martedì 5 aprile 2005

OVVÌA!!

...abbiamo battuto il Governo

e non poco!


Vince la sinistra

Undici regioni su tredici ai partiti dell'Unione. Crolla la destra
Sul piano nazionale centrosinistra al 53%, centrodestra al 45%.
Si ribalta così la situazione delle Regionali del 2000, quando nelle stesse regioni la destra aveva ottenuto il 52,5% (-7,5) contro il 44,3% del centrosinistra (+8,7).

L’Unione conferma Errani in Emilia Romagna al 62,9%, Martini in Toscana 57,1% (
sommando i voti del Prc qui la sinistra è al 65%, il più vistoso risultato nel Paese!), Lorenzetti in Umbria 62,3%, Spacca nelle Marche 56,6%, Bassolino in Campania 60,8%. E guadagna Liguria (Burlando, 52,7%), Abruzzo (Del Turco, 56,1%), Calabria (Loiero, 55,5%), Piemonte (Bresso, 50,9%), Puglia (Vendola, 51,9%) e Lazio (Marrazzo, 51,7%). Inoltre la sinistra già governa il Friuli-Venezia Giulia, la Val d'Aosta e la Sardegna. La Basilicata è già certa. Alla destra restano Formigoni in Lombardia, con il 54%, Galan in Veneto, con il 50,3% (ma in entrambe le regioni la sinistra è avanzata moltissimo) e, per adesso, la Sicilia.
Berlusconi su scala nazionale crolla sotto il 18%
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c'è morte e morte...

un articolo dello Houston Chronicle, inviato da Gianluca Cangemi...

...in cui ci si domanda come mai per un bambino di sei mesi, al di là del fatto che fosse nero e povero, l'eutanasia non abbia destato clamori come nel caso di Theresa Schiavo.

http://www.chron.com/cs/CDA/ssistory.mpl/features/3116117
HoustonChronicle.com
April 3, 2005, 7:55PM
Far removed from hoopla, baby dies without an audience
By LEONARD PITTS JR.

There were no network news bulletins when Sun Hudson died. No army of protesters keeping vigil outside the hospital, no statement from the president, no comment from the House majority leader.
Instead, he died quietly, resting in his mother's arms. This was on March 15. Had he lived 10 more days, Sun would have been 6 months old.
Doctors say he had a genetic deformity, a lethal form of dwarfism in which the lungs do not grow large enough to support life. Doctors felt that further treatment was futile. His mother, Wanda, argued that all he needed was time to develop. The court sided with the doctors and allowed them to disconnect the ventilator.
This is allowed in Texas under the Advance Directives Act, signed into law in 1999 by then-Gov. George W. Bush.
On the day Sun Hudson died, Congress was considering emergency legislation designed to prolong the life — or, perhaps more accurately, the existence — of another person for whom doctors felt treatment was futile. Theresa Schiavo's brain had been destroyed when she fell ill in 1990. They said she was no longer sentient, no longer aware of her own existence, and the kindest thing to do was remove the tube supplying her with nutrition and water. Her husband, citing her wishes, agreed.
Congress, which never met her, did not. So it passed — and the president signed — legislation removing the issue from Florida state courts and placing it in the jurisdiction of the federal system. It was an extraordinary end run around the Constitution — since when do legislators give orders to the judiciary? — but it did not have the desired effect. Federal judges upheld the right of one spouse to make end-of-life decisions for another.
Indeed, Judge Stanley Birch Jr. scolded the president and Congress for acting "in a manner demonstrably at odds with our Founding Fathers' blueprint for the governance of a free people." Birch is a conservative.
Theresa Schiavo died the next day. The hospice that housed her was besieged by media trucks, demonstrators, prayer groups, Cuban nationalists, jugglers and anybody else who wanted to get on TV.
President Bush expressed sympathy. House Majority Leader Tom DeLay threatened retribution. He castigated judges who refused to intervene in the case as "arrogant" and "out of control."
In other news, the pot called the kettle black.
This case went to court approximately two dozen times, before judges of all political stripes. And they consistently ruled in favor of Michael Schiavo. So it seems obvious that what is at work here is not "arrogance" or "judicial activism" but simply judges judging, according to the law.
Problem is, this was not about the law for lawmakers like DeLay. Nor even truly about morality. Rather, it was about playing to the movement of self-righteous religious zealotry that has hijacked American conservatism. His threat to make judges "answer" for doing their jobs is eloquent testimony to its brutish and bullying nature, its need to get its way, regardless of any person, law or moral precept that intervenes.
Terri Schiavo died in the center ring of a political circus, an intimate tragedy beamed to the world and destined to outlive her as a tool for fund raising and a rallying cry for those whose hypocrisy is exceeded only by the incoherence of their logic. She died with a juggler outside her window.
Meanwhile, Sun Hudson died the kind of death that is routinely suffered by thousands of people for whom treatment is deemed futile.
A death the wider world does not notice, much less mourn.
A friend thinks the dichotomy is explained by the fact that his mother was black and unemployed. Maybe.
But even so, you have to wonder if he wasn't the lucky one.

lpitts@herald.com
LEONARD PITTS JR.
Miami Herald 1 Herald Plaza Miami, FL 33132

la Cina e Michelangelo Antonioni

L'Unità 5.4.05
Pace fatta tra la Cina e Antonioni.
La crisi era scoppiata all’inizio degli anni 70 per un documentario firmato dal grande regista che alle autorità cinesi non era piaciuto.
«Cina» è approdato a Pechino nei mesi scorsi ed è stato un trionfo.
Della libertà
Racconta Carlo Di Carlo: «Il pubblico cinese ha detto di aver visto ciò che non conosceva e capito ciò che non aveva
mai saputo»
Dario Zonta

Nell'autunno del 2004 si è svolto in Cina un evento di sicura portata culturale, politica e storica, che, pur coinvolgendo uno dei maestri del nostro cinema, Antonioni, non ha avuto in Italia l'attenzione meritata.
Tra novembre e dicembre, presso l'Accademia del cinema di Pechino (in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura), si è tenuta una rassegna su Michelangelo Antonioni che comprendeva anche la proiezione del famoso Chung Kuo. Cina. Il documentario (girato nel '72) è stato da sempre proibito dal governo cinese, perché reo di aver dato una rappresentazione falsa e ingiusta della società figlia della Rivoluzione culturale. Contro Antonioni scattò all'epoca una violenta campagna diffamatoria, che dalle pagine dei giornali passò, nel corso degli anni, nei libri di scuola, dove si è studiato l'odio per Antonioni, esempio di tradimento occidentale. Il ritorno in Cina di Antonioni rappresenta, quindi, un evento eccezionale. Vi vogliamo, allora, offrire la ricostruzione della vicenda (che da cinematografica si è fatta, suo malgrado, politica e storica) e dare cronaca di quale accoglienza e quale dibattito abbia suscitato la «Cina» di Antonioni. Il regista ferrarese, per note difficoltà, non si è potuto recare a Pechino. Ha rappresentarlo è stato Carlo Di Carlo, studioso del suo cinema, nonché cineasta egli stesso e attento filologo di opere imponenti come Heimat, Il decalogo e ora Heimat 3. È lui curatore della rassegna (voluta fortemente da Francesco Scisi, allora direttore dell'Istituto Italiano di Cultura), e con i suoi appunti e la sua testimonianza diretta abbiamo composto questa vicenda. Che, diciamo subito, è molto complessa e riportiamo qui, pur semplificando, nei suoi momenti essenziali
L'antefatto
Siamo nel 1970, una delegazione italiana si reca in Cina. All’ordine del giorno vi è anche il progetto di girare un documentario sulla nuova Cina. Gli accordi presi con Chou En Lai porteranno alla realizzazione dell’unico documentario sulla Cina popolare, affidato a Michelangelo Antonioni (che in quel periodo soffriva un'empasse produttiva - doveva girare Blow Up - e aveva bisogno di nuovi stimoli creativi). Nel '72 parte una troupe, seguita da una delegazione cinese. In una lettera di intenzioni, spedita a Pechino prima del viaggio, Antonioni scrive: «Progetto di concentrarmi sui rapporti e sui comportamenti e di fare della vita delle persone, delle famiglie, dei gruppi, lo scopo del mio documentario». Una volta a Pechino, dopo tre giorni di sfiancanti discussioni con i delegati cinesi, viene deciso, con un «compromesso», il percorso da seguire e inizia un viaggio di ventidue giorni e 3mila metri di pellicola.
Il film
Antonioni gira in Chun Kuo. Cina non una Cina immaginata, ma quella resa visibile dal suo occhio, sensibile ma estraneo, e teso a svelare l'uomo cinese. «La scelta di considerare i cinesi - scrive Antonioni - più delle loro realizzazioni e del loro paesaggio, come protagonisti del film è stata quasi immediata. Ricordo di aver chiesto loro che cosa simboleggiasse più chiaramente il cambiamento avvenuto dopo la Liberazione. 'L'uomo' mi avevano risposto. (...) Parlavano della coscienza di un uomo, della sua capacità di pensare e di vivere giustamente. Tuttavia quest'uomo ha anche uno sguardo, un volto, un modo di parlare e di vestirsi, di lavorare, di camminare nella sua città e nella sua campagna. Ha anche un modo di nascondersi e di voler sembrare, talvolta, migliore o comunque diverso da quello che è». Conoscendo il cinema di Antonioni, queste parole da sole descrivono lo spirito del documentario che riceve, in Italia, critiche e analisi diverse. Tutti concordano nel registrarlo come un «taccuino di viaggio» (e così lo stesso Antonioni), in cui si mostra quel che si vede. Non c'è la pretesa di un'indagine sociale e politica della nuova Cina, che non può essere data da un visitatore estemporaneo. Franco Fortini quindi ne scrive come di «una confessione di ignoranza preferibile ad una ignoranza camuffata». Mentre Alberto Moravia (anch'egli estemporaneo, ma attento, visitatore del mondo del cinema) scrive: «Le cose più belle del film sono le notazioni insieme eleganti e autentiche sulla 'povertà' , sentita come fatto spirituale prim'ancora che economico e politico».
La feroce censura
Il film viene visto a Roma dai funzionari dell'Ambasciata e dall'Agenzia Nuova Cina, a Parigi e a Hong Kong da esponenti di livello della Repubblica Popolare Cinese. Nonostante ciò nell'ottobre del '73 il Dipartimento stampa del Ministero degli Esteri ordina la censura, e pochi mesi dopo inizia una feroce campagna stampa contro Antonioni. Il quotidiano del popolo, organo del comitato centrale del Pc titola «Intenzione spregevole e manovra abietta», e di Antononioni scrive «un verme al servizio dei social-imperialistici sovietici». L'esempio di Chun Kuo. Cina finisce sui manuali scolastici a memento del tradimento dei valori cinesi. Le ragioni storiche di quell'accanimento sono da riferire al delicato momento politico vissuto dalla Cina nei primi anni Settanta. Il film cade nella battaglia tra i moderati (che avevano chiamato Antonioni a riprendere quel periodo della Cina) e la «banda dei quattro» che, capitanata dalla moglie di Mao, estremizzava lo scontro a fini politici. Le ragioni estetiche e culturali sono forse da rintracciare nell'immagine che del popolo cinese si dà (e che quella nuova Cina non voleva restituire), devoto all'austerità, alla modestia, alla solidarietà, e intriso di povertà. Antonioni gela innanzi agli eventi e accusa per decenni il colpo infertogli dalla sua amata Cina. Come ci racconta di Carlo, l'eco dello scontro arriva in Italia: «Nel '74 la Biennale riformata, presieduta da Ripa Di Meana, invita Cina a Venezia. Ma il governo d'allora interviene per evitare complicazioni nei rapporti diplomatici. Ripa Di Meana, per tutta risposta, affitta un cinema a Venezia, vicino a piazza San Marco. Io stesso ho dovuto trattenere Michelangelo (che non era uno che cercava la rissa) dai cinesi italiani che inscenarono, con striscioni e cartelli, una manifestazione anti-Antonioni». Il film cadde nel dimenticatoio e tranne qualche passaggio sul Fuori Orario di Ghezzi, la Rai, che l'ha prodotto, non l'ha mai considerato.
La riabilitazione
Sono passati quasi trent'anni, la Cina sta cambiando, lentamente, e la lettura critica del passato diventa un elemento di crescita. Chun Kuo. Cina, pur girando illegalmente, non è stato mai visto. Nel 2002 si fa un tentativo, poi fallito di riportarlo in Cina. Ma solo nel 2004, e grazie al forte interessamento di Scisci, direttore dell'Istituto di Cultura, ci sono le condizioni per fare la retrospettiva. Il 25 novembre, e con un secondo passaggio a dicembre, presso l'Accademia di Cinema inizia la manifestazione che vede proiettati otto lungometraggi, sette cortometraggi e due documentari, tra cui Chun Kuo. Cina. Enrica Fico e Michelangelo Antonioni, non potendo partecipare, mandano un messaggio di auguri in cui è scritto: «L'attesa è stata lunga, ma il pensiero che Chun Kuo. Cina, voluto allora dal governo cinese, possa essere visto a Pechino è di enorme soddisfazione. Michelangelo pensa che questo sia un segno di grande apertura e di cambiamento da parte della Cina». Alla proiezione del documentario c'è un pubblico nutrito e in gran parte giovane. «Per tutte e quattro le ore - ricorda di Carlo - nessuno ha battuto ciglio e, alla fine, è scattato un applauso composto e unanime. Quando poi ho parlato con esponenti del pubblico mi hanno detto che la Cina di Antonioni è stato uno specchio dove hanno visto quello che non conoscevano e hanno capito ciò che non sapevano. Questa è, forse, la più grande soddisfazione per Antonioni». L'evento viene seguito dai quotidiani, dalle riviste e dalla televisione con i programmi del canale centrale e di cinema. E conseguente, come ci dice Scisci al telefono da Pechino, è stato il dibattito culturale. Al ritorno a Roma, Carlo di Carlo racconta ad Antonioni quel che è accaduto: «Gli ho fatto vedere le fotografie e il filmato che hanno fatto i ragazzi. Lui si è commosso». Finisce così una storia esemplare, quasi una favola, che esorbita di gran lunga dalla dimensione cinematografica e supera i limiti e i pregi di un documentario che voleva essere «un taccuino di viaggio» ed è diventato la cartina di tornasole degli umori politici della Cina moderna e contemporanea.

sinistra
Bertinotti, sui risultati elettorali

La Stampa 5 Aprile 2005
IL SEGRETARIO DI RIFONDAZIONE: BERLUSCONI DOVE PENSA DI TROVARE LA FORZA PER CONTINUARE LA SUA POLITICA?
intervista
Bertinotti: tracollo del Polo
La crisi è irreversibile

Riccardo Barenghi
«Questo è il risultato di due fattori: il vento del Sud e il crollo del blocco sociale con le radici al Nord che aveva consentito la vittoria del premier»
«In Puglia è stata l’affermazione della democrazia partecipativa. Un popolo costituente che ha cambiato
i presupposti, gli esiti i riti della politica»
«La vittoria di Vendola dice che un dirigente della sinistra radicale
può attirare i voti anche di chi in partenza è più lontano da lui»
ROMA. HA vinto due volte, Fausto Bertinotti. Ha vinto perché ha vinto le elezioni e con tutta l’Unione di centrosinistra ha sconfitto il centrodestra. E ha vinto anche perché il candidato del suo partito, che prima ha sfidato il suo alleato concorrente dell’Ulivo e poi il potente governatore della Puglia, «l’imbattibile Fitto», ha vinto a sua volta ed è il governatore della regione. «Questo è un fatto straordinario, il più significativo di queste elezioni dopo il dato generale».
Partiamo però dal risultato complessivo, cos’è successo secondo lei? E soprattutto cosa succederà?
«Siamo di fronte a un tracollo del centrodestra, a una sua crisi irreversibile. Una crisi di consenso e una crisi interna all’alleanza. Non solo le destre perdono alcune regioni fondamentali, il Piemonte, la Liguria, il Lazio, la Puglia, ma perdono anche dove vincono. Nelle grandi regioni del nord, l’Unione cresce di dieci punti. Secondo me questo risultato è il frutto di due fattori: quello che abbiamo chiamato il vento del sud, le lotte di Melfi, di Scanzano, che esprimevano una fortissima domanda politica di cambiamento; e quello che chiamerei il crollo del blocco sociale che aveva consentito a Berlusconi di vincere le elezioni nel 2001, il blocco che aveva le sue radici appunto nel nord».
Un risultato che potrebbe portare all’implosione dell’attuale maggioranza di governo?
«Potrebbe, ma potrebbe anche esserci un’altra reazione, il cosiddetto stringiamoci a coorte. Ma anche se così fosse, non sarebbero più in grado di nascondere la crisi, una crisi che mi pare appunto irreversibile».
Le opposizioni chiederanno le dimissioni del governo? O almeno Rifondazione le chiederà?
«Io credo che le opposizioni debbano rispettare la correttezza istituzionale. Quindi noi non dobbiamo chiedere le dimissioni del governo perché non possiamo attribuire alle elezioni regionali un obiettivo diverso, esterno alla consultazione elettorale che si è svolta. Detto questo, Berlusconi e la sua maggioranza hanno di fronte un problema enorme. Come riuscire a governare in piena crisi economica e sociale, in mezzo a conflitti pesanti (pubblico impiego, metalmeccanici), immersi in una situazione internazionale drammatica, senza avere il consenso del Paese. Dove pensa Berlusconi di trovare la forza per continuare la sua politica? E’ evidente che questa è una situazione che rende totalmente legittima una consultazione elettorale».
Parla di elezioni anticipate?
«Non le sto chiedendo, dico che all’ordine del giorno non dovrebbe esserci chi deve o non deve guidare il governo ma quale politica bisogna fare per adeguarsi, mettersi in sintonia con quel che ha chiesto il Paese. Questo governo costituisce invece, con la sua stessa presenza, un ostacolo a questo processo. Ho sentito in tv un esponente della maggioranza, l’on. Tabacci, dire che la reponsabilità della sconfitta non è di Ghigo, Storace o Fitto ma di Berlusconi. Se lo dice lui».
Senta Bertinotti, lei è riuscito a vincere anche la sua seconda scommessa, in Puglia il «suo» Vendola ha sfidato l’Ulivo e ha vinto, ha sfidato Fitto e ha vinto. Un trionfo per lei?
«Non per me e nemmeno per Rifondazione, direi paradossalmente nemmeno per Nichi. E’ stata la vittoria della democrazia partecipativa, in Puglia ha vinto la partecipazione popolare che ha sostenuto questa corsa elettorale. Anzi di più, che ne è stata protagonista come in nessun’altra regione italiana. Diciamo una sorta di popolo costituente che ha fatto irruzione sulla scena politica, modificandola, cambiandone i presupposti, le regole, gli esiti. E’ un fatto talmente nuovo da indurre una profonda riflessione sull’esigenza di riformare il rapporto tra politica e società. Direi che il caso pugliese ci costringe a formulare un nuovo patto tra la nuova classe dirigente e il popolo».
In altre parole?
«Mettiamola così, è un fenomeno che mi ricorda l’America Latina di questi ultimi anni. Quel che è accaduto in Brasile, in Venezuela, in Argentina. Chiamiamola rinascita o forse meglio, primavera. Una stagione nuova insomma in cui i protagonisti che erano latenti, non erano visibili, emergono e incontrano finalmente un leader che riesce a interpretare questa loro emersione. Ed è un incontro che produce energia politica, scompagina le vecchie relazioni, gli schemi consolidati. Per esempio, smentisce che le elezioni si vincono al centro. La vittoria di Vendola dice il contrario, dice che un dirigente della sinistra radicale può attirare i voti anche di chi in partenza è politicamente più lontano da lui».
Vendola come Lula insomma?
«Forse più come Chavez. Anzi no, a lui quel piglio un po’ militarista non gli si addice. Direi che ricorda di più l’argentino Kirchner.
Dopo questo cappotto dell’Unione, le primarie su Prodi sono ancora necessarie?
«Come è noto io non le ho chieste, ho sempre messo l’accento sul programma, anche per le primarie. Se dunque non ci fossero, certo non mi strapperei i vestiti ma se ci fossero, io comunque ci sarò. Perché tutto ciò che aggiunge partecipazione, va bene, è giusto. Questa è la lezione pugliese».

AGI.it
REGIONALI: BERTINOTTI, PRIMARIE? INSISTO, NON LE CHIEDIAMO NOI

Roma, 4 apr. - Il risultato delle elezioni regionali con la vittoria dell'Unione rende inutili le primarie del centrosinistra? "Non so perché le renderebbe inutili - risponde ai giornalisti Fausto Bertinotti - in ogni caso insisto: noi non abbiamo chiesto le primarie, le primarie sono state proposte da Prodi, le abbiamo fatte in Puglia e hanno dato ottima prova di sè. Aspettiamo - conclude - e qualunque sia la decisione per noi va bene". (AGI)

Il Mattino 5.4.05
L’INTERVISTA
a Fausto Bertinotti
LUCIANO PIGNATARO

Il problema principale di Bertinotti ora è di gestire politicamente, con attenzione, la vittoria elettorale, forse il suo più significativo successo politico della lunga gestione dopo la caduta del governo Prodi. «C’è una nuova aria di cambiamento nel paese. Il primo dato assoluto e inequivocabile di queste elezioni è che segnano un grave smacco per il governo e le sue politiche liberiste di smantellamento dello stato sociale». Quest’aria di cambiamento nasce anche dal Sud dove il centrosinistra ribalta risultati che sembravano consolidati da sempre? «Sicuramente è il vento del Sud a spingere per il cambiamento. Non è un fenomeno di questi ultimi giorni, ma il risultato di numerosi episodi di partecipazione popolare che indicavano nuovi bisogni. Melfi, Scanzano, Acerra sono alcune tappe della nascita di un nuovo meridionalismo. Non a caso Berlusconi aveva messo il silenziatore alla parola Sud dopo aver fatto il pieno elettorale». Incassate anche il risultato di Nichi Vendola in Puglia dopo aspre polemiche. «Siamo i protagonisti della nuova primavera. Al di là del risultato finale, abbiamo chiaramente dimostrato che non bisogna avere leader moderati e riformisti per poter essere competitivi contro la destra». Eppure questa rincorsa spasmodica al centro moderato, presunta maggioranza degli elettori, sembra essere il dogma attorno al quale si è costruita da sempre l’alleanza tra le forze del centrosinistra. Come mai? «Sì, un luogo comune smentito dai fatti. In realtà la gente ha un profondo bisogno di cambiamento, bisogna saperlo interpretare e questo è il compito di una forza progressista. Quando maturano le lotte nelle piazze e la gente si abitua a discutere tutti i luoghi comuni della politica saltano e si prende atto della realtà che cambia» Comunque per Vendola si sono mossi tutti. «Le forze dell’Unione si sono mobilitate con grande motivazione a favore di una candidatura come quella di Nichi e della coalizione che l’ha sostenuta, si sono spese al massimo. Abbiamo la consapevolezza di aver costruito una partecipazione in questa regione come raramente si è registrato». Il vento del Sud punisce l’asse Berlusconi-Bossi-Tremonti? «Non solo, è la sonora bocciatura della politica del governo». Secondo lei in che cosa il governo Berlusconi ha veramente deluso l’elettorato? «In tutto. Non c’è questo o quell’aspetto da sottolineare perché il rigetto è totale. Guardi, è lo stesso motivo per cui avevano vinto loro: non per un tema specifico, ma solo perché agli occhi di tanti il liberismo sfrenato sembrava essere la soluzione alle difficoltà del paese. I fatti hanno dimostrato invece che la ricetta è pessima. Gli italiani non ne vogliono sapere più parlare. Non dimentichiamo la partecipazione alla guerra in Iraq con i drammi vissuti dal paese e lo stravolgimento della Costituzione fatto sotto il ricatto della Lega». L’avanzata del centrosinistra è omogenea? «In tutte le regioni crescono in percentuali le adesioni per il centrosinistra mentre le destre arretrano, in qualche caso clamorosamente. Una perdita di consenso per le politiche del governo dovuta al vento di cambiamento molto forte. Dal punto di vista politico il responso di queste elezioni è inequivocabile: le forze della maggioranza perdono e quelle dell’opposizione vincono». Crede che il silenzio elettorale dopo la morte del papa vi abbia favorito? «No». Farete anche quelle per il candidato premier? «Noi non abbiamo chiesto le primarie che sono state proposte da Prodi. Le abbiamo fatte in Puglia e hanno dato ottima prova di sè. Aspettiamo e qualunque sia la decisione per noi va bene».

in Toscana

Asca.it REGIONALI/TOSCANA:
MARTINI AL 57%, CRESCONO ULIVO E RIFONDAZIONE

(ASCA) - Firenze, 4 apr - Il risultato delle urne in Toscana premia Claudio Martini forse anche al di là delle aspettative della vigilia. Il presidente viene confermato con una percentuale intorno al 57,5% (era stato eletto nel 2000 con il 49,6%) mentre il suo principale concorrente, Alessandro Antichi della Cdl, si ferma al di sotto del 33%, contro il 39,97% ottenuto da Matteoli nel 2000. In Toscana la lista 'Uniti nell'Ulivo' avrà da sola la maggioranza dei seggi in Consiglio. Insieme Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei mancano di poco il 50%. A questo risultato va aggiunto il 4,3% dei Comunisti italiani, il 2,8% dei Verdi e lo 0,8% dell'Italia dei Valori. In totale 'Toscana Democratica' ottiene dunque circa il 57% dei consensi, contro il 50,19% delle regionali 2000. Rifondazione comunista, che solo in Toscana ha corso da sola, non ha dunque pesato negativamente sulla coalizione. Il candidato del Prc Luca Ciabatti ha ottenuto il 7,3%, circa un punto percentuale meno della lista di Rifondazione (8,2%). Il partito di Bertinotti guadagna rispetto alle regionali 2000 (7,73%) ma arretra leggermente rispetto alle europee del 2004 quando ottenne il 9,10%. Nel complesso, comunque, le forze del centrosinistra ('Toscana democratica' e Prc) ottengono il 65% contro 57% circa ottenutto globalmente nel 2000, segno di un generale avanzamento delle forze dell'Unione. Al contrario, rispetto alle regionali 2000 la Casa delle Liberta' subisce un generale arretramento. Forza Italia si ferma intorno al 17% (20% nel 2000), An al 10,7% (era al 14,94%), l'Udc 3,62% stabile rispetto 3,28% delle europee 2004, mentre non era presente alle regionali quando Ccd e Cdu superarono complessivamente il 4%. I dati dei partiti della Cdl sono però sostanziamente in linea con le europee del 2004.