venerdì 8 luglio 2005

LIBERAZIONE
una intervista a Marco Bellocchio sulla prima pagina di giovedì

una segnalazione di Gianluca Cangemi

Liberazione 7.7.05
Marco Bellocchio:
«Io laico, non violento»

Intervista all'autore che ha festeggiato a Pesaro i quarant'anni di carriera. Il suo rapporto con la politica. E con la religione presente anche nel suo ultimo film "Il regista di matrimoni", che non sarà pronto per Venezia
Davide Turrini

«Venti giorni fa ho votato quattro sì e l'esito negativo dei referendum non mi ha fatto arrabbiare: piuttosto mi ha arrecato notevole dispiacere. Sappiamo che la chiesa cattolica fa il suo lavoro. Semmai lo stupore deriva da gran parte di questa classe politica italiana che non può mai fare a meno della dipendenza dalla chiesa: non solo a destra ma anche a sinistra». Parole di Marco Bellocchio, 65 anni a novembre, 29 lungometraggi all'attivo, che ha festeggiato il quarantennale della sua carriera pochi giorni fa alla quarantunesima edizione del festival di Pesaro. Un'intera e completa retrospettiva delle sue opere e l'imminente conclusione delle riprese del nuovo film Il regista di matrimoni, sono diventati motivo di incontro e di confronto su una lunga, complessa e spesso contestata carriera di artista a tuttotondo.

Ci parli del suo ultimo lavoro, "Il regista di matrimoni": è un film sul cinema?

E' la storia di un regista, Sergio Castellitto, che va in crisi perché la figlia ha sposato un fervente cattolico catecumenale e perché gli tocca girare l'ennesima versione dei Promessi Sposi. ll regista si vuole liberare di questo rapporto umano: una serie di eventi inaspettati e l'incontro, in un paesino della Sicilia, con un uomo che guadagna da vivere girando filmini per i matrimoni, gli modificheranno la vita.

C'è qualcosa di voluto se dopo quarant'anni di carriera, il protagonista del suo ultimo film è un regista?

Assolutamente no, è tutto casuale. Il regista del film abbandona il set e la lavorazione della pellicola perché si è rotto le scatole e perché lì in mezzo a quelle persone, lui non conta niente. So che tireranno in ballo Otto e mezzo di Fellini, ma non c'entra nulla.

Le costa fatica fare ancora parte della categoria dei registi/autori?

Se io pensassi di non avere più nulla da dire farei qualcos'altro. Per ora i miei film nascono ancora da un'immagine, non da qualcosa che ti perseguita, perché non sono un romanticista, ma che ti occupa, che ti batte nella mente. Non ho mai pensato al pubblico, a far del bene agli altri nel fare film: voglio solo elaborare, rappresentare quello che ho in mente sviluppandolo e sapendo che fare cinema è molto faticoso e complesso.

Parliamo di quello che è l'anno che in molti definiscono di svolta nella sua carriera: il '77.

E' l'epoca in cui nasce un discorso di libertà personale, perché c'era stato come un inevitabile esaurirsi di tematiche che si fondavano soltanto sui grandi contrasti, quelli immortali, primo fra tutti all'interno della famiglia e poi in modo simile in varie istituzioni. Così per me è nata la necessità di ricercare nuove forme, nuove immagini, cosa che non elude lo scontro ideologico, ma che si occupa di un discorso di cambiamento dei rapporti tra me e il resto degli esseri umani. Nata come cura a partire dal '77, questa necessità è diventata nel tempo, qualcosa di più complesso, continuamente modificatosi soprattutto a partire da Il diavolo in corpo.

Rimane comunque forte un discorso sulle grandi ideologie e culture di questo paese (quella marxista e quella cattolica) sia ne "L'ora di religione" che in "Buongiorno, notte"…

Durante gli anni '70, c'era un'idea di giustizia che passava attraverso le idee del socialismo: l'idealizzazione di una società giusta senza troppo pensare a come sarebbe stata nella pratica. Era una sorta di speranza. Crollata l'ideologia marxista, che si è portata con sé il crollo di tutta la costruzione partitica di allora, in fondo si è affermato l'idealismo cattolico, il voler bene agli altri, il soccorrere i più deboli attraverso le forme che la religione impone. L'ora di religione è proprio una provocazione non solo verso i cattolici, per i quali c'è una certa coerenza in quello che credono, ma più che altro verso lo smarrimento del partito dei laici che non ha idee. Un vuoto spaventoso in cui le menti si sono smarrite e terrorizzate e per cui il richiamo di un ordine, di una certezza ultraterrena, è diventata una possibilità che ha trovato un terreno fertilissimo.

Ha però messo il conflitto sociale in secondo piano?

Lo scontro a livello sociale nei miei film non è assente. Certamente non è molto interessante per me, anche se lo rispetto e lo trovo necessario. L'artista fa una sua scelta, segue strade interiori, un discorso che nella maggior parte dei casi ha portato all'accomodamento con il reale a cui io non credo. Il passaggio è verso forme non più violente: L'ora di religione in fondo ratifica che il matricidio inteso ad emblema non è una strada percorribile perché non porta a niente o porta solo a reiterare la propria follia, mentre 40 anni fa aveva un altro senso.

Possiamo dire che da "Il principe di Homburg" in avanti è arrivato anche un vero e proprio interesse del pubblico per il suo cinema?

Il mio linguaggio è diventato non dico più diretto, ma l'aspetto realistico in qualche modo ha permesso al pubblico più grande di orientarsi.

Con "Il regista di matrimoni" non riesce proprio ad andare a Venezia…

Manca ancora una settimana di riprese per via dell'assenza di Castellitto. Se c'era il tempo non avevo nulla in contrario, ho grande stima per Muller e non c'è stata nessuna frattura col festival. E poi Venezia è anche un appuntamento liberatorio: se vai lì il film esce immediatamente.

Ha detto tempo fa che non si sente un riconciliato, ma un ribelle che oggi sceglie una lotta senza spargimento di sangue, non credendo più che la sola rabbia possa portare al cambiamento…

E' vero, la rabbia è come quella poesia che ci insegnavano da bambini "E' in tutto una nota sola e quella ancora imperfetta, ah come cinguetta". La rabbia può essere estremamente feroce e violenta, però è di scarsa dialettica. C'è bisogno di maggiore complessità che però non deve rinunciare alla rabbia, ma al delitto sì. Mentre nel '65 io ero Lou Castel ora io non lo sono più.

sinistra
Prc e Fausto Bertinotti verso le primarie

L'Unità 8 Luglio 2005
Bertinotti alle primarie senza metà partito
Comitati di sostegno senza falce e martello per il leader
E la scelta non piace: si perde l’identità

di Simone Collini

LE PRIMARIE, Fausto Bertinotti, le sta prendendo sul serio. Talmente sul serio che se al vertice dell’Unione di lunedì venisse confermato che la consultazione si farà l’8 e 9 ottobre (non tutti nella coalizione ne sono convinti), il segretario di Rifondazione Comunista è pronto a far spostare di una settimana il congresso del Partito della sinistra europea, di cui è presidente, in calendario ad Atene proprio per quel fine settimana. Talmente sul serio che va avanti anche se ha metà partito contro, essendo tutte le minoranze interne del parere che le primarie «rafforzano la negativa tendenza alla personalizzazione in politica» (Claudio Grassi, l’Ernesto), «accentuano gli aspetti più estremi del bipolarismo e del maggioritario» (Luigi Malabarba, Sinistra critica) e, come non bastasse, «assicurano a Prodi l’investitura presidenzialista che richiede per realizzare il programma di Confindustria» (Marco Ferrando, trotzkista doc). Talmente sul serio, Bertinotti, sta prendendo le primarie da arrischiarsi a uno strappo senza precedenti: mettere la faccia accanto a un simbolo senza falce e martello.
L’idea su cui si sta lavorando a via del Policlinico è quella di far nascere dei comitati di sostegno alla candidatura che si presentino slegati da Rifondazione comunista. Via, allora, il simbolo tradizionale. Sarà invece sottolineata anche graficamente, altra svolta non da poco per un politico che non è mai stato coalizionale, l’appartenenza all’Unione. «Deve essere chiaro che non saremo noi a far cadere Prodi, che dal ‘98 è passato un secolo e che stiamo saldamente nell’Unione»: questo, spiegano nell’entourage del segretario, è uno dei messaggi che dovrà passare con le primarie.
L’obiettivo più immediato dell’operazione è quello di pescare, in questa consultazione, oltre l’elettorato tradizionale del Prc. Quello a più lunga scadenza è di presentarsi come il leader non solo di un partito, ma dell’intera area della sinistra alternativa. Non a caso, da quando si è fatta più concreta l’ipotesi che Verdi, Pdci e la Camera di consultazione di Asor Rosa si presentino uniti al proporzionale nella lista Arcobaleno, dal Prc è partita una serrata critica contro quelle che il braccio destro del segretario Franco Giordano bolla come «decisioni prese dall’alto», «scorciatoie organizzative», «convulsioni autoreferenziali».
Nell’operazione pianificata da Bertinotti, un ruolo non secondario lo dovrebbe giocare Pietro Folena che, lasciati i Ds, ora siede come indipendente nei banchi del Prc alla Camera. Uniti a Sinistra, la «rete» che nelle intenzioni di Folena e degli altri promotori dovrebbe mettere in contatto e mobilitare «la vasta area di realtà di persone singole e collettive che non si sente rappresentata da nessuna forza politica», potrebbe svolgere il ruolo di cerniera tra il partito e il mondo dei movimenti e delle associazioni, convogliando consensi sula candidatura di Bertinotti.
Anche se il segretario del Prc ribadisce in ogni occasione che primarie e costruzione del programma sono due cose separate, durante la campagna avanzerà le posizioni che Rifondazione porterà al tavolo dell’Unione: chiusura dei Cpt, abrogazione della legge 30, della Moratti e della Bossi-Fini, attacco alla rendita. «La parola patrimoniale non la pronuncerà neanche», assicurano i suoi, «per evitare polemiche e strumentalizzazioni, ma i contenuti sono quelli».
Pochi, forse nessuno, i comizi in piazza. Calcolando che non andranno a votare chissà quanti milioni di persone, Bertinotti punterà a mettersi in contatto con chi parteciperà alla consultazione, e ha già fissato in agenda incontri con cassintegrati, comitati contro le discariche, associazioni radicate nel territorio, soprattutto nel meridione. Poi, il 24 settembre, il gran finale al Palalottomatica di Roma. L’obiettivo è riempirlo, e per raggiungerlo in via del Policlinico hanno già contattato personalità italiane e straniere della galassia movimentista. «Sempre che non lo arrestino prima - scherzano nella sede del Prc - dovrebbe partecipare anche José Bové».
Se sulla carta tutto è pianificato, la candidatura di Bertinotti potrebbe scontrarsi con il malcontento delle minoranze. Se già prima la voglia di partecipare alla consultazione era poca, l’idea di far nascere i comitati sotto un simbolo senza falce e martello certo non invoglia trotzkisti e grassiani. «Senza programma, sfumate le identità - dice Malabarba - rischiamo di essere di supporto a una leadership, quella di Prodi, che non fa i conti con i contenuti della sinistra radicale». E se per Grassi «è inevitabile in questa logica delle primarie che si occulti l’identità per ampliare il consenso in altri settori», lo stesso leader dell’Ernesto, che al congresso di Venezia ha incassato il 25% dei consensi, avverte preventivamente il segretario, nel caso in cui quello di oggi fosse solo il primo passo di una più vasta operazione: «Dentro Rifondazione, chi proponga la cancellazione della falce e del martello dal simbolo del partito è destinato ad andare sotto».

preti cattolici
...se li conosci li eviti /2

La Stampa 8.7.05
ALTRE PERSONE COINVOLTE NELL’INCHIESTA SULLA RETE DI PROSTITUZIONE OMOSESSUALE MINORILE
Perizia psichiatrica per don Giaccardi
Chiesta dalla difesa del prete
Gianni Scarpace

MONDOVÌ «E’ bastato fornire un numero di telefono in modo ingenuo a un uomo di cui non sospettavo nulla per mettermi nei guai, ma confido nel fatto che la magistratura capisca che io, in questa brutta storia, non c’entro nulla». Parla uno dei due cuneesi coinvolti nella vicenda giudiziaria che ha portato all’arresto di don Renato Giaccardi, il sacerdote di 43 anni accusato di sfruttamento, favoreggiamento e induzione della prostituzione ai danni di minorenni.
E’ il monregalese G. C., 40 anni, parrucchiere di Mondovì, accusato, in questa fase istruttoria della vicenda giudiziaria, di concorso in favoreggiamento alla prostituzione. L’uomo è già stato interrogato dal gip Luigi Acquarone. Ha spiegato la sua posizione e soprattutto il suo rapporto con il sacerdote, che adescava i minorenni promettendo denaro, dolci e ricariche telefoniche in cambio di attenzioni particolari. «La posizione del mio cliente - spiega l’avvocato Elio Botto, di Mondovì - è stata chiarita in seguito alle dichiarazioni rese in interrogatorio. E’ emersa la sua estraneità rispetto ai gravi e infamanti fatti che gli vengono addebitati. Anzi, a mio parere, è chiaro che nella vicenda il parrucchiere non ha commesso alcun reato. Il suo coinvolgimento è venuto a galla unicamente dalla sfortunata coincidenza di essersi imbattuto nel Giaccardi con un incontro e una frequentazione occasionale. Ignorava fosse un sacerdote, poiché non lo ha mai visto con la divisa sacerdotale o con segni del suo ministero. Tanto meno poteva immaginare che fosse implicato in vicende che coinvolgevano minorenni. Il mio cliente ha potuto dimostrare che l’unica azione che poteva essere equivocata a suo danno è rappresentata dalla consegna al sacerdote di un numero telefonico desunto da una rivista specializzata in annunci particolari a diffusione regionale. Si trattava di una coppia sconosciuta disponibile ad incontri, ma il mio cliente disconosce se quell’incontro si sia mai fatto». G. C. è stato messo agli arresti domiciliari per due giorni e poi rimesso in libertà.
«Non ho conosciuto e non ho mai visto - ha dichiarato il parrucchiere monregalese - alcun minorenne insieme a Giaccardi, né altri soggetti implicati. Quell’uomo mi chiedeva con insistenza di aiutarlo ad ampliare le sue conoscenze ed era sempre molto convincente, suadente, accattivante».
Dello stesso reato di favoreggiamento è accusato anche F. B., 25 anni, addetto di un centro sportivo cuneese. Anch’egli è già stato ascoltato dagli inquirenti, impegnati a terminare i colloqui con i minorenni coinvolti nella vicenda.
«Incaricherò un professionista per far compiere una perizia psichiatrica sul sacerdote indagato». A dichiararlo è il sostituto procuratore Riccardo Baudinelli, titolare dell’indagine. L’avvocato difensore Cristina Beccaria, di Mondovì, incaricherà a sua volta un tecnico per la controperizia. Don Renato si trova agli arresti domiciliari in uno degli istituti religiosi di cui era confessore.

crimini culturali
la storia degli Assiri: il governo iracheno-americano minaccia di cancellarla

Corriere della Sera 8.7.05
Una diga sul Tigri, sparirà l’antica Assur
La capitale degli Assiri rischia di finire sott’acqua. E’ uno dei siti archeologici più importanti al mondo
Viviano Domenici
LA CIVILTÀ Popolazione di lingua semitica, gli Assiri diedero vita a una civiltà millenaria in Mesopotamia Abili agricoltori, svilupparono una moderna rete commerciale
L’APOGEO Tra il X e il VII secolo a. C. l’esercito assiro conquistò i regni di Babilonia, Urartu, Fenicia, Palestina e arrivò a Tebe. Poi il rapido declino
Allarme rosso per uno dei siti archeologici più importanti del mondo: il governo iracheno ha deciso di costruire una diga sul fiume Tigri e il lago che si formerà sommergerà gran parte dei resti dell’antica Assur, la capitale degli Assiri. La notizia è stata data da John Curtis, uno dei responsabili del British Museum, da poco rientrato dall’Iraq dove ha visitato la zona che verrà interessata dai lavori. L’annuncio, pubblicato da The Art Newspaper, ha colto di sorpresa anche gli specialisti di civiltà mesopotamiche. «Sono sconcertato, ma non più di tanto - dice Giovanni Pettinato, assiriologo dell’Università La Sapienza di Roma, da anni impegnato nella decifrazione delle tavolette cuneiformi del museo di Bagdad -. Solo pochi mesi fa i nostri rappresentanti per i beni culturali in Iraq sono riusciti a bloccare un progetto simile, sempre sul corso del Tigri, che avrebbe sommerso i resti dell’antica Ninive. Evidentemente, la bocciatura ha spinto i promotori della diga a scegliere un altro obiettivo, col risultato che i danni saranno ancora più gravi. Mi domando se questa decisione sia davvero del governo iracheno o non sia piuttosto un "suggerimento" dei consiglieri internazionali».
Il motivo di questa enorme diga? L’Iraq avrebbe deciso di costruirla perché la vicina Turchia sta prendendo sempre più acqua dalla fonte del Tigri e molte aree del Paese sono a rischio siccità.
I resti della città di Assur si trovano su uno sperone roccioso che domina il Tigri e proprio sulla sommità di questa rocca naturale venne costruito il tempio del dio Assur (protettore della città che dette il nome al popolo e all’intera Assiria), la massima divinità degli Assiri. Il luogo, oggi chiamato Qalat Shergat, venne abitato fin dalla metà del terzo millennio avanti Cristo e nel XIV secolo a.C. la città divenne la capitale di un regno che si estendeva dall’Eufrate alle montagne dell’Iran. Solo nel IX secolo avanti Cristo, la capitale venne spostata a Kalakh (Nimrud), ma Assur mantenne il ruolo di principale centro religioso dell’impero assiro, tanto che i sovrani si fecero spesso seppellire nel luogo del grande palazzo reale ritrovato dagli archeologi.
I primi a occuparsi del sito di Assur furono gli archeologi tedeschi che iniziarono gli scavi nei primissimi anni del Novecento. Individuata la doppia cinta muraria che cingeva l’abitato situato nell’ansa del fiume, gli archeologi scavarono lunghe trincee attraverso tutto il sito riuscendo così a capire che i grandi palazzi e i templi erano quasi tutti situati nella parte settentrionale della città, in prossimità del fiume. Qui vennero infatti scoperte le tombe reali, il grande palazzo dei sovrani, il tempio di Ishtar dea della fertilità, una grande ziqqurat (piramide a gradoni), il tempio del dio Assur, quello di Shamash, dio del sole. La maggior parte dei reperti che vennero rinvenuti in quelle campagne di scavo sono ora conservati a Berlino. Missioni archeologiche tedesche sono tutt’oggi impegnate nella zona di Assur e, se il progetto della diga dovesse procedere, dovranno impegnarsi con tutte le loro forze per salvare il salvabile prima che le acque dell’invaso sommergano tutto.
La storia degli Assiri è suddivisa in tre periodi (Paleoassiro, 1950-1365 a.C.; Medioassiro, 1365-932 a.C.; Neoassiro, 932-612 a.C.), l’ultimo dei quali vide l’apogeo della potenza assira basata su una fitta rete commerciale e un potente esercito che conquistò i regni di Babilonia, Urartu, Fenicia, Palestina e si spinse fino in Egitto dove, nel 643 a.C., il re Assurbanipal (il Sardanapalo dei Greci) conquistò e saccheggiò la città di Tebe. Dopo questa vittoria, però, il sogno dei sovrani assiri di creare un impero universale venne infranto dagli eserciti dei Medi e dei Babilonesi che nel 612 invasero l’Assiria e distrussero Ninive. Con questa sconfitta gli antichi signori della guerra uscirono dalla storia, ma il loro sogno dell’impero universale sopravvisse e venne ripreso dai grandi re persiani e da Alessandro Magno, per poi sopravvivere tragicamente fino ai giorni nostri.
La potenza e la ferocia delle armate assire è splendidamente rappresentata nei bassorilievi rinvenuti a Ninive e a Nimrud, dove le pareti dei palazzi erano coperte da immagini di scene di guerra, sfilate di prigionieri, mucchi di corpi fatti a pezzi, città messe a ferro e fuoco. Vere immagini di propaganda destinate a celebrare la potenza dei sovrani assiri e impressionare gli ambasciatori stranieri che frequentavano i palazzi reali di Assur e Nimrud.
Ora, una diga minaccia i resti della loro più antica capitale, e di almeno altri cento siti archeologici nella stessa area. Per ridurre il danno, gli archeologi hanno proposto due soluzioni. Costruire un «cofano» protettivo che isoli dall’acqua l’intera Assur, ipotesi subito scartata perché troppo costosa; oppure ridurre la capienza del bacino artificiale. In questo modo Assur non verrebbe sommersa, ma secondo i responsabili del progetto una diga più bassa risulterebbe antieconomica.
La durata prevista dei lavori è di cinque anni. Ma c’è da sperare che le immense difficoltà che l’Iraq deve affrontare in questi tempi finiscano per dissuadere le autorità irachene - forse in combutta, secondo la supposizione dell’italiano Pettinato, con i loro «consiglieri» internazionali, da un simile progetto che cancellerebbe un tassello fondamentale della storia mesopotamica. Purtroppo l’esperienza ci dice che quando si sbandierano - più o meno legittimamente - esigenze economiche e sociali, il patrimonio culturale è quasi sempre destinato a essere distrutto, come se non fosse vera ricchezza.
I precedenti

IN TURCHIA La diga di Birecik ha sommerso una parte dell’antica metropoli di Zeugma. Ma prima che l’acqua coprisse tutto gli scienziati hanno messo in salvo una ventina di grandi mosaici figurativi romani, statue, gioielli e migliaia di antichi sigilli, riuscendo quindi a preservare documenti preziosi della nostra storia
IN CINA A partire dalla metà degli anni Novanta è stato realizzato, a Xiaolangdi, un gigantesco bacino artificiale che ha costretto allo spostamento abitanti di una trentina di città, oltre 200 mila persone. Antichi villaggi che testimoniano delle origini della civiltà cinese sono stati sommersi insieme a migliaia di ettari di campi coltivati. La diga - uno sbarramento al Fiume Giallo - è alta 154 metri, larga un km e 667 metri, profonda 800 metri
IN EGITTO Nel 1964 si cominciò a costruire il lago artificiale di Nasser e la grande diga di Assuan. Il lago rischiava di inghiottire il Grande Tempio di Ramsete II e quello, più piccolo, dedicato all’amata Nefertari Ma i monumenti furono smontati pezzo a pezzo (in tutto 1036) e ricostruiti più in alto

un libro

Maria Mantello
SESSUOFOBIA
CHIESA CATTOLICA
CACCIA ALLE STREGHE



dalla IV di copertina:
I simboli contrapposti della peccatrice Eva e della casta Maria resistono, immutati, nella dottrina della Chiesa romana.
Il testo ripercorre l’epoca dei riti pagani e i tentativi della Chiesa per detenere il primato dei miracoli, i secoli in cui fu definito il ruolo delle donne stabilendone i comportamenti sessuali, i tempi in cui il papato, accusato di corruzione e di lusso, si sente minacciato e risponde con il genocidio di eretici, ebrei e streghe.
Attraverso l’idea del complotto, quindi, il culturalmente “diverso” diviene il nemico e il perseguitato è trasformato in persecutore. Dopo ebrei, valdesi e catari è la volta delle streghe, le “amanti di Satana”, che propagherebbero il male nel mondo e che per questo vanno eliminate nei purificatori roghi.
Il libro riporta, nella parte finale, alcuni processi a donne accusate di stregoneria.
La propensione normalizzante, sessuofobica e misogina prosegue, ancor oggi, contro l’”umano gregge”, soprattutto quello femminile, quando rifiuta di coniugare sessualità e procreazione o quando rivendica il diritto individuale di armonizzare scienza e natura.
Il dibattito odierno su Stato e Chiesa, libertà e fede coinvolge milioni di cittadini italiani ed europei e tenta di stabilire un limite tra i nostri principi e le culture “altre”.
Nella speranza che l’idea del rogo non divenga mai più lo strumento per imporre fideistiche, univoche e totalitarie visioni del mondo in cui rinserrare individui e idee… affidiamo al lettore spunti di riflessione.
Maria Mantello è docente di Storia e Filosofia. Ha pubblicato saggi su Giordano Bruno, sull’antisemitismo, sulla caccia alle streghe, sulla mitologia pagana e cristiana. Collabora con la rivista trimestrale europea “Lettera internazionale” e con il periodico indipendente “L’incontro”. E’ stata curatrice e relatrice in vari Convegni sul pensiero di Giordano Bruno, sull’affermazione dello Stato laico, sulla figura di Ernesto Nathan. E’ autrice del libro Ebreo, un bersaglio senza fine. Storia dell’antisemitismo, edito da Scipioni nel 2002.
INDICE: 1. Peccato originale, misoginia, sessuofobia, santa castità. Eva: “la strega”, Maria: “la madre”
2. Il “matrimonio rimedio” e “medicina sacramentale”. Madre e sposa per “vocazione”
3. Erbarie, medichesse, guaritrici, streghe tra farmacologia e residui di paganesimo
4. Le seguaci di Diana e la loro demonizzazione
5. La cittadella cristiana si sente assediata
6. Chi ha paura del gatto nero?
7. Inquisizione, eretici, diavoli e streghe
8. Il Malleus Maleficarum. Summa misogina e sessuofobica ad uso degli Inquisitori. Torture e roghi
9. Processi alle streghe: Giovanna Monduro, Salussola, 1470; Orsola la Strumechera, Cavalese, 1505; Barbara Marostega, Cavalese, 1505; Bellezza Orsini, Fiano Romano, 1528; Caterina Ross, Poschiavo, 1697

Conclusioni
Bibliografia.

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Neanderthal

Corriere della Sera 7 luglio 2005
Nuove indagini sui pochi frammenti disponibili
Nel Dna il mistero dell'uomo di Neanderthal
La popolazione che aveva abitato l'Europa e poi si è estinta: una ricerca cercherà di scoprire come e perchè è accaduto
Franco Carlini

L'uomo di Neanderthal continua ad affascinarci e a rappresentare un mistero irrisolto. Forse l'analisi completa del suo Dna potrà svelarlo. Questa popolazione visse in Europa tra 130 mila e 30 mila anni fa e poi scomparve, soppiantata da noi, Homo sapiens. Ma per un lungo periodo di tempo le due specie abitarono gli stessi luoghi ed erano comunque assai simili. Possibile, si chiedono gli studiosi, che non si siano mai accoppiati, dando luogo a una prole ibrida?

Ora un gruppo di studiosi tedeschi, del Max-Planck Institute cercherà di scoprirlo, studiando l'intero genoma di Neanderthal e non già dei singoli e limitati frammenti. La ricerca verrà condotta da una squadra di studiosi del laboratorio di Antropologia Evolutiva di Lipsia, con la partecipazione di esperti americani del Lawrence Berkeley National Laboratory. Si tratta di partire dai pochi frammenti disponibili, estrarne il Dna, per quanto deteriorato, e procedere a una mappatura dei geni, il più possibile completa. Qualche sondaggio genetico del genere era già stato condotto anni fa, a partire da fossili provenienti dal sito di Vindija in Croazia. Allora era emerso che l'intera popolazione dei Neanderthal era "figlia" di un gruppo ristretto originario e non si era mescolata con sapiens. Gli studiosi, tra cui Svante Paabo, forse il maggior esperto mondiale di Dna fossile avevano verificato che non risultavano indizi di mescolamento genetico con H. sapiens, ma erano solo risultati preliminari, che ora verranno riletti, facendo tesoro delle tecniche automatiche di analisi del Dna messe a punto durante il progetto Genoma Umano.

L'uomo di Neanderthal, il cui nome deriva dall'omonima località vicino a Dusseldorf dove vennero trovati i primi fossili, nel 1856, per lungo tempo è stato considerato più primitivo di noi, rozzo e forse persino non capace di linguaggio articolato. Più recentemente, sulla base di più accurate analisi dei resti degli insediamenti, esso è stato almeno in parte riabilitato come piuttosto intelligente e evoluto, il che rende ancora più fitto il mistero della sua scomparsa.

Corriere della Sera 8.7.05
Quanto ci somiglia l’uomo di Neanderthal? Lo dirà il Dna
Massimo Spampani

Parenti o no? Sembrava accertato che l’uomo di Neanderthal e l’Homo sapiens sapiens (cioè noi) non avessero legami di parentela. Ora però un gruppo di scienziati tedeschi e americani, al dipartimento di Evoluzione antropologica dell’Istituto Max Planck di Lipsia, hanno intrapreso una ricerca che riapre il caso. Partendo da una sua proteina ossea, tenteranno la ricostruzione del profilo genetico del più antico umano abitatore dell’Europa. E, visto che il genoma umano da qualche tempo è completamente noto, il confronto genetico permetterà di fissare una volta per tutte il grado di parentela tra le due specie di uomo. L’uomo di Neanderthal visse in Europa tra i 130 e i 30 mila anni fa, poi le sue tracce scomparvero. Ma per un lungo periodo condivise gli stessi territori con l’Homo sapiens. E il dubbio che qualche scambio genetico tra le due specie possa esserci stato ancora persiste. Il più vasto studio mai realizzato fino ad oggi in materia, diretto da Katerina Harvati della New York University, aveva messo a confronto i crani di Neanderthal con quello di Homo sapiens e di una serie di altri primati, tra cui gorilla e scimpanzé. Dal confronto era apparso che, almeno in alcuni casi, ci sono più differenze tra il nostro cranio e quello di Neanderthal di quelle riscontrate tra noi e altri primati non umani. Conclusione: la possibilità che Neanderthal e Sapiens fossero parenti andava senz’altro rifiutata.
Una convinzione che presto potrebbe essere messa in discussione. Secondo quanto riferisce il settimanale Die Zeit, prima gli scienziati isoleranno frammenti genetici delle ossa dell’antico antenato dell’uomo, quindi tenteranno di risalire al suo patrimonio genetico completo.

Cina
un nuovo fair play

Corriere della Sera 8.7.05
Cina, il partito cambia stile
sì alle conferenze stampa
Li Jingtian, dirigente del Pcc, risponde alle domande «Anche il compagno Mao era un amico dei giornalisti»
Fabio Cavalera

PECHINO - È nuova «glasnost»? «Gentili signore e signori, il partito comunista è impegnato in una campagna di educazione....».
Così, a sorpresa, come piace fare ai cinesi quando spezzano il loro pedante immobilismo, è vacillato l’ultimo baluardo del vecchio modo di comunicare stereotipato e burocratico della nomenklatura. Tutto fondato sulle veline affidate alla agenzia ufficiale o al Quotidiano del Popolo. Quelle poche righe che in genere cominciavano con «il compagno...» e si esaurivano con un invito a seguire senza indugiare le parole dei vertici. Consuetudini da regime assolutista e autoritario.
Non che oggi si debba sottolineare un cambiamento di chissà quale portata ma che il partito si sia finalmente aperto e abbia deciso, con un dirigente di alto livello della organizzazione e del comitato centrale, di rispondere alle domande dei giornalisti - «gli amici dei media» - e soprattutto di ammettere che qualcosa non funziona o addirittura si è rotto nei suoi meccanismi tentacolari è pur sempre una discreta novità. Quando mai si era visto un pezzo da novanta del Pcc, Li Jingtian, presentarsi in una conferenza stampa e parlare, anzi informare con disinvoltura dei 490 mila iscritti che nel 2004 sono stati presi a calci nel sedere e cacciati per «comportamento inqualificabile»? Oppure ammettere che la corruzione è un vizio ormai un po’ troppo diffuso anche dentro le nascoste camere del partito? È, dunque, un passo da segnalare e comprendere quanto avvenuto nella sala degli incontri riservati ai ministri del Consiglio di Stato, l’esecutivo della Repubblica Popolare. Li Jingtian ha finto di negare a tanta improvvisa trasparenza la definizione di stile nuovo lanciato dai comunisti del miracolo economico e delle riforme capitaliste. E a chi gliene chiedeva ragione ha dato una risposta pescata nell’aneddotica storica, addirittura l’aneddotica dell’era maoista. Ma come? Non è stato proprio Mao a conservare un rapporto strettissimo con il giornalista americano Edgard Snow che nel 1936 lo intervistò per primo a Yan’an, la capitale rossa? E non fu Mao ad avviare attraverso Edgar Snow, che divenne suo grande amico, la distensione nel 1970 e 1971 con gli Usa di Richard Nixon e Henry Kissinger? «Temo che non si possa dire che solo ora il nostro Pcc si stia aprendo».
Spesso le grandi bugie servono a superare il gelo. E di grandi bugie il numero due responsabile della organizzazione del partito ne ha riproposte almeno un paio. Una del tipo: il nostro lavoro non ha misteri. L’altra: le riunioni dell’ufficio politico sono sempre aperte ai giornalisti. Se fosse vero ci ritroveremmo a discutere di una Cina ancora diversa da quella che nel terzo millennio è in fase di decollo verticale. Però, assieme a queste assurde difese d’ufficio di una consolidata pratica di censure e di divieti, vi sono stati segnali che vanno colti in una dimensione positiva. Ad esempio la risposta sulle tensioni sociali delle zone rurali. Fatto che data l’evidenza non può mica essere negato ma che in tempi diversi sarebbe stato allegramente chiuso con un commento lapidario: propaganda antirivoluzionaria.
La domanda è stata secca: in quale maniera il Pcc ha gestito le turbolenze nelle campagne? Li Jingtian ha risposto: «Ringrazio per l’attenzione prestata alla questione delle campagne cinesi». E ha spiegato in tono tranquillo: «Queste cose sono avvenute e noi le chiamiamo "eventi di gruppo" anziché turbolenze. La nostra costruzione della modernità e delle riforme è entrata nel periodo cruciale del passaggio del reddito pro capite da 1000 a 3000 dollari l’anno. Tale periodo qualcuno lo descrive come un periodo d’oro ma pieno di contraddizioni. È probabile che alcuni nostri dirigenti non abbiano una qualità alta e non sappiano gestire le contraddizioni. Ecco che avvengono gli eventi di gruppo». Conclusione sincera: «Noi stiamo istruendo il partito a servire il popolo con tutto il cuore ma la possibilità che quegli eventi non avvengano è comunque bassa perché accompagnano sempre i processi di modernizzazione».
Il partito comunista cinese, vecchio di 84 anni e con 69 milioni di iscritti, è l’asse attorno al quale ruota il regime con le sue articolazioni istituzionali. Partito di massa che non ammette opposizione e associazione segreta che tutto controlla nella società e nello Stato. Oggi è alle prese con un passaggio critico. La sua base è in fase di trasformazione. «Siamo l’avanguardia della classe operaia ma siamo anche l’avanguardia della società», parole pronunciate dal dirigente del Pcc. Il che equivale a sostenere che esso, il partito, deve mediare con interessi nuovi.
Gli interessi «degli imprenditori privati» che sono emersi in questa rivoluzione capitalista. Gli interessi dei colletti bianchi e del ceto medio. È una sfida che rischia di accentuare la crisi dentro al partito comunista cinese nonostante i vertici la neghino, vizio ed eredità del passato. La contrapposizione fra conservatori e riformisti diventa in verità sempre più forte. È la contrapposizione fra i sostenitori di una nuova glasnost informativa e i censori che oscurano su Internet la parola «democrazia» o arrestano i giornalisti scomodi.
La storia
LA FONDAZIONE Il Partito comunista cinese fu fondato a Shanghai da Mao Zedong il primo luglio del 1921. Nel 1949 fu proclamata la Repubblica Popolare con l’obiettivo dichiarato di realizzare «un sistema sociale comunista»
IL CAPO L’attuale segretario generale è Hu Jintao che nel 2002 è succeduto a Jiang Zemin. Il Comitato Centrale è composto da 193 membri. L’ufficio politico, dove sono concentrati i poteri reali, è composto da 7 persone

locura y lectura: follia e lettura
il "Don Chisciotte" e la nascita del romanzo moderno

Corriere della Sera 8.7.05
RILETTURE
Il capolavoro che ha cambiato la storia del romanzo
di CARLOS FUENTES

Il nostro concetto di «storico» comprende attualmente una varietà di epoche che sfuggono alle cronologie lineari dell’Occidente. Il «tempo» non è lo stesso per un abitante di Manhattan e per un abitante delle riserve navajo del Nuovo Messico e la regola sublunare del tempo newtoniano non tiene conto delle concezioni circolari, cicliche o dell’eterno ritorno proprie delle civiltà extraoccidentali e neppure dell’immaginazione temporale all’interno della stessa cultura dell’Occidente, che rivendica tempi dentro il tempo, così come lo esprime magistralmente William Faulkner nel suo L’urlo e il furore: «Tutto è presente, capisci? Ieri non finirà fino a domani e domani è cominciato diecimila anni fa». Faulkner ci ricorda che le ere storiche non obbediscono a calendari precisi, dal momento che nel presente manteniamo vivo il passato e attraverso il desiderio diamo realtà al futuro. La data della cosiddetta scoperta dell’America - 1492 - mi induce alla seguente considerazione. La fondazione della nostra America, l’America meticcia, l’America di ascendenza indigena, europea e africana, è inspiegabile senza tre scoperte. La scoperta della terra da parte di Colombo. La scoperta dei cieli da parte di Copernico. E la scoperta della stampa da parte di Gutenberg.
L’America, sosteneva lo storico messicano Edmundo O’Gorman, non fu realmente «scoperta». Fu inventata per la necessità europea di contare su un’utopia che rinnovasse gli ideali umanisti del Rinascimento, minacciati, nel Vecchio Mondo, dalle guerre dinastiche, le rivalità commerciali e i conflitti religiosi.
L’America, per Campanella, Tommaso Moro e Montaigne, sarebbe il luogo della rinascita europea. Sarebbe la nuova Età dell’oro. Ma non solo l’America fu scoperta o immaginata dall’Europa: l’Europa, a sua volta, fu scoperta e immaginata dalle civiltà indigene americane. Sulle macerie dei villaggi dei nahua, dei quechua e dei popoli caraibici si fondò anche il sogno europeo di una Età dell’oro nel Nuovo Mondo americano.
C’è un libro che racchiude l’illusione europea dell’America: il Mondus Novus del navigatore italiano da cui noi abbiamo preso il nome, Amerigo Vespucci. Un altro libro dà invece voce alla delusione: La distruzione delle Indie di frate Bartolomé de Las Casas. Ma ce n’è un terzo, che svela il fascino degli opposti e la tristezza di un uomo costretto a distruggere ciò che aveva imparato ad amare: La vera storia della conquista del Messico, di Bernal Diaz del Castello.
Le tre scoperte - della terra, dei cieli e della stampa - danno forma a quella che si è chiamata modernità e che oggi, ci dicono, volge al termine per cedere il posto a qualcosa che si chiama postmodernità.
La scoperta della terra. La scoperta dei cieli. La scoperta della stampa.
Non bastano questi avvenimenti quasi simultanei per farsi un’idea della modernità: occorre un elemento essenziale che è l’immaginazione della modernità, poiché - come ci dice il grande scrittore cubano José Lezama Lima - se una cultura non riesce a dar vita a un’immaginazione del mondo, risulterà storicamente indecifrabile.
Come scrittore latinoamericano, non posso concepire la scoperta dell’America senza l’immaginazione dell’America. Ma come scrittore puro e semplice non posso concepire la modernità senza l’immaginazione della modernità. E subito dopo, come narratore contemporaneo, l’immaginazione del moderno nasce, per me, da un apparente anacronismo: la figura di carta e inchiostro di un instancabile lettore di romanzi di cavalleria che vorrebbe resuscitare il mondo ideale del medioevo e si imbatte nel mondo tutt’altro che ideale dell’età moderna.
Don Chisciotte primo romanzo moderno?
Ricordo di aver discusso l’argomento durante un pranzo a Parigi con André Malraux, che attribuiva questo primato a La principessa di Clèves di Madame de Lafayette, perché era il primo romanzo interiore, psicologico, costruito intorno alle ragioni del cuore.
Di contro, il critico inglese Ian Watt definisce «la nascita del romanzo» un fatto sociale e storico associato alla comparsa della classe media inglese, la quale considera il comprare e leggere libri come parte integrante della propria istruzione, come forma di intrattenimento e anche come status symbol, rispetto alla massa analfabeta. La borghesia inglese, raggiunta l’emancipazione politica ed economica, pretende novità di temi e di personaggi. La risposta si chiama Richardson, Fielding, Smollett.
Tuttavia, non intendo muovermi solo lungo la rotta della novità del Chisciotte. Ma chi, se non Cervantes, inaugura il tema della finzione così come noi la concepiamo da quattro secoli?
Realtà e apparenza. Delusione. Racconto cosciente di sé.
La scoperta della dimensione immaginaria all’interno dell’individuo, secondo Alejo Carpentier. La visione di un mondo moderno diviso tra realtà e illusione, ragione e follia, l’erotico e il ridicolo, il visionario e l’escatologico, secondo le parole di Robert Coover. La celebre interpretazione di Michel Foucault ne Le parole e le cose: Don Chisciotte è un’avventura dell’analogia e della differenza. E la splendida interpretazione di Marthe Robert del Don Chisciotte come un romanzo à la recherche de soi même, allo stesso modo in cui Don Chisciotte è un eroe in cerca della sua identità. L’eroe che più ha dovuto lottare per rendere credibile la propria realtà e che lo ha fatto - aggiunge Marthe Robert - condannato a essere finzione.
Don Chisciotte è l’ambasciatore della lettura. Da essa proviene e a essa torna. E per lui non è la realtà a ostacolare le sue imprese e la verità. Sono gli incantatori che conosce attraverso le sue letture. Nato dalla lettura, Don Chisciotte si rifugia nella lettura ogni qualvolta fallisce. E protetto dalla lettura continuerà a vedere eserciti dove ci sono solo pecore, senza smarrire il senso della sua lettura. Le sarà fedele, perché per lui non c’è altra lettura possibile.
Don Chisciotte rappresenta la follia della lettura. Follia e lettura sono in lui sinonimi e possiedono in spagnolo (locura y lectura) un’assonanza che è impossibile riprodurre in italiano, in francese (lecture et folie) o in inglese (madness and reading). Posseduto dalla follia della lettura, Don Chisciotte vorrebbe trasformare in realtà ciò che ha letto: i libri di cavalleria.
Il mondo reale - mondo di pastori e furfanti, servette picare e avanzi di galera - rifiuta l’illusione di Don Chisciotte e maltratta quel gentiluomo, lo bistratta, lo strapazza. Malgrado tutte le bastonate della realtà, Don Chisciotte insiste nel vedere giganti dove ci sono soltanto mulini. Li vede perché è ciò che i suoi libri gli dicono di vedere. Ma c’è un momento straordinario, in cui Don Chisciotte, il lettore vorace, scopre che lui, il lettore, viene letto a sua volta.
È il momento in cui un personaggio letterario, Don Chisciotte, per la prima volta nella storia della letteratura, entra in una stamperia, where else, a Barcellona. È arrivato fin lì per denunciare la versione apocrifa delle sue avventure pubblicate da un tale Avellaneda e per dire al mondo che lui, l’autentico Don Chisciotte, non è il falso Don Chisciotte della versione di Avellaneda.
A Barcellona, passeggiando, Don Chisciotte vede un cartello che dice «Qui si stampano libri», entra e osserva il lavoro di stampa, «vedendo imprimere da una parte, correggere dall’altra, comporre di qua, sistemare di là», finisce col realizzare che quel che lì va in stampa è il suo stesso romanzo, L’ingegnoso hidalgo Don Chisciotte della Mancia, libro in cui, con meraviglia di Sancio, si narrano cose che solo lui e il suo padrone si sono detti, segreti che ora la stampa e la lettura rendono pubblici, sottoponendo i protagonisti della storia alla conoscenza e al giudizio critico, democratico. È morta la scolastica. È nato il libero giudizio.
Non c’è momento che riveli meglio di questo il carattere liberatorio dell’edizione, della pubblicazione e della lettura di un libro. Da allora la letteratura, e per estensione il libro, sono diventati i depositari di una verità rivelata dall’immaginazione, vale a dire dalla facoltà umana di mediare tra la sensazione e la percezione e fondare, su tale mediazione, una nuova realtà che non esisterebbe senza l’esperienza verbale del Don Chisciotte di Cervantes o senza l’esperienza visiva de Las Meninas di Velásquez o senza l’esperienza uditiva delle Cantate di Bach.
Tuttavia, parte della novità del Don Chisciotte sta nella sua relazione molto stretta con la tradizione. Questo vale per tutte le opere innovatrici: non c’è nuova creazione che non si basi su una tradizione precedente e non c’è tradizione che sopravviva senza la linfa di una nuova creazione.
Il dialogo tra il mondo chiuso e astratto di Don Chisciotte e il mondo esistenziale e connotativo di Sancio Panza annuncia il mondo che verrà, vale a dire quello del romanzo come genere dei generi, il romanzo come liberazione dell’immaginazione, come spazio di una nuova lettura e tempo di un nuovo lettore.

Psychosomatic Medicine:
se il genitore è depresso il bambino si ammala

Yahoo! Salute Venerdì 8 Luglio 2005, 12:40
Disturbi mentali del genitore correlati con il disturbo allergico nei figli
Di MedicinaNews.it

(Xagena - Medicina) - I bambini di genitori affetti da depressione maggiore o disturbo di panico hanno maggiore probabilità di sviluppare asma o altre forme allergiche.
Ricercatori della Columbia University hanno valutato l’associazione tra disturbi allergici e disturbi psichiatrici (depressione maggiore, disturbo d’ansia generalizzato, attacchi di panico) in 9.240 coppie genitore-figlio (8686 erano coppie biologiche).
Il 31% dei bambini ed il 19% dei genitori presentava disturbi allergici.
Il 6% dei genitori era affetto da depressione maggiore, il 3% da attacchi di panico ed il 3% da disturbo d’ansia generalizzato.
Una relazione tra disturbi psichiatrici (depressione maggiore, attacchi di panico) del genitore ed allergie nei bambini è stata osservata solo nelle coppie biologiche genitore-bambino. (Xagena)

Fonte: Psychosomatic Medicine

psichiatri organicisti americani...
anoressia e genetica

ANSA Venerdì 8 Luglio 2005, 17:28
MEDICINA: DIFETTI NEI CIRCUITI DEL PIACERE FAVORISCONO L'ANORESSIA

(ANSA) - ROMA, 8 LUG - L'anoressia potrebbe essere favorita da disfunzioni nei circuiti di appagamento e del piacere, aree del cervello legate anche all'abuso di sostanze; alterazioni che potrebbero spiegare tutti i principali sintomi della malattia. A dimostrarlo uno studio dell'equipe di Walter Kaye della University of Pittsburgh, il primo con la tomografia ad emissione di posittroni (PET) per confrontare donne con un passato di anoressia con donne sane.
Secondo quanto riferito sulla rivista Biological Psychiatry, le donne che hanno sofferto di anoressia hanno i recettori dopaminergici troppo attivi, indipendentemente da fattori quali età, peso, tempo trascorso dalla fase acuta della malattia.
Gli psichiatri hanno pensato di valutare differenze molecolari nel cervello di donne con una storia di anoressia alle spalle poiché già in passato altri disturbi del comportamento (come l'abuso di sostanze) e problemi di obesità erano stati associati a disfunzioni dei recettori che rispondono alla dopamina.
In particolare, gli psichiatri sapevano che i recettori D2 e D3 del sistema dopaminergico di persone obese possono avere deficit funzionali, quindi si aspettavano di trovare un quadro opposto in donne che avevano sofferto di anoressia.
Così gli esperti hanno somministrato a una decina di donne sane e ad altrettante ex-anoressiche molecole innocue che si legano a tali recettori e hanno osservato con la PET l'affinità del legame, rilevando nelle pazienti, ma mai nelle donne sane, eccesso di attività recettoriale nello striato antero-ventrale dei gangli basali e nel caudato dorsale. La prima regione è sede dei circuiti che modulano il senso di appagamento e ricompensa, il secondo è legato alle risposte al pericolo.
Alterazioni del livello di attività proprio in queste regioni neurali, dicono gli psichiatri, sono in perfetto accordo con i sintomi ricorrenti nell'anoressia, quali l'incapacità di provare appagamento nel cibo e di avvertire la minaccia che grava sulla propria salute a causa dei digiuni ripetuti. Disfunzioni del sistema dopaminergico potrebbero inoltre spiegare perché le ragazze anoressiche spesso sono incapaci di provare emozioni positive in seguito a stimoli che innescano positività nelle persone sane.
E' probabile che almeno in parte queste alterazioni abbiano un'origine genetica. Infatti, in più di uno studio, difetti genetici sono stati trovati in stretta associazione con la malattia, ma per saperne di più sono necessarie ulteriori ricerche incentrate sull'osservazione dei geni per i recettori dopaminergici.
(ANSA).

«viaggiando... sognando...»

La Stampa 8.7.05
La vacanza...
Claudio Gallo

LA vacanza contiene in sé un'ombra che è il senso di un'assenza. Assenza dal posto di lavoro, certo, ma è troppo superficiale. Grattando un po' con l'unghia questa parola consunta si è disarcionati da un sospetto: che la vacanza sia in fondo un'assenza da se stessi? E chi o che cosa allora va in vacanza? Quel tale che ci assomiglia sulle foto da infliggere al rientro agli amici? Stinge il ricordo, di ritorno dai paradisi tropicali, come le t-shirt comprate a Bangkok. Già a ottobre non è rimasta che qualche immaginetta remota, precipitata nel pozzo dell'inconscio. E noi siamo sempre nel passato a ricordare qualche cosa già accaduta, oppure nel futuro ambiguo delle nostre fantasie, sempre altrove: in vacanza. Se si aprono gli occhi, la vacanza non esiste, le ferie sono uno stato mentale, un rivolo nel torrente di pensieri, sentimenti e sensazioni che pretende di essere noi. Liberiamoci dunque dalla vacanza come da un paio di occhiali impolverati e proviamo a guardare dove ci troviamo. Sorgerà allora la madre di tutte le domande: chi è che guarda?
Una tesi rifritta che potrebbe apparire stravagante: meglio trovare subito qualche precedente. Nel 1787 un giovane tenente savoiardo deve trascorrere 42 giorni recluso nella sua casa di Torino per aver partecipato a un duello. Una vacanza forzata che Xavier de Maistre utilizzerà per guadagnarsi un posto nella storia della letteratura. «Voyage autour de ma chambre», un libro di viaggio nel perimetro incantato del suo appartamento e, per quel gioco di sguardi che si sfilano come un telescopio, attraverso se stesso. Loda l'universalità del suo turismo De Maistre e fa anche lo spiritoso: «Potrei cominciare l'elogio del mio viaggio col dire che non mi è costato neppure una lira». Il letto, la finestra, il comodino diventano foreste, valli e montagne. Pur non essendo un vero libro di introspezione il Voyage ci mostra la condizione di qualunque viaggio consapevole: l'attenzione. «Chi non è attento è come se fosse già morto», dice Buddha nel Dhammapada.
La vacanza, che ci muova o no, è sempre un viaggio, talvolta consapevole, il più delle volte incosciente, un sonno agitato, popolato da sogni indistinti. Come per la conoscenza platonica, il vero viaggio più che una scoperta sembra il ricordo di cose già viste. Che cosa vedono i viaggiatori sonnambuli? Vedono cartoline, e ne sono segretamente desolati. Baudelaire con romantico zelo esaltò il viaggio ma restò ferito dalla sua ambiguità: la brama illimitata del fanciullo che sogna mappe e stampe s'infrange contro la meschinità del ricordo dei luoghi realmente visti. L'ansia di conoscere si smaga nella curiosità, il suo doppio demoniaco, che ci fa girare come trottole, come ingranaggi meccanici. «Amara scienza si ricava dal viaggio! - scrive Baudelaire in «Le Voyage» - Il mondo piccolo, monotono, oggi come ieri e come domani e sempre, ci mostra l'immagine nostra: un'oasi d'orrore posta in mezzo a un deserto di tedio!». Restare, partire: è indifferente. E infatti che si cerchi la «madre perduta» di cui parlò Jung o la «patria originaria» dei sufi, il viaggio non è nello spazio-tempo. «Viaggia dentro te stesso», esorta il sufi iraniano del XIII secolo Shabestari. E Angelo Silesius, mistico cattolico nella Breslavia del XVII secolo ammoniva nel «Viandante cherubico»: «Fermati! Dove corri? Il Cielo l'hai in te», che è un'eco del Vangelo di Luca dove Cristo dice ai discepoli: «il regno di Dio è in mezzo a voi».
Mantenendo eroicamente la propria presenza a se stessi, si potrà evitare la porta del viaggio ipnotico per prendere quella del viaggio cosciente. Attenti però a non pensare che sia un viaggio mentale soltanto: l'attenzione ha uno sguardo sferico che comprende l'insieme del nostro essere. Altrimenti saremmo di nuovo davanti a uno schermo cinematografico per ripiombare nel viaggio a occhi chiusi. Qualsiasi discorso non è più di un segnale stradale, nessuno vedendo il cartello di Roma penserebbe di aver visto Roma. Ma come purificare il nostro sguardo e prendere il passaggio giusto? In un libro geniale, intransigente e dimenticato (forse anche dal suo autore, quando ancora era in vita) «Storia del fantasticare», Elémire Zolla dava un consiglio magistrale: non cedere mai alla corrente impetuosa delle immagini mentali, essere sobrio come una ape e non inquieto e capriccioso come un grillo. «Il fantastico non ha coscienza pura - scrive Zolla - ma ha coscienza di avere coscienza: è compiaciuto». Non tramanda forse Patanjali, negli Aforismi, che lo scopo ultimo dello yoga è di «fermare il flusso mentale».
Sri Aurobindo Goshe, rivoluzionario bengalese al tempo del Raj britannico e poi mistico «evoluzionista» nella francese Pondicherry, cominciò il suo viaggio intorno alla stanza nel 1926 e lo concluse soltanto alla morte nel 1950: voleva regalare all'uomo l'immortalità ma morì di un blocco renale. Su e giù per la camera giorno dopo giorno aveva ruminato per 24 anni la tradizione indiana dai Veda alla Baghavad Gita, scrivendo migliaia di pagine e lettere che ancora oggi illuminano i viandanti dietro di lui. Una bella vacanza. E allora, con le parole di Eliot, «Non addio, ma avanti, viaggiatori».