domenica 31 agosto 2003

altre streghe

La Provincia 31.8.03
Seguitissima conferenza venerdì sera a Valdidentro: ripercorsi cinque secoli di storia e credenze
Streghe e sibille, l’Alta Valle ha le sue leggende
Sono molte in Valtellina le testimonianze storiche e artistiche relative alla stregonieriadi Daniela Gurini

Valdidentro Gli unguenti miracolosi, l’amore per le percussioni e la musica, il mettersi in competizione con la medicina, la persecuzione: ricchissima la storia delle streghe in Alta Valle illustrata con dovizia di particolari e di curiosità dalla valchiavennasca Michela Zucca, ricercatrice che sta conducendo numerosi progetti Interreg dedicati alle tradizioni e alle streghe. Una conferenza seguitissima e ricca di domande da parte del pubblico, una serata, quella di venerdì presso la sala teatro di Isolaccia, che ha chiuso il ciclo di conferenze promosso quest’estate dalla Pro Loco Valdidentro. Risale al 1737 l’ultima ricetta delle streghe, una pomata lenitiva che tra i componenti annoverava anche l’oppio. E poi la mandragola, erba che con il suo urlo si diceva uccidesse l’erborista che la coglieva: proprio per questo era consuetudine farla raccogliere dai cani che poi, con una corda al collo, nella fuga si strozzavano soffocando così l’urlo della pianta. Numerose le curiosità delineate a partire dalle tradizioni legate ai primi orti, coltivati nei monasteri esclusivamente per la crescita delle erbe officinali e non per i prodotti da mangiare: «Ancor oggi - ha commentato Michela Zucca - soprattutto in Alto Adige gli orti hanno conservato qualcosa di magico. In molti di essi è possibile vedere una palla colorata scacciaspiriti». Ma si è parlato anche delle sibille, riprodotte in numerosi dipinti nelle chiese, della cultura matriarcale e delle streghe: «Soggetti - ha evidenziato l’esperta - che possono essere definiti degli operatori sociali per le loro comunità e che agivano in base a ciò che reputavano utile per la sopravvivenza. Paracelso disse che tutta la sua conoscenza veniva dalle streghe». Non la cultura del bene o del male ma quella dell’utile e del non utile a differenza del mago rinascimentale, uomo che voleva solo accrescere il proprio sapere, che lavorava al servizio di questo o di quel re solo per aumentare il proprio prestigio. Streghe che conoscevano molto la medicina, streghe ben presto messe alla gogna. Numerose le leggende legate a luoghi particolari in Alta Valle come per il sasso di Scianno ad Isolaccia la cui spaccatura, da dove attualmente sgorga la cascata, si afferma generata dall’urlo di una vecchia gettata nel precipizio dai suoi compagni di viaggio. E poi i raduni a Cancano, i falò e le danze tipiche attorno alle Torri di Fraele che si notavano da ogni parte del comprensorio. Ma Michela Zucca non ha mancato di accennare anche alle condizioni delle donne in molti paesi sperduti di montagna, soprattutto in Trentino, alla mancanza di servizi, allo spopolamento in atto in molti paesi, agli oramai sempre più numerosi fatti di cronaca nera.

venerdì 29 agosto 2003

Lietta Tornabuoni

La Stampa 26.8.2003
Venezia, il ritorno dei grandi
di Lietta Tornabuoni

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Troppa politica? Per niente, se si pensa a quanta politica, in tutto il mondo, occupa tutte le nostre ore. E poi bisogna vederli, i film: bisognerà vedere se «The Dreamers» di Bernardo Bertolucci è «un film sul '68, sul Maggio francese», o magari un film sulla passione della giovinezza, sul cinema come amore, sull'eros; si dovrà constatare se «Buongiorno, notte» di Marco Bellocchio è «un film sul caso Moro» o qualcosa di più profondo, di più attinente alla natura umana anzichè alla cronaca politica
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Boncinelli e Oliveiro commentano una nuova ipotesi americana basata ancora una volta sull'osservazione dei topi...

Corriere della Sera 29.8.03
I dati di una ricerca di due università americane. Boncinelli: risultati importanti, che fanno chiarezza
«Siete indecisi? La colpa è di un difetto del cervello»
La difficoltà a scegliere scatta se la comunicazione tra due zone cerebrali è danneggiata
di Giovanni Caprara

Se siamo indecisi davanti alle piccole o grandi scelte della vita non è colpa di una cattiva educazione o conseguenza di vicende subìte capaci di toglierci l’immediatezza nella decisione. La ragione secondo un gruppo di scienziati americani sta in una anomala comunicazione fra due aree del cervello: la corteccia prefrontale e l’amigdala. Geoff Schoenbaum, della scuola di medicina dell’Università di Baltimora, assieme ai colleghi della Johns Opkins University spiegano sulla rivista Neuron di aver trovato la prova studiando il cervello dei topi e mettendolo a confronto con quello umano in certe condizioni. Quando le connessioni tra le due zone indagate sono danneggiate, i piccoli animali addestrati a distinguere tra una bibita dolce ed una amara precipitano nell’indecisione e, dopo un lunga attesa, ne bevono una a caso. «Lo stesso comportamento - precisa Schoenbaum - l’abbiamo riscontrato nei pazienti vittime di danni analoghi. La loro incapacità a esprimersi è evidente, non riescono ad assegnare il giusto valore alle cose, alle persone o alle azioni che compiono e poi finiscono per fare la scelta sbagliata». Fotografando le aree attivate del cervello nei diversi comportamenti si sono viste differenze sostanziali: alterando l’amigdala non si «accendono» più i neuroni della corteccia prefrontale perché non arrivano più le informazioni necessarie e il soggetto diventava insicuro e incapace a orientarsi verso una netta preferenza. Dunque - notano i ricercatori - anche l’incertezza, la titubanza davanti alle scelte da prendere nella vita normale deve essere legata ad un problema di comunicazione di questo genere ed ha origini organiche.
«E’ un risultato interessante - commenta Edoardo Boncinelli, direttore della Sissa di Trieste - che chiarisce i rapporti tra le diverse aree del cervello, soprattutto quelli con l’amigdala, sede nota delle emozioni. Nello stesso tempo rafforza l’origine biologica di molti nostri comportamenti».
«La corteccia prefrontale svolge il ruolo di controllore della cognizione - chiarisce Alberto Oliverio, docente di psicobiologia all’Università di Roma -. Però si è visto che negli scambi di informazioni con l’amigdala è quest’ultima di solito che ha il sopravvento. Cioè, spesso l’emozione per la scelta da compiere, e per le sue conseguenze, alla fine prevale causando incertezza. Conoscere i meccanismi ora rivelati è utile perché si possono immaginare magari delle terapie cognitive attraverso le quali aiutare coloro che manifestano condizioni più acute. Ma io mi preoccuperei ugualmente anche degli eccessi di decisionismo. L’incertezza - conclude Oliverio - quando si esprime normalmente è un campanello d’allarme che ci aiuta a pensare e a compiere alla fine una scelta migliore».

Luigi Cancrini

Il Messaggero, Venerdì 29 Agosto 2003
Cancrini: «Servono più mezzi»

«Il vero problema è che non fai in tempo a costruire un progetto su questi ragazzi, che devono tornare nei loro villaggi, per portare alle famiglie quello che hanno guadagnato per le strade. Per questo è importante lavorare con le famiglie, magari con la comunità nella quale poi tornano: ma per fare tutto questo occorrono mezzi e risorse e strutture», sostiene il professor Luigi Cancrini, convinto da sempre che «la tutela dei minori sia una necessità fondamentale che richiede un forte impegno di risorse economiche» e tra gli autori del progetto comunale per i minori nato ascoltando tutte le associazioni coinvolte, Procura, tribunale dei minori, Questura.
«Un’iniziativa sperimentale e coraggiosa che, dopo l’autunno, avrà bisogno di nuovo personale, anche per dare al progetto rinnovata forza. Il fatto è che dall’incontro di un minuto prende il via un impegno lunghissimo, per arrivare a comprendere e scoprire tutta la storia del ragazzo e della sua famiglia. Sarebbe utile poter partire su scala nazionale, instaurando rapporti con le altre comunità internazionali. Il progresso di un paese non dovrebbe essere misurato solo in termini di Pil o di ricchezza dei consumi, bensì nella maniera in cui riesce a dare risposte a questo tipo di esigenze. Come raccontava Charles Dickens con i suoi bimbi in miniera, ai margini della società capitalista. Per aiutarli, adesso, bisogna saperli accogliere con intelligenza».
Be.Pi.

mercoledì 27 agosto 2003

dal Mattino di Napoli

il Mattino Mercoledì 27 Agosto 2003
Con Bertolucci e Bellocchio torna l’impegno
di Titta Fiore

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Curiosamente, in una Mostra ricchissima di proposte e perciò anche dispersiva, è proprio la memoria a fare da filo rosso tra le opere della maggior parte degli autori italiani. Nel festival delle sessanta edizioni due maestri ultrasessantenni come Bertolucci e Bellocchio affrontano da par loro la storia che fino a ieri era stata tormentato presente, tragedia collettiva, rovello generazionale o meravigliosa progettualità: il Maggio francese l'uno, il rapimento Moro l'altro. «Entrò la Storia e si sedette dalla parte del torto»: cita Brecht Bellocchio, per spiegare la chiave di «Buongiorno, notte», il suo film che certo non sarà cronachistico, partendo come fa dall'idea di raccontare «il fallimento di una generazione e della sua utopia estrema e violenta» attraverso le vicende di una giovane terrorista, divisa tra i riti della clandestinità e l'apparente normalità del quotidiano. Ispirato a un verso di Emily Dickinson, «Buongiorno notte» è anche un modo per esprimere un contrasto insanabile, una contraddizione bruciante tra l'oscurità degli anni di piombo e il loro superamento. «Ma se oggi sia giorno» si chiede il regista di fronte alle nuove forme di terrorismo mondiale, al moltiplicarsi delle vittime e dei carnefici, «io non lo so».
«Il tempo discende dal futuro, che ancora non esiste, diventa presente, che non dura, e subito si trasforma in passato, che non esiste più»: si rifà addirittura a Sant'Agostino, Bernardo Bertolucci, illustrando i motivi che lo hanno riportato a Parigi, trent'anni dopo «Ultimo tango» per raccontare, con le vicende di tre ragazzi chiusi in un appartamento a scoprire il mondo e se stessi mentre nelle strade impazzava il movimento, le pulsioni intellettuali, cinefile e erotiche che furono le sue. Interrogarsi sul passato perché «al presente manca una grande speranza politica», come ha più volte spiegato Bertolucci? O per rispondere a domande «ancora senza risposte», come dice Paolo Benvenuti a proposito del suo «Segreti di Stato», il film sulla strage di Portella della Ginestra destinato a riaprire uno dei casi più controversi della storia italiana? O perché, come insinua perfido il più sulfureo dei nostri registi, il presidente della giuria Monicelli, a parlare del passato si fa meno fatica che a capire il presente?
Staremo a vedere.
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Buongiorno notte visto da Palermo

Repubblica, ediz. di Palermo 27.8.03
Ancora una volta il nostro cinema conquista una delle passerelle più importanti
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MARCO OLIVIERI

C´è il respiro profondo della Sicilia nella nuova Mostra cinematografica di Venezia. L´edizione numero 60, in programma da oggi al 6 settembre, presenta in passerella molti talenti isolani, tra mostri sacri e figure emergenti: attori come Luigi Lo Cascio, Luigi Maria Burruano, Paolo Briguglia, Antonio Catania, Franco Scaldati e Nicole Grimaudo. Ma anche Marco Dentici, lo scenografo prediletto da Bellocchio, e i registi Ciprì e Maresco, con il loro humour corrosivo.
(...)
Poi, giovedì 4 settembre, avviene il passaggio del testimone dalla vecchia, grande scuola di Burruano alla nuova generazione degli interpreti palermitani Lo Cascio e Briguglia, nel cast di "Buongiorno, notte", in corsa per il Leone d´oro. Lontano dai canoni del cinema politico, il film di Marco Bellocchio rielabora in chiave personale il caso Moro. «Io e Lo Cascio - sottolinea Paolo Briguglia, fresco del Globo d´oro per l´interpretazione di "El Alamein" - costituiamo i due poli opposti che dilaniano la protagonista, interpretata da Maya Sansa. Su di lei esercita una profonda influenza il terrorista Mariano, impersonato da Luigi. Eppure, malgrado tutto, le posizioni pacifiste dello scrittore Enzo, il mio personaggio, la indurranno a ripensare alle sue scelte. A comprendere che una parte di lei desidera l´amore, la serenità. Lontano dalla miseria di una vita trascorsa nel buio di un appartamento». Così il contrasto tra la luce e l´oscurità rappresenta un elemento centrale di "Buongiorno, notte".
E a questo criterio stilistico si è attenuto lo scenografo messinese Marco Dentici nel ricostruire gli ambienti a Cinecittà. «Mentre Bellocchio ama muoversi sul terreno dell´infedeltà – afferma l´artista - da parte mia ho invece cercato di riprodurre più fedelmente possibile il covo di Via Montalcini, compreso la realizzazione del buco attraverso il quale si accedeva nella cella di Moro. Ma la prima esigenza è stata quella di creare un´atmosfera claustrofobica, essenziale per la storia».
Se il film interpretato da Lo Cascio e da Briguglia è destinato a occupare il centro dei riflettori veneziani...
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cosa dice Mario Monicelli, il presidente della giuria

Corriere della Sera 27.8.03
«No ai film per pochi intimi, il cinema è di tutti»
Monicelli, presidente della giuria a Venezia: spero si debba discutere per assegnare il Leone
da uno dei nostri inviati

VENEZIA - Si apre oggi la Sessantesima Mostra del cinema e se Mario Monicelli decide, per la prima volta in 88 anni di prestigiosa carriera, di presiedere la giuria di un festival insidioso come quello di Venezia, vuol dire che questo ruolo vuol giocarselo fino in fondo. Con la stessa grinta anarchica e senza etichette, che l’accompagna da una vita, lo stesso spiritaccio ironico, anticonformista. «Quel po’ di peso in più che in giuria ha un presidente lo farò valere», assicura battagliero. E ribadisce quello che il Corriere anticipò nelle scorse settimane: «A parità di meriti appoggerò un film italiano. Il patriottismo non c’entra, c’entra il cinema. Il nostro sta riprendendo quota e un premio come il Leone potrebbe aiutarlo».
Allora non è vero, come ciclicamente si dice, che il Leone o la Palma non contano più ?
«Valgono, valgono... Però, da soli non bastano. I premi per un film sono un prezioso valore aggiunto, ma quello che davvero fa la differenza è che il film possa essere visto. Invece, è capitato che l’opera che ha vinto un festival poi non è stata neanche distribuita... Una beffa».
Insomma, il giudizio artistico deve tener conto del mercato?
«Il cinema è arte, d’accordo. La settima, stando alle classifiche. Ma a mio parere è un’arte minore, applicata a un’industria che dà lavoro a moltissima gente e fa girare enormi quantità di denaro. Un film è un prodotto artistico costoso. Oggi più che mai. Un regista non deve scordarlo. Le esigenze estetiche non possono dettar legge al punto di dimenticare che dall’altra parte c’è un pubblico. Il cinema è stato inventato per essere visto da milioni di persone. Non da pochi intimi, come invece spesso accade».
Molti film italiani sono finiti relegati in quest’ultima categoria ...
«Un paio di generazioni sono rimaste schiacciate dai grandi maestri. Difficile reggere il confronto. Si sono salvati in pochi: Bellocchio, Ferreri, Bertolucci... L’ultimo è stato Moretti. Gli altri... O non hanno osato venir fuori o si sono concentrati sui loro ombelichi tentando penose imitazioni».
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sempre sul Corriere, in un'altro articolo, si può leggere:

Nel letto della Storia. Accusato per anni di essere ombelico-centrico, il cinema italiano dà ora conferma del voler cercare nel passato, più o meno recente, le ragioni del presente. Così, se in The dreamers Bertolucci spia il Maggio francese con gli occhi e i sensi di tre ragazzi, in Buongiorno, notte Bellocchio mette sotto la lente d’ingrandimento dell’inconscio l’Italia degli anni degli piombo ripercorrendo il caso Moro attraverso una giovane terrorista divisa tra tentazione della normalità e sogno della lotta armata

ancora Libertà su Marco Bellocchio

Libertà 27.8.03
«Nell'immaginare lo statista ho pensato spesso a mio padre»
Il film del regista piacentino si tiene lontano da ogni tentativo di ricostruzione della verità oggettiva
di Alfredo Tenni

VENEZIAI 3 film italiani destinati a contendersi il Leone d'Oro o un'altro dei premi ufficiali nella sfida contro i 17 campioni stranieri schierati dalla 60ª Mostra di Venezia mostrano un filo comune che ha le radici nella memoria pubblica e privata dell'Italia di ieri e la testa nei sogni e nelle speranze aperte sul futuro. Un filo conduttore che li apparenta idealmente anche al grande italiano fuori concorso, ovvero Bernardo Bertolucci con The Dreamers. «A me - dice sciogliendo un po' le riserve di qualche giorno fa Marco Bellocchio, che porta alla Mostra Buongiorno notte - non interessa, non essendo uno storico, cercare di scoprire la verità all'interno di una pagina sanguinosa e dolorosa come il sequestro di Aldo Moro. Ho voluto cercare all'interno di questa tragedia un movimento che non fosse solo apparente. Oggi - continua il regista - c'è anche una esigenza civile e morale, non solo artistica, di tradire la storia nel senso di non subirla. Già negli anni '70 non simpatizzavo con le Br ed ho avuto orrore per la conclusione di quel rapimento». Infatti il suo film è lontano da ogni tentativo di ricostruzione oggettiva e mette in scena più di tutto il confronto tra un uomo anziano e due giovani designati a fargli da carcerieri (Luigi Lo Cascio, attore emergente nel panorama italiano e Maya Sansa che già fu con il regista piacentino ne La balia tratto da Pirandello). «Nell'immaginare il personaggio di Moro - dice ancora Bellocchio - spesso mi è venuta in mente la figura di mio padre, che è morto quando ero piccolo. Quell'immagine ha dato corpo ad un personaggio che non ho mai conosciuto. E forse non è un caso che io abbia scelto per impersonarlo Roberto Herlitzka, un uomo del Nord che parla con un accento settentrionale, come mio padre».
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martedì 26 agosto 2003

la Corte di cassazione e la depressione

Corriere della Sera 26.8.03
LA SENTENZA / Riconosciuta a un’impiegata siciliana una riduzione del 50% della capacità di lavoro e di guadagno
La Cassazione: assegno d’invalidità anche per i depressi
Circa cinque milioni i malati in Italia Il doppio le ore d’ufficio perse all’anno

ROMA - I malati di depressione hanno diritto all’assegno di invalidità versato dall’Inps. Lo ha riconosciuto la Corte di cassazione sottolineando come questo «stato invalidante» influisca sulla «riduzione della capacità di lavoro e di guadagno in misura superiore al 50 per cento». A rivolgersi ai supremi giudici era stata un’impiegata siciliana, Angela D., che, dopo aver percepito il contributo per quattro anni, se lo era visto negare per ordine del pretore di Messina. Nel 1982 la donna aveva ottenuto il riconoscimento dell’invalidità «visto il ridotto rendimento sul lavoro» e dunque il minor guadagno. Nel 1986 l’Inps aveva però sospeso l’erogazione dell’assegno e Angela D. decise di rivolgersi alla magistratura. Il ricorso fu bocciato sia in primo grado che in appello. In entrambi i casi si ritenne infatti che l’impiegata fosse comunque in grado di svolgere la propria attività, sia pure non completamente. Una tesi del tutto ribaltata adesso dalla Cassazione.
«Per accertare la permanenza dello stato depressivo - si legge nelle motivazioni - il giudice deve effettuare necessariamente il raffronto fra la situazione patologica esistente al tempo della revoca e la situazione patologica esistente al tempo del riconoscimento. Ebbene, alla luce di questo confronto è emerso che la depressione dell’impiegata era oggettivamente uguale a quella accertata al tempo dell’iniziale riconoscimento della pensione. Ed è stato confermato che la malattia ha determinato una riduzione della capacità di guadagno in misura superiore al 50 per cento».
Spetterà adesso alla Corte d’appello di Catania, quantificare l’importo dell’assegno che dovrà essere versato dall’Inps, ma intanto le associazioni che si occupano di questa patologia plaudono per la decisione.
«Dopo il caso di un dipendente pugliese che si era dimesso dal lavoro e che è stato poi riammesso - dichiara Antonio Picano, presidente dell’associazione Strade (la Onlus per lo Studio e il trattamento della depressione) - questo è il secondo importante risultato. Finalmente viene riconosciuto che la depressione è una condizione invalidante, che deriva da una malattia biologica e non da un disagio soggettivo. Questa sentenza certamente contribuirà ad un maggiore riconoscimento dei diritti delle numerose persone affette da questa malattia».
Secondo una stima di Strade, in Italia i depressi sono circa 5 milioni, per un totale di ben 10 milioni di ore di lavoro perse ogni anno a causa di questa malattia. Nicola Magnavita, professore di medicina del lavoro e ricercatore al Policlinico Gemelli, invita però alla cautela. «Le depressioni che possono colpire un lavoratore - spiega - sono di varia natura. Ci sono i depressi da lavoro, ma anche gli stressati da situazioni extralavorative. Perciò dico che la solidarietà sociale è giusta laddove la depressione è cronica e davvero grave. La cosa più importante negli ambienti di lavoro è la tutela della privacy di queste persone. Perché la depressione può anche essere un fattore temporaneo e allora non si può sbandierare la malattia, rovinando la carriera. Inoltre sarebbe fondamentale intervenire non solo su chi soffre di depressione ma tutelare anche chi lavora con loro».
R. I.

genii sfortunati

La Provincia 26.8.03
Fuori dal coro Eretici da sempre Un rapporto diffile quello tra i geni e la società, la Chiesa in particolare. « In ogni epoca - dice Ermanno Gallo - , inventori e invenzioni recano le stimmate dell’eresia e della diversità. All’atto dell’invenzione si accompagnava qualcosa d’occulto, l’ipotesi di una fede eretica come lo gnosticismo, scomparso storicamente nel VI secolo dopo Cristo » . « Lo gnosticismo eretico - continua Gallo - è il bandolo metaforico della creazione umana in Occidente. È l’energia sotterranea, ambigua e sincretica, che può aver spinto il demiurgo umano verso la realizzazione amorfica ».
INTERVISTE / Ermanno Gallo racconta i grandi incompresi
La SFORTUNA di nascere GENI

Fuori dagli schemi Albert Einstein, inventore della teoria della relatività ed emblema del genio, aveva difficoltà in matematica
di Francesco Mannoni
Nel secolo scorso Xavier Francotte, affermò che «il genio è una manifestazione della follia». Nella stessa epoca, Cesare Lombroso, analizzando svariati uomini noti per la loro eccezionalità (rivoluzionari, letterati, artisti e criminali) individuò in tutti caratteristiche similari di tipo patologico e degenerato. Ne consegue che Byron e Cafiero, Cresci e Artaud, Maupassant e Nietzsche, Masacci e London, Van Gogh e Rimbaud, Picasso, Godel e Teller, Einstein, Gandhi e Freud e più indietro nel tempo Alberto Magno, Ruggero Bacone, Raimondo Lullo, Keplero e tanti altri geni, sarebbero degli estrosi indefinibili. Spesso emarginati, irrisi o sospettati di commerci diabolici, perché «chi realizza l’increato fin dall’antichità, ha portato un marchio d’invasato, succube o genio». Di questa musa tragica, deforme, ipnotica e dissoluta, Ermanno Gallo, saggista e narratore, traccia un profilo inedito in un saggio erudito e curioso: Geni incompresi (Piemme, pagine 350, €16,90). Percorrendo la storia degli inventori in cui figurano molti personaggi eccentrici o sfortunati, il professor Gallo recupera gli aspetti imprevedibili di un mondo scientifico in continua evoluzione, grazie all’intelligenza di predestinati come Cartesio, che nel Seicento pare costruisse uno dei primi androidi, una figlia artificiale in grado di parlare. Non tutti hanno lasciato un’impronta profonda, ma come ignorare le capacità intuitive di Joseph Gaytty che nel 1857 perfezionò il rotolo di carta igienica? Da questo sconosciuto inventore ai padri della bomba atomica corrono decenni di concitato totalitarismo scientifico nel quale il darwinismo tecnico ebbe parecchia importanza. Ma il genio è veramente paragonabile alla follia? E, soprattutto, che cos’è il genio? Giriamo la domanda al professor Ermanno Gallo che incontriamo a Torino. «Il genio – precisa - è considerato spesso un essere un po’ fuori del comune, un po’ marginale, un po’ pazzo. Questo forse deriva dalla cultura che ci riporta al pensiero socratico, perciò il genio sarebbe posseduto da un demone che gli dà delle possibilità in più rispetto agli altri esseri umani. A livello non romantico si potrebbe parlare di malinconie, di stranezze che potevano terminare con degli atti eccessivi contro se stessi come il suicidio, o nei confronti degli altri. Nel secolo passato, ci sono stati degli studi particolari di psichiatri e psicanalisti, che hanno cercato di chiarire il soggetto - genio, che ha attraversato tutte le culture e tutti i vari stadi di coscienza dell’essere umano». Quando un personaggio si può definire genio? Per quanto mi riguarda, non ritengo che esista un personaggio che possiamo definire genio. Philippe Brenot, uno psichiatra francese che ha scritto Matti da legare , termina il suo libro con questa pensiero: può darsi che il genio sia lo sciamano della società moderna. Non sono totalmente in disaccordo, anche se questa è ancora una visione che ci riporta al discorso della diversità, e quindi definisce il genio perché tale, un essere umano a parte. Guardato con sospetto o diffidenza, se non perseguitato – pensiamo a Galileo Galilei – il genio ebbe sempre vita dura: perché quest’avversione? Il genio com’è stato definito nei secoli, non come lo definirei oggi, è un personaggio che ha dei saperi, ma non sono più dei saperi enciclopedici. Dalla fine dell’Ottocento, l’inventore, non è più un creatore individuale che opera da solo nel laboratorio che ha ereditato dall’alchimista del 1500 per costruire delle cose straordinarie: è semplicemente uno scienziato, un fisico, un tecnocrate che lavora all’interno di laboratori molto complessi. In passato questa figura si apparentava di più al vecchio alchimista, e quindi c’erano anche sospetti di rapporti diabolici o satanici che potevano essere positivi o negativi. Il Rinascimento con tutta la sua chiarezza e il suo desiderio antropocentrico, in realtà era ancora diviso tra un mondo d’ombre e un mondo di luci. Si dovrà aspettare l’illuminismo, per chiarire la posizione dell’individuo che inventa e che, come si direbbe oggi, esce dal coro. Hanno penato davvero parecchio i poveri geni per imporre le loro capacità? Si, soprattutto se consideriamo che gli ultimi processi contro i diversi, i maghi o le streghe, sono terminati in Europa all’inizio del Settecento ed oltre. Sia in rapporto alla medicina o in rapporto ad altri saperi, che erano considerati diabolici perché non appartenevano a delle caste riconosciute, tutti coloro che non avevano a che fare con la conoscenza comune, erano considerati degli invasati. Il medico Gaspare Tagliacozzo, fu il precursore della chirurgia ricostruttiva. Nel 1597 fece il primo impianto di pelle su un paziente dal naso sfregiato, utilizzando un pezzo d’epidermide dall’avambraccio. La Chiesa insorse e gridò all’eresia bloccando un progresso che avrebbe impiegato altri tre secoli per riscoprire e mettere in pratica quella che era stata definita una tecnica maledetta. Il genio è anche l’inventore dell’energia nucleare da cui deriva la bomba atomica, e lei scrive che dopo Hiroshima il mondo non è stato più lo stesso: perché? L’energia atomica è stata una scoperta in termini positivi. Fermi e gli altri giovani che all’epoca la studiarono, la consideravano un’energia al servizio dell’uomo. Questa è stata la prima volta in cui il creatore umano è riuscito a controllare forze della natura che fino allora erano sconosciute. Subito dopo però è subentrato un utilizzo negativo con la bomba atomica A, costruita per timore che fossero i tedeschi del Terzo Reich ad ottenere risultati più consistenti degli americani. Dopo Hiroshima, è stata messa a punto la bomba all’idrogeno, un’altra bomba ancora più potente e più distruttiva. A differenza della bomba A che aveva delle giustificazioni difensive e poteva servire come centrale nucleare, la bomba H invece non è altro che uno strumento di distruzione collettiva. Fra i tanti geni sfortunati presenti nel suo libro, a chi diamo la palma di quello più disgraziato e scalognato? Direi Emilio Salgari, uno scrittore che per me è un grande inventore. Con la sua vastissima produzione letteraria, è il precursore del cinema d’avventura, ma ha avuto una vita talmente disgraziata, che alla fine si è ucciso per l’indifferenza degli editori e dei critici. Nell’aprile del 1911, mentre Torino si preparava per l’esposizione universale che sarebbe stata inaugurata dal ministro Giolitti, lo zingaro dei mari e della letteratura ignorò la primavera che correva lungo il dorso delle colline e increspava il Po. Con brevi, scarne lettere si rivolse ai figli, agli editori, ai giornalisti e ad alcuni corrispondenti formali e poi si uccise nel bosco a rasoiate. Sulla sua morte fiorirono le leggende e si arrivò perfino ad evocare la magia nera.

le streghe dolomitiche

L'Adige 26.8.03
Le streghe, rivoluzionarie
Il nuovo libro di Pinuccia Di Gesaro: da Nogaredo allo Sciliar, storia di un´epoca inquieta e feroce
La caccia a queste donne fu teorizzata dalle più raffinate menti del Rinascimento, con la Chiesa
di Corona Perer

Avevano come amante il "cattivo nemico", sapevano come guastare il latte ed anche come muovere un bimbo verso la morte. In una parola streghe, o almeno così passarono alla storia.
«Facemmo una crema di rospo e poi la usammo per il nostro viaggio» racconta una di loro. Maghe o streghe che fossero operavano dallo Sciliar alla vicinissima Nogaredo, celate dietro nomi suggestivi, che potrebbero sembrare appositamente coniati. Quelle "nostrane" si chiamavano Mercuria (furono le sue delazioni a dare origine alla persecuzione di Nogaredo). Un´altra era la Menegota. Fu decapitata e bruciata e tutti i suoi beni confiscati. Un´altra ancora si chiamava Caterina, ma tutti la chiamavan Fitola. Anche per lei rogo e decapitazione. La "filosofa", al secolo Maddalena Andrei, morì invece in carcere di stenti. Di Isabetta Graziadei, riuscita a sfuggire e condannata alla pena capitale in contumacia si diceva soltanto "la brentegana". Anna, Katharina, Kunigunde e Magdalena sono quelle dello Sciliar ovvero le streghe dolomitiche tutte processate a Castel Prosels.
Ad aprirci uno squarcio sul meccanismo processuale che produsse la caccia alle streghe è un saggio di facile lettura e fresco di stampa. L´ha scritto Pinuccia Di Gesaro (nella foto a destra), scrittrice ed anche editore, che al fenomeno della stregoneria ha dedicato gran parte della sua attività di ricerca. Già autrice di una monumentale storia della stregoneria ("Streghe ossessione del diavolo e repertorio dei malefici" dato alle stampe nel 1989) la Di Gesaro ha scritto molte opere sulla materia, come "I giochi delle streghe" e "La Monaca di Monza". La sua ultima fatica è appunto "Le Streghe dolomitiche" (Edizioni Praxis 3) da pochi giorni in libreria con il quale l´autrice analizza ed individua i tratti caratteristici dei processi alle streghe. E si scopre che nei comportamenti di quelle donne che vennero catalogate come tali persistevano in realtà tracce di un´antichissima religione largamente diffusa nelle prime civiltà mediterranee. Una cultura di origine matristica e guerriera, con un culto arcaico dominato dalla dea Madre, una divinità soave e benefica che sovrastava tutte le altre e che veniva chiamata Signora del Gioco, ma anche Venus o Erodiade. Per i Romani era Diana, per le popolazioni francesi Abonde, Trodessa per quelle rumene.
Questa divinità femminile sopravvisse, anche se clandestinamente grazie a riti strettamente legati alla terra, all´avvento del Cristianesimo e al potere della Chiesa.
«Basta inoltrarsi nelle carte degli archivi storici e leggere gli atti dei processi alle streghe per accorgersi che questa pagina di storia si intreccia con altre pagine fondamentali: la storia della Chiesa, la storia delle eresie, la storia del Medioevo e del Rinascimento, la storia del diritto in Europa, la storia dell´antifemminismo» dice Pinuccia Di Gesaro. «La caccia alle streghe fu teorizzata dalle più raffinate menti del Rinascimento e attuata in perfetto accordo con le due massime istituzioni che reggevano le sorti dell´Europa occidentale, la Chiesa e il Potere civile. Tutte le culture moderne hanno bisogno di capri espiatori sui quali convogliare le proprie impurità. La caccia alle streghe non fu l´espressione di una società arcaica, ma la prima grande strage della società moderna». Gli eretici e gli ebrei verranno dopo ma serviranno al medesimo scopo.
Come lo Sciliar anche Nogaredo fu teatro di una sanguinosa repressione a metà del ´600, che si espanse a macchia d´olio nei vicini paesi di Villa Lagarina, Castellano, Piazzo, Pedersano, fino ad Aldeno nelle giurisdizioni di Castellano e Castelnuovo. Un fenomeno in qualche modo legato alla rivoluzione economica che con l´avvento della lavorazione della seta produsse un silenzioso cambiamento epocale: il territorio agricolo e soggetto ad uso comune (secondo l´antica organizzazione medievale del Comun Comunale) diventò infatti industriale. Accanto al filatoio e alla tintoria, parte delle lavorazioni entrarono nelle case dei contadini. «La seta significò la nascita del lavoro salariato a domicilio che coinvolse la donna e con lei tutta la famiglia trasformandola in una vera e propria unità produttiva. Questo passaggio verso l´evo moderno si scontrò con le tradizioni dell´epoca e guarda caso, è proprio in questa congiuntura che si scoprono le streghe e si impone la loro repressione» spiega Pinuccia Di Gesaro.
Tornando ai processi e alle fattucchiere delle Dolomiti, Pinuccia Di Gesaro analizza nel suo ultimo libro non solo l´evoluzione penale e processuale nell´impero asburgico e in Tirolo, ma anche la teoria demonologica (la donna come individuo meglio adatto alla stregoneria), i processi di Fiè dello Sciliar e gli strumenti delle streghe (le erbe magiche come la salvia, l´erba crassula, l´aconito napellus, e persino l´alcaloide animale, ovvero...il rospo).
E alla domanda, ovvia del resto, se queste donne fossero davvero streghe e se vennero mandate al rogo sulla base di sufficienti prove, Pinuccia Di Gesaro risponde che furono perseguitate non perché povere e ignoranti donnicciole di campagna, ma perché saldamente inserite in un vasto movimento culturale d´opposizione. «Era la millenaria ribellione femminile seguita all´avvento della società patriarcale occidentale, organicamente collegata con una parte della cultura alta, quella dei maghi rinascimentali che dalla seconda metà del ´400 ha visto una forte intensificazione di studi esoterici, cabalistici e magico-astrologici. Tutta la cultura di maghi e streghe fu aspramente combattuta perché era radicalmente alternativa a quella di cui il nascente Stato moderno aveva bisogno che necessitava di basi scientifico-illuministiche sulle quali si fonderà la rivoluzione scientifica del Seicento e, sul piano strettamente politico, la società industriale moderna».

la lingua madre e la lingua tedesca: da Heidegger a Arendt, a Adorno, a Levinas, a Celan e Derrida

il manifesto 26.8.03
La lingua madre parlò la lingua della morte

Come una specie di seconda pelle, che ci avvolge dal primo all'ultimo giorno, l'idioma materno non si può tradurre e non si può tradire. E' la sola dimora che resta, malgrado la spaesatezza dell'uomo nel mondo: una idea rassicurante. Per gli esuli, innanzi tutto, da Arendt a Améry, da Adorno a Canetti, da Anders a Celan. Ma è davvero così? L'estraneità e l'ostilità con cui la lingua tedesca ha investito gli ebrei dice il contrario. Se è vero che la lingua è matrice della ragione, allora condivide le colpe del nazismo
di Donatella De Cesare
Non sentirsi a casa propria è per Heidegger, già in Essere e tempo, la peculiarità dell'uomo moderno. Subito dopo la guerra, nella famosa Lettera sull'«umanismo» del 1946, il filosofo tedesco dichiara: «La spaesatezza diviene un destino mondiale». Ma l'assenza di patria, di Heimat, intesa soprattutto come esilio dalla verità, lascia aperta la domanda sul ritorno. Ci sarà ancora la possibilità, una volta perduto l'antico terreno, di trovarne uno nuovo? Si potrà recuperare l'origine, e la propria terra d'origine? La questione del «ritorno in patria» esplode però alla fine degli anni `40, quando comincia il rientro degli emigrati nei paesi d'origine. Se la patria è la Germania, e gli esuli sono ebrei, la questione diviene conflittuale, ma anche perspicua, e offre lo spunto per una riflessione generale sull'esilio. Nella diaspora ebraica, prima e durante la Shoah, si comincia a vedere prefigurata la condizione umana dell'esilio nell'età della mondializzazione. «Di quanta patria ha bisogno l'uomo?» - si chiede Jean Améry, pseudonimo francese per il tedesco Hans Mayer, nel suo libro Intellettuale a Auschwitz. La risposta che dà è ferma ma, nella sua fermezza, è conservatrice: l'uomo ha bisogno di molta patria, e ne ha tanto più bisogno quanto meno può portarne via con sé. La patria è il luogo d'origine insostituibile: «una nuova patria non esiste». Se l'esilio, sopportato perché temporaneo, è stato ed è - come direbbe Cioran - solo una «Città del Nulla», che cosa resta agli esuli, espatriati, privati dal nazismo della loro origine?

Che cosa resta? Resta la lingua materna? Quel surrogato di patria che si può portare via con sé? La domanda che, in forme diverse, compare in diari, ricordi autobiografici, interviste, articoli giornalistici, saggi filosofici, impegna gli ebrei tedeschi nel dopo esilio. Diviene anzi una sorta di ossessione di quella che Derrida ha chiamato la «psiche ebraico-tedesca». Che cosa resta nell'esilio? E che cosa resta dell'esilio dopo l'esilio? «Resta la lingua materna» - afferma Hannah Arendt con parole certe, scandite in un tedesco perfetto, senza traccia di accento straniero dopo anni d'esilio, nel corso di una famosissima intervista rilasciata nel 1964. L'identificazione con la lingua materna è qui totale. E trapela da due frasi ispirate a un esasperato buon senso: «Ho sempre rifiutato, consapevolmente, di perdere la lingua materna [...]. Sempre. Mi dicevo: che cosa ci si può fare? Non è la lingua tedesca ad essere impazzita! E poi, non esistono alternative alla lingua materna». La testimonianza di Hannah Arendt esprime bene la convinzione a cui l'esule si aggrappa. La propria identità trova un luogo sicuro e ben protetto nel grembo della lingua materna. Chi mai potrebbe espatriarlo da lì? Di tutti i luoghi è il più sicuro, il più familiare, il più intimo. È la sua vera dimora, l'unica, nel tempo dell'erranza.

Ma questa convinzione non è condivisa da tutti. Le vicende dell'esilio, immense quanto singolari, potrebbero dar luogo a una complessa tassonomia che va dagli ebrei tedeschi di lingua tedesca (Adorno, Arendt, Benjamin, Buber, Rosenzweig, Scholem), agli ebrei non tedeschi di lingua tedesca (Canetti, Celan, Kafka), e infine agli ebrei non tedeschi che hanno avuto un rapporto stretto con la lingua tedesca (Levinas). È una tassonomia che, per quanto importante per una riflessione filosofico-linguistica, non è stata ancora né delineata né, tanto meno, sviluppata. Ma perché - si potrebbe chiedere - gli ebrei, perché gli ebrei tedeschi e perché la lingua tedesca?

L'attenzione rivolta alla lingua tedesca non esclude fenomeni analoghi sull'altra riva dell'ebraismo, cioè non solo tra gli ebrei aschenaziti, ma anche tra quelli sefarditi. Tuttavia il rapporto tra la lingua tedesca e i parlanti ebrei, tedeschi e non tedeschi, già teso prima di Auschwitz, dopo si spezza fino a interrompersi. Auschwitz è il nome della frattura, del baratro, della fossa non più colmabile. Chi riuscirà più a parlare quella lingua della madre che è divenuta lingua della morte?

Il rapporto di tensione, che è sempre presente tra lingua e parlante, raggiunge qui il limite estremo e porta alla posizioni più diverse, che vanno dal rifiuto intenzionale alla rimozione più o meno inconscia, dalla ricerca strenua e ostinata della lingua perduta, o quasi perduta, alla identificazione completa e illimitata.

Il caso di Adorno è analogo a quello di Hannah Arendt. Nel discorso pronunciato a Francoforte il 22 settembre del 2001 in occasione del «Premio Adorno» - discorso pubblicato di recente in Italia (Jacques Derrida, Il sogno di Benjamin, Bompiani, 2003) - Derrida ritorna sul tema della lingua materna, già affrontato in saggi precedenti. Was ist Deuscht?, Che cos'è il tedesco? è la domanda rivolta nel 1965 ad Adorno, che senza esitare ammette: «Neppure un istante, durante l'emigrazione, ho rinunciato alla speranza del ritorno». La motivazione «oggettiva» che nel 1949 lo induce a tornare in Germania è la lingua. Nostalgicamente Adorno si riconosce nei suoni che gli rievocano l'infanzia; ma del tutto inatteso è l'encomio del tedesco e delle sue «affinità elettive con la filosofia». Pur ritrovando nel tedesco la patria filosofica, Adorno si propone tuttavia di dare prova di una «vigilanza instancabile» per sfuggire alle mistificazioni che questa lingua con la sua «eccedenza metafisica» potrebbe favorire. Aggiunge di aver scritto anche per questo Il gergo dell'autenticità. E' una posizione che, secondo Derrida, potrebbe risultare «esemplare» nell'Europa di oggi, indicando la via per salvare la differenza linguistica, resistendo perciò all'egemonia internazionale di una lingua, senza cedere tuttavia alla «reattività identitaria» e alla «vecchia ideologia sovranitarista».

Diversa da quella di Adorno è la posizione di Levinas per il quale ogni lingua può essere lingua della filosofia, se «l'essenza del linguaggio e amicizia e ospitalità». Levinas si riferisce qui al francese che lo ha accolto divenendo per lui «lingua familiare», come il lituano, il russo, il tedesco, l'ebraico. Tra le posizioni di Adorno e quelle di Hannah Arendt da un canto, e di Levinas dall'altro, si delineano quelle diverse, e difficilmente unificabili, degli ebrei tedeschi in esilio in America, e in altri paesi, o di ritorno in Germania. In molti riecheggia però la preoccupazione espressa da Günter Anders nel volume collettivo Verbannung (Esilio): «Non avevamo ancora imparato l'inglese, il francese, lo spagnolo, e già il nostro tedesco si sgretolava in modo così furtivo che non ci accorgevamo della perdita».

Il tema della perdita della lingua attraversa non solo le poesie, ma anche i pochi importanti scritti di prosa di Paul Celan che nel 1958 confessa: «Raggiungibile, vicina e non perduta in mezzo a tante perdite, una cosa sola: la lingua. La lingua sì, nonostante tutto, rimase non perduta». Unverloren, non perduta, vuol dire insieme il timore che vada perduta, ma anche lo sforzo per non perderla. E nessuno forse più tragicamente di Celan ha vissuto da ebreo l'esilio nell'unica patria che gli restava, in quella lingua tedesca di cui è stato tra i maggiori poeti dell'ultimo secolo.

La questione della lingua tedesca non è dunque di poco conto. Ha anzi un grande rilievo teorico e meriterebbe uno spazio, nel dibattito pubblico, che sinora non ha avuto. Le eccezioni, come quella di Derrida, sono rare. E vale la pena sottolineare che si contano tra i filosofi più che tra i linguisti. Se la questione è stata aggirata, è perché la risposta mette in crisi l'idea diffusa e radicata della lingua materna: il luogo dell'intimità assoluta.

Sin dall'antichità la lingua segna il confine tra un gruppo di parlanti e un altro: noi ci comprendiamo perché parliamo la stessa lingua, sono gli altri a non comprendere perché parlano un'altra lingua, una lingua straniera, anzi una non-lingua. Per i greci gli altri sono barbari, cioè balbuzienti. Anche quando le cose cambiano, quando viene riconosciuta la diversità e la pari dignità delle lingue, e il linguaggio è visto non più come strumento, bensì come organo in cui si declina storicamente la ragione, non cambia il rapporto con la lingua materna. Nasce anzi la metafora della lingua madre. E si intende la lingua che, come la madre, mette al mondo il bambino, cioè gli dischiude e gli articola il mondo. Unica e insostituibile, la lingua materna non si può tradurre e non si può tradire. È una specie di seconda pelle che avvolge chi la parla dalla nascita alla morte. Malgrado la spaesatezza dell'uomo nel mondo, il ritorno all'origine - Heidegger lo ribadisce in un saggio del 1960 Sprache und Heimat (Linguaggio e terra natia) - è consentito dalla lingua materna, l'unica patria, la sola dimora che resta. L'idea è rassicurante. E rassicura in effetti gli esuli - a cominciare da Hannah Arendt, in questo profondamente heideggeriana. L'esilio ne verrebbe attutito.

Ma è davvero così? Davvero l'estraneità non tocca la lingua materna? L'estraneità e l'ostilità con cui la lingua tedesca investe improvvisamente gli ebrei in Germania (e non solo in Germania) dice il contrario. E quello che resta del nazismo, la lingua, non è un residuo, neutro ed esteriore, di un'appartenenza a cui non si vorrebbe rinunciare. La lingua non è uno strumento che possa essere conservato, ripreso e utilizzato dopo qualsiasi evento, anche dopo Auschwitz. Se è matrice della ragione, deve aver avuto parte a quell'evento. Semmai lo ha reso possibile. Così la lingua tedesca non può essere assolta. Perché del nazismo è stata complice, più che complice. E del nazismo si comprenderà ben poco, se si separerà e si escluderà la lingua.

La colpa della lingua tedesca - si pensi alla rigida regolazione con cui nella lingua è stata nascosta la Shoah, quando ad es. nei protocolli di Wannsee si parla di «spostamento a est» - è colpa in senso profondo. Lo mostrano le ricerche che, anche a partire da Primo Levi, sono state avviate sul gergo dei lager e sul linguaggio nell'universo concentrazionario. Ne è un riflesso la difficoltà di nominare lo sterminio - su cui ha scritto Anna V. Sullam-Calimani nel suo I nomi dello sterminio (Einaudi, 2001).

Nella tensione estrema tra la lingua tedesca e gli esuli ebrei affiora con una chiarezza, forse senza precedenti, l'estraneità irriducibile che segna il rapporto del parlante con la propria lingua. A partire di qui va messa in dubbio l'idea di possesso e di proprietà secondo cui la lingua apparterrebbe al parlante e il parlante alla lingua. «Non ho che una lingua e non è la mia, [...] è la lingua dell'altro» - scrive Derrida nel libro Le monolinguisme de l'autre ou la prothèse de l'origine del 1996. La lingua che parlo, la mia lingua, non è mia, ma è sempre già dell'altro. A partire, già, dall'altro della madre. Dire «dell'altro», «altrui», non significa dire «straniera», ma «estranea». Il destino di tutti è quello di nascere in una sola lingua-madre, che non si sceglie, come non si sceglie la madre. Ma quella lingua che, pur non avendo scelto, mi attraversa da parte a parte, che è il luogo delle mie sofferenze, delle mie passioni, dei miei desideri, che dà voce ai miei pensieri, alle mie speranze, proprio quel luogo intimo, in cui non potrei non identificarmi, si rivela già sempre estraneo. La lingua materna è me prima di me, prima che io possa dire io. La mia stessa identità, di cui mi approprio attraverso la lingua, mi viene espropriata dalla lingua. La lingua è sempre mia e non mia. Nessuno può dire mia, tua, nostra, per la lingua.

La proprietà della lingua si rivela impossibile, perché la lingua interdice la proprietà. La mia, ma anche quella dell'altro. La lingua è dell'altro solo per la provenienza, perché proviene dall'altro, ma non per la proprietà. Nessuno riesce davvero a imporre l'egemonia colonizzatrice di una lingua - più insidiosa ed efficace di molte altre imprese imperialiste - perché sarà sempre fermato dalla lingua. Sarà la lingua a denunciare di non essere un suo bene. La lingua è di tutti e non è di nessuno. E forse si può dire così: nella lingua ci sono solo esuli, emigranti, profughi, ma non ci sono proprietari. Presa in parola la lingua apre a una politica, un'economia, un'etica, un diritto non ancora scritti, prescrivendo il diritto e i limiti di un nuovo diritto di proprietà.

Ma se non c'è proprietà perduta, perché la lingua è sempre estranea, se non c'è residuo di patria, se non c'è dimora dove fare ritorno, allora non ci sarà neppure ritorno. La spaesatezza non risparmia la lingua e anche questo luogo intimo, il più intimo, ci viene sottratto. Abitare nella lingua sarà allora piuttosto come un migrare nel deserto. L'esilio linguistico degli ebrei tedeschi, nelle sue forme drammatiche ed estreme, ha messo in luce questa alienazione umana originaria e destinale, cioè l'esilio di ogni parlante nella lingua.

il Riformista, da par suo, sul film di Marco Bellocchio a Venezia

Il Riformista 26 Agosto 2003
VENEZIA. BUONGIORNO NOTTE, DI MARCO BELLOCCHIO, PUÒ ESSERE UN’OCCASIONE
Se la destra riscoprisse il cinema di sinistra

Il proponimento sembra lodevole. Tanto più arrivando da un intellettuale di destra, fine e poco aduso alla chiacchiera salottiera. Scrive Stenio Solinas sul Giornale in vista della Mostra di Venezia che s'apre domani: «Sarebbe bello se a partire da quest'anno il cinema, quello che parla al cuore e al cervello di chi lo guarda, divenisse per chi l'ha sempre snobbato e sottovalutato ciò che realmente è: l'autobiografia di una nazione. Chiamarsene fuori non paga». Solinas è rimasto colpito, positivamente, da La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana. Sulla carta, la miniserie di Raiuno aveva tutto per non piacergli: il Sessantotto, l'antipsichiatria, il terrorismo rosso, le utopie generazionali… Invece, al termine di un'appassionata immersione nelle sei ore di film, ha voluto rivolgersi così alla sua parte politica: «Ancora una volta mi sono chiesto perché ieri come oggi una cultura che vorrebbe rappresentare un'altra Italia, lavorare a una rifondazione del Paese manifesti verso il cinema un atteggiamento spocchiosetto, rifiutando qualsiasi approfondimento, qualsiasi motivo di riflessione».
E' un buon segno - se non resterà solitario ed episodico - che da destra si cominci a osservare il cinema "di sinistra" con atteggiamento più aperto e disponibile. Guardarsi in cagnesco è inutile, oltre che anacronistico. Insomma, convinta o meno, la piccola rivoluzione è nelle cose: il governo sta per varare una tribolata riforma del cinema nel segno del reference-system, volta cioè a irrobustire gli assetti industriali e a sbullonare le vecchie pratiche assistenzialiste. Ma, al di là dei decreti legislativi escogitati dal ministro Urbani, esiste un problema di confronto culturale. La destra a Palazzo Chigi non può permettersi di essere vista dal mondo del cinema, compattamente progressista e sostanzialmente antiberlusconiano, come uno spauracchio, una sorta di nuovo sceriffo in città, che regola conti antichi e piazza i suoi registi (i pochi di cui dispone) in posti chiave. Qualcosa si sta muovendo, l'attenzione critica dimostrata nei confronti del film di Giordana invita a un cauto ottimismo, ma vedrete che di qui a pochi giorni basterà un niente - magari il rinfocolarsi della polemica storiografico-politica su Portella della Ginestra sollecitata da Segreti di Stato di Paolo Benvenuti, in gara alla Mostra - per rialzare gli steccati. Del resto, in tutta franchezza, non è che a sinistra spiri un'aria migliore. Ieri mattina, sull'inserto che l'Unità ha dedicato alla Mostra, sotto il titolo citazionista Venezia rosso shocking, si leggeva ironicamente: «Il vecchio film di Nicolas Roeg si chiamava in originale Don't Look Now, "adesso non guardare": titolo che potrebbe diventare lo slogan del ministro Urbani e di tutti gli intellettuali di riferimento della Cdl che non citiamo non perché manchi lo spazio, ma perché nessuno, tantomeno noi, sa chi siano».
Stando così le cose, mentre il direttore Moritz de Hadeln apre a sorpresa un nuovo fronte polemico nei confronti del Vaticano vagheggiando per il futuro alla Mostra un inutile e ghettizzante premio lesbo-gay, subito sottoscritto a sinistra, lanciamo una piccola provocazione agli ambienti più svegli e curiosi del centrodestra, nella speranza che sia raccolta senza fare spallucce. Perché non "adottate" un film? Perché non provate a guardare all'esecrato cinema d'autore fuori dalla consueta logica di schieramento, quella che innesca la reazione automatica, di pelle, ringhiosa?
Un titolo alla bisogna ci sarebbe. E' Buongiorno notte di Marco Bellocchio. Partendo da un verso di Emily Dickinson indaga sul versante "privato", se così si può dire, del sequestro Moro, raccontando, dall'ottica dei quattro carcerieri, quel cruciale episodio della nostra storia recente. Senza dietrologie e complotti, senza tirare in ballo i servizi segreti, Moretti infiltrato, il delitto Pecorelli, il Grande Vecchio, Hyperion, il memoriale scomparso, la dinamica dell'agguato, eccetera, come faceva invece Piazza delle Cinque Lune di Renzo Martinelli. Bellocchio viene da sinistra, militò da giovane nell'Unione dei marxisti-leninisti, visse la sbornia utopistica del Sessantotto e osservò criticamente la successive degradazioni militanti/militari di quelle istanze anti-autoritarie. Oggi spiega nelle interviste: «A me non interessa, non facendo lo storico, cercare di scoprire la verità. Ho voluto cercare all'interno di questa tragedia un movimento che non fosse solo apparente». E aggiunge, dopo aver ricordato che «per formazione e per ricerca non simpatizzavo per le Br»: «Allora vigeva una sorta di 'assurda coerenza' tra il pensare di cambiare il mondo e prendere una pistola per ammazzare. Una logica non giustificabile in alcun modo. Le br di oggi mi paiono ancor più fuori dal mondo e dalla realtà. Non credo che abbiano molta acqua in cui nuotare».
D'accordo, prima di prendere partito bisognerà vedere il film, che si annuncia problematico, dolente, ovviamente rischioso nel suo proposito di restituire la gestione "quotidiana" dell'infame sequestro: la doppia vita della vivandiera Anna Laura Braghetti, gli interrogatori del prigioniero, le farneticazioni ideologiche dei carcerieri riuniti a tavola, la votazione sulla condanna a morte, la concitazione tragica degli eventi. Ma c'è materia - si ammetterà - per tentare un confronto non "armato", aprioristico, intellettualmente fertile, pur nell'eventuale diversità dei punti di vista. «Chiamarsene fuori non paga», raccomanda Solinas. La cultura di centrodestra provi a raccogliere la sfida, mostri di essere più lungimirante e complessa dei suoi funzionari politici.

la Mostra del cinema di Venezia in televisione

(da La Provincia, Alto Adige e il Tempo di Roma)

RAIUNO
Dal 27 agosto, in terza serata, Venezia cinema e dintorni : dall’Hotel Excelsior, Gigi Marzullo intervista un vip del cinema. Il 6 settembre, per il gran finale, la striscia si allunga a un’ora: spazio a critici, giornalisti, personaggi dello spettacolo e magari al Leone d’oro appena nominato per commentare la serata, il podio, l’edizione della mostra. In mattinata, costola di Unomattina Estate, una doppia trasmissione a cura di Guido Barlozzetti. Nella prima (in onda tra le 9.30 e le 10), novità, curiosità, frivolezze e sorprese; poi (intorno a mezzogiorno) un gioco: il pubblico dovrà indovinare a quale film appartiene una scena celebre.

RAIDUE
Tre speciali di Stracult, il lunedì alle 22.50, dal 25 agosto: in primo piano, il cinema italiano d’impegno presente al festival. Presentano Lillo e Greg.

RAITRE
Alle 20, Blobbavenezia 2003, con schegge sul ’68 (sfondo di The Dreamers di Bernardo Bertolucci), sul rapimento Moro (cui è dedicato Buongiorno notte di Marco Bellocchio), ma anche sulla Sicilia dell’immediato dopoguerra (Segreti di Stato di Paolo Benvenuti) e sulla tv reinventata da Fellini o da Luciano Emmer ( L’acqua... il fuoco ). A Fuori orario, film d’epoca legati alle tematiche della mostra.

RAI EDUCATIONAL
In terza serata su Raitre, a Off Hollywood, il magazine di Pascal Vicedomini, fatti, indiscrezioni, personaggi e “nuovi territori” del cinema.

TELEVIDEO
Dal 26 agosto uno speciale aggiornato continuamente: a pagina 180, l'indice delle recensioni dei film in concorso e le notizie della mostra.

RAI INTERNATIONAL
Tutti i servizi degli inviati della Rai saranno rilanciati via satellite nei cinque continenti.

RAINEWS 24
Speciale di approfondimento tutti i giorni alle 16.17.

SKY
Tutta la mostra, 24 ore su 24, su RAISAT CINEMA WORLD , canale ufficiale del festival: in diretta, le cerimonie di inaugurazione (condotta da Alessandra Martines, con le giurie presentate da Moritz De Hadeln e da Franco Bernabè) e premiazione e, tutti i giorni dalle 10.30, le conferenze stampa, i photo-call e i tv-call, ma anche il clima della mostra e le indiscrezioni. Alle 18.30 Giornalisti accreditati : Paolo Villaggio e Claudio G. Fava dialogano con attori, registi e produttori. In programma anche commenti dello scrittore Franco Scaglia e di Elisabetta Sgarbi. Su SKY CINEMA AUTORE, dal 28 agosto la striscia quotidiana Lampi sul Lido, a cura del critico Gianni Canova e il 31 alle 20.20 la storia di Dino De Laurentiis, Leone d’oro alla carriera. Su SKY CINEMA 1, domenica 7 settembre alle 21, la prima visione di Un viaggio chiamato amore, con Stefano Accorsi, Coppa Volpi 2002 come miglior attore. COMING SOON TV propone, tutti i giorni alle 14, la rassegna stampa sulla mostra, mentre alle 18, a Coming Soon Live , Monica Maja, Mauro Donzelli e Federico Gironi raccontano la giornata veneziana.

CANALE 5
Torna, dal 29 agosto in terza serata, Notti veneziane, la rassegna di film d'autore che, fino al 6 settembre, proporrà le migliori opere protagoniste delle passate edizioni della mostra. Si segnalano tre prime visioni: Non uno di meno di Zhang Yimou, Leone d’oro nel 1998 (il 29 agosto), Incidente ad Oglala di Michael Apted, del 1991 (il 31 agosto) e Topsy Turvy di Mike Leigh, del 1999 (il 6 settembre). Le altre proposte sono I racconti del cuscino di Greenaway (il 30), Mr e Mrs Bridge di Ivory, pluripremiato nel 1990 (l’1 settembre), La tempesta di Mazursky (il 2), Il dolce rumore della vita di Giuseppe Bertolucci (il 3), Round midnight di Tavernier (il 4) e Clockers di Spike Lee (il 5).

RETEQUATTRO
Dedicato ai capolavori del festival il ciclo dei Bellissimi, dal 31 agosto al 7 settembre. Questi i titoli, quasi tutti in prima tv: Hilary e Jackie di Tucker,
Bugie, baci, bambole e bastardi
di Drazan, Brother di Kitano, L’orco di Schlondorff, La polveriera di Paskaljevic, Il trionfo dell’amore di Peploe, The informant di Mc Bride e Una notte d’estate di Cassavetes.

LA 7
Doppia iniziativa per raccontare Venezia 60. Dal 27 agosto al 6 settembre, alle 23.45, andrà in onda Cartoline da Venezia , una striscia quotidiana con interviste ai protagonisti, notizie, curiosità, critica e colore. Domenica 7 alle 23, tocca allo Speciale mostra cinema di Venezia , sul festival appena finito. Entrambi i programmi saranno curati dagli inviati Luca Giannelli e Silvia Mauro.

Bellocchio e Bertolucci: dopo l'Unità (ieri) oggi Repubblica

Repubblica 26.8.03
Storie segrete di due ex ribelli
L´uno con "Buongiorno notte" torna al caso Moro, l´altro con "I Sognatori" al Maggio ´68. In gara anche Benvenuti e Winspeare
di Paolo D'Agostini

ROMA - Quello che colpisce la fantasia, subito, è il veder riuniti - oggi ultrasessantenni - i due massimi campioni del "giovane cinema" che scombussolò il panorama dei nostri anni Sessanta, mentre il vento della nouvelle vague spazzava il tradizionalismo un po´ dovunque. Cioè Marco Bellocchio (64 anni) e Bernardo Bertolucci (62). Come fosse un aggiornamento dell´edizione veneziana di vent´anni fa, 1983, quando Godard ricevette il Leone d´oro (per Prénom Carmen) da una giuria presieduta da Bertolucci e composta fra gli altri da Leon Hirszman e Nagisa Oshima, Bob Rafelson e Mrinal Sen, Alain Tanner e Agnés Varda: tutti esponenti della medesima generazione ribelle che aveva inteso (riuscendoci?) scardinare l´abc del cinema. Solo che oggi (il solo Bellocchio poiché Bertolucci figura "fuori concorso") non saranno giudicati da un loro "omologo" ma proprio da chi, decano della stessa famiglia italiana, rappresenta la massima incarnazione di quel "cinema di papà" contro il quale si scagliarono, irruenti e irriverenti, tanti anni fa: Mario Monicelli (88 anni), presidente della giuria di questa Mostra. Anche se c´è da scommettere che il regista di Amici miei, L´armata Brancaleone e Un borghese piccolo piccolo, colui che per primo infranse il tacito veto veneziano verso il cinema di commedia vincendo mezzo Leone d´oro per La Grande Guerra (l´altro mezzo andò al Generale della Rovere di Rossellini con De Sica, era il 1959), si dimostrerà sensibilissimo a cogliere ogni valore di novità: non si dichiarò entusiasta, due stagioni fa, del morettiano La stanza del figlio, cioè di un cinema molto distante dalle proprie "corde"?
Vediamo dunque come l´Italia si presenta, da domani, all´appuntamento. Tre titoli in competizione per il Leone d´oro. Buongiorno notte di Marco Bellocchio, Segreti di stato di Paolo Benvenuti, Il miracolo di Edoardo Winspeare. Avvolto nel più stretto riserbo, con l´implicita quanto palese intenzione di prendere le distanze dal di poco precedente Piazza delle Cinque Lune di Renzo Martinelli (tanto quanto, immaginiamo, da come trattò il "caso" per eccellenza dell´Italia repubblicana il film di Giuseppe Ferrara con Volonté), del film si sa che ha tra i principali interpreti Maya Sansa, Luigi Lo Cascio e Pier Giorgio Bellocchio. Si sa che si parla del rapimento e dell´assassinio di Aldo Moro, si sa che i personaggi alludono ai brigatisti che ne furono artefici, pur non portandone i veri nomi. Ma si può solo supporre il "come": che, trattandosi di un autore con la maiuscola, è tutto. Da Bellocchio, questo è certo, tutti si aspettano "qualcosa di più" che non una pura e semplice ricostruzione. Il pisano Paolo Benvenuti (vedi alla pagina accanto) si cimenta addirittura nel confronto con uno dei testi sacri del cinema italiano del dopoguerra, Salvatore Giuliano di Francesco Rosi, tornando a scavare sulla strage di Portella della Ginestra a 56 anni dal primo maggio dei fatti, e a 41 dal film di Rosi. Infine il regista che tre stagioni fa con Sangue vivo così tanto contribuì a diffondere la suggestione e il fascino remoto del Salento, torna a raccontare un mondo di forti ed emozionanti intrecci tra realtà e irrealtà.
Ovviamente attesissimo, ancorché "fuori concorso", Bertolucci. Segretissimo anche il suo film come quello di Bellocchio. Ma tutti pensano e dicono che I sognatori rinnoverà, o che intende rinnovare il pugno in faccia al mondo di Ultimo tango a Parigi. Anche qui tutto succede dentro una casa parigina: non una coppia, però, ma un fratello, una sorella e un amico americano conosciuto alla Cinématèque. Mentre fuori, per le strade, si annuncia il Maggio ´68, i tre esplorano emozioni e nuove frontiere erotiche. Ribellione giovanile, sesso e cinema: convergono di nuovo i temi più cari all´immaginario dell´autore.
(...)

lunedì 25 agosto 2003

in un "paginone" sull'Unità di oggi Alberto Crespi: The dreamers di Bertolucci e Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, a Venezia

Unità 25.08.2003
dossier / La mostra del cinema


Ci siamo: sta per iniziare la Mostra 2003.
Attenzione, perché segna una nuova stagione del cinema italiano.
Targata da due maestri:
Bernardo Bertolucci e Marco Bellocchio

«I sognatori» e «Buongiorno notte»: l'impegno si intreccia con l'educazione sentimentale

Bertolucci esplora il Maggio francese attraverso lo sguardo di tre ragazzi. Bellocchio riscrive il sequestro e la morte dello statista Dc

Un documentario di Stefano Incerti racconta la lavorazione del film su Moro. Ma anche la vita vissuta del regista dei «Pugni in tasca»


Venezia, Buongiorno ai Sognatori
di Alberto Crespi


«Lottavano così come si gioca / i cuccioli del Maggio, era normale / loro avevano tempo anche per la galera / ad aspettarli fuori rimaneva / la stessa rabbia, la stessa primavera».
Premessa: siamo convinti da anni che Fabrizio De André sia non solo un cantante, ma un «intellettuale di riferimento» - bruttissima espressione, ma serve a capirsi -, uno di quegli artisti che fanno intravvedere, dietro note e parole, un paese, un’epoca, e il sentimento di quel paese e di quell’epoca.

Ebbene, i versi d’apertura - l’introduzione al disco Storia di un impiegato, 1973 - tengono insieme, per uno di quei miracoli che succedono solo al cinema, i due film più attesi di Venezia 2003: The Dreamers - I sognatori di Bernardo Bertolucci e Buongiorno notte di Marco Bellocchio. De André parla ovviamente del Maggio francese, del ‘68, che un impiegato italiano osserva da lontano, affascinato e frustrato («Eppure i miei trent’anni / erano pochi più dei loro / ma adesso basta, adesso torno al lavoro!»): ebbene, Bertolucci ha girato un film proprio su quei giorni, mentre si intitola Stessa rabbia stessa primavera un bellissimo documentario di Stefano Incerti sul film di Bellocchio; documentario, per altro, co-prodotto dalla Elleu e dalla Filmalbatros e che sarà a Venezia nella sezione Nuovi Territori.

Bertolucci parla quindi direttamente, in prima persona, del «joli mai», della rivolta studentesca che bruciò i boulevard parigini nel ‘68 (fermando, per inciso, anche il festival di Cannes, dove i giovanotti della Nouvelle Vague bloccarono le proiezioni: Jean-Luc Godard, maestro riconosciuto di Bertolucci, tagliò con gesto dadaista lo schermo del Palais).

Bellocchio riscrive invece, con lo stile intenso e onirico che ci ha folgorati nell’Ora di religione, il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro (lo statista è Roberto Herlitzka, Luigi Lo Cascio è un brigatista che chiaramente allude - i baffi! - a Mario Moretti, Maya Sansa è la carceriera, liberamente ispirata alla Braghetti): siamo 10 anni dopo, nel ‘78, ma nel documentario di Incerti si capisce che le radici sono quelle, che «nei primi mesi del ‘68 - è Bellocchio che parla - gli slogan avevano una purezza, esaltavano l’immaginazione, la fantasia; contestavano tutto ciò che era vecchio, polveroso, ipocrita.

Purtroppo, nell’anno successivo i giovani hanno deciso di organizzarsi in vecchie formule di partito, non hanno saputo moltiplicare la fantasia che rivendicavano nel ‘68; non hanno fatto il salto mortale, si sono chiusi in forme vecchie, soffocanti»
. Forme che un decennio dopo avrebbero partorito la buia stagione del terrorismo.

Le confessioni di Marco

Stefano Incerti, regista del Verificatore e di La vita come viene, è stato chiamato a girare il «dietro le quinte» di Buongiorno notte con un preavviso minimo: «Non conoscevo Bellocchio e ho conquistato la sua fiducia con la discrezione. Dopo le riprese, ho girato una lunga intervista con lui nella Galleria d’Arte Moderna di Roma, a Valle Giulia, là dove il ‘68 - almeno il ‘68 romano - è iniziato. Lì, Marco si è confessato. Ha raccontato tutto il suo percorso politico, dai Comunisti Italiani in poi. Ha parlato del suo gemello, suicida proprio alla fine del ‘68. Credo che, andando al di là del film, lo abbiamo messo in un contesto che fa di lui, del suo cinema, un pezzo di storia italiana».

Infatti la cosa che sorprende, mettendo a raffronto il documentario di Incerti e il film di Bertolucci, è l’irruzione del Privato nel Politico, e non viceversa. The Dreamers racconta l’educazione - sentimentale, sessuale, politica e soprattutto cinefila! - di un ragazzo americano che si trova a frequentare la Cinémathèque di Parigi proprio nei giorni in cui il ministro Malraux vorrebbe chiuderla, cacciando il mitico direttore Henri Langlois. La rivolta per vedere gli amati film americani diventa la Rivolta tout court: il ragazzo conosce dentro la Cinémathèque (nelle prime file, dove si siedono i cinefili veri) due gemelli francesi, un ragazzo e una ragazza; va a vivere da loro approfittando della vacanza dei loro genitori, e il triangolo - più psicologico che erotico - diventa anche la spinta a tuffarsi nella Storia che scorre nelle strade, fra i giovani che gridano «ce n’est qu’un debut», è solo l’inizio.

Anche Bellocchio, nel documentario di Incerti, mescola quasi inconsapevolmente i due livelli: «Io ho avuto un’educazione cattolica - racconta -, sia pure senza fede, quella è un dono che non ho... e dopo il successo del mio primo film, I pugni in tasca, mi sono trovato in una situazione moralmente difficile. Non mi sentivo degno della fama, né del film... e mi sono rifugiato in un impegno politico radicale. Poi c’è stato il suicidio del mio fratello gemello. Lui era rimasto a Piacenza, dopo essersi laureato in educazione fisica, dentro l’inferno familiare del quale io mi ero liberato andando a Roma, facendo il film. La disperazione per la sua morte si è trasformata in senso di colpa». Bellocchio ha elaborato il lutto in Gli occhi, la bocca, ma certo questo dramma privato spiega molte cose di tutto il suo cinema successivo.

Bellocchio & Bertolucci. Piacenza e Parma. Gli anni ‘60. Un abbozzo di Nouvelle Vague italiana che poi non si è realizzata perché non c’era il senso di un «movimento» e le personalità erano troppo forti per collaborare. È molto affascinante che Venezia 2003 sia un’occasione di incontro per i due cineasti più importanti di quella stagione. In fondo hanno vissuto due vite parallele: quasi coetanei (li separano poco più di 4 mesi, Bellocchio è del 9 novembre 1939, Bertolucci del 16 marzo 1940), sono stati la coscienza inquieta della loro generazione e di tutte le successive, nonché di una sinistra capace di vivere sulla propria pelle i dubbi e le lacerazioni dagli anni ‘60 in poi. Diversi, certo. Politicamente: extraparlamentare Marco, Pci ortodosso - almeno ai tempi di Novecento, ma anche dopo - Bernardo.

«Uccisore» della famiglia (sullo schermo, per carità!) Marco, patriarcale Bernardo anche nel rapporto con il padre poeta Attilio e il fratello regista Giuseppe. Ma con tanti punti in comune. Gli inizi, appunto, nei primi anni ‘60. Prima esordisce Bertolucci con La commare secca del ‘62, in qualche modo «regalatogli» da Pasolini del quale era stato assistente sul set di Accattone: lo stesso Pasolini che qualche anno dopo li paragonò, parlando per Bertolucci di cinema/poesia e per Bellocchio di cinema/prosa.

In un certo senso il vero, personalissimo esordio di Bertolucci è Prima della rivoluzione, 1964: ricordarlo dopo aver saputo del gemello di Bellocchio è quasi inquietante, perché nel film il giovane Fabrizio, borghese di Parma il cui nome richiama Stendhal, entra in crisi dopo il suicidio di un amico e non riesce a ribellarsi alle costrizioni familiari. Siamo ancora, appunto, «prima della rivoluzione», perché la vera rivoluzione che si abbatte come un ciclone sul cinema italiano di quegli anni è il debutto di Bellocchio, I pugni in tasca, del 1965. Sembra quasi che Marco faccia proprie le frustrazioni del film di Bernardo e le risolva in un disperato grido, pieno di odio e di pudore, contro l’istituzione-Famiglia e tutta la sovrastruttura borghese-cattolica che domina l’Italia del dopoguerra. La cosa incredibile è che lo fa, parola sua, quasi in stato di trance: «Vivevo in una sorta di bozzolo. Non avevo mai subito violenze fisiche, né mio padre né mia madre mi avevano mai sfiorato con una sberla... ma avevo evidentemente subito una violenza dell’assenza, dovuta anche alla perdita di mio padre quando ero molto giovane, che ha per così dire innescato la bomba dei Pugni in tasca.

Ma io non capivo. Non capivo che un giovane che ammazza la mamma e il fratello era, per l’Italia moralista di quel tempo (anche a sinistra!), una provocazione dirompente»
. D’altronde, è storia: Bellocchio è talmente «travolto» dal film, talmente bisognoso di uno sguardo esterno e lucido, che affida il montaggio a Silvano Agosti. Il quale, pur firmandosi Aurelio Mangiarotti (sì, il nome del campione di scherma), dà un contributo decisivo a un’opera prima il cui impatto emotivo ha pochi eguali nella storia del cinema.

Cineasti che indicano la via

Da lì in poi, Bellocchio e Bertolucci sembrano alternarsi nella funzione di leader, di cineasta che «indica la via»: Bernardo prende il testimone fra il ‘70 e il ‘72, quando prima Il conformista, poi Ultimo tango a Parigi scuotono il mondo, del cinema e non, dandogli una fama e una dimensione internazionali che non sono più venute meno.

Marco firma però (assieme a Silvano Agosti, Stefano Rulli e Sandro Petraglia) un’opera fondamentale nel ‘75, quel Matti da slegare che è una pietra miliare dell’antipsichiatria e del cinema italiano non-fiction, proprio mentre l’amico-rivale sta girando il kolossal Novecento.

Se Ultimo tango aveva sconvolto la morale nei primi anni ‘70, Diavolo in corpo ci mostra nell’86 la prima «fellatio d’autore» del nostro cinema, a sottolineare una cosa che i due hanno in comune, quasi come in un Dna collettivo: la fusione fra Eros e politica, il valore rivoluzionario della pulsione sessuale (in questo, The Dreamers è veramente il film figlio di Ultimo tango, una sorta di «Primo tango», visto lo slancio vitale e l’età dei protagonisti). Comune è anche la curiosità religiosa: Bellocchio ha narrato la propria non-fede in quel capolavoro che è L’ora di religione, Bertolucci ha indagato territori «altri», magari esotici ma sicuramente sentiti, nel Piccolo Buddha.

Stessa rabbia, stessi sogni

Anche Stefano Incerti ci segue nel paragone: «Non è un caso che entrambi sentano il bisogno di raccontare anni in cui c’erano passioni forti, in cui davvero si lottava per un mondo migliore - parlo degli anni ‘60, chiaro, dei quali i brigatisti rossi sono in un certo senso figli degeneri. E non è un caso che questo bisogno sia tanto forte oggi, quando l’ideologia “seria”, che combatte per degli ideali, è molto sopita. In fondo ci dicono che bisogna ancora lottare per cambiare; del resto viviamo in una contingenza politica così paradossale, così grottesca, che l’ansia di miglioramento è praticamente obbligatoria. E chi fa cinema dovrebbe essere sempre all’opposizione. Anche quando c’è un governo che ci piace. Figuriamoci oggi».

Bellocchio chiude Stessa rabbia stessa primavera con l’auspicio che i movimenti no-global «alimentino una speranza che sia comunque radicale, perché non possiamo limitarci a tenere in vita questo capitalismo». Bertolucci chiude The Dreamers con una molotov gettata contro i poliziotti, mentre la chitarra di Jimi Hendrix urla in colonna sonora. A 63 anni compiuti, entrambi non hanno perso la rabbia e credono ancora nella primavera.

nella stessa pagina dell'Unità del 25.8:
Venezia rosso shocking
Dal '68 al caso Moro passando per la strage di Portella: sul Lido delle star soffia il vento del cambiamento
di al.c.


Anche quest'anno la destra al potere avrà di che stizzirsi: la Mostra di Venezia sembra architettata da un commando no-global. Scherziamo, ma solo in parte: almeno la pattuglia italiana è all'insegna della politica, della rilettura storica, della scoperta di angoli inquietanti dell'Italia di ieri e di oggi. Per questo ci siamo divertiti a titolare Venezia rosso shocking, citando lo squinternato titolo italiano di un thriller diretto nel 1973 da Nicolas Roeg.

A Venezia un dicembre rosso shocking si chiamava in originale Don't Look Now, «adesso non guardare»: titolo che potrebbe diventare lo slogan del ministro Urbani e di tutti gli intellettuali di riferimento della Cdl, che non citiamo non perché manchi lo spazio, ma perché nessuno, tantomeno noi, sa chi siano.

Breve riassunto per chi non ha letto (beati loro!) i giornali d'agosto: l'Italia è in concorso con Buongiorno notte di Marco Bellocchio, sul caso Moro, e con Segreti di Stato di Paolo Benvenuti, che rilegge la storia di Salvatore Giuliano e la strage di Portella della Ginestra, sostenendo alla luce di nuovi documenti il coinvolgimento degli americani (sul film si sta addensando la polemica perché pare che i documenti, almeno in parte, non siano così nuovi: sarebbero contenuti nei libri dello storico Giuseppe Casarrubea, pubblicati da Franco Angeli e forniti a Benvenuti dallo stesso Casarrubea che poi è stato «tagliato» dai titoli del film: vedere intervista di Alessandra Levantesi sulla «Stampa» di venerdì 22). È poi sempre «politicissimo» il lavoro di Daniele Ciprì e Franco Maresco, anche quando mettevano in scena peti & rutti negli anfratti della vecchia Raitre (la gloriosa Cinico Tv): Il viaggio di Cagliostro è in lizza a Controcorrente, il concorso numero 2. Quasi superfluo aggiungere che, soprattutto nella sezione Nuovi Territori, abbonderanno film e documentari italiani schierati nell'unico, vero partito «trasversale» rimasto, quello della documentazione rabbiosa e pervicace delle brutture del Belpaese (d'altronde a Nuovi Territori passò l'anno scorso il film collettivo sull'11 settembre, procurando ai registi coinvolti e al curatore della sezione Serafino Murri le stroncature preventive di giornali illuminati, come «Il foglio»).

E infine, ciliegina sulla torta, Bertolucci: che ritorna nella Parigi di Ultimo tango per raccontare il Maggio '68, mescolando (l'ha sempre fatto) impegno politico, pulsioni erotiche e sogni esistenziali. E anche qui, la stampa di destra ha già cominciato il tam-tam: bella roba i comunisti sessantottini, pensano solo a fornicare. Fosse invidia?

Di tali film «sovversivi» parliamo in questo inserto. Naturalmente a Venezia c'è molto altro. Sulla carta il programma è stimolante, nonostante assenze pesanti come Altman, Campion, Tarantino, Wong Kar-Wai. Film non pronti, o partiti per altri lidi. Moritz de Hadeln, raggiunto telefonicamente nei giorni convulsi della vigilia, ci ha confessato sornione un unico rimpianto: il film di fantascienza League of Extraordinary Gentlemen, «perché contiene una scena in cui Venezia viene distrutta». Capita l'antifona?

"Signor de Hadeln, quale sarà il paese-rivelazione di Venezia 2003? «Un paese lontano e poco conosciuto: l’Italia». Così il direttore della Mostra, intervistato pochi giorni prima dell’apertura.(...)"

IL FILM DI MARCO BELLOCCHIO SARA' PROIETTATO A VENEZIA NELLA SALA GRANDE GIOVEDI' 4 SETTEMBRE, ALLE 20
LA CERIMONIA DELLA PREMIAZIONE DI SABATO 6 SETTEMBRE, ANCORA IN SALA GRANDE, AVRA' INIZIO ALLE 19.00 (ingresso per inviti)

domenica 24 agosto 2003

Buongiorno, notte

L'Eco di Bergamo 24.8.03
Prove di ruggito in una giungla di pellicole
(...)

(...)
Lontane dalle luci della ribalta le scelte per le giuria da cui ci si aspetta, in mancanza di glamour almeno la saggezza dei verdetti su cui per ora si è già impegnato Mario Monicelli che premierà i film in concorso. Discreta infine la comunque folta presenza degli italiani in tutte le sezioni all'insegna di un rinnovamento generazionale che fa bene al cuore e di due titoli molto attesi come The dreamers (fuori concorso) di Bernando Bertolucci e Buongiorno, notte di Marco Bellocchio a caccia del Leone d'oro.

sabato 23 agosto 2003

la neuro-teologia...

Il Messaggero, Sabato 23 Agosto 2003
La conversione di San Paolo? Una crisi d’epilessia. ...
di e. mas.

LA CONVERSIONE di San Paolo? Una crisi d’epilessia. L’integralismo religioso? Il risultato di una disfunzione di regione cerebrali profonde. E Dio, allora? Tutta una questione di neuroni... Il divino come una secrezione del cervello: stati di grazia e slanci mistici, estasi e apparizioni della Vergine abbandonano il campo della metafisica per entrare in quello si una scienza relativamente nuova: la neuro-teologia, quell’insieme di teorie che da una trentina d’anni tenta di spiegare i fenomeni religiosi attraverso precise variazioni chimiche della materia grigia.
E’ in un libro appena pubblicato in Francia, La biologie de Dieu (Agnès Viénot éditions), che un giornalista di “Science et Avenir”, Patrick Jean-Baptiste, neuro-fisiologo di formazione, cerca di rilanciare il dibattito sui discepoli della neuro-teologia: psicologi, psichiatri, antropologi o neuro-biologi, quel manipolo di neuro-apostoli, come sono stati ufficialmente battezzati, convinti che un angolino, nell’insieme delle nostre cellule nervose, sia stato programmato geneticamente per il bisogno di Dio.
I primi a sganciare la neuro-teologia da un ambito prettamente accademico sono stati due ricercatori dell’Università della Pennsylvania, Andrew New Newberg e Eugene D’Aquili, tre anni fa, in un volume, poi edito in Italia da Mondadori con l’eloquente titolo Dio nel cervello . Patrick Jean-Baptiste ripercorre le esperienze di Newberg e D’Aquili, ma non solo: con piglio critico illustra teorie più estremiste, come quella che cerca si attribuire a fenomeni epilettici la conversione di San Paolo sulla via di Damasco, le voci di Giovanna D’Arco o l’estasi di Santa Teresa. E ancora, analizza quella corrente di pensiero che spiega gli eccessi e i misfatti del fanatismo religioso con un’infiammazione delle amigdale encefaliche, irritate da un’iniziazione religiosa precoce e ossessiva. Sul destino delle ricerche dei biologi di Dio, il giornalista di “Science et Avenir ” non trancia giudizi: «Il futuro sarà il solo Giudice e deciderà del genio o dell’orrore di queste intuizioni...».

intanto, irriducibile, il manifesto...

il manifesto, 23.8.03
La svolta di Lacan sull'inconscio

Nell'XI «Seminario» una tappa fondamentale: in accordo con la teoria freudiana, l'inconscio mantiene il suo carattere di discontinuità del discorso cosciente, così come la rivelano i sogni, gli atti mancati, i lapsus. Ma dal suo maestro Lacan si discosta negando che l'inconscio sia tutto determinato dal nostro passato, perché esso può compiersi, ed esige eticamente di farlo, nell'avvenire
di Massimo Recalcati
L'undicesimo Seminario di Lacan segna una tappa unica e nevralgica nel tragitto delle famose lezioni, e fin dal titolo I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, lascia intendere il suo carattere di introduzione ad alcuni concetti chiave: inconscio, ripetizione, transfert, pulsione. Tuttavia, non è un dizionario quello sviluppato qui da Lacan: a una idea del genere avrebbero pensato, in seguito, due suoi ex-allievi, Laplanche e Pontalis (travasandovi, tra l'altro, in modo piuttosto discutibile, una serie cospicua di motivi tratti da Lacan stesso). Il giusto prestigio che questo Seminario - ora pubblicato da Einaudi in una nuova edizione a cura di Di Ciaccia - ha acquisito negli anni non deriva da una intenzione divulgativa; perché esso si presenta, al contrario, cesellato come un diamante teorico raffinatissimo. La sua importanza consiste, per cominciare, nel fatto che per la prima volta Lacan abbandona con decisione gli abiti del magistrale commentatore del testo freudiano per formulare, con Freud ma anche oltre Freud, la propria concezione dell'inconscio: ovvero, quel che nomina «algebra lacaniana». La differenziazione tra l'inconscio di Lacan e l'inconscio di Freud occupa, in modo emblematico, le sedute di apertura del Seminario. Ma in cosa consiste la distanza che Lacan prende da Freud, al quale tuttavia si richiamerà espicitamente sino alla fine dei suoi giorni? Con Freud egli vuole affermare che l'inconscio della psicoanalisi non ha la natura che gli attribuivano i romantici: non è l'inconscio delle tenebre o degli archetipi, né la «primordiale volontà oscura»; piuttosto è «intoppo, mancamento, fessura», è ciò che si manifesta negli zoppicamenti del discorso cosciente. Fin qui Lacan congiunge il suo concetto di inconscio con quello di Freud: sogni, atti mancati, lapsus, sbadataggini, dimenticanze sono esperienze che introducono quella «discontinuità» - parola pivot di tutto questo Seminario - nel discorso cosciente. Tuttavia, diversamente da quanto si deriva dalla teoria freudiana, il soggetto dell'inconscio non è già tutto scritto, non è già tutto determinato dal peso del già stato, per esempio, da quanto è avvenuto nell'infanzia. Inconscio e memoria storica vengono nettamente disgiunti, da Lacan, da inconscio e ripetizione: non siamo nell'ordine del già stato che si riattualizza, ma in quello del «non realizzato». Detto altrimenti, l'inconscio lacaniano non è al passato (più o meno remoto) ma è qualcosa che puòcompiersi, ed esige eticamente di farlo, nell'avvenire.

La posta in gioco di questo Seminario, la sua valenza morale, riguarda il problema di come costruire una teoria libidica del soggetto senza scadere in un determinismo che annulli le possibilità della sua propria realizzazione. Nel testo-manifesto del `53, invece, titolato Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, la tesi dell'inconscio strutturato come un linguaggio sembrava derivare direttamente dalla grande trilogia freudiana (L'interpretazione dei sogni, Psicopatologia della vita quotidiana e Il motto di spirito) che lo descrive come una macchina ermeneutica capace di produrre senso e di ricondurre ad esso anche quelle formazioni secondarie, come un lapsus o un atto mancato, che sembrerebbero sfuggirvi. In quel contesto le figure retoriche della metafora e della metonimia venivano da Lacan, col soccorso di Jackobson, direttamente ricavate dai principi freudiani dello spostamento e della condensazione, che orientavano il lavoro onirico come una cifratura enigmatica in attesa di venire decodificata dall'interpretazione dell'analista. Ebbene, la svolta segnata dal Seminario XI - come fa notare nel suo commento Jacques-Alain Miller - consiste nel sostituire alla centralità della coppia «ermeneutica» metafora-metonimia quella, inedita, della coppia alienazione-separazione.

L'alienazione lacaniana indica che il tessuto del nostro essere più proprio viene dall'Altro storico, sociale, familiare in cui si trova iscritto: il tessuto nel quale ci formiamo è fabbricato dall'Altro eppure è anche il «nostro». E' questo «eppure» a venire messo in tensione nella dialettica alienazione-separazione. Il problema cruciale, che attraversa per intero non solo l'insegnamento di Lacan ma tutta la dottrina psicoanalitica, riguarda il come si intreccino la libertà della separazione col vincolo dell'alienazione. Lacan si lascia guidare dal celebre quadro di Hans Holbein titolato Gli Ambasciatori, riportandolo in apertura del suo Seminario. Vi si vedono due signori distinti, impagliati nelle loro divise sociali, avvolti dallo «spirito di serietà» che esige il loro ruolo, circondati da oggetti che richiamano le virtù e il prestigio del loro sapere: «simboli della vanitas» li definisce Lacan. In questa rappresentazione, però, qualcosa attira il nostro sguardo - qualcosa fa «macchia» direbbe Lacan - su un oggetto misterioso dai contorni indefiniti, situato proprio al centro del quadro. Questo oggetto «strano, sospeso, obliquo» è il frutto di una anamorfosi: ovvero, come la definisce Jurgis Baltrusaitis nel suo celebre Anamorfosi o Thaumaturgus opticus, un sotterfugio ottico che provoca una disgregazione delle forme perché esse possano ricomporsi in modo imprevedibile solo in un secondo tempo.

Così, l'oggetto «strano, sospeso, obliquo» che Holbein piazza al centro dell'opera si rivela a chi getta, prima di andarsene, un ultimo sguardo sul quadro, un teschio che rimanda alla presenza perturbante della morte, tendenzialmente esorcizzata dalla compostezza formale delle figure dei due ambasciatori. Questa apparizione dell'oggetto-teschio, dell'insensato, produce una separazione da tutta quella rete di significanti che ci fanno esistere nella nostra condizione di esseri strutturalmente alienati. In fondo Lacan segue, qui, la lezione di Heidegger, mentre ci ricorda che solo nell'assunzione del nostro essere votati alla morte, ovvero del nostro limite più radicale, risiede la possibilità di vivere con radicalità il nostro desiderio.

Ma c'è un'altra ragione di unicità nel Seminario XI e riguarda la circostanza «politica» in cui Lacan prende le distanze dalla teorizzazione frudiana dell'inconscio. Inizialmente, il tempo di questo Seminario viene scandito dalla «scomunica», ovvero dalla definitiva rottura di Lacan con l'Associazione psicoanalitica internazionale (IPA) e, in conclusione, è segnato dalla fondazione della scuola lacaniana. Non si tratta, dunque, come ricorda puntualmente Jacques-Alain Miller nella introduzione riportata a chiusura del volume, solo di un Seminario teorico, ma di un pensiero che nasce da una vivace e dolorosa battaglia istituzionale, destinata a segnare profondamente la storia della psicoanalisi, e non solo in Francia.

Lacan sceglie l'ebreo Spinoza, oggetto nel 1656 di scomunica da parte della comunità ebraica di cui faceva parte, come paradigma della sua posizione: non da lui si originò la rottura, infatti, ma dalla comunità analitica internazionale, ispirata dai consigli di Marie Bonaparte. Non è certo un caso se, al momento di creare una nuova istituzione analitica, cosa che avvenne il 21 giugno 1964, per dimostrare di non essere affatto un dissidente Lacan scelse di battezzarla Ecole freudienne de Paris.

Marco Bellocchio: una intervista

Libertà 23.8.03
Parla il regista piacentino, il 4 settembre in lizza al Lido con “Buongiorno notte”, protagonisti Maya Sansa e Lo Cascio
Bellocchio: il mio Moro conteso dai festival
«Dopo il concorso a Venezia, lo porterò a Toronto e a New York»
di Oliviero Marchesi


Sulle reti Rai sta già andando in onda il trailer con immagini dei film italiani che saranno presentati alla prossima Mostra del cinema di Venezia, antipasto di una stagione che segna un clamoroso “ritorno in armi” della vecchia guardia nazionale del cinema d'autore (Bertolucci con The dreamers, Olmi con Cantando dietro i paraventi, ma anche Scola, lo stesso Antonioni, Amelio, il redivivo Emmer, i Taviani e pure Benvenuti, assimilabile ai “grandi vecchi” per cultura e rigore stilistico, se non per l'anagrafe).
Nel panorama di questa “riscossa dei Maestri”, ruolo di primissimo piano è giocato da Buongiorno, notte, il nuovo, attesissimo film sul sequestro e la morte di Aldo Moro firmato dal regista piacentino Marco Bellocchio, reduce dallo straordinario successo di critica e di pubblico di L'ora di religione (che fece incetta di premi David).
Di Buongiorno, notte (cui il suo autore, divorato dal demone del perfezionismo, sta apportando gli ultimi, febbrili ritocchi in vista del debutto alla Mostra di Venezia: la proiezione al Lido avverrà il 4 settembre), qualcosa già si sa. Si sa dell'angolazione narrativa da cui è osservata la storia della più drammatica vicenda di sovversione armata nel nostro Paese (in apertura del film si vede una ragazza che passeggia nervosamente avanti e indietro in una stanza mentre la tv dà notizia della strage di via Fani e del rapimento del presidente della Dc: questa giovane, protagonista del racconto filmico, è una vivandiera delle Brigate Rosse interpretata da Maya Sansa, l'attrice che fu lanciata dallo stesso Bellocchio con La balia).
Si sa qualcosa del resto del cast principale: Moro è il meraviglioso attore teatrale Roberto Herlitzka, il bravissimo Luigi Lo Cascio - attore adorato da Marco Tullio Giordana: è protagonista di I cento passi e La meglio gioventù - è un brigatista (c'è anche il bobbiese Gianni Schicchi, attore-feticcio di Bellocchio).
Si sa, soprattutto, del taglio introverso e personalissimo che Bellocchio ha voluto conferire a questo suo confronto con la materia bollente - e non certo inedita per il nostro cinema - dell'affaire Moro: non un film di cronaca corretta con qualche licenza d'immaginazione (come fu nell'88 Il caso Moro di Giuseppe Ferrara, con un grande Volonté), né un film-inchiesta teso a rivendicare polemicamente una verità “alternativa” a quella ufficiale (com'è stato quest'anno col discusso Piazza delle Cinque Lune di Renzo Martinelli); quanto, piuttosto, una riflessione sui meccanismi psicologici del potere e della ribellione, della rivolta e del dominio, dei rapporti fra aguzzini e vittime e fra prigionieri e carcerieri).
Si sanno queste cose, dicevamo, ma non si sa nient'altro. Ogni altro dettaglio relativo al film è “protetto” con impenetrabile riserbo dallo stesso Bellocchio: «Mi scuso, ma mi sono vincolato al silenzio con tutti gli organi di stampa» dice il regista, che sarà come sempre primo docente del laboratorio Farecinema (e direttore artistico di Incontri con gli autori, l'annessa rassegna di film al cinema Le Grazie con la partecipazione di attori, registi e altri ospiti illustri) la cui edizione 2003 si svolgerà nell'amatissima Bobbio da martedì 9 a sabato 20 settembre. Promossi da Regione e Provincia e organizzati dal Comune (col centro Itard come ente gestore e con la collaborazione di Fondazione di Piacenza e Vigevano, Filmalbatros, Lanterna Magica di Bobbio), corso e rassegna sono dal 1997 una “tradizione” cui il cineasta piacentino è molto affezionato. Se il calendario degli Incontri (che in passato hanno avuto tra i loro ospiti Marco Müller, Tanovic, Calopresti, Castellitto, la Ceccarelli, la Golino, Crialese, Maselli, Rulli, Winspeare, i Manetti Bros.) è ancora in via di definizione, il laboratorio Farecinema avrà la stessa struttura delle precedenti edizioni.
«Tutto - spiega Bellocchio - sarà come sempre incentrato sulla realizzazione di un cortometraggio, che vedrà gli allievi del corso, come classici “ragazzi di bottega”, coinvolti in ogni momento della lavorazione: l'elaborazione del soggetto, la sceneggiatura, le riprese, la recitazione, il montaggio, la gestione del set. Alcuni dei docenti, come Daniela Ceselli e Francesca Calvelli, saranno “veterani”. Altri, come gli attori ospiti, devono ancora essere scelti».

Ha già un soggetto pronto per il “corto”?
«Non uno, ma due: ho pensato a due possibili soggetti, ancora a uno stadio embrionale, tra cui dovrò scegliere nei prossimi giorni. La prima idea che ho avuto è stata quella di un remake in chiave “trebbiense” di Le déjeuner sur l'herbe: quel meraviglioso film di Renoir, tratto da un racconto di Maupassant e intitolato come il dipinto più celebre di Manet, che incentra la propria trama su una gita in campagna. Ma poi mi hanno detto che la siccità di questa terribile estate ha ridotto a mal partito il Trebbia, lasciandolo all'asciutto. E siccome questo particolare quadrava poco coi paesaggi che avevo in mente, ho cominciato a pensare a un altro possibile soggetto».

Quale?
«Si tratterebbe di sceneggiare per immagini una poesia italiana famosa, di quelle che una volta - non so se nei programmi scolastici odierni si usi ancora - venivano studiate nella scuola dell'obbligo. Potrebbe essere, per intenderci, La cavallina storna, o qualche altra lirica del mio amatissimo Pascoli, ma potrebbe benissimo essere di un altro autore: l'essenziale è chi si tratti di una poesia familiare a tutti per ragioni di memorie scolastiche. E il film dovrebbe durare esattamente quanto dura la dizione dei versi. Devo comunque dire che questa sarà un'edizione di Farecinema un po' particolare: dovrò stare via per due giorni durante i lavori e devo studiare un calendario di lavoro che funzioni anche durante la mia assenza».

Perché si dovrà allontanare?
«Buongiorno notte sarà proiettato al Festival di Toronto: sono stato invitato e sarebbe scortesia rifiutare. Dopo Venezia e Toronto, il film sarà anche al Festival di New York».

Non vuol proprio dirci qualcosa di inedito sul nuovo film, tolte le partecipazioni ai festival?
«Non posso proprio, sia gentile, non insista».

Ci dica almeno una cosa che non riguarda direttamente i contenuti della pellicola.
«Buongiorno, notte è il primo film italiano alla cui produzione abbia partecipato Sky Italia, il nuovo colosso della tv a pagamento controllato da Rupert Murdoch».

Secondo lei questo fuga, in parte, i timori che Sky non intenda dedicarsi alla promozione del nostro cinema nazionale con l'impegno del suo “predecessore” Telepiù?
«E' vero: Sky Italia ha collaborato con Filmalbatros e Rai Cinema alla produzione di Buongiorno, notte preacquistando i diritti di trasmissione. Si è trattato di un investimento in qualche modo “ereditato”, visto che Sky Italia è nata dalla fusione fra Stream e Telepiù e che quest'ultima si era impegnata al preacquisto dei diritti del mio film. Sui progetti che la nuova tv nutre nei confronti del cinema italiano, però, non ho ovviamente titolo per parlare: vedremo cosa riserverà il futuro».

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Repubblica in agosto ha pubblicato tre "paginoni" sulla psichiatria: una inchiesta in tre puntate ed altri articoli e dati, eccoli:

INCHIESTA DELLA REPUBBLICA
(12, 14 e 18 agosto 2003)


La Repubblica martedì 12 agosto 2003 pag.11

Milano, parlano i colleghi di Lorenzo Bergamini: "La legge Basaglia può essere migliorata"
Nelle trincee della psichiatria "Qui è difficile curarli tutti"
Cosa è successo dopo la chiusura dei manicomi. I malati sono tanti le strutture che si devono occupare di loro sono in affanno. Da tempo
Gli operatori, seppure con diversità di vedute sull´organizzazione dell´assistenza, su un punto concordano: bisogna cambiare
"I Centri psico-sociali sono in condizioni disperate e in balia della criminalità"
"I problemi con i pazienti nascono quando li perdiamo di vista, come Geoffroy"
di Roberto Bianchin
MILANO - Il vecchio, le spalle curve, alza la testa verso la porta dell´ambulatorio e avvicina gli occhi per riuscire a leggere il cartello che c´è appeso: «Lorenzo, sarai sempre nel cuore di tutti noi», c´è scritto. Vicino ci sono delle foto, sul tavolo dei fiori. «Era gentile, il dottore, poverino. Tanto gentile...», mormora e scuote la testa. Accanto c´è un uomo magrissimo, sui cinquanta, in canottiera e pantaloni corti, più in là una donna, vestita modestamente, anche lei avanti con gli anni. Sono i pazienti di Lorenzo Bignamini, lo psichiatra accoltellato a morte per strada. Nel suo studio di Via Barabino che ha riaperto ieri mattina, il «Centro psico sociale» dell´ospedale San Paolo, a due passi da dove l´hanno ucciso, ne arrivano una dozzina, in maggioranza anziani, nonostante il caldo che supera i quaranta gradi. Perché gli affanni della mente non vanno in ferie.
«Seguiamo molto da vicino i nostri pazienti, la continuità del rapporto è fondamentale - dice il vicedirettore sanitario del San Paolo Mauro Moreno - i problemi nascono quando li perdi di vista, quando sfuggono a ogni controllo, com´è stato per Arturo Geoffroy, un caso assolutamente eccezionale, che a un certo punto si era allontanato, aveva cambiato città e fatto perdere ogni traccia. L´abbiamo cercato, ma invano». Non hanno paura i 17 medici che si alternano nel centro. «Non ci sentiamo in pericolo - dice Moreno - del resto chi sceglie di lavorare nell´ambito del disagio psichico sa che si corrono dei rischi. Non possiamo certo pensare di militarizzare queste strutture, che anzi devono essere le più aperte possibile». «Non è certo segregando i malati di mente che possiamo curarli» concorda Carmine Pismatoro, il medico che dirige il centro.
Hanno il pudore di non dirlo, loro. Ma sono medici-coraggio quelli che lavorano in posti così, diventati trincee, avamposti del disagio, rifugi di derelitti, ricettacoli di anime perse, disperate, malate, spesso senza speranza. Medici che si affannano in stanzette spoglie, sperdute nelle periferie delle metropoli, senza mezzi, senza protezione, alla mercé dei tossici, dei matti, degli alcolisti, dei ladri, dei piccoli farabutti di quartiere. Di quelli che entrano col coltello e te lo puntano alla gola. «I Cps, i centri psico-sociali, sono in condizioni disperate - dice Franco La Spina, psichiatra «indipendente» - posti abbandonati a sé stessi, senza difese, dove manca tutto, in balìa della criminalità e di ogni sorta di patologia sociale, dove diventa molto difficile riuscire a mettere in pratica una terapia seria».
Ne ha quattro di questi centri, il San Paolo: oltre che in Via Barabino, in Via Piave, Via Conca del Naviglio e Via S.Vigilio. Ci lavorano medici, infermieri, educatori e assistenti sociali. Sessanta fra medici e psicologi per prendersi cura di 4.000 pazienti. Che nei casi più gravi vengono ricoverati nei due reparti del dipartimento psichiatrico dell´ospedale, i cosiddetti «repartini», dove finiscono anche, ma solo per quindici giorni, i malati sottoposti al «Tso», il trattamento sanitario obbligatorio, quel «ricovero coatto» che Geoffroy subì due volte. Un lavoro enorme, contro i mali della mente e contro la deriva sociale che sempre più spesso fa da compagna alla follia. «Io credo molto nell´attività territoriale di queste strutture, anche perché i pazienti possono rimanere vicini alle famiglie - dice Aurelio Palestra della direzione sanitaria del San Paolo - ma il problema sorge quando devo portarli da qualche parte, i pazienti, e dove li porto, al bar dell´angolo? Io non sono certo un fautore della legge Basaglia, perché quando fu scritta non teneva conto della realtà del Paese, ma mi chiedo: l´hanno applicata tutti?».
«La legge Basaglia non c´entra, e io non la metto in discussione - spiega Antonio Guerrini, direttore del dipartimento di psichiatria dell´ospedale Niguarda - in questo caso tristissimo che è accaduto, il problema che è emerso è che non c´è abbastanza tutela per gli psichiatri. E pensare che basterebbe poco. Per esempio, visto che c´è la legge sulla privacy, basterebbe tenere riservato il nome del medico che dispone i ricoveri coatti, che purtroppo firmiamo ogni giorno, e a decine. In questo modo si eviterebbe di indicare il nome del "persecutore" a chi, come nel caso di Geoffroy, si vuole vendicare».
Toccherebbe alla magistratura, secondo Claudio Mencacci, direttore della psichiatria del Fatebenefratelli, intervenire nei casi di pericolosità sociale «invece di limitarsi ad archiviare le denunce e le minacce». Ma toccherebbe anche al legislatore mettere mano a un aggiornamento della legge Basaglia per colmare quel vuoto pericoloso che c´è tra la fase acuta della malattia e la prosecuzione delle cure, attraverso un «contratto terapeutico vincolante» che permetterebbe ai medici un controllo costante sui pazienti. Può andar bene, secondo lo psichiatra La Spina, anche la creazione di «strutture aggiuntive di media degenza», sia negli ospedali che fuori, purché «non vadano contro lo spirito della legge», e «non nascondano la voglia di riaprire i vecchi manicomi. Perché questo sarebbe pericolosissimo». Tutti comunque concordano che «qualcosa bisogna fare». Perché la situazione è «insostenibile», e i mali della mente crescono. Le statistiche cliniche dicono che 11 persone su 100 hanno avuto bisogno di un «aiutino» almeno una volta nella vita, 6 su 100 di «qualcosa di più», e 2 su 100 della misura più estrema e più odiosa, ma a volte necessaria: il ricovero.
(1 - continua)

LA LEGGE
La legge n. 180 detta “legge Basaglia” è stata approvata il 13 maggio del 1978 e successivamente inglobata nella legge n. 833/78 di Riforma Sanitaria Nazionale. Deve il suo nome allo psichiatra Franco Basaglia (1924-1980), esponente italiano del movimento dell’antipsichiatria

COSA PREVEDE
La legge “Basaglia” ha abolito i manicomi. Gli ospedali psichiatrici sono sostituiti dai servizi di Igiene mentale e l’internamento con il “trattamento sanitario obbligatorio” di breve durata. Alle regioni vengono invece trasferite tutte le funzioni in materia di assistenza ospedaliera psichiatrica

L’APPLICAZIONE
La legge “Basaglia” ha affidato l’assistenza dei malati di mente alle strutture territoriali che però non hanno mai funzionato pienamente. Alla sua approvazione solo nel 55% delle province esisteva un ospedale psichiatrico. Nel 1994 il Progetto Obiettivo ha riformato le strutture di assistenza psichiatrica

LE POLEMICHE
Secondo il ministro della Salute Girolamo Sirchia la legge “Basaglia” va ritoccata, “ma non nei principi”, per creare dei centri di assistenza. Quella legge è stata una “iattura” ha replicato Roberto Calderoli della Lega. Per Livia Turco invece “parlare di riapertura dei manicomi” è un ritorno al passato

I NUMERI
Secondo le statistiche mediche 11 persone su 100 hanno avuto bisogno di qualche aiuto psichiatrico almeno una volta nella vita. Ma il 2 per cento della popolazione ha dovuto ricorrere al ricovero in un centro specializzato

I RICOVERI
La legge prevede che il «Trattamento sanitario obbligatorio» non possa durare più di 15 giorni. Così il malato mentale rischia di venire abbandonato a se stesso dopo le dimissioni e non seguire le terapie

I RISCHI
I Centri psicosociali diffusi nel territorio soffrono di carenza di mezzi e di personale e di nessuna protezione per medici e infermieri sempre più esposti ad ogni tipo di patologia sociale e ai rischi della criminalità

nella stessa pagina:
L´INTERVISTA
Beppe Dell´Acqua, psichiatra a Trieste, ha collaborato con Basaglia alla stesura della "180"
“Ma non prendetevela con la legge, hanno prevalso interessi e stupidità”
Ci sono 600 mila schizofrenici in Italia Quanti di loro hanno ucciso nel giorno del delitto Bergamini?
di Franco Vernice
MILANO - Che ora, dopo il delitto di Milano, qualcuno voglia rinfocolare il dibattito infinito su una possibile revisione della 180, lui che di Franco Basaglia è l´erede professionale e ideale, proprio non lo manda giù. Il professor Beppe Dell´Acqua, psichiatra, è il direttore del Dipartimento di salute mentale di quella Trieste che di Basaglia fu il laboratorio. Salernitano, 56 anni, ha lavorato con il padre della legge che ha spalancato le porte dei manicomi fin dal 1971.
Professore, si torna a parlare di rivedere la legge e la sua attuazione. Un ritornello che si ripete quasi a scadenze fisse...
«Sono tutti ragionamenti possibili e plausibili, a parte che li facciamo da venticinque anni. Sarebbe anche il caso di cominciare a guardare diversamente le cose. E´ strano però che ci ricordiamo di parlare della legge 180 soltanto quando un povero collega muore per mano di una persona che ha un disturbo schizofrenico. E tutte queste cose accadono anche dove non c´è la legge 180. Negli Stati Uniti dove ci sono fior di manicomi, in Inghilterra, in Germania, esistono serial killer e ogni giorno ci sono persone che ammazzano, usando le armi. E queste persone sicuramente non sono persone che stanno bene».
Ma il caso di Milano ha fatto particolarmente scalpore.
«Certo, e vi vedo un elemento di anomalia. Il fatto che una persona con disturbi schizofrenici come questo collega, povero anche lui, che ha ucciso è strano perché chi è affetto da quel tipo di malattia è fra quanti meno rischiano di passare all´atto. Una ricerca inglese ha dimostrato che i malati di schizofrenia sono responsabili di reati contro la persona in una percentuale assolutamente bassissima».
Cioè sono meno propensi alla violenza?
«Pensi che oggi in Italia ci sono 600mila malati di schizofrenia. Nella giornata dell´omicidio quanti altri hanno commesso reati violenti?».
Si sente dire spesso che la 180 è buona nei principi, ma mai applicata fino in fondo.
«Ma di questo non bisogna interrogare Basaglia. Bisognerebbe interrogare tutte le stupidità amministrative fatte, tutti gli interessi privati che sono stati coltivati, tutte quelle politiche che sono state politiche malsane. Si dovrebbe chiedere alle università come oggi preparano gli psichiatri. In base a quale orizzonte di lavoro, a quali progetti».
Professore, come vede la situazione generale italiana sotto il profilo della cura delle malattie mentali?
«Guarire è possibile. Ovviamente utilizzando tutti gli strumenti che oggi abbiamo a disposizione, i farmaci le psicoterapie, i percorsi riabilitativi, le cooperative sociali, le strutture residenziali, i gruppi di autoaiuto, i volontari. Tutto questo c´è in Italia a partire dalla legge 180. Abbiamo standard quantitativi che sono tutto sommato abbastanza accettabili. Anche se molto di più si deve fare e investire. Il bello è che ci seguono da tutto il mondo perché quella psichiatria che alcuni ricordano con malinconia è una psichiatria che sta fallendo dappertutto».
Dunque nessun ritorno alle cliniche...
«Il sistema degli ospedali non solo non produce guarigione, ma cronicità. Ed è anche un sistema costosissimo. Questi signori che oggi parlano di cliniche e ospedali, dove andrebbero a prendere i soldi? Chi paga? Perché io pago, come diceva Totò».


La Repubblica giovedì 14 agosto 2003, pag. 22
Viaggio nelle strutture psichiatriche dopo il delitto Bignamini e le polemiche sulla legge Basaglia
La sfida di Aversa, dove i "matti" imparano il lavoro e la libertà
Il progetto della Asl Caserta2 e di Franco Rotelli, successore di Basaglia, per aiutare i malati di mente a recuperare la normalità
Gruppi di tre-quattro pazienti vivono in appartamenti belli, ben arredati, al centro dei paesi per evitare che si perpetui l´apartheid
Giovanna e Teresa aspettano gli ospiti sul pianerottolo e fanno strada fino al tavolo della cucina e ai piatti caldi: "Accomodatevi e favorite"
In cinque hanno cominciato a realizzare mosaici sotto la guida di un artigiano. Ora, a Mondragone, producono bei tavoli maiolicati
dal nostro inviato, Eleonora Bertolotto
AVERSA - Giovanna aspetta gli ospiti sul pianerottolo di casa e fa strada compitamente fino al tavolo della cucina. Nel forno, in caldo, ci sono i piatti con pasta e fagioli che ha appena preparato Sisinella, Teresa, la sua compagna di stanza. Accomodatevi, fa una. Favorite, fa l´altra. Proprio come due amiche che ricevono per pranzo. Dei suoi 56 anni, Giovanna ne ha passati trenta in manicomio e gli ultimi sei in una Sir, struttura intermedia residenziale. Da dieci mesi vive con due altre ex ricoverate in un appartamento appena ristrutturato a Villa di Briano, provincia di Caserta. Impara la libertà, poco a poco. Il suo cruccio? «Di giorno c´è un´infermiera, di notte no», e l´unico legame con la struttura resta il filo del telefono, da cui può chiamare se il buio si fa troppo profondo per essere sopportato.
Franco Rotelli è il manager dell´Asl Caserta2 con sede ad Aversa, che sta realizzando lo smantellamento delle Sir per consentire ai malati di recuperare la dimensione della normalità perduta, vivendo a gruppi di tre-quattro in appartamenti belli, ben arredati, scelti con cura nel centro dei paesi. E´ nato con Basaglia, Rotelli: dieci anni di lavoro fianco a fianco, poi altrettanti al suo posto nella direzione dei Servizi psichiatrici. Due anni fa ha accettato la scommessa di Aversa. «Esperienza affascinante», dice. Perché l´agro aversano è un luogo emblematico. Terra grassa e durezza contadina, dove lo Stato ha lasciato molti vuoti, che la camorra occupa con la tracotanza di una organizzazione medioevale, dotata di computer. E la zona costiera è zona franca di un´Africa che bussa all´Europa, ma anche luogo di deportazione del dopo-terremoto, terreno ideale di coltura del disagio psichico.
Benché lo smantellamento del manicomio (fino a 3000 ricoverati) fosse concluso dal '97, ad Aversa Rotelli trovò le cose fatte a metà, se è vero che fra i suoi primi interventi ci fu l´eliminazione delle porte blindate, dieci, nel reparto psichiatrico dell´ospedale, segno tangibile di una paura della malattia mai esorcizzata. Una paura che ritorna, ciclicamente, purtroppo. Sollecitata a volte da storie disgraziate, come la morte dello psichiatra Lorenzo Bignamini, che minacciano di rimettere in discussione un percorso faticoso, già pieno di trappole. Non a caso, in questi giorni, Rotelli con i suoi propone di istituire un Forum (il documento è su Internet www.forumsalutementale.it) perché la riforma psichiatrica, dice, non può prescindere dalla qualità dei servizi che oggi «appaiono spesso segnati da un´imbarazzante dissociazione tra pratiche ed enunciazioni teoriche». Sicché per esempio i Centri di diagnosi e cura a volte sono piccoli lager che riproducono in scala l´orrore del grande lager manicomiale.
L´esperienza di Aversa vuol essere la dimostrazione che il gap si può superare, anche in un contesto difficile. Giovanna Del Giudice, altra basagliana doc, è stata chiamata un anno e mezzo fa a dirigere il Dipartimento di salute mentale. Dice: «Quando vedevano il nostro lavoro, alzavano le spalle: «Si capisce, siete a Trieste». E invece si può anche al Sud. Basta avere chiari gli obiettivi e indirizzare le risorse. La Regione Campania ha decretato che il 5 per cento del fondo sanitario nazionale va alla psichiatria. Si tratta di sapere come utilizzare i fondi: per servizi pubblici di qualità o per le cliniche private?». Servizio pubblico di qualità per lei significa puntare sul perfezionamento del lavoro territoriale: con l´assistenza domiciliare, la presa in carico puntuale dei malati per evitare che si sottraggano e spariscano, ma anche la rivisitazione delle strutture. Dice: «Mi piace aver tolto di mezzo i metodi di contenzione che ancora abbondavano, e di aver liberato dal Diagnosi e cura un ragazzo che ci era entrato vent´anni prima, con la riforma. Infine di aver aperto un paio di Centri di salute mentale dignitosi, sottratti alla miseria in cui versano in genere queste strutture».
A San Cipriano il Centro di salute mentale (l´Asl ne ha sei) si trova al primo piano di un edificio nuovo, che al piano terra ospita invece servizi per la donna e pediatrici, così da dimostrare nei fatti - come spiega Andrea Dell´Acqua, psichiatra - che l´apartheid del malato psichico è solo un fatto di cultura. Ad Aversa il Centro si trova a Palazzo Orabona, nel cuore della vecchia città. Un edificio bello, con un gran portale aperto sulla e alla comunità circostante. Cucina, salone, mensa, giardino, laboratori, ma anche un ambulatorio, quattro letti (due per donne e due per uomini, secondo un modello che si ripete in ogni unità operativa), insomma il vecchio centro crisi che qui si chiama "posto di accoglienza". Palazzo Orabona è un luogo di aggregazione, in cui si svolgono attività che, come spiega lo psichiatra Marco Tosello, non occupano solo il tempo, ma sono finalizzate, perché dare un senso a ciò che si fa è parte del percorso di recupero. Non a caso, l´Asl ha testé istituito con fondi regionali 24 borse di formazione lavoro. Anche questo si può, se si vuole. Lo dimostrano quei cinque malati che hanno cominciato a realizzare mosaici, sotto la guida di un artigiano. Ora fanno gli artigiani anche loro, a Mondragone, e producono bei tavoli maiolicati. Per uscire dal disagio, l´autostima è tra le porte principali.
(2.continua)

I SERVIZI
Sono 3500 i pazienti presi in carico dai servizi del dipartimento di salute mentale nella grossa ASL Caserta 2 che va da Aversa, alle porte di Napoli, fino a Sessa Aurunca, al confine con il basso Lazio

I CENTRI
Sei i Centri di salute mentale attorno a cui si articola l’attività delle cinque unità operative in cui è suddiviso il territorio. Due di questi rispondono già a criteri innovativi, gli altri sonovia di totale rinnovo

LE SIR
Le Sir, strutture intermedie residenziali, sono in via di smantellamento. Due sono state chiuse. Ne restano quattro, che verranno eliminate per far posto a formule di convivenza più vicine alla normalità

GLI APPARTAMENTI
Sono 15 gli appartamenti affittati nel centro dei vari paesi dell’agro aversano per ospitare, a gruppi di tre - quattro, gli ospiti delle Sir smantellate. Un percorso di progressiva autonomia

nella stessa pagina:
L´INTERVISTA
Giovanni Battista Cassano, psichiatra dell´Università di Pisa e oppositore della legge 180
"L´idea di riaprire i manicomi? Un piano inutile e costosissimo"
di Carlo Brambilla

MILANO - «Tornare indietro, riaprire i manicomi, progettare la creazione di nuove strutture contenitive e di custodia per i pazienti psichiatrici, sarebbe una vera follia. Un progetto irrealizzabile, costosissimo e probabilmente inutile». Giovanni Battista Cassano, psichiatra dell´Università di Pisa, celebre esponente della psichiatria medica, organicista convinto, interviene con passione scientifica nel dibattito su una possibile revisione della legge 180, riaperto dal drammatico delitto di Milano.
Professor Cassano, lei fu tra i grandi oppositori della legge 180 voluta da Franco Basaglia.
«Mi trovai a dissentire con una legge approvata drasticamente, che prevedeva la chiusura improvvisa dei manicomi. E, cosa che non era contenuta nel pensiero di Basaglia, con la negazione totale della psichiatria e della psicopatologia, delle sue basi biologiche e della terapia delle malattie mentali, che si sono recuperate solo negli anni Novanta» .
Oggi, però, anche lei è contrario all´ipotesi di riaprire i manicomi.
«Certo. È inutile parlare di "riforma" senza avere le idee chiare. Col rischio di creare qualcosa di peggio di quello che abbiamo già» .
Pensa alla proposta di legge di Maria Burani Procaccini di Forza Italia?
«La Burani non ripropone la riapertura dei manicomi. Il manicomio raccoglieva handicap di ogni tipo, anziani, alcolisti, poveri soli, abbandonati. Mentre qui si pensa a strutture elettivamente psichiatriche, private o convenzionate, nelle quali i pazienti possano essere trattenuti per lungo tempo con trattamento obbligatorio. Ma si tratta di una proposta irrealizzabile. Che richiederebbe un impegno economico notevolissimo. Con un grande numero di infermieri per paziente, grande controllo, grandissima responsabilità per chi tiene i malati e quindi forte limitazione della libertà» .
Lei invece a cosa pensa per migliorare la cura dei malati mentali? «Penso a piccole nuove strutture, con non più di sei o dieci posti letto, all´interno delle quali sviluppare la competenza per la cura di patologie particolari, piccoli centri di eccellenza, sperimentali, che acquisiscano esperienze che siano poi trasferibili nella pratica» .
Come cambia la malattia mentale?
«L´età media dei miei ricoverati è sotto i 40 anni. Una volta era 60 anni. Oggi ricoveriamo moltissimi pazienti tra i 16 e i 30 anni. Patologie complicate dall´uso della cocaina e dell´ecstasy» .
Il caso di Arturo Geoffroy si sarebbe verificato anche senza la 180?
«Probabilmente sì. Il suo non è un caso di schizofrenia, ma di delirio cronico lucido. Una patologia che è sempre esistita e che fa disastri anche dove esistono gli ospedali psichiatrici».


La Repubblica lunedì 18 agosto 2003, pag 23
Una ricerca promossa dall’Istituto superiore di sanità fotografa la rete dei presidi psichiatriciIn Italia le 'strutture residenziali' sono 1370 con 27mila posti: più degli standard di legge Ma pochi pazienti guariscono: poca riabilitazione, troppi psicofarmaci
Mille manicomi piccoli piccoli
Così il "matto" resta malato a vita
di Roberto Bianchin

MILANO - Dal posto dove sta, dove «mi trattano bene», dice, Gianfranco il matto non se ne vuole andare via. Perché non ha una casa, un lavoro, e la sua famiglia non lo vuole più. Sono tanti, migliaia quelli come lui. Quelli che abitano nelle "strutture residenziali psichiatriche non ospedaliere", chiamate "SR", nate in seguito alla chiusura dei vecchi manicomi decisa dalla legge Basaglia. Erano destinate ad accogliere i pazienti con gravi disturbi mentali, curarli e poi farli tornare nella società. Invece stanno diventando delle vere e proprie «case per la vita», quasi dei piccoli, nuovi manicomi, dai quali non esce più quasi nessuno. Nel momento in cui si discute, dopo il caso Geoffroy, se riaprire i manicomi o creare nuove strutture per i malati di mente, una ricerca promossa dall' Istituto superiore di sanità, chiamata "Progres" (Progetto Residenze), condotta dai medici Giovanni De Girolamo, Pierluigi Morosini e Angelo Picardi, e pubblicata sul «British Journal of Psichiatry», apre nuovi e inquietanti scenari sulla cura della pazzia. Anzitutto per i numeri. Perché è sorprendente scoprire che in Italia ci sono ben 1.370 "strutture residenziali", aperte soprattutto negli ultimi anni, dal '97 in poi (in testa la Lombardia con 180 "SR" per duemila posti, ultima la Val D' Aosta con una sola e 8 posti), per un totale di 17mila "posti residenziali psichiatrici" che fra cliniche e case di cura diventano 26.666, un terzo dei 78mila letti dei vecchi ospedali psichiatrici nel '78. Una cifra addirittura superiore agli standard fissati dal "Progetto Obiettivo": due posti ogni 10mila abitanti. Queste strutture, che in grande maggioranza (73%) sono aperte 24 ore su 24, ospitano 15.943 pazienti. Per lo più sono uomini di una certa età, fra i 50 e i 64 anni, che al massimo hanno fatto la terza media, che non si sono mai sposati, che hanno una pensione di invalidità, che in parte arrivano dai vecchi ospedali psichiatrici e che soffrono, in maggioranza (67%), di disturbi di tipo schizofrenico. Dall' analisi degli studiosi, che hanno esaminato nel dettaglio un campione del 20% di queste strutture, 267 residenze e 3.005 pazienti in venti regioni, emergono un dato rassicurante e due preoccupanti. Quello rassicurante è che, al di là delle polemiche, «il processo di superamento anche fisico delle vecchie istituzioni asilari è da considerarsi realizzato». Quelli preoccupanti sono invece l' insufficienza dei programmi riabilitativi che vi vengono attuati, anche a causa di un personale «sprovvisto di una formazione specifica per il trattamento di pazienti psichiatrici gravi» (18mila operatori, solo il 5% di psicologi e l' 8% di psichiatri e neanche un infermiere nel 20% delle strutture), e il bassissimo turn-over degli ospiti, che sempre di più diventano degli ospiti fissi. Malati a vita, come nei vecchi manicomi. Basta pensare che, in un anno, un terzo di queste strutture (il 31%, 343 residenze) non ha dimesso neanche un paziente. E un altro terzo ne ha dimessi solo uno o al massimo due. Le ragioni, per gli studiosi, sono di due tipi: la prima è legata alla loro storia di pazienti malati da tempo, con gravi problemi di funzionamento psicosociale, limitata collaborazione e basso livello di sostegno sociale, a cominciare dall' assenza o dalla indisponibilità delle famiglie. La seconda è dovuta alla limitata disponibilità di trattamenti psicosociali specifici e di progetti riabilitativi personalizzati. Di qui il rischio che alcune di queste strutture diventino dei «contenitori istituzionali», sia pure di ridotte dimensioni, con il ritorno a «pratiche assistenziali» senza sbocchi. Non aiutano, secondo i ricercatori, neanche i trattamenti forniti. Ancora troppi farmaci. Il 96% dei pazienti è in trattamento psicofarmacologico, con una media di 2,9 psicofarmaci per paziente. Inoltre il 91% degli ospiti è curato con farmaci antipsicotici, il 14% con antidepressivi, il 25% con stabilizzanti dell' umore. Pericolosa, secondo gli studiosi, la somministrazione quasi generalizzata (69% dei pazienti) di benzodiazepine. Sono molecole che hanno un elevato rischio di dipendenza nell' uso a lungo termine e che nel caso di pazienti con disturbi psicotici possono provocare delle reazioni pericolose. Di qui l' esigenza di una «attenta rivalutazione» anche dei metodi di cura. (3.fine)

Posti residenziali per regione:
Piemonte 1.595
Valle d’Aosta 8
Lombardia 2.076
Bolzano 198
Trento 158
Veneto 1.244
Friuli V.G. 377
Liguria 780
Emilia Romagna 1.248
Toscana 761
Umbria 382
Marche 322
Lazio 1.261
Abruzzo 883
Molise 203
Campania 897
Puglia 1.215
Basilicata 286
Calabria 704
Sicilia 2.125
Sardegna 415

l’identikit degli ospiti:

maschi 87%
femmine 6%

fino a 30 anni 8,8%
30/39 anni 19,4%
40/49 anni 21,8%
50/64 anni 34%
oltre 65 anni 15,9%

mai coniugato 82,1%
coniugato 3,5%
convivente con un partner 0,8%
divorziato/separato 10,6%
vedovo 2,9%

analfabeta 12,0%
elementare 34,0%
media inferiore 34,1%
media superiore 14,0%
università 1,3%
altro 4,7%

disturbi schizofrenici 67,4%
ritardo mentale 9,8%
disturbi mentali organici 3,1%
disturbo bipolare 4,2%
depressione bipolare 2,7%
disturbi di personalità 9,0%
altri disturbi 3,7%

nella stessa pagina:
Società italiana di psichiatria
Vanno evitate speculazioni
La polemica

ROMA - «L' omicidio del dottor Bignamini da parte del suo paziente Geoffroy, è una vicenda tragica che poco ha a che fare con i limiti organizzativi delle strutture psichiatriche, che pur ci sono». La Società italiana di psichiatria respinge le accuse mosse da quanti «non vogliono comprendere - si legge nel comunicato - la complessità della professione dello psichiatra e dell' intera vicenda». Nel trattare il caso Geoffroy, la Sip auspica il ricorso a «un elevato senso etico affinchè vengano evitate forme speculative strumentali». E conclude: «Scaricare le colpe su qualcuno è uno sport praticato in Italia».