lunedì 27 dicembre 2004

l'articolo di Adele Cambria su L'Unità
e un altro, "storico", del 1978 sul Giorno

SULLA PRIMA PAGINA
DELLA CRONACA DI ROMA
DELL'UNITÀ DEL 21.12


è apparso un articolo
di Adele Cambria:

"I SEGUACI DI FAGIOLI,
DAL DRAMMA DEL 1977
ALLA SCELTA NON VIOLENTA"



L'Unità Roma 21.12.04
I SEGUACI DI FAGIOLI, DAL DRAMMA DEL 1977 ALLA SCELTA NON VIOLENTA
di Adele Cambria

Fu quel giorno che Gisella Burinato, allora moglie di Marco Bellocchio, si alzò in piedi nel gruppo che costituiva uno dei quattro seminari di Massimo Fagioli, e con la sua vocetta graziosa, proprio da bambina che vuole far vedere al Maestro quanto è stata brava, raccontò: "Massimo, l'altro giorno avevo un provino a Cinecittà. Sono uscita da casa che il bambino piangeva. Mi sono fermata a metà strada, per telefonare da un bar (ndr, all'epoca non esistevano ancora i cellulari): la baby sitter mi ha detto che mio figlio continuava a piangere. Allora ho girato la macchina e sono tornata indietro. Ho fatto bene o ho fatto male?". Tutto il gruppo - centocinquanta, duecento persone - trattenne il fiato aspettando la risposta di Massimo.
Dopo tanti anni - circa tre decenni - non posso ricordarla testualmente, ma basterebbe andare a riprendersi uno dei suoi libri, "Bambino, donna e trasformazione dell'uomo", o "Psicoanalisi della nascita e castrazione umana", per ritornare a sapere che "l'inconscio mare calmo", come lo chiama Fagioli, ovvero il liquido amniotico in cui nuota il bambino nel grembo materno, è la materia prima che garantisce ad ogni essere umano di nascere "psichicamente sano e fornito di una fantiasia-ricordo, quella dell'esperienza di profondissima corrispondenza armonica, tra se stesso e la realtà esterna". Bellissime poetiche immagini, (confermate fra l'altro dai ricordi che Pasolini asseriva di conservare del tempo in cui stava nella pancia della madre).
Ma, mi chiedevo io, "realtà esterna" non è anche quella della donna, nel caso l'attrice, (Gisella, ne "Il gabbiano" di Cecov-Bellocchio era meravigliosa), che pur essendo diventata madre continua ad aver voglia di esprimersi come persona nel mondo?
Quel giorno uscii dal gruppo di via di Villa Massimo: una sede distaccata dell'Istituto di Psichiatria dell'Università "La Sapienza", dove Massimo Fagioli era stato invitato a tenere un seminario di supervisione di casi clinici, riservato a psichiatri, psicoanalisti e psicoterapisti. Ma in pochi mesi il seminario si era aperto a chiunque volesse parteciparvi e si era moltiplicato per quattro: ricordo le file sotto il sole pomeridiano di maggio, in mezzo a una quantità di ragazzi dei movimenti extraparlamentari: nel 1976 s'era sciolta Lotta Continua, prima ancora Potere Operaio era sceso in clandestinità, il '77 fu poi l'anno dei cortei, e sono persuasa - e non sono la sola a crederlo - che molti furono sottratti proprio da quei seminari alla lotta armata, come s'usava dire, e/o come minimo alla droga.
Non ho mai perso i contatti con "i fagiolini": così erano chiamati, all'epoca, con ironia sprezzante e come minimo "corporativa", nel circuito degli "addetti ai lavori" (cattedratici, psicoanalisti freudiani, e persiuno qualche junghiano) i seguaci più fedeli dello psichiatra "rivoluzionario": tra i quali però si annoveravano artisti famosi come Marco Bellocchio e, per un certo periodo, mi sembra, anche Bernardo Bertolucci....
Cura, formazione, ricerca. Sono queste le tre parole che costituiscono i pilastri della Scuola Romana di Scienza della Psiche ed Analisi Collettiva aperta da Massimo Fagioli in un locale di sua proprietà a Trastevere nel 1981. La Scuola è improvvisamente tornata a fare notizia per l'esplosiva appassionata contaminazione con la politica, nell'assemblea organizzata a Villa Piccolomini dalla libreria "Amore e Psiche", ospiti d'onore Pietro Ingrao e Fausto Bertinotti. Tema dell'incontro la non-violenza per la prima volta assunta come impegno politico da due leaders che hanno alle spalle una parte della storia della sinistra italiana.
"Sia la non-violenza l'inizio di questa costruzione di un sogno", conclude tra gli applausi Fausto Bertinotti. Ma non ci sono soltanto applausi... Mi hanno appena consegnato il libro dove sono registrate le fasi salienti dell'assemblea. Ad una prima scorsa delle 157 pagine, direi che entrambi i leaders hanno fatto, davanti a quella platea che Bertinotti ha definito "competente e attenta", una gran professione di umiltà.
Ficcanti, tra le altre, le domande di Giulia Ingrao: che chiede di "andare oltre", e di superare, anche nella politica, la scissione sempre proposta tra realtà materiale e realtà psichica". Ma già nel lontanissimo 1924, Antonio Gramsci, scrivendo a Giulia Schucht, di cui si era innamorato, rifletteva: "Quante volte mi sono domandato se legarsi a una massa era possibile quando non si è mai voluto bene a nessuno.... Se era possibile amare una collettività se non si era amato profondamente delle singole creature umane... Non avrebbe ciò isterilito e ridotto a un puro fatto intellettuale la mia qualità di rivoluzionario?"

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Adele Cambria, il 20 gennaio del 1978, aveva pubblicato sul Giorno di Milano un articolo intervista su Massimo Fagioli e l'Analisi collettiva.
Lo ri-pubblichiamo qui di seguito, per chiunque avesse la curiosità di leggerlo (o di ri-leggerlo):

IL GIORNO - Venerdì 20 gennaio 1978
La psicoanalisi da privilegio per pochi ad attività terapeutica di gruppo
Freud non è più lusso
di Adele Cambria
I giovani della nuova sinistra, in rottura con la psichiatria tradizionale, si riuniscono sempre più numerosi a Roma intorno a un transfuga della Società Psicoanalitica Italiana, il professor Massimo Fagioli - L'analisi non si fa più individualmente, è una ricerca collettiva degli equilibri perduti - Terapia scientifica o psicodramma? - Parla il promotore del nuovo movimento
"Si potrebbe dire - scriveva Gramsci nei "Quaderni del carcere" - che l'inconscio incomincia solo dopo tante decine di migliaia di lire di rendita". Insomma, per Gramsci l'inconscio ce l'avevano i ricchi, i poveri no. Problemi di lusso, quindi, i problemi dell'inconscio, e già Lenin del resto nelle sue conversazioni con Clara Zetkin (1921), s'era riferito alla psicoanalisi come a qualcosa che "fiorisce con esuberanza sul terriccio della società borghese".
Dopo sessant'anni, oggi nessuno potrebbe sostenere quelle tesi. Il bisogno di investigazione di sé, si conoscenza e di aiuto è diventato, se non bisogno di massa, certo una domanda che avanza e si fa drammatica, specie tra i giovani e le donne; le risposte istituzionali sono largamente inadeguate: da una parte, e nei casi più gravi, la psichiatrizzazione (manicomio o clinica per malattie mentali) e dall'altra psicofarmaci più o meno rimborsati dalle mutue, qualche CIM (Centro di Igiene Mentale) assediato da richieste cui non può rispondere, e le sedute di analisi individuale, inabbordabili da chi, pur proletario o proletarizzato (operai, disoccupati, studenti, donne), l'inconscio che l'ha, ma non ha i soldi per occuparsene. Nel silenzio delle istituzioni nascono allora i gruppi, più o meno spontanei, più o meno "selvaggi", in cui la gente si aggrega e parla di sé.
Come esempio e campione, traverso il quale svolgere questo primo tema, mi pare cronisticamente corretto scegliere una realtà terapeutica che emerge, nel paesaggio a volte confuso della "analisi di gruppo", con caratteristiche non ordinarie. Alcune di esse sono percettibili, per così dire, ad occhio nudo: la gratuità assoluta e il numero dei partecipanti, complessivamente valutabile a circa seicento persone, divise in tre gruppi, che si riuniscono in tre giorni diversi della settimana, con lo stesso analista. La qualità dei partecipanti pur non essendo esclusiva di questa situazione è, qui, sottolineata da una forte omogeneità; è quello che, a partire dal febbraio scorso, si definisce come il "Movimento", a formare la popolazione di base in questa sede (una piccola aula dell'Istituto di Psichiatria dell'Università di Roma, diretto dal professor Giancarlo Reda). È dunque la folla giovanile - maschi e femmine - diventata protagonista, anche drammaticamente, della scena politica italiana negli ultimi dieci mesi.
Su questo strato di fondo si innestano poi iscritti al PCI (ma sempre giovani), molte donne, alcuni medici (non soltanto psichiatri o psicoanalisti) qualche "nome" del mondo dello spettacolo, ovviamente più politicizzato (il regista Marco Bellocchio, la sua compagna, l'attrice Gisella Burinato).
Fin qui gli elementi esteriori che pure distinguono questo gruppo dagli altri. Gli elementi invece più profondi di diversità sono da rintracciare nella persona dell'analista, Massimo Fagioli, e nel fatto che in questa sede si sperimenta una teoria che Fagioli rivendica come originale. Qui non si fa analisi secondo Freud, Jung, Lacan, ecc.. o attraverso una miscellanea di teorie e pratiche diverse: si fa analisi secondo quanto è scritto nei testi di Massimo Fagioli, che sono tre: "Istinto di morte e conoscenza", "Psicanalisi della nascita e castrazione", "La marionetta e il burattino".
Per capire serve intanto sapere chi è Massimo Fagioli. Buon rieducatore o guru?
Professionalmente ha tutte le carte in regola, Medico psichiatra, prime esperienze "manicomiali" a Venezia e quindi a Padova, primi tentativi (metà degli anni Sessanta) di gestione diversa del manicomio, poi trasferimento in Svizzera, nella clinica dell'antropsichiatra Ludwig Binswanger, dove vive per un anno in una comunità terapeutica (malati di mente, medici, infermieri).
Tornato in Italia costituisce egli stesso una comunità di questo tipo, ed incomincia a fare analisi didattica con il freudiano Nicola Perrotti. Ammesso nella Società Psicoanalitica Italiana (Spi), esercita la professione privata, e comincia ad elaborare le teorie oggi contenute nei suoi testi, attraverso le quali si pone come "eretico" rispetto a tutt'intera la tradizione e la prassi psicoanalitica (con l'esclusione parziale di Wilhelm Reich, come l'unico che abbia tentato la saldatura tra psicoanalisi e politica).
Scrive "Istinto di morte e conoscenza" e nel cerchio chiuso dei freudiani ortodossi viene allora considerato un talento; Franco Fornari, tra gli altri, parla di "scoperta" nella psicoanalisi (Congresso di Vietri 1971). Dal momento in cui il libro è pubblicato sopravviene l'ostracismo: nel febbraio del 1976 lo si costringe ad uscire dalla Spi. Già alla fine del '75, però, erano incominciati i suoi seminari.
Sentiamo, adesso, ciò che dice Massimo Fagioli.
Si può essere psicoanalisti e non freudiani (né junghiano, né lacaniani)?
«Non è nuova la psicoanalisi, è nuovo Freud. Così come non era nuova l'America, era nuovo Colombo". Questo lo scriveva il romanziere Arthur Schnitzler, nel primo decennio del secolo. Oggi, a quarant'anni dalla morte di Freud, si può e si deve dire la verità: non era nuovo neanche Freud. La psicoanalisi è sempre esistita: è esistita in Shakespeare, nella tragedia greca. Si tratta di tradurre in scienza, utilizzabile da tutti, ciò che per gli artisti è intuizione».
Ci sono alcuni concetti-chiave della teoria che tu hai formulata, e che pratichi nei gruppi di analisi collettiva. Essi sono, mi pare, quelli di "Istinto di morte, fantasia di sparizione, inconscio mare calmo, investimento sessuale", tutto un meccanismo, se ho capito bene, che si mette in moto nell'istante della nascita e poi, ancora, "invidia e bramosia". Puoi spiegare di che si tratta?
«Dell'istinto di morte Freud ha parlato tardi, nel 1920: ma, oltre ad essere stato preceduto, su questo argomento, almeno da due dei suoi allievi, Adler e Steckel (il "furto", in Freud, è sempre presente), c'è da dire che, ancora una volta, non si inventava nulla: l'istinto di morte appartiene al nichilismo russo, si profila già nell'Ottocento. Per me istinto di morte, non è necessariamente, tendenza negativa, distruttività: è piuttosto la prima pulsione del neonato a tornare da dove è venuto, nell'utero materno...»
Ma perchè, nascendo, si dovrebbe avere voglia di tornare indietro? Perchè dare per scontata questa situazione di "pessimismo esistenziale"?
«È una questione di pura e semplice sopravvivenza: Il contatto con la realtà esterna, la realtà inanimata (luce, freddo, ecc.) è ostile al bambino, che finallora se n'è rimasto immerso beatamente nel liquido amniotico.
Il contatto sessuale, stabilito attraverso la cute, con il corpo della madre, produce nel bambino appena nato, il ricordo di ciò che io chiamo inconscio mare calmo. Il meccanismo della nascita è il seguente: il bambino nasce e in lui opera immediatamente l'istinto di morte, come pulsione a ritornare nel ventre della madre: per sopravvivere, egli ha bisogno di annullare la realtà esterna, ostile, che lo circonda (fantasia di sparizione): però, nello stesso momento, si forma in lui il ricordo dell'inconscio mare calmo, e il bambino, esprimendo la propria libido, cerca un investimento sessuale nel rapporto umano: cerca la madre, il seno materno.
Se questo primo rapporto fallisce, fallisce anche l'uomo come essere sociale (secondo la definizione di Marx). Quindi depressione, schizofrenia, ecc.
Ma con questa teoria non ti pare di rafforzare la pressione che l'intera cultura dominante (maschile) ha fatto fino ad oggi sopra la donna, responsabilizzando soltanto lei dell'eventuale infelicità del figlio? L'inconscio mare-calmo, il seno materno ... Tutto dipende da noi, l'aborto - come del resto aveva scritto Pasolini - è un'aggressione all'Eden pre-natale, al tuo, quindi, "inconscio mare calmo..." O no?
L'aborto è comunque un fallimento, ma il rapporto col corpo della madre è qualcosa che si stabilisce gradualmente - non prima, senza dubbio, del 180esimo giorno dal concepimento - e, ci tengo a sottolinearlo, ha importanza soltanto dopo la nascita del bambino. In questo, davvero, siamo tutti uguali, e tutti, quindi, potenzialmente felici , al contrario di ciò che diceva Freud, perchè tutti disponiamo di un identico inconscio-mare-calmo, al sicuro da qualsiasi aggressione, anche dalle eventuali nevrosi delle madri incinte...»
E il rapporto col seno materno, come primo rapporto da cui dipenderanno tutti gli altri?
«Non è importante che la madre allatti, è importante l'investimento sessuale della madre nei confronti del figlio: perciò una maternità felice è soltanto quella della donna realizzata sessualmente, che conosce il piacere del proprio corpo, che gioca col proprio corpo e con quello del bambino».
"Invidia, bramosia, frustrazione positiva" sono altre nozioni portanti della tua teoria. Che significano?
«L'invidia non ha niente a che fare col desiderio, come diceva Freud. Ha a che fare con l'odio: la bramosia è il voler introiettare l'altro, mangiarlo, divorarlo: amore come possesso e distruzione, e quindi non-amore. La frustrazione positiva è invece un atteggiamento da assumere da parte di chiunque voglia, o debba, "fare l'analista" nei confronti di un altro: e significa saper dire no all'altro, nel suo stesso interesse. Esempio: quando il bambino infila le dita nella presa di corrente, tu lo strappi via dal pericolo; lo fai nel suo interesse, e gli dimostri, così, di avere interesse per lui».
Tu infatti l'adoperi nei tuoi gruppi di analisi collettiva; qual è l'obiettivo di questa attività?
«L'analisi ha sempre come obiettivo la cura della psiche; è la trasformazione della psiche, che sottintende, nella maggior parte dei casi, la cura di essa. L'analisi è: interpretazione (strumento) - trasformazione (obiettivo) - cura (effetto)».
Che significa per te "interpretazione"?
«Significa che io, analista, debbo interpretare, cioè rendere esplicito il significato di ciò che tu mi porti in analisi: sogni, associazioni di idee, fatti tuoi, ecc.»
Ma questo rigore - interpretare e basta, non dar consigli, non intervenire - non è in contraddizione con la tua polemica contro gli analisti che ascoltano, tacciono e intascano l'onorario del paziente?
«Ma quelli non ascoltano neppure. Ricevono telefonate, pensano ai fatti proprio. Fanno, insomma, fantasie di sparizione sulla persona che hanno davanti. E questo succede perchè l'analista, spesso, è più malato del paziente: malato di invidia, di bramosia, di istinto di morte/annullamento. L'analisi buona è quella che realizza interamente il rapporto umano, per incominciare, tra analista ed analizzando...»
Un altro dogma freudiano che tu stai abbattendo è quello del pagamento. I tuoi gruppi sono gratuiti. Allora non è vero quello che diceva Freud che, se non si paga, l'analisi non funziona, non riesce?
«Il fatto del pagamento ha attinenza con la cura soltanto quando il rifiuto di pagare - se se ne hanno i mezzi - esprime la bramosia del paziente nei riguardi dell'analista. Se tu guadagni tre milioni al mese, e mi vuoi dare mille lire a seduta, questa tua bramosia va frustata, e me ne devi dare venti. Nella società di domani, comunque, l'analista dovrebbe essere retribuito dalla collettività e quindi, gradatamente, scomparire».
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Marco Bellocchio sul New York Post

NEW YORK POST online edition
THE FILM YEAR IN REVIEW
By V.A. MUSETTO
December 26, 2004

'TIS the season to rank the year's best movies. While lists are supposed to cover the entire year, they usually end up containing just major movies released after Thanksgiving.
Cine File, as usual, strives to be different.
Here are his favorite films (big or small) of 2004, in alphabetical order, going all the way back to January.

[...]

* "Good Morning, Night": Italian auteur Marco Bellocchio's stunning, fictionalized account of the kidnapping and murder of Prime Minister Aldo Moro by Red Brigade terrorists in 1978. Screened at BAM in March, it deserves a release here in 2005.

[...]
[è l'unico film italiano compreso in questa lista
di una decina di titoli in tutto. ndr]

OMS: Chronic Fatigue Syndrome
sindrome da stanchezza cronica

Repubblica 27.12.04
Negli Stati Uniti colpisce 500.000 persone, in Italia più di centomila. Una malattia provocata da "stanchezza cronica": ne soffrono soprattutto le donne

Giovani, colti e in carriera stanchissimi senza motivo
Le cause sono sconosciute, anche se si suppone che c'entri lo stress e il superlavoro. Ma il fenomeno continua a crescere in tutto il mondo occidentale
Dieci anni fa vennero riconosciuti i sintomi della nuova malattia. Che ora viene classificata dall'Oms come una vera entità clinica
EMILIO PIERVINCENZI

ROMA - Non si conosce con certezza quante persone colpisce. Ma si sa che ne colpisce tante. Solo in Italia, da 100 a 200mila (circa mezzo milione negli Stati Uniti). Non si conosce la causa scatenante, né - quindi - la cura. Non si ha nemmeno un quadro clinico esatto né una «radiografia» epidemiologica. Perfino il nome, di questa ancora misteriosa malattia, sa un po' di Cagliostro: Sindrome da stanchezza cronica. Quanti di voi ne hanno sentito parlare (a parte chi ne è colpito)?
Eppure il fenomeno continua a crescere, dice il professor Umberto Tirelli, il solo italiano che ad Atlanta, Stati Uniti, nell'ormai lontano 15 dicembre 1994, partecipò alla stesura della nuova e attuale definizione della malattia. E solo da allora l'Organizzazione mondiale della sanità considera la Cfs (Chronic Fatigue Syndrome)un'entità clinica. Dieci anni, da allora, ma nulla è cambiato. O, meglio, sono cambiati i numeri. «Diciamo che allora non se ne sapeva niente e che ora la malattia emerge perché si hanno maggiori informazioni sanitarie e sociali. E il quadro che ne esce è francamente preoccupante, perché si intreccia con l'evoluzione della nostra società, che va verso situazioni sempre meno sopportabili di stress, il super lavoro, la non capacità al riposo e in questo quadro si inserisce un ruolo sempre più dominante e centrale delle donne». Donne, che c'entrano le donne? «Perché - spiega Tirelli - le donne rappresentano il 70% dei malati da sindrome di stanchezza cronica».
E allora facciamo un passo indietro. Gli americani, che spesso in medicina e scienza sono invece un passo avanti, la malattia l'hanno ribattezzata «influenza dello yuppy». Definizione generica, ma significativa. Lavorare troppo stanca? Si insinuano battute, rispunta l'elogio della lentezza, scatta la voglia di riscatto dei cinquantenni, che si sentono il fiato sul collo dei rampantissimi - e certamente più guizzanti - trentenni. Infatti la Cfs, che colpisce sovente dopo un´influenza o comunque un calo delle difese immunitarie, aggredisce persone di cultura medio-alta, soprattutto donne bianche tra i 30 e i 40 anni, è del tutto assente negli ultra sessantenni. Se di malattia sociale si tratta, è una malattia da alta società.
I racconti di chi è stato colpito si assomigliano un po' tutti, quello che muta è la gravità della sindrome. «Sono sempre stata una donna molto attiva, facevo ginnastica, consumavo tanta cultura. Ma ecco che un giorno ho dovuto lasciare lo sport, mi sono ritrovata a non utilizzare i biglietti per il teatro che avevo già. E quando arrivavo a casa, la sera dopo il lavoro, non avevo più nemmeno la forza di togliermi il cappotto. Me ne stavo sdraiata sul divano, a guardare davanti a me e a domandarmi: ma che succede?»: così spiega Teresa Arnanz, 41 anni, Madrid, al «Pais». In Spagna sono preoccupati. I malati accertati di Cfs sono circa centomila, così la settimana scorsa le varie associazioni di pazienti si sono riunite nell'ospedale universitario «La Princesa» per discutere un documento che definisca le necessità socio-sanitarie dei pazienti, tenendo presente che l'anno prossimo sarà avviato all'Istituto Carlos III un gruppo interdisciplinare per lo studio della Sindrome da fatica cronica.
In Italia siamo ancora un po' indietro, anche se i numeri sono perfino più preoccupanti di quelli spagnoli. E anche se già ai tempi di Ippocrate (337 a.C.), considerato il padre della medicina, venivano descritte situazioni cliniche caratterizzate da «febbricola e fatica persistente di origine non precisata», e se e ora si tendono ad accostare casi di Cfs ai militari che parteciparono alla Guerra del Golfo del '91, visto che anch'essi presentano un quadro sintomatologico simile, la Sindrome da fatica cronica resta un mondo tutto da scoprire. «Si pensa - spiega Tirelli - che la stanchezza e lo stato di spossatezza che quei militari avvertono sia dipeso dal grande numero di vaccinazioni cui sono stati sottoposti, che hanno pesantemente coinvolto il loro sistema immunitario. Ma anche qui siamo ancora nel campo delle ipotesi».

sinistra?
consueta complicità dell'attuale direzione ds con i criminali del Vaticano

Repubblica 27.12.04
Papa Wojtyla on line per i Ds

ROMA - Natale con Giovanni Paolo II per la Quercia. Sul sito dei Ds campeggia la foto del papa con il testo integrale del messaggio di Wojtyla per la celebrazione mondiale della pace. Titolo: "Il male non si vince con il male". Per gli auguri del 2005, il sito sceglie invece una citazione dal poeta francese Apollinaire: "Ora è arrivato il tempo di riaccendere le stelle".

tsunami

Repubblica 27.12.04
Paradiso e povertà
di FEDERICO RAMPINI

[...]
Lo scienziato Waverly Person, del centro nazionale di informazioni sui terremoti presso lo Us Geological Survey, ha dichiarato: «La maggior parte delle persone poteva essere salvata, se le regioni colpite avessero avuto un sistema di misurazione delle onde e di allerta sull'arrivo degli tsunami». La scienza della previsione dei terremoti deve fare ancora molta strada per proteggerci efficacemente. Ma anche in assenza di previsioni affidabili, la prevenzione dei danni ha fatto progressi immensi, e dà risultati importanti anche se il sisma colpisce all´improvviso e senza preavviso. Il Giappone è il modello esemplare di un paese soggetto a terremoti e maremoti, che da anni riesce a mantenere bassissimo il livello delle vittime. Questo non succede per caso.
È la conseguenza degli investimenti nelle tecnologie antisismiche, insieme con i dispositivi di allerta rapida e i periodici addestramenti alle evacuazioni. Per la notevole distanza percorsa dalla muraglia delle onde - dall'epicentro di Sumatra fino alle coste più lontane - nella notte fra il 25 e il 26 dicembre c'era il tempo per avvistare il mortale tsunami e lanciare l´allarme. Anche pochi minuti possono bastare per una fuga lontano dalla spiaggia, e quindi per salvare tante vite umane. È sconcertante pensare alla concentrazione di tecnologie moderne che si addensa ormai su quelle isole: quanti telefonini gsm e satellitari, quanti computer portatili, quanti modem per i collegamenti Internet perfettamente funzionanti nei resort di lusso sulle spiagge di Phuket, delle Maldive o dello Sri Lanka. E nulla del nostro progresso tecnologico è rimasto depositato, a vantaggio di quelle zone, sotto forma di investimenti per la sicurezza e la protezione della vita umana.
[...]

Margherita Hack vs Antonio Mazzi

da ateismo@yahoogroups.com
Margherita Hack vs Antonio Mazzi
di Marcus Prometheus

«Non so quanti di voi hanno dato un occhiata alla trasmissione di Piero Chiambretti su La7, Markette, ieri sera Mercoledi 22 (replica di una puntata di novembre). Invitato a parlare di un suo libro don Mazzi è stato la vittima sacrificale di se stesso, e di quel modo di pensare che contraddistingue la chiesa cattolica e i farabutti come lui. Per farvela breve, dopo aver discusso con Chiambretti sulle apparizioni tv del nostro e di altri personaggi analoghi, il colpo di scena. In collegamento appare la Prof.ssa Hack; Chiambretti, conoscendo bene la nostra, gli chiede se per lei esista l'altro mondo.La Hack dice che non solo l'atro mondo non esiste,ma che non esiste l'anima e che dio e' un'INVENZIONE dell'uomo per la paura che questi aveva ed ha della morte! Il furbo, saccente, impostore, don Mazzi interviene e comincia a dire che la Hack rifiutando dio, non sarebbe capace di provare quei nobili sentimenti che un buon cristiano prova nella sua comunione con il macellaio di Sodoma e Gomorra. La Hack, anche un po' complice Chiambretti (voto 10), non lo lascia nemmeno finire che decisa e un po "incazzata" gli risponde per le rime: "Io credo nella Liberta', nella Giustizia, nella Solidarieta', ma di certo non c'e' bisogno di credere in un dio per esserne consapevoli" [...] E don Mazzi direte voi? Il nostro inutile omuncolo, sanguinava copiosamente come il suo padrone sulla croce, abbassando la testa come si conviene ad un servo del dio padrone, tante erano state le bastonate, randellate, mazzate che aveva ricevuto in poco meno di cinque minuti».

una mostra a Roma
«i colori degli antichi»

Repubblica 27.12.04
UNA MOSTRA SULLA POLICROMIA DELLE STATUE ROMANE
I COLORI DEGLI ANTICHI
DI GIUSEPPE DELLA FINA

«Il colore contribuisce alla bellezza, ma non è la bellezza» e ancora «un bel corpo sarà allora tanto più bello quanto più è bianco». Tali affermazioni si trovano nella Storia dell'arte dell'antichità di Johann Joachim Winckelmann e sono alla base di come abbiamo immaginato e continuiamo ad immaginare la scultura antica e, attraverso di essa, gli ideali di bellezza del mondo greco-romano. Ma, in buona parte, ci troviamo di fronte ad un equivoco: i Greci e i Romani non apprezzavano il bianco, ma al contrario la policromia.
Ora il tema è riproposto, alla luce di nuove indagini portate avanti ricorrendo a tecniche fotografiche a luce radente e a luce ultravioletta nonché ad analisi chimiche e mineralogiche, nella mostra I colori del bianco. Mille anni di colore nella scultura antica allestita all'interno dei Musei Vaticani (sino al 31 gennaio 2005). L'esposizione, curata da Paolo Liverani, illustra i risultati delle ricerche condotte nei laboratori degli stessi Musei Vaticani, della Gliptoteca di Monaco e della Gliptoteca Ny Carlsberg di Copenaghen.
La nostra attenzione si può soffermare su alcune delle antichità esposte, quali, ad esempio, la celebre Kore con il peplo e l'ancora più noto Augusto di Prima Porta, vale a dire su due statue databili rispettivamente intorno al 520 a. C. e in epoca augustea e quindi molto lontane cronologicamente e stilisticamente l'una dall'altra.
Le indagini hanno mostrato che le due opere erano in origine policrome, la ricostruzione della policromia della prima ha portato addirittura a rivederne l'interpretazione: sappiamo ora che ci troviamo di fronte non ad una fanciulla, ma ad una dea, ad Atena o, forse, ad Artemide. Le tracce del colore individuate mostrano infatti che la figura femminile indossava una sopravveste, l'ependytes, insegna del potere.
Il confronto diretto tra l'originale dell'Augusto di Prima Porta e una sua copia realizzata per l'occasione e policroma è ai nostri occhi «neoclassici» quasi sconvolgente, ma assai istruttiva dell'uso che si faceva della colorazione. La corazza, ad esempio, è lasciata bianca per consentire l'enfatizzazione delle scene, rese a colori, che la decoravano: si riferivano ad un avvenimento al quale l'imperatore attribuiva grande rilievo, ovvero la restituzione a Marte delle insegne militari di cui i Parti si erano impadroniti nella battaglia di Carrhae, una delle pagine più nere per la storia militare di Roma.
L'uso del colore andò ben oltre l'età di Augusto e lo testimonia bene un sarcofago, restaurato appositamente per la mostra, databile attorno al 300 d. C.: la fronte presenta il Buon Pastore e un'articolata scena pastorale. Su di esso si notano pennellate di rosso, di azzurro e di giallo, ma soprattutto una doratura di molte delle sue parti come il vello degli agnelli.

la "teoria" cattolica in breve
in che cosa diversa dal freudismo?

La Stampa 27.12.04
L’OMELIA DEL CARDINALE
«Combattiamo quell’ateismo tutto nostrano»
Giuseppe Sangiorgio

Ha domandato il cardinale Severino Poletto: «Le polemiche sul Natale cristiano (ad esempio le critiche ai presepi, ndr) emerse in queste settimane, non vi sembrano rivelatrici di un nostrano ateismo serpeggiante che può spingere qualcuno a prendere a pretesto una sua sensibilità e rispetto verso persone di altre religioni per mascherare le proprie chiusure nei confronti di Dio e di Gesù Cristo?».
Un interrogativo che l’Arcivescovo ha posto ai fedeli all’omelia, durante la Messa di Mezzanotte, celebrata in Duomo. Un’occasione per riflettere e far riflettere. E il Cardinale l’ha voluto sottolineare. Affermando: «Poniamoci seriamente questa domanda di fondo: senza Dio Creatore, Padre e Salvatore, quale idea di uomo riusciamo a proporre, quale società riusciamo a costruire? La storia dell’umanità è una prova che, se è vero che talvolta si è strumentalizzato Dio per propri fini di egoismo e di prepotenza sugli altri, è altrettanto vero che, quando si cancella Dio, l’uomo in realtà cancella anche se stesso e diventa vittima delle proprie passioni. Le quali, quando prevalgono, finiscono col seminare distruzione su noi stessi e sugli altri»
[...]