiore per legge
Lu. Ma.


Feriel Lalami, intellettuale, algerina, membra del collettivo di donne "20 anni sono abbastanza" e dell'associazione Apel. Ieri il governo ha fatto marcia indietro rispetto all'idea di eliminare la figura del wali, il responsabile maschile delle donne nell'ambito dei contratti matrimoniali. Un arretramento rispetto a una proposta di riforma del Codice che i movimenti di donne già giudicavano insufficiente.
Le donne algerine sono state protagoniste negli anni della lotta per l'indipendenza. Come è possibile che il Codice della famiglia di una nazione considerata per anni un esempio di progressismo nel mondo arabo sia così retrogrado?
E' vero, le donne hanno fatto la loro parte, sotto diverse forme, nella lotta di liberazione. Ma durante questa lotta, che è stata estremamente difficile perché il popolo algerino ha dovuto affrontare una potenza militare, le donne non hanno mai posto specificatamente la questione del loro diritto una volta che il paese fosse stato libero. Per loro era evidente che l'indipendenza avrebbe significato automaticamente libertà e eguaglianza per tutti. Non è stato così. Le lotte politiche tra clan del giovanissimo potere algerino si sono esacerbate nel momento dell'indipendenza e, per quello che riguarda le donne, la società algerina che era in prevalenza rurale si è attaccata ai valori tradizionalisti. Il potere algerino non ha mai voluto adottare una legislazione apertamente egualitaria per quel che riguarda la famiglia, malgrado le richieste delle donne. Poi, nel 1984 si è arrivati all'attuale codice che mostra la concezione che i dirigenti hanno del posto delle donne nella famiglia: un essere inferiore dominato da suo marito.
Come è nata e che obiettivi ha la vostra associazione, Apel?
Apel (http: //famalgeriennes. free. fr) è nata dalla volontà di far conoscere in Francia le lotte delle donne algerine e di attivare la solidarietà tra donne delle due rive del Mediterraneo. Poi abbiamo constatato che il codice algerino ha delle conseguenze su donne e bambini algerini che risiedono in Francia. L'obiettivo dell'associazione è informare sui pericoli di questo codice. Il Collettivo 20 anni Barakat è invece un insieme di associazioni, nato nel 2004 per farne l'anno di denuncia pubblica del codice.
Come avete reagito dopo le ultime proposte di riforma del Presidente Bouteflika?
Sono un insulto alla realtà delle algerine e alle rivendicazioni delle donne. Sono del tutto insufficienti. Le nostre richieste sono chiare: l'abrogazione del codice della famiglia e la promulgazione di leggi egualitarie. Rifiutare l'eguaglianza tra i cittadini significa rifiutare la costruzione di uno stato di diritto. Perché gli emendamenti abbiano un senso come minimo dovrebbero proibire la poligamia, sopprimere il tutore matrimoniale, istituire l'autorità genitoriale per madre e padre, istituire l'uguaglianza in materia di divorzio.
A che punto è la diffusione delle vostre idee tra le donne algerine?
Il nostro lavoro è molto difficile perché in Algeria le associazioni di donne hanno pochi mezzi e i grandi media, come la tv, sono agli ordini del potere e non diffondono dibattiti su questi temi. Non bisogna dimenticare inoltre che l'Algeria esce da un periodo di terrore che ha ostacolato non solo le attività, ma le idee di democrazia e eguaglianza. In ogni caso le nostre idee sono diffuse soprattutto in città.
In questo quadro qual'è il ruolo degli integralisti islamici?
Ci sono due partiti islamici legali sulla scena politica. Sono rappresentati all'assemblea nazionale e uno ha dei rappresentanti al governo. Alle ultime elezioni presidenziali questo partito ha invitato a votare per Bouteflika. Servono al potere algerino a dimostrare che non sono "empi e miscredenti" e che sono capaci di gestire queste correnti politiche. Per quanto riguarda la questione del codice di famiglia, quando le proposte di emendamento sono state presentate, gli islamisti le hanno denunciate come troppo avanzate, questo permette al potere di pretendersi democratico grazie proprio al contrasto con gli islamici.

donne in Marocco

Liberazione 26.2.05
Tra padri, giudici e Corano
la Primavera delle donne marocchine è in cammino
Un anno di "eguaglianza" in un Paese ancora patriarcale e maschilista
Lucia Manassi

E' passato un anno, in Marocco, da quando il Parlamento ha votato all'unanimità la riforma della legge sulla famiglia (Moudawana), una legge che pone le fondamenta dell'eguaglianza tra uomo e donna nel diritto. Il Marocco è il secondo paese arabo, dopo la Tunisia, a sancire questo principio e lo ha fatto dopo decenni di battaglie delle associazioni di donne, attraverso un cammino tortuoso che è arrivato a conclusione per volontà del re Mohammed VI, sovrano assoluto e capo dei credenti, ma espressione di una nuova generazione di leader del mondo arabo.
Gli ostacoli all'applicazione reale della riforma restano ancora molti, legati alla mancanza di una serie di misure che dovevano accompagnarne il varo e alla mentalità maschilista e patriarcale che tutt'oggi prevale soprattutto nelle campagne. Ma un passo storico per le donne marocchine è stato compiuto. Dispongono ormai di uno statuto legale identico a quello degli uomini: hanno il diritto di avviare una procedura di divorzio senza perdere la custodia dei figli e il domicilio coniugale, la famiglia è sotto la corresponsabilità di entrambi gli sposi, la donna non è più sotto tutela, la regola dell'obbedienza al marito è stata abolita, i bambini nati fuori dal matrimonio hanno diritto alla paternità.
Certo, i compromessi sono stati accettati. La poligamia non è abolita, ma sottomessa a condizioni che la rendono quasi impossibile e la donna può rifiutarsi di accettarla. Così il ripudio, prima diritto esclusivo del marito, non scompare ma è sottoposto all'autorizzazione preliminare di un giudice.
A distanza di un anno, una delle propugnatrici della riforma, Leila Rhiwi, coordinatrice del Collettivo Primavera dell'Eguaglianza costituito nel 2000 mettendo in rete le associazioni che si battevano per il cambiamento, insiste sul ruolo che svolgono i giudici, nella maggior parte conservatori e tutti uomini, nell'interpretazione del testo. E il fatto che una guida di procedura non sia ancora stata redatta lascia aperta la possibilità che si allarghino le maglie, per esempio, alle ragioni dei mariti che vogliono prendere una seconda moglie. Per di più la nuova legge è poco conosciuta nelle aree rurali del paese, dove le donne sono ancora all'80% analfabete. Radio e tv ne hanno parlato raramente e in arabo classico, non facile da capire per chi non ha studiato. Una riforma perfettibile dunque, che dovrà affermarsi su una mentalità ancorata alla tradizione, ma il cui spirito e la cui filosofia sono essenziali.
Il cammino che ha portato alla revisione della Moudawana è stato burrascoso. Un progetto precedente e più complesso (1999 - Piano per l'integrazione delle donne nello sviluppo), che comprendeva anche iniziative per aumentare l'inserimento delle donne nel mondo della scuola e del lavoro, fu bloccato dal Ministro degli Affari Islamici del precedente governo a guida socialista. Il dibattito si fece infuocato, le decine e decine di associazioni di donne che dai primi anni 90 erano nate nel paese organizzarono una manifestazione a Rabat per sostenere la riforma il 12 marzo 2000. Arrivarono tra le 100.000 e le 200.000 persone. Rispose una immensa manifestazione organizzata dagli islamici di Al-Adl Wal-Ihsan (Giustizia e Carità). La folla contestava il piano come anti-musulmano e il progetto di riforma venne accantonato. Il nuovo re, in carica allora da solo un anno, nominò quindi una commissione di quindici membri (tra cui tre donne) per conformare il testo alla legge islamica. Mohammed VI ha fortemente voluto la riforma, in un momento di delicato equilibrio del paese, stretto tra l'alleanza con gli Usa e una popolazione, abituata al dibattito politico e attratta da un movimento islamico in crescita, critico verso gli eterni difetti del sistema e pronto al canto delle sirene identitarie.
La discussione riprese e gli intellettuali e le organizzazioni femminili elaborarono argomenti di sostegno alle loro tesi fondandosi sui riferimenti musulmani, dimostrando che la via del diritto delle donne non è in contraddizione con il patrimonio culturale arabo musulmano. Il cambio di tattica è stato vincente. In Parlamento ha votato a favore della riforma anche il Pjd (Partito della Giustizia e dello Sviluppo), partito islamico conservatore all'opposizione uscito molto rafforzato dalle elezioni del 2002 e prossimo possibile vincitore nella tornata elettorale del 2007. Alcuni analisti hanno letto il suo via libera al progetto di riforma del codice della famiglia come una delle conseguenze degli attentati terroristici del 16 maggio 2003 che a Casablanca uccisero 45 persone. L'ondata di arresti (5.700 persone interrogate e 1.300 messe sotto accusa) e di sdegno ha messo sotto pressione gli ambienti islamici anche ben lontani dalla dottrina del Takfir salafita, diffuso quasi esclusivamente nelle bidonville delle città, da dove provenivano gli attentatori. Da qui la volontà di segnare la distanza dalle dottrine radicali da parte del PJD, tradizionalmente vicino agli apparati governativi.
Se le associazioni non governative di donne in Marocco sono tante e vive, molta attrazione esercita anche sulle donne il movimento islamista Giustizia e Carità dello sceicco Abdessalam Yassine, la cui portavoce è la figlia Nadia. Le militanti islamiche approvano la riforma pur criticandola: "La nuova legge dovrebbe accordare alle donne il diritto di decidere a quali condizioni accettare la poligamia e il ripudio", è stato il commento di Nadia Yassine. Accordano la priorità ad una battaglia identitaria, accettando la complementarietà dei ruoli e escludendo una rivendicazione di genere. Ma occupano sempre più lo spazio pubblico.
Nella vicina Algeria la pressione dei gruppi terroristici sta finalmente allentando la morsa, mentre il Gia è già dato in rotta, il Gruppo Salafista per la Predicazione e il Combattimento, autore delle azioni più recenti e sanguinarie, in un documento del 27 dicembre 2004 si sarebbe dichiarato abbastanza favorevole al progetto di amnistia generale che il presidente Abdelaziz Bouteflika vuole mettere a referendum entro l'anno. La società civile ricomincia a respirare e le associazioni di donne possono tornare con vigore a combattere la loro battaglia contro il Codice della famiglia, emanato nel 1984 e subito giudicato retrogrado e iniquo, molto simile nei contenuti a quello marocchino precedente la riforma. Per questo è nata una rete di associazioni dal nome significativo: Collectif 20 ans Barakat! - Collettivo 20 anni sono abbastanza! - che ha trasformato il 2004 in un ventennale di rivendicazioni. La risposta è arrivata dall'alto e non ha soddisfatto le richieste delle donne: il testo finale presentato dal governo a novembre, ancora oggi allo stadio di progetto, è il frutto di infinite mediazioni. Segna un solo avanzamento reale: la garanzia per la madre, dopo il divorzio, ad avere diritto ad un alloggio. Per il resto il tutore matrimoniale è mantenuto, pur diventando volontario, la poligamia resta, pur con più limiti, così come il divieto di adozione, l'autorità genitoriale della madre è riconosciuta, ma solo nel caso di divorzio. Per il Collettivo ce n'è abbastanza per respingere in blocco le "riformette" (cfr. intervista), che non rispecchiano la realtà della società algerina, molto più avanti rispetto alle leggi: la poligamia per esempio riguarda soltanto l'1% della popolazione.
I codici della famiglia nei paesi musulmani, da cui dipende la vita, le scelte, il futuro di milioni di donne, sono oggetto di dibattito e scontro tra riformisti e conservatori, un conflitto in cui la presenza delle associazioni femminili e femministe dà un apporto determinante, soprattutto per la conclusione a cui queste battaglie sono destinate. Uno dei primi paesi musulmani a prevedere la monogamia è stato per esempio l'Egitto, in cui dall'inizio del secolo scorso si sviluppò un pensiero femminista endogeno. Ma anche in Egitto il perpetuarsi di usi ancestrali e di tradizioni maschiliste porta ad una applicazione parziale della legge. Per quanto riguarda il divorzio, nel dicembre del 2004 Human Rights Watch ha denunciato in un rapporto le ingiustizie a cui sono sottoposte le donne dai magistrati che devono giudicare le loro richieste di separazione. Il sistema della giustizia resta nelle mani degli uomini.

omosessualità
i preti anglicani anglosassoni

Corriere della Sera 26.2.05
OMOSESSUALITA’
ANGLICANI A UN PASSO DALLO SCISMA

La Chiesa anglicana si spacca sull’omosessualità. La riunione d’emergenza in Irlanda del Nord di 38 alti prelati non ha risolto lo strappo con i liberali (americani favorevoli all’ordinazione di un vescovo gay e canadesi aperti ai matrimoni tra omosessuali). I tradizionalisti hanno chiesto ai prelati di Usa e Canada di uscire dal Consiglio consultivo fino al 2008, o sarà lo scisma.

gasp!
il testo originale
dell'intervista di Panorama a Bertinotti

Panorama 25.2.05
CONFESSIONI - FAUSTO BERTINOTTI E LA RELIGIONE
Il rosso e la fede
di Stefano Brusadelli

http://www.panorama.it/italia/politica/articolo/ix1-A020001029518

Alla vigilia di un congresso che consacrerà la scelta pacifista e non violenta, il segretario di Rifondazione parla per la prima volta del suo rapporto con il Cattolicesimo. Rivelando che se vent'anni fa poteva dirsi ateo, oggi in quella definizione non si riconosce più
Chi l'ha visto, qualche giorno fa, mentre discuteva di pace, e di fede, con il teologo Carlo Molari nelle stanze della Comunità di San Paolo a Roma, racconta di un uomo molto coinvolto, persino emozionato. A 64 anni, e alla vigilia di un congresso (a Venezia, dal 3 al 6 marzo), dove la sua Rifondazione consacrerà la sua nuova vocazione pacifista e non violenta, Fausto Bertinotti ha deciso, per la prima volta, di affrontare con Panorama il tema del suo rapporto con la dimensione religiosa.
Segretario, è vero che è sempre più attratto dal problema della fede?
Questo interesse per me c'è sempre stato. Da 30 anni, nella mia mazzetta, c'è l'Osservatore romano. Ricordo che una volta, alla fine degli anni Settanta, fui invitato in un paesino dell'Appennino all'assemblea nazionale dei preti operai. Io dovevo tenere la relazione sulla militanza politica mentre Bruno Manghi, un sindacalista cattolico della Cisl, doveva farla sulla militanza religiosa. Andando su in macchina insieme ne parlammo, e alla fine, scherzando ma non troppo, Manghi mi disse che forse avremmo fatto bene a scambiarci le relazioni.
Suo padre era cattolico?
Mio padre era un socialista d'antan, ateo e anticlericale. Come molti della sua generazione, in trincea aveva visto i preti benedire la guerra. Ma rispettava chi credeva, e mi trasmise questo rispetto.
Ma in lei c'è più che un rispetto...
Per la mia formazione due letture sono state fondamentali: la Lettera a una professoressa di Don Lorenzo Milani e le Lettere di Paolo di Tarso.
Perché San Paolo?
Lui ci insegna la critica all'ordine vigente, la necessità di trascendere l'esistente: «Siamo uomini in questo mondo, non di questo mondo».
Dove ha cominciato ad apprezzare i cattolici in carne e ossa?
Nel sindacato, e nelle Acli, che quando ero in Cgil avevano un rapporto intenso con noi. Ricordo con emozione alcuni momenti di dialogo. Per esempio, una piccola organizzazione che riuniva i giovani operai cattolici, si chiamava Gioc; e, soprattutto, il confronto che nell'atmosfera conciliare ci fu a metà degli anni Sessanta tra marxisti e cattolici, entrambi eterodossi nei loro schieramenti. Personaggi come Pietro Ingrao e Lucio Lombardo Radice da una parte, padre Ernesto Balducci e Raniero La Valle dall'altra. Poi fui affascinato anch'io da dom Franzoni, e dall'esperienza della sua Comunità di San Paolo negli anni Settanta.
Con le gerarchie, invece, c'era minore simpatia?
Non dimenticherò mai un episodio accaduto a Torino nel Natale del 1969. I metalmeccanici in lotta avevano messo su una tenda davanti alla stazione di Porta Nuova. Faceva un freddo polare. A sorpresa, arrivò ed entrò nella tenda a portare la sua solidarietà l'arcivescovo, Michele Pellegrino.
Lei si è sposato in chiesa?
Mi sono sposato in chiesa per omaggio alla famiglia di mia moglie. Ma nostro figlio non è battezzato.
E lei, è battezzato?
Sì, sono battezzato.
A chi dà l'8 per mille?
Allo Stato.
Frequenta le chiese?
La logica di quel rispetto reciproco che mi ha insegnato mio padre ha avuto uno sviluppo: frequento le cerimonie religiose. E non senza un coinvolgimento emotivo.
Lei si definisce ateo?
Sarei così prudente da evitare una risposta conchiusa. Se me lo avesse chiesto a venti oppure a trent'anni, avrei risposto senza esitazioni: sì.
E oggi?
Oggi, pur non essendo credente, eviterei risposte così definitive.
È il segno di un'incertezza?
Non è il segno di chi ha oggi un'incertezza, ma di chi non vuole negarsi la ricerca.
Le è capitato, come a Ingrao, di sentire il fascino della scelta monastica?
Sì. Per citare ancora Ingrao, poiché ho un atteggiamento di ricerca molto simile al suo, bisogna saper stare nel gorgo, cioè fare, e lottare; e nello stesso tempo saper prendere le distanze da quel che si fa. Per vedere con distacco, dubitare, riflettere sui destini ultimi. Questa è la tentazione monastica rispetto alla militanza, in questo senso anche io ne avverto il fascino.
Quanto pesano, nel suo fare politica, i valori religiosi?
Premetto che per me la politica deve avere una fondazione laica, mondana. E deve essere aconfessionale, legittimata solo dal popolo. Ma questo non vuol dire che non debba interrogare altre dimensioni. Come, appunto, quella religiosa.

il manifesto ha intervistato Fernando Riolo, il nuovo presidente della Spi

il manifesto 26.2.05
INTERVISTA
Desideri e conflitti dall'universo edipico a quello dionisiaco
Da domani Fernando Riolo assumerà la presidenza della Società psicoanalitica italiana. In questo incontro parla dei rapporti con la psichiatria, con le neuroscienze, con il cognitivismo. E dà un quadro delle forme contemporanee della sofferenza mentale
FRANCESCA BORRELLI

Quando racconta di sé Fernando Riolo, che da domani assumerà la presidenza della Società italiana di psicoanalisi, tiene a citare accanto alla sua passione professionale, altre passioni più private: l'astronomia e il jazz. «Se rinascessi penso che farei l'astrofisico.» Palermitano, ha una formazione filosofica consumata a Firenze con Cesare Luporini e soprattutto con Eugenio Garin, «da lui ho appreso l'abitudine a un contatto diretto con i testi, e ho assorbito quel metodo storico allo stesso tempo rigoroso e indiziario che è il più imparentato con quello analitico.» Tra i suoi compagni di università c'era Partenope Bion, figlia del grande psicoanalista inglese, che contribuì a indirizzare i suoi interessi e la sua tesi verso la teoria freudiana e, finalmente, l'incontro con Francesco Corrao lo portò a maturare l'esperienza diretta di una analisi. Per otto anni Riolo nutrì la sua formazione con il lavoro all'ospedale psichiatrico di Palermo, il cui direttore era in rotta con l'orientamento organicista: «fu un momento fortunato, ci venne permesso di fare coincidere la possibilità di sperimentare nuove forme di comprensione della malattia mentale con la rivoluzione attuata da Basaglia e con le prime esperienze di lavoro sui gruppi.» Il nostro incontro è avvenuto a Roma, dove Riolo approda spesso per insegnare agli allievi della Società di psicoanalisi.
Negli ultimi anni la psicoanalisi italiana si è preoccupata di rinsaldare rapporti di scambio soprattutto con la filosofia e con la letteratura, ma la sua voce è pressoché muta nel campo della psichiatria, dove si sta consumando una offensiva organicista, pericolosa e in mala fede. Sembra che gli psicoanalisti abbiano perso voce in capitolo, tanto che nelle istituzioni si è ormai consumata una politica di dissuasione dalla psicoterapia. La psichiatria, d'altro canto, preferisce attingere i suoi strumenti alle neuroscienze e al cognitivismo. Fa parte dei suoi propositi riattivare i rapporti con quegli psichiatri che assumono la cura fondata sulla parola come un tramite ineludibile con la mente, in quanto produttrice di senso?
Non direi che gli psicoanalisti abbiano del tutto trascurato i legami con le istituzioni psichiatriche: circa il venticinque per cento di noi opera nel sistema sanitario nazionale e un altro venticinque per cento lavora nelle strutture di formazione. Piuttosto, la politica sanitaria di questi ultimi anni, tutta orientata a una logica manageriale, ha ricacciato fuori dalle strutture di diagnosi e cura non soltanto gli analisti ma anche anche gli psichiatri orientati dinamicamente. Si è riproposto, dunque, il conflitto con una psichiatria impostata su criteri meramente pragmatici: le aziende devono funzionare con criteri di economicità e ottenere risultati rapidi, si dice; anche le patologie gravi devono essere affrontate sintomaticamente, cioè con i farmaci, così le prime a venire spazzate via sono le psicoterapie, che d'altra parte non sempre sono state condotte con il rigore e la competenza necessari. E questo ha determinato un certo scetticismo sui loro risultati. Quel che più ci preoccupa, ora, è il progetto di legge preparato per abolire la 180. Vi si ripropone, tra l'altro, la distinzione tra le cosiddette sofferenze esistenziali, che potrebbero comprendere qualsiasi cosa e delle quali potrebbe occuparsi chiunque - che so i religiosi o i maestri di ginnastica - e le malattie mentali, che dovrebbero essere oggetto delle cure mediche. Col risultato che queste forme di dolore mentale vengono obiettivate come fossero malattie biologiche, mentre le altre restano semplicemente ignorate. Ma come si fa a stabilire dove comincia un tipo di sofferenza e dove finisce l'altra? Una simile distinzione fa retrocedere il pensiero psichiatrico di un secolo. Oggi sappiamo che coesistono, nella nostra mente, parti nevrotiche, parti psicotiche e parti che si adoperano continuamente a mettere in rapporto le une e le altre con la realtà: le differenze dipendono dalle relazioni dinamiche e quantitative che queste parti intrattengono tra loro e dall'interazione che esse hanno con il mondo esterno. Dunque non possiamo concepire alcun sistema di cura che si basi su nette distinzioni e oggettivazioni categoriali. Dopo trentadue anni di lavoro ho perduto qualunque forma di estraneità anche rispetto ai miei pazienti più gravi, sento con loro una contiguità molto forte. Per quel che riguarda, invece, il rapporto della psicoanalisi con le neuroscienze, da questo campo stanno venendo conferme importanti. Mi riferisco proprio alle teorie più discusse come quelle dell'inconscio, della memoria, o della rimozione; e adesso si è anche scoperto che la parola - su cui la psicoanalisi fonda la cura - interviene sui mediatori neurochimici delle connessioni sinaptiche determinandovi cambiamenti più o meno stabili. In realtà non esiste alcuna contraddizione tra le ipotesi della psicoanalisi e quelle delle neuroscienze, la contrapposizione si fonda su un fraintendimento, su una visione della psicoanalisi deformata in senso spiritualistico. Ma la psicoanalisi è piuttosto una scienza materialistica: Freud ruppe il dualismo cartesiano rivendicando l'unità mente-corpo e l'origine biologica di tutti i processi psichici. Il che, d'altra parte, non autorizza affatto quel riduttivismo che istituisce tra cervello e mente rapporti di causa e effetto, come tra la pistola e lo sparo. La relazione è circolare e reciproca, somatopsichica e psicosomatica: lo dimostra, appunto, il caso della parola. Sono come due facce della stessa mano, due vertici descrittivi di un processo che è unico e può essere indagato da tutte e due le parti. Se perciò dovessi dire chi sono i nostri avversari, direi che sono quelli di sempre: il coscienzialismo, l'irrazionalismo, che ricompaiono oggi nelle forme dello zeitgeist postmoderno. Questo tipo di pensiero nichilistico, illusionistico, confusivo, fa una grande marmellata di teorie e di concezioni del mondo ed è penetrato nella cultura, nella politica e anche nelle scienze sulla scia di una lettura tendenziosa del famoso aforisma di Nietzsche «non esistono fatti ma solo interpretazioni». Certo, il concetto di realtà non è più oggettivabile, non corrisponde più a quello che potevano avere i positivisti: si è relativizzato, indebolito, tiene conto delle interazioni con il soggetto conoscente. La psicoanalisi forse più di ogni altra disciplina ha contribuito a rompere il legame di semplice rispecchiamento tra il dato e la sua rappresentazione: questa, infatti, non è mai una riproduzione fedele del dato, ma una sua trasformazione ad opera del soggetto inconscio, e richiede pertanto, per essere compresa, una interpretazione. Però, a partire da questa consapevolezza, le derive del pensiero postmoderno sono approdate a un totalitarismo ermeneutico altrettanto riduttivo del realismo ingenuo: la conoscenza è tout court una creazione del soggetto. Dunque anything goes, tutto è possibile e tutto può essere ugualmente vero e falso. Ora affermare che il dato di realtà è inscindibile dalla sua interpretazione non implica affatto che l'esistenza stessa del dato proceda dalla sua interpretazione e sia ininfluente nel determinarla, nel vincolarne i limiti. Dobbiamo invece riconoscere, come diceva Feyerabend, un epistemologo certo non sospettabile di realismo, che nonostante tutto c'è una certa resistenza nella realtà rispetto al libero dispiegarsi delle interpretazioni. Per questo sono dell'avviso che la psicoanalisi non possa risolversi in un'ermeneutica del senso, ma debba mantenere il suo legame col paradigma osservativo scientifico, che richiede una certa fiducia nell'esistenza del reale e nella possibilità di indagarlo.
Sembra che parte della psicoanalisi contemporanea offra una permeabilità un po' modaiola a scuole di orientamento non propriamente freudiano. E questo porta a un allontanamento dalla prassi puramente interpretativa, e trascura la terapia basata sulla necessità di recuperare alla coscienza ciò che agisce come movente occulto del dolore. Lei cosa ne pensa?
Ne penso malissimo, e non solo dal punto di vista tecnico. L'oggetto del processo analitico non è - come vorrebbero per esempio le teorie intersoggettive - quel che succede qui e ora tra due persone nella stanza di analisi, non sono i fenomeni direttamente osservabili, bensì ciò che si rende assente, quel che è depositato nei ricordi, nei sogni, nel transfert. Non si può rimpiazzare il registro simbolico, che costituisce la stoffa della analisi, con quello del reale, assumendolo come originario del senso e come responsabile del cambiamento. Mettere in primo piano la relazione con il paziente come strumento operativo della cura fa parte della tradizione analitica e della sua evoluzione rispetto a una fase di ortodossia originaria, in cui l'analista sembrava potere funzionare da interprete oracolare e neutrale delle comunicazioni del paziente; ma nella mia esperienza non ho mai conosciuto un analista che si muovesse così, questa è una visione caricaturale, buona per i film di Woody Allen. Nelle formulazioni più moderne della teoria freudiana sembra si voglia rinunciare al fatto che la relazione è solo un rivelatore, che rinvia a ciò che è inconscio, passato, rimosso; ma anche a ciò che non è mai diventato cosciente, il mondo potente e estremamente drammatico degli oggetti interni. Se tutto questo scompare, ne va di mezzo il tessuto stesso del lavoro analitico. Il nostro compito, come suggerisce il termine «analisi», consiste nel rivoltare il sistema di autorappresentazione che il soggetto ha di se stesso e del mondo, nello scomporre il tessuto apparentemente ordinato della coscienza, così come si sciolgono le sostanze chimiche nei loro elementi originari. E la scoperta è che questo compito conduce anche a trasformazioni del proprio modo di essere nel mondo, quindi modifica le condizioni dell'esistenza.
Oggi l'arte sembra tendere verso una rinuncia a quella velatura dell'inconscio che Freud riteneva indispensabile alla realizzazione di un'opera artistica. Le performance contemporanee fanno irrompere l'orrore, il disgusto, il perturbante senza mediazioni simboliche a rappresentarle. Da Orlan, a Stelarc, a Tracy Emin, ai fratelli Chapman - come ha osservato Massimo Recalcati - la prepotenza dei loro corpi vulnerati, la teatralizzazione del trauma, l'esibizione dei genitali e degli umori corporali implica una irruzione del reale e un complementare collasso del simbolico. Foucault direbbe che si è persa la disparità tra le cose raccontate e il modo di dirle. Lei come legge questo ribaltamento dell'ideale estetico?
Condivido il fatto che c'è una tensione che porta al limite della rottura il registro del simbolico, ma questo limite rimane per il fatto stesso che è prevista una scena della rappresentazione destinata a uno spettatore, delimitata da una cornice protettiva che fa sì che quanto vi si svolge venga distinto da un fatto ordinario. Così, la componente simbolica viene spostata dalla figura allo sfondo, dall'oggetto alla relazione con l'oggetto. La differenza però sta nel fatto che l'umore, l'orrore, il terrore, non sono trasformati bensì esibiti senza mediazione. È un fenomeno che contraddistingue anche le forme contemporanee della sofferenza mentale, le quali condividono - pur nella loro eterogeneità - il passaggio dall'universo edipico, in cui prevaleva l'interiorità come luogo del conflitto, all'universo dionisiaco come esplosione dell'esteriorizzazione, dell'obscenus, dell'ecstasis, cioè, letteralmente, dello stare fuori di sé. È come se l'universo dell'azione, della possibilità di operare sulla realtà per forzarla al desiderio, si sostituisse a quello della passione, al lavoro del conflitto, della colpa, dell'interiorità. I nostri pazienti di oggi ci confrontano non tanto con con angosce di separazione, quanto di integrazione, ossia sono terrorizzati dal sentirsi responsabili di se stessi, dal vedersi, dal riconoscersi: ciò che viene evitato è l'angoscia di sé, ma al tempo stesso anche il significato di sé.
Christopher Bollas ha scritto un lungo saggio per illustrare come l'isteria sia tutt'altro che scomparsa. Come si esprime oggi questa forma di sofferenza mentale?
Sintomi di conversione somatica di natura isterica se ne vedono ancora, ma contemporaneamente aumenta in modo sconcertante la diffusione delle anoressie e delle bulimie: trovo che sia assurdo chiamarli disturbi della alimentazione, non è altro che una delle negazioni alle quali ci ha abituato la psichiatria comportamentista. L'anoressia è invece un grave disturbo della personalità, è uno stato in cui il proprio corpo diventa un luogo allucinatorio di perfezione, di manipolazione, senza contatto con la realtà, e perciò può essere in qualunque modo abusato, invalidato, o idealizzato. Nelle isteriche le funzioni corporee venivano anchilosate, anestetizzate, paralizzate, rappresentavano sostitutivamente le funzioni psichiche bloccate dal conflitto. Nelle anoressiche, succede esattamente l'opposto, non si limitano a fare delirare un corpo simbolico, ne fanno l'oggetto del loro agire, lo scolpiscono, lo trasformano, lo rendono il luogo di realizzazione di un ideale di bellezza, di potenza, di perfezione, dunque operano sul registro del reale, non su quello del simbolico. Lungi dall'essere mortificato, paralizzato, il corpo della anoressica è esaltato, iperattivo. Tutto ciò ha un nesso con quella proiezione sullo sfondo del registro simbolico di cui parlavamo prima a proposito dell'arte contemporanea: ci sono forme di vita che tornano a investire diversi campi, in qualche modo assumono una valenza circolare.
Pochi giorni fa si è tenuto a Roma un convegno sul disagio della civiltà. A questo proposito, sembra che tra il principio di piacere e il principio di realtà, lungi dall'essersi verificata la progressiva riconciliazione auspicata da Marcuse, si sia invece accentuata la frattura. Quali conseguenze le sembra che abbia la crescente sensazione di inadeguatezza conseguente alle richieste di estrema flessibilità indotte dal mercato del lavoro?
È indubbiamente vero che la quota di depressione sociale derivante dalla mancata realizzazione di sé come individuo adulto è oggi imponente; tuttavia, a dispetto della mia visione politica e sociale, quel che posso dirle dal mio osservatorio analitico è che questa forma di depressione non è la stessa che procede dalle cause più remote e profonde. Dunque, è vero che viviamo in una epoca di grande precarietà, e anche di idolatria degli oggetti e delle immagini, e che tutto ciò comporta una perdita di senso; però c'è anche una sofferenza più radicale che deriva dalle forze insopprimibili che risiedono nella natura umana e che travalica le forme di vita storiche e contingenti. Per questo possiamo ancora attingere ai grandi miti del passato: dal punto di vista delle strutture profonde gli uomini di oggi non sono molto diversi da Eteocle e Polinice, Medea e Giasone, o Creso, o Gilgamesh. Basti pensare cosa accade in quelle manifestazioni autorizzate di distruttività che sono le guerre, dove vengono liberati non soltanto gli impulsi a andare alla morte, ma anche la ferocia, l'onnipotenza, il sadismo, il piacere di infondere sofferenza all'altro tramite la tortura. Ecco, queste componenti non possono essere attribuite a cause esterne, come vogliono coloro che si ostinano a porre il male fuori di sé, nel nemico, nel diverso, nell'altro; bensì stanno dentro di noi e sono il frutto di una circolarità tra pulsioni profonde e contingenze esterne, che favoriscono il loro dispiegarsi.

brevi dal web

yahoo!salute venerdì 25 febbraio 2005
Disturbo bipolare, a Roma proposte e polemiche
Il Pensiero Scientifico Editore

Riflettori puntati sul disturbo bipolare al X Congresso della SOPSI (Società Italiana di Psicopatologia) a Roma: i più importanti esperti internazionali si sono dati convegno nella Città Eterna per fare il punto sulle terapie e sulle prospettive della ricerca nel trattamento di una delle patologie psichiatriche più diffuse e gravi dei nostri tempi.
Il disturbo bipolare è una malattia mentale che causa pesanti alterazioni dell’umore. L’umore di chi è affetto da questo disturbo subisce, infatti, notevoli sbalzi, che si susseguono in maniera spesso imprevedibile e con un’intensità che raggiunge livelli tali da causare grave sofferenza. L’età di esordio del disturbo bipolare è piuttosto precoce, tra i 15 e i 40 anni, con un andamento che prevede ricadute.
"I nostri dati ci dicono che il 3,7 per cento della popolazione mondiale soffre di depressione da Disturbo Bipolare", spiega Joseph Calabrese, direttore del Mood Disorders Program dell'University Hospital di Cleveland. "Di questi pazienti solo il 20 per cento viene trattato correttamente; nel 50 per cento dei casi il paziente viene trattato come se soffrisse di depressione unipolare e nel 20 per cento addirittura non viene trattato affatto perché il suo disturbo non viene diagnosticato".
Nell'ambito del trattamento della depressione da disturbo bipolare la terapia di riferimento - anche per le recenti linee-guida Usa Expert Consensus - continua ad essere costituita dagli antidepressivi, spesso in co-terapia con litio. Questa impostazione è molto controversa e vivacemente dibattuta nell'ambiente medico: "Perché gli antidepressivi vengono presentati come più efficaci di quello che sono?", si chiede Calabrese. "Molti studi negativi non vengono pubblicati, si tratta per lo più di vecchie ricerche, vengono colpevolmente trascurati alcuni effetti collaterali... la verità è che non esiste una sola prova, un solo studio che dimostri che gli antidepressivi siano efficaci nel prevenire la depressione".
Calabrese è un convinto assertore dell'efficacia della quetiapina, un farmaco che grazie alla capacità di alleviare la sintomatologia bipolare pur mantenendo al minimo gli effetti indesiderati, accresce le probabilità che il paziente aderisca alla terapia e non vi rinunci a causa degli effetti collaterali. Spesso però, avverte l'esperto, è sottodosata: nel trattamento della mania la dose ottimale è di 600 mg/die, mentre nel caso del disturbo bipolare i dati sono meno chiari. Secondo Wolfgang Fleischhacker, del Dipartimento di Psichiatria dell'Innsbruck University Clinic, gli antipsicotici di seconda generazione sono molto efficaci nel dare al paziente una migliore qualità della vita e un più significativo effetto terapeutico delle terapie tradizionali. D'altra parte Alessandro Rossi, psichiatra dell'Università de L'Aquila, pone l'accento sul tema della compliance: "I nuovi farmaci sono ottimi, ma resta il problema che vanno assunti, e vanno anche assunti bene".

ilmessaggero.it 25 febbraio 2005
SANITA’
Addio mito del maschio virile Ma pochi vanno dal medico
di ROBERTA LAZZARINI

Vergogna e frustrazione sono il rovescio della medaglia del mito del maschio potente che nella società finisce con l'emarginare chi, purtroppo per varie ragioni, ha problemi di disfunzione erettile. Un tabù che sfocia in solitudine, depressione, profondo senso di inadeguatezza. I dati del servizio di andrologia dell'ospedale Mazzoni, diretto dal dottor Antonio Avolio, ci dicono che ogni mese si rilevano ben 70, 80 nuovi casi di disfunzione erettile, in una fascia d'età che va dai 45 ai 60 anni, nella quale si registrano maggiormente casi di defaillance nelle prestazioni amorose.
«All'80% afferma Avorio ci sono cause organiche, tra cui patologie vascolari, diabete e i farmaci che vengono assunti. Ovviamente ci sono anche motivi di natura psicologica, l'ansia di prestazione, ad esempio, il timore del giudizio della partner. Lo psicogeno puro è più raro, di solito si è di fronte ad un paziente depresso che assume farmaci i quali contribuiscono anche al calo del desiderio sessuale». A livello nazionale il dato relativo al 2000 dà il 36-38% di uomini tra 18 e 70 anni che soffrono di questo problema; 3 milioni di pazienti dei quali 450 mila arrivano alla diagnosi, 200 mila accedono alla terapia. Il fenomeno è molto sommerso, per vergogna, paura dell'impatto sociale, per mancanza di educazione sessuale e questo è soprattutto vero per i ragazzi che da quando è stata tolta la leva non hanno un controllo medico dei genitali, sono spesso loro che si sottraggono anche agli occhi dei genitori. Bisognerebbe mettere da parte timidezze e paura di non corrispondere al “mito” e andare dal medico, il giusto interlocutore.
«La disfunzione erettile rassicura Avolio è curabile al 100%, dalla pasticca, Viagra o, meglio ancora, il Cialis che avendo effetti di lunga durata (36 ore) non costringe ad una programmazione della vita sessuale restituendole spontaneità, alle protesi al supporto psicologico. C'è di tutto. E' importante in ogni caso cambiare abitudini di vita ed evitare alcol, droghe, sedentarietà e obesità». Per far crescere la consapevolezza che di disfunzione erettile si può guarire Avolio ha caldeggiato la tappa ad Ascoli della campagna di sensibilizzazione sull'armonia sessuale dell'uomo e della coppia dell'Esda che tocca 40 città italiane. Ieri sera, infatti, al Piceno, con Maria Teresa Ruta, Marina Ripa di Meana ed esperti, tra i quali lo stesso Avolio, c'è stato un talk show e la proiezione della pellicola restaurata “Il Bell'Antonio” di Bolognini.

saluteeuropa.it
Un nuovo sito on line per informare i cittadini sul tema della salute mentale

Nasce, in occasione del X Congresso della SOPSI -Società Italiana di Psicopatologia-, il sito www.quietamente.it; un nuovo progetto on line realizzato in collaborazione con Il Pensiero Scientifico e sponsorizzato da AstraZeneca, che propone ai cittadini strumenti per comprendere la complessità del disagio psichico e dei suoi trattamenti e al medico contenuti formativi in tema di salute mentale.
Un'area facilmente navigabile, dedicata a coloro che vogliono saperne di più sulle molteplici problematiche legate alla salute mentale. L'area pubblica, infatti, rivolta ai cittadini, ai pazienti, ai loro familiari e agli utenti dei servizi sanitari, fornisce informazioni utili, rapide e di facile comprensione relative al disagio psichico con due interessanti sezioni dal titolo "Percorsi per il paziente" e "Percorsi per il caregiver".
La sezione Percorsi per il paziente, in particolare, è strutturata in modo da ridurre la distanza tra i cittadini e i problemi della salute mentale attraverso informazioni pratiche che aiutino ad affrontare la quotidianità del disagio psichico: la schizofrenia, il disturbo bipolare, riconoscere i sintomi, la visita: raccomandazioni, il diario del paziente, glossario, a chi rivolgersi.
E' inoltre disponibile on line la sezione Percorsi per il caregiver, che offre a coloro che assistono e si prendono cura delle persone che soffrono di gravi disturbi mentali (in primis i familiari, seguiti da parenti, amici o vicini di casa, da collaboratori a pagamento o volontari) informazioni utili per conoscere e combattere lo stigma e l'isolamento sociale, strumenti per facilitare i compiti quotidiani e indirizzi dove poter trovare un valido sostegno.
www.quietamente.it include inoltre un'area professionale dedicata ai medici per rispondere alle necessità formative, informative e di costante aggiornamento dei professionisti che si occupano della salute mentale. Offre informazioni cliniche aggiornate e rilevanti ai fini dell'attività di assistenza al paziente e delle scelte terapeutiche e strategiche

per chi avesse il coraggio di andarlo a vedere...
lagazzettadelmezzogiorno.it
Per chi batte il cuore sacro
La scelta «francescana» della manager Barbora Bobulova
Oscar Iarussi

CUORE SACRO di Ferzan Ozpetek. Interpreti e personaggi principali: Barbora Bobulova (Irene), Lisa Gastoni (Eleonora), Massimo Poggio (padre Carras), Andrea Di Stefano (Giancarlo), Erica Blanc (Maria Clara), Michela Cescon (Anna Maria), Camille Dugay Comencini (Benny), Elisabetta Pozzi (psichiatra). Drammatico, Italia, 2005. Durata: 117 minuti C'è un secondo cuore che pulsa in tutti noi, un cuore segreto, ineffabile, straordinario. Un cuore sacro. «Mostrarlo»? È una sfida difficilissima, vieppiù per un regista nato musulmano che si dichiara agnostico in un paese cattolico, sullo sfondo di tensioni epocali tra le religioni. Ma Ferzan Ozpetek, italoturco di 46 anni, reduce dai successi di Le fate ignoranti e La finestra di fronte, non è certo il tipo d'autore che compra un biglietto di sola andata per Hollywood donde gli sono giunte proposte. Così, in collaborazione con il sodale Gianni Romoli (pure coproduttore insieme alla coraggiosa Tilde Corsi), Ozpetek ha scritto una storia irta di spine e di domande radicali, ed è riuscito nel «miracolo» di un film sospeso tra realtà e trascendenza, tra tormenti individuali e disagio sociale, tra ragione e follia, tra una dimensione celeste e una fisicità dapprima algida nelle stanze della ricchezza, e poi calda, umanissima, nei meandri dei miserabili. Cuore sacro, da oggi sugli schermi, è un film importante in primis perché sottrae la fede al proscenio politico su cui cercano di spingerla le tragiche cronache dei nostri anni. Nella scelta mistica della protagonista Irene (la bravissima Barbora Bobulova) non vi è alcuna eco mondana. Piuttosto, un'inconsapevole «sacertà» allignava in lei sin da bimbetta, quando la sua mamma, considerata pazza dal resto della famiglia, era convinta d'aver dato alla luce una piccola santa. E nell'Irene spietata immobiliarista, nella Irene manager indifferente al suicidio di una coppia di amici cui ha appena strappato un'azienda, già s'intravede un che di enigmatico, una docilità «innaturale» rispetto alla rapacità della zia Lisa Gastoni (bentornata sullo schermo, «zia»!). Irene si muove nella sua splendida dimora tutta acciaio e vetri, con piscina interna ed eliporto, accudita da uno stuolo di segretarie, architetti, assistenti, e dalla immancabile zia che vuole solo perpetuare il potere della famiglia-azienda anche a dispetto di un'anziana sorella alcolizzata (Erica Blanc), segregata in clinica. Un mondo in gran parte femminile in cui non c'è posto per l'amore, ovvero per la debolezza del maschio (il papà di Irene, scomparso da tempo, «era un debole»). Un mondo che s'incrina quando viene deciso lo sventramento del tenebroso palazzo avito, nel centro storico di Roma, da trasformare in una trentina di piccoli appartamenti per un'ennesima speculazione. Nel sopralluogo in vista dell'«affare», Irene si fa aprire dall'anziano custode la stanza della madre e ne scopre le pareti istoriate di scritte sacre, intraducibili anche da un esperto chiamato in loco, perché ibridano caratteri di varie lingue e segni religiosi differenti. Poco dopo, nei pressi del palazzo, Irene conosce Benny, una piccola ladra tredicenne (Camille Dugay, figlia di Francesca Comencini), che giocherà un ruolo quasi angelico. Benny soccorre i diseredati, porta loro da mangiare, aiuta un parroco impegnato sul fronte dei «nuovi poveri», che - fanno testo recenti indagini - sono persone «normali» fino al giorno prima, vittime di un rovesciamento della sorte, di un trauma personale, della crisi economica. Fra loro, e per loro, Irene intraprenderà una seconda vita, animata dal bisogno maniacale di donare, dal furore francescano di spogliarsi di ogni bene e degli stessi abiti nella scena-shock in una stazione della metropolitana, una citazione di Teorema di Pasolini (1968). Commovente senza essere retorico, Cuore sacro è congruo con la filmografia di Ozpetek laddove, ancora una volta, in un incontro casuale fa rifulgere una scelta capitale ch'era pronta a rivelarsi: un motore drammaturgico da Il bagno turco in avanti. Ma stavolta ci sono un senso del mistero, la rivelazione dell'autentica schizofrenia (i due cuori) di cui siamo preda, e una provvida confusione simbolica: il Sacro cuore, un derviscio sufico, il sontuoso abito rosso che appartenne alla madre della protagonista, le scritte sui muri, la carità e la cattiveria. Così, il film «dice» l'incertezza, la paura, la viltà del nostro tempo e il coraggio, la compassione di cui abbiamo bisogno. Avremmo evitato solo la breve «predica» di Irene, un cedimento didascalico all'attualità: «Dio non sta nelle chiese, nelle moschee, nelle sinagoghe, è tra i poveri, tra gli ultimi». Ma è un dettaglio. Cuore sacro s'avvale di contributi di prim'ordine (la luce di Gianfilippo Corticelli, le scene di Andrea Crisanti), e di attori in grado di reggere il primissimo piano prediletto dalla regia, tra i quali, oltre ai citati, ci sono il «barbone» Andrea Di Stefano e la madre di Benny, Michela Cescon. Su tutto e tutti, la sinfonia struggente di Andrea Guerra.