venerdì 2 gennaio 2004

Galimberti su L'Espresso
a tutto campo contro i cattolici

L'Espresso n.1 anno L
Dio non è sinonimo di bio

Eutanasia, aborto, clonazione terapeutica, procreazione assistita. L’etica spacca la politica. E il paese si divide. Fra crociate religiose e campagne laiche. La parola a un filosofo
colloquio con Umberto Galimberti di Enrico Arosio


Contestazioni furibonde in Senato e fuori sulla nuova legge sulla procreazione assistita. Equilibrismi tra laici e cattolici in vista della legislazione sul testamento biologico. La parola eutanasia bandita e rimossa. L'aborto che qualcuno vuol riportare a una pratica fuorilegge. I veti incrociati sulle cellule staminali e la clonazione terapeutíca. L'attivismo da "moral majority" alla romana, nella nuova destra di governo, con l'aiuto di alcune componentí dell'Ulivo, fa presagire un anno caldo intorno ai grandi temi della bioetica. Nel parllamo con il filosofo e psicoanalista junghiano Umberto Galimbertì.
Professor Galimberti, l'etica rischia di spaccare la politica?
«A rischio c'è. Per un semplice motivo: la politica italiana non è una politica laica. Rispecchia una società schizofrenica. Nessuno va in chiesa, ma guai a toccare il crocefisso in classe. Al posto della pratica religiosa abbiamo l'appartenenza religiosa, in senso antropologico. L'appartenenza e il tradimento dell'appartenenza. In un'Italia così, dentro e fuori il Parlamento l'etica crea problemi alla politica».
E il corpo rischia di spaccare l'etica?
«Per forza. Intanto di corpi ne abbiamo due, non uno solo».
Ne abbiamo due?
«C'è il corpo organico, cartesiano, dei medici, suscettibile di essere manipolato dalle scoperte scientifico-tecniche. E c'è il corpo vivente, espressione dì pulsioni, desideri, emozioni, il corpo del mondo e della vita. In tedesco si distingue tra Kórper, il primo, e Leib, il corpo vivente. Finora i due avevano storie divaricate: il corpo organico percorreva il sentiero malattia-morte, il corpo vivente quello guarigione-víta. Ora c'è una novità. Nella procreazione assistita, per esempio, non c'è più la lacerazione tra i due corpi».
Forse tutto il conflitto tra forze laiche e cattoliche parte dalla definizione del l'embrione come forma vivente.
«Io sono stato nel comitato bioetico per le cellule staminali con il ministro Veronesi. E ai cattolici vorrei ricordare un caposaldo della dottrina di san Tommaso, secondo cui l'anima è immessa nel corpo del nascituro solo alcuni mesi dopo che la donna è stata fecondata. Prima la materia non è abbastanza formata per ricevere l'anima: san Tommaso, ripeto, "Summa theologiae". Ecco i cattolici in contraddizione con se stessi. I cattolici hanno una concezione della vita improntata, vorrei dire, a un bieco materialismo».
Facciamo qualche esempio? La legge-pasticcio sulla fecondazione assistita vieta, oltre al congelamento degli embrioni, il ricorso al donatore esterno.
«Appunto. In virtù del loro bieco materialismo i cattolici confondono spermatozoo e tradimento ».
Sarebbe a dire?
«Il tradimento non è etico. Bene. Ma se una donna è disposta a ricevere il seme di un donatore esterno, e si stabilisce che neppure questo è etico, allora significa trattare lo spermatozoo allo stesso livello del tradimento. Nel difendere la vita in senso biologico si impedisce la vita in senso esistenziale. Non so se è chiaro».
I cattolici, nel Polo e nell'Ulivo, dimostrano di avere un forte potere d'interdizione, e lo sanno appllicare. Ma la politica, e il cittadino, ne trarranno dei vantaggi?
«No. I cattolici stanno paralizzando sia il governo sia l'opposizione. Ma i politici che praticano questa interdizione tradiscono la politica. Nel difendere l'appartenenza alla Chiesa non fanno bene il loro lavoro. D'altronde, se Berlusconi, che non s'interessa alla bioetica, dicesse sì alla fecondazione eterologa, i suoi deputati sancirebbero la loro appartenenza alla maggioranza. In Italia tutto è appartenenza».
Se potesse, da saggío, consigliare Berlusconi, che cosa gli direbbe?
«Gli direi che è inutile che ci rífletta».
Addíríttura.
«L'etica è una cosa seria, e a lui non interessa affatto. Berlusconi non si fa carico di problemi che toccano la coscienza collettiva. È conscio che la maggioranza degli italiani non è laica. Solo se sono laico posso guardare al problema, dall'aborto alla fecondazione all'eutanasia, a prescindere dalla mia personale appartenenza, facendomi carico del bene comune».
I cattolici si offenderanno.
«Ribadisco che il cattolico attribuisce alla politica il compito di rimuovere gli ostacoli alla salvezza individuale. Rousseau, nel "Contratto sociale", diceva: "Un buon cristiano non può essere buon cittadino. E quando lo è, lo è solo di fatto e non dì principio. Perché per lui il bene non è nel Parlamento, ma nel Cielo" ».
Il Parlamento dovrà legiferare sul testamento bìologico. Il documento fornito al ministro della Salute Sirchia dal Comitato nazionale di bioetica parla dì "dichiarazioni anticipate di trattamento”, un eufemismo per evitare la parola eutanasia. La morte è tuttora un tabù culturale?
«Eutanasia, la buona morte, è una parola forte. Ma è anche una parola bella. Il compromesso uscito dal Comitato di bioetica suona ipocrita. Ma testamento biologico garantisce l'dea di un certo grado. di libertà individuale. All'eutanasia si associa una limitazone della libertà. Se divento demente, mi fanno l'eutanasia. lo però non credo a questa libertà ».
In che senso?
«Io a 60 anni posso anche dichiarare per iscritto: se diventerò demente mi sia praticata l'eutanasia. Ma non è detto che la mia libertà attuale coincida con la mia libertà di quel momento. Per tornare all'ipocrisia: nei cristiani la parola morte è l'inacettabile. Ma se negano l'intervento della tecnica per la procreazione, perché invocano l'impiego della tecnica per prolungare la sopravvivenza nel malato terminale? Bisogna che si decidano».
Avrà notato la mobilitazione trasversale delle donne parlamentari contro la legge sulla procreazione assistita. È legittimo che la donna denunci l'incompetenza biologica e politica dei maschio?
«È giustificato. Le donne sono più corpo di quanto lo siano gli uomini».
Sarà meglio spiegare, se vuole evitare fraintendimenti.
«Il corpo della donna è più intuitivo, conoscitivo del nostro. Poi, certo, c'è anche l'abuso femminile: l'utero è mio, ergo il figlio è mio. Invece no, non è così. Il figlio è di entrambi, madre e padre».
Pare che in Italia non passerà mai la tecnica di fecondazione eterologa.
«Questo è un tema di frontiera, più delicato dì altri. D'altra parte, dopo cent'annì di psicoanalisi sappiamo che il figlio preferisce una coppia di genitori al genitore singolo, e una coppia eterosessuale a una coppia omosessuale. La preferisce perché gli conviene. Nel genitore dei proprio sesso ritrova l'identità, nell'altro la relazione».
Sarebbe auspicabile in Italia una femminilizzazione della politica?
«Certo auspicherei un maggior protagonismo femminile in Parlamento. La politica acquisterebbe valori trascurati come i valori del corpo, del desiderio, delle emozioni. Vorrei anche più donne sindaco, più donne giudice. Previa psicoanalisi, magari. Quanto all'equità, in ogni caso la donna è più brava dell'uomo».
Equità. Può spiegarsi meglio?
«L'uomo è universalista, nel nome del Padre. La donna è portata al particolare. Esempio: l'adolescente che uccide la madre. È sufficiente applicare la legge, la norma che dice che non si uccide la madre? La prospettiva femminile è portata a voler capire: quale tipo dì vita legava la madre e l'adolescente, chi soffriva per cosa, dove stavano i torti? È femminile capire le circostanze. La bioetica è fatta di circostanze, vedi l'aborto. Benvenuta dunque una politica attenta alle circostanze ».
Tra i cattolici, in An, nella Lega aumentano i revisionisti sull’aborto. Ma non è un diritto civile ormai acquisito dalle donne italiane?
«Dopo tanti anni una legge come quella è un diritto acquisito. La destra che vuol vietare l'aborto è una riedizione, mi spiace insistere, della mentalità cristiana: i singoli li gestisco io, e la funzione dei preti passi al legislatore. Ricordiamoci che la struttura ecclesiastica è più affine alla struttura fascista di quanto si pensi»
Questa è abbastanza forte, professore.
«Forte? L'infallibilità del papa da un lato, il "Lui ha sempre ragione" dall'altro. C'è profonda affinità culturale tra Chiesa e destra fascista. La Chiesa funziona in modo paragonabile allo Stato autoritario. Pochi sono illuminati, e il popolo va guidato. Il pastore e il suo gregge: è un'immagine tragica, non idilliaca».

ricerca e passione

Corriere della Sera 2.1.04
Un saggio di Nicolas Witkowski sul connubio «ricerca-passione». Da Erasmo a Darwin
La scienza? Questione di sentimento
di Giorgio Cosmacini


Che cos’abbiano in comune le ragioni della scienza e le passioni dell’animo è un problema che avrebbe forse interessato l’auriga domator di cavalli che, secondo Platone, tiene a freno con le redini i sensi e i sentimenti permettendo all’intelletto di guidare la corsa del cocchio in modo razionale senza subire devianti pulsioni emotive. Il problema è stato al centro della riflessione di un filosofo e storico della scienza contemporaneo come Gaston Bachelard (1884-1962), che nelle sue opere ha sostenuto che, proprio per evitare ai sentimenti il loro irrompere di soppiatto nel campo dell’impresa scientifica, bisogna lasciarli liberi di espandersi, anziché ignorarli o reprimerli.
Per esempio la poesia, che trae alimento dalle emozioni, ha proprio nei confronti della scienza, una sua capacità rivelatrice, attestandosi davanti o al fianco di essa come l’«uomo notturno» nei confronti dell’«uomo diurno». Però lo stesso Bachelard amava ripetere che «quando indossa il camice entrando in laboratorio, lo scienziato depone tutte le sue passioni». Invece no: lo scienziato subisce il fascino delle proprie emozioni e dei propri sogni non solo dal crepuscolo in poi, ma anche alla luce del giorno, quando compie la propria impresa e ne contempla le rigorose ricerche e conquiste.
È quanto implicitamente sostiene, sulla scia dei pensamenti bachelardiani ma anche in contrapposizione a essi, Nicolas Witkowski, un fisico francese che ama la scienza e la sua storia e che ha realizzato una Storia sentimentale della scienza (Cortina, pagine 322, € 23,50) dove il lettore, viaggiando dall’anno Mille all’anno Duemila, compie una serie di incontri avvincenti e importanti.
Ci si imbatte all’inizio in un Omar Khayyam che cerca di risolvere con la geometria e l’analisi matematica un problema di Archimede, ma che al contempo invita a «bere vino e a correr dietro alle fanciulle come a tulipani». Ci si imbatte alla fine con «l’uomo che non ha inventato la penicillina», cioè con Jules Dubos, un Pasteur redivivo migrato dalla Francia negli Stati Uniti, il quale, avendo dimostrato per primo la possibilità di ottenere sostanze antimicrobiche (antibiotiche) dagli stessi microbi, può essere ritenuto titolare di uno dei tanti Nobel «fantasma» non dati a ricercatori e scienziati più di altri o quant’altri meritevoli.
Ebbene, Dubos è stato un antiveggente enunciatore dei problemi oggi assillanti l’umanità, dalla minaccia nucleare alla distruzione di foreste tropicali e alle sue ripercussioni sul clima. Dunque, uno scienziato inguaribilmente sentimentale? Uno scienziato, scrive Witkowski, «profondamente credente a fautore di una integrazione tra il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà».
Durante il viaggio il lettore incontra anche, fra gli altri, un incorreggibile bricoleur come Newton, un fantasioso narratore di démoni e di mostri lunari come Keplero, un «naturalista all’inferno» come Spallanzani, e il nonno di Darwin, Erasmo che «offre alla scienza e alla letteratura l’esempio dimenticato di una poesia scientifica capace di cantare con accenti altamente romantici le meraviglie del progresso tecnico».
Provocazione massima dell’autore è «la scienza di Edgar Allan Poe», al quale si deve il «saggio scientifico» Eureka, un «elisir pazientemente distillato di scienza, metafisica e poesia» che, a giudizio di insigni scienziati, «non è un’opera stravagante e non proviene da un cervello disturbato, ma è l’opera di un uomo che tentò di riconciliare la scienza del suo tempo con le più alte aspirazioni filosofiche e spirituali».
La storia della scienza ha da tempo acquisito la consapevolezza che il pensiero metafisico, l’immaginazione, la fantasia, le fedi hanno contribuito a fecondare il terreno sul quale è cresciuto l’albero del sapere scientifico. Witkowski aggiunge le passioni e le emozioni, i sentimenti e i sogni.
Gli scienziati sono uomini: dalle idee meno geniali di Leonardo da Vinci alle intuizioni più fruttuose degli scienziati romantici, «i nostri viaggiatori - scrive l’autore nella prefazione - potranno prendere la misura della profondità vertiginosa a cui si spingono le sue radici poetiche, mistiche, magiche». Insomma chi voglia davvero capire fino in fondo vita morte e miracoli di ogni impresa scientifica, più o meno riuscita, non può esimersi dal fare i conti con la vita vissuta dall’imprenditore, la quale è fatta sì di ragioni, ma anche di passioni.