martedì 5 luglio 2005

Analisi collettiva e Liberazione
e l'articolo di Luca Bonaccorsi su Alan Greenspan

Apprendiamo che il pezzo di Aldo Nove apparso su Queer, inserto dell'inserto domenicale di Liberazione, in data domenica 26.6.05, dal titolo "L'ano tra sesso e rivoluzione", oltre a produrre echi, come abbiamo documentato, anche in altre testate nazionali, è stato fortemente contestato da una larga parte della redazione del quotidiano di Rifondazione comunista, e, fatto più significativo, da Bertinotti stesso nell'ultima direzione. Fausto Bertinotti ha trovato il pezzo sbagliato ed offensivo e ha chiesto un chiarimento sulla questione (dal seminario di Lunedì 4.7.05).
Per dopo l'estate in data da definire, si arriverà forse ad un altro incontro, già sollecitato da Bertinotti stesso.

Liberazione, Sabato 2 Luglio 2005

Silenzio, parla Greenspan
di Luca Bonaccorsi


L'ha fatto di nuovo, per la nona volta in un anno, Alan Greenspan ha alzato i tassi di interesse Usa (i Fed Funds) portandoli al 3.25%. Ha iniziato a Giugno dell'anno scorso, quando i tassi erano al minimo storico dell'1%, con una serie regolare di micro-rialzi da un quarto di punto ogni sei settimane. E' una scommessa la sua, sta scommettendo che il mondo sia lo stesso di qualche anno fa e che i tassi possano tornare dove erano. Ma il mercato, la sua platea naturale, quella che lo ha consacrato alla fama, non gli crede più.

Alan Greenspan, non è un banchiere centrale, ma IL banchiere centrale. Quando lui parla il mondo della finanza si ferma, volume delle televisioni al massimo, telefoni staccati. Fino a qualche anno fa c'erano altri banchieri centrali che avevano questo effetto. Vi ricordate il terribile Tietmeyer della Bundesbank che tuonava sempre contro l'ingresso dell'Italia nell'euro (e ogni volta la lira crollava!)? Ora c'è solo lui, Alan. Sia chiaro, non è solo un fatto di impatto mediatico o culturale, le decisioni di Greenspan ‘cambiano' il corso dell'economia mondiale ed hanno una ricaduta, sebbene indiretta, anche sul nostro lavoro, sui nostri risparmi e quindi sul nostro stile di vita. Ultimamente la suspence che circonda i suoi interventi è cresciuta perché sono mesi che IL banchiere parla di un ‘enigma': l'enigma dei tassi bassi.

Nel 2001, all'indomani del crollo delle borse mondiali (post bolla di internet e post 11 settembre) Greenspan decise di abbassare rapidamente ed aggressivamente i tassi ufficiali (erano al 6.5%) per dare respiro all'economia ed evitare una recessione devastante. Lo ha fatto fino a portare i tassi all'incredibile minimo storico dell' 1%. Con tassi così bassi ha sostenuto il consumo di famiglie e imprese tramite l'indebitamento. Allo stesso tempo il governo ha sostenuto una politica fiscale fortemente espansiva, accumulando deficit enormi. E la manovra è riuscita. L'America la recessione l'ha evitata, ora cresce a ritmi di circa il 4% l'anno. Uno degli ‘effetti collaterali' di una politica di tassi bassissimi è la levitazione dei prezzi degli immobili (e dei debiti in generale). Questo perché, se prendere un mutuo costa così poco, tanti sono incentivati a comprare casa. E con tanti compratori i prezzi salgono. Quelli che una casa la possiedono già si sentono più ricchi, perché ora la loro casa vale di più, e la usano come garanzia per indebitarsi ulteriormente.

Circa un anno fa Greenspan capisce che il salvataggio è più o meno riuscito ed è tempo di ‘rimuovere' lo stimolo monetario e di riportare i tassi a livelli più ‘neutrali', stimati intorno al 4%.

In un anno i tassi passano dall'1% al 3,25%. Stiamo parlando dei tassi ‘ufficiali', cioè quelli a cui le banche possono prendere in prestito dalla banca centrale i soldi per periodi brevissimi (1 giorno-2 settimane), ma anche quelli a cui sono indicizzati i mutui. I tassi a cui si prendono i soldi per, ad esempio, 10 anni vengono determinati dal mercato dall'incontro tra domanda e offerta. Questi riflettono più o meno (è una semplificazione che farà rabbrividire tutti i matematici finanziari ma non lontana dalla realtà) un livello vicino ai massimi attesi nel lungo periodo dei tassi ufficiali.

Mentre alza i tassi, Greenspan dispensa al mondo messaggi rassicuranti sull'economia americana, dice a tutti: tranquilli, alziamo i tassi perché l'economia va bene, ce lo possiamo permettere.

Ma qualcosa non torna. Mentre Greenspan alza i tassi a breve dall'1% al 3.25%, quelli a 10 anni scendono dal 4.85% al 3.85%! Da qui l'enigma.

Il mercato cioè, nelle sue previsioni, comincia a scontare che i rialzi finiranno presto e, soprattutto, che non ce ne saranno più per almeno 10 anni! Cioè il tasso che veniva pensato ‘neutrale' viene letto ora dal mercato come tasso ‘massimo'.

Che vuole dire? Cosa vuol dire proiettare per i prossimi 10, 20, 30 anni i tassi a questi livelli? A che mondo corrispondono queste previsioni?

Possono corrispondere ad un mondo senza inflazione. Se i prezzi non salgono più come in Giappone, anzi scendono, non c'è bisogno di tenere i tassi alti. Forse si possono tenere ad un livello ‘simbolico' e lasciare al mercato il resto. Oppure possono corrispondere ad un mondo senza crescita (che poi di solito è anche un mondo senza inflazione).

Allora ricapitoliamo: il mercato sta prevedendo "scenari" piuttosto inquietanti, sorti non necessariamente "progressive". E le autorità cosa fanno? Riflettono, speculano, parlano di «nuovi paradigmi» o anomalie temporanee. Ed in questo Greenspan è apparentemente onesto quando parla pubblicamente di «enigma». Le teorie in giro sono le più varie. E ce ne sono di bizzarre. Essenzialmente si dividono in due campi: il primo spiega l'enigma dei tassi (di lungo periodo) bassi con fattori contingenti e temporanei, come la liquidità delle banche centrali asiatiche o le necessità dell'industria pensionistica mondiale; il secondo parla di mutamento strutturale.

Secondo questi ultimi i mercati ci stanno dicendo che non torneremo mai ai ritmi di crescita a cui siamo abituati. Qualcuno dentro Rifondazione ha il merito di avere sintetizzato molto bene questo momento storico con la frase: «Questa è la prima generazione che non starà meglio dei propri genitori». E quella dopo? I nostri nipoti saranno poveri come i nostri nonni?

Il mondo della finanza non metterà in discussione il postulato che la competizione e il mercato aperto sono sempre forieri di ricchezza e progresso. Anche perché, dal punto di vista prettamente economico, in un'ottica globale questo può essere vero. Ma se questo processo implicasse, per esempio, il trasferimento di un terzo della nostra ricchezza (nel senso della capacità di produzione di reddito) verso i Paesi in via di sviluppo nei prossimi dieci anni? E' uno scenario politicamente esplosivo. Il nesso con la diatriba Italiana sull'euro e sulle merci cinesi non è azzardato. Come non lo è quello con il "no" francese alla costituzione europea.

Il primo mondo si impoverisce ad una velocità crescente. Con la povertà aumenta la sperequazione sociale. E queste, storicamente, vanno insieme a malcontento e cambiamenti politici radicali.

Il banchiere centrale ha detto a Pechino circa un mese fa che lui continuerà ad alzare i tassi ed ignorerà i messaggi preoccupanti che vengono dal mercato. E' pronto a scommettere che mercati e politici si sbagliano nel loro pessimismo. Ma mentre lui dispensa messaggi rassicuranti al mondo, per chiunque si occupi di economia o politica si aprono una serie di interrogativi inquietanti. E' avviato ed irreversibile il ridimensionamento economico dell'occidente? E la nostra struttura sociale può reggere un impoverimento rapido e progressivo senza conseguenze politiche catastrofiche simili a quelle dell'inizio del secolo scorso?
una segnalazione di Sergio Grom e Anna Maria Novelli

sull'ultimo numero di D, supplemento del sabato di Repubblica,
un articolo dal titolo
INDOVINA CHI È MATTO
con interventi di Francesco Bruno e Umberto Galimberti su psichiatria e carcere

percezioni

ricevuto da Giorgio

in prima pagina della Cronaca di Roma de L’Unità di sabato 2 luglio un articoletto di Jolanda Bufalini per la rubrica “l’occhio”
“La Fontana di Fagioli”
di Jolanda Bufalini

HO VISTO ARRIVARE UN CAMION del servizio giardini nella piazza che si chiama “via portuense”, là dove la domenica si svolge il mercato di Porta Portese. Lì di giardino non c’è neanche l’ombra in compenso si innalza verso il cielo uno strano oggetto che la vox populi sostiene sia stato voluto da Massimo Fagioli. E’ o dovrebbe essere una fontana: in alto tre semisfere trasparenti sono allineate su un piano leggermente inclinato che si precipita in uno scivolo di rame. In terra un piccolo bacino ellittico che dovrebbe raccogliere l’acqua. Se è una fontana, io non ho mai visto scendere l’acqua, in compenso – nelle semisfere – si raccoglie quella pluviale, che poi lì ristagna fino a diventare un liquido verde e vischioso. Ieri, i due operai del servizio giardini si sono messi di buona lena, con scala e spazzole. Ed hanno fatto un lavoro egregio, eliminando quell’acqua stagnante con un risultato non solo estetico, vista l’aggressività della zanzara tigre. Resta il dubbio. E’ una fontana o no? Credo di no, infatti i due addetti – per pulire – avevano collegato le pompe a un tombino e, per svuotare il bacino ellittico alla base, usavano un vasetto e poi un secchio. Se fosse una fontana avrebbe un tubo di scarico.

Schopenhauer, negli anni della maturità

Corriere della Sera 5.7.05
Il 12 agosto 1821 Arthur Schopenhauer spintonava ...

Il 12 agosto 1821 Arthur Schopenhauer spintonava energicamente Carolina Luisa Marquet, donna rumorosa e pettegola che aveva fatto chiasso nella sua anticamera. Il filosofo, denunciato, perderà il processo civile e dovrà riparare le procurate lesioni con un vitalizio, sino alla morte della petulante (1842). Quella spinta egli la considerava una legittima difesa contro i rumori che detestava più di ogni altra cosa (nei Parerga e paralipomena confesserà di non sopportare gli strilli dei bambini e i latrati dei cani, oltre gli schiocchi delle fruste dei cocchieri). Né va dimenticato che in quel tempo aveva i nervi tesi: nel marzo del 1820 ci fu un duro scontro con Hegel sul concetto di «funzione animale»; la sua opera maggiore, Il mondo come volontà e rappresentazione, uscita nel dicembre 1818 con la data dell’anno successivo, martoriata dalla critica non si vendeva - andrà quasi tutta al macero - anche se Goethe l’aveva lodata. Inoltre, i tentativi accademici erano finiti male e il viaggio in Italia non aveva prodotto che amori mercenari. Sbirciando tra le carte di quel transito nel nostro Paese, troviamo qualcosa su cui riflettere: «Se solo potessi liberarmi dall’illusione di considerare miei simili questa genia di rospi e vipere! Ciò mi sarebbe di grande aiuto». E più avanti, sempre negli Appunti di viaggio del 1820: «La storia di ogni vita non è forse una storia di sofferenze? E voi mi biasimate se dico che vivere è soffrire!». Si chiude in se stesso e resta indifferente al «dibattito culturale» (si chiamava così anche allora) in corso, considerando le dispute degli idealisti presiedute da Hegel al pari di «una rissa da strada». Crede che la filosofia sia disciplina per anime isolate: si manifesta nella tenda all’imperatore Marco Aurelio o nella torre a Montaigne o nella botte a Diogene o in situazioni analoghe. Nietzsche preciserà anni dopo: «Lontano dal mercato e dalla gloria» (lo testimonierà con la vita anche Piero Martinetti, di cui ora ritorna, riedito da Il melangolo di Genova, il suo Schopenhauer : pp. 240, 20) .
Arthur in quei giorni scrive. Oltre gli Appunti ricordati, vi sono almeno altre quattro opere: l’In-folio, il Taccuino, l’In-quarto, gli Adversaria e la Dialettica eristica. Sono pagine che non si conoscevano e che ora, riunite sotto il titolo Scritti postumi . Volume III . I manoscritti berlinesi (1818-1830), a cura di Giovanni Gurisatti vedono la luce da Adelphi (pp. 1072, 70). Di questa raccolta, diretta per la lingua italiana da Franco Volpi, è uscito il primo volume nel 1996; il secondo è ancora in preparazione.
Pagine dove la breve intuizione e il frammento sono protagonisti; sorta di laboratorio in cui Schopenhauer più che costruire edifici abitua se stesso, e quindi anche l’eventuale lettore, a considerare la filosofia un viatico per la saggezza pratica, per la difficile arte di vivere. In esse non nasconde il suo cattivo carattere, anzi. Ecco allora il desiderio di sopprimere tutte le cattedre di filosofia (in altra parte si augurerà la «moria di bestiame accademico»), la convinzione che «l’uomo comune la rovina appena apre bocca». Taccagno com’era, individuava nella storia, oltre se stesso, altri quattro o cinque filosofi; similmente pensava dei poeti e di altre categorie i cui membri ora si sono moltiplicati come i girini dello stagno. Niente è inattuale quanto lui in un’epoca che riesce ad avere più convegni di filosofia che idee e più scrittori che lettori.
Schopenhauer non si maschera, non finge di amare il prossimo, non cerca idee edificanti né plausi, non consiglia corrette letture. Mena fendenti anche su pagine classiche, ormai idealizzate, come quelle che Proclo dedica al Commentario all’Alcibiade di Platone: «È la chiacchiera più prolissa e verbosa del mondo! Su ogni singola parola di Platone, anche la più insignificante, si ciancia puntigliosamente, introducendovi un profondo significato». Anche in questi frammenti l’odio per Hegel e la «sua banda» si tocca; di contro si avverte una cultura immensa che va dai greci ad Agostino, da Agrippa di Nettesheim agli illuministi francesi, dai classici orientali a Goethe o a Paracelso. Difficile seguirlo, ma queste pagine sono uno zibaldone che fa bene allo spirito e che spiega due o tre cose sul male e sulla vita da utilizzare al momento giusto.

un documento del Comitato nazionale di bioetica
sulla depressione post parto

Corriere della Sera 4.7.05
Un documento invita le strutture a non sottovalutare il problema: «Se ne parla solo dopo gli infanticidi»
«Gli ospedali curino la depressione post partum»
Il Comitato di bioetica: in Italia colpisce un terzo delle neomamme, nel 2 per cento dei casi è grave

ROMA - Mamma e neonato tornano a casa, dall’ospedale. Dovrebbe essere una festa, invece lei vive questo momento con angoscia e inclinazione al pianto. Paura di non saperlo accudire di non riuscire ad essere «mamma». L’ansia richiama insonnia e lacrime. E a volte il malessere profondo cronicizza in qualcosa di più serio che può condurre ad atti estremi, a cattiverie sul bambino. Queste forme vanno curate, bisogna prevenirle e ad occuparsene devono essere gli stessi ospedali, dopo il parto. È la raccomandazione espressa in un documento del Comitato nazionale di bioetica (Cnb).

LA DEPRESSIONE - Di depressione post partum soffrono in Italia il 20-30% delle donne, il 2% i casi gravi che sfociano nelle psicosi. Il «maternal blues», la forma più lieve e superabile, colpisce invece il 50% delle puerpere. Per la prima volta il Cnb ha affrontato il problema. «Sono condizioni che non vengono percepite come patologie sociali» dice il presidente del Cnb, Francesco D’Agostino spiegando il perché di questo intervento su questioni all’apparenza più mediche che morali. «L’Italia è ai primi posti nel mondo in ostetricia e ginecologia, mentre l’assistenza psicologica alla donna durante e dopo la gravidanza lascia a desiderare - aggiunge D’Agostino -. La necessità di maggiore cura a questi aspetti emerge solo se si parla di infanticidi».

LA RACCOMANDAZIONE - Il Cnb raccomanda attenzione. Depressione e psicosi della puerpera dovrebbero essere prevenute anche con adeguata terapia farmacologica o altri tipi di trattamento psicoterapico, compreso il ricovero. Il documento prende in esame altri aspetti della maternità e verrà discusso a metà luglio. In rilievo il «tema del disagio che può insorgere nel puerperio con manifestazioni che vanno dai mutamenti dell’umore, al blues, alla depressione fino alle psicosi». Il lavoro di cura e prevenzione dovrebbe coinvolgere tutti gli operatori: ginecologi, ostetriche, medici di base, psichiatri e psicologi.

GLI PSICOFARMACI - «Negli ultimi due anni abbiano assistito ad un’impennata di richieste di informazione sull’uso di psicofarmaci durante le prime settimane dopo il parto», segnala Maurizio Bonati, responsabile del servizio materno infantile del Mario Negri. Il British Medical Journal della scorsa settimana ha riportato una revisione sistematica degli interventi non farmacologici (psicodinamici e psicologici) concludendo che sono scarsamente efficaci.

LE CAUSE - Torino l’argomento è stato approfondito in un seminario organizzato da Sara Randaccio, responsabile del servizio di psicologia del Sant’Anna, 3.800 parti all’anno. «La letteratura scientifica indica i fattori di rischio in gravidanza. Sono la familiarità con disagi psicologici, precedenti gravidanze, la giovane età e la situazione della coppia, ad esempio una single è più esposta. Bisogna organizzare negli ospedali degli screening. Non è detto che chi è depressa si ammali».
Nel passare in rassegna gli aiuti terapeutici nelle patologie post partum non viene dimenticata la più lieve, il maternal blues. Per guarire «è spesso sufficiente un accudire affettuoso da parte del partner e di una buona figura materna che si occupi della mamma». Di solito in 7-14 giorni svanisce, ma può trasformarsi in qualcosa di più grave. Il consiglio è non tacere. A volte per tornare a sorridere basta la parola di un’infermiera o di un compagno sensibile.

prendendo spunto dall'ultimo libro di Giulio Giorello

Corriere della Sera 5.7.05
Due atteggiamenti estremi producono effetti devastanti sui processi della conoscenza. Come dimostra anche il nuovo pamphlet di Giulio Giorello
Se Chiesa e Scienza si alleano contro il relativismo
Nuccio Ordine

«Non essere di alcuna chiesa è pericoloso»: le considerazioni di Samuel Johnson - a proposito del grande poeta inglese John Milton, autore di un'appassionata difesa della libertà di stampa - suonano quanto mai attuali in un momento storico caratterizzato da una potente offensiva contro chi si oppone alla nozione di verità assoluta. Da fronti opposti, ma complementari, partono gli attacchi al «relativismo». Certi cattolici, allarmati, ne denunciano la «dittatura». Mentre sull'altra sponda, con ragioni diverse, gli fanno eco alcuni sostenitori delle cosiddette scienze dure: negare l'esistenza di verità eterne e universali significherebbe abbracciare la deriva del nichilismo. In entrambe le posizioni - in nome di Dio e in nome dello Scientismo - si rivendica ex cathedra l'infallibilità della propria «chiesa». Avere fede nelle sacre scritture o in un esperimento non è certo la stessa cosa. Ma su un piano di principio generale siamo di fronte a due atteggiamenti che - lo ripeto: per ragioni molto diverse - escludono ogni possibilità di discussione. Non è consentito esprimere dubbi e riserve sulla nozione di verità assoluta. Farlo, significherebbe macchiarsi del reato di relativismo. Essere relativisti, secondo una vulgata costruita a uso e consumo dei dogmatici, vuol dire mettere tutto sullo stesso piano, rinunciare alla ragione, disprezzare la scienza, coltivare l'irrazionalismo, discreditare l'universale, negare l'esistenza di ogni valore. Un identikit nel quale nessuno degli oppositori delle «chiese» e dei loro dogmi, munito di buon senso, si riconoscerebbe. Al contrario, la cultura laica difende innanzitutto il confronto delle idee, collocandosi in uno spazio di libertà tra chi crede nella verità assoluta e chi nega l'esistenza di ogni verità. Come immaginare un autentico scambio dialogico con esponenti degli opposti poli? Basta rileggere, tra i tanti esempi, alcuni passaggi dei dialoghi italiani di Giordano Bruno per capire con chiarezza che questi due atteggiamenti estremi producono gli stessi effetti devastanti sui processi della conoscenza: eliminano ogni possibilità di confronto e di dialogo, aprendo la strada all'intolleranza e ai fanatismi.
E proprio sulla necessità della discussione per la conquista del sapere insiste, a giusta ragione, Giulio Giorello nel gustoso e agile pamphlet, Di nessuna chiesa. La libertà del laico, pubblicato di recente da Raffaello Cortina. «Dal confronto (e dallo scontro) - si legge in questo saggio che ha il merito di sgombrare il campo da non pochi equivoci e da tanti luoghi comuni - ognuno ha da guadagnare». Riconoscere i limiti di ogni verità e di ogni certezza non significa abbandonarsi all'irrazionalismo: significa solo considerare ogni conquista nella sua finitudine e nella sua provvisorietà. Nessuna rinuncia alla scienza e alla ragione. Nessuna svalutazione dei fatti e dei valori. Ma solo un invito al libero esercizio della critica. Non a caso anche Einstein amava servirsi della famosa citazione in cui Lessing ci ha ricordato che la «verità assoluta» non è fatta per gli uomini ma per Dio soltanto, perché «le forze che sole aumentano la perfettibilità umana non sono accresciute dal possesso, ma dalla ricerca della verità».

Janis Joplin

Corriere della Sera 5.7.05
A 35 anni dalla morte per overdose, Hollywood la fa rinascere con Renée Zellweger e Pink mentre l’Italia la porta a teatro
Janis, sul palco e al cinema la tragedia di una stella
L’ultima notte della Joplin come un monologo-testamento della ragazza che sconvolse il blues
Claudia Provvedini


«Ho fatto l’amore sul palco con tante persone, ma so che ancora una volta tornerò a casa sola»: è una delle frasi con cui la disperazione di Janis Joplin, «la più nera delle cantanti bianche», torna nel ricordo dei fan, assieme alle sue canzoni, come «Ball and Chain» o «I Got Dem Kozmic Blues Again Mama!».

COME JIMI E JIM - Trentacinque anni fa, il 4 ottobre, in una stanza di un motel, il «Landmark» Los Angeles, la Joplin moriva stroncata da un’overdose, e il suo destino si univa a quello di Jimi Hendrix che l’aveva preceduta di sole due settimane. L’anno dopo sarebbe stata la volta di Jim Morrison: bruciati a 27 anni dall’eroina e da una vita «al massimo». Una stessa consonante a legare fatalmente i loro nomi.
Tra lo stregone della chitarra e lo sciamano californiano c’è dunque, immortalata nella Rock and Roll Hall of Fame questa piccola donna del Texas, bruttina, la pelle bucata dall’acne, dalla straordinaria voce blues. E se la sua musica non ha mai smesso di fiorire - l’album Greatest Hits è tuttora in classifica - è della ragazza Janis che si torna ora a parlare, con due film e un’opera teatrale, Cry Baby, regia di Riccardo De Torrebruna, musiche dal vivo di Luca Nesti, in scena ad AstiTeatro, un festival che ha dedicato parte dei suoi appuntamenti alla musica . Subito dopo il dramma su Janis Joplin si trasferirà come ospite del Pistoia Blues Festival.

LANCINANTE BLUES - Nel monologo Cry Baby, scritto dal musicologo Massimo Cotto, sono sei minuti esatti di lancinante blues - attacco del brano che dà il titolo alla pièce - a dare il via alla progressiva identificazione spirituale dell’attrice protagonista, Chiara Buratti, nel personaggio della cantante, arrivata alla sua ultima notte. Ha precisato l’autore: «Non è un pezzo biografico, è il tentativo di dare corpo a una voce che voleva strapparsi la solitudine dalle viscere, senza tuttavia riuscirci».
Voce ventennale di RadioRai, traduttore di Tom Waits e di Leonard Cohen, spiega Cotto che «Joplin è stata grande al di là della sua musica, grande nel cantare il dolore, fino a farne un rito, una sorta di messa pagana. In scena saranno rievocati momenti di quella notte nel Motel, dove la dose di eroina pura le fu fatale proprio perché da un mese non si drogava più. E aveva persino deciso di sposarsi. Tanto che, per prenotare la data delle proprie nozze, fece quel sabato notte un’improbabile telefonata al municipio. Chissà se - si domanda l’autore - avvertì qualcosa, lampo o segnale, premonizione o macabra profezia, quando incise come sua ultima canzone "Buried Alive With The Blues", sepolta viva nel blues».

I RICORDI - Tra i ricordi che affiorano nel monologo c’è anche l’esperienza di sonnambulismo vissuta dalla Joplin bambina quando, alla madre che l’aveva raggiunta mentre già si stava allontanando dall’abitazione di Port Arthur, disse di essere invece, finalmente, «sulla strada di casa», via da tutti e da tutto.
«Su questo doppio versante dell’essere e dell’apparire o, anche, del sentirsi strappare lontano da quel che sei stato fino a quel momento, agisce l’attrice Chiara Buratti: dopo tre riluttanti telefonate al regista, come quelle che probabilmente fece la cantante prima di sentirsi perduta, accetterà di interpretare Janis. Unica presenza in scena, oltre a lei, è quella di un amico-ombra (l’attore Andrea Gherpelli) continuamente evocato, che però non arriverà in tempo».

AL CINEMA - Ma, a ricordare la Joplin, non è solo il teatro. Se Irene Grandi nel suo ultimo album ha inserito il brano «Santissima Janis», due saranno i film centrati sulla geniale, dolorosa meteora. Il primo, dal probabile titolo Piece of my Heart, avrà come protagonista Renée Zellweger, mentre il secondo, Gospel according to Janis, diretto da Penelope Spheeris, vedrà la popstar Pink nel ruolo della cantante.
Hollywood, nel ’79, aveva già dedicato una pellicola alla biografia della donna «che cantava con l’utero»: il film, Rose, era interpretato da Bette Midler.

ipnosi

ricevuto da Gianluca Cangemi

Le Scienze 01.07.2005
Ipnosi e conflitto cognitivo
Di fronte a un conflitto, gli individui ipnotizzati hanno tempi di reazione più rapidi

Secondo alcuni ricercatori della Columbia University e del New York State Psychiatric Institute, la suggestione ipnotica può regolare l’attività delle regioni cerebrali che gestiscono i conflitti cognitivi, ovvero il modo in cui il cervello elabora risposte in competizione fra loro.
Un classico esempio di conflitto cognitivo è dato dalla difficoltà di nominare il colore dell’inchiostro di lettere che formano il nome di un colore incongruente: per esempio, quando la parola “rosso” è scritta con inchiostro verde. In passato, Amir Raz e colleghi avevano dimostrato che la suggestione ipnotica riduce il conflitto cognitivo negli individui maggiormente suscettibili all’ipnosi.
Per determinare quali regioni del cervello fossero responsabili di questa riduzione di conflitto, Raz e colleghi hanno ora studiato le immagini dell’attività cerebrale esibita dai partecipanti durante gli esercizi. Usando una suggestione post-ipnotica, i ricercatori hanno istruito alcuni individui a interpretare i nomi dei colori come se fossero parole senza senso, consentendo presumibilmente ai partecipanti di concentrarsi sul colore dell’inchiostro senza essere distratti dal significato della parola. In questo modo, gli individui più facilmente ipnotizzabili hanno esibito una maggior precisione e tempi di reazione più rapidi rispetto agli individui meno predisposti all’ipnosi.
Le tecniche di brain imaging hanno mostrato che la suggestione ipnotica alterava generalmente l’elaborazione visiva, che a sua volta agisce sull’attività cerebrale legata alla risoluzione dei conflitti. Questi risultati potrebbero far luce su come la suggestione ipnotica influenza l’attività del cervello durante la terapia.

Amir Raz, Jin Fan, Michael I. Posner, “Hypnotic suggestion reduces conflict in the human brain”. Proceedings of the National Academy of Sciences (2005).
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.

Asor Rosa sul laicismo
non si può chiedergli di più...

Repubblica 5 LUGLIO 2005
A proposito di alcune recenti discussioni e di un tema eterno
Il vero incontro tra chi crede e chi non crede
Il ricordo di un confronto con un giovane padre gesuita
C'è un libro di Rusconi che riflette sull'argomento
ALBERTO ASOR ROSA

Curioso. Anzi, doppiamente curioso. Papa Ratzinger, nel suo ultimo libro (di cui il Corriere della sera, 16 giugno u.s., pubblica lo squarcio probabilmente più significativo, inteso come proposta di pace ai laici), suggerisce loro, dal momento che non riescono a trovare la via dell'accettazione di Dio (sic), che dovrebbero «comunque cercare di vivere e indirizzare la loro vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse». È una proposta che il Presidente del nostro Senato, quella laicissima figura d'intellettuale laico che è Marcello Pera, si affretta, nella prefazione al libro, a dichiarare pienamente accettabile e che a me invece sembra avviare ancora una volta il dialogo tra laici e cattolici, fra credenti e non credenti, lungo rotte assolutamente inconciliabili.
Io pensavo infatti che la credenza in Dio fosse un fatto sostanziale e non puramente comportamentale o addirittura pedagogico (e quindi necessariamente strumentale: «come se...»). Se dovessi comportarmi da laico come se Dio esistesse, troverei molto più semplice e corretto credere che Dio esista: in caso contrario avrei tutti gli svantaggi e nessun vantaggio dal fatto di non aver fede. Se sono laico seriamente, bisogna che il mio sistema di valori, buono o cattivo che sia, discenda dalla mia assenza di fede, e non dalla supposizione che, pur non essendoci fede, potrei/dovrei comportarmi come se ci fosse.
È curioso che un teologo come Ratzinger non avverta i limiti e la pretestuosità un po' offensiva della sua proposta (sul cui senso tuttavia tornerò più avanti).
Doppiamente curioso che non tenga conto, neanche per opporlesi, che la formula che ha avuto più corso nel dibattito etico-religioso degli ultimi decenni è l'altra, quella opposta alla sua: veluti si Deus non daretur, come se Dio non ci fosse. Anche a prescindere dal fatto che proprio in queste ultime settimane l'ha ripresa su MicroMega Paolo Flores d'Arcais, ricorderò che solo pochissimi anni fa un intellettuale (laico, ma inquietamente attento ai problemi della spiritualità religiosa) come Gian Enrico Rusconi, ha pubblicato un libro intitolato per l'appunto Come se Dio non ci fosse (Einaudi, 2000), che io recensii allora su queste colonne (la Repubblica, 13 febbraio 2001).
Piuttosto che riassumere imperfettamente i contenuti, preferisco suggerire di leggerselo (o rileggerselo).
Mi basta qui rammentare soltanto che Rusconi (il quale, è appena il caso di rilevarlo, sottoponeva da laico la sua proposta a quanti fra i cattolici svolgessero attività nella vita politica e civile democratica) poggiava gran parte delle sue argomentazioni sulle posizioni teologiche ed etico-politiche di Dietrich Bonhoeffer. Ora, è ben vero che il pensiero di un pastore protestante tedesco, tacciato di deviazioni immanentistiche anche dall'interno delle sue stesse file, e finito impiccato dagli aguzzini nazisti, non può esser paragonato a quello di un Pontefice Romano, per giunta in un momento in cui la Chiesa cattolica appare particolarmente triumphans. Il richiamo serve però a dimostrare inequivocabilmente che due forme dello stesso (alla fin fine) pensiero religioso, quello cristiano, misurato al metro del medesimo problema, possono andare in due direzioni completamente diverse.
Per evitare che ancora per qualche secolo (o millennio) credenti e non credenti si rimbalzino reciprocamente il consiglio di usare una delle due formule, la domanda corretta secondo il mio punto di vista potrebbe essere: non esiste una terza posizione, un veluti si diverso e meno coercitivo, fra il veluti si Deus daretur, che il Papa attuale chiede autorevolmente ai non credenti, e il veluti si Deus non daretur, che alcuni intellettuali laici, forse non altrettanto autorevolmente, ma, penso, con identica onestà intellettuale, chiedono ai credenti?
Alcuni anni or sono fui invitato da un giovane e intelligentissimo padre gesuita a discutere in una sede ecclesiale dei rapporti tra fede/non fede ed etica. Mi dispiace di non poter argomentare tutti i passaggi della ricca discussione, che vide in veste di mio interlocutore un altro prelato, anch'esso di molta dottrina e grande apertura, ma mi sembra che possa qui bastare riassumerne la conclusione. La diversità delle tradizioni, delle esperienze, dei modi di vita e... delle fedi non ci impedì, mi pare, di convenire che il punto d'incontro, proprio in questo particolare momento storico (fra l'una e l'altra guerra irachena, per intenderci), andava cercato nel «partecipare alla passione dei propri simili, condividerne le sofferenze e le gioie, aprirsi all'aiuto dei bisognosi».
Una formula eterna, mi si obietterà, ma che vuol dire? In questo campo quel che valeva nel III secolo vale anche per il XXI, e oltre.
E cioè: «Solidarietà» (parola mia) e «Compassione» (parola del mio interlocutore), ma soprattutto la loro pratica attiva e conseguente, sia che Dio ci sia sia che Dio non ci sia, perché l'effetto sugli uomini in ambedue i casi sarebbe stato lo stesso. Non a caso il mio interlocutore citava, a sostegno del nostro ragionamento, quel famoso passo del Vangelo di Matteo, in cui si descrive il momento in cui il Figlio dell'uomo separerà i salvati dai dannati:
«Venite, benedetti del padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.
Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ecc.» (Mt 25, 34,35). E aggiungeva il mio interlocutore: «E questi li considera salvati per la vita eterna, anche se non conoscevano il Cristo».
Insomma: c'è chi crede nella vita eterna e c'è chi non crede. Ma questa distinzione radicale, che io considero onestamente un valore, non impedisce la comunione dei giusti, se giusti sono e se non pretendono, proprio in quanto giusti, d'imporre agli altri, a seconda dei casi, la propria fede o non fede. Non bisogna richiedere una condizione, bisogna esser capaci di offrire una disponibilità, un dono.
Mi rendo conto che è più facile enunciare queste proposizioni che poi, una volta enunciate, tradurle in realtà. Vorrei aggiungere tuttavia un'ulteriore considerazione, relativa all'altra battaglia che Ratzinger non da oggi animosamente conduce, quella contro il «relativismo" della cultura laica radicale. Qui si potrebbe sommariamente osservare che una parte della cultura laica è tutt'altro che relativistica: anzi, crede con assoluta fermezza nei propri valori, pur senza pensare che la loro fonte sia da cercare in qualche entità o insegnamento soprasensibili. Tra questi valori, non c'è dubbio, occupa uno dei primi posti la libertà. Credere con assoluta fermezza nel principio di libertà significa credere che ogni libertà è accettabile e dunque va promossa? Non credo: anche se credo che la spinta di libertà sia il movimento di fondo del mondo moderno che nessuno può arrestare o costringere dentro i lacciuoli di un qualsiasi magistero, laico o ecclesiale che sia.
Qui m'arresto, consapevole, lo ripeto, che proprio qui cominciano i problemi decisivi: quelli dell´etica individuale e collettiva, del rapporto uomo-natura, della biologia, della ricerca scientifica. In generale non mi sentirei di dir che la pratica del principio di libertà debba andare esente da una regolata misura di equilibrio, da un criterio di com-partecipazione che magari rallenti il processo ma lo renda più condiviso e più solido. Anche questo, nella mia visione, è laico.
Ma, per concludere, non mi pare che il problema in questo momento sia la tracotanza di una cultura laica, piuttosto in difficoltà se mai a causa delle esperienze storiche degli ultimi decenni. Non userò una parola altrettanto forte. Ma non c´è dubbio che in Italia il problema sia la forte pressione della gerarchia cattolica a re-impadronirsi egemonicamente di tutti i terreni dove trovano la loro peculiare collocazione le libertà di coscienza, di ricerca, di espressione e di comportamento. Chiederci di comportarsi veluti si Deus daretur, è come dirci: guardate che da soli non ce la potete fare. Bene, io penso che ce la faremo.

il sague non è acqua!
Lucian Freud

un articolo ricevuto

Repubblica Arte

Ritratti psicanalitici
Se il nonno ha psicanalizzato l'uomo contemporaneo, lui lo ha dipinto. E' Lucian Freud, nipote di Sigmund, e uno dei più grandi artisti che viene celebrato dal Museo Correr di Venezia con un'antologica di oltre novanta opere dagli anni Quaranta ad oggi

Venezia - Cosa spinge un artista a dipingere una discarica di spazzatura, piena di vecchi materassi e sedie rotte, infossata tra i muri grigi di fabbriche di periferia? O un lavandino incrostato con rubinetti arruginiti che gocciolano rivoli d'acqua? Cosa smuove un pittore a ritrarre donne obese accasciate su divani laceri, dove tutto sembra un ammasso di carne sfatta e putrida? E perché un artista si autoritrae nudo, frontale, in tutta la sua sconfitta virilità, d'una vecchiaia incombente, chiuso in una desolata stanza vuota? Forse andrebbe psicanalizzato un artista che fa scelte simili. O forse dobbiamo essere psicanalizzati noi che non vediamo il bello nella spietata e disincantata umanità. Fatto sta che questa umanità debordante ha reso grande un'artista come Lucian Freud, nipote di Sigmund, il celebre pioniere della psicanalisi, maestro della rinascita figurativa inglese, uno di quegli artisti dalla fama galoppante, che continua a crescere in modo esponenziale. Basti pensare al suo ritratto della top model Kate Moss nuda e incinta, eseguito tre anni fa, che nel febbraio scorso è stato battuto all'asta da Christie's a Londra per 5,8 milioni di euro.
Cifra incredibile per un pittore ancora vivente - oggi 83enne - ma ancora attivissimo e che nel 2002 è stato omaggiato dalla Tate Gallery con una vasta retrospettiva applauditissima e che ha riscosso un gran successo di pubblico, "mai raggiunto da un artista contemporaneo", dichiararono gli organizzatori. Quello di ritrarre la modella feticcio di Calvin Klein, però, non è stato un espisodio isolato. Freud è un attento osservatore dei personaggi clou della società contemporanea. Suo, per esempio, è il famoso ritratto della Regina d'Inghilterra Elisabetta, entrato a far parte delle collezioni reali, e che per la prima volta viene prestato ad una mostra extra Manica, quella che si tiene al Museo Correr di Venezia dall'11 giugno al 30 ottobre, che appare come un vero e proprio evento espositivo, organizzato dai Musei Civici Veneziani in collaborazione con il British Council e curato da William Feaver, e che a distanza di cinquant'anni riporta finalmente Freud in laguna, dopo il suo exploit nel '54 alla Biennale di venezia, quando rappresentò il padiglione della Gran Bretagna insieme agli illustri colleghi Francis Bacon e Ben Nicholson.
La rassegna veneziana propone quasi novanta opere, tra cui celebri capolavori e opere inedite, come una ventina di dipinti creati per l'occasione, a coprire tutta la sua lunga attività, dalla metà degli anni Quaranta ad oggi, articolata per temi che coinvolgono la madre, i grandi dipinti, gli adorati cani, la nipote, i ritratti di illustri colleghi, le opere recenti. Temi che, in fondo, rappresentano la sua stessa vita perché "tutto è autobiografico e qualunque cosa è un ritratto" dice l'artista. Ma partiamo dai ritratti che sono sempre dei tuffi al cuore per l'intensità emotiva che si poratno dietro, con quegli occhioni spalancati che sembrano pulsare di vita. "Girl with e White Dog" (1950) propone un mirabile virtuosismo del gioco del riflesso, che strizza un occhio ai maestri fiamminghi, con quell'iride vitrea dove si riflettono dettagli della stanza della posa e, forse, con un'osservazione ravvicinata, anche del pittore stesso. Poi, c'è "Francis Bacon", dall'occhio sospeso in un pensiero e dove la pelle appare come un mandala di pieghe rosse, verdi e arancioni.
Daqli anni Sessanta, le pennellate si fanno piç pastose, muovendosi sulla tela come onde di colore e non c'è più il confine dettagliato dei contorni. Le donne ritratte da Freud non sono mai affascinanti, la sua pittura non lusinga di certo. I volti che sfilano nelle sale sono vecchi e consumati, rugosi di presunta sofferenza, appesantiti da una pelle rugosa e avvizzita. Ma se scegle una modella giovane, tendente alla gredevolezza, viene mortificata in pose contorte, rannicchiate su se stesse, irriconoscibili. Negli ultimi anni, poi, il colore di Freud non è più steso o dato per onde, ma si incrosta sulla tela in grumi a rilievo, che sembrano voler plasmare concretamente quella pelle avvizzita, che prima evocava semplicemente, seppur impudicamente, sulla tela.
Se il nonno ha psicanalizzato l'uomo contemporaneo, indagandone sogni, ricordi, repressioni, ingorghi mentali e frustrazioni, Lucian ha voluto dipingerlo, esplorandone, con una capacità d'introspezione intima e febbricitante, la sua realtà d'uomo, il suo fisico, il suo corpo, e il suo mondo, fatto di oggetti, animali, contesti domestici. Perché, come sostiene l'artista stesso, "l'ossessione per il soggetto è l'unico impulso necessario al pittore per mettersi al lavoro". Un'ossessione pittorica lunga oltre sessant'anni. Lucian Freud nasce a Berlino nel 1922 - suo padre, Ernst Freud, figlio minore di Sigmund, è architetto e sua madre Lucie è figlia di un mercante di cereali - ed emigra in Inghilterra con la famiglia nel 1933. Il suo debutto da artista arriva a 22 anni, nello spietato 1944, quando espone, insieme a Francis Bacon e Graham Sutherland, lavori che risentono dei tempi e tendono ad un'espressività intensa, drammatica, con volti e oggetti deformati sulla lezione pittorica della cosiddetta Nuova Oggettività di Georges Grosz.
I quadri di Freud portano crudelmente l'osservatore dentro la scena, in un'intimità fisica mostrata come sotto la luce cruda di una lampadina. Anche se col tempo lo stile si è fatto più espressivo e materico, l'interesse ossessivo per la figura umana è rimasto intatto, con quella tenace attenzione dedicata a qualunque cosa, dal mondo vegetale alla museruola di un cane, da un copriletto spiegazzato ai quarti posteriori di un cavallo, lo rende un unicum tra gli artisti contemporanei, capace di tramandare senza compromessi, con profonda onestà, lo scorrere della vita, così com'è.
E i nudi rimangono il segno tangibile dell'evoluzione della sua ricerca. Geografie al microscopio di carne sfatta, attraversate da vene violacee, accese da luci cangianti od oscurate da solchi d'ombra, frutto di uno sguardo solo in apparenza freddo e scientifico, ma in realtà emozionato, degno del nonno Sigmund. Un impudico e perverso voyerismo. Ma geniale, cui è impossibile resistere.

Notizie utili - "Lucian Freud", dall'11 giugno al 30 ottobre 2005, Museo Correr, Piazza San Marco, Venezia.
Orario: tutti i giorni, 10-19 (biglietteria 10-18).
Biglietti: intero 9,00, ridotto 7,00.
Freud Biennale è possibile acquistare in sede di mostra anche il biglietto per la Biennale Arti Visive ridotto a 12 (Per gli under 26 e per gli studenti 8). Informazioni: call center 0415209070.
Catalogo: Electa.

statistiche anglo-svedesi
suicidi e statura...

Adnkronos Salute 5.7.05
Uomini alti meno a rischio suicidio

Per gli under 50 anni, e solo per loro, le probabilità di togliersi la vita diminuiscono del 9% per ogni 5 cm in più di altezza. Un dato rilevato da un ampio studio anglo-svedese, pubblicato sull'American Journal of Psychiatry.
La strana ''associazione tra bassa statura e maggiore propensione a togliersi la vita - spiega Finn Rasmussen, del Karolinska Institute (Stoccolma) - potrebbe dipendere sia da condizioni ambientali che danneggiano la crescita psico-fisica del bambino, sia dalle maggiori difficoltà di inserimento sociale e lavorativo frequentemente incontrate dagli uomini bassi''. Il ricercatore precisa però che ''questi risultati non possono essere in alcun modo ritenuti validi per quanto riguarda il rischio di suicidio negli uomini anziani e nelle donne''.
Nel corso dello studio, realizzato in collaborazione con l'Uppsala University e l'University of Bristol, sono stati seguiti circa 1milione e 300mila uomini svedesi, corrispondenti al 79% di tutti quelli nati tra il 1950 e il 1981. I ricercatori li hanno tenuti 'sotto controllo' dai 18 ai 49 anni (la fascia d'età maggiormente a rischio per il suicidio).
Complessivamente sono stati 3.075 suicidi e l'analisi statistica ha indicato che esisteva una forte associazione tra bassa statura e il rischio di suicidio. Indipendentemente da fattori che potrebbero confondere le stime, come livello socioeconomico e d'istruzione. Secondo i ricercatori l'associazione potrebbe dipendere da diversi fattori. Per esempio è noto che nelle famiglie 'problematiche' i bambini presentano un ritardo di crescita e una maggiore probabilità di sviluppare disturbi psichiatrici, i quali a loro volta aumentano il rischio di suicidio. Gli uomini bassi, inoltre, si sposano con più difficoltà e il matrimonio è considerato un fattore protettivo. A questo si aggiunge che precedenti studi hanno stabilito che spesso il quoziente d'intelligenza è minore nei bambini bassi, maggiormente esposti anche al rischio di discriminazione ed isolamento sociale. (Red-Pac/Adnkronos Salute)

Ida Dominijanni
la difficile libertà delle donne

il manifesto 5.7.05
POLITICA O QUASI
Embrione, una folla di padri
IDA DOMINIJANNI

Siccome le vittorie hanno molti padri e le sconfitte nessuno, attorno all'embrione-persona separato dalla madre i padri abbondano e gareggiano in presenza, cura e fierezza. Se c'erano dei dubbi sul fatto che nella legge 40 fosse in gioco una rivincita vetero-patriarcale sul primato femminile nella procreazione, questa nobile gara che si svolge sui palchi congressuali e negli incontri internazionali, nei catechismi e sui giornali si sta incaricando di fugarli. Il valore della vita e la cura della specie stanno tornando in mani saldamente maschili, e sarà per questo che vengono branditi come armi contundenti nell'agone politico. Con quel trofeo dell'embrione-persona in mano tutti si sentono più forti, da Casini a Pera e da Ratzinger a Buttiglione. E adesso è anche più chiaro perché fosse così importante conquistarlo, per la Chiesa, i vecchi politici cattolici e i nuovi teo-con: rimettere le mani sulle origini della vita faceva e fa tutt'uno col tentativo di riprendere in mano l'iniziativa politica a tutto campo, pareggiando i conti con il trentennio cominciato con la sconfitta cattolica sul divorzio e con l'impronta della libertà femminile sulla vita pubblica. I nuovi padri avranno la meglio? E' difficile misurare l'impatto della loro predicazione su una società di cui poco conosciamo malgrado la messe di sondaggi che continuamente la compulsa. Giustamente la doppietta congressuale An-Udc del fine settimana suscita interrogativi e analisi sulle continuità e le discontinuità fra questo ennesimo tornante della transizione italiana e le identità politiche del primo cinquantennio repubblicano: nel discorso di Casini l'eredità della Dc è esplicita, quanto in buona parte di An è evidente il richiamo ai valori fascisti. Ma nel teatro postmoderno della politica anche le identità si riducono a performance, gioco, maschera. Berlusconi scese in campo nel `94 come «uomo nuovo» e imprenditore antipolitico, e quattro anni dopo, quando decise di non fare più «il papà costituente» ma di far saltare la Bicamerale, allestì un congresso per cambiare faccia e presentarsi, anche lui, come l'erede di De Gasperi: in quel momento gli faceva gioco. Oggi indossare un'identità cattolica più fondamentalista che degasperiana fa gioco a molti, anche a chi, come Casini, trova difficile per ragioni biografiche «accettare quello che la Chiesa ci dice in materia di matrimonio e contraccezione»: la coerenza fra personale e politico può andare a farsi benedire se c'è in ballo l'alleanza fra una politica senza verità e la Verità certificata del catechismo ratzingeriano.
Il quale ha il vantaggio di essere spendibile ovunque nel mondo (occidentale), dall'Italia alla Spagna - Pera docet -, dagli Stati uniti cristiani di Bush all'Europa da ricristianizzare. Il dato imprevedibile non sta, in Italia, nel rigurgito dell'antica identità cattolica; sta nel modo in cui esso si miscela con il nuovo virus fondamentalista che ha contagiato le società occidentali da quando si sono messe a fare la guerra al fondamentalismo islamico, secondo la ferrea logica speculare che sempre governa le relazioni amico-nemico. Ma anche di questo virus, non è facile pesare quanto faccia parte del teatro politico e quanto attecchisca sulla superficie e nel profondo delle società secolarizzate. Di certo c'è che la crociata è partita e che da qui alle prossime elezioni Dio, l'embrione e la regola eterosessuale saranno le parole d'ordine - in senso stretto - del discorso pubblico. Non ci guadagneranno né il discorso politico né quello religioso, che quando sono seri si sostanziano a vicenda e quando non lo sono a vicenda si depotenziano. Nessun trucco ci verrà risparmiato, come già si è visto nel referendum sulla procreazione assistita. L'ultimo è di Casini, quando cita pro domo sua la legge francese contro il velo come esempio di cattivo laicismo che viola la libertà delle donne islamiche. Né più né meno di quanto la legge 40, esempio di pessimo confessionalismo, viola la libertà delle donne italiane.

Mozart

Il Gazzettino Martedì, 5 Luglio 2005
VERSO I 250 ANNI DALLA NASCITA
Un sito per "inseguire" gli spostamenti di Mozart, autentico globe-trotter dell'Illuminismo
Vienna
NOSTRO SERVIZIO

A Canterbury, in Inghilterra, ha assistito ad una gara di cavalli, a Capua, a nord di Napoli, partecipò ai festeggiamenti per l'entrata in monastero di una dama dell'alta nobiltà: un sito internet ricostruisce più di 200 tappe in 10 paesi europei degli spostamenti geografici di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), globe-trotter dell'illuminismo che, dalla sua prima infanzia, trascorse un terzo della sua vita in viaggio alla conquista del pubblico musicale mondiale.
«La vita di Mozart durò 35 anni, dieci mesi e nove giorni, dei quali fu in viaggio 3.720 giorni, ovvero dieci anni, due mesi e otto giorni», si legge sul sito www.mozartways.com. Il sito gestito dall'associazione "vie di Mozart" con sede nella città natale di Mozart, Salisburgo, in collaborazione con 75 città, regioni e organizzazioni partner in 10 paesi - Austria, Italia, Gran Bretagna, Francia, Svizzera, Repubblica ceca, Olanda, Belgio, Slovacchia e Germania - offre al visitatore la possibilità di trovare anche oggi i singoli luoghi visitati dal grande compositore.
Fu il padre di Mozart, Leopold, ad organizzare tutti i spostamenti tra il 1762 e il 1773. Normalmente, se le ruote delle carrozze non rimanevano bloccate nel fango, ogni tappa di 25 chilometri durava tra 3,5 e 4,5 ore, e per far cambiare i cavalli nelle stazioni di posta bisognava aspettare fino a due ore. Tornato in patria dopo più di due anni di viaggio in Europa occidentale - in Germania, Francia, Inghilterra e Olanda il pubblico rimase entusiasta dei concerti del piccolo genio - la famiglia si spostò a Vienna, ma dovette fuggire presto a Brno, oggi in Repubblica ceca, per mettersi in salvo dall'epidemia di vaiolo che minacciava la capitale asburgica.
Fu il 13 dicembre del 1769, quando padre e figlio si misero in viaggio per l'Italia, attraversando il Brennero. Il viaggio li condusse prima a Verona, dove Mozart - alloggiato nella locanda "Due Torri" (oggi "Hotel Due Torri Baglioni") - diede il suo primo concerto e l'8 gennaio visitò l'anfiteatro. Il ragazzo 14enne festeggiò i trionfi in tutte le città lungo il suo percorso, a Milano fu incaricato a comporre un opera, e fu lui stesso a dirigere con grande successo, il 26 dicembre del 1770 al Teatro Regio Ducal, la prima di "Mitridate, Re di Ponto", la prima di tre opere milanesi da lui composte. A Bologna il ragazzo di Salisburgo ebbe un incontro con il famoso teorico della musica Padre Giovanni Battista Martini, che gli diede un certificato riguardo alle sue capacità musicali. A Roma invece - dove dopo un breve soggiorno in un alloggio privato (con un solo letto matrimoniale per padre e figlio), i due si trasferirono a Palazzo Scatizzi - il cardinale segretario conte Pallavicini consegnò a Mozart, a fine giugno del 1770, le insegne conferitegli dal Papa Clemente XIV dell'ordine dello Speron d'oro, la più alta onorificenza papale dell'epoca.
Il sito internet premiato anche dal consiglio d'Europa fornisce anche informazioni e link utili per chi vuole mettersi sulle tracce di Mozart, oltre a dare informazioni su eventi nei singoli paesi per l'anno mozartiano 2006, celebrato in occasione del 250/mo anniversario della nascita dell'artista.