giovedì 5 febbraio 2004

È morto oggi il comandante Nuto Revelli

ANPI.it
Benvenuto "Nuto" Revelli (1919-2004)


Ufficiale degli alpini della Tridentina nella tragedia della campagna di Russia, a questa Nuto si rifece quando divenne uno dei primi organizzatori della resistenza armata nel Cuneese. Chiamò, infatti, "Compagnia rivendicazione Caduti" la prima formazione partigiana da lui messa insieme, prima di portare i suoi uomini nelle formazioni di Giustizia e Libertà. Dopo aver condotto numerose azioni di guerriglia ed aver superato l’inverno tra il 1943 e il ’44 ed i rastrellamenti della primavera, Nuto Revelli assunse il comando delle Brigate Valle Vermenagna e Valle Stura "Carlo Rosselli", inquadrate nella I Divisione GL. Con queste forze, nell’agosto del 1944, riuscì a bloccare, in una settimana di scontri durissimi, i granatieri della XC Divisione corazzata tedesca, che puntavano ad occupare il valico del Colle della Maddalena. Secondo alcuni storici, fu proprio grazie all’eroismo degli uomini di Giustizia e Libertà, comandati da Nuto, che gli Alleati riuscirono ad avanzare sulla costa meridionale francese, per liberare, il 28 agosto 1944, la città di Nizza. Nei giorni della Liberazione, Revelli comandò la V Zona Piemonte. Lasciate le armi con il grado di maggiore (oggi è generale del "Ruolo d’Onore"), Nuto ha continuato con la penna il suo impegno civile. Tra i suoi libri ricordiamo, oltre a "Mai tardi, Diario di un alpino in Russia", edito per la prima volta da Panfili a Cuneo nel 1946, "La guerra dei poveri" (1962), "La strada del Davai" (1966), "L’ultimo fronte, Lettere di soldati caduti o dispersi nella II guerra mondiale" (1971)", "Il mondo dei vinti, Testimonianze di vita contadina" (1977), "L’anello forte, La donna, Storie di vita contadina" (1985), "Il disperso di Marburg" (1994), "Il prete giusto" (1998), "Le due guerre" (2003), tutti pubblicati da Einaudi.

presentato alla Feltrinelli di Firenze
"La Danza del Drago giallo" di Domenico Fargnoli

La Nazione (Firenze) giovedì 5 febbraio 2004 -
L'INIZIATIVA
La danza del drago giallo
Psichiatria come arte


Arte e psichiatria. Un rapporto «inevitabile e necessario». La creatività come espressione di sanità mentale, sconfessando l'idea che siano le nevrosi, i conflitti a produrre l'arte. E poi i processi che portano l'artista alla creazione di immagini nuove, in rapporto non cosciente con altri, uscendo dal solipsismo del proprio studio. Ma al tempo stesso anche la proposizione della psichiatria come arte. Arte di far comparire ciò che prima non c'era nella mente del malato: vitalità, affetti, immagini. Temi cardine della ricerca sulla realtà umana di cui si è parlato alla Feltrinelli di via de' Cerretani, in occasione della presentazione del libro «La danza del drago giallo» dello psichiatra e psicoterapeuta Domenico Fargnoli, pubblicato da Titivillus e di cui l'attrice Daniela Morozzi ha letto alcuni brani. Un volume originale, per molti versi sorprendente, scaturito da una ricerca più che ventennale che lo psichiatra senese ha svolto all'interno della scienza psichiatrica più innovativa, nell'ambito della teoria e dell'analisi collettiva di Massimo Fagioli. Un volume fatto di scritti teorici, testi teatrali e poetici ma anche di immagini delle opere figurative e sculture realizzate da Fargnoli stesso in rapporto con gli artisti dell'associazione culturale Senza Ragione: olii, disegni, incisioni, sculture in vari materiali, dal rame, al ferro, al vetro, che lo scorso ottobre - insieme al lungometraggio «La Danza del Drago giallo» che dà il titolo al libro - sono state al centro di un'interessante mostra installazione alla Limonaia di Villa Strozzi. Una ricerca che già veleggia verso nuovi capitoli, con prossimi momenti espositivi e di dibattito pubblico negli spazi della Provincia di Firenze e nei Magazzini del Sale di Siena.

una recensione
(forse già inserita in passato?)

una segnalazione di Tonino Scrimenti e di Andrés

Pol.it
http://www.priory.com/ital/fagioli2.htm

Massimo Fagioli, Istinto di morte e conoscenza Nuove Edizioni Romane Pagg. 303 Euro 21.00
di LISA ATTOLINI


A trentun anni dalla sua prima edizione, il testo di Fagioli continua a porsi come innovativo nell’ambito degli studi sull’inconscio. Dalla lettura di ogni capitolo del volume si percepisce un forte slancio teso alla ricerca di un principio che possa spiegare i molteplici aspetti della vita psichica a partire dalla vita intrauterina seguendo poi tutte le tappe dello sviluppo psicofisiologico, fino alle manifestazioni della nevrosi e della follia.

Fagioli spiega i fenomeni dell’inconscio, parlandoci soprattutto del corpo, eliminando nel lettore ogni illusoria possibilità di separazione tra questo e la mente. È già dal contatto tra la cute del feto e il liquido amniotico che compare la vitalità intesa come possibilità di rapporto oggettuale, come percezione dell’oggetto esterno, legato alla sessualità del feto.

Attraverso una lettura critica e innovativa di Freud, di M. Klein, Segal, Bion Fagioli stravolge e capovolge il pensiero psicoanalitico classico e individua nella fantasia di sparizione il principio che regola la vita psichica. Per l’autore, la fantasia di sparizione compare come reazione di fronte alla dinamica conflittuale con l’oggetto esterno: si attua così, un tentativo di ritorno al buio e all’omeostasi dell’ambiente intrauterino e, con la scomparsa dell’oggetto, si ha l’illusione che possa essere più semplice raggiungere indipendenza e libertà. Con la sparizione dell’oggetto esterno, scompare però anche la persona che rappresenta una nostra identificazione fondamentale e strutturante; ciò determina allora l’annullamento del Sé nel buio dell’utero materno. In tal caso la fantasia di sparizione si è intrecciata con l’istinto di morte verso una situazione di non nascita, di non essere, di onnipotenza e assenza di rapporto oggettuale. È una reazione di aggressività di fronte alla situazione di essere nato. Affinché la fantasia non sia distruttiva e negativa, è necessario che l’istinto di morte non sia disgiunto dalla sessualità e che non sia diretto contro l’oggetto. Se il neonato segue la strada della relazione oggettuale, potrà realizzare nuove immagini e costruirsie una vita psichica. Tale strada potrà essere percorsa attraverso la libido che, scrive Fagioli, "…può e potrà,successivamente, neutralizzare la fantasia di sparizione-istinto di morte…Il bambino, invece, di andare verso la cecità, vedrà, cioè assorbirà le qualità del seno-madre, assorbirà l’inconscio, l’immagine della madre." L’intervento della libido è ciò che permette anche il passaggio dall’oggetto fisico al simbolo verbale: attraverso la realizzazione di quella che Fagioli chiama il triangolo occhi-bocca, ossia un’integrazione libido-vedere, si arriva all’elaborazione psichica delle immagini dell’oggetto; il non più esistente nella realtà diviene esistente nel pensiero verbale.

Un altro tema approfondito dall’autore è quello dell’invidia, in quanto espressione sadico-visiva di impulsi distruttivi. L’autore distingue la dinamica dell’identificazione proiettiva, "che implica una introiezione cieca dell’oggetto, cioè un impegno di libido orale-cutanea-olfattiva nel rapporto oggettuale" rispetto alla dinamica che sottende l’invidia e che consiste nel mettere la morte dove c’era la vita; nel rapporto invidioso con l’oggetto, c’è l’aggressività posta fuori di sé, c’è il tentativo di guastare il buono che è nell’oggetto.

Ma il volume non è solo un viaggio attraverso momenti e sentimenti della vita, è anche il viaggio attraverso una lunga esperienza analitica vissuta e raccontata agli altri, senza il timore di distruggere il principi psicoanalitici dominanti e con grande vigore e convinzione. La teoria viene arricchita dall’interpretazione di alcuni sogni e dal racconto di alcuni casi clinici che rendono più semplice la comprensione del testo e ci restituiscono l’immagine di un analista calato nella realtà quotidiana, vicino al sentire e al soffrire dell’uomo.

Ma, di fronte a tale sofferenza Fagioli continua a cercare una soluzione, senza rassegnarsi.

Il lettore nello svolgersi dalla narrazione, si ritrova a vivere emozioni forti di fronte a concetti più facilmente intuibili che capibili e può rivivere la propria esperienza di analisi o di semplice contatto con la malattia mentale sotto una nuova luce. È probabilmente inevitabile, già dopo la lettura delle prime pagine, provare un’intensa nostalgia e un forte desiderio di ritorno verso quell’ambiente intrauterino descritto da Fagioli con maestria fenomenologica, in cui non ci sono contraddizioni e modificazioni e tutto è in un perfetto equilibrio omeostatico. Ma, come scrive l’autore: " Perché l’uomo possa conoscere deve riuscire a vincere la fantasia di sparizione contro la realtà esterna. È necessario che, capovolto, si rimetta dritto sui piedi; che acquisisca veramente la stazione eretta."

i nomi dei bambini

una segnalazione di Rosanna Gorini

Corriere della Sera 5.2.04
Italians
I nomi dei bambini e le follie degli adulti
di BEPPE SEVERGNINI


Un bambino battezzato come un programma per computer. Come forse avete letto sul Corriere di ieri, è accaduto nel Michigan: il signor Jon Blake Cusack ha chiamato il primogenito «Jon Blake Cusack 2.0». Interessante. Un tempo i prodotti si chiamavano come le persone: Ava (detersivo), Giulietta (auto), Enrico C. (nave), Tre Marie (panettone). Oggi le persone si chiamano come i prodotti. Il prossimo passo sarà la sponsorizzazione a vita. Qualcuno chiederà alla Fiat: se chiamo mio figlio Stilo, cosa mi date? Perché l’innocente 2.0 è stato marchiato così? Perché il padre ha il pallino dell’informatica, come molti americani. E i nomi dei bambini riflettono sempre le aspirazioni dei genitori (anche perché i piccoli, che sono i diretti interessati, non possono essere consultati). Quindi studiamo i neonati: impareremo qualcosa sui genitori.
Restiamo agli Stati Uniti. Se trecento piccole americane si chiamano Armani - non è uno scherzo: è vero - cosa possiamo pensare? Che i genitori sognassero un mondo elegante che probabilmente non avevano mai conosciuto. Se due bambini, uno in Michigan e l’altro in Texas, si chiamano ESPN come il canale televisivo sportivo, cosa dobbiamo concludere? Che ai genitori piaceva lo sport (oppure piaceva a uno, e l’altro non ha saputo opporsi).
Certo, alcuni nomi vengono scelti solo perché suonano bene, o per mancanza di fantasia. I genitori dei sei piccoli americani che si chiamano Courvoisier probabilmente hanno ragionato davanti a un cognac (e al momento della decisione la bottiglia era vuota). Le famiglie delle ventidue Infiniti e dei cinquantacinque Chevy forse si sono ispirati in garage, e quelle dei sette Denim hanno trovato il nome nell’armadio. Ma i papà e le mamme dei quarantanove Canon, cos’avevano per la testa? Pensavano che con un nome del genere i figli sarebbero venuti meglio nelle foto? Cleveland Evans, un professore di psicologia presso la Bellevue University in Nebraska, ha studiato i nomi degli americani per 25 anni, e sostiene che anche quest’ultima moda - il nome di largo consumo - ha una spiegazione antica: alcuni genitori vogliono che i figli si distinguano. Be’, se li chiamano L’Oreal o Timberland, accade di sicuro.
E in Italia? Se lo scopo fosse quello di farsi notare, basterebbe il calendario (in febbraio: Verdiana, Apollonia, Scolastica, Eulalia, Eleuterio, Policarpo, Eliberto, Claudiano, Bisanzio). Oppure la televisione (l’antico Suellen, il nuovo Fedro). O il calcio (Alex!). O il cinema. Mi hanno raccontato di un bambino che si chiama Matt (come Dillon): nome impeccabile per definire la salute mentale dei genitori.
Invece, da sempre, esistono altri moventi. L’operaio romagnolo di nome Sciopero che per i suoi tre figli ha scelto Scintilla, Ordigno e Avanti voleva scrivere una dichiarazione politica, e ha approfittato dell’anagrafe. Leggo, nel sito della provincia di Rimini (www.newsrimini.it), che un sammarinese, appassionato di scienza, ha battezzato il primogenito Atomo, mentre un idraulico di cognome Fontana per i due figli ha scelto Vascadella e Zampillodi. Se voleva inserire i figli in azienda, c’erano modi meno cruenti.
Ma non occorre arrivare all’eccentricità. Anche chi chiama il figlio come un nonno o uno zio - la maggioranza degli italiani, credo - manifesta un’aspirazione: continuare la tradizione di famiglia. Così si spiegano parecchi Manfredi, diverse Ginevra, alcuni Galeazzo. Ma non tutti. La scelta di certi nomi è diventata un tentativo di scalata sociale. Maldestro: perché non si capisce bene cosa ci sia da scalare; perché la via è troppo battuta; e perché non viene interpellato lo scalatore (la vita è già abbastanza complicata senza chiamarsi Alviero).
Attenzione, quindi, italici genitori. I nomi di battesimo sono come i biglietti da visita, le partecipazioni di matrimonio e i capelli degli uomini: evitare di fare gli spiritosi. Meglio andar sul classico e sull’essenziale (un nome basta e avanza: eviterete discussioni con uffici pubblici e notai). Ogni sovrabbondanza, stranezza e florilegio rivela qualcosa di voi. E spesso non è quello che volete raccontare.

www.corriere.it/severgnini

le corti del barocco

una segnalazione di Filippo Trojano

per informazioni complete sulla mostra collegarsi al seguente indirizzo:
www.scuderiequirinale.it/Mostre


Il Messaggero 5.2.04
Grandi mostre
Velázquez, Bernini, Luca Giordano e la magnificenza seicentesca di Parigi, Madrid e Roma in esposizione alle Scuderie del Quirinale
L’inchino delle Corti
di FABIO ISMAN


CHE incredibile periodo, quella seconda metà del Seicento, tutta una Corte e tutta un Barocco. Nella Roma dei papi, si succedono Innocenzo X Pamphilij e Alessandro VII Chigi; gli Asburgo di Madrid e Vienna sono Filippo IV e Carlo II, e Leopoldo I; a Parigi e a Versailles è Luigi XIV, “re Sole”. Le Corti (si sa) hanno bisogno di aedi, cioè artisti; così, immensi maestri si rincorrevano: da Diego Rodriguez de Silva y Velázquez (1599-1660), definito «Apelle del nostro secolo», o (da Edouard Manet) «il pittore dei pittori», a Luca Giordano (1634-1705), detto “Luca fapresto” per le forse mille realizzate in 71 anni, pur con un’infinita bottega d’assistenti (di 28 se ne conosce il nome); a Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), quello di piazza Navona (la fontana dei Fiumi), San Pietro (colonnato, baldacchino), e mille altri luoghi. Bernini, a 67 anni, compie il primo viaggio all’estero, invitato da Re Sole che vuole essere da lui immortalato; nel tragitto, «le città si spopolavano, per desiderio di veder co’ propri occhi quell’huomo che tanto grande havevano» ; alle porte di Parigi, l’attendono il primo ministro e un reale “tiro a sei”, e in città un intero palazzo e un sontuoso vitalizio; Richelieu gli paga un ritratto sfilandosi «un anello con 33 diamanti, di cui sette di ragguardevoli dimensioni». Bernini aveva rifornito un po’ tutte le Corti: per un ritratto, Francesco I d’Este gli fa recapitare l’assolutamente inaudita somma di tremila scudi; il ricchissimo cavaliere inglese Baker, attraversa mezz’Europa; quando l’erma di Carlo I d’Inghilterra parte per Londra, è trattata come un affare di Stato: scortata da guardie speciali che, ad ogni tappa, fanno rapporto.
Ecco: a queste Corti, e a questi (ed altri) autori, è dedicata una mostra delle Scuderie del Quirinale (Velázquez, Bernini, Luca Giordano: le Corti del Barocco), dal 13 febbraio al 2 maggio; una rassegna forte di 170 opere da 77 collezioni e musei del mondo, concepita in Spagna, ma espressamente integrata per la tappa romana, soprattutto per quanto riguarda Bernini. I capolavori non mancano: dai ritratti di Marianna d’Austria, Filippo IV, l’ Infanta Margherita in abito rosa (Velázquez) alle grandi tele di Giordano per l’Alcazar di Madrid (dopo che Filippo IV vi aveva collocato lo Spasimo di Sicilia di Raffaello, fatto acquistare a Palermo e uno dei dipinti più apprezzati in tutto il continente, Carlo II fa decorare la cappella all’artista napoletano). Ma, soprattutto, opere di Bernini mai viste, o quasi ignote, o perfino riscoperte da poco: gli studi e i modellini per la fontana dei Fiumi, ma anche i suoi passi d’addio. Quando, ormai ottantenne, si vota al Cristo della Passione: due terrecotte del Christo ligato ; una grande tela di quello patiens ; il crocifisso in bronzo d’un metro e mezzo per l’Escorial, quando è inaugurato; e, soprattutto, quella che forse è la sua ultima opera, il Busto del Salvatore , marmo d’un metro per un metro, trovato in un angusto androne del convento di San Sebastiano fuori le mura, ed ora, estrema attribuzione di Maurizio Fagiolo.
Tanti capolavori per raccontare tante Corti: tutte ispirate agli stessi principi (rappresentare il potere, i linguaggi dell’allegoria, le arti integrate, i ritratti, enuncia il curatore Fernando Checa), eppure tutte diverse tra loro. Bernini non s’integrerà con il gran goût francese; ma gli abiti del seguito du roi , erano assai più colorati degli spagnoli, nota un nobile di Filippo IV, e così via. Claudio Strinati, curatore della nuova parte italiana, elenca: «La magniloquenza degli apparati effimeri, la maestà delle architetture, l’eccellenza tecnica degli affreschi, il languore esasperato delle statue, la manifestazione di ricchezza degli arredi». E gli artisti viaggiano di Corte in Corte: fondamentali per Velázquez due soggiorni romani; Luca Giordano va a Madrid; padre Andrea Pozzo (quello del trompe-l’oeil nella cupola di Sant’Ignazio), a Vienna. Per il re, principe, o nobile, l’importante era comunque far sfoggio, apparire, comunicare il proprio potere nonché la ricchezza; «la Corte di Roma è la madre universale», scrive a Madrid il Duca di Terranova. Parigi è quella di Colbert, dei giardini di Le Nôtre, di Le Brun; ma il centro di tutti i dibattiti culturali, è sempre, e da sempre, l’Urbe.
Incredibile che l’ultimo incarico per l’immenso autore de Las meninas (in italiano sarebbero le damigelle d’onore, ma in realtà è la Famiglia di Filippo IV ; e già Luca Giordano la definiva «teologia della pittura»), sia d’approntare, sull’Isola dei Gabbiani, alla foce del fiume Bidasoa vicino a Fuentrerrabia, la Barraca , o tenda, per l’incontro tra i re di Spagna e Francia: due effimeri palazzi tappezzati da arazzi; «il Vescovo di Pamplona porti i migliori ornamenti e argenti che ha», ordina un ambasciatore, mentre, maggio 1660, Velázquez compie gli ultimi sopralluoghi. Erano tempi di ingressi trionfali, cortei, funerali in grande stile; e il palcoscenico principale della Corte era il suo stesso palazzo. L’arte romana crea la quintessenza del linguaggio barocco, il prototipo delle macchine per le feste. Tutto nel nome di Bernini. Tra oh di meraviglia, cade il velario della Fontana dei Fiumi: «Cavalier Bernini, con questa piacevolezza ci avete accresciuto dieci anni di vita», dice Papa Innocenzo. Ma non sempre i Pontefici sono infallibili: dopo soli quattro anni, il Papa muore. E il suo autore era tanto intoccabile da ritrarre, nel volto truce della vicina Fontana del Moro, un cardinale che non gli era simpatico.

violenza sulle donne

una segnalazione di Filippo Trojano

Il Messaggero 5.2.04
Rapporto Telefono Rosa su 12 anni di richieste d’aiuto: la violenza avviene soprattutto in casa. Crescono pressioni psicologiche e ricatti economici
Donne troppo “brave”, i mariti le picchiano
Lui spesso è geloso del lavoro di lei. In aumento i casi nelle famiglie di ceto medio
di ELISABETTA CANTONE


ROMA - Il mobbing? Nell’Italia del terzo Millennio, adesso sbarca pure tra le mura domestiche. E fare le spese, di questa sottile e terribile forma di violenza che fa venire il complesso dell’ultimo anche se in realtà non lo si è, a casa come sul posto di lavoro, sono soprattutto le donne. Solo che il capo ufficio ha il volto noto dell’uomo che hanno sposato e che dice di amarle. E’ questo il dato più sorprendente del rapporto di Telefono Rosa presentato ieri nella Capitale. «Nell’evoluzione della nostra società - ha spiegato la presidente dell’Associazione nata nell’88, Maria Gabriella Garnieri Moscatelli - la gelosia maschile nei confronti delle donne ha raggiunto picchi allarmanti». Una gelosia, che però tra i motivi scatenanti non ha l’amore: «L’uomo non accetta che quello che una volta era l’angelo del focolare si è traspormato in una persona autonoma, perciò la mortifica, tenta di annullarla e spesso la picchia».Violenza psicologica, dunque. Ma anche economica. Dal monitoraggio fatto da Telefono Rosa dal ’91 al 2003, emerge che le denunce, rispetto a queste due forme di abuso sono in netto aumento: dal 34,9 per cento del ’91 si è passati al 41,2 dell’anno scorso per quelle di tipo psicologico e dall’8 per cento del ’91 al 19,7 del 2003 per quelle economiche. «Questo - sottilinea la psicologa Paola Matteucci - perché oggi molte donne, forti di una autostima recuperata, attribuiscono lo stesso valore alle varie espressioni della violenza: dalla fisica alla psicologica, sino a quella economica. Quanto agli abusi sessuali, dal 23,2 per cento del ’91 si scende al 3,7 del 2003. Un dato che farebbe immediatamente pensare a una effettiva diminuzione del fenomeno. Che invece è sottostimato, in quanto la donna che ha subito questo genere di violenza non si rivolge direttamente al Telefono Rosa ma deposita la sua denuncia ai presidi medici e di polizia.
Il valore più alto registrato dalla ricerca è rappresentato dalla regolarità della violenza: 85,3 per cento nel 2003. Questo perché la maggior parte delle violenze avviene all’interno delle mura domestiche dove l’atto violento, esclusivo del maschio, diventa un modo per marcare la differenza di genere. La regolarità dell’abuso aumenta inoltre al crescere dell’intensità della relazione: quando l’intensità del rapporto è minore, la violenza diventa un episodio isolato. Quanto ai motivi che scatenano la violenza, calano quelli caratteriali («é fatto così») che passano dal 36,7 per cento all’1,2. Crescono invece i «senza motivo»: dal 9,3 per cento al 20, e i «motivi di gelosia», che vanno dal 13,4 al 44,8 per cento. Dati, che secondo la Matteucci evidenziano una importante inversione di tendenza: «Se in passato la donna giustificava il sopruso come lato del carattere o conseguenza dovuta all’abuso di alcool o droga, oggi capisce che la violenza dell’uomo è spesso sintomo di un suo disagio interiore e per questo lei stessa tende ad allontanarsi prima dal rapporto».
Ma qual è l’identikit del marito-capo ufficio? Ha una cultura medio-alta, un’età compresa tra i 35 e i 54 anni e un lavoro invidiabile: nel 22,5 per cento dei casi è impiegato, nel 14,2 un operaio, nell’11,3 un professionista, un commerciante nel 7,6 e un pensionato nel 7,5 per cento. A vederlo sembra uno tutto d’un pezzo, invece tra le pareti di casa sua si trasforma in un essere odioso. Anche la donna che subisce ha un titolo di studio superiore e tra le laureate si registra un incremento del sei per cento. «L’uomo violento - ha sottolineato la psicologa ha contribuito alla ricerca - è colui che, insicuro, debole e totalmente fragile nella sua identità maschile, cerca di eludere con la violenza quel processo di discussione di sè che, oggi, la donna gli impone».

L’uomo violento? Colto e benestante
di ALDO CAROTENUTO


E’ NELLE costellazioni familiari che si annida, da sempre, non soltanto il germe della violenza, ma anche il suo pieno compimento.
A partire dalle seduzioni infantili, reali o presunte, indagate dalla psicoanalisi freudiana, la realtà familiare contiene zone profondamente oscure nelle quali non sono soltanto i sentimenti positivi ad avere terreno fertile.
Siamo abituati a pensare al nido offerto dalla “casa” come all'alveo protettivo per eccellenza, al luogo nel quale rintanarsi in momenti di sconforto o pericolosità sociale. Ed in parte è vero, ma non lo è del tutto.
La famiglia è il luogo degli affetti, ma anche di tutti i sentimenti possibili, compresi rabbia, delusione, bisogni e frustrazioni. Essa è il posto dove l'individuo esprime direttamente le proprie passioni. Spesso lo fa nella convinzione che la protezione offerta dal legame di parentela sia garante di una presunta normalità. Anzi, è proprio in forza di tale convinzione normativa che si vive il familiare come un contenitore che tutto consente.
Ogni individuo è portatore di un proprio universo interiore, non sempre limpido, molto più spesso conflittuale. E se nella vita sociale, nel consesso collettivo gran parte delle proprie debolezze vengono taciute o messe da parte per convenzione, tra le mura domestiche le barriere dell'apparire vengono meno. O, più precisamente, non hanno la medesima forza inibente. Laddove, cioè, parametri valutativi esterni non vengono messi in causa è possibile “lasciarsi andare”. Ciò significa permettere ad ogni dimensione della propria personalità di emergere. Anche a quegli aspetti-ombra che veicolano insoddisfazioni, conflittualità latenti, pregresse, nascoste. Comprese quelle, paradossalmente, generate nel mondo sociale.
La consapevolezza di una sorta di connivenza intrinseca dell'alveo domestico fornisce, poi, anche l'illusione della liceità dell'azione. E' normale ciò che si sta verificando nella mia famiglia? Succede anche nelle altre? questi gli interrogativi che consentono a chi agisce la violenza di abbandonare senso di colpa e responsabilità d'azione.
Ribadiamo: già con Freud la violenza domestica trova la sua visibilità causale. Ciò che pare sorprenderci oggi, ma che a ben vedere niente di nuovo possiede, è che crolla lo stereotipo della violenza connessa al disagio socio-economico della famiglia.
Basta, tuttavia, guardare alla natura del disagio della nostra epoca per comprendere la pertinenza della rilevazione: una inquietudine tutta interiore, un miscuglio di affetti, l'incapacità di gestire il proprio rapporto con il mondo, le richieste sempre più pressanti dei modelli sociali. Tutto questo poco ha a che vedere con il disagio economico, ma tutto si riferisce alle motivazioni che scatenano rabbia e aggressività.
Bisogna tener conto del fatto che proprio quegli ambienti sociali che ostentano successo in effetti sono semplici immagini di adeguamento. Quel che resta sullo sfondo, ciò che si agita all'interno degli animi, le passioni e i turbamenti, non ha nulla a che vedere con le sovrastrutture del sociale. Anzi, da esse possono essere soltanto esarcerbati, in una totale dissociazione tra ciò che l'apparenza mostra come sicurezza da sbandierare e la reale fragilità di sistemi soltanto esteriormente costruiti. E non può non sorgere il dubbio, per dirla con leggerezza, che siano proprio il potere e il successo nel mondo sociale a fornire un senso di onnipotenza che illude l'uomo di poter agire indiscriminatamente qualsiasi desiderio, istinto, capriccio gli affiorino alla mente.

Emanuele Severino sul caso di Maria

Corriere della Sera 3.2.04
LA LEGGE DI MARIA
di Emanuele Severino


La chiamerò anch'io Maria, come i giornali. E, lo dico subito, mi auguro che non si arrivi al trattamento sanitario obbligatorio: non tanto perché riguarda chi non è in grado di decidere, mentre Maria ha deciso, ma perché esso dovrebbe essere applicato con la forza. Una donna dunque che grida e si divincola da chi la vuole afferrare per salvarla in una sala operatoria. Una violenza, questa di voler far vivere a ogni costo chi non ne vuol più sapere, che in fondo ha lo stesso volto e lo stesso cuore della violenza esercitata quando si uccide. Siamo sicuri, prima di muoverci, che a noi stiano a cuore proprio Maria e non piuttosto i nostri princìpi morali, religiosi, politici, perché ancora una volta siamo incalzati dall'ombra spaventosa del suicidio? E se quelle grida e quel divincolarsi non ci fossero, chi saprebbe capire se il silenzio di chi si lascia trascinare a una vita non voluta non tradisca un dolore ancora più profondo di quello di chi grida e si divincola? Ma è discutibile che si tratti di suicidio. Non lo sarebbe stato quando non esistevano sale operatorie. Non diciamo che sia suicidio, oggi, se, per farsi operare, Maria dovesse andare in capo al mondo o in cliniche al di fuori delle sue possibilità economiche. Chi se la sente di escludere che per Maria farsi amputare una gamba costituisca una pena ben maggiore del disagio che dovrebbe sopportare andando in capo al mondo o entrando in una clinica costosa? E se, come sembra, per Maria quella pena è maggiore di questo disagio, perché dovremmo pensare che stia tentando il suicidio? La domanda rimane aperta. Ora, è vero, noi scriviamo e lei muore. Ma, se ha deciso così, è perché, come tutti coloro che si uccidono, sente in un certo modo, cioè secondo una certa cultura che, come ogni altra, proviene, più o meno direttamente, da scritture, da libri (anche non letti). Per questo non credo che sia di cattivo gusto ricordare un mirabile Dialogo di Leopardi, quello che immagina tra Porfirio, che vuole uccidersi, e Plotino che lo esorta a non farlo. Porfirio, il grande discepolo dell' ultimo grande filosofo greco. A Plotino, che gli ricorda Platone, Porfirio dice subito: «Ti prego, Plotino mio, lasciamo da parte adesso Platone, e le sue dottrine, e le sue fantasie». E il Plotino di Leopardi sembra dargli ascolto. Ma l'argomento più forte che egli adduce è che Porfirio, uccidendosi, non ama coloro che lo amano e quindi il suo uccidersi è «il più schietto, il più sordido, o certo il men bello e men liberale amore di se medesimo, che si trovi al mondo». Che è un argomento ben debole, perché Porfirio potrebbe rispondere che è altrettanto sordido l'«amor di sé», cioè l'egoismo di coloro che, credendo di amarlo, non vogliono soffrire per la sua morte, in cui egli vede la fine delle proprie pene. Per Maria l'argomento è ancora più debole, perché non sappiamo da chi e come essa sia amata. E se, come sembra, il marito da cui è separata e che magari l'ama ancora, è d'accordo con lei, allora nessun Plotino potrà rimproverarle quel che rimproverava a Porfirio. Ma perché rifiutare le «fantasie» di Platone? Anche se la distanza tra Porfirio e Maria è abissale, perché voler ad ogni costo che Maria abbia della vita e della morte il senso dei benpensanti del nostro tempo, così sicuri della superiorità delle loro idee rispetto a quelle degli altri? Di fronte alle sue convinzioni sull'aldilà, il trattamento sanitario obbligatorio e tutte le leggi di questo mondo hanno ben poca importanza.

un giorno nella vita di Giordano Bruno
e la sua "fortuna" oggi

Liberazione 4.2.04
A Parigi, in un freddo dicembre dell'anno 1582, un filosofo è coinvolto nelle indagini su un misterioso caso
T. B.


A Parigi, in un freddo dicembre dell'anno 1582, un filosofo è coinvolto nelle indagini su un misterioso caso. Il libraio Nicolas Heucqueville è selvaggiamente ucciso, nella sua abitazione al Quartiere Latino, insieme al padre, la sorella, la moglie e i figli. Sul luogo della strage gli inquirenti trovano un corvo morto e due iscrizioni in italiano. Il filosofo chiamato in causa dal commissario Dagron è Giordano Bruno in persona, nella capitale francese per ragioni di studio. Il futuro "eretico" che più tardi - nel 1600 - la Chiesa romana manderà al rogo, dovrà in questa avventura avvalersi di tutti i dispositivi argomentativi e logici della filosofia per penetrare nel mistero del delitto, aiutato, in questo, dal fedele e giovane allievo Hannequin. "Un delitto è come un testo filosofico, va studiato seriamente. Bisogna tornare alle fonti, smontarne il meccanismo, sottoporlo a tortura, e rispettarne la coerenza".

Il filosofo pronto a far saltare tutte le convenzioni, le regole, i pregiudizi e i facili sospetti, pur di affermare la verità. Anche quando essi nascono dalle rigidità e dalle intolleranze religiose - causa, spesso e volentieri, di crimini. Alla verità Bruno consacra ogni sforzo, persino quando si tratta di fare piazza pulita delle facili conclusioni nel caso dell'efferata strage. Lo sorregge, innanzitutto, una poderosa memoria, esercitata e coltivata grazie alla messa a punto di una tecnica particolare: "Senza memoria niente sapere e l'ars memorandi è la sola possibilità di raggiungere l'altro mondo", vale a dire il mondo delle idee. Sullo sfondo, lo scenario politico di una Francia arroventata dal conflitto tra riformati e papisti. E se non mancano parole di sdegno del filosofo verso i primi - "conosco la follia dei riformati per averci avuto a che fare e non sopporto che a loro basti la fede e che ritengano inutili alla loro salvezza le opere buone" - non meno critico è l'atteggiamento verso la Chiesa di Roma: "Conosco anche la debolezza dei costumi, la crassa stupidità, la Santa Ignoranza della nostra religione romana". Il fatto è che l'assolutismo religioso non può accordarsi con la verità, essendo invece portatore di un sistema esclusivo di tutto ciò che con esso non coincide immediatamente. "Ora, la verità è soltanto diversità e confronto, ciò che sconvolge ogni sistema organizzato. Mi sono scontrato con gli uni a Napoli e a Roma, con gli altri a Ginevra e sono scappato a Tolosa... La guerra è il peggior nemico del filosofo. Per secoli, egli ha pazientemente e con difficoltà impostato sistemi destinati ad aiutare l'uomo a uscire dalla sua bestialità, e di punto in bianco quella fragile costruzione va in pezzi. tesori di sfumature, di sottigliezze di ragionamento, di concetti accuratamente vagliati, di idee sviluppate con la massima prudenza, si ritrovano in un momento buttate a terra, calpestate, fatte a pezzi, ridotte in polvere".

Corriere della Sera 4.2.04
TRADUZIONI
Il "Candelaio" conquista anche i lettori asiatici


L'interesse per le opere di Giordano Bruno cresce sempre più non solo in Italia, ma anche in Europa e in Asia. A partire dall'edizione critica delle opere italiane curata da Giovanni Aquilecchia - e pubblicata con il patrocinio dell'Istituto italiano per gli studi filosofici presso Les Belles Lettres in Francia e l'Utet in Italia - si sono moltiplicate le traduzioni in diversi Paesi. In Giappone, dopo il De la causa, lo studioso Morimichi Kato ha recentemente dato alle stampe il Candelaio, mentre in Cina Lea He Liang fa seguire alla traduzione della commedia anche quella della Cabala del cavallo pegaseo. Si tratta di eventi straordinari: per la prima volta, infatti, in Asia le opere di Bruno vengono traslate a partire dalla conoscenza diretta della lingua e non da altre traduzioni. Nei prossimi mesi si annunciano lo Spaccio de la bestia trionfante in Romania a cura di Smaranda Bratu Elian (che ha già tradotto La cena de le ceneri, il Candelaio e il De la causa), e i primi due volumi della collana delle opere bruniane in Germania (traduzione e testo originale) presso l'editore Felix Meiner, coordinata da un agguerrito gruppo di filosofi tedeschi. Altri progetti ancora sono in corso di realizzazione in Brasile, Inghilterra, Svezia e Spagna. Il discorso non cambia anche sul fronte della saggistica. Basta scorrere la recente bibliografia bruniana, a cura di Maria Cristina Figorilli (Les Belles Lettres), per rendersi conto dello straordinario moltiplicarsi di saggi e volumi nelle lingue più diverse. A distanza di qualche anno, ormai, dal quarto centenario della morte del filosofo (1600-2000) l'entusiasmo per il suo pensiero non sembra arrestarsi.
Le ragioni di questo successo sono molteplici e sarebbe difficile, in poche righe, riuscire a darne conto. Ma credo che alcuni temi presenti nell?opera di Bruno si prestino a un dibattito sempre più attuale. Le pagine dedicate all'uso civile della religione, alla tolleranza, alla separazione tra teologia e scienza, alla necessaria unità dei saperi scientifici e umanistici, alla coerenza tra vita e filosofia, alla libertà del pensiero, al rispetto delle diverse culture possano stimolare una riflessione di notevole spessore.

George Steiner: contro il fondamentalismo

Corriere della Sera 4.2.04
Steiner: il fondamentalismo male dell’Occidente, orfano dei Lumi
«In America la semplificazione fra bene e male porta alle crociate di Bush»
di Cesare Medail


«Giordano Bruno è in parte uomo del Medio Evo: l’allegoria del passaggio fra due epoche, anche se poi è stato presa a simbolo da illuministi e marxisti. Certo, se Pascal aveva paura di guardare nell’infinito, Bruno provava invece esaltazione per l’universo e la molteplicità dei mondi». Sono parole di George Steiner, il grande critico e comparatista di Cambridge, nato 75 anni fa a Praga da famiglia ebrea, che domani presenta un’opera su Giordano Bruno curata da Nuccio Ordine a Bologna. Se il Nolano, però, si esaltava nel volgere lo sguardo agli spazi infiniti, Steiner guarda con altrettanta passione intellettuale agli smarrimenti e alle convulsioni di questo pianeta, toccando spesso i nervi scoperti di un Occidente percorso da crisi e mutazioni epocali. Il suo ultimo saggio, per esempio, La grammatica della creazione (Garzanti, 2003), è stato un vero e proprio bestseller: ne parliamo durante una sua breve sosta a Milano e gli domandiamo se per caso non abbia toccato proprio uno di quei nervi, per esempio «la stanchezza» della nostra civiltà.
«Se la pedofilia e la droga sono le industrie che producono maggior ricchezza in Occidente, significa che siamo di fronte a qualcosa di più grave e drammatico della fine dell’impero romano; aggiungiamo l’orrore di una sessualità divenuta genere di pubblico consumo, il sadismo verso i bambini e infine l’abrogazione di un’educazione seria, con la scuola ridotta ad "amnesia organizzata": conseguenza del livellamento dei valori, di un nichilismo estetico ed etico, della decostruzione, del post strutturalismo».
Ma se questa è stata la tendenza, perché il suo saggio ha incontrato tanto favore presso il pubblico?
«Forse, per reazione, sta affiorando una vera sete di ritrovare la dignità e il mistero dell’uomo, di scoprire che tutto non è lo stesso; una ribellione davanti al Nulla di Heidegger. Per ciò che mi riguarda, fin dal mio primo libro Tolstoj e Dostoevskij, 45 anni fa, ho tentato di reagire alla deriva nichilista riaffermando la possibilità di una presenza trascendentale. Provo rispetto profondo per il credente così come per l’ateo conseguentemente; ma quando la questione dell’esistenza di Dio viene abrogata, quando diviene una battuta triviale, derisoria o puro arcaismo, credo non sia possibile una creazione estetica di primo ordine. Dante, Bach, Goethe, Dostoesvkij sono inconcepibili senza che la questione trascendentale sia presente nella nostra vita. E poi, mentre le scienze fisico-matematiche danno solo risposte, la filosofia e l’arte pongono domande; una grande opera d’arte è sempre una questione. E io preferisco porre domande che dare risposte».
E’ un modo molto laico e poco dogmatico di porsi, in un pianeta pervaso da fanatismi che non riguardano soltanto il Terzo Mondo...
«Nei Paesi sviluppati è in atto una fuga verso l’astrologia, l’occultismo, i talismani antiraggi cosmici, come la collana della signora Blair. Anche Bush consulta l’astrologo per le decisioni politiche, come Hitler e come fa il settanta per cento dei broker di Wall Street. E’ storia vecchia: ma perché il fondamentalismo? A inizio secolo Winston Churchill combatteva nel Sudan con la spada e un cavallo; alla fine della sua vita disponeva di una bomba H. Divorato dal panico provocato da una tale accelerazione della storia, dalla follia del cambiamento perenne, l’uomo si è rifugiato nel fondamentalismo per ritrovare un’ancora di fronte a una vita incomprensibile. L’ancora può essere crudele, primitiva, ma rassicura più dell’incomprensibile. Non per caso Malraux disse che le guerre del XXI secolo saranno religiose».
Il fanatismo religioso, dunque, investe con forza anche l’Occidente?
«Otto Stati americani vietano ancora di insegnare Darwin; e siamo nel 2004. Il fondamentalismo del Sud Est americano scatena forze, quasi selvagge come quello di Al Qaeda. Anche dalla nostra parte c’è oscurantismo, che poggia sulla semplificazione bene-male, nero-bianco e porta allo scontro di civiltà e alla parola "crociata", che era sulla bocca di Bush all’inizio della guerra contro l'Iraq. E’ in atto un rifiuto di quella cultura dei Lumi, dalla quale l’America stessa è nata, e insieme della speranza socialista. E’ infantilismo di ritorno».
Allarghiamo lo sguardo a Oriente e in particolare all’Islam, dove l’integralismo è più evidente che altrove: le pare una deriva irreversibile?
«Nel ’500, il grande ingegno scientifico arabo si è sgretolato sotto il peso dell’Impero ottomano. Così, il rifiuto della scienza ha lasciato spazio all’isteria dell’umiliazione, un’isteria feroce e a un irrazionalismo alimentato dell’occupazione straniera, drammatica e tragica. Con il rifiuto della logica, sparirono la fede nella ragione umana, la fede nel dibattito: non credo che oggi l’Islam sia tanto disposto a discutere, al dialogo. In ogni caso, senza la soluzione della questione israeliana, il pericolo è destinato a crescere. E l’America, condizionata dai suoi fondamentalismi, non cerca soluzioni».
L’Europa, per ora, sembra immune dal virus dell’integralismo. Eppure, dai suoi saggi, appare come una civiltà declinante...
«L’Europa vive in un declino più che drammatico. Il budget annuale di Harvard supera il budget totale di tutte le università europee. Ogni giorno di più aumenta il baratro fra Europa e Usa, economico, umano, culturale. Dopo il Kosovo, il disprezzo degli americani verso gli europei è totale: un’Europa incapace di risolvere il problema balcanico senza gli Usa è un’Europa senile. La "senilità" di Svevo assume valore profetico. Soltanto due Paesi europei sono pieni di speranza, Spagna e Irlanda, dove i giovani sono animati da progetti e sogni per il futuro. Francia, Germania, Inghilterra sono attraversati da una stanchezza profonda. Ma, mi chiedo, dopo Auschwitz perché mai l’Europa dovrebbe rinascere? Le stelle degli internati sono divenute gialle nel cielo d’Europa. Anche in Russia, dopo che lo stalinismo ha massacrato milioni di persone, è tornata a una sorta di rozzo zarismo; e nei Balcani l’odio razziale può riaccendere guerre ogni mattina. Per di più maestri di tolleranza e di ragione, come Raymond Arond e Norberto Bobbio, se ne sono andati».
Lei ha citato due maestri. Maestri e allievi è anche il titolo del suo nuovo saggio, in uscita da Garzanti a settembre. L’insegnamento dà segni di crisi proprio perché si tendono a trasmettere nozioni specialistiche, anziché saperi. Dalle recensioni americane, tuttavia, pare che il libro offra qualche spunto per guardare al futuro con più serenità.
«Ne riparleremo quando lo avrete letto. Per ora mi limito a ricordare che, fra le due categorie, vi sono tre legami possibili. Il maestro che distrugge l’allievo; il discepolo che tradisce e uccide il maestro; e infine l’eros, l’amore nella trasmissione del sapere, di cui Eloisa e Abelardo sono il simbolo sublime. A fronte di rapporti all’insegna della volgarità, del dispetto, del denaro, io credo in una nuova sensibilità fondata sull’amore della conoscenza. E’ una delle poche speranze, fondate, che rimane».