domenica 28 dicembre 2003

l'inizio della vita

Il Sole 24ore 28.12.03
Quando inizia un nuovo individuo?

Le prime cellule non sono già umane?
di Enrico Berti


[...]

No, altrimenti saremmo nati due volte
di Barry Smith


Sia pure nel breve spazio di una lettera, il professor Berti riesce a far emergere i problemi cruciali che abbiamo, affrontato nel nostro articolo «E il 16° giorno nacque un nuovo individuo». Le sue perplessità sono di due tipi: quelle rivolte al nostro trattamento del concetto filosofico di "sostanza" e quelle che invece hanno di mira la nostra tesi sul momento inaugurale dell'esistenza di un individuo umano.

Per ciò che concerne il primo gruppo di perplessità, invito i lettori a esaminare i nostri argomenti, in una versione più estesa, nell'articolo apparso sul «Journal of Medicine and Philosophy» (vol. 28, pagg.45 e ss. leggibile qui).

Per quanto riguarda il secondo gruppo di perplessità, ciò che sosteniamo è che il processo responsabile dell'inizio dell'esistenza di un individuo umano è la gastrulazione. Un processo che si conclude approssimativamente sedici giorni dopo il concepimento e coincide con il momento dello sviluppo embrionale dopo il quale non è più possibile alcun processo di gemellazione.

Il professor Bertì obietta, non senza motivi, che sin dall'inizio esiste un individuo, lo zigote, che è un'unità, una sostanza e una singola cellula, nonché un esemplare di vita umana. Non potremmo dire allora che l'individuo umano esiste sin dal concepimento? Purtroppo, no. Perché poco dopo l'inizio della sua esistenza questa cellula si divide in altre due cellule, le quali, a loro volta, si dividono in quattro, fino a ottenere molto rapidamente una massa complessa e vivente di materia cellulare umana. Fino al sedicesimo giorno, allora, ciò che abbiamo sono molte cellule, ognuna delle quali esemplifica le proprietà della vita umana. Ma, ripeto, è soltanto con il processo di gastrulazione che quelle cellule - e da quel momento in poi sempre, indivisibilmente, fino alla morte - costituiscono un individuo, un'unità, una sostanza, nella fattispecie, un essere umano. Il professor Berti vuol trovarsi costretto a concludere di essere nato due volte: prima come cellula che cessa quasi subito di esistere e poi, nuovamente, come individuo umano unitario sedici giorno dopo?

il tempo e il mutamento

Il Sole 24ore 28.12.03
Chi aveva ragione, Eraclito o Parmenide? La risposta nella prossima rivoluzione in fisica
Tutto scorre. Anzi, tutto è fermo
Julian Barbour: una sorprendente teoria cosmologica alternativa alle superstringhe
di Armando Massarenti


Che cos'è il tempo? Ecco una classica domanda filosofica, ma buona anche per il senso comune, la cui risposta più sensata sembra essere rimasta quella di sant'Agostino: «Se nessuno me lo chiede, so cos'è, ma se mi si chiede di spiegarlo, non so cosa dire». Sul tempo in realtà si possono dire molte cose, ma spesso sono poco precise, forse perché tendiamo a darlo, per scontato. Lo associamo naturalmente al cambiamento, alla crescita, alla corruzione, alla nascita e alla morte. Ma allora ci sono altre domande cui dare una risposta. Il tempo è come una freccia? Si muove cioè sempre solo in una direzione, dando vita a un presente in costante cambiamento? Oppure è circolare? Il passato continua a esistere?, E se sì, dov'è finito? Il futuro è già determinato? Possiamo conoscerlo in qualche; modo?
Secondo il fisico teorico inglese Julian Barbour nessuna di queste domande può essere elusa, ma bisogna avere il coraggio di partire da quella più generale - cos'è il tempo? - e affrontarla direttamente.
Cosa che, stranamente agli occhi di Barbour, i suoi colleghi fisici raramente hanno fatto. Colpa della ingombrante eredità di Newton e Einstein, gli artefici delle più importanti rivoluzioni della storia della fisica. Per Newton il tempo è. «un mattone al pari dello spazio, un elemento primario». Per l'Einstein della relatività generale, va fuso con lo spazio per creare uno spazio-tempo a quattro dimensioni. Ma, sostiene Barbour, se in fisica avverrà la nuova, rivoluzione che molti si aspettano - Steven Hawking l'aveva annunciata nel 1979, prevedendo entro un ventennio la “fine della fisica" e la nascita di una Teoria del Tutto - questa avrà appunto a che fare con la nozione di tempo, e dovrà sfidare su questo terreno quei due mostri sacri.
La Teoria del Tutto dovrebbe unificare le forze della natura e trovare una coerenza tra la teoria einsteiniana della relatività e la fisica quantistica. Materia per i prossimi vent'anni, ha rilanciato Hawking. Intanto Barbour propone di far finire non la fisica, ma il tempo, fornendo così una soluzione al dilemma che da settant'anni occupa i migliori fisici: perché la teoria quantistica (che spiega così bene ciò che avviene a livello atomico) e la fisica classica e einsteiniana (ottima invece per gli eventi macroscopici dell'universo) forniscono due visioni del mondo inconciliabili tra loro?
La fine del tempo è insieme un libro di fisica, di filosofia e di cosmologia. Barbour risale all'antico scontro tra il tutto scorre di Eraclito e la confutazione del tempo e del moto di Parmenide. «Ben pochi pensatori, nelle epoche successive, hanno preso sul serio le idee di Parmenide; io invece sosterrò qui che l'eterno fluire eracliteo forse non è che una radicata illusione. Vi condurrò in un punto in cui il tempo finisce».
Anche Einstein poco prima di morire aveva detto: «Per noi, fisici di fede, la separazione tra passato, presente e futuro ha solo il significato di un'illusione, per quanto tenace».
Ma questa affermazione non e coerente con l'interpretazione da lui stesso fornita delle sue famose equazioni. Nel 1963 il giovane Barbour lesse un articolo sul giornale in cui.si diceva che Paul Dirac aveva negato che «l'esistenza di quattro dimensioni sia un requisito essenziale in fisica». Comprese che si stava mettendo in discussione proprio la fusione di spazio e tempo nello spazio-tempo. Decise allora che la fisica doveva essere rifondata basandosi sull'idea che «il mutamento misura il tempo e non viceversa: il tempo non è una misura del mutamento».
Barbour ha lavorato a questa tesi per quarant'anni, autofinanziandosi, traducendo testi di fisica dal russo per sfuggire alla logica del "pubblica o muori", ma mantenendo un costante dialogo con la comunità dei fisici, dalla quale è ammirato e riconosciuto. A suo parere le equazioni di Einstein non descrivono la geometria di uno spaziotempo a quattro dimensioni, bensì l'evoluzione di spazi tridimensionali, fissati in una dimensione del tutto atemporale. Dunque, come nel quadro di Turner che Barbour elegge a metafora: delle propria posizione [William Turner, L’Ariel nella tempesta (1842) - guardalo qui - ndr], deve esistere qualcosa di statico che ci fornisce costantemente l'illusione del mutamento. Pensa a una terra di innumerevolì Adesso, battezzata Platonia, i quali ci forniscono la sensazione illusoria del passato e del futuro, della storia e del mutamento. Persino dell'identitá personale. Gli Adesso (simili a monadi leibniziane) non possono essere inscritti nella visione tradizionale di un prima e di un dopo presenti in un tempo oggettivo o assoluto. Oggettivi e reali sono invece proprio gli Adesso.
Barbour disegna questo "quadro” a partire dai risultati di fisici come Arnowitt, Deser e Misner. E soprattutto di Wheeler, nella cui equazione (che permette di calcolare la probabilità di un particolare universo) il tempo non figura. Riesce a risolvere il dilemma dell'inconciliabilità tra relatività e fisica quantistica sposando una certa interpretazione di quest'ultima, quella che viene chiamata «a molti mondi», e l'idea della «gravità quantistica». Configura così, sul piano cosmologico, una teoria rivale della più nota teoria delle superstringhe, di cui parla Brian Greene ne L'universo elegante.
Benché le conclusioni di Barbour possano sembrare, agli occhi del senso comune, paradossali o stravaganti, le sue argomentazioni sono rigorose, la sua conoscenza della fisica indubitabile, la sua scrittura limpida e avvincente, il tono a volte un po' entusiastico ma mai dogmatico. Se avesse avuto una risposta definitiva alla domanda sul tempo; ci avrebbe proposto la teoria del tempo, non una teoria, spiega Barbour, il quale ci fornisce un bell'esempio di come la filosofia (e in particolare l'ontologia e la logica dei mondi possibili) possa dare ottimi frutti quando sa coniugarsi con le più accreditate teorie scientifiche. In definitiva, una lettura raccomandabile. Anche se la sua, teoria si rivelasse del tutto infondata, e se prevalessero le superstringhe, o qualche altra. ipotesi ancor più sorprendente, Barbour ci avrebbe comunque regalato uno dei modi più raffinati e produttivi per "ammazzare il tempo".

Julian Barbour, «La fine dei tempo. La rivoluzione fisica prossima ventura», Einaudi, Torino 2003, pagg. 354, € 23,00

donne filosofe

Liberazione 28.12.03
FRANCIA. Filosofe nell'antichità


Nell'antichità furono molte le donne filosofe. Un libro, di Gilles Ménage che fu precettore di Madame de La Fayette, ne elenca ben 65. Di queste donne resta poco, magari solo il nome o un aneddoto, ma è già interessante conoscerne l'esistenza. Il libro è stato scritto nel 1690 in latino ed è stato tradotto ora per la prima volta in francese da Manuella Vaney (ed. Arléa)

storie dell'uomo
San Giacomo, un santo militare

Corriere della Sera 28.12.03
VITA E LEGGENDA EVANGELIZZATORE IN TERRA IBERICA, DIVENNE POI SIMBOLO DELLA «RECONQUISTA»
L’apostolo Giacomo, guerriero di Spagna
di Vittorio Messori


All’inizio del Seicento, i Carmelitani Scalzi fecero pressione sul re, Filippo III, e riuscirono a convincerlo a proclamare Santa Teresa d’Avila patrona di Spagna. Contro il decreto sorse un’immediata sollevazione che coinvolse tutta intera la società iberica, dai nobili sino ai mendicanti. Nessuno aveva nulla, se non ammirazione devota, per la grande Carmelitana ma non si tollerava che detronizzasse San Giacomo, Santiago, dal suo ruolo storico di protettore di tutte le Spagne. La polemica, violentissima e che coinvolse i papi stessi, durò un paio di secoli quando finalmente, nell’Ottocento, si permise che la Madonna Immacolata e non un santo o una santa prendesse posto accanto a Santiago come coprotettrice del Paese. L’episodio conferma quale sia il legame antichissimo, viscerale (e, in fondo, misterioso) che lega i popoli al di là dei Pirenei con Giacomo, detto il Maggiore per distinguerlo dall’omonimo apostolo e cugino di Gesù. Figlio di Zebedeo e Salome, fratello di Giovanni l’Evangelista, assieme a lui Giacomo lasciò tutto per seguire il Messia. La sua rilevanza nel collegio degli apostoli è dimostrata anche dal fatto che nelle liste del Nuovo Testamento è citato al secondo posto, dopo Pietro, e che fece parte del gruppo ristretto di discepoli che furono scelti per assistere a momenti privilegiati come la Trasfigurazione e la preghiera nel Getsemani prima della Passione. Sappiamo dagli "Atti degli apostoli" che Giacomo fu tra i primi a soffrire il martirio, decapitato a Gerusalemme nell’anno 42 per ordine di Erode Agrippa perché questa uccisione, dicono gli Atti, «era gradita agli ebrei».
Tra la morte e risurrezione di Gesù e il martirio corrono 12 anni (Gesù fu crocifisso, è ormai certo, non nel 33 ma nel 30) sui quali, stando ai documenti, nulla sappiamo ma sui quali ha molto da dire la Tradizione. Secondo questa, dopo la Pentecoste gli apostoli partirono verso tutte le direzioni per annunciare il Vangelo a ogni popolo, obbedendo al comando del Risorto. A Giacomo fu assegnato l’estremo Occidente e partì dunque verso la provincia dell’Hiberia. Il suo apostolato, però, non diede molto frutto, tanto che, nella notte del 2 gennaio dell’anno 40, stava congedandosi dai pochi discepoli per rientrare in Palestina. Il luogo per la riunione d’addio era in una capanna sulle rive dell’Ebro, nell’importante colonia romana di Caesarea Augusta, l’attuale Saragozza. All’improvviso, la notte fredda e oscura risplendette di una grande luce: Maria stessa, portata da una schiera di angeli, veniva da Gerusalemme a consolare l’apostolo e a far piantare in quel luogo un pilastro (pilar, in spagnolo) come segno della forza della fede che avrebbe contrassegnato nei secoli venturi la fede degli iberici.
Attorno a quella colonna, sorse il grande santuario della Madonna del Pilar nel quale stanno in permanenza le bandiere di tutti gli Stati di lingua spagnola. In effetti, la Virgen del Pilar - anche, e soprattutto, per questo suo legame con San Giacomo - è stata proclamata ufficialmente patrona della Hispanidad, oltre che della Guardia civil, i carabinieri spagnoli.
Comunque, dopo l’apparizione a Saragozza di cui racconta l’antichissima tradizione, l’apostolo ripartiva per Gerusalemme, dove due anni dopo avrebbe versato il suo sangue per il Cristo. Quanto al ritorno in Spagna del suo corpo, le voci sono molteplici e nessuna di loro è suffragata da documenti decisivi. Secondo alcuni, il venerato cadavere, recuperato dai discepoli, sarebbe stato affidato alle onde su una scialuppa, seguendo un’indicazione divina e, andando alla deriva, sarebbe approdato sulle coste della Galizia. Secondo altri, l’apparizione di una stella e un coro di angeli avrebbe indicato ai contadini della zona che proprio lì, misteriosamente, stavano le spoglie del grande apostolo. Sta di fatto che conosciamo con certezza dai documenti che già in epoca carolingia, cioè nel IX secolo, in quel luogo remoto sorgeva un piccolo santuario e si era sviluppato un pellegrinaggio. Questo, come si sa, divenne col tempo talmente imponente da rivaleggiare con quelli verso la tomba di Pietro e Paolo a Roma e verso il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Un fiume di persone percorse nei secoli il cammino, tanto da determinare decisive conseguenze sociali, economiche, artistiche.
Quali i motivi di una simile successo? Oltre alla fama di potente intercessore e taumaturgo di Giacomo, agiva indubbiamente l’attrazione del viaggio ai confini del mondo conosciuto: a pochi chilometri dal santuario, il promontorio dal nome significativo di "Finis terrae" dominava il misterioso «Mare Oceano», l’Atlantico dai confini misteriosi. Sulla spiaggia, i pellegrini raccoglievano la conchiglia (quella stessa, è una curiosità, che fu ripresa nel marchio della benzina Shell, che in inglese significa appunto conchiglia) che testimoniava che il pellegrinaggio era giunto sino alla meta. Ma, sul flusso ininterrotto di viandanti agivano anche le generose indulgenze che i papi avevano legato a quella pratica pia e faticosa: non pochi morivano per strada. Molti pellegrini, poi, approfittavano della loro presenza in Spagna per dare una mano nella continua guerriglia contro i musulmani: in quel caso, l’indulgenza era plenaria.
Anche per questo spirito di reconquista Santiago divenne un santo militare: dopo ogni vittoria cristiana, i superstiti si dicevano convinti di averlo visto alla loro testa in sella a un cavallo bianco. Da qui, il suo simbolo, la espada cruz, la croce in forma di spada. E da qui il grido di battaglia delle truppe spagnole: «Santiago y cierra, Espana!», San Giacomo e avanti, Spagna!
Dopo quasi due secoli di declino, il pellegrinaggio è ripreso talmente alla grande da provocare addirittura problemi di affollamento. L’avventura, comunque, continua, tanto che l’Europa stessa (che pure non ha voluto citare il cristianesimo nella sua Costituzione) ha riconosciuto nel Cammino di Santiago una delle sue radici più antiche e salde.

il ruolo delle Università
nel confronto fra la cultura europea e le altre culture

La Gazzetta del Sud domenica 28 dicembre 2003
Le Università possono giocare un ruolo fondamentale nella diffusione dei saperi e nella integrazione non egemonica delle conoscenze
Interculturalità, una scelta obbligata
di Francesco Tomasello*


La conclusione di un anno solare e l'alba di uno nuovo, in questo difficile inizio di secolo, suggeriscono alcune riflessioni che inevitabilmente saranno sempre più arricchite, nell'immediato futuro, di ulteriori contributi e approfondimenti. La convivenza dei popoli passa anche attraverso nuove forme di incontro tra le diverse culture e, certo, le Università possono giocare un ruolo fondamentale nella diffusione dei saperi e nella integrazione non egemonica delle conoscenze. Troppo spesso si è fatto riferimento, negli ultimi tempi, a una dimensione di molteplicità degli orizzonti culturali accettabile solo fino a quando le rispettive identità possano restare ben distinte e separate. Laddove la distinzione e la consapevolezza della diversità rischiano di sottintendere però una prospettiva privilegiata da cui osservare gli altri e, forse chissà, riuscire a tollerarli. Occorre piuttosto porsi in un orizzonte interculturale dinanzi alle sfide che già oggi dobbiamo affrontare. Infatti, come asserisce un documento proposto da Pisanu e recentemente approvato nel corso dell'ultimo vertice europeo dai ministri degli interni dell'Unione, l'unica prospettiva sicura è nella cooperazione e nella capacità di stare insieme rispettando le differenze ma, anche, imparando a conoscere la feconda bellezza del patrimonio culturale altrui. D'Altronde un'area come quella euro-mediterranea è stata percorsa storicamente da flussi dinamici, non sempre facilmente codificabili, di culture, espressioni artistiche e metodologie filosofiche e da uomini ben disposti al riconoscimento reciproco. Gli abitanti delle terre di frontiera avevano il compito, in Sicilia come in altre aree del mondo medievale, di sorvegliare i confini e, al contempo, tuttavia, di facilitare la comunicazione tra Oriente e Occidente, tra Cristianità e Islam, tra mondi insomma solo apparentemente diversi e lontani. Sul versante cristiano, erano spesso gli ordini cavallereschi a svolgere questo ruolo delicato. In ambito musulmano, invece, questi guardiani del limes abitavano roccaforti ben protette chiamate ribat e così presero il nome di murabitum (che non suona estraneo, certo, in una terra in cui molti sono i «Morabito»). In questi luoghi rischiosi e privilegiati, protezione non significava chiusura, limite invalicabile, e la coscienza della propria identità non esigeva l'esclusione dell'«altro». Fioriva così in una terra come la Sicilia e la Spagna, un laboratorio mirabile di esperienze culturali. In un'epoca, considerata a torto, tenebrosa e feroce, gli uomini si intendevano più spesso di quanto oggi non si riesca a credere e, inserite in una prospettiva intellettuale sintetica e unitaria, le scienze (la medicina, la matematica, l'astronomia, la filosofia) erano patrimonio omogeneo e comune a diverse latitudini. In tal senso, il sovrano svevo Federico II poteva, nel XIII secolo, interpellare un maestro andaluso musulmano, Ibìn Sab'in, su argomenti (le note Questioni siciliane ) che appunto erano indirizzati alla retta comprensione della funzione e della finalità del sapere. Un medesimo anelito alla conoscenza muoveva gli uomini del tempo e costituiva il retroterra saldo di principi e intenzioni che, forse più del comune spazio geo-politico mediterraneo, poteva rappresentare il naturale impulso a un confronto e a un incontro sovente pacifico e arricchente. Le stesse Università devono la loro fondazione, nel XII secolo, nell'Occidente cristiano, così come le analoghe strutture precedentemente presenti nell'Oriente musulmano, alla consapevolezza di una dottrina che fungeva da lingua comune tra le differenti civiltà e grazie a quel passaggio di fonti testuali che aveva cambiato profondamente l'orizzonte dei saperi del tempo. È legittimo pensare che, in ambito euro-mediterraneo, la nascita e la proliferazione delle Università, specialmente nel XIII secolo, rappresentò il riflesso esteriore dei rapporti tra le élite occidentali e orientali. Certo, non è in virtù della nostalgica riabilitazione di una trascorsa stagione che si rievocano questi episodi, ma al contrario per ribadire la facilità di comunicazione e di trasmissione di elementi culturali importanti in tempi considerati travagliati e superati dal progresso vigente a partite dal Rinascimento. Perché, allora, il percorso proficuamente dialettico che è stato possibile compiere ancora sino alle soglie dell'alba della modernità, oggi sembra tanto più impervio? Forse perché c'è un momento a partire dal quale i rapporti, anche commerciali, con il Levante, che avevano tra l'altro contraddistinto la supremazia economica di Messina e del suo porto, cominciano lentamente a diradarsi almeno dal punto di vista della reciproca conoscenza culturale. Le manifestazioni previste per celebrare Antonello da Messina nel 2005, dovranno costituire l'occasione, nella quale l'Università degli Studi di Messina non potrà che giocare un ruolo di primo piano, per una riflessione complessiva anche su questa problematica fase di transizione. Il lavoro di Antonello si colloca, infatti, su un delicato discrimine cronologico, in un momento di svolta epocale per Messina e per tutta l'Europa del Mediterraneo: Costantinopoli era caduta nelle mani di Mehmet II e dei turchi ottomani, l'ultimo dei domini musulmani in Spagna sarebbe stato di lì a poco conquistato dai sovrani cattolici e gli ebrei di Sicilia e dell'Andalusia sarebbero stati espulsi per effetto dell'Inquisizione, lasciando questi territori irrimediabilmente privi di un inestimabile patrimonio culturale. Non si vuole, d'altronde, in questa sede ridurre le categorie della storiografia alla retorica di una mera comparazione, anche e soprattutto per non fare torto alla complessità gnoseologica che attiene all'assetto del mondo attuale e non solo intendendo in tale accezione le società occidentali e tecnologicamente più avanzate. I paesi in via di sviluppo continuano a pagare un forte ritardo dal punto di vista delle strutture d'istruzione di base e superiore e dal punto di vista del sapere tecnologico e scientifico. Tuttavia non si può negare che esista, in queste aree, una fortissima richiesta di formazione e una potenzialità intellettuale che va sostenuta affinché non prevalga nella mentalità di questi popoli un sentimento antioccidentale, storicamente non del tutto infondato, sul quale possa poi attecchire la malapianta del fondamentalismo di tutte le provenienze. È per tale motivo che occorrerà rilanciare e sviluppare progetti nell'ambito di felici iniziative già assunte unitariamente dalle tre Università siciliane, come il Politecnico del Mediterraneo. In questo ambito s'inserisce in modo credibile il progetto presentato, nel 2001, dalla Facoltà di Medicina e Chirurgia, ma coinvolgente altre Facoltà e settori scientifico-disciplinari dell'Ateneo di Messina, sul Polo della Salute del Mediterraneo che non rappresenta semplicemente, da parte del nostro Ateneo, la possibilità di un'offerta di competenze professionali e di strutture modernamente attrezzate alle Università e ai siti medici e ospedalieri del Mediterraneo, ma soprattutto una possibilità di relazione sul versante non solo tecnologico, ma anche umanistico. [...] Vi è certamente spazio per fare dell'Università di Messina uno dei siti privilegiati di cerniera tra le civiltà euro-mediterranee, vi sono grandi potenzialità che offrono nuove concrete opportunità alle nostre giovani generazioni affinché divengano protagoniste di questa nuova sfida del nostro secolo. In definitiva, questa proposta ha il suo perno in un rispettoso dialogo interculturale e nella ribadita convinzione che le genti che si affacciano su questo mare condividano le medesime radici di fondo. Proprio la coscienza dell'imprescindibile necessità di interpellare le radici religiose della nostra cultura deve spingerci al confronto con esse, anche e soprattutto, dinanzi alle sfide poste dalla bioetica. Sfide destinate ad abitare il versante frenetico della nostra quotidianità, ma con lo sguardo costantemente rivolto all'egida dei principi. In questo senso, la libertà della ricerca medica e filosofica va sempre più tutelata sapendo, per, che la questione della salute può e deve essere coniugata con una più complessiva prospettiva salvifica dell'essere umano. Il XXI secolo si apre sullo scenario di un mondo in cui l'ampia portata delle relazioni tra uomini darà spunto a sempre maggiori contatti tra le civiltà, richiedendo una rinnovata apertura intellettuale. Vi sono e vi saranno, sempre di più, civiltà che si intersecano a differenti livelli. La grande sfida del secolo, intorno alla quale si mette in gioco la nostra storia, è rappresentata dalla comunicazione globale fornita dai nuovi strumenti della tecnologia. La comunicazione primariamente deve veicolare formazione e ricerca come fattori di crescita civile e terreno di confronto culturale. Come tale, allora, essa non può essere un mezzo per sviluppare la tolleranza delle diversità, ma una grande opportunità di «comprensione», che letteralmente rimanda alla possibilità di «comprendere», in un'unica dimora, la pluralità che deriva dall'affascinante avventura del pensiero umano.

* Il prof. Francesco Tomasello è Preside della Facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università di Messina