giovedì 22 luglio 2004


LA LIBRERIA AMORE E PSICHE

comunica che

i vhs e i dvd di


Chieti 7 Marzo 2003

sono disponibili in libreria

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a Firenze, naturalmente,

li trovate da
STRATAGEMMA

il rischio di suicidio nelle terapie farmacologiche antidepressive

un articolo ricevuto da Francesco Troccoli

"First World" 07/21/2004
Study looks at suicide risk in antidepressants
by Candace Hoffmann


A study appearing in this week's Journal of the American Medical Association finds that patients taking either selective serotonin reuptake inhibitors or older tricyclic drugs for depression face a similar risk of suicide, The New York Times and other news sources report.
Patients in the study, which was conducted by Boston University School of Medicine, took one of four antidepressants: Eli Lilly's Prozac, GlaxoSmithKline's Paxil, amitriptyline or dothiepin. The researchers examined the records of nearly 160,000 British patients who had been treated for depression between 1993 and 1999. The researchers found that suicidal behaviour was most likely to occur in the first month of treatment, as reported in Yahoo Finance.
"We think the most likely explanation for this finding is that antidepressant treatment may not be immediately effective, so there is a higher risk of suicidal behaviour in patients newly diagnosed and treated than in those who have been treated for a longer time," The Los Angeles Times quotes the authors as writing in the journal.
The study noted in their conclusion that there is "no substantial difference in effect of the four drugs on people aged 10 to 19 years [though] some important difference in effect cannot be ruled out based on this study," as reported in Yahoo Finance.
The study should serve to reassure psychiatrists and other physicians concerned about possible differences in risks between the newer and older drugs, medical experts said, according to The New York Times. However, they also noted that the research confirms the importance of watching patients closely when they first begin treatment for their depression.
Nonetheless, the study did not examine whether antidepressants make depressed patients more suicidal, The New York Times reports. "This study does not speak at all to taking the drugs versus not taking them," Dr. Jeffrey A. Lieberman, a professor of psychiatry is quoted as saying.

Antonio Guidi
la Commissione Nazionale per la Salute Mentale, con Cassano & C

Il Redattore Sociale 22.7.04
PSICHIATRIA
Si è insediata oggi a Roma la Commissione Nazionale per la Salute Mentale. Il Sottosegretario Guidi: ''Non è più un osservatorio che guarda da lontano''


ROMA Si è insediata oggi a Roma la Commissione Nazionale per la Salute Mentale, presieduta dal sottosegretario alla salute, Antonio Guidi. Gli altri quattro componenti istituzionali della Commissione sono: Donato Greco (vicepresidente), direttore generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute, Enrico Garaci, presidente dell'Iss, Laura Pellegrini, direttore dell'Agenzia dei Servizi Sanitari Regionali e Guido Ditta, dirigente medico della direzione generale della Prevenzione Sanitaria del ministero della Salute.
Ad essi si affiancano dodici esperti: Maria Stella Aloisi, dirigente psicologo in servizio presso la segreteria del sottosegretario Guidi, Massimo Ammanniti, Ordinario di Psicologia alla Sapienza di Roma, Mariano Bassi, direttore del Dsm dell'Ausl di Bologna, Giovambattista Cassano, ordinario di Psichiatria a Pisa, Piero De Giacomo, ordinario di Psichiatria a Bari, Giovanni Fava, ordinario di Psicologia a Bologna, Ugo Fornari, ordinario di Psicopatologia Forense a Torino, Gabriel Levi, ordinario di Scienze Neurologiche e Psicologia dell'età evolutiva alla Sapienza di Roma, Claudio Mencacci, primario di psichiatria dell'Ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano, Luciano Onder, giornalista e vicedirettore di Rai2, Fabrizio Starace, direttore dell'U.O.C. di Psichiatria ed Epidemiologia Comportamentale dell'A.O. D.Cotugno di Napoli e Michele Tansella, ordinario di Psichiatria a Verona.
 Durante un incontro con i giornalisti, il sottosegretario Guidi ha dichiarato che la Commissione intende essere un organismo agile per monitorare la realtà della psichiatria nel nostro paese accanto alle Regioni, interagendo con loro ed intervenendo sul territorio nazionale per far conoscere le buone prassi e contrastare una nuova, inaccettabile, manicomialità. La Commissione, insomma, non è più un Osservatorio che guarda da lontano, ma qualcosa che si impiccerà per dirimere il gomitolo di una psichiatria complessa, nel rispetto totale per le realtà locali, ma con un ruolo non tanto ispettivo, quanto di verifica, garanzia, ricerca, promozione di linee guida e forte consulenza. Alla firma del Ministro Sirchia anche un altro, più ampio organismo, la Consulta, a cui parteciperanno molte più persone, comprese le associazioni dei familiari dei malati. Proprio alle famiglie, inoltre, sarà data la gestione della II Conferenza Nazionale sulla Salute Mentale, che si terrà entro il mese di aprile 2005 e che avrà come argomento centrale la soggettività familiare e della persona e rendeà noti i risultati della campagna contro lo stigma del ministero della Salute e del Miur. Grande enfasi sarà data alla psichiatria infantile, che costituirà anche uno dei cardini del lavoro della Commissione. (paola sarno) (vedi lancio successivo)

© Copyright Redattore Sociale

mercoledì 21 luglio 2004

storia:
la tragedia di Mayerling

Corriere della Sera 20.7.04
Il principe mangiapreti e l’altezzosa popolana La tragedia di Mayerling
Passione impossibile osteggiata dalla corona Fu suicidio, omicidio di Stato o vendetta?
di LUCA GOLDONI


Se la tragedia di Mayerling è popolare, lo deve a due film: il primo con Charles Boyer e Danielle Darrieux, e l’altro con Omar Sharif e Catherine Deneuve, il solo che ho visto. Un fumettone melenso che ho seguito pizzicottandomi le gambe per stare sveglio. Ci si chiederà allora per quale motivo ho scelto questa storia. Perché, sotto la romantica fine dei due amanti, si nasconde un thriller che nessuno ha risolto. Cominciamo con l’identikit dei protagonisti. Vienna, 1889: il 31enne Rodolfo d’Asburgo - baffi a manubrio e orecchie a sventola - unico maschio erede dell’imperatore Francesco Giuseppe, litiga spesso col padre che l’ha ignorato nell’infanzia e ora lo detesta perché è liberale, illuminista, mangiapreti. Litiga anche con la moglie Stefania, figlia di Leopoldo II del Belgio, perché gli piacciono troppo le donne e i viaggi. Unica eccezione a questa sua volubilità, una fanciulla: Maria Vetsera, figlia di non importa chi. S’è infatuata di lui quando aveva 10 anni, lo ammira nelle parate o nelle cavalcate al Prater e finalmente lo incontra a palazzo. Ha 17 anni, è bionda, sognatrice, altera (rifiuta di far la riverenza alla moglie di lui), ma soprattutto è adorante e Rodolfo finisce per innamorarsi di amore riflesso.
Vanno a letto insieme la notte del 13 gennaio 1889. E resteranno amanti per 15 giorni e qualche ora, cioè fino al fatale incontro nella residenza di caccia a Mayerling, sepolta nella neve. Le loro ultime lettere lasciano presagire che si toglieranno la vita: lui è sposato e non può chiedere l’annullamento (per la sopraggiunta sterilità della moglie) perché il terribile padre minaccia sfracelli. Lei è avversata dalla madre che spesso la riempie di botte. Una storia impossibile e dunque l’epilogo classico.
I due giacciono nel grande letto barocco, si sono amati per l’ultima volta. E adesso è il momento: Rodolfo impugna il revolver, appoggia la canna sul cuore di Maria (un proiettile alle tempie ne devasterebbe il viso), lei allunga la mano sottile su quella di lui che regge l’arma. Uno sparo, un sussulto. E metà del tragico rito si è compiuta.
Rodolfo, che mille volte ha disquisito sulla morte, ora ce l’ha di fronte e guarda annientato la sua donna che ha gli occhi aperti ma non c’è più. Avrebbe un solo modo per troncare il suo straniamento, rivolgere subito l’arma contro di sé, stavolta alle tempie. E invece esita. Secondo un cameriere, fra una detonazione e l’altra trascorre almeno un’ora (è l’unica testimonianza: se altri sanno di più, dovranno giurare silenzio eterno).
Quali pensieri lacerano la mente di Rodolfo in questo intervallo? Certo riaffiorano i momenti dell’idillio incompiuto, quando, dopo la prima notte, lei gli regalò un portasigarette d’oro con inciso «13 gennaio-grazie al destino». E lui un anello con le iniziali delle parole «Uniti nell’amore fino alla morte». Rodolfo non ha un barlume di fede, non crede nell’Aldilà, sull’enigma della vita piomba la mannaia del nulla. E forse si domanda se proprio non c’era alternativa a questo epilogo funebre. C’è chi ha risolto vicende d’amore in modo più disinvolto. Ad esempio la prozia Maria Luigia, moglie di Napoleone, non esitò a scaricare il marito in disgrazia e a riciclarsi con l’amante Neipperg. E oltre le Alpi, in Italia, c’è stato un re, Vittorio Emanuele II, regolarmente coniugato che regolarmente se la spassava con una favorita, la bella Rosina.
Dunque loro hanno deciso di morire perché avevano paura di vivere controcorrente, al di fuori delle regole. Eppure il denaro non mancava, potevano comprarsi dei complici, fuggire sotto finte spoglie, ricominciare in un altrove lontano. Altro tardivo dilemma: perché la scelta di questa fine violenta e non, ad esempio, quella più lieve di Petronio che, perseguitato da Nerone, si taglia le vene e aspetta la morte parlando dolcemente alla schiava e amante che sta morendo dissanguata accanto a lui?
Un’ora interminabile - o forse un baleno - spezzata dalla seconda revolverata. E certo gli è stato più facile uccidersi che uccidere. Accorrono gli amici, i camerieri, la notizia vola alla Corte che fulmineamente diffonde la verità ufficiale: Maria ha avvelenato Rodolfo, poi si è sparata.
Il principe viene frettolosamente chiuso nella bara e seppellito nella mitica Cripta dei Cappuccini. Per la fanciulla una più macabra messa in scena: viene sistemata in carrozza con un bastone dietro la schiena perché sembri viva, consegnata alla madre, sepolta clandestinamente con un referto di suicidio.
E subito si scatena un tornado di supposizioni e dicerie, invano contrastate da Filippo di Coburgo, cognato di Rodolfo: «Non domandate come sia accaduto. È già triste che sia accaduto». Ma i circoli di Vienna non raccolgono l’invito alla pietà e, di fronte al silenzio imposto dalla Corte, si dividono in due fronti: chi crede a un sacrificio d’amore e chi a un complotto politico. A favore della prima tesi, le ultime lettere degli amanti. Maria lascia un biglietto alla madre: «Non posso più vivere. Prima che tu mi raggiunga sarò in fondo al Danubio». Rodolfo scrive alla mamma imperatrice Sissi e agli amici: «Io devo lasciare la vita».
L’epilogo romantico è quello che piace di più al popolo, ma già i primi interrogativi lo minano. Perché Rodolfo ha invitato per lo stesso giorno della sua morte a una battuta di caccia il cognato e l’aiutante di campo Emanuele Hoyos? E perché la sera prima ha proposto con un telegramma un incontro a Vienna al conte ungherese Karolyi? Costui capeggia un gruppo di nobili e studenti in una sommossa antiaustriaca per incoronare proprio Rodolfo sul trono d’Ungheria.
La tesi del complotto internazionale a questo punto si ramifica. Prima ipotesi: Rodolfo, che già si sente re d’Ungheria, si rifugia a Mayerling in attesa di conferme. Non vuole esser raggiunto da Maria (che disubbidirà), preferisce sciogliere la tensione sparando ai fagiani con gli amici. Quando apprende che la sommossa è fallita, intuisce lo scandalo che monta e si uccide, dopo aver soppresso l’amante che sarebbe stata fatalmente coinvolta. Seconda ipotesi più intrigante: un cugino, l’arciduca Francesco Ferdinando, sa che la moglie di Rodolfo, divenuta sterile, non può più assicurargli un erede. Per diventare lui il successore non gli resta che far fuori il cugino. Eseguito. Se così è, mai nemesi fu più crudele: l’arciduca anni dopo sarà ucciso a Sarajevo. La terza versione introduce una tragedia greca, con la spietata vendetta del padre: la «Cia» imperiale smaschera la congiura che vuole Rodolfo sul trono di un’Ungheria indipendente. Un commando raggiunge Mayerling, uccide l’erede traditore e Maria, testimone scomoda. Contesse, cocchieri e romanzieri si sono cimentati a lungo con le proprie verità in migliaia di pagine (e se fra i miei lettori c’è qualche maryerlingologo rinunci alla matita blu e accetti le cento sfaccettature e incertezze della vicenda). Ma le parole più inquietanti sono quelle attribuite a Leopoldo II del Belgio, suocero di Rodolfo: «Il suicidio e la confusione erano i soli mezzi per evitare uno scandalo inaudito». E al padre imperatore: «Tutto è meglio della verità».
Due esempi da manuale di real politik. Due ciniche epigrafi per un amore appena cominciato. Nei secoli non riposano Rodolfo e Maria.

IL RITRATTO
Il rampollo di Francesco Giuseppe che frequentava borghesi e osterie


Nato nel 1858 da Francesco Giuseppe ( nella foto ) e da Elisabetta Wittelsbach (la famosa Sissi), Rodolfo d’Asburgo è l’erede al trono dell’imperatore d’Austria e re d’Ungheria. Il futuro regnante si rivela molto lontano dalle posizioni reazionarie del padre. È un sostenitore del parlamentarismo, francofilo, avversario della Prussia e nemico dei gesuiti. Al punto da sostenere la tesi illuminista secondo la quale è la pubblica opinione e non la grazia di Dio la fonte del potere. Il «principe atipico» ama andare, accompagnato dal suo cocchiere Bratfish, nelle osterie popolari a parlare con la gente. E poi vanta diversi amici borghesi ed ebrei. In particolare gli si rimprovera la pericolosa amicizia con il giornalista ebreo Julius Szeps (fondatore del Neu Wiener Tagblatt), con cui avanza l’idea di dar vita a un impero federalista e liberale.

il referendum contro la legge sulla fecondazione assistita

Repubblica 20.7.04
FECONDAZIONE
In campo un fronte laico trasversale, divisioni nell´Ulivo
Referendum, corsa contro il tempo
Sono due milioni e mezzo le firme da raccogliere entro la fine di settembre. Mercoledì il via ufficiale al comitato
Cinque le proposte per chiedere l´abrogazione totale o parziale della legge sulla procreazione assistita
di GIOVANNA CASADIO e MAURO FAVALE


ROMA - Diecimila moduli in stampa da oggi. Due milioni e cinquecentomila firme da raccogliere entro la fine di settembre. Il comitato referendario alle prese con gli ultimi disguidi tecnici prima di essere costituito formalmente dopodomani, mercoledì. Referendum days alla fine del mese e banchetti in tutta Italia, anche al concerto di "Simon & Garfunkel" a Roma. È iniziata la corsa contro il tempo per tentare di abrogare la legge sulla fecondazione assistita.
È sceso in campo il fronte laico trasversale ai partiti politici che, dopo cautele e remore, ha tratto il dado: «Bisogna andare al referendum». Anzi, ai referendum, poiché i cittadini vengono chiamati a pronunciarsi su cinque quesiti: quello che vuole abrogare tutta la legge (sul quale i radicali hanno già raccolto 200 mila firme); tre quesiti mirati (contro il divieto di fecondazione eterologa, contro l´obbligatorietà all´impianto dei tre embrioni fecondati e l´impossibilità a revocare il consenso da parte della donna, contro le limitazioni alla ricerca scientifica); infine un quinto quesito di abrogazione dell´ articolo 1 della legge, che ne è anche il "manifesto", ovvero la tutela del diritti del concepito.
«Finalmente si decidono anche gli altri, ma troppo tiepidamente, con divisioni, opportunismi...», avverte Marco Pannella, il leader radicale che con Emma Bonino, Daniele Capezzone e Rita Bernardini ha puntato su questa battaglia già nella campagna elettorale per le Europee. Ci sono state polemiche e tensioni; infine i laici si sono ricompattati. I Ds puntano però ai quesiti mirati, perché - ha spiegato Piero Fassino, il segretario - un referendum abrogativo non funzionerebbe, perciò «aboliamo subito le parti più sbagliate e oscurantiste», poi in Parlamento presenteremo una nuovo proposta di legge. Sulla stessa lunghezza d´onda i repubblicani, il Nuovo Psi, lo Sdi e i laici della Margherita. Qui, nei Dl le divisioni sono molto forti tra i laici e i cattolici. E Rutelli, alla vigilia del voto in Parlamento, aveva preso posizione a favore della legge. «Noi cerchiamo convergenze attraverso i referendum mirati - ha replicato Massimo D´Alema - Però non intendiamo sacrificare le ragioni di principio a un´alleanza politica. Su queste questioni c´è una trasversalità che non può essere piegata a un patto di partito o di coalizione. Apriremo il confronto nell´Ulivo perché riteniamo che una parte della Margherita abbia sbagliato». La sinistra di Rifondazione, Pdci, Verdi, Di Pietro, Occhetto vuole l´abrogazione della legge in toto e, in subordine, la cancellazione delle parti più «macroscopicamente incostituzionali».
Presentato da donne (parlamentari come le ds Barbara Pollastrini e Katia Zanotti, la comunista Maura Cossutta), esponenti della Cgil e delle associazioni per la provetta, è il quesito che denuncia come, parlando di diritti del concepito e tutela dell´embrione, si attenti anche alla legge sull´aborto. Approvata cinque mesi fa in Parlamento - dopo 25 anni di norme fatte e affossate nel braccio di ferro tra laici e cattolici - è criticata dai medici, preoccupati per il turismo procreativo. Un "appello contro" è stato firmato dagli scienziati, tra cui Rita Levi Montalcini e Dulbecco; da intellettuali; dalle donne giuriste. Il ministro della Salute, Sirchia ha annunciato linee guida che dovrebbero modificarne alcuni paradossi; il ministro Stefania Prestigiacomo (Fi) non esclude correttivi ad hoc. Ma solo il Nuovo Psi, i repubblicani, i forzisti Biondi, Rivolta, Jannuzzi si sono detti pronti alla riscossa referendaria.

il prof Paolo Pancheri etc: schizofrenia

Yahoo! Salute 19.7.04
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Schizofrenia: un aiuto dalla conoscenza
Il Pensiero Scientifico Editore
di Antonio Caperna


Trasmettere "A beautiful mind" nelle scuole. È la proposta che arriva da Paolo Pancheri, professore ordinario di Clinica psichiatrica all’Università ‘La Sapienza’ di Roma, per aumentare la conoscenza sulla schizofrenia. Il celebre film che narra la storia del premio Nobel per la Matematica, John Nash, rappresenterebbe un aiuto reale per mettere in un angolo quei pregiudizi che rallentano le cure.
Secondo un’indagine presentata a Roma, infatti, nell’84 per cento dei casi, il ritardo diagnostico dipende proprio dallo stigma verso questa patologia. “Questo film è stato utilissimo per aumentare l’interesse della gente - spiega Pancheri, nel corso del seminario ‘La schizofrenia vista da vicino’- il pregiudizio nasce dalla cattiva conoscenza di una malattia che si può curare”. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, circa un terzo delle persone che si ammalano guarisce e torna a svolgere una vita normale, un altro terzo guarisce ma deve continuare ad assumere i farmaci ed ha qualche ricaduta negativa ed infine l’ultimo terzo di pazienti evolve verso la cronicità con difficoltà in campo lavorativo e delle relazioni sociali.
L’indagine, promossa dalla Bristol Myers Squibb e curata dall’Abacus, evidenzia che il 64 per cento della popolazione italiana ritiene di conoscere la malattia, indicata come la forma più grave di patologia mentale, tanto che il 72 per cento degli intervistati con un alto livello di istruzione la colloca davanti alla depressione e alla fobia.
La ricerca ha coinvolto 500 persone, 200 psichiatri e alcuni pazienti con le loro famiglie. Il timore più grande è che una persona affetta da schizofrenia possa provocare guai a sé e agli altri (53 per cento) e rovinare la famiglia in cui vive (41 per cento). Nei centri con una popolazione inferiore ai 10 mila abitanti è radicata la convinzione che la persona malata possa vivere in armonia con il proprio contesto sociale, grazie soprattutto (57 per cento) alla terapia farmacologica. In termini di qualità di vita, le aspettative dei pazienti non sono diverse da qualunque altra persona: c’è il desiderio di una relazione affettiva, di un lavoro stabile, degli amici. Il rapporto con la famiglia è considerato fondamentale dal 56 per cento del campione mentre ai fini dell’accettazione della malattia, è importante non sentirsi considerati ‘malati di mente’.
Ad aiutare il paziente nel suo percorso è lo psichiatra (64 per cento), considerato soprattutto un riferimento per i momenti di crisi. Per quest’ultimo è il ‘marchio socio-culturale’, cioè lo stigma, che nell’84 per cento dei casi ritarda la diagnosi, mentre l’adesione al trattamento è un problema per il circa il 40 per cento dei pazienti, legato soprattutto agli effetti collaterali. Infine sono le donne a farsi maggiormente carico del familiare affetto da schizofrenia (61 per cento) e sono loro che si accorgono dei primi sintomi del congiunto, ovvero sintomi negativi nel 69 per cento dei casi (apatia, scarsità di concentrazione, perdita di interesse) e positivi nel 56 per cento (deliri e allucinazioni). 
“Non possiamo fare campagne di informazione contro lo stigma della schizofrenia e poi gli psichiatri o le associazioni si muovono in maniera poco convinta - afferma Antonio Guidi, sottosegretario di Stato alla Salute - la psichiatria ha tante prospettive e probabilmente delle contraddizioni ma non viviamola come la ruota di scorta delle altre branche mediche”.

Shakespeare

una segnalazione di Dina Battioni

Repubblica 18.7.04
Otello e Re Lear grandi eroi scettici

Esce in Italia 'Il ripudio del sapere' dell' americano Stanley Cavell, considerato un classico nelle indagini sul drammaturgo inglese è uno studio sul pensiero dell' autore, nelle cui opere affiorerebbero le più importanti questioni filosofiche del suo tempo lui e Galileo nacquero lo stesso anno nelle sue parole l'eco di Montaigne e di Cartesio
di NADIA FUSINI


Questa volta a piegarsi di fronte al mistero di Shakespeare è un filosofo. Ne Il ripudio del sapere (Einaudi, traduzione di Davide Tarizzo, pagg. 288, euro 23) Stanley Cavell annuncia che vuole leggere Shakespeare, sente che lì c' è pane per i suoi denti. Disowning knowledge - questo il titolo in inglese - è raccolto nel 1987, dopo che parti di esso erano già affiorate in altri testi. La lettura di Otello, ad esempio, sbuca alla fine di The claim of reason del '79 (in italiano La riscoperta dell' ordinario, Carocci, 2001: ottima la traduzione di Barbara Agnese, illuminante la post-fazione di Davide Sparti). Il saggio su Coriolano sta nella raccolta Themes out of school del 1984; quello sul Re Lear conclude "Must we mean what we say?" del '69, l' ultimo è su Macbeth. .. Per anni, dunque, Cavell è tornato su Shakespeare, commentando i vari drammi e interrogandosi sul valore del suo teatro; fino a produrre questo libro, un classico ormai nel mondo anglo-sassone - in cui il filosofo americano riconferma la sua vocazione di pensatore che intende allargare i confini e rinnovare lo spirito della filosofia. è convinto infatti che il pensiero non lo si debba affrontare solamente sul terreno istituzionale delle accademie filosofiche, ma nella selva oscura della letteratura, del teatro, del cinema: nella tragedia shakespeariana, ora; nella commedia hollywoodiana (in altro testo celebre del 1981, che Einaudi ha pubblicato nel 1999 con il titolo Alla ricerca della felicità), nella poesia di Emerson, nel romanzo di Thoreau. Tutti luoghi animati da una riflessione sulla condizione umana. Questo libro, ripeto, è un classico in America, pur nella sua "differenza"; che da spirito libero e indipendente, Cavell pienamente rivendica, sostenendo che sì, c' è una «differenza inglese e americana» rispetto alla filosofia. Ovvero, la filosofia in America, in Inghilterra non ha mai prodotto filosofi che si disponessero all' ascolto della lingua dei poeti; niente di comparabile a Kant, a Hegel, a Schelling, a Heidegger. Ma ha senso, si chiede Cavell, che la filosofia continui a bandire la poesia, come è accaduto al suo principio? Alla domanda risponde schierandosi dalla parte della letteratura. Di una filosofia che corteggia, e costeggia la letteratura. Si chiede poi: il problema della comunicazione tra filosofia e letteratura è un problema filosofico, o letterario? Accetta la domanda, la riceve, l' accoglie, la fa sua, la tiene aperta, l' agisce, la sperimenta... Ed ecco il libro: questo. è un libro di filosofia? O di letteratura? Né l' uno, né l' altro, direi. è un libro in cui attraverso la lettura e parafrasi di alcuni testi shakespeariani si elabora e dipana un pensiero. Il pensiero cresce e prende forma e si precisa e si contraddice e si riassesta e si riarticola a contatto con quelle creazioni, grazie ad esse. Cavell non è lì per spiegarle. Le ri-racconta a se stesso, a partire dalla proprie domande. è un lettore terribilmente possessivo, interessato, di parte. Ma nell' ascolto di fatto si genera una risposta che sono quelle figure - Lear, Coriolano, Amleto... - a suggerire; e insieme, quella risposta le trasforma. E nuove identità nascono. Le opere sono per Cavell aperture; occasioni di contatto. Cavell ha una certa idea della filosofia come quella cosa che non prende la parola per prima. La virtù cardinale della filosofia è per lui la responsività, la sua attitudine a rispondere; la sua sensibilità, si sarebbe detto una volta. Il filosofo è colui che resta sveglio, quando tutti gli altri si sono addormentati. Ricordate Socrate? Ma se questo è il filosofo, chi è il poeta? Chi è Shakespeare? Il più grande scrittore in lingua inglese, risponde Cavell; anzi, l' ordinatore di quella lingua. Wittgenstein - pensatore caro, carissimo a Cavell - lo mette addirittura hors de la literature. E lo chiama non 'poeta' , ma 'creatore di linguaggio' . è a tutti gli effetti un fuori-classe. Cavell aggiunge: se lo è, è perché nella sua opera affiorano le grandi questioni filosofiche del tempo. è un fatto che Cavell fa notare; il fatto, cioè, che Shakespeare sia nato nello stesso anno di Galileo. è un fatto, anche, che se c' è una Weltanschauung elisabettiana, Shakespeare la manda in frantumi. Come fa la nuova scienza. Ma va anche detto che nel caso delle nuove concezioni che Shakespeare adotta - ammesso che potessimo con assoluta certezza conoscere quel che pensava lui, e non i suoi differenti personaggi - anche in quel caso, ogni nuova idea che entri nell' universo della sua creazione drammatica subisce di fatto un vero e proprio sea-change, tale da imporre al pensiero stesso una mutazione. Così Cavell, che ha letto le Meditazioni di Cartesio, leggendo Shakespeare che cosa scopre? Che il poeta ha sopravanzato il filosofo, e lo scetticismo moderno era già tutto lì, maturo, in Shakespeare. C' è Montaigne in Shakespeare, questo lo sapevamo. Ora scopriamo che c' era già Cartesio, il quale, come si sa, viene dopo di lui. C' è in Shakespeare, secondo Cavell, il problema non solo di come condursi in un mondo incerto; ma di come vivere in un mondo senza fondamenti. Cioè a dire: lo scetticismo in Shakespeare è da subito malattia grave. Il discorso di Cavell insiste con ostinata cadenza sullo scetticismo: lo scetticismo è per lui la filosofia; questo il suo chiodo fisso, la sua melodia ossessiva. E come sempre, quando uno ha un pensiero dominante, lo ritrova in ogni verso di Shakespeare che legge. A dimostrazione che si può far dire a Shakespeare ciò che si vuole? Sì e no. Perché in realtà lo studio di Cavell dimostra non che il filosofo riesca a manipolare il drammaturgo, ma il contrario. Shakespeare trionfa, obbligando il filosofo a dilatare il concetto, fino a farlo esplodere. Per Cavell Otello, Lear, Amleto, Macbeth, Coriolano, Leontes del Racconto d' Inverno, non fanno che riformulare in modo diverso lo stesso problema epistemologico; più precisamente si pongono rispetto al sapere e alla conoscenza in postura scettica. In Otello, ad esempio, il problema dell' altro si declina per il protagonista in un senso simile e diverso da Cartesio. Cartesio, sappiamo, se vuole provare con certezza l' esistenza di Dio, lo fa perché vuole con la medesima certezza non ritrovarsi solo al mondo. Nel caso suo, invece, il Moro con una certa quale audacia, sottolineo, mette al posto di Dio una donna finita. Solo che alla fine non regge a tale atto. Nemmeno lui ci crede che quella donna sia una dea, perfetta. Scommette tutto sulla di lei purezza, e poi bastano le chiacchiere insinuanti di quel demonio di Iago, a far crollare la sua fede. Ma perché Otello crede a Iago? Si domanda giustamente Cavell. Non è domanda sciocca. E se la si pone, non si può che correttamente rispondere: perché il dubbio orribile della depravazione di Desdemona è meglio della certezza inconfessabile della sua umanità. Come può Otello accettare che Desdemona sia carne e sangue e gli abbia dato quel che gli dà? La sua carnalità, la sua finitudine? Perché è sul terreno sessuale che Otello, come altri uomini, scopre la finitezza umana. Si può sfuggire alla condizione umana? Lo scettico ci prova. Ma non ci riesce. Per quanto riguarda Coriolano, anche qui si rappresenta il rifiuto dell' eroe eponimo a riconoscersi come parte dell' umano, del finito. Coriolano gioca la sua presa di distanza a partire dal rifiuto della lingua comune. Parlare è prendere e dare in bocca la materia che altri in bocca hanno preso e tenuto, parlare è accettare che passino di bocca in bocca le parole. La circolazione del linguaggio è per Coriolano un' espressione di cannibalismo, molto più pericolosa di quella letterale. Ma a partire da tale diniego, come arrivare a quel riconoscimento - necessario in politica, e Coriolano è eroe politico - il riconoscimento degli altri come i miei altri? Non posso qui riassumere le ricchissime osservazioni di Cavell su ogni dramma. Il libro vale la pena che lo si legga con attenzione. Dirò in generale che le sue letture sono interessanti per gli infiniti spunti di riflessione che aprono su temi e questioni filosofiche e morali e politiche; sono una specie di ginnastica mentale, uno splendido invito a tenere la mente in esercizio, un virtuoso richiamo a una specie di virtuosa ecologia della mente (e tra parentesi, non v' è dubbio che quello di Cavell con Shakespeare è un incontro che si manifesta come un civilissimo conversare: Cavell discorre, impegna, stimola, eccita la mente grazie all' interrogazione filosofica, e a me non dispiace affatto questo modo di fare e di pensare); sia però chiaro, e non lo dico per difendere la gilda dei critici a cui appartengo, che se ingaggio la conversazione con Cavell, so che Shakespeare è solo un pretesto. E i vari personaggi shakespeariani non sono che scorciatoie del pensiero; abbreviazioni di tipi umani. Voglio dire: se non ha senso chiedersi se Shakespeare fosse o no scettico (cosa che Cavell è il primo a riconoscere), siamo sicuri che ha più senso chiedersi, tanto per chiarire un aspetto dello scetticismo, se è scettico Otello? Se lo è Lear? Forse sì, forse no. Allo stesso modo: se sia lo scetticismo il nome giusto della filosofia oggi, confesso, non mi appassiona come tema. Per giocare col titolo del libro io mi autorizzo a una posizione dis-appropriante tale conoscenza. Attivamente rinuncio. Disowning knowledge ha questo senso attivo; c' è qualcuno (è il soggetto nascosto di quel gerundio), che rassegna le dimissioni da un compito di conoscenza che non riconosce. Come un' eredità che non lo riguarda. Ora, secondo Cavell, è questo il gesto proprio - rispetto alla conoscenza, che non è precisamente il sapere (in inglese la differenza è tra learning e knowledge) - che viene compiuto dallo scettico. Il quale non ripudia tanto il sapere; declina piuttosto l' offerta di quel che ci è imposto come un dovere di conoscere. è un atto interessante. Altrettanto interessante l' analisi che ne fa Cavell condotta su campioni letterari del passato. è un modo di dire che la letteratura conta. Ma per tornare alla "differenza americana" - non è certo il modo di Heidegger. Che Cavell invidia, ammira, ed evoca ad inizio del suo libro. Quando Heidegger presta orecchio a Holderlin, o Rilke, è chiaro che cosa accade: il filosofo ascolta nella lingua del poeta il pensiero sorgivo. Il filosofo sprofonda nella parola poetica, ascolta in essa l' evento della creazione. Ed esso risuona con pregnanza straordinaria, coinvolgendo l' ontologia stessa. Cavell non fa così: Cavell discorre, argomenta, discute con il testo come fosse già, esso stesso, un discorso. Non è la parola che interroga. Ripeto, è il discorso. Parafrasa, traduce, storicizza. Così, poco serve Cavell a leggere Shakespeare. Ho anche l' impressione, aggiungo per mitigare il giudizio, che poco o niente serva a leggere Shakespeare. Shakespeare lo si legge con Shakespeare. La conoscenza di Shakespeare è in Shakespeare. Non in un' altra lingua in cui tradurlo. Come non c' è un pensiero di pensiero. è nella forma drammatica, così come Shakespeare la trasforma, che egli conosce e ci fa conoscere. è quello il modo, in virtù del quale si scontra, e trascende, le aporie dell' esistenza, quelle del pensiero e quelle dell' esperienza. Ma è anche vero che questo libro ci guida a cogliere in Shakespeare, nei suoi eroi, un impulso incoercibile a dubitare. Di sé, del mondo. Della conoscenza. E della verità. Ed è vero, quel dubbio c' è. Non è un dubbio solo intellettuale, di chi riconosca un problema epistemologico al fondo della nostra umanissima esistenza. L' affezione grave dello scetticismo si manifesta quando dei viventi, non necessariamente filosofi - come viventi sono un melanconico principe danese, un re vecchio e folle, un regicida stregato, con cui ci identifichiamo - vogliono di più dalla conoscenza; quando per l' appunto a noi viventi ci viene l' ansia di toccare la realtà; quando ci ammaliamo per senso di impotenza e frustrazione; quando sentiamo di non poter conoscere l' altro, e ci accorgiamo di vivere in una profonda alienazione dalla comunità umana. Quando proviamo quello scoramento di fronte alla conoscenza umana così imperfetta, così limitata - che ci fa dire: non mi basta; la ragione non mi basta a spiegarmi il mondo, a farmi conoscere l' altro. Tutte cose di cui Shakespeare ci racconta, mostrandoci quante volte si manifesta nel cuore umano la volontà di esentarsi dalla nostra umanità. Ma tale esenzione è illusoria, ammonisce il poeta. Sortisce in fuga, subisce la tentazione, cioè, di una metafisica, insinua il filosofo. La verità è che - aggiungo io - è difficile condurre la propria esistenza sul terreno desolato della pura e semplice vita. Vorremmo dipendere da strutture sicure, vorremmo fondamenta certe a sostegno delle nostre fragili esistenze. E invece quante volte ci accorgiamo che le nostre parole girano a vuoto? E quanta insoddisfazione ci dà la nostra vita ordinaria! Ecco perché invochiamo Otello e con lui viviamo quel suo dubbio orribile. E condividiamo il disgusto di Coriolano per il mondo, e la nausea di Amleto: forme anch' esse estreme di rifiuto della vita. è proprio qui che si invera il titolo del libro e il "ripudio" - il dis-propriarsi della conoscenza, intesa come sapere - soccorre. Secondo il dettato holderliniano - heideggeriano. E - ancora - il poeta trionfa sul filosofo.

Addio ad Antonio Gades (1936-2004)

Repubblica 21.7.04
Il ballerino, coreografo e regista, è stato stroncato da un tumore a 67 anni
Addio a Antonio Gades una vita di lotta e flamenco
Nato povero, fu un mito della Spagna antifranchista
Comunista, amico di Castro, rivoluzionò la danza. Tre mogli e cinque figli ufficiali Celebri i suoi film con Carlos Saura
di LEONETTA BENTIVOGLIO


ROMA - Personalità rovente, ruvida e fascinosa, senza mai remore, mezzi termini, compromessi. E soprattutto danzatore grande, forse il più grande della Spagna contemporanea, capace di rinnovare dalle fondamenta la tradizione del flamenco. Questo e altro è Antonio Gades, un mito per la Spagna, morto ieri a 67 anni, dopo aver lottato a lungo con un cancro. Appassionato seduttore, lascia una vasta famiglia: di figli ne ha avuti cinque (almeno quelli «ufficiali»: sul loro numero era sempre perplesso), e di mogli tre. Prima di morire ha chiesto di essere cremato.
Di origini umilissime, Antonio Esteve Ródenas nasce a Elda (Alicante) nel 1936, e a 11 anni la povertà della famiglia lo costringe a lavorare e a smettere di studiare. Un trauma e un primo passo verso quell´impegno politico e sociale che sospingerà tutta la sua febbrile esistenza. L´incontro con la danza avviene a 15 anni («per fame», raccontava): iscrittosi all´Accademia Palitos, balla nei locali notturni, e nel 1952 viene notato da Pilar Lopez, che lo accoglie nella sua compagnia. Sarà lei a ribattezzarlo Gades, a intuirne il fuoco irresistibile e a lanciarlo come primo ballerino del suo gruppo. Con la Lopez, Antonio assimila i vari stili di danza popolare spagnola e assorbe le basi del balletto classico di scuola sovietica. Risale a quest´epoca il suo incontro con il mondo di Federico Garcia Lorca, che lo segna nel profondo, e di cui legge, in un´edizione clandestina, il «Romancero Gitano». Decide di fare del flamenco il suo più autentico strumento d´espressione, privilegiando l´intensità e il furore del «baile» e del canto andaluso. All´inizio degli anni Sessanta nasce il primo nucleo della sua compagnia, il Ballet de Antonio Gades, e allo stesso periodo risalgono le prime collaborazioni con l´Italia: monta con Anton Dolin il «Bolero» di Ravel per l´Opera di Roma, danza con Carla Fracci a Spoleto e per lo stesso Festival firma la regia della "Carmen" che lancia Shirley Verrett.
Con vocazione fervida Antonio crea il proprio stile originale, eliminando orpelli e virtuosismi «pittoreschi» per ritrovare la più pura essenza del folklore, «cultura del popolo miseramente prostituita al consumo»: per ridefinire l´intensità dei rituali la forza erotica e la capacità di evocazione del flamenco. Un punto di vista inedito che si nutre, oltre che di attenzione impetuosa alla letteratura e alla pittura (Gades fu amico di Mirò e di Rafael Alberti, che gli dedicò versi devoti), di solidi convincimenti politici. Antonio è comunista, con orgoglio e per sempre: «Ho imparato da piccolo, da mio padre. Possono cadere muri e crollare partiti, ma c´è sempre nel mondo chi sfrutta e chi è sfruttato».
I suoi dichiarati furori lo espongono a persecuzioni nella Spagna franchista. Nel '75, mentre balla al Festival dell´Unità di Bologna apprende che Franco ha condannato a morte cinque compagni: lascia la danza e si rifugia a Cuba, dove diventa amico di Castro, di cui sottoscrive totalmente la politica. Alla fine degli anni Settanta la democrazia spagnola lo richiama per creare il Balletto Nazionale e Antonio, simbolo nazionale prezioso per il nuovo governo, decide di impegnarsi per tre anni. Poi torna alla sua compagnia, dove rivelerà i talenti di partner superbe come Cristina Hoyos e Stella Arauzo.
Negli anni Ottanta parte la sua grande avventura col regista Carlos Saura: un´intesa di straordinario successo, che lo incorona divo internazionale. Saura traduce in film nell´81 il suo balletto "Bodas de Sangre", e due anni dopo gira "Carmen Story", di cui Gades crea in seguito una versione teatrale. Segue un percorso analogo il balletto "Fuego", dell´89, montato da Gades dopo la realizzazione con Saura del film "El amor brujo" (1986), ispirato a Manuel de Falla. L´ultima creazione risale al '94: "Fuenteovejuna", ispirata a Lope de Vega, per l´Opera di Genova.

«in ginocchio da te»
la fine di tanti "rivoluzionari":
sandinisti e preti

Corriere della Sera 21.7.04
L’arcivescovo celebra la messa a Managua nel venticinquesimo anniversario del sandinismo. L’ex presidente del Nicaragua prega e legge la Bibbia
Ortega chiede perdono al nemico della rivoluzione
Riconciliazione con il cardinale Obando y Bravo: «Basta ferite»
di Rocco Cotroneo


Il Cardinale e il Rivoluzionario, uno davanti all'altro dopo un quarto di secolo. Il primo è monsignor Miguel Obando y Bravo e sta al posto che gli è naturale, l'altare centrale della cattedrale di Managua. Celebra messa senza quasi staccare gli occhi dall'altro, che ricambia l'attenzione con rispetto. L'ospite inconsueto è Daniel Ortega, il leader della rivoluzione sandinista che trionfò 25 anni fa in Nicaragua. Obando e Ortega, pedine della storia finale del Novecento, quando la Guerra fredda dava gli ultimi sussulti e l'America Centrale era il Medio Oriente di oggi. La sceneggiatura dell'incontro tra i due è studiata da tempo, c'è simbolismo ma anche politica interna. Camicia azzurra a maniche corte, Ortega è in prima fila con la famiglia, si fa il segno della croce, segue la liturgia e addirittura sale sull'altare per la prima lettura. Il Cardinale l'ha scelta dall'Antico Testamento: che Dio perdoni le offese ricevute dal popolo di Israele, dopo averlo liberato dal giogo d'Egitto. Non è domenica ma lunedì, perché è in questo giorno, il 19 luglio, che cade quest'anno l'anniversario dell'ingresso a Managua dei guerriglieri di Ortega e la fuga del dittatore Somoza. Fuori dalla cattedrale, poco dopo la messa, va in scena invece la celebrazione laica, quella con le bandiere rossonere del Fsln, dei 25 anni. Non c'è molta gente, due o tremila persone, battono le agenzie. Fu una grande illusione, un'occasione perduta, ormai lo si ammette su entrambi i fronti. Stavolta i sandinisti non vogliono limitarsi a ricordare. Volevano la riconciliazione con la Chiesa e l'hanno ottenuta. La mossa è stata di Ortega, che è ancora leader del movimento, e Obando ha accettato.
Riconciliazione o pentimento? Nella messa il cardinale ha usato la parola perdono. Per non restare ingabbiati negli errori del passato, ha detto nell'omelia, è necessario che le famiglie, le parti e gli Stati si aprano al perdono per riannodare le relazioni perdute. «Senza il perdono, le ferite continueranno a sanguinare».
Obando non aveva mai dimenticato le vessazioni subite dalla Chiesa nicaraguense negli anni del potere sandinista, dal 1979 al 1990. Se di repressione vera e propria non si può parlare, è difficile dimenticare la contestazione della folla sandinista riservata al Papa a Managua nel 1983 («Silenzio!», esplose Wojtyla, uno dei momenti più imbarazzanti del suo pontificato) e la persecuzione di molti sacerdoti nelle campagne. Va anche ricordata, d'altro canto, la peculiarità dei rapporti con il mondo cattolico durante la rivoluzione. I sandinisti avevano dalla loro parte un gran numero di religiosi legati alla dottrina della liberazione e alcuni preti entrarono addirittura come ministri nei governi post-rivoluzionari. Uno di loro, padre Ernesto Cardenal, venne pubblicamente rimproverato dal Papa, sulla pista dell'aeroporto di Managua. Era il rappresentante del governo. Ortega l'aveva scelto per dare l'addio al Pontefice.
Acqua passata, dicono ora in Nicaragua. Oggi Ortega è il leader, perennemente discusso, di un partito di sinistra moderata, che vive in un sistema democratico di alternanza. Dopo la vittoria con le armi, ha perso tre volte nelle urne. Nel ’90, quando lasciò il potere a Violeta Chamorro, nel ’96 e ancora nel 2001. Nonostante tutto, il mito resiste e Ortega è ancora leader dei sandinisti. La ripresa dei rapporti con la Chiesa è un altro mattone verso la normalizzazione del movimento che infiammò il Centroamerica e richiamò in Nicaragua migliaia di volontari per aiutare la Revolución. Quella sandinista aveva tutte le carte per essere diversa, aveva abbattuto una dinastia odiosa, i Somoza, che trattavano un Paese come proprietà privata. Prometteva cambiamenti nella democrazia, con un approccio non classista e inizialmente lontano dai dogmi del marxismo-leninismo. Una parte della Chiesa, come detto, partecipò attivamente.
Persino gli Stati Uniti, Carter presidente, guardarono con interesse al governo di Ortega. Poi il vento cambiò. Estremismi interni e il cambio della guardia a Washington innescarono la guerra civile. I contadini e i piccoli proprietari espropriati dal governo sandinista finirono per appoggiare le milizie controrivoluzionarie che si erano installate in Honduras. A Ronald Reagan l'occasione servì per ribaltare la politica di apertura del suo predecessore e aiutare i «Contras». Davanti al no del Congresso ai finanziamenti alle armate ribelli, la Casa Bianca usò l'escamotage dei fondi neri, ricavati con la vendita illegale di armi all'Iran. Il sotterfugio scoppiò nel famoso scandalo Iran-Contras.
Il governo sandinista, trovatosi a fronteggiare un nemico potente e attrezzato, continuò a ricevere solidarietà e appoggio da più parti. Ma i pasticci che combinò in economia fecero probabilmente più male alla rivoluzione che i dollari sporchi di Reagan. Dopo meritorie campagne di alfabetizzazione e di diritto alla salute, Ortega lanciò una riforma agraria sommaria e una serie di nazionalizzazioni che provocarono la fuga di capitali e l'aperta ostilità degli imprenditori. I sandinisti mantennero invece la promessa di rispettare il voto popolare e nel 1990, sconfitti, lasciarono il potere. Il ritorno alla normalità democratica e al libero mercato non è servita finora al Nicaragua per lasciare gli ultimi posti nella classifica della povertà sul continente. Il 70 per cento degli oltre 5 milioni di abitanti vive sotto la soglia di povertà, la disoccupazione è altissima. La principale fonte di sopravvivenza sono le rimesse degli abitanti scappati all'estero, principalmente negli Stati Uniti. L'anno prossimo il Nicaragua tornerà alle urne per scegliere un nuovo presidente. Ortega vuol esserci di nuovo e la mossa di far pace con il cardinale e il Vaticano tutto (alla messa ha partecipato anche il Nunzio a Managua) dovrebbe avere molto a che vedere con l'appuntamento.

due articoli

Paolo Izzo ha segnalato la stroncatura di Giovanni Pacchiano del libro di Eco, sul Domenicale del Sole di domenica 18.7.04

Sergio Grom ha segnalato l'articolo sui suicidi dei giovani su D di Repubblica di sabato 17.7.04

(non ho modo di farne la scansione)

«ve le spiego io»
Umberto Galimberti su anoressia e bulimia

Repubblica 21.7.04
SE IL CIBO È UN DRAMMA
perché si soffre di anoressia e bulimia

L'imperativo di dovere essere magre a tutti i costi
Lo stallo di coppia e la crescita del figlio
Patologie che si incrociano non solo con la psicologia ma anche co la società e la famiglia
Colpiscono l'adolescenza e le donne Uno studio rileva perché il disturbo nasce a Occidente
di UMBERTO GALIMBERTI


Ogni tanto la psicologia ha un colpo d´ala. Esce dagli schemi interpretativi abituali e, senza il timore di rinnegare se stessa, sottrae l´individuo alla solitudine delle sue dinamiche interne, per collocarlo là dove vive: nella famiglia, nella società, nella cultura d´appartenenza, per ricavare da tutti questi scenari indicazioni sul suo disagio. Operazione complessa, che richiede molte competenze, ma soprattutto il coraggio di non limitarsi all´utilizzo di categorie psicologiche, ma di aprirsi alla sociologia, all´antropologia e soprattutto alla filosofia, che originariamente è nata, ce lo ricorda Aristotele, come ricerca della vita buona e della vita felice.
Per questo si distingue dai suoi simili il libro scritto da Luigi Onnis insieme ai suoi collaboratori del Dipartimento di Scienze psichiatriche dell´Università «La Sapienza» di Roma. Il tema è l´anoressia e la bulimia, la cui crescita esponenziale consente di considerare questo disturbo come una sorta di «epidemia sociale». Il titolo è Il tempo sospeso (Franco Angeli, pagg. 282, euro 24), una categoria dalla risonanza filosofica, che vuole segnalare nella nostra cultura il tentativo di congelare l´evolvere del tempo, che per l´individuo significa non crescere e, per la famiglia di appartenenza, non accettare le trasformazioni che al suo interno il tempo produce.
Ma incominciamo dalla cultura della nostra società dove il disturbo alimentare può essere considerato come una sorta di «disturbo etnico», dal momento che non si riscontra nelle altre parti del mondo dove il cibo non abbonda. Qui da noi, dove una pubblicità su due, è un invito a inghiottire, chi ha bisogno, per ragioni sue, di esprimere un rifiuto, che cosa prova di più facile che rifiutare il cibo? Questo rifiuto si accorda con l´altra metà degli spot pubblicitari che segnalano la magrezza, soprattutto femminile, come un imperativo categorico, non solo per ragioni di seduzione, ma soprattutto per ragioni di efficienza.
Nella nostra cultura, infatti, la donna è alla ricerca di una nuova identità e di una nuova relazione col maschile all´insegna dell´autonomia e dell´autorealizzazione che, nella cultura dominante dell´immagine, ha come suo primo segno il corpo asciutto ed efficiente, quella sorta di «bella presenza» che sembra un pre-requisito per il lavoro, senza di cui non si dà né autonomia, né autorealizzazione. E allora bisogna essere magre, come segno di autocontrollo, bisogna avere le epidermidi levigate in cui ogni traccia dello scorrere del tempo sia cancellata. Tutto ciò non è causa dell´anoressia o della bulimia di chi mangia e vomita, ma vi concorre. E non principalmente per ragioni di seduzione, lo ripetiamo, ma per ragioni di autonomia e di autorealizzazione, a cui tende la trasformazione della donna nelle civiltà evolute (e opulente).
Il secondo fattore che interviene a innescare comportamenti anoressici o bulimici è la «frattura adolescenziale» come la chiama Luigi Onnis con riferimento a quel processo di differenziazione e individuazione a cui ogni adolescente va incontro per diventare se stesso e autonomizzarsi nel e dal contesto familiare. Perché ciò avvenga è necessario che si inneschi quella dinamica del «rifiuto» che tutti i genitori, più o meno drammaticamente, conoscono nei processi di crescita dei loro figli.
Quando l´adolescente non ce la fa, o non gli è consentito dal contesto familiare percorrere questa tappa evolutiva del rifiuto per raggiungere la propria autonomia e indipendenza, ricorre, come tutti quelli che non ce la fanno, all´espediente della malattia e maschera nel rifiuto del cibo la sua incapacità a esprimere altrimenti il rifiuto. In questo modo, come sempre accade in ogni contorcimento della psiche, si ottiene l´effetto opposto, perché se il rifiuto è una tappa per diventare autonomi, il rifiuto del cibo, esaurendo il corpo, impedisce non solo ogni autonomia, ma anche il raggiungimento di quell´aspetto peculiare dell´identità che è la sessualità femminile, con conseguente compromissione di tutto il mondo delle relazioni.
Ancora una volta un «tempo sospeso» tra l´infanzia e l´età adulta. E siccome ogni disagio psichico, come insegna Freud, porta un vantaggio secondario, col rifiuto del cibo l´anoressica può da un lato soddisfare il bisogno adolescenziale di rifiuto del mondo genitoriale e soprattutto della madre (prima procacciatrice di cibo) e dall´altro non abbandonare il mondo dell´infanzia e i bisogni fusionali di dipendenza. Ma le tendenze sociali dominanti e i processi psichici individuali ancora non bastano a spiegare l´insorgenza e la diffusione dei disturbi alimentari. Bisogna anche dare un´occhiata al contesto familiare. E qui i ricercatori hanno riscontrato che le dinamiche familiari dove insorgono problemi di anoressia e bulimia sono intrusivi e protettivi, come se i genitori avessero difficoltà ad accettare i processi evolutivi dei loro figli, e quindi in qualche modo volessero fermare il loro tempo in quel «corpo familiare» in cui erano contenuti quando erano piccini.
Si tratta di famiglie in cui sembra che l´unico ideale sia quello di evitare i conflitti bloccando in questo modo, oltre all´esplicitazione del dissenso anche il processo di differenziazione e di individuazione. Evitare i conflitti non significa che non ci siano, semplicemente non vengono esplicitati. Si determina in questo modo quello che Selvini Palazzoli, la prima grande studiosa italiana dell´anoressia, chiamava «stallo di coppia», dove l´insoddisfazione reciproca dei genitori, non esplicitandosi, si manifesta in modo criptico e segreto, strumentalizzando la figlia («gioco di istigazione»), la quale ricorre all´espediente anoressico per rivendicare, sia pure in modo fallimentare, che non è «strumento», ma «persona».
Queste dinamiche non conflittuali, o dalla conflittualità segreta e nascosta sono frequenti nelle famiglie affette, per ragioni ideologiche o di potere o di salvaguardia della proprietà, da quello che Luigi Onnis chiama «mito dell´unità della famiglia», assunto come valore supremo da tutelare contro i «fantasmi di rottura» che potrebbero incrinare la propria ideologia, o avere effetti catastrofici sulla propria posizione di potere o sul proprio patrimonio. In queste famiglie, mi auguro inconsciamente, ce la si mette tutta per arrestare i processi psicodinamici dei figli, i cui spunti di individuazione sono vissuti come minacce irreparabili. Anche qui si assiste a un arresto del tempo, dove il vincolo a un mito che non si può infrangere ipostatizza la famiglia in un eterno presente che non concede evoluzioni, perché ogni processo di autonomia evoca l´angoscia della perdita.
Il libro di Onnis porta in apertura una bella citazione di Heidegger, il filosofo di Essere e tempo. Chissà se la filosofia non può essere d´aiuto alla psicologia quando questa, attenendosi all´ortodossia dei suoi strumenti, non riesce ad arrivare al fondo enigmatico e buio della nostra anima? Io penso assolutamente di sì, e sono contento che un gruppo di neuropsichiatri abbia imboccato con coraggio questa via, da cui la medicina è nata e poi, per ragioni di autonomia, ha disertato, dimenticando l´insegnamento di Ippocrate: «Il medico che è anche filosofo è pari a un Dio».

hanno detto (imperdibili!):
Vera Slepoj, psichiatra di Forza Italia
sul delitto di Cogne

Il Gazzettino 21.7.04
Mercoledì, 21 Luglio 2004
LA MENTE PUÒ SCINDERSI IN RAZIONALE E VIOLENTA
di VERA SLEPOJ


La morte può scomporre le parole dai gesti e ancora la mente può manipolare la realtà dal sogno, gli eventi reali o immaginati e portarli sulla china e poi sul baratro della follia. Il male usa il bene spesso per catturare affetti ed emozioni, sentimenti che vengono dichiarati, ma che sono spesso la copertura di eventi cruciali che trasformano il pensiero in un vortice infinito dove solo il silenzio diventa una violenza senza confini. La casetta di Cogne oggi ci sembra così, irreale metafora della nostra follia, un bene innocente e intoccabile che dentro contiene tutto ciò gli eventi della follia possono consumare. Non bastano enormi occhi lucidi per piangere non su qualcuno di innocente, ma sulla tragedia delle proprie confusioni mentali.
Come nelle leggende più appassionate e appassionanti la signora Franzoni, come "caso" ha diviso l'Italia, l'ha frantumata nei suoi ideali, l'ha trascinata dentro il dubbio e la colpa, mai una manipolazione è stata più perfetta. È d'obbligo sostare un po' non sulle colpe o sulle pene giuridiche, ma su questa nostra incapacità culturale di dedicare un'attenzione precisa ai nostri pregiudizi e alle nostre assolute incapacità di comprendere la follia. La mente non è un contenitore certo né tantomeno decifrabile dalla sola razionalità, il problema tutto italiano è quello di dover definire l'indefinibile. Dalla Salpetriere a Sigmund Freud fino ai più recenti psichiatri del Novecento italiano le malattie mentali esistono, hanno connotati precisi, percorsi di diagnosi e cura ancora non così effimeri come la nostra strana negazione o rimozione sistematicamente fa.
La mente si può isolare, costruire percorsi paralleli scissi o "di confine" come la patologia di borderlaine, vuol dire che come noi agiamo e come noi pensiamo non sempre c'è armonia.
L'assassinio di Marco Biagi, episodio di gravità civile enormemente maggiore del delitto di Cogne, ebbe metà spettatori. Perché? Lasciando da parte ogni giudizio morale, la spiegazione mediatica - o se volete, la spiegazione tecnica - è la seguente. L'attentato contro Biagi interessava soltanto quella parte di italiani che ne hanno colto le devastanti implicazioni sulla convivenza democratica in uno dei principali paesi del mondo. L'altra parte di italiani - quella, maggioritaria - preferì guardare un film o un varietà perché considerava Marco Biagi uno sconosciuto uomo di Palazzo, del tutto estraneo ai propri sentimenti e allo scorrere della propria vita.
Anna Maria Franzoni fa parte invece a pieno titolo della nostra famiglia. È nostra moglie, è la madre dei nostri figli. È una persona normale accusata di un delitto orribile e ieri condannata a una pena pesantissima (senza rito abbreviato avrebbe rischiato l'ergastolo) per l'assassinio del proprio piccino.
È la sua insistita normalità - dimostrata clinicamente da ogni perizia - che ha sconvolto l'intero Paese. La signora che mise il proprio piccino in lavatrice determinò soltanto una fuggevole pietà perché era matta. Ma se Anna Maria Franzoni è una persona normale ed è colpevole, la stessa cosa può accadere domani in casa nostra, con nostra moglie e i nostri figli. Questo spiega un'attenzione pari alla tragedia delle Torri Gemelle (potevamo essere noi in quell'aereo o in quelle torri, i terroristi potrebbero colpirci domani durante un viaggio qualsiasi) e almeno doppia del caso Biagi, che coinvolge personalmente soltanto una fascia ristrettissima di persone.
A questo si aggiunga che la vicenda di Cogne è stata animata da personaggi che nessuno sceneggiatore televisivo avrebbe potuto disegnare in modo più efficace. Anna Maria non sale sull'elicottero che porta il figlio in ospedale nell'ultimo vano tentativo di salvarlo, si trucca il giorno del funerale di Samuele, annuncia in televisione la sua nuova gravidanza, aspetta il processo dedicandosi al figlio superstite e al nuovo bambino. Il marito è una brava persona che cerca ad ogni costo di salvare la propria famiglia. Il padre di lei è un personaggio duro e determinato. La psichiatra amica di famiglia svolge un ruolo determinante di testimone e poi scompare. Il celebre avvocato di sinistra accetta la difesa e poi rinuncia. Il celebre avvocato di destra lo rimpiazza, diffida procuratori, denuncia carabinieri, sceglie la formula al tempo stesso prudente e azzardosa del rito abbreviato. Il tutto in un paese chiuso e progressivamente ostile alla famiglia, dove va in vacanza un famoso politico di sinistra amico del primo avvocato (di sinistra). E poi il gioco dei minuti, come nel delitto Fenaroli, lo scontro delle perizie sul pigiama, il fratellino di Samuele che gioca fuori della casa nei pochi attimi in cui il piccolo - secondo la sentenza - viene ucciso dalla madre.
Un grandissimo giallo, che appassiona e divide l'opinione pubblica. Tanta attenzione non si era mai avuta perché mai, nella storia giudiziaria italiana, era accaduto niente di simile.
Così come la patologia mentale prevede un procedere alterato, alienato, compromesso, così il nostro agire può gradualmente entrare nello sgretolamento del controllo dei comportamenti. Ciò che consideriamo normale, conforme alla norma, non vuol dire che i pensieri non si scindano in un percorso senza ritorno, appunto alla follia, dove l'uccisione, l'omicidio, la violenza folle, parossistica e imperfetta travolgono e avvolgono nello stesso tempo la coscienza. Non è la violenza di una madre che riduce in poltiglia ciò che più ama, ma che non sa gestire, l'origine e la genesi dell'orrore di Cogne, ma la lucida, costante, estenuante dialettica di una ragione ossessiva che mostra le sue forme più manipolate.
Molte sono le patologie mentali che scindono la mente e sono proprio le scissioni quelle più complesse da individuare perché il soggetto mantiene una parte di sè ricca densa di buon senso, buona dialettica, comportamenti apparentemente razionali e ragionevoli, parallelamente esiste nel presente un'altra parte, un'altra personalità, può essere violenta, distruttiva o autodistruttiva, perversa, piena di ossessioni e in percezione alterata della realtà fino all'assunzione di personalità diversa dalla propria, c'è chi sviluppa un pensiero persecutorio (la Cia, il Kgb, il vicino di casa, lo stato, una personalità famosa, vedi l'assassino di John Lennon o il caso Profeta e così via dicendo) vittimistico, che si identifica dentro le personalità del Papa, di Dio, del presidente di uno Stato, di una pianta, di un "niente". Così è stato a Cogne, un lungo percorso allucinato, pieno di simboli, di parole, di razionale ricerca di un ossessivo pensiero ipotetico e ipotizzabile. Mai una trasposizione della realtà è stata più tragica, perché un orrore è entrato nella logica ed ha cercato la razionalità degli eventi fino a perderne il senso e i confini. Così è stata la televisione, così sono stati i giornali, lungo e tragico delitto della ragione, così l'abilità giuridica, così il potere assoluto e agonizzante di inconsapevoli mass-media.
Franzoni e Cogne sono oramai un marchio, dove il delitto, l'orrore di un bimbo sparisce dalla nostra mente per celebrarsi l'onnipotenza e la protervia dei suoi protagonisti. Dov'è Samuele, dove sono i suoi fratelli, dov'è la pietà, dov'è l'umiltà? La follia è legare dietro all'ingiustizia o presunta tale la verità e la realtà, quella di un bambino spappolato, fracassato, com'è possibile non pensarlo e pensare solo a zoccoli, pigiami, dogmatismi personali, giuridici. Il dolore profondo non sta solo nella verità, tenta il corso, il meccanismo rozzo della retorica usato da tutti per costruire una grande utopia, quella della rimozione, lo scostamento dall'orrore, la follia della ragione fino allo stupore giuridico. Samuele non è stato ancora seppellito, noi lo dobbiamo seppellire e con esso tutte le parole di tutto di tutti.

cellulari e funzioni cognitive

una segnalazione di Paola Franz

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ROMA “LA SAPIENZA”
Le nostre funzioni psicomotorie e cognitive sono influenzate dai campi elettromagnetici dei cellulari: lo dimostra uno studio de “La Sapienza”


Quali sono gli effetti dei cellulari sulle nostre funzioni psicomotorie e cognitive? La risposta è stata pubblicata dalla rivista scientifica NeuroReport con l’ articolo “Time-course of electromagnetic field effects on human performance and tympanic temperature” dove sono stati valutati gli effetti “a breve termine” a carico delle prestazioni psicologiche e cognitive conseguenti alle esposizioni acute (cioè di breve durata) a segnali GSM. Lo studio, condotto presso il dipartimento di Psicologia in collaborazione con il dipartimento di Ingegneria Elettronica de “La Sapienza”, ha dimostrato come la presenza del campo elettromagnetico induca una velocizzazione nella risposta agli stimoli acustici, riducendo il tempo di reazione di circa il 10%. La vera scoperta sta nel fatto che l‘effetto non rimane circoscritto al momento in cui i soggetti sperimentali sono esposti al segnale, ma diventa più intenso con il trascorrere del tempo, raggiungendo il picco intorno al ventesimo minuto dallo spegnimento del cellulare, per poi esaurirsi completamente entro 40-45 minuti. “Da questo esperimento - afferma Giuseppe Curcio ricercatore presso il Dipartimento Psicologia de “La Sapienza” - non possono essere tratte conclusioni salienti per la salute umana, poiché la ricerca non riguarda ancora gli effetti riscontrabili a lungo termine ma dimostra, comunque, come brevi esposizioni ai campi elettromagnetici possano influenzare i processi psichici in maniera sostanziale ma assolutamente reversibile”. Lo studio è stato condotto su un gruppo sperimentale di studenti universitari volontari da il dr. Curcio e dai professori M. Bertini. M. Ferrara, L. De Gennaro, R.Cristiani e G. D‘Inzeo.

il suicidio di Ostia

una segnalazione di Serena

Repubblica 20.7.04
Ostia, il ragazzo si riprende annunciando i motivi del suicidio
La cassetta lasciata come "eredità" al suo migliore amico
Diciottenne si toglie la vita
in un video spiega perché
Lucido, parla della morte come "rimedio alle sofferenze"


ROMA - Aveva appena compiuto 18 anni, e già da tempo meditava di togliersi la vita. Oggi, verso le 13, si è sparato un colpo di pistola alla testa. Prima F.L. ha girato una videocassetta nella quale ha spiegato i motivi che lo hanno portato a uccidersi.
Con calma, lucidità e freddezza, si è ripreso con la sua videocamera digitale e rivolgendosi ai suoi amici ha annunciato che si sarebbe tolto la vita. "Voglio farla finita con questa pistola. Ho le mie ragioni per fare questo".
Il video è stato lasciato dallo stesso ragazzo, questa mattina, ai genitori del suo migliore amico. Appena vista la cassetta, il giovane ha avvertito i carabinieri che sono andati nell'appartamento di viale Vittoria, a Ostia, dove F.L. viveva con i suoi genitori. Quando sono arrivati sul posto, non hanno potuto fare altro che constatare il decesso del giovane.
Un gesto premeditato, come dimostra il video-testamento girato nella sua stanza da letto, con tutta probabilità questa mattina molto presto. Il giovane, al secondo anno del liceo classico, ha pensato a ogni dettaglio: si riprende in primo piano mentre dice le cose più importanti, poi in una scena più ampia mostra agli amici i "vari pacchetti" che confeziona per loro come "ricordo". Dentro a ognuno di questi pacchi ha messo qualche pezzo delle sue "collezioni di armi bianche", e cioè coltelli, taglierini e pugnali che comprava in viaggio, oltre ai "pezzi rari di Zippo", piccoli accendini che collezionava da anni.
Nei venti minuti del video, che definisce "un'eredità per gli amici", F.L. in tuta, con una maglietta nera e le scarpe da ginnastica, spiega con parole profonde, appropriate, in tre motivi, perché è arrivato all'idea della morte come "rimedio alle sofferenze". Il giovane spiega che "finalmente arrivato a diciotto anni può decidere come morire". Avrebbe infatti aspettato di essere maggiorenne per richiedere il porto d'armi e comprarsi una pistola.
In un discorso lucido, determinato e a tratti, hanno spiegato i carabinieri, anche freddo, il giovane racconta al suo migliore amico che il "primo motivo che lo ha spinto al suicidio rimarrà un segreto tutto personale e che nessuno saprà mai". Poi, aggiunge, "il secondo è che voglio smettere di soffrire, il terzo è che, visto che prima o poi tutti se ne vanno, non ho paura di accelerare questo processo".
Nel suo racconto affronta anche i modi con i quali aveva pensato, nel corso degli ultimi mesi, di uccidersi. "In un primo momento avevo pensato di buttarmi dalla finestra, ma poi ho pensato che qualcosa avrebbe potuto andare storto e mi sarei, magari, risvegliato in un letto di ospedale. Allora ho pensato al veleno - racconta con calma - e il cianuro era l'unica soluzione. Ma non sono riuscito a trovarlo. Quindi ho pensato alla pistola, è l'unico modo indolore". Infine, sedendosi sul suo letto, parla anche di "Eros e Tanatos", affrontando quindi il tema della tragedia greca su amore e morte.
F.L., ha raccontato il suo migliore amico ai carabinieri, aveva molte volte parlato dell'intenzione di togliersi la vita. Era un giovane brillante, colto, che considerava la morte una specie di "liberazione". Il compito affidato al giovane amico che ha ricevuto la videocassetta era quello di fare alcune copie del messaggio e di distribuirlo a tutti i loro amici.

immagini della mente

una segnalazione di Fabio Severo

da L'espresso 19/7/2004
Immagini dalla mente
Sperimentato in Australia un software in grado di riprodurre le allucinazioni degli schizofrenici. Un aiuto per i medici per capire cosa succede nella testa di chi soffre
di Eugenio Spagnuolo


Non sarà proprio come vedere la Madonna o come trovarsi davvero in un quadro di Dalì, ma lo sbigottimento è garantito se ci si affaccia allo schermo del pc dell'Università del Queensland in Australia, dove è stato installato "Psychosis Simulation Software", il primo simulatore di allucinazioni per computer.
Si tratta di un prototipo sperimentale di realtà virtuale composto da tre proiettori e uno schermo gigante in grado di offrire una visuale di 150 gradi, e il suo funzionamento simula quello della mente di chi soffre di schizofrenia (malattia che secondo l‘Oms colpisce 24 milioni di persone al mondo e che tra i sintomi comporta allucinazioni di tipo visivo e uditivo). Grazie alle interviste fatte ad alcuni pazienti, il programma è stato dotato di un archivio di fotografie che rappresentano le allucinazioni più frequenti, inclusa un‘apparizione della Madonna con tanto di aureola. Gli utenti, soprattutto studenti di medicina, in pratica si muovono per una stanza virtuale e man mano che avanzano possono scegliere se far apparire un abisso nel pavimento, improvvisi flash di luce o uno specchio dove le immagini si sciolgono, come in un quadro surrealista. In alcuni casi basta solo avvicinarsi a un oggetto per far apparire una visione. "La nostra idea - ha spiegato Geoffery Ericksson, a capo del progetto di sviluppo del software - è vedere che cosa succede nella mente di chi soffre di allucinazioni dal suo punto di vista" .
In tal modo i medici potranno avere una reale comprensione delle allucinazioni che opprimono i pazienti, mentre oggi devono limitarsi ad interpretarle dai loro racconti, cosa che rende impossibile valutarle con obiettività. Oltre a questo tipo di "immedesimazione" artificiale, il simulatore promette di intervenire terapeuticamente sui pazienti attraverso allucinazioni controllate che gli insegneranno col tempo a ignorare la comparsa di quelle "reali".
Il passo successivo dell'Università australiana sarà portare a termine altre interviste per avere un archivio di "visioni" il più ampio possibile e nel giro di 5 anni il software comincerà ad essere commercializzato in tutto il mondo. Prima però la realtà virtuale dovrà dimostrare di essere davvero utile nella terapia del comportamento. Ma, come hanno spiegato in un rapporto inviato al "Journal of Network and computer application" , i ricercatori del Queensland sono ottimisti: "si tratta di una tecnologia che a tutt‘oggi ha trovato molte applicazioni in campo medico. Dall'addestramento dei chirurghi alla formazione dei medici sulle emergenze catastrofiche come terremoti e incendi, ed è stata anche sperimentata con successo nel trattamento di determinati tipi di malattie mentali e di disturbi come le fobie".

lunedì 19 luglio 2004

citato al Giovedì
Loana e i misteri di Eco

Repubblica 15.7.04
LE IDEE
LOANA E I MISTERI DI ECO
DOPO L'ULTIMO ROMANZO

La lettura di una storia piena di ricordi condivisi spinge a cercare di capire meglio l´autore: un maestro di molte discipline, un grande innovatore
Una sceneggiatura multimediale con figurine, canzoni, poesie e fumetti
Il prodotto più riuscito è stato "Il nome della rosa" che coniugò il gotico con il giallo
di EUGENIO SCALFARI


Da qualche settimana sono alle prese con Umberto Eco. Dovrei forse dire con l´ultimo romanzo di Umberto Eco, La misteriosa fiamma della regina Loana. Mi è arrivato per posta celere con tre parole di dedica: a Eugenio, su tempi comuni.
È vero, tempi comuni e ormai remoti. I giochi che facevamo una quarantina d´anni fa, quando tra un whisky e un Cuba libre ci sfidavamo con le citazioni a memoria dai Tre moschettieri e dai testi delle canzoni degli anni Quaranta io li ho ancora nella mente come fossero di ieri. Tempi comuni.
Eccome.
Dunque sono alle prese con la regina Loana. Ho letto il libro, 456 pagine.
Illustrate. Ho letto le recensioni diciamo così colte, che analizzano e scompongono i vari livelli della narrazione, la qualità della memoria di Eco, del personaggio protagonista, nella voce narrante, che è l´Autore ma non è necessariamente Eco, così come Yambo, il protagonista, è una via di mezzo tra l´autobiografia di Eco e l´Autore. Insomma c´è un´ambiguità voluta in quel gioco delle parti e - dicono le recensioni colte - quello è il bello della regina Loana (che poi era uno dei nomi tipici delle ragazze che allora lavoravano nei bordelli dove gli studenti "under eighteen" cercavano di entrare abusivamente).
Ho letto anche i resoconti delle serate di presentazione del libro. In particolare quella fatta al teatro Dal Verme a Milano, gremito da oltre duemila persone in gran parte giovani, attratti non tanto dai tempi comuni (i loro sono molto diversi dai nostri) ma da te, caro Umberto, dalla tua maniera così nuova, così diversa dalle fottutissime presentazioni editoriali delle quali se diovuole non frega niente a nessuno salvo che agli amici costretti ad andarci per dovere di cortesia e di possibile reciprocità.
Tu invece fai spettacolo, esibisci videocassette, fai suonare e cantare canzoni d´epoca e perfino gli inni del Guf Fuoco di Vesta che fuor dal tempio irrompe e Roma rivendica l´Impero e La saga di Giarabub. A quell´epoca tu eri poco più che bambino, io avevo già i miei «seventeen» e marciavo con la mia divisa di fascista universitario, figlio del regime che mi conteneva e mi aveva covato per tutti quegli anni come le galline covano le uova. «Una maschia gioventù con romana volontà».
Come vedi il tuo libro mi riguarda, Cino e Franco mi riguardano, Gordon e l´impero di Mongo mi affascinavano molto di più del Balilla che nessuno di noi ragazzi di allora ha mai letto. Da questo punto di vista i propositi che tu dichiari nell´introduzione li hai perfettamente realizzati ed hai risvegliato i ricordi d´un paio di generazioni.
Ma è solo questa la motivazione del tuo libro? La tua necessità di scriverlo? Il costrutto che il lettore - vecchio o giovane che sia - ne ricava?
No, non credo che sia questo. E il libro m´intriga proprio perché desidero scoprirla quella ragione, quella necessità. Desidero scoprire chi è Umberto Eco, che cosa veramente rappresenta nella cultura italiana ed europea, qual è l´immagine che proietta e soprattutto qual è l´immagine che Eco ha di sé.
Mi si può chiedere, da te o da altri, perché mai io persegua questa testarda idea di voler esplorare la «terra di Eco», ma la risposta è facile ed anche veritiera. Tu sei un personaggio a tutti gli effetti singolare nella cultura moderna. Maestro in semiologia e in scienza della comunicazione. Autore di romanzi che hanno fatto il giro del mondo tradotti in non so quante lingue, alcune delle quali scritte con strani alfabeti, cirillici, conici, addirittura geroglifici. Accademico di non so quante accademie. Premiato di non so quanti premi. Caposcuola. Esperto di Internet. A tuo modo uomo politico. Educazione cattolica. Vagamente ateo. Razionalista. Illuminista con palesi venature romantiche. Per certi versi gnostico. Ludico, soprattutto ludico. Pietro Citati, recensendo su Repubblica un tuo romanzo qualche anno fa, incominciò con un «incipit» che allora mi fece saltare sulla sedia: «Eco - scrisse - è un grande buffone». Poi chiarì il senso della parola che non era affatto un insulto ma la presa d´atto della tua maniera.
Insomma ce n´è abbastanza perché ci si interessi alla tua opera e al suo autore. Tu del resto, con una fedeltà che dura ormai da quarant´anni (ti invitai a collaborare all´Espresso nel 1963) hai sempre riservato la tua attività giornalistica ai giornali da me fondati e diretti. E vuoi che non mi interessi capire chi è, nel profondo, Umberto Eco e qual è il suo ruolo nella cultura contemporanea?

* * *

Ti dirò qual è l´immagine che io ho di te: l´ideatore e il costruttore di un grande cantiere dove si sperimentano nuove architetture culturali utilizzando nuovi materiali e nuove tecnologie. E dove si educano studenti, studiosi, letterati e artisti. A nuovi linguaggi. A nuovi modi di associare idee.
Possibilmente perfino a nuovi comportamenti civili.
Strada facendo il cantiere - pur restando tale - ha assunto la forma d´una cattedrale della quale tu sei il solo o il principale officiante. E poiché l´officiante fa tutt´uno con la cattedrale-cantiere tu, badando a portare avanti il lavoro, ti sei dovuto inevitabilmente occupare anche della tua immagine di officiante che fa parte integrante dell´opera. E´ tutt´uno con l´opera.
Non sei il solo che si dedica alla coltivazione dell´opera e di se stesso in quanto parte dell´opera. In un certo senso lo facciamo tutti, intendo dire tutti quelli che hanno un certo concetto di sé. Ma lo facciamo, quasi tutti, da dilettanti, tra ventate di narcisismo e di sopravveniente umiltà. Tu sei un professionista in materia; ti consideri tale e come tale sei universalmente riconosciuto. Se debbo pensare ad un artista, a un uomo di lettere, ad un poeta totalmente dissimile da te che del resto poeta non sei, ma al quale mi viene spontaneo riferirmi nel considerare il rapporto tra opera e autore, mi viene in mente D´Annunzio. Lui usava i levrieri, le avventure guerresche, gli amori, i debiti, la ricercatezza, la «décadence», ma lavorava come un forsennato, maneggiava uno sterminato vocabolario, era culturalmente prensile come una spugna. In quell´epoca fu il solo artista italiano che avesse circuito europeo.
Anche tu lavori come un forsennato, usi il computer, possiedi anche tu un immenso vocabolario di segni, giri il mondo come una trottola, tieni lezioni nelle più sofisticate università d´Italia, Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Giappone, Argentina e forse ne scordo qualcuna. Detesti la guerra e ami la pace. Sei moderatamente ma fermamente di sinistra. Rifletti e lavori in treno, in taxi, in aereo, in automobile. Quando il semaforo segna il rosso tu metti mano al taccuino nella pausa e ci fissi qualche appunto.
Nelle Faville del maglio D´Annunzio racconta che mentre componeva il Centauro si accorse di star mimando la lotta tra l´uomo-cavallo e il grande cervo che lo aveva aggredito e nella mimesi involontaria si piegò a terra trascinando con sé il cervo che aveva afferrato per il ramaggio delle corna fino a spezzargli il cranio.
Ecco, così non ti ci vedo. La tua mimesi con l´opera tua si svolge attraverso una liturgia da letterato borghese e non da artista decadente e scapigliato. Ma si tratta pur sempre d´una liturgia amministrata con scrupolosissima attenzione e attinenza al fine.
Resta da vedere qual è l´opera che ne deriva e il cantiere-cattedrale che la produce.

* * *

Ho già detto che l´immagine da te proiettata è quella dell´imprenditore d´un grandioso cantiere sperimentale. Quindi di un innovatore. Non a caso hai sfiorato a suo tempo la neo-avanguardia del Gruppo ?63 pur restando ai margini di quell´esperienza, come l´altro grande innovatore letterario della stessa tua generazione, Alberto Arbasino.
La neo avanguardia del ?63 si occupò della parte «destruens», produsse piuttosto dichiarazioni di intenti che non opere creative. Arbasino ed Eco erano al di là delle dichiarazioni e dei manifesti programmatici. Innovavano con le opere, producevano testi, operavano sul linguaggio e sulle formule letterarie. Con una differenza notevole tra i due che mi fa venire in mente il rapporto tra Matisse e Picasso (si parva licet...). Disse Matisse: «Siamo stati entrambi due innovatori delle forme pittoriche con la differenza che io ho cercato di modificarle dal di dentro e lui dal di fuori».
E´ illuminante questa distinzione critica. Qualche cosa di analogo era accaduto negli stessi anni tra Proust e Joyce: il primo modificò il romanzo dal di dentro, il secondo dal di fuori attraverso un´operazione radicale sul linguaggio.
Se ora volessimo applicare questa lettura critica ad Arbasino ed Eco, dovremmo dire che il primo ha innovato la forma-romanzo dal di fuori operando soprattutto sul linguaggio, il secondo dal di dentro operando sulla struttura e sull´assemblaggio senza toccare la lingua. Con tutto ciò che vi può essere di arbitrario in questo genere di approccio critico.
Il prodotto più riuscito di Eco è stato Il nome della rosa. Coniugò una trama narrativa letterariamente tradizionale con il «gotico» e insieme con il «giallo». Fu questa la grande innovazione e la ragione dell´immenso successo commerciale. Da quel momento il «giallo» è entrato a far parte stabile del genere letterario dal quale era stato rigorosamente escluso, con l´eccezione dell´esperimento rivoluzionario di Poe che però era innestato su una struttura letteraria e su una poetica di tutt´altra natura.
La regina Loana (tralascio i titoli intermedi tra quelle due opere che a me sono sembrati di minor peso anche se sono certamente serviti alla preparazione di Loana) è un´operazione del tutto diversa. Non è un romanzo, non esiste trama e non esistono personaggi. Il protagonista di fatto non ha un carattere, non ha veri rapporti con gli altri che sono altrettante «comparse», non ha passioni tali da consentire al lettore un´identificazione. Insomma non suscita emozioni. Alla lunga suscita un certo senso di noia.
Allora qual è l´operazione?
La regina Loana in realtà distrugge, o se volete supera, la forma-romanzo e colloca al suo posto una sceneggiatura multimediale assemblando canzoni, poesie, citazioni, reperti, figurine, fumetti, che hanno punteggiato mezzo secolo di storia della comunicazione.
Un corsivo al vetriolo pubblicato giorni fa sul Foglio sostiene che la regina Loana è in realtà un copione da affidare a Pippo Baudo perché lo trasformi in una trasmissione televisiva a puntate di sicuro successo. Non è così o non è soltanto così. Il corsivista del Foglio non considera il nucleo fondamentale del montaggio di Eco. Dopo la regina Loana la forma-romanzo incontrerà le stesse difficoltà ad essere riproposta che incontrò la pittura figurativa a ritornare sulla scena dopo il lungo dominio dell´astratto, dell´informale. Ci ritornò ma attraverso la «pop art», la raffigurazione degli oggetti e dei volti-oggetto, da quello di Marilyn alla bottiglia della Coca-cola.
Questo è secondo me la regina Loana. Debbo dire: «In contro tendenza con il romanzo americano dei De Lillo, dei Franzen, dei Roth che in modi stilisticamente nuovi descrivono una realtà sociale nel suo stato di implosione, di ferocia, di disperata mancanza di senso.
Forse la società europea non offre materia a quel tipo di letteratura.
Forse noi siamo alla meticolosa raccolta di reperti da rimasticare con una memoria sdentata che non comunica emozioni e non suscita sentimenti. O forse, dopo questa «pop art» letteraria e dopo il minimalismo di molti nostri autori giovani, arriveremo anche noi al recupero d´una forma-romanzo che esprima il senso o il dramma della sua assenza?

Laura-Ann Petitto
«il ritmo del linguaggio è scritto nel nostro Dna»

Yahoo! Notizie ANSA Giovedì 15 Luglio 2004, 18:52
Cervello: il ritmo del linguaggio è innato, riflesso anche sui gesti


(ANSA) - ROMA, 15 LUG - La sensibilita' al ritmo del linguaggio e' scritta nel nostro Dna, cioe' e' una prerogativa innata dell'uomo e si manifesta ancora prima che il neonato inizi a parlare anche con i ritmi dei movimenti delle mani indotti in risposta a suoni o gesti.
E' quanto Laura-Ann Petitto del Dartmouth College di Hanover, New Hampshire, leader nel campo degli studi sul linguaggio, sostiene di aver dimostrato con uno studio su neonati esposti o solo al linguaggio dei segni dei sordo-muti o solo al linguaggio verbale.
I bimbi, spiega sulla rivista Cognition, ciascuno a modo suo, sperimentano la sensibilita' innata al ritmo del linguaggio. Coloro che sono esposti solo alla lingua dei segni possono farlo solo con movimenti delle manine, viceversa quelli che ricevono sollecitazioni sonore oltre a muovere le mani iniziano anche le vocalizzazioni che li conducono sulla via della parola.
Bocca o mani pero', non c'e' differenza, dice l'esperta, sono solo due modi diversi di esprimere un ritmo che e' in noi dalla nascita.
Per affermare cio' la Petitto conduce da anni esperimenti sui piccoli, prima concentrandosi sui bambini sordi ma poi, poiche' alcuni studiosi suoi colleghi hanno insinuato il dubbio sulla correttezza del confronto tra neonati sordi o non, la scienziata ha deciso di seguire i comportamenti di neonati con udito normale, alcuni dei quali pero' esposti solo al linguaggio dei gesti.
In questo suo ultimo esperimento dunque l'esperta ha osservato sei bimbi, tre figli di sordo-muti.
Con sensori infrarossi applicati agli arti ha valutato la frequenza del ritmo dei movimenti di ciascun bambino in risposta a input verbali o gestuali.
L'idea di base della Petitto e' che se i gesti con le mani sono semplicemente espressione di attivita' motoria casuale, nei due gruppi di bimbi non si dovrebbe osservare nessuna differenza anche se gli input che inducono i movimenti, linguaggio e gesti, sono diversi.
Ma non e' cosi': le frequenze misurate, osserva la Petitto, non sono casuali, come ci si aspetterebbe se non ci fosse nulla di innato alla base, ma rispecchiano quelle degli input ricevuti. Ma alcuni scienziati sono scettici e dicono che queste evidenze non sono sufficienti a screditare le ipotesi della casualita' dei gesti dei neonati e dei vocalizzi, nonche' di come questi ultimi diventino parole solo per effetto di apprendimento.
(ANSA).

il commento di Silva Stella:


Mi sembra interessante che si parli di "sensibilità" del neonato e di linguaggio come movimento. La Petitto dice che il bambino "sente" il ritmo del suono o del gesto e risponde, (quindi parla), con il proprio movimento all'imput del suono e del gesto.
Inoltre dire che la sensibilità al ritmo del linguaggio è scritta nel nostro DNA è un elemento biologico, che ci differenzia dagli animali. Il nostro DNA è senza dubbio diverso da quello animale. Non c'è niente di innato, nel senso del divino-spirituale, siamo liberi di tornare a riflettere sulla sensibilità generica, acquisita durante la vita fetale.
Dire che bocca e mani sono due modi diversi di esprimere un ritmo che è in noi fin dalla nascita, direi che conferma come il bambino si "esprima" con il movimento di tutto il corpo, prima ancora della parola articolata. Movimento che costituisce la matrice dell'immagine interna che con la maturazione neurofisiologica si trasformerà in linguaggio articolato del tutto personale e non appreso.

Simona Maggiorelli
due mostre: a Madrid e a Martigny

Europa quotidiano
MONOCROMOS. DA MALEVICH AL PRESENTE


La prima mostra della Madrid di Zapatero sceglie il segno incisivo della pittura astratta e il colore magnetico dei monocromi. Al museo nazionale Reina Sofia, fino al 6 settembre, Vincenzo Trione, con Barbara Rose, ha allestito una mostra pensata come un viaggio di ricerca intorno a questo interessante tema che attraversa le avanguardie storiche, la pittura del secondo Novecento e che continua ancora oggi ad avere nuovi sviluppi.
Punto di partenza scelto dal critico d’arte napoletano, Trione, il “bianco su bianco” con cui, nel 1918, Kasimir Malevich prende consapevolezza di aver fatto una scoperta: quella del monocromo come immagine “alogica” che va oltre il figurativismo, capace di comunicare in modo profondo con un linguaggio che va oltre la descrittività razionale e analitica del già visto, ma anche oltre la fantasia di immagini deformate, fatte a pezzi, scomposte con cui il cubismo cercava di forare la superficie delle cose. Qualche anno prima Malevich aveva dipinto il famoso “Quadrato nero”, nato forse dalla trasformazione di un sipario scuro in una sorta di schermo di rappresentazione. Quella tela esposta nell’ultima mostra dei futuristi a San Pietroburgo, segnò un punto di svolta.” Si comincia a capire che il monocromo può essere una porta – scrive Trione nel catalogo – una soglia estrema della pittura oltre la quale diventa installazione, icona assoluta, capace di spingere lo spettatore al di là del limite del colore e della tela percepibili con i sensi”. Poi sarebbero venuti, negli anni ‘40 e ‘50 i luminosi rettangoli frontali di Rothko che sembrano librarsi sulla superficie della tela, le esplorazioni monocrome di Lucio Fontana, che dopo il punto di arrivo del bianco, precipitò nel taglio della tela come azzeramento totale della cromia. Con toni più esibiti e meno risonanza interiore quasi negli stessi anni Yves Klein sperimentava l’ossessione del blu oltremare, Franz West i ritorni continui sul rosso. E dopo aver visto una mostra di Klein nel ’57 Piero Manzoni concepisce i suoi “Achrome”, monocromi bianchi con i quali propone un’idea di pittura come “spazio di libertà”, immagine assoluta che è negazione ma anche apertura verso nuovi valori. A partire da qui le sperimetazioni di pittori di oggi come Emilio Castellani e Ettore Spalletti. La mostra”Monocromos.Da Malevich al presente” è accompagnata di un catalogo di interventi critici, coordinati dallo stesso Trione e Gladys Fabre, direttrice del Museo d’arte moderna di Parigi. In Italia è edito da Skira. (Simona Maggiorelli)

Europa quotidiano
VAN GOGH, CEZANNE, PICASSO e altri capolavori A MARTIGNY


A Martigny, appena oltrepassato il confine, fino a settembre, un’occasione per vedere la Phillips Collection, che squaderna capolavori di Cèzanne, Van Gogh, Picasso, ma anche opere classiche del Settecento e Ottocento da Ingres, a Delacroix a Monet e, andando indietro nel tempo, tavole del '500 e '600, in primis di El Greco, anticipatore della stagione inquieta del manierismo internazionale, dalla Grecia, a Venezia, a Saragozza. Una collezione, messa insieme dal danaroso mecenatismo nordamericano e in particolare dal Duncan Phillips che un articolo di El Pais racconta come mecenate e insegnante di Storia dell’Arte all’Università di Yale che si era messo in testa di “creare un Prado americano”, per dare al suo giovane paese tasselli di storia dell’arte e quella conoscenza della tradizione della vecchia Europa, a lungo bramata. Progetto ambizioso che nel 1921 si concretizza nella casa mauseo Phillips Memorial Art Gallery, il primo museo di arte contemporanea negli Stati Uniti, che poi all’inizio degli anni ’60 avrebbe ospitato le prime importanti retrospettive americane di Rothko e Alberto Giacometti. Due artisti, (specie il primo che Phillips apprezzava per la “forza emotiva del colore” e a cui aveva dedicato un’intera sala della casa museo) che fanno la parte del leone anche in questa mostra svizzera alla Fondazione Pierre Gianadda che, fino al 27 settembre, ospita buona parte della collezione conservata a Washington. Apre il percorso Le dejeuner des canotiers di Auguste Renoir, una scena di tono leggero e conviviale che incarnava i valori del buon vivere della borghesia Ottocentesca e della colta Francia, meta dei viaggi di educazione dei rampolli delle famiglie americane. Ma se quest’opera di tardo impressionismo è diventata , negli anni, l’immagine simbolo della Collezione Phillips, dietro vengono opere più intriganti, come l'istrionico Paganini ritratto da Delacroix o la piccola bagnante di Ingres e, sprattutto, avvicinandosi alle avanguardie storiche, eleganti nature morte di Braque in giallo, marrone e nero accanto ai primi “esercizi” in blu del giovane Picasso. E poi ancora, per chi avesse il tempo di una capatina vacanziera appena oltre confine:’‘L’ingresso del giardino pubblico di Arles’ (1888) di Van Gogh e il ‘Vaso di zenzero con melagrane e pere' (1890-1893) di Cézanne, che il pittore regalò a Claude Monet. Info sul sito www.gianadda.ch. (Simona Maggiorelli)

Achille Bonito Oliva
Joan Mirò, a Basilea

Repubblica 19.7.04
Un sogno pieno di frammenti
esposti i suoi quadri
lavorare a un paesaggio solo dopo averlo amato
colori che talvolta scoppiano improvvisi
Basilea dedica un grande omaggio al pittore catalano Le sue opere richiamano forme solari ma anche oscure profondità interiori
di ACHILLE BONITO OLIVA


BASILEA. Per Calderón de la Barca «la vida es sueño». Il surrealista catalano Joan Mirò ha scelto di sognare il sogno dell´arte, al confine di territori che scorrono tra immagini e forme solari, formate da frammenti, bagliori improvvisi, costanti ritorni, allontanamenti e sprofondamenti in un luogo che sembra appartenere a tutti. Il territorio magico di Mirò è illuminato da uno sguardo interiore che brilla di luce propria, rafforzato da un occhio che possiede la doppia capacità di guardare e di guardarsi. Lo scopriamo visitando il Grande Omaggio a Mirò (e le sculture di Calder in contrappunto), presso la Fondazione Beyeler di Basilea, proprio a ruota dell´esaustiva mostra al Centre Pompidou di Parigi.
Il sogno di Mirò è costellato e disseminato da frammenti che vivono all´incrocio di molti cieli e che gravitano ad altezze diverse, sempre sottili e mai corposi, dato che la leggerezza permette loro di vagare velocemente e di sostare tranquillamente senza ingombro e squilibri. Nei cieli-quadri di Mirò non esistono sprofondamenti o precipitazioni. Gli elementi si dispongono secondo i dettami della compresenza e dell´epifania, e secondo il senso dell´illuminazione e dell´apparizione improvvisa.
Le forme germinano direttamente nel sogno del quadro, ritagliato nella sua inquadratura, che trova il bordo nei confini della pittura, che equivalgono ai confini del sogno stesso. Il linguaggio germinante dell´arte provoca molti fiori e anche deserti, ovvero punti bianchi e vergini della tela. Prolifera su se stesso e inonda la superficie del quadro con attento disordine. L´attenzione nasce da una disciplina biologica del linguaggio, che si dispone sempre secondo rapporti di istantaneità, che in seguito l´americano Calder renderà volatili in tempo reale e stabili nello spazio della scultura.
Anche i colori si dispongono in maniera aperta, dentro i filamenti delle immagini o fuori, deconcentrando le figure e stabilendo nessi che poi precipitano come inseguendo echi che sembrano spegnersi lontano. Talvolta scoppiano vicino con un fragore che resta sempre silenzioso, e che investe sempre l´occhio, seppure quello interno. Da qui, poi, scorre velocemente negli altri organi della percezione, mai solamente visivi. Così le immagini tornano da dove sono partite, nei recessi bui o totalmente luminosi del profondo.
Il profondo di Mirò non è naturalmente il luogo dell´irrazionale, del puro misconoscimento della ragione, bensì il serbatoio che trova sempre nuova linfa e rinnovamento dalla sua pulsione a restare sotterraneo. È un serbatoio disposto in orizzontale, che non ama alzare la testa, e che per attitudine ha un movimento inclinato. È il sogno dell´arte a trasportarlo fuori dalla posizione supina, a trascinarlo nel luogo della rappresentazione, dove non subisce perdite, ma si accresce di un ulteriore splendore oscuro.
«Disciplina di lavoro per avvicinarsi di più alla forma», dice Mirò. Quest´asserzione scaturisce dalla natura stessa del linguaggio, che ama porsi sempre sotto lo sguardo in maniera compita e compunta. Compunzione non significa perdita d´intensità, ma accrescimento e maggior concentrazione. Il sogno dell´arte, in Mirò, passa attraverso il superamento dell´improvvisazione, dove l´affinamento dell´immagine calibra la propria apparizione in modo che non fuoriesca precipitosamente dal serbatoio che l´ha trattenuta fino a quel momento.
Il trattenimento dell´immagine equivale all´unica possibilità di serbarla fuori da ogni cesura. L´artista possiede il dono di non privare l´immagine del suo spessore e dei suoi legami interni. Mirò non produce mai lacerazioni: forme e figure conservano radici che affondano nella sostanza dell´immaginario, che non è un luogo astratto, cioè una condizione astratta della fantasia, ma il terminale ininterrotto del serbatoio del profondo. Il linguaggio costituisce la meccanica attraverso cui esso avvia e produce le sue polluzioni.
«Noi avremo un´arte libera. Tutto l´interesse dell´artista si baserà sulla vibrazione dello spirito creatore», dice Mirò. Dunque la vibrazione è il movimento che l´artista sviluppa per avvicinarsi al luogo interiore. Da questo luogo non è lontana la natura, che vive, anzi, sulla stessa lunghezza d´onda, fatta di espansione e contrazione, tremiti sottili che impediscono grandi eventi ma costituiscono le polarità temporali (e per questo invisibili) all´interno delle quali avvengono i piccoli eventi della nascita e della morte.
«Quando lavoro a un paesaggio comincio a amarlo, di quell´amore figlio di una lenta comprensione. Lenta comprensione della grande ricchezza delle sfumature, ricchezza concentrata, che offre il sole. Felicità di riuscire a comprendere nel paesaggio un filo d´erba», dice Mirò. La simultaneità dell´immagine non è quindi il portato della velocità: piuttosto è una calibratura paziente che tende a non privarla della sua intensità iniziale. E l´intensità è la temperatura che misura la realtà dell´immagine, il suo rimanere inalterata dentro la griglia del linguaggio.
Una lotta lenta e paziente si apre tra l´artista e i suoi strumenti, e la posta in gioco è impedire la perdita che può derivare dall´uso troppo concitato del linguaggio. Mirò sa che il linguaggio ha una struttura profonda, e che il profondo è strutturato come il linguaggio, con nessi e passaggi. Dunque l´artista, come l´acrobata, cammina lentamente sul filo, nel tentativo di attraversare un punto strettissimo in cui è possibile precipitare.
Mirò ha conservato radici sufficienti per restare saldamente ancorato alla vibrazione che sorregge la natura e anche il sogno dell´arte. Qui geometria e segni organici si intrecciano incessantemente, stabilendo l´armonia di apparizioni che conservano dentro e fuori di sé l´intenso fantasma dell´insieme. La circolarità del tutto è anche una lotta per trattenere l´iniziale vibrazione all´interno dei confini di un linguaggio che prolifera in un una direzione duplice, quella ascensionale della finitezza e quella illimitata e discendente di un infinito che si può soltanto sospettare.

De Oliveira, Bush, «Il quinto impero»

Repubblica 19.7.04
Il novantaseiene regista portoghese presenterà a Venezia "Il quinto impero". E riceverà un premio alla carriera "per la sua modernità"
De Oliveira: "Con George Bush siamo tornati alle Crociate"
"Il mio non è pessimismo integrale, ma posso ignorare ciò che vedo?"
Nel mio "Quinto impero" il re del Portogallo vuole unificare il mondo. Vi ricorda niente?
Mastroianni era il più grande attore europeo. Era convinto che lavorando avrebbe esorcizzato la morte
di ROBERTO NEPOTI


GRADO - Novantasei anni (li compirà il 12 dicembre), di cui settantasei dei quali spesi per il cinema. Eppure la motivazione con cui La Mostra di Venezia attribuirà a Manoel de Oliveira il premio alla carriera insiste soprattutto sul concetto di "modernità". Ineccepibile. Venuto a ritirare il premio Città di Grado, per il Festival "Onde mediterranee", de Oliveira ci parla a lungo; ricorda il passato ma, soprattutto, si sofferma sul nostro travagliato presente.
Il sottotitolo del suo ultimo film è Oggi come ieri. Quale continuità percepisce tra avvenimenti datati sedicesimo secolo e lo scenario mondiale odierno?
«Chi ha visto Un film parlato conosce già il soggetto del Quinto impero: è la storia che la protagonista racconta alla sua bambina partendo da Lisbona. All´epoca, il re del Portogallo Sebastiano fece guerra al Marocco. Sognava di riunire tutto il mondo sotto il suo regno cristiano, ma fu sconfitto dall´Islam. Di lì cominciò il declino del Paese. Una leggenda, condivisa dai musulmani, dice che tornerà su un cavallo bianco a pacificare la Terra. Ecco, oggi come ieri c´è un Bush che vuole riunire tutto il mondo sotto un solo dominio. Però la crociata, adesso, viene piuttosto da parte musulmana. La Storia, in ogni caso, si ripete».
Dunque, la Storia non ci ha insegnato nulla?
«Non molto. Permane l´ostinazione della guerra e della distruzione. Dopo il 25 aprile 1974, quando la Rivoluzione dei garofani liberò il mio Paese, feci un film contro la demenza della guerra dal titolo No, o la folle gloria del comando. Allora sembrava che le cose si mettessero al meglio: la caduta delle dittature, il nuovo corso di Gorbaciov in Russia... Invece è andato tutto storto con le guerre in Africa, in Kosovo, nell´Est europeo. E con l´11 settembre siamo tornati ai tempi delle crociate».
Il pessimismo è sempre stato una costante del suo cinema, anche quando il soggetto del film era letterario, o riguardava l´amore e la vita di coppia.
«C´è un proverbio russo che recita: "Il pessimismo è la conclusione dell´ottimista". Ma io la vedo piuttosto come il filosofo Spinoza, quando dice: "Crediamo di essere liberi perché non conosciamo le forze oscure; non siamo padroni di noi stessi". Il mio non è un pessimismo integrale: però non posso ignorare quel che vedo. Penso al petrolio, che è il veleno più desiderato del mondo e per il possesso del quale si massacra la gente. Mentre dovremmo pensare a preservare l´ambiente, che è la nostra sola ricchezza, anziché a distruggerlo».
Lei coniuga pessimismo e ironia offrendo, come in Ritorno a casa e in Principio dell´incertezza, parentesi divertenti in contesti tragici. In che modo riesce a mantenere questo delicato equilibrio?
«Non esiste un criterio: o viene o non viene. Il più delle volte non riesco a dire perché ho risolto quella scena in quel modo: so solo che cerco di comunicare allo spettatore ciò che penso. Prenda la scena finale di Un film parlato, quando il transatlantico esplode per le bombe dei terroristi. Tutti lo hanno trovato un momento terribile, ma c´è una sorta d´ironia tragica».
A Marcello Mastroianni affidò il ruolo del suo alter-ego regista in Viaggio all´inizio del mondo.
«Come attore, era semplicemente il più grande attore europeo. Come uomo mi sbalordì. Sapeva di avere poco tempo da vivere eppure non si lamentava mai; era forte, coraggioso. Diceva che, se lavorava tanto, la morte non avrebbe avuto il tempo di prenderselo. Subito dopo la fine delle riprese, continuò la sua tournée con lo spettacolo teatrale Le ultime lune. Quando ci congedammo disse: se fai un altro film, chiamami. Sapevo che non era possibile e ne fui molto commosso».