quotidiano Europa
Per Modì quattro mesi sull'altare della patria
di Simona Maggiorelli
Immagini femminili dal collo lungo e elegante. Sottilmente deformate, a raccontare qualcosa che non è la fredda percezione della rétina. Figure affascinanti e un po’ enigmatiche, che ricordano le eteree Madonne di vetro soffiato dipinte da Parmigianino. Stilizzate, raccontate con pochi dettagli descrittivi, anche se mai altrettanto irreali, mai imprigionate in rigide icone come voleva la lunga tradizione della pittura italiana di immagini sacre. Anzi, al contrario, rese vive e vibranti da uno sguardo appassionato. Era uno sguardo del tutto personale quello di Amedeo Modigliani, il pittore livornese a cui il Vittoriano di Roma dedica, dal 24 febbraio al 20 giugno. una mostra che, insieme a molti prestiti dall’estero, raccoglie tutte le sue opere conservate in Italia. Uno sguardo pittorico, la cui originalità è rimasta per molti anni aduggiata da racconti romanzeschi, dal mito di una vita bohémien, bruciata in pochi anni fra droghe e dissipazione, in una Parigi d’inizi Novecento ricca di fermenti culturali, percorsa dalla febbre viva delle avanguardie. Un’immagine da agiografia maudit che ha rischiato, nella larga circolazione di film e romanzi popolari, di mettere in ombra il vero talento di un Modì certamente dandy, colto, anarchico e socialista come la sua Livorno, ma soprattutto pittore geniale che, sulla via di una ricerca poi portata alle più radicali conseguenze da Picasso, rifiuta di fare una pittura cronachistica, che racconti solo il guscio razionale delle cose. Come Matisse, Modigliani si era dato un altro compito (e non importa quanto coscientemente): riuscire a cogliere e tradurre su tela qualcosa di molto intimo, di più sensibile, qualcosa che raccontasse il mondo interiore delle persone che incontrava, amici, poeti, galleristi, protagonisti con lui di quella straordinaria stagione artistica che Parigi visse fra gli anni ’10 e ’20, ma soprattutto di rappresentare il femminile come nessuno ancora aveva fatto. Da qui la forza di certi suoi ritratti di modelle, amiche e amanti, che hanno la semplicità e la forza ieratica di immagini antiche, atemporali come le sculture africane che Modigliani ,come Picasso e Matisse, amava. Ma anche la struggente emozione di certi ritratti di Jeanne Hèbuterne, la giovane donna che gli dette una figlia e che si suicidò pochi mesi dopo la sua morte. Sulla tela, una figura appena accennata, soffusa di malinconia e, come molti altri celebri ritratti di Modigliani, con lo sguardo vuoto, o rivolto lontano, come perso dietro pensieri e immagini interiori. In questo come nella lunga figura affusolata dell’amica polacca Lunia Czeshowska e in molti altri ritratti e nudi in mostra a Roma si ritrova integra l’ispirazione di Modì. C’è un sentire interno che muove la mano del pittore a tratteggiare immagini che non sembrano frutto di sedute di posa, ma rubate in un momento di quiete fra il sonno e l’amore. Un calore di vita che Modigliani aveva imparato da Cèzanne ad articolare con colori caldi, in forme pure racchiuse quasi in una sola linea, tracciata, si direbbe, quasi senza mai staccare il pennello. Basta pensare a certi quadri come il Nudo sdraiato con le braccia dietro la testa della Collezione Bürle in arrivo a Roma da Zurigo e altri inconfondibili nudi femminili, plasmati in forme morbide e che richiamano alla mente la plasticità di certe composizioni di Cèzanne, che Modigliani aveva conosciuto in una retrospettiva del 1907, quando si trovava da un anno a Parigi . La mostra curata da Rudy Chiappini e che (dopo quarantasette anni dalla storica mostra del ‘59 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna diretta da Palma Bucarelli) riporta a Roma centoventi opere del pittore livornese ricostruisce tutta la parabola artistica di Modigliani, offrendo la possibilità di vedere una accanto all’altra delicati capolavori come il Nudo coricato con le mani unite del 1917, della Fondazione del Lingotto, ma anche i celebri ritratti della pittrice inglese Beatrice Hastings del gallerista Leopold Zborowski e del mercante d’arte Paul Guillame e quello di Monsieur Baranowski , che con Modigliani condivideva le serate nei caffè di Montparnasse, un ambiente di artisti e bohèmien che la mostra ricostruisce attraverso documenti originali e fotografie d’epoca. Ma di Modigliani in mostra si troveranno anche molti disegni, schizzi impressionistici, rapidi e suggestivi, come il ritratto di Cocteau e di altri compagni di avventura . Ma anche disegni a pastello di Cariatidi, quelle figure statuarie antiche che ispirarono anche alcune sculture al pittore toscano e di cui sono rimaste scarse testimonianze. Da qui la leggenda che Modigliani, insoddisfatto, le avesse gettate in Arno. E che vent’anni fa dette l’idea a studenti in vena di burle di metterne in scena il ritrovamento producendo dei falsi. Con grande scorno di critici eminentissimi che caddero nella trappola di riconoscerli per autentici.
una segnalazione di Elena Canali:
vita.it 22.11.2005
Embrioni in adozione: i nodi della polemica
di Sara De Carli (s.decarli@vita.it)
Venerdì la decisione del Cnb: anche donne single possono adottare embrioni. Ed è di nuovo polemica
Gabriella Cetroni segnala i seguenti articoli:
Liberazione 23.2.06
«Contro il fondamentalismo? L’esempio di Trotsky»
Intervista al filosofo della scienza Giulio Giorello, ospite oggi a Roma del festival di filosofia. Quale rapporto deve avere il pensiero scientifico e laico di fronte alle ingerenze della religione nella sfera pubblica?
Tonino Bucci
Liberazione 23.2.06
Perché il declino dell’Italia non fa dibattito?
Giorgio Cremaschi
il manifesto 23.2.06
Usa, il diritto d'aborto sotto attacco
La Corte suprema rimodellata da Bush con l'entrata dei due giudici iper-conservatori Alito e Roberts, deciderà sulla costituzionalità di una legge del presidente del 2003 che limita quel diritto
S.D.Q.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
sabato 25 febbraio 2006
venerdì 24 febbraio 2006
________________________
presentazione del libro
Argomenti di psicopatologia dell’adolescenza. A cura di Anna Maria Zulli
Intervengono alla presentazione e al dibattito gli autori Anna Maria Zulli, Annelore Homberg, Ester Stocco, Maria Pia Albrizio, Giovanni Del Missier.
Venerdì 24 febbraio 2006 ore 17
Biblioteca Valle Aurelia
viale di Valle Aurelia 129
Info: Anna Leonardi - Tel. 06 39746679/06 39746611
Gli autori comunicano che la presentazione è rivolta al mondo della scuola:
studenti, insegnanti, genitori
presentazione del libro
Argomenti di psicopatologia dell’adolescenza. A cura di Anna Maria Zulli
Intervengono alla presentazione e al dibattito gli autori Anna Maria Zulli, Annelore Homberg, Ester Stocco, Maria Pia Albrizio, Giovanni Del Missier.
Venerdì 24 febbraio 2006 ore 17
Biblioteca Valle Aurelia
viale di Valle Aurelia 129
Info: Anna Leonardi - Tel. 06 39746679/06 39746611
Gli autori comunicano che la presentazione è rivolta al mondo della scuola:
studenti, insegnanti, genitori
Ufficio stampa Biblioteche di Roma - Comune di Roma - Via Zanardelli, 34
Orietta Possanza
tel. 06 45430232 – 349 7339825 - fax 06 45430247
o.possanza@bibliotechediroma.it
www.bibliotechediroma.it
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Presentazioni del romanzo
Il dentro del suono
di Paolo Izzo
(Ibiskos editrice di A. Risolo)
Venerdì 24 febbraio
ore 21.30
Firenze
Melbookstore
Via de' Cerretani, 16r
Intervengono:
Massimo D. D'Orzi - regista
Elisabetta Amalfitano - storica della filosofia
per Ibiskos Editrice:
Monia B. Balsamello
Antonietta Risolo
Oggi alle 13.30, durante il Gr regionale, Controradio di Firenze dedicherà alcuni minuti alla presentazione de "Il dentro del suono" (che si terrà stasera al Melbookstore di Firenze, ore 21.30), intervistando l'autore in diretta radiofonica!
Le frequenze sono le seguenti:
FM 93.6 nelle province di Firenze, Prato e Pistoia,
FM 98.9 nelle province di Lucca, Pisa e Livorno.
Il sito, invece, per ascoltare la radio direttamente da internet, è questo:
http://www.controradio.it/
Il dentro del suono
di Paolo Izzo
(Ibiskos editrice di A. Risolo)
Venerdì 24 febbraio
ore 21.30
Firenze
Melbookstore
Via de' Cerretani, 16r
Intervengono:
Massimo D. D'Orzi - regista
Elisabetta Amalfitano - storica della filosofia
per Ibiskos Editrice:
Monia B. Balsamello
Antonietta Risolo
Oggi alle 13.30, durante il Gr regionale, Controradio di Firenze dedicherà alcuni minuti alla presentazione de "Il dentro del suono" (che si terrà stasera al Melbookstore di Firenze, ore 21.30), intervistando l'autore in diretta radiofonica!
Le frequenze sono le seguenti:
FM 93.6 nelle province di Firenze, Prato e Pistoia,
FM 98.9 nelle province di Lucca, Pisa e Livorno.
Il sito, invece, per ascoltare la radio direttamente da internet, è questo:
http://www.controradio.it/
giovedì 23 febbraio 2006
Adriano Mazzacrelli ha inviato a "segnalazioni" l'articolo dal Corriere della Sera del 21 u.s. segnalato ieri da Marco Pettini
Corriere della Sera 21.2.06
Nelle grotte dipinte c'è la mano di Eva
La differente lunghezza del dito indice rivela le impronte delle donne
Scoperta di un antropologo francese impegnato nello studio di antiche pitture nelle caverne del Borneo
Viviano Domenici
Donne sciamane, donne artiste. Dobbiamo abituarci a pensarle così quando si parla di preistoria. S'è infatti scoperto che le donne erano protagoniste attive nelle cerimonie che si svolgevano nelle grotte e questo rende del tutto plausibile l'ipotesi che fossero anche autrici di molti dei dipinti di animali che ornano le pareti delle antiche caverne. A rivelare questa realtà inaspettata è stata la scoperta di impronte di mani femminili nelle grotte preistoriche. Finora, data anche l'impossibilità di distinguere le mani maschili da quelle femminili, si dava per scontato che appartenessero tutte a uomini e quando una mano appariva decisamente minuta e sottile si parlava di adolescenti. L'idea che anche le donne potessero comunicare col mondo metafisico partecipando a rituali in cui lasciavano il loro «segno» veniva semplicemente ignorata. Ora sappiamo che le cose non stavano proprio così. Autore di questa scoperta, che apre nuove prospettive per gli studi sul ruolo femminile nelle società preistoriche, è Jean-Michel Chazine, etno-antropologo del Cnrs francese, impegnato da anni in una ricerca sulle migliaia di impronte presenti nelle grotte di Gua Masri II, nel Borneo orientale, in Indonesia. Chazine ha esaminato le immagini di mani applicando il cosiddetto «indice Manning», un metodo che distingue le mani femminili da quelle maschili sulla base della differenza di lunghezza tra le diverse dita. Nel 2002, il biologo inglese John T. Manning aveva infatti dimostrato, grazie a un'indagine effettuata su vasta scala su persone di diverse etnie, che la maggioranza degli uomini ha l'anulare leggermente più lungo dell' indice (4%), mentre nella maggior parte delle donne le due dita hanno pressoché la stessa lunghezza. Convinto dell'esattezza dell'«indice di Manning», Jean-Michel Chazine ha chiesto ad Arnaud Noury, informatico ed ex studioso di preistoria, di mettere a punto uno specifico software per indagare le immagini dipinte 10 mila anni fa nelle caverne indonesiane. L'intuizione era giusta e le mani colorate hanno cominciato a rivelare chi le lasciò sulla pietra. Ora per gli specialisti sarà possibile verificare il rapporto statistico tra maschi e femmine, capire se esistevano zone di pittura separate, se uomini e donne usavano colori diversi, e tanti altri aspetti ancora. Tra questi, anche il mistero delle mani con dita mozze presenti in diverse grotte. L' ipotesi è che si tratti di vere mutilazioni come quelle osservate presso alcune tribù contemporanee dove si ricorre alla pratica dell' amputazione di una o più falangi in segno di dolore (la morte del re) o per implorare qualche grazia. La «foto» lasciata in un luogo sacro avrebbe avuto la funzione di testimoniare l'avvenuto sacrificio. Altro enigma è rappresentato dalle mani della Grotta di Gargas, in Francia. In questa caverna dei Pirenei, vi sono circa 150 impronte di mani di cui ben 124 sinistre, e questo è stato interpretato come la prova che anche nella preistoria il mancinismo fosse un'eccezione (la destra era impegnata nell' esecuzione). Qualcuno ritiene però che tanta disparità nasconda motivazioni di carattere rituale e questo sembra provato anche dal fatto che le mani sinistre si trovano tutte sulle pareti di sinistra - rispetto a chi entra nella caverna -, mentre le destre sono sulle pareti di destra. A tale proposito alcuni hanno fatto notare che in molte culture la mano sinistra è associata al femminile e la destra al maschile. L'applicazione dell'«indice di Manning» potrà dire se furono le donne le protagoniste dei riti che si svolgevano nella grotta di Gargas. Il primo problema da risolvere, comunque, è capire il messaggio vero delle mani in generale. Sono preghiere, richieste di aiuto, testimonianze di presenza in luoghi sacri, ex voto? Gli specialisti non hanno risposte certe e ritengono che sia impossibile fornire un'unica interpretazione per immagini che si trovano in tutti i continenti e furono eseguite in un arco temporale di quasi trentamila anni. Tra le più recenti testimonianze in questo senso vi sono quelle medievali (di mani o di piedi) lasciate da cavalieri crociati che, prima di partire per la Terrasanta, visitavano i santuari per invocare la protezione divina: lasciavano un'impronta graffita su un muro e se tornavano sani e salvi, andavano a incidere la seconda per grazia ricevuta. Secondo Jean Clottes, conservatore generale del patrimonio preistorico francese, non era tanto il risultato del dipinto che interessava a chi lasciava l'immagine, ma piuttosto la magia che scaturiva dell'operazione: la mano e la pietra, ricoperte dallo stesso pigmento, facevano corpo unico, diventavano la stessa materia; poi, quando la persona toglieva la mano dalla parete, l'immagine della sua mano - l'icona stessa dell'individuo - sembrava passare dall'altra parte della roccia, per entrare nel mondo degli spiriti. Un'ipotesi suggestiva che sembra bene interpretare il sottile sortilegio insito in quel gesto: basta guardare l'espressione stupita dei bambini quando disegnano su un foglio la silhouette della loro mano, e poi la tolgono.
Corriere della Sera 21.2.06
Nelle grotte dipinte c'è la mano di Eva
La differente lunghezza del dito indice rivela le impronte delle donne
Scoperta di un antropologo francese impegnato nello studio di antiche pitture nelle caverne del Borneo
Viviano Domenici
Donne sciamane, donne artiste. Dobbiamo abituarci a pensarle così quando si parla di preistoria. S'è infatti scoperto che le donne erano protagoniste attive nelle cerimonie che si svolgevano nelle grotte e questo rende del tutto plausibile l'ipotesi che fossero anche autrici di molti dei dipinti di animali che ornano le pareti delle antiche caverne. A rivelare questa realtà inaspettata è stata la scoperta di impronte di mani femminili nelle grotte preistoriche. Finora, data anche l'impossibilità di distinguere le mani maschili da quelle femminili, si dava per scontato che appartenessero tutte a uomini e quando una mano appariva decisamente minuta e sottile si parlava di adolescenti. L'idea che anche le donne potessero comunicare col mondo metafisico partecipando a rituali in cui lasciavano il loro «segno» veniva semplicemente ignorata. Ora sappiamo che le cose non stavano proprio così. Autore di questa scoperta, che apre nuove prospettive per gli studi sul ruolo femminile nelle società preistoriche, è Jean-Michel Chazine, etno-antropologo del Cnrs francese, impegnato da anni in una ricerca sulle migliaia di impronte presenti nelle grotte di Gua Masri II, nel Borneo orientale, in Indonesia. Chazine ha esaminato le immagini di mani applicando il cosiddetto «indice Manning», un metodo che distingue le mani femminili da quelle maschili sulla base della differenza di lunghezza tra le diverse dita. Nel 2002, il biologo inglese John T. Manning aveva infatti dimostrato, grazie a un'indagine effettuata su vasta scala su persone di diverse etnie, che la maggioranza degli uomini ha l'anulare leggermente più lungo dell' indice (4%), mentre nella maggior parte delle donne le due dita hanno pressoché la stessa lunghezza. Convinto dell'esattezza dell'«indice di Manning», Jean-Michel Chazine ha chiesto ad Arnaud Noury, informatico ed ex studioso di preistoria, di mettere a punto uno specifico software per indagare le immagini dipinte 10 mila anni fa nelle caverne indonesiane. L'intuizione era giusta e le mani colorate hanno cominciato a rivelare chi le lasciò sulla pietra. Ora per gli specialisti sarà possibile verificare il rapporto statistico tra maschi e femmine, capire se esistevano zone di pittura separate, se uomini e donne usavano colori diversi, e tanti altri aspetti ancora. Tra questi, anche il mistero delle mani con dita mozze presenti in diverse grotte. L' ipotesi è che si tratti di vere mutilazioni come quelle osservate presso alcune tribù contemporanee dove si ricorre alla pratica dell' amputazione di una o più falangi in segno di dolore (la morte del re) o per implorare qualche grazia. La «foto» lasciata in un luogo sacro avrebbe avuto la funzione di testimoniare l'avvenuto sacrificio. Altro enigma è rappresentato dalle mani della Grotta di Gargas, in Francia. In questa caverna dei Pirenei, vi sono circa 150 impronte di mani di cui ben 124 sinistre, e questo è stato interpretato come la prova che anche nella preistoria il mancinismo fosse un'eccezione (la destra era impegnata nell' esecuzione). Qualcuno ritiene però che tanta disparità nasconda motivazioni di carattere rituale e questo sembra provato anche dal fatto che le mani sinistre si trovano tutte sulle pareti di sinistra - rispetto a chi entra nella caverna -, mentre le destre sono sulle pareti di destra. A tale proposito alcuni hanno fatto notare che in molte culture la mano sinistra è associata al femminile e la destra al maschile. L'applicazione dell'«indice di Manning» potrà dire se furono le donne le protagoniste dei riti che si svolgevano nella grotta di Gargas. Il primo problema da risolvere, comunque, è capire il messaggio vero delle mani in generale. Sono preghiere, richieste di aiuto, testimonianze di presenza in luoghi sacri, ex voto? Gli specialisti non hanno risposte certe e ritengono che sia impossibile fornire un'unica interpretazione per immagini che si trovano in tutti i continenti e furono eseguite in un arco temporale di quasi trentamila anni. Tra le più recenti testimonianze in questo senso vi sono quelle medievali (di mani o di piedi) lasciate da cavalieri crociati che, prima di partire per la Terrasanta, visitavano i santuari per invocare la protezione divina: lasciavano un'impronta graffita su un muro e se tornavano sani e salvi, andavano a incidere la seconda per grazia ricevuta. Secondo Jean Clottes, conservatore generale del patrimonio preistorico francese, non era tanto il risultato del dipinto che interessava a chi lasciava l'immagine, ma piuttosto la magia che scaturiva dell'operazione: la mano e la pietra, ricoperte dallo stesso pigmento, facevano corpo unico, diventavano la stessa materia; poi, quando la persona toglieva la mano dalla parete, l'immagine della sua mano - l'icona stessa dell'individuo - sembrava passare dall'altra parte della roccia, per entrare nel mondo degli spiriti. Un'ipotesi suggestiva che sembra bene interpretare il sottile sortilegio insito in quel gesto: basta guardare l'espressione stupita dei bambini quando disegnano su un foglio la silhouette della loro mano, e poi la tolgono.
mercoledì 22 febbraio 2006
Marco Pettini segnala un articolo uscito ieri sul Corsera a proposito di pitture rupestri e identità femminile. Chi ne avesse il testo potrebbe inviarlo a "segnalazioni"?
una segnalazione di Franco Pantalei
Liberazione 22 febbraio 2006
L’Islam non è l’aggressore, è l’aggredito. Inciviltà occidentale
di Rina Gagliardi
una segnalazione di Franco Pantalei
Liberazione 22 febbraio 2006
L’Islam non è l’aggressore, è l’aggredito. Inciviltà occidentale
di Rina Gagliardi
martedì 21 febbraio 2006
citata al lunedì
la lettera di Noemi Ghetti, pubblicata sabato 18 febbraio su "Liberazione"
(...ma non integralmente: la seconda parte della lettera originale - qui di seguito in corsivo - non ha trovato spazio sul quotidiano...)
Cara Liberazione, il Consiglio di Stato ha stabilito che il crocifisso deve restare nelle aule italiane, perché è simbolo di valori civili, che hanno sì un fondamento religioso, ma sarebbero poi gli stessi che delineano la laicità dello stato... Non voglio entrare nel merito del significato orrendo di questo simbolo, evocatore piuttosto di torture e umane perversioni, dico solo che non c'è da scandalizzarsi poi tanto, visto che "Liberazione, giornale comunista", pubblica le parabole di Gesù e il testamento di San Francesco (non diversamente da come Famiglia cristiana pubblica le Vite dei santi) in barba al rispetto della libertà di religione e alla libertà di pensiero di chi è senza religione, e come me si sente annullato anche da Liberazione!
Giusto impegnarsi dunque per la difesa dei diritti civili di Luxuria, ma ancora più giusto sarebbe impegnarsi sulla difesa del diritto all'istruzione pubblica - senza crocifissi!- prevista dalla Costituzione. E più giusto ancora sarebbe impegnarsi nella difesa dei diritti, ben più universali e quotidianamente calpestati, delle donne. Ma questa è una storia più difficile e complicata, che va ben al di là del diritto positivo, e richiede una ricerca sulla realtà umana che marxismo e cristianesimo certo non hanno mai fatto.
la lettera di Noemi Ghetti, pubblicata sabato 18 febbraio su "Liberazione"
(...ma non integralmente: la seconda parte della lettera originale - qui di seguito in corsivo - non ha trovato spazio sul quotidiano...)
Cara Liberazione, il Consiglio di Stato ha stabilito che il crocifisso deve restare nelle aule italiane, perché è simbolo di valori civili, che hanno sì un fondamento religioso, ma sarebbero poi gli stessi che delineano la laicità dello stato... Non voglio entrare nel merito del significato orrendo di questo simbolo, evocatore piuttosto di torture e umane perversioni, dico solo che non c'è da scandalizzarsi poi tanto, visto che "Liberazione, giornale comunista", pubblica le parabole di Gesù e il testamento di San Francesco (non diversamente da come Famiglia cristiana pubblica le Vite dei santi) in barba al rispetto della libertà di religione e alla libertà di pensiero di chi è senza religione, e come me si sente annullato anche da Liberazione!
Giusto impegnarsi dunque per la difesa dei diritti civili di Luxuria, ma ancora più giusto sarebbe impegnarsi sulla difesa del diritto all'istruzione pubblica - senza crocifissi!- prevista dalla Costituzione. E più giusto ancora sarebbe impegnarsi nella difesa dei diritti, ben più universali e quotidianamente calpestati, delle donne. Ma questa è una storia più difficile e complicata, che va ben al di là del diritto positivo, e richiede una ricerca sulla realtà umana che marxismo e cristianesimo certo non hanno mai fatto.
Noemi Ghetti
una segnalazione di Tonino Scrimenti:
Corriere della Sera 21.2.06, pag.37
INTERVENTI E REPLICHE
Il nuovo settimanale «Left»
Scrivo in riferimento a un articolo apparso sul Corriere del 20 febbraio a pagina 10 circa la mia persona [vedi "segnalazioni" alla data di ieri n.d.r]. Mi rincresce che il signor Sergio Rizzo, autore del pezzo in questione, «tutto poteva pensare tranne che proprio io un giorno sarei stato nella cooperativa, Editrice dell'Altritalia», che, a suo parere, pubblica in continuità con il vecchio Avvenimenti il nuovo settimanale Left. Probabilmente il signor Rizzo non ha avuto né il tempo né la voglia, non dico di andarsi a leggere l’editoriale di apertura del nuovo settimanale Left, ma almeno il mio comunicato stampa che cita senza riportarne alcun brano. Left non nasce sulle ceneri di nulla, tanto meno di Avvenimenti, e non è in continuità con la linea di quel giornale. Di questo si sarebbe accorto il signor Rizzo se avesse avuto tempo di leggere se non altro qualche riga. Il mio impegno e quello del mio amico Luca Bonaccorsi non è e non ha motivazioni «esclusivamente» economiche. Come si potrà immaginare, non solo il signor Rizzo, il farsi carico della pubblicazione di un settimanale non ha come primo obiettivo «il guadagno». La discontinuità del nuovo giornale con il passato è netta: si propone di costruire o meglio di tornare a un giornalismo d’inchiesta, pulito, diretto, scevro da certi gossip tanto di moda in questo tempo. Non sono mai stato contro Mani Pulite, questo lo sapeva anche mio padre, non ho amato «certi» metodi usati al tempo e chi mi conosce sa che non avrei fatto un giornale con Antonio Di Pietro per motivi del tutto «evidenti». Di Pietro era solito avere una sua rubrica fissa su Avvenimenti. Sul nuovo settimanale Left, di cui io sono uno degli editori, Di Pietro non ha nessuna rubrica fissa. Sono un uomo di sinistra e credo che l'informazione possa rappresentare uno degli strumenti più efficaci per la costruzione di una società migliore. L'ho scritto, mi piacciono le idee che sono dietro alla nuova testa del giornale: Left è l'acronimo delle tre parole simbolo della Rivoluzione francese - Libertà, Eguaglianza, Fraternità - a cui questo gruppo di lavoro vuole affiancare la parola Trasformazione. Trasformare tre parole in idee forti, restituire loro un «senso reale». Mi dispiace, infine, che il signor Rizzo sia così mal informato circa le notizie inerenti la mia società e le cifre investite nel nuovo giornale; però devo riconoscergli che su una cosa ha ragione «l’editore Ivan... preferisce tenersi al riparo dai riflettori» quindi saluto cortesemente il suo giornale e torno al mio privato.
Il fatto che Left sia in continuità con Avvenimenti non è una mia opinione, visto che così l’ha presentato anche l’agenzia Ansa il 15 febbraio, definendolo testualmente: «il nuovo giornale che nasce dalle ceneri di Avvenimenti». Del resto il direttore e il condirettore sono gli stessi. Per quanto riguarda Antonio Di Pietro, nell’articolo non ho scritto che l’ex pm di Mani pulite sia organico al progetto del settimanale, né che abbia una collaborazione, e tantomeno una rubrica fissa. Mi sono semplicemente limitato a ricordare che era il titolare dell’inchiesta Enimont e che Avvenimenti in passato aveva sostenuto l’operazione Mani pulite. Le notizie sulla sua società e sulle cifre investite sono state ricavate dai documenti delle Camere di commercio, che ho consultato prima di scrivere l’articolo. Aggiungo che se il signor Gardini non avesse rifiutato di parlarmi probabilmente anche il suo punto di vista sarebbe stato meglio rappresentato.
Corriere della Sera 21.2.06, pag.37
INTERVENTI E REPLICHE
Ivan Gardini
Il fatto che Left sia in continuità con Avvenimenti non è una mia opinione, visto che così l’ha presentato anche l’agenzia Ansa il 15 febbraio, definendolo testualmente: «il nuovo giornale che nasce dalle ceneri di Avvenimenti». Del resto il direttore e il condirettore sono gli stessi. Per quanto riguarda Antonio Di Pietro, nell’articolo non ho scritto che l’ex pm di Mani pulite sia organico al progetto del settimanale, né che abbia una collaborazione, e tantomeno una rubrica fissa. Mi sono semplicemente limitato a ricordare che era il titolare dell’inchiesta Enimont e che Avvenimenti in passato aveva sostenuto l’operazione Mani pulite. Le notizie sulla sua società e sulle cifre investite sono state ricavate dai documenti delle Camere di commercio, che ho consultato prima di scrivere l’articolo. Aggiungo che se il signor Gardini non avesse rifiutato di parlarmi probabilmente anche il suo punto di vista sarebbe stato meglio rappresentato.
Sergio Rizzo
una segnalazione di Nereo Benussi e di Marco Pizzarelli:
ci sono due lettere da leggere su "Liberazione" oggi nelle edicole
ed eccone i testi, inviati da Pier:
Stupro
Vogliono cacciarci indietro
Cara “Liberazione”, appena ho saputo della sentenza della Cassazione sullo stupro di una quattordicenne meno grave se ha già avuto rapporti sono stata colta da un moto di repulsione e da un brivido gelido lungo la schiena. La figura della donna con il passare degli anni si sta modificando lentamente, molto lentamente. E faticosamente. Grazie alle battaglie vinte dalla perseveranza delle donne nel volere a tutti i costi riconosciuta la loro identità (e ancora c’è molto da fare). E grazie a molti uomini intelligenti che le hanno aiutate non vedendo in questo una perdita della loro identità, acquisendo maggior “saggezza” dal confronto fra le due. Con questa sentenza si torna indietro di decenni, fino a quando la donna, da molti, era considerata solo un contenitore di sperma. Ragazzi, io sono cresciuta con mia nonna, e più volte da ragazzina mi sono sentita dire: «Se l’uomo ha voglia, la donna ci deve stare». Vorrei che tutti gli uomini e le donne che leggono questa lettera ci pensino un po’ su, e mi rivolgo soprattutto a chi vuole che le cose cambino. Donne, non educate le vostre figlie ad essere brave donne di casa remissive, educatele ad essere intelligenti e consapevoli delle infinite possibilità che si stagliano all’orizzonte…
“Legittima difesa”
Se il ladro ha gà rubato…
Caro direttore, quando tra cinque sei anni arriverà in Cassazione la causa del giovane tabaccaio di Eboli che ha ucciso a fucilate il suo coetaneo ladro di palme, ci ricorderemo di chiedere ai giudici le attenuanti del caso? Sicuramente il morto aveva già rubato, in precedenza, fiori di campo e arance al mercato…
ci sono due lettere da leggere su "Liberazione" oggi nelle edicole
ed eccone i testi, inviati da Pier:
Stupro
Vogliono cacciarci indietro
Cara “Liberazione”, appena ho saputo della sentenza della Cassazione sullo stupro di una quattordicenne meno grave se ha già avuto rapporti sono stata colta da un moto di repulsione e da un brivido gelido lungo la schiena. La figura della donna con il passare degli anni si sta modificando lentamente, molto lentamente. E faticosamente. Grazie alle battaglie vinte dalla perseveranza delle donne nel volere a tutti i costi riconosciuta la loro identità (e ancora c’è molto da fare). E grazie a molti uomini intelligenti che le hanno aiutate non vedendo in questo una perdita della loro identità, acquisendo maggior “saggezza” dal confronto fra le due. Con questa sentenza si torna indietro di decenni, fino a quando la donna, da molti, era considerata solo un contenitore di sperma. Ragazzi, io sono cresciuta con mia nonna, e più volte da ragazzina mi sono sentita dire: «Se l’uomo ha voglia, la donna ci deve stare». Vorrei che tutti gli uomini e le donne che leggono questa lettera ci pensino un po’ su, e mi rivolgo soprattutto a chi vuole che le cose cambino. Donne, non educate le vostre figlie ad essere brave donne di casa remissive, educatele ad essere intelligenti e consapevoli delle infinite possibilità che si stagliano all’orizzonte…
Serena via e-mail
“Legittima difesa”
Se il ladro ha gà rubato…
Caro direttore, quando tra cinque sei anni arriverà in Cassazione la causa del giovane tabaccaio di Eboli che ha ucciso a fucilate il suo coetaneo ladro di palme, ci ricorderemo di chiedere ai giudici le attenuanti del caso? Sicuramente il morto aveva già rubato, in precedenza, fiori di campo e arance al mercato…
Paolo Izzo via e-mail
lunedì 20 febbraio 2006
una segnalazione di Andrea Ventura
Corriere della Sera 20.2.06
MEDIA
Svolta del figlio di Gardini
di Sergio Rizzo
ROMA - Dice Adalberto Minucci: «Ivan Gardini è semplicemente un giovane che guarda al centrosinistra come occasione per il rinnovamento della società. Anche per questo ha aderito al progetto di Left ». A dispetto di un cognome ingombrante. Perché il «giovane» (37 anni lo scorso 9 febbraio) Ivan (anzi, Ivan Francesco) altri non è che il figlio di Raul Gardini. E guardando indietro, a tutto si poteva pensare tranne che proprio lui un giorno sarebbe stato fra i soci di una cooperativa, l’Editrice dell’altritalia, che pubblica un nuovo settimanale nato dalle ceneri di Avvenimenti e in continuità con la linea di quel giornale, certamente mai ostile all’esperienza di Mani pulite. A fianco del direttore Minucci, già dirigente del Pci di Enrico Berlinguer e parlamentare per 11 anni, c’è il condirettore Giulietto Chiesa, eletto al Parlamento europeo con la lista di Achille Occhetto e Antonio Di Pietro, l’ex magistrato simbolo di quella stagione, che fu anche il protagonista dell’inchiesta sulle tangenti Enimont. A 21 anni Ivan Gardini era presidente della Ferruzzi finanziaria: di conseguenza, una delle persone più potenti d’Italia. Suo padre Raul aveva appena venduto il 40% dell’Enimont all’Eni incassando 2.805 miliardi di lire. Ossia, 2 miliardi 323 milioni di euro di oggi. Ma di lì a poco sarebbe accaduto di tutto. Prima la lite che portò al clamoroso divorzio fra la famiglia Gardini e i Ferruzzi. Poi l’inchiesta di Di Pietro, con un esito drammatico e imprevedibile: il suicidio di Raul Gardini, il 23 luglio 1993, tre giorni dopo che si era tolto la vita in carcere l’ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari. E tutto finì sulle spalle del giovanissimo figlio Ivan, l’unico dei familiari che quel tragico mattino era in casa con il padre. Pochi giorni dopo la morte di Raul, Ivan fu nominato presidente della Gardini srl.
Un peso tremendo, per un ragazzo di 24 anni, la cui madre Idina Ferruzzi, per giunta, pochi mesi più tardi avrebbe fatto la scelta religiosa, entrando nelle «terziarie» delle suore Carmelitane. Ma in questi 12 anni, fra peripezie giudiziarie e altre vicende, di quel gruppo fondato da Raul con la liquidazione da 500 miliardi di lire incassata dopo il divorzio dai Ferruzzi è rimasto ben poco. La vecchia Gardini srl, ora Gardini 2002, è tutta di proprietà di Ivan, e oltre a un po’ di titoli e a qualche immobile possiede le partecipazioni del 49% nella Tecnowatt di Ravenna e nella Isoelectric di Cremona (due centrali idroelettriche).
L’editore Ivan non parla con i giornalisti: preferisce tenersi al riparo dai riflettori. L’unica intervista l’ha rilasciata nel 1991 all’ Espresso , con questa amara considerazione sulla lite allora in corso fra i Ferruzzi: «Ha certamente contribuito a darmi una visione della vita più chiara e disincantata». Schivo fino al punto da affidare la risposta alla comprensibile curiosità suscitata dalla sua scelta editoriale a una nota ufficiale, è arrivato all’Editrice dell’altritalia quasi per caso. «Da tempo cercavamo nuovi soci che portassero risorse per consentire al giornale di crescere e siamo entrati così in contatto con Luca Bonaccorsi». Coetaneo e amico di Ivan, Bonaccorsi è anche il cognato del «giovane» Gardini, che ha sposato sua sorella Ilaria. Tutti e tre sono adesso soci della cooperativa di giornalisti (fra l’altro insieme a personaggi come l’ex sindaco di Torino Diego Novelli) che edita il settimanale e che, come tale, è destinataria di contributi statali per l’editoria: 505 mila euro l’anno. Con Left Luca ha fatto una scelta di vita. Esperto di finanza (ha lavorato anche per Antonveneta, Abn Amro e Bnp-Paribas) farà il direttore editoriale, ma anche il responsabile della sezione Economia e finanza del giornale. Nell’impresa lui ha messo 50 mila euro. Il suo amico Ivan Francesco, 20 mila.
Megachip.info 19 febbraio 2006
Editoriale del primo numero di Left Avvenimenti
Left Avvenimenti esce, nella sua nuova veste, nel bel mezzo delle Olimpiadi invernali di Torino e, mentre scriviamo queste righe, ancora non è successo niente. Nel senso che c'è stato lo sport, lo spettacolo, le medaglie, il business, una bella cerimonia di apertura, molte immagini di gran qualità, sudore, tenacia, commozione. Cioè è successo molto di quello che doveva normalmente succedere e che ci auguriamo continuerà a succedere fino alla fine delle gare. I quindicimila uomini e donne preposti all'ordine pubblico l'hanno mantenuto nella routine della norma, per nostra comune fortuna.
Ma è inutile nascondere che noi, come molti, siamo stati e siamo inquieti. Né poteva essere altrimenti, avendo ancora al governo della nostra Italia non solo lo stesso capo che presiedette al G-8 genovese e che scagliò Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza contro un corteo pacifico di oltre 250 mila persone, provocando il più grande pestaggio di massa di cittadini inermi mai realizzato in tutta la storia repubblicana.
Un premier che non solo non si è mai pentito, e neppure scusato, ma che anche in questa occasione non ha esitato a gettare allarmi, senza spiegare a cosa si riferivano, a innescare provocazioni verbali mescolando (come lui e i suoi fecero nel 2001) manifestazioni di piazza e terrorismo, quasi che tra le due cose esistesse un nesso obbligatorio. La sua incontinenza verbale è stata in proposito torrenziale, con lo scopo evidente di intimidire quei cittadini italiani che - in piena legittimità, si badi bene - avessero inteso manifestare le loro opinioni magari contro l'Olimpiade, o contro la sua mercificazione, o contro le multinazionali, o contro l'Alta Velocità, o contro le guerre che continuano e in cui l'Italia è impegnata. Ciascuno aggiunga ciò che vuole.
Resta il fatto che, alla testa del nostro potere esecutivo, c'è un signore che, invece di parlare e dare garanzie di quiete e di ordine, oltre che del rispetto del diritto di ciascuno di manifestare il proprio dissenso, non solo minaccia di esercitare la violenza, ma lascia intendere di non essere certo di poterla scongiurare.
C'è di che essere preoccupati. Alla guida del paese c'è un uomo che non sa misurare le parole (e infatti ogni giorno straparla) e che ha già dimostrato, appunto a Genova 2001, di non saper misurare gli atti. I suoi e quelli dei suoi comprimari e alleati.
E siamo già nel pieno di una campagna elettorale in cui egli potrebbe perdere il potere. Anzi in cui, stando ai sondaggi, l'avrebbe perduto. Chiunque capisce che, nel caso sciagurato in cui le Olimpiadi venissero deviate dalla violenza, a perderci sarebbe il centro-sinistra. E la tentazione di qualcuno potrebbe diventare irresistibile.
Inoltre, sparsi nei movimenti come la gramigna, ci sono sempre (come ci furono a Genova) cento cretini e cento provocatori niente affatto cretini che possono organizzare il pasticcio, o la tragedia.
Sperare nel senso di responsabilità di tutti non basta. Come si diceva un tempo, occorre tenere gli occhi bene aperti e vigilare.
Corriere della Sera 20.2.06
MEDIA
Svolta del figlio di Gardini
di Sergio Rizzo
ROMA - Dice Adalberto Minucci: «Ivan Gardini è semplicemente un giovane che guarda al centrosinistra come occasione per il rinnovamento della società. Anche per questo ha aderito al progetto di Left ». A dispetto di un cognome ingombrante. Perché il «giovane» (37 anni lo scorso 9 febbraio) Ivan (anzi, Ivan Francesco) altri non è che il figlio di Raul Gardini. E guardando indietro, a tutto si poteva pensare tranne che proprio lui un giorno sarebbe stato fra i soci di una cooperativa, l’Editrice dell’altritalia, che pubblica un nuovo settimanale nato dalle ceneri di Avvenimenti e in continuità con la linea di quel giornale, certamente mai ostile all’esperienza di Mani pulite. A fianco del direttore Minucci, già dirigente del Pci di Enrico Berlinguer e parlamentare per 11 anni, c’è il condirettore Giulietto Chiesa, eletto al Parlamento europeo con la lista di Achille Occhetto e Antonio Di Pietro, l’ex magistrato simbolo di quella stagione, che fu anche il protagonista dell’inchiesta sulle tangenti Enimont. A 21 anni Ivan Gardini era presidente della Ferruzzi finanziaria: di conseguenza, una delle persone più potenti d’Italia. Suo padre Raul aveva appena venduto il 40% dell’Enimont all’Eni incassando 2.805 miliardi di lire. Ossia, 2 miliardi 323 milioni di euro di oggi. Ma di lì a poco sarebbe accaduto di tutto. Prima la lite che portò al clamoroso divorzio fra la famiglia Gardini e i Ferruzzi. Poi l’inchiesta di Di Pietro, con un esito drammatico e imprevedibile: il suicidio di Raul Gardini, il 23 luglio 1993, tre giorni dopo che si era tolto la vita in carcere l’ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari. E tutto finì sulle spalle del giovanissimo figlio Ivan, l’unico dei familiari che quel tragico mattino era in casa con il padre. Pochi giorni dopo la morte di Raul, Ivan fu nominato presidente della Gardini srl.
Un peso tremendo, per un ragazzo di 24 anni, la cui madre Idina Ferruzzi, per giunta, pochi mesi più tardi avrebbe fatto la scelta religiosa, entrando nelle «terziarie» delle suore Carmelitane. Ma in questi 12 anni, fra peripezie giudiziarie e altre vicende, di quel gruppo fondato da Raul con la liquidazione da 500 miliardi di lire incassata dopo il divorzio dai Ferruzzi è rimasto ben poco. La vecchia Gardini srl, ora Gardini 2002, è tutta di proprietà di Ivan, e oltre a un po’ di titoli e a qualche immobile possiede le partecipazioni del 49% nella Tecnowatt di Ravenna e nella Isoelectric di Cremona (due centrali idroelettriche).
L’editore Ivan non parla con i giornalisti: preferisce tenersi al riparo dai riflettori. L’unica intervista l’ha rilasciata nel 1991 all’ Espresso , con questa amara considerazione sulla lite allora in corso fra i Ferruzzi: «Ha certamente contribuito a darmi una visione della vita più chiara e disincantata». Schivo fino al punto da affidare la risposta alla comprensibile curiosità suscitata dalla sua scelta editoriale a una nota ufficiale, è arrivato all’Editrice dell’altritalia quasi per caso. «Da tempo cercavamo nuovi soci che portassero risorse per consentire al giornale di crescere e siamo entrati così in contatto con Luca Bonaccorsi». Coetaneo e amico di Ivan, Bonaccorsi è anche il cognato del «giovane» Gardini, che ha sposato sua sorella Ilaria. Tutti e tre sono adesso soci della cooperativa di giornalisti (fra l’altro insieme a personaggi come l’ex sindaco di Torino Diego Novelli) che edita il settimanale e che, come tale, è destinataria di contributi statali per l’editoria: 505 mila euro l’anno. Con Left Luca ha fatto una scelta di vita. Esperto di finanza (ha lavorato anche per Antonveneta, Abn Amro e Bnp-Paribas) farà il direttore editoriale, ma anche il responsabile della sezione Economia e finanza del giornale. Nell’impresa lui ha messo 50 mila euro. Il suo amico Ivan Francesco, 20 mila.
Megachip.info 19 febbraio 2006
Editoriale del primo numero di Left Avvenimenti
Left Avvenimenti esce, nella sua nuova veste, nel bel mezzo delle Olimpiadi invernali di Torino e, mentre scriviamo queste righe, ancora non è successo niente. Nel senso che c'è stato lo sport, lo spettacolo, le medaglie, il business, una bella cerimonia di apertura, molte immagini di gran qualità, sudore, tenacia, commozione. Cioè è successo molto di quello che doveva normalmente succedere e che ci auguriamo continuerà a succedere fino alla fine delle gare. I quindicimila uomini e donne preposti all'ordine pubblico l'hanno mantenuto nella routine della norma, per nostra comune fortuna.
Ma è inutile nascondere che noi, come molti, siamo stati e siamo inquieti. Né poteva essere altrimenti, avendo ancora al governo della nostra Italia non solo lo stesso capo che presiedette al G-8 genovese e che scagliò Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza contro un corteo pacifico di oltre 250 mila persone, provocando il più grande pestaggio di massa di cittadini inermi mai realizzato in tutta la storia repubblicana.
Un premier che non solo non si è mai pentito, e neppure scusato, ma che anche in questa occasione non ha esitato a gettare allarmi, senza spiegare a cosa si riferivano, a innescare provocazioni verbali mescolando (come lui e i suoi fecero nel 2001) manifestazioni di piazza e terrorismo, quasi che tra le due cose esistesse un nesso obbligatorio. La sua incontinenza verbale è stata in proposito torrenziale, con lo scopo evidente di intimidire quei cittadini italiani che - in piena legittimità, si badi bene - avessero inteso manifestare le loro opinioni magari contro l'Olimpiade, o contro la sua mercificazione, o contro le multinazionali, o contro l'Alta Velocità, o contro le guerre che continuano e in cui l'Italia è impegnata. Ciascuno aggiunga ciò che vuole.
Resta il fatto che, alla testa del nostro potere esecutivo, c'è un signore che, invece di parlare e dare garanzie di quiete e di ordine, oltre che del rispetto del diritto di ciascuno di manifestare il proprio dissenso, non solo minaccia di esercitare la violenza, ma lascia intendere di non essere certo di poterla scongiurare.
C'è di che essere preoccupati. Alla guida del paese c'è un uomo che non sa misurare le parole (e infatti ogni giorno straparla) e che ha già dimostrato, appunto a Genova 2001, di non saper misurare gli atti. I suoi e quelli dei suoi comprimari e alleati.
E siamo già nel pieno di una campagna elettorale in cui egli potrebbe perdere il potere. Anzi in cui, stando ai sondaggi, l'avrebbe perduto. Chiunque capisce che, nel caso sciagurato in cui le Olimpiadi venissero deviate dalla violenza, a perderci sarebbe il centro-sinistra. E la tentazione di qualcuno potrebbe diventare irresistibile.
Inoltre, sparsi nei movimenti come la gramigna, ci sono sempre (come ci furono a Genova) cento cretini e cento provocatori niente affatto cretini che possono organizzare il pasticcio, o la tragedia.
Sperare nel senso di responsabilità di tutti non basta. Come si diceva un tempo, occorre tenere gli occhi bene aperti e vigilare.
sabato 18 febbraio 2006
una lettera su "Liberazione" di oggi, sabato 18 febbraio, segnalata da Nereo e da Pier:
Liberazione 18.2.06
Laicità
Il crocifisso e noi
Cara “Liberazione”, il Consiglio di Stato ha stabilito che il crocifisso deve restare nelle aule italiane, perché è simbolo di valori civili, che hanno sì un fondamento religioso, ma sarebbero poi gli stessi che delineano la laicità dello stato... Non voglio entrare nel merito del significato orrendo di questo simbolo, evocatore piuttosto di torture e umane perversioni, dico solo che non c’è da scandalizzarsi poi tanto, visto che “Liberazione, giornale comunista”, pubblica le parabole di Gesù e il testamento di San Francesco (non diversamente da come Famiglia cristiana pubblica le Vite dei santi) in barba al rispetto della libertà di religione e alla libertà di pensiero di chi è senza religione, e come me si sente annullato anche da “Liberazione”!
Liberazione 18.2.06
Laicità
Il crocifisso e noi
Cara “Liberazione”, il Consiglio di Stato ha stabilito che il crocifisso deve restare nelle aule italiane, perché è simbolo di valori civili, che hanno sì un fondamento religioso, ma sarebbero poi gli stessi che delineano la laicità dello stato... Non voglio entrare nel merito del significato orrendo di questo simbolo, evocatore piuttosto di torture e umane perversioni, dico solo che non c’è da scandalizzarsi poi tanto, visto che “Liberazione, giornale comunista”, pubblica le parabole di Gesù e il testamento di San Francesco (non diversamente da come Famiglia cristiana pubblica le Vite dei santi) in barba al rispetto della libertà di religione e alla libertà di pensiero di chi è senza religione, e come me si sente annullato anche da “Liberazione”!
Noemi Ghetti via e-mail
alcuni articoli apparsi dal 12 al 18 febbraio
Liberazione, 18.02.06
Sentenza shock: stupro meno grave se non sei più vergine
di Monica Lanfranco
AprileOnLine, 18.02.06
Medioevo in Cassazione
Con una sentenza shock i giudici affermano che lo stupro di una minorenne è meno grave se la ragazzina non è illibata. Tra le forze politiche lo sdegno è trasversale
Carla Ronga
Liberazione, 17.02.06
Laicità
Il crocefisso e i giudici
Giorgio Rappo, via e-mail
AprileOnLine, 16.02.06
Crocifisso sì, laicità forse
Libera Chiesa. Il Consiglio di Stato ha parlato: il simbolo cristiano deve rimanere appeso nelle scuole, in quanto riferimento ''idoneo ad esprimere l'elevato fondamento dei valori civili''
E. S.
Liberazione, 16.02.06
Quale Marx per il XXI secolo? Lo studioso olandese interviene nella discussione provocata
dalla pubblicazione del volume collettivo “Sulle tracce di un fantasma”
L’economia, una fede che si traveste da scienza
Michael R. Kraetke
Liberazione, 16.02.06
Contro gli stereotipi, per trasformare la politica
Nel libro della psicanalista Francesca Molfino “Donne, Politica e Stereotipi: perché l’ovvio non cambia?” il ruolo della differenza di genere nella realtà italiana è osservato attraverso il permanere di limiti e tabù
Bianca Pomeranzi
Liberazione, 15.02.06
Luxuria, i linciaggi e l’orrore per le idee
Piero Sansonetti
Il Manifesto, 14.02.06
Con lo sguardo dell'inizio
Pubblicata da Donzelli «Hannah Arendt. La vita, le parole», la biografia della filosofa tedesca che, insieme a quelle della scrittrice Colette e della psicoanalista Melanie Klein, compone il trittico dedicato da Julia Kristeva al «genio femminile».
Simona Forti
Il Messaggero, 13.02.06
Provocazioni/ La ricetta di Corinne Maier per rilanciare la scienza dell’inconscio in crisi.
Grazie all’umorismo
«Che risate, sul lettino dello psicoanalista»
di G.ROCCA
Il Manifesto, 12.02.06
Padri senza figli
Sentenza shock: stupro meno grave se non sei più vergine
di Monica Lanfranco
AprileOnLine, 18.02.06
Medioevo in Cassazione
Con una sentenza shock i giudici affermano che lo stupro di una minorenne è meno grave se la ragazzina non è illibata. Tra le forze politiche lo sdegno è trasversale
Carla Ronga
Liberazione, 17.02.06
Laicità
Il crocefisso e i giudici
Giorgio Rappo, via e-mail
AprileOnLine, 16.02.06
Crocifisso sì, laicità forse
Libera Chiesa. Il Consiglio di Stato ha parlato: il simbolo cristiano deve rimanere appeso nelle scuole, in quanto riferimento ''idoneo ad esprimere l'elevato fondamento dei valori civili''
E. S.
Liberazione, 16.02.06
Quale Marx per il XXI secolo? Lo studioso olandese interviene nella discussione provocata
dalla pubblicazione del volume collettivo “Sulle tracce di un fantasma”
L’economia, una fede che si traveste da scienza
Michael R. Kraetke
Liberazione, 16.02.06
Contro gli stereotipi, per trasformare la politica
Nel libro della psicanalista Francesca Molfino “Donne, Politica e Stereotipi: perché l’ovvio non cambia?” il ruolo della differenza di genere nella realtà italiana è osservato attraverso il permanere di limiti e tabù
Bianca Pomeranzi
Liberazione, 15.02.06
Luxuria, i linciaggi e l’orrore per le idee
Piero Sansonetti
Il Manifesto, 14.02.06
Con lo sguardo dell'inizio
Pubblicata da Donzelli «Hannah Arendt. La vita, le parole», la biografia della filosofa tedesca che, insieme a quelle della scrittrice Colette e della psicoanalista Melanie Klein, compone il trittico dedicato da Julia Kristeva al «genio femminile».
Simona Forti
Il Messaggero, 13.02.06
Provocazioni/ La ricetta di Corinne Maier per rilanciare la scienza dell’inconscio in crisi.
Grazie all’umorismo
«Che risate, sul lettino dello psicoanalista»
di G.ROCCA
Il Manifesto, 12.02.06
Padri senza figli
g.c.
venerdì 17 febbraio 2006
questa sera, alla Libreria Amore e Psiche
Vi segnaliamo l’uscita di un libro:
Food Sound System
di Daniele De Michele
ed. Kowalski
Questo non è un libro di cucina.
O meglio, non solo.
È la “jam-session” di un dj che ha mixato cucina e musica in una
fusion di odori, suoni e sapori.
Siamo in pieno Mediterraneo, tra Salento, Provenza e Maghreb.
Ciascuna delle 25 ricette di FSS accende un suo mondo di suggestioni,
di cui sono ingredienti l’evocazione della terra di origine del piatto, i semplici cibi scelti con cura e uniti dall’alchimia sapiente della tradizione, i vini e le musiche
che vengono abbinati alla preparazione e alla degustazione.
Di tutte queste cose l’autore ci racconta le storie e ci descrive i personaggi, che siano grandi jazzisti o eccellenti vinificatori, intrecciandole alle memorie e al mondo fantastico che ogni preparazione gli evoca.
Un’ode al rito del mangiare e del cucinare, un vero, attendibile, manuale per cene anticonvenzionali, dedicato a chi ama prendersi il tempo di assaporare i piaceri e l’arte del cucinare, del sentire musica, del viaggiare.
Un libro che si può leggere piacevolmente come un romanzo o usare come un ricettario…la riuscita ai fornelli è garantita dalla nonna dell’autore.
(www.donpasta.com)
LEGGI qui la recensione di "SlowFood"
già disponibile in libreria,
"Food Sound System"
verrà presentato in compagnia dell’autore
questa sera
Venerdì 17 Febbraio alle 20,00
vi aspettiamo!
Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da Siena, 61
(piazza della Minerva, Pantheon)
00185 Roma
info: 06/6783908
amorepsiche2003@libero.it
scopri le nostre novità su:
http://amorepsichelibreria.splinder.com/
Food Sound System
di Daniele De Michele
ed. Kowalski
Questo non è un libro di cucina.
O meglio, non solo.
È la “jam-session” di un dj che ha mixato cucina e musica in una
fusion di odori, suoni e sapori.
Siamo in pieno Mediterraneo, tra Salento, Provenza e Maghreb.
Ciascuna delle 25 ricette di FSS accende un suo mondo di suggestioni,
di cui sono ingredienti l’evocazione della terra di origine del piatto, i semplici cibi scelti con cura e uniti dall’alchimia sapiente della tradizione, i vini e le musiche
che vengono abbinati alla preparazione e alla degustazione.
Di tutte queste cose l’autore ci racconta le storie e ci descrive i personaggi, che siano grandi jazzisti o eccellenti vinificatori, intrecciandole alle memorie e al mondo fantastico che ogni preparazione gli evoca.
Un’ode al rito del mangiare e del cucinare, un vero, attendibile, manuale per cene anticonvenzionali, dedicato a chi ama prendersi il tempo di assaporare i piaceri e l’arte del cucinare, del sentire musica, del viaggiare.
Un libro che si può leggere piacevolmente come un romanzo o usare come un ricettario…la riuscita ai fornelli è garantita dalla nonna dell’autore.
(www.donpasta.com)
LEGGI qui la recensione di "SlowFood"
già disponibile in libreria,
"Food Sound System"
verrà presentato in compagnia dell’autore
questa sera
Venerdì 17 Febbraio alle 20,00
vi aspettiamo!
Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da Siena, 61
(piazza della Minerva, Pantheon)
00185 Roma
info: 06/6783908
amorepsiche2003@libero.it
scopri le nostre novità su:
http://amorepsichelibreria.splinder.com/
mercoledì 15 febbraio 2006
una segnalazione di Nereo Benussi e di Marco Pizzarelli:
due nuove lettere su "Liberazione" di questa mattina. Grazie a Pier ne abbiamo anche i testi:
«ecco i testi delle lettere su Liberazione di oggi, di Paolo Izzo e Maurizio Centi, con risposte di Sansonetti
http://www.liberazione.it/giornale/060215/pdf/XX_11-LET-1.pdf»
“Liberazione” pag 11 "Lettere"
Date troppo spazio alla religione
Caro Sansonetti, sono deluso. Da qualche mese leggo regolarmente “Liberazione”; e questo perché, col passaparola, m’era giunta voce che su questo giornale si fosse avviato un dibattito di grande valore su una nuova idea di sinistra, e soprattutto sulla realtà umana. E questo proprio mentre è in corso da una parte una violentissima offensiva cattolica. Poi però su “Liberazione” hanno trovato spazio Gesù di Nazareth, don Vitaliano della Sala che difende preti e papi indifendibili, teologi della liberazione (sic!), il testamento di S. Francesco e, oggi, il prete guerrigliero Camilo Torres. Tutto questo spazio alla religione (peraltro in un quotidiano di poche pagine) uccide ogni forma di pensiero: umano, scientifico, culturale. Caro Sansonetti, voglio ancora leggere “Liberazione”; ma non t’accorgi che quel dibattito avviatosi mesi fa si va già spegnendo?
A me non sembra spento. E non credo che tenere conto di Torres e di Francesco d’Assisi lo danneggi. Io penso, anzi, che lo faccia crescere.
Accoppiamenti bislacchi
Caro direttore, la tua prefazione al volume su san Francesco genera quanto meno una sorta di dissonanza: come il bislacco accoppiamento di Umberto Veronesi che firma l’introduzione al libro sulle donne della Santanché! Se la ricerca teorica sulla natura umana è affidata ancora una volta all’astrazione di un mistico e l’immagine femminile consegnata nelle mani di una sguaiata deputata di An, il tutto con l’avallo di illustri intellettuali di sinistra, c’è qualcosa che non funziona. Va bene che ci battiamo per unioni di tutti i tipi, ma non si sta un po’ esagerando?
No, Paolo, no. Ti prego, dissenti su tutto, critica, contesta, protesta, infuriati. Va bene. Ma non paragonare Francesco d’Assisi alla Santanché!
due nuove lettere su "Liberazione" di questa mattina. Grazie a Pier ne abbiamo anche i testi:
«ecco i testi delle lettere su Liberazione di oggi, di Paolo Izzo e Maurizio Centi, con risposte di Sansonetti
http://www.liberazione.it/giornale/060215/pdf/XX_11-LET-1.pdf»
“Liberazione” pag 11 "Lettere"
Date troppo spazio alla religione
Caro Sansonetti, sono deluso. Da qualche mese leggo regolarmente “Liberazione”; e questo perché, col passaparola, m’era giunta voce che su questo giornale si fosse avviato un dibattito di grande valore su una nuova idea di sinistra, e soprattutto sulla realtà umana. E questo proprio mentre è in corso da una parte una violentissima offensiva cattolica. Poi però su “Liberazione” hanno trovato spazio Gesù di Nazareth, don Vitaliano della Sala che difende preti e papi indifendibili, teologi della liberazione (sic!), il testamento di S. Francesco e, oggi, il prete guerrigliero Camilo Torres. Tutto questo spazio alla religione (peraltro in un quotidiano di poche pagine) uccide ogni forma di pensiero: umano, scientifico, culturale. Caro Sansonetti, voglio ancora leggere “Liberazione”; ma non t’accorgi che quel dibattito avviatosi mesi fa si va già spegnendo?
Maurizio Centi Roma
A me non sembra spento. E non credo che tenere conto di Torres e di Francesco d’Assisi lo danneggi. Io penso, anzi, che lo faccia crescere.
Accoppiamenti bislacchi
Caro direttore, la tua prefazione al volume su san Francesco genera quanto meno una sorta di dissonanza: come il bislacco accoppiamento di Umberto Veronesi che firma l’introduzione al libro sulle donne della Santanché! Se la ricerca teorica sulla natura umana è affidata ancora una volta all’astrazione di un mistico e l’immagine femminile consegnata nelle mani di una sguaiata deputata di An, il tutto con l’avallo di illustri intellettuali di sinistra, c’è qualcosa che non funziona. Va bene che ci battiamo per unioni di tutti i tipi, ma non si sta un po’ esagerando?
Paolo Izzo via e-mail
No, Paolo, no. Ti prego, dissenti su tutto, critica, contesta, protesta, infuriati. Va bene. Ma non paragonare Francesco d’Assisi alla Santanché!
citati al Martedì
una segnalazione di Roberto Martina:
Repubblica martedì 14.2.05 Pagina 53 - Cultura
Dopo i dubbi sul Limbo
ANCHE L´INFERNO NON SARÀ PIÙ COME UNA VOLTA
di M. Pol.
Gesù Bambino non è nato a Natale, il Limbo non c´è più, l´Inferno forse è vuoto, forse Gesù aveva sul serio dei fratelli e il Giudizio Universale non è più l´evento in cui si annuncia la sentenza ai morti usciti dalle tombe.
Procede inesorabile il processo di demitizzazione dell´immaginario del cristianesimo così come si è accumulato in duemila anni. La novità è che non sono più atei o eretici a mettere in discussione formule il cui rifiuto in altre stagioni avrebbe portato al rogo. Non sono nemmeno teologi critici, più o meno tollerati dalla gerarchia, a far scricchiolare l´armamentario tradizionale. È l´istituzione ecclesiastica a sottoporsi a un ripensamento, poiché la cultura dei contemporanei non si ritrova più nelle icone mitiche dell´antichità classica o della tradizione semitica mediorientale.
È stato papa Wojtyla a spiegare che il 25 dicembre negli anni dell´impero romano era la festa del Sole e che i primi cristiani hanno perciò scelto per imitazione di celebrare la nascita del Bambinello in quell´anniversario. Un atto anche politico - come sanno gli storici - perché all´epoca di Costantino, quando fu ufficializzata la religione cristiana, il giorno del Sole era la celebrazione della divinità suprema dell´impero.
Da tempo la rigorosa e ufficialissima Commissione teologica internazionale, aggregata alla Congregazione per la Dottrina della fede (l´ex Sant´Uffizio), sta ripensando il «luogo» chiamato Limbo. Inventata nel Medioevo per dare una dimora alle anime innocenti dei bambini non battezzati (e perciò macchiate dal peccato originale) e per accogliere i non cristiani riconosciuti «giusti», questo spazio speciale non soddisfa più nessuno. Superata dai documenti del Concilio Vaticano II, che riconoscono il rapporto diretto e misterioso che Dio può stabilire anche con coloro che non fanno parte della Chiesa.
Ma il lavorio del pensiero teologico si è spinto anche più in là. È pensabile che la «colpa finita» dell´uomo, anche il peccato più grave contro Dio, possa ricevere per contrappasso una «pena infinita», come l´eterna dannazione nell´Inferno? Alla fine dei tempi anche la Geenna non andrà svuotata per un atto d´amore del Dio che è Misericordia? La teologia è in cammino. Ratzinger, da teologo, ha affrontato la questione della verginità di Maria. «La divinità di Gesù», scrisse, «non verrebbe minimamente inficiata, quand´anche Gesù fosse nato da un normale matrimonio umano. No, perché la filiazione divina di cui parla la fede, non è un fatto biologico bensì ontologico».
M. Pol.
Repubblica martedì 14.2.05 Pagina 53 - Cultura
IL FUTURO DELL'ALDILÀ
Esce oggi il nuovo libro del cardinal Camillo Ruini: "Verità è libertà"
Dobbiamo ancora credere al Giudizio Universale? Secondo l'autore la teologia cristiana deve colmare un vuoto
Diventa infatti impropria e impossibile ogni interpretazione fisica della resurrezione come vuole la tradizione
ROMA. Dov´è finito il Giudizio Universale? Ci sarà ancora per i credenti quel momento grandioso che abbiamo visto in tanti affreschi, potenti e inquietanti, nelle chiese della nostra Europa? Si scopron le tombe, si levano i morti... E dalle tombe escono piangenti e atterriti i peccatori, lividi e nudi, incamminati verso le fiamme e i calderoni di pece e la sarabanda di diavoli che infilzano, squartano, sventrano. Mentre alla destra del Giudice Supremo si scorgono le fila mansuete dei beati salvati, in tunica bianca, pallidi e con un sorriso di sollievo e di gioia.
Affresco da lasciare senza fiato, visione di un futuro minaccioso e glorioso insieme, che ha dato la sua impronta possente a tutto il Medioevo e che incombe tuttora - opera di Michelangelo - nella Cappella Sistina dove i cardinali in conclave sono chiamati ad eleggere il Romano Pontefice.
Recita il Credo, che i cattolici ripetono ogni domenica nei cinque continenti, che il Cristo risorto siede alla destra del Padre «e di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti».
Quel giudizio, che in tante raffigurazioni diventa un´icona travolgente di giustizia ed eguaglianza - quante corone, cappelli di prelato e triregni si vedono rotolare alla rinfusa nel terremoto dell´Ultimo Giorno - forse dovremo cancellarlo. Comunque sta entrando nella penombra del mistero e a ricordarcelo è l´ultimo libro del cardinal Ruini (Verità è libertà, Mondadori, pagg.128, euro 12) con un capitolo conclusivo a sorpresa, che suscita molti interrogativi sull´esistenza di un simile "atto finale" del mondo.
Dedicato al rapporto tra cristianesimo e società moderna, il libro ripercorre, come d´abitudine per il presidente della Cei, i temi del ruolo della Chiesa nell´Europa secolarizzata. Poi, però, culmina in un dialogo appassionato e intrigante con il filosofo Vittorio Possenti sull´Immortalità e la Resurrezione. Nota il cardinale che con la «fine della metafisica» nel pensiero del Novecento il discorso sulla morte è stato progressivamente marginalizzato. Per di più, data la gestione ospedaliera del trapasso, gli uomini e le donne contemporanei si trovano «particolarmente indifesi e senza risposte» dinanzi all´evento-morte. Proprio partendo da qui, si riaffaccia tuttavia, di fronte alle angosce del quotidiano e alla ricerca di un senso che vada al di là del presente, il discorso escatologico, la questione delle «cose ultime», l´interrogarsi sul traguardo finale del percorso di chi ha fede in Dio. In una parola: la speranza - e la promessa - della vita eterna.
Pungolato da Possenti, Ruini spiega che nella cultura contemporanea è richiesto uno sforzo nuovo al pensiero teologico per «mostrare la plausibilità della vita oltre la morte, ma anche per affrontare globalmente le problematiche antropologiche, affinché la promessa della vita eterna non appaia qualcosa di estraneo e alla fine incompatibile con la nostra effettiva realtà». Un lavoro arduo e sottile. La tradizione cristiana è segnata infatti dal retaggio e dagli influssi del pensiero platonico, improntati alla distinzione tra anima immortale e caducità del corpo, cui si contrappone la visione ebraica vetero- testamentaria che quest´anima staccata dal corpo non conosce, ma concepisce piuttosto l´essere umano nella sua integralità corporea e spirituale e quindi può immaginare solo una resurrezione tutta intera.
Nel Novecento è stata per prima la teologia protestante a fare un lavoro di scavo, rifiutando il concetto di un´anima separata dal corpo e specialmente l´idea di un´anima naturalmente immortale, in virtù di una sua intrinseca qualità «immateriale».
Ruini lo ammette. Racconta del rifiuto del «dualismo antropologico» da parte della teologia cattolica odierna e - quel che è più importante - anche da parte del magistero ecclesiale. «Si è abbastanza diffuso negli ultimi decenni», precisa, «il disagio nei confronti della dottrina tradizionale della sopravvivenza dell´anima separata dal corpo». Che cosa succede allora? Del Giudizio Universale il cardinale non parla più.
Insiste semmai sul fatto che l´escatologia cristiana non può essere concepita come una sorta di «reportage anticipato di eventi futuri». E non solo. La teologia contemporanea - aggiunge Ruini - non ha più avanzato proposte degne di rilievo su quello scarto di tempo che dovrebbe intercorrere tra la morte e la sentenza finale.
Perché era poi questo il senso dell´irrompere drammatico del suono delle trombe dell´Ultimo Giudizio: lo scoperchiarsi delle tombe e l´annuncio definitivo «ai vivi e ai morti» della sorte definitiva.
No, dice Ruini, non c´è differimento della beatitudine fino alla resurrezione dei morti. E indica come punto-chiave la costituzione Benedictus Deus di un predecessore omonimo di Ratzinger: papa Benedetto XII, anno 1336. Dove si «afferma in maniera chiara e non modificabile che subito dopo la morte i giusti conseguono il premio della visione di Dio (a parte l´eventuale necessità di una purificazione ultraterrena) e i dannati la pena eterna».
Giudizio Universale addio? Il Vicario del Papa per la città di Roma invita a misurarsi con il mistero e la verità ultima della salvezza, che proviene dall´unione che il credente realizza in Gesù Cristo: garanzia di vittoria sulla morte e di una resurrezione che coinvolge l´uomo nella sua integralità. Ma spostando in avanti la frontiera, si dissolvono i colori vivi con cui per venti secoli milioni di credenti si erano immaginati l´ora X attraverso la pittura, la poesia, la musica. Diventa «impropria e impossibile - parole di Ruini - ogni interpretazione "fisica" del modo di essere dell´uomo risorto e parimenti non sarebbero appropriate né logicamente sostenibili le speculazioni sullo spazio di tempo durante il quale i defunti in Cristo dovrebbero attendere la resurrezione dei loro corpi».
Nessun Michelangelo avrà più niente da dipingere.
Repubblica martedì 14.2.05 Pagina 53 - Cultura
Dopo i dubbi sul Limbo
ANCHE L´INFERNO NON SARÀ PIÙ COME UNA VOLTA
di M. Pol.
Gesù Bambino non è nato a Natale, il Limbo non c´è più, l´Inferno forse è vuoto, forse Gesù aveva sul serio dei fratelli e il Giudizio Universale non è più l´evento in cui si annuncia la sentenza ai morti usciti dalle tombe.
Procede inesorabile il processo di demitizzazione dell´immaginario del cristianesimo così come si è accumulato in duemila anni. La novità è che non sono più atei o eretici a mettere in discussione formule il cui rifiuto in altre stagioni avrebbe portato al rogo. Non sono nemmeno teologi critici, più o meno tollerati dalla gerarchia, a far scricchiolare l´armamentario tradizionale. È l´istituzione ecclesiastica a sottoporsi a un ripensamento, poiché la cultura dei contemporanei non si ritrova più nelle icone mitiche dell´antichità classica o della tradizione semitica mediorientale.
È stato papa Wojtyla a spiegare che il 25 dicembre negli anni dell´impero romano era la festa del Sole e che i primi cristiani hanno perciò scelto per imitazione di celebrare la nascita del Bambinello in quell´anniversario. Un atto anche politico - come sanno gli storici - perché all´epoca di Costantino, quando fu ufficializzata la religione cristiana, il giorno del Sole era la celebrazione della divinità suprema dell´impero.
Da tempo la rigorosa e ufficialissima Commissione teologica internazionale, aggregata alla Congregazione per la Dottrina della fede (l´ex Sant´Uffizio), sta ripensando il «luogo» chiamato Limbo. Inventata nel Medioevo per dare una dimora alle anime innocenti dei bambini non battezzati (e perciò macchiate dal peccato originale) e per accogliere i non cristiani riconosciuti «giusti», questo spazio speciale non soddisfa più nessuno. Superata dai documenti del Concilio Vaticano II, che riconoscono il rapporto diretto e misterioso che Dio può stabilire anche con coloro che non fanno parte della Chiesa.
Ma il lavorio del pensiero teologico si è spinto anche più in là. È pensabile che la «colpa finita» dell´uomo, anche il peccato più grave contro Dio, possa ricevere per contrappasso una «pena infinita», come l´eterna dannazione nell´Inferno? Alla fine dei tempi anche la Geenna non andrà svuotata per un atto d´amore del Dio che è Misericordia? La teologia è in cammino. Ratzinger, da teologo, ha affrontato la questione della verginità di Maria. «La divinità di Gesù», scrisse, «non verrebbe minimamente inficiata, quand´anche Gesù fosse nato da un normale matrimonio umano. No, perché la filiazione divina di cui parla la fede, non è un fatto biologico bensì ontologico».
M. Pol.
Repubblica martedì 14.2.05 Pagina 53 - Cultura
IL FUTURO DELL'ALDILÀ
Esce oggi il nuovo libro del cardinal Camillo Ruini: "Verità è libertà"
Dobbiamo ancora credere al Giudizio Universale? Secondo l'autore la teologia cristiana deve colmare un vuoto
Diventa infatti impropria e impossibile ogni interpretazione fisica della resurrezione come vuole la tradizione
ROMA. Dov´è finito il Giudizio Universale? Ci sarà ancora per i credenti quel momento grandioso che abbiamo visto in tanti affreschi, potenti e inquietanti, nelle chiese della nostra Europa? Si scopron le tombe, si levano i morti... E dalle tombe escono piangenti e atterriti i peccatori, lividi e nudi, incamminati verso le fiamme e i calderoni di pece e la sarabanda di diavoli che infilzano, squartano, sventrano. Mentre alla destra del Giudice Supremo si scorgono le fila mansuete dei beati salvati, in tunica bianca, pallidi e con un sorriso di sollievo e di gioia.
Affresco da lasciare senza fiato, visione di un futuro minaccioso e glorioso insieme, che ha dato la sua impronta possente a tutto il Medioevo e che incombe tuttora - opera di Michelangelo - nella Cappella Sistina dove i cardinali in conclave sono chiamati ad eleggere il Romano Pontefice.
Recita il Credo, che i cattolici ripetono ogni domenica nei cinque continenti, che il Cristo risorto siede alla destra del Padre «e di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti».
Quel giudizio, che in tante raffigurazioni diventa un´icona travolgente di giustizia ed eguaglianza - quante corone, cappelli di prelato e triregni si vedono rotolare alla rinfusa nel terremoto dell´Ultimo Giorno - forse dovremo cancellarlo. Comunque sta entrando nella penombra del mistero e a ricordarcelo è l´ultimo libro del cardinal Ruini (Verità è libertà, Mondadori, pagg.128, euro 12) con un capitolo conclusivo a sorpresa, che suscita molti interrogativi sull´esistenza di un simile "atto finale" del mondo.
Dedicato al rapporto tra cristianesimo e società moderna, il libro ripercorre, come d´abitudine per il presidente della Cei, i temi del ruolo della Chiesa nell´Europa secolarizzata. Poi, però, culmina in un dialogo appassionato e intrigante con il filosofo Vittorio Possenti sull´Immortalità e la Resurrezione. Nota il cardinale che con la «fine della metafisica» nel pensiero del Novecento il discorso sulla morte è stato progressivamente marginalizzato. Per di più, data la gestione ospedaliera del trapasso, gli uomini e le donne contemporanei si trovano «particolarmente indifesi e senza risposte» dinanzi all´evento-morte. Proprio partendo da qui, si riaffaccia tuttavia, di fronte alle angosce del quotidiano e alla ricerca di un senso che vada al di là del presente, il discorso escatologico, la questione delle «cose ultime», l´interrogarsi sul traguardo finale del percorso di chi ha fede in Dio. In una parola: la speranza - e la promessa - della vita eterna.
Pungolato da Possenti, Ruini spiega che nella cultura contemporanea è richiesto uno sforzo nuovo al pensiero teologico per «mostrare la plausibilità della vita oltre la morte, ma anche per affrontare globalmente le problematiche antropologiche, affinché la promessa della vita eterna non appaia qualcosa di estraneo e alla fine incompatibile con la nostra effettiva realtà». Un lavoro arduo e sottile. La tradizione cristiana è segnata infatti dal retaggio e dagli influssi del pensiero platonico, improntati alla distinzione tra anima immortale e caducità del corpo, cui si contrappone la visione ebraica vetero- testamentaria che quest´anima staccata dal corpo non conosce, ma concepisce piuttosto l´essere umano nella sua integralità corporea e spirituale e quindi può immaginare solo una resurrezione tutta intera.
Nel Novecento è stata per prima la teologia protestante a fare un lavoro di scavo, rifiutando il concetto di un´anima separata dal corpo e specialmente l´idea di un´anima naturalmente immortale, in virtù di una sua intrinseca qualità «immateriale».
Ruini lo ammette. Racconta del rifiuto del «dualismo antropologico» da parte della teologia cattolica odierna e - quel che è più importante - anche da parte del magistero ecclesiale. «Si è abbastanza diffuso negli ultimi decenni», precisa, «il disagio nei confronti della dottrina tradizionale della sopravvivenza dell´anima separata dal corpo». Che cosa succede allora? Del Giudizio Universale il cardinale non parla più.
Insiste semmai sul fatto che l´escatologia cristiana non può essere concepita come una sorta di «reportage anticipato di eventi futuri». E non solo. La teologia contemporanea - aggiunge Ruini - non ha più avanzato proposte degne di rilievo su quello scarto di tempo che dovrebbe intercorrere tra la morte e la sentenza finale.
Perché era poi questo il senso dell´irrompere drammatico del suono delle trombe dell´Ultimo Giudizio: lo scoperchiarsi delle tombe e l´annuncio definitivo «ai vivi e ai morti» della sorte definitiva.
No, dice Ruini, non c´è differimento della beatitudine fino alla resurrezione dei morti. E indica come punto-chiave la costituzione Benedictus Deus di un predecessore omonimo di Ratzinger: papa Benedetto XII, anno 1336. Dove si «afferma in maniera chiara e non modificabile che subito dopo la morte i giusti conseguono il premio della visione di Dio (a parte l´eventuale necessità di una purificazione ultraterrena) e i dannati la pena eterna».
Giudizio Universale addio? Il Vicario del Papa per la città di Roma invita a misurarsi con il mistero e la verità ultima della salvezza, che proviene dall´unione che il credente realizza in Gesù Cristo: garanzia di vittoria sulla morte e di una resurrezione che coinvolge l´uomo nella sua integralità. Ma spostando in avanti la frontiera, si dissolvono i colori vivi con cui per venti secoli milioni di credenti si erano immaginati l´ora X attraverso la pittura, la poesia, la musica. Diventa «impropria e impossibile - parole di Ruini - ogni interpretazione "fisica" del modo di essere dell´uomo risorto e parimenti non sarebbero appropriate né logicamente sostenibili le speculazioni sullo spazio di tempo durante il quale i defunti in Cristo dovrebbero attendere la resurrezione dei loro corpi».
Nessun Michelangelo avrà più niente da dipingere.
domenica 12 febbraio 2006
alcuni articoli apparsi dall'8 al 10 febbraio
Liberazione, 10.02.06
Religioni
Quando il papa suggerisce
Mauro, Roma
La Repubblica – salute, 10.02.06
Mamme depresse
Lasciate sole in un momento delicato L'importanza dell'ascolto e dell'aiuto Colpito il 10-15 per cento delle donne dopo il parto: molte negano o dissimulano. Alterazioni nel rapporto con il neonato, il bisogno di una "rete di contenimento". Un progetto mirato della Regione Emilia Romagna
di Johann Rossi Mason
AprileOnLine, 10.02.06
Il ricatto di don Gelmini
Il Manifesto, 10.02.06
Il dio dell'odio
Domenico Starnone
Liberazione, 10.02.06
Vale la pena di partire da una singolare anomalia: se tanti movimenti rivoluzionari nella storia si sono caratterizzati per aver avuto un inizio e una fine la singolarità di quello delle donne[…]
Laura Capobianco
Liberazione, 10.02.06
L’anniversario della nascita dello scienziato inglese è l’occasione per un inventario delle diverse associazioni europee impegnate a difendere la cultura dei non-credenti. In Italia incontri organizzati dalla Uaar presso le librerie Feltrinelli
Darwin day, la libertà di non religione per i diritti di tutti
Valeria Magnani
Liberazione, 10.02.06
Bentornata dialettica, altro che fine della storia
I significati, gli sviluppi, la complessità di una categoria dalle tante implicazioni politiche.
A Bologna un incontro internazionale tra studiosi, oggi e domani
Alberto Burgio
Liberazione, 10.02.06
Domenica a Roma prende il via un ciclo di seminari organizzato da Rifondazione comunista.
Obiettivo, interrogare la realtà sessuata del mondo in un’epoca caratterizzata da guerre ed integralismi
Patriarcato postmoderno: inganni e maschere del potere
Linda Santilli
il Manifesto, 10.02.06
E venne il giorno di Charles Darwin
Sono partite a Napoli le iniziative per ricordare il naturalista inglese e in difesa della teoria sulla origine della specie
La scienza in azione Da Roma a Venezia, da Ferrara a Milano un mese di incontri, convegni e performance teatrali contro il fondamentalismo che vuole cancellare Darwin in nome di un «disegno intelligente»
Jacopo Pasotti
la Repubblica, 09.02.06
Un articolo sulla stampa Usa punta il dito contro il degrado dello storico sito romano. Vi sono sepolti i poeti Keats e Shelley
Il Nyt: "Rischia di scomparire il cimitero dei poeti a Roma"
All'ombra delle Mura Aureliane il camposanto degli acattolici
di Rosaria Amato
AprileOnLine, 09.02.06
L'ammonimento pugliese all'Unione
Società. La ricostruzione dell'iter di approvazione del ddl che ha esteso i diritti della famiglia alle coppie di fatto
A. Not.
il Manifesto, 10.02.06
Artemidoro, il mondo in un papiro
In mostra al pubblico da oggi a Torino il prezioso rotolo egizio recuperato nel corso di scavi all'inizio del secolo scorso. Solo negli ultimi anni è stato restaurato, ricomposto e indagato per le cure di Claudio Gallazzi, Bärbel Kramer e Salvatore Settis. Un oggetto unico, in cui coesistono ampi frammenti di un testo di geografia del II secolo avanti Cristo, mappe, disegni di volti umani e di animali veri o favolosi, e perfino incerti esercizi di «ragazzi di bottega» dell'antichità
Franco Montanari
Liberazione, 10.02.06
L’esperienza scioccante del ritorno in Italia dall’Inghilterra
Un blog contro il razzismo. Storia di mamma Flora, single con due figlie di “colore ambrato”
Monica Lanfranco
Il Giornale, 08.02.06
Il male di vivere L’infelicità di essere uomini
il Manifesto, 08.02.06
Una vecchia enciclica
di Rossana Rossanda
Liberazione, 10.02.06
A che serve la laicità? Senza, la democrazia
diventa teocrazia. La sfida dell’11 febbraio
Il coordinamento Facciamo breccia chiama a manifestare a Roma
Graziella Bertozzo
Liberazione, 10.02.06
Lettera aperta alle promotrici di “Usciamo dal silenzio”
Laicità e conflitto tra i sessi per noi sono la stessa cosa
il Manifesto, 10.02.06
KOSELLECK
Nel laboratorio della storia possibile
La morte di Reinhart Koselleck. Un grande studioso di «scienza della storia» che ha indagato la crisi della scansione lineare tra passato, presente e futuro che caratterizza la modernità. Dall'illuminismo alla monarchia prussiana, una prassi teorica tesa ad affermare che la storia si colloca nel punto di convergenza di vocabolari politici messi in tensione dalla realtà sociale che vorrebbe nominare
Sandro Chignola
il Manifesto, 10.02.06
Una grande madre contro la famiglia
La scomparsa di Betty Friedan, alla vigilia del suo ottantacinquesimo compleanno. Femminista di orientamento liberale, pragmatica e riformista, autrice di un testo cruciale, «La mistica della femminilità», uscito negli Stati uniti nel 1963
Stefania Giorgi
Religioni
Quando il papa suggerisce
Mauro, Roma
La Repubblica – salute, 10.02.06
Mamme depresse
Lasciate sole in un momento delicato L'importanza dell'ascolto e dell'aiuto Colpito il 10-15 per cento delle donne dopo il parto: molte negano o dissimulano. Alterazioni nel rapporto con il neonato, il bisogno di una "rete di contenimento". Un progetto mirato della Regione Emilia Romagna
di Johann Rossi Mason
AprileOnLine, 10.02.06
Il ricatto di don Gelmini
Il Manifesto, 10.02.06
Il dio dell'odio
Domenico Starnone
Liberazione, 10.02.06
Vale la pena di partire da una singolare anomalia: se tanti movimenti rivoluzionari nella storia si sono caratterizzati per aver avuto un inizio e una fine la singolarità di quello delle donne[…]
Laura Capobianco
Liberazione, 10.02.06
L’anniversario della nascita dello scienziato inglese è l’occasione per un inventario delle diverse associazioni europee impegnate a difendere la cultura dei non-credenti. In Italia incontri organizzati dalla Uaar presso le librerie Feltrinelli
Darwin day, la libertà di non religione per i diritti di tutti
Valeria Magnani
Liberazione, 10.02.06
Bentornata dialettica, altro che fine della storia
I significati, gli sviluppi, la complessità di una categoria dalle tante implicazioni politiche.
A Bologna un incontro internazionale tra studiosi, oggi e domani
Alberto Burgio
Liberazione, 10.02.06
Domenica a Roma prende il via un ciclo di seminari organizzato da Rifondazione comunista.
Obiettivo, interrogare la realtà sessuata del mondo in un’epoca caratterizzata da guerre ed integralismi
Patriarcato postmoderno: inganni e maschere del potere
Linda Santilli
il Manifesto, 10.02.06
E venne il giorno di Charles Darwin
Sono partite a Napoli le iniziative per ricordare il naturalista inglese e in difesa della teoria sulla origine della specie
La scienza in azione Da Roma a Venezia, da Ferrara a Milano un mese di incontri, convegni e performance teatrali contro il fondamentalismo che vuole cancellare Darwin in nome di un «disegno intelligente»
Jacopo Pasotti
la Repubblica, 09.02.06
Un articolo sulla stampa Usa punta il dito contro il degrado dello storico sito romano. Vi sono sepolti i poeti Keats e Shelley
Il Nyt: "Rischia di scomparire il cimitero dei poeti a Roma"
All'ombra delle Mura Aureliane il camposanto degli acattolici
di Rosaria Amato
AprileOnLine, 09.02.06
L'ammonimento pugliese all'Unione
Società. La ricostruzione dell'iter di approvazione del ddl che ha esteso i diritti della famiglia alle coppie di fatto
A. Not.
il Manifesto, 10.02.06
Artemidoro, il mondo in un papiro
In mostra al pubblico da oggi a Torino il prezioso rotolo egizio recuperato nel corso di scavi all'inizio del secolo scorso. Solo negli ultimi anni è stato restaurato, ricomposto e indagato per le cure di Claudio Gallazzi, Bärbel Kramer e Salvatore Settis. Un oggetto unico, in cui coesistono ampi frammenti di un testo di geografia del II secolo avanti Cristo, mappe, disegni di volti umani e di animali veri o favolosi, e perfino incerti esercizi di «ragazzi di bottega» dell'antichità
Franco Montanari
Liberazione, 10.02.06
L’esperienza scioccante del ritorno in Italia dall’Inghilterra
Un blog contro il razzismo. Storia di mamma Flora, single con due figlie di “colore ambrato”
Monica Lanfranco
Il Giornale, 08.02.06
Il male di vivere L’infelicità di essere uomini
il Manifesto, 08.02.06
Una vecchia enciclica
di Rossana Rossanda
Liberazione, 10.02.06
A che serve la laicità? Senza, la democrazia
diventa teocrazia. La sfida dell’11 febbraio
Il coordinamento Facciamo breccia chiama a manifestare a Roma
Graziella Bertozzo
Liberazione, 10.02.06
Lettera aperta alle promotrici di “Usciamo dal silenzio”
Laicità e conflitto tra i sessi per noi sono la stessa cosa
il Manifesto, 10.02.06
KOSELLECK
Nel laboratorio della storia possibile
La morte di Reinhart Koselleck. Un grande studioso di «scienza della storia» che ha indagato la crisi della scansione lineare tra passato, presente e futuro che caratterizza la modernità. Dall'illuminismo alla monarchia prussiana, una prassi teorica tesa ad affermare che la storia si colloca nel punto di convergenza di vocabolari politici messi in tensione dalla realtà sociale che vorrebbe nominare
Sandro Chignola
il Manifesto, 10.02.06
Una grande madre contro la famiglia
La scomparsa di Betty Friedan, alla vigilia del suo ottantacinquesimo compleanno. Femminista di orientamento liberale, pragmatica e riformista, autrice di un testo cruciale, «La mistica della femminilità», uscito negli Stati uniti nel 1963
Stefania Giorgi
sabato 11 febbraio 2006
dalla Libreria Amore e Psiche
OGGI
Sabato 11 febbraio 2006
alle ore 19.00
La Libreria Amore e Psiche
presenta
Boccaccio tra Muse e donne
per una lettura del Decameron
a cura di Noemi Ghetti
voci narranti
Silvia, Simona, Sonia, Stefania
Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da Siena, 61
(piazza della Minerva, Pantheon)
00185 Roma
info: 06/6783908
amorepsiche2003@libero.it
scopri le nostre novità su:
http://amorepsichelibreria.splinder.com/
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Sabato 11 febbraio 2006
alle ore 19.00
La Libreria Amore e Psiche
presenta
Boccaccio tra Muse e donne
per una lettura del Decameron
a cura di Noemi Ghetti
voci narranti
Silvia, Simona, Sonia, Stefania
Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da Siena, 61
(piazza della Minerva, Pantheon)
00185 Roma
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amorepsiche2003@libero.it
scopri le nostre novità su:
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venerdì 10 febbraio 2006
giovedì 9 febbraio 2006
da vedere:
il film "Battaglia nel cielo" è in programmazione a Roma nei cinema Eden, Mignon e Roma, a Firenze al cinema Alfieri Atelier
al proposito Annalina Ferrante segnala:
da Matteo, tre interviste al regista del film Battaglia nel cielo:
http://www.ilportoritrovato.net/html/reygadas.html
http://www.35mm.it/articoli/articolo.jsp?idArticolo=41805
http://www.35mm.it/articoli/articolo.jsp?idArticolo=41186
ed eccone un'altra, in francese:
http://www.bacfilms.com/presse/batalla/dp.pdf
l'articolo di
Liberazione, giovedì 9 febbraio 2006:
Reygadas e il sesso senza moralismi
di Stefano Jorio
Pare che Battaglia nel cielo del messicano Carlos Reygadas, in concorso all’ultimo festival di Cannes e arrivato ora nelle sale anche in Italia, abbia fatto scandalo per il primo piano di un rapporto orale. Non c’è da fidarsi. Intanto è un primo piano bellissimo, mai visto. E poi nessuno mente tanto come quando si indigna. Battaglia nel cielo rappresenta il sesso senza moralismo né ellissi né stereotipi: ragion per cui non può avere nulla di scandaloso. Del resto è un film che parla d’altro.
Città del Messico. Una giovane donna, bella, ricca, figlia di un generale. Marcos, autista e inserviente del generale: sfigato, scoppiato, casuale, ciccione, imbranato, segaiolo, quattrocchi e che si fa la piscia addosso. Sua moglie, deforme e grottesca. Rapiscono il figlio di un’amica, a scopo di riscatto, nei giorni della festa di Nostra Signora di Guadalupe: il neonato muore. Marcos perde gli occhiali, l’amore, la testa. Si mescola ai pellegrini in processione.
Questa la storia. Ma la telecamera ha la saggezza di essere altrove: trascura la scena del rapimento, dimentica di inquadrare il bimbo. Indugia nei tunnel della metro, segue passanti dalla camminata sbilenca. Si ferma a lungo sul motore di un’auto, aperto dal benzinaio; in sottofondo, un concerto di Bach. La narrazione manca i momenti salienti per guadagnare al senso le immagini più marginali: meno interessata a fotoromanzare che a liberare, in un alternarsi e compenetrarsi di passaggi terragni e scarti visionari, le violenze, la noia, gli atti incompiuti, l’assurdo. La visione si sfoca, poi si riprende; ritorna, si incanta. Un prisma ottico separa tra loro gli elementi del visibile quotidiano, e li riallinea in una prospettiva solo apparentemente incongrua.
Non pensare alla storia, sembra voler suggerire il “raccontare di sbieco” della telecamera. Guarda. Non fermarti alla successione degli episodi. Guarda le cose che si ripetono, guarda nella caserma del generale l’alzabandiera sempre uguale a se stesso, feroce e sordo e insensato in una città definitiva come una condanna a morte. Guarda la processione, il fiume di pellegrini senza volto. Guarda, in un lentissimo giro a 360 gradi, un corpo mostruoso e uno bellissimo, il loro rapporto sessuale, la finestra della stanza in cui si trovano, il balcone adiacente con due operai che sistemano un’antenna, uno scorcio di tetti, la crepa nel muro di un cortile di Città del Messico, circondato da appartamenti, altri tetti, una finestra, e dentro la finestra due corpi, il loro rapporto sessuale.
La crepa nel muro di Reygadas, i fili d’erba di Terrence Malick (è in questi giorni nelle sale il suo The new world), le nuvole di Gus van Sant articolano un nuovo grado zero del cinema, che non vuole raccontare e non vuole far vedere. Vuole guardare, memore dei film di Resnais e dell’école-du-regard. Non propone situazioni, ci si colloca dentro; intende l’essere delle persone e delle cose, prima che come un oggetto da mostrare, come un evento in cui dimorare. Vuole fare esperienza dell’accadere, riformulando la sintassi delle immagini secondo una gerarchia audiovisiva capace di far gridare, stipato nelle omissioni, il fragore di tutto il non detto: gli andirivieni al seguito di una ragazzina conscia del proprio potere, la corsa intorno al circolo cieco di una caserma, un’alzabandiera, una partita di calcio, una processione. La desolazione di una stanza da letto in un sobborgo della capitale, il sesso di due corpi disfatti, gli organi sessuali esibiti nella lentezza di un essere lì che li aliena e smaterializza.
«E’ una cosa irreale» gridano festanti all’intervistatore i calciatori dei Pumas. Hanno appena vinto il campionato. «E’ una cosa irreale» ripete Marcos masturbandosi davanti a quei fantasmi televisivi. Che cosa è davvero irreale, in questa liturgia filmata in cui la dislocazione di una macchina da presa deturpa i corpi, il desiderio, il sangue, le lacrime, i discorsi? Dov’è la realtà, in questo racconto sgraziato come un brutto sogno, che tanto più si incanta quanto più cerca di avanzare? Automi sgangherati portano la mano al petto, si ripetono l’un altro, in una terrificante catena di San’Antonio erotica, frasi allucinate e spurie: «Ti porterò sempre nel mio cuore.» Affondano e riemergono nella catastrofe del traffico cittadino. Accendono la radio, alzano il volume a palla: e restano lì, paralizzati al semaforo, sommersi dagli insulti degli automobilisti in coda. In cima alla cattedrale il batacchio di una campana dondola, lento, enorme. Dondola ancora, prende corsa. Si avvicina alla campana, sta per toccarla. Ma non arriva a suonare. Un rapimento senza inquadrature del rapito. Una processione alla madonna senza inquadrature della madonna. Un autista senza occhiali. Una campana che non suona per nessuno.
il film "Battaglia nel cielo" è in programmazione a Roma nei cinema Eden, Mignon e Roma, a Firenze al cinema Alfieri Atelier
Anno: 2005
Nazione: Messico / Belgio / Francia / Germania
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 98'
Sceneggiatura e Regia: Carlos Reygadas
Fotografia: Diego Martínez Vignatti
Musiche: John Tavener
al proposito Annalina Ferrante segnala:
da Matteo, tre interviste al regista del film Battaglia nel cielo:
http://www.ilportoritrovato.net/html/reygadas.html
http://www.35mm.it/articoli/articolo.jsp?idArticolo=41805
http://www.35mm.it/articoli/articolo.jsp?idArticolo=41186
ed eccone un'altra, in francese:
http://www.bacfilms.com/presse/batalla/dp.pdf
l'articolo di
Liberazione, giovedì 9 febbraio 2006:
Reygadas e il sesso senza moralismi
di Stefano Jorio
Pare che Battaglia nel cielo del messicano Carlos Reygadas, in concorso all’ultimo festival di Cannes e arrivato ora nelle sale anche in Italia, abbia fatto scandalo per il primo piano di un rapporto orale. Non c’è da fidarsi. Intanto è un primo piano bellissimo, mai visto. E poi nessuno mente tanto come quando si indigna. Battaglia nel cielo rappresenta il sesso senza moralismo né ellissi né stereotipi: ragion per cui non può avere nulla di scandaloso. Del resto è un film che parla d’altro.
Città del Messico. Una giovane donna, bella, ricca, figlia di un generale. Marcos, autista e inserviente del generale: sfigato, scoppiato, casuale, ciccione, imbranato, segaiolo, quattrocchi e che si fa la piscia addosso. Sua moglie, deforme e grottesca. Rapiscono il figlio di un’amica, a scopo di riscatto, nei giorni della festa di Nostra Signora di Guadalupe: il neonato muore. Marcos perde gli occhiali, l’amore, la testa. Si mescola ai pellegrini in processione.
Questa la storia. Ma la telecamera ha la saggezza di essere altrove: trascura la scena del rapimento, dimentica di inquadrare il bimbo. Indugia nei tunnel della metro, segue passanti dalla camminata sbilenca. Si ferma a lungo sul motore di un’auto, aperto dal benzinaio; in sottofondo, un concerto di Bach. La narrazione manca i momenti salienti per guadagnare al senso le immagini più marginali: meno interessata a fotoromanzare che a liberare, in un alternarsi e compenetrarsi di passaggi terragni e scarti visionari, le violenze, la noia, gli atti incompiuti, l’assurdo. La visione si sfoca, poi si riprende; ritorna, si incanta. Un prisma ottico separa tra loro gli elementi del visibile quotidiano, e li riallinea in una prospettiva solo apparentemente incongrua.
Non pensare alla storia, sembra voler suggerire il “raccontare di sbieco” della telecamera. Guarda. Non fermarti alla successione degli episodi. Guarda le cose che si ripetono, guarda nella caserma del generale l’alzabandiera sempre uguale a se stesso, feroce e sordo e insensato in una città definitiva come una condanna a morte. Guarda la processione, il fiume di pellegrini senza volto. Guarda, in un lentissimo giro a 360 gradi, un corpo mostruoso e uno bellissimo, il loro rapporto sessuale, la finestra della stanza in cui si trovano, il balcone adiacente con due operai che sistemano un’antenna, uno scorcio di tetti, la crepa nel muro di un cortile di Città del Messico, circondato da appartamenti, altri tetti, una finestra, e dentro la finestra due corpi, il loro rapporto sessuale.
La crepa nel muro di Reygadas, i fili d’erba di Terrence Malick (è in questi giorni nelle sale il suo The new world), le nuvole di Gus van Sant articolano un nuovo grado zero del cinema, che non vuole raccontare e non vuole far vedere. Vuole guardare, memore dei film di Resnais e dell’école-du-regard. Non propone situazioni, ci si colloca dentro; intende l’essere delle persone e delle cose, prima che come un oggetto da mostrare, come un evento in cui dimorare. Vuole fare esperienza dell’accadere, riformulando la sintassi delle immagini secondo una gerarchia audiovisiva capace di far gridare, stipato nelle omissioni, il fragore di tutto il non detto: gli andirivieni al seguito di una ragazzina conscia del proprio potere, la corsa intorno al circolo cieco di una caserma, un’alzabandiera, una partita di calcio, una processione. La desolazione di una stanza da letto in un sobborgo della capitale, il sesso di due corpi disfatti, gli organi sessuali esibiti nella lentezza di un essere lì che li aliena e smaterializza.
«E’ una cosa irreale» gridano festanti all’intervistatore i calciatori dei Pumas. Hanno appena vinto il campionato. «E’ una cosa irreale» ripete Marcos masturbandosi davanti a quei fantasmi televisivi. Che cosa è davvero irreale, in questa liturgia filmata in cui la dislocazione di una macchina da presa deturpa i corpi, il desiderio, il sangue, le lacrime, i discorsi? Dov’è la realtà, in questo racconto sgraziato come un brutto sogno, che tanto più si incanta quanto più cerca di avanzare? Automi sgangherati portano la mano al petto, si ripetono l’un altro, in una terrificante catena di San’Antonio erotica, frasi allucinate e spurie: «Ti porterò sempre nel mio cuore.» Affondano e riemergono nella catastrofe del traffico cittadino. Accendono la radio, alzano il volume a palla: e restano lì, paralizzati al semaforo, sommersi dagli insulti degli automobilisti in coda. In cima alla cattedrale il batacchio di una campana dondola, lento, enorme. Dondola ancora, prende corsa. Si avvicina alla campana, sta per toccarla. Ma non arriva a suonare. Un rapimento senza inquadrature del rapito. Una processione alla madonna senza inquadrature della madonna. Un autista senza occhiali. Una campana che non suona per nessuno.
martedì 7 febbraio 2006
Nereo Benussi segnala:
Paolo Izzo su "Liberazione" di questa mattina
Tempi duri
per gli infedeli
Caro Sansonetti, nel domenicale appuntamento a reti unificate con l’angelus, Ratzinger - riferendosi alle gravi intolleranze musulmane nei confronti delle vignette satiriche - ci ha fatto sapere che le ideologie (che si riferisse anche a noi?) e l’idolatria disprezzano l’uomo. Ci ricordiamo bene di come sul finire del 2005 lo stesso signore vestito di bianco negasse dignità umana ai non credenti, non è vero direttore? E non cade in una contraddizione simile anche don Vitaliano Della Sala che proprio dalle colonne di “Liberazione”, infervorato dall’enciclica papale, si rivolge soltanto ai cosiddetti “fedeli laici”? Insomma, tempi duri per noi infedeli, ad ogni latitudine!
Paolo Izzo su "Liberazione" di questa mattina
Tempi duri
per gli infedeli
Caro Sansonetti, nel domenicale appuntamento a reti unificate con l’angelus, Ratzinger - riferendosi alle gravi intolleranze musulmane nei confronti delle vignette satiriche - ci ha fatto sapere che le ideologie (che si riferisse anche a noi?) e l’idolatria disprezzano l’uomo. Ci ricordiamo bene di come sul finire del 2005 lo stesso signore vestito di bianco negasse dignità umana ai non credenti, non è vero direttore? E non cade in una contraddizione simile anche don Vitaliano Della Sala che proprio dalle colonne di “Liberazione”, infervorato dall’enciclica papale, si rivolge soltanto ai cosiddetti “fedeli laici”? Insomma, tempi duri per noi infedeli, ad ogni latitudine!
Paolo Izzo via e-mail
una segnalazione di Nereo Benussi:
Massimo Fagioli sull'Unità:
l'Unità 6 Febbraio 2006
UN GRUPPO DI SCIENZIATI
«L’aborto non è assassinio: la vita inizia dalla 24ª settimana»
L'aborto non è un assassinio: la vita umana inizia solo a partire dalla 24esima settimana di gestazione, sotto questo limite minimo di vitalità il prematuro non sopravvive. È quanto affermano autorevoli esperti di diverse branche della scienza e della medicina: dallo psichiatra Massimo Fagioli al genetista Edoardo Boncinelli; dal direttore della Società Italiana Studi Medicina Riproduzione Luca Gianaroli al presidente della Società Italiana di Neonatologia Giorgio Rondini del Policlinico San Matteo di Pavia.
«Il feto non solo non è vita, ma non ha la possibilità di vivere; fino alla 24esima settimana di gravidanza quando si forma la retina dell'occhio ed emerge la possibilità di reazione alla luce: poi, alla nascita, con la luce può iniziare il pensiero umano e la vita umana», sostiene Fagioli.
Da parte sua, Boncinelli precisa, «bisogna intendersi con la parola vita: se ci si riferisce a quella biologica essa inizia con la fecondazione, se invece ci riferiamo alla vita umana non inizia nè con la fecondazione nè con l'embrione». L'embrione, infatti, «fino alla seconda settimana non ha alcuna caratteristica che si attribuisce all'essere umano». «Il limite sotto il quale non ci sono probabilità di una vita dignitosa, è un'area tra la fine della 23esima e l'inizio della 24esima settimana di gestazione - spiega Rondini - Non ha senso praticare cure straordinarie ad un feto precoce per una avere nella migliore delle ipotesi un neonato fortemente menomato nel cervello e nello sviluppo psichico».
«Non sono di certo per fare più aborti: quanti però urlano oggi contro l'aborto e la stessa Ru-486, sono gli stessi che lo hanno incentivato per legge - osserva Gianaroli - la 40 che vieta di selezionare gli embrioni destinati ad aborto naturale. Così gli italiani oltre ad andare all'estero per la fecondazione assistita ci andranno pure per abortire».
Latina Oggi, domenica 5.02.06
VIOLENTI QUASI NORMALI
Viaggio nel disagio degli adolescenti
di Licia Pastore
Partire dalle cifre può aiutare, ma non è certamente sufficiente a spiegare cosa si cela dietro quei comportamenti di adolescenti che sempre più spesso diventano protagonisti sulle pagine della cronaca di azioni indiscutibilmente violente e nello stesso tempo non facilmente comprensibili. Le ultime stime degli accessi annui al Pronto Soccorso del Presidio Ospedaliero del Goretti parlano di un aumento rispetto agli scorsi anni, degli stati d'ansia, di disagi psichici. Ma non basta a fornire prime possibili ipotesi. C' è pronta la spiegazione di chi sottolinea che è inutile fare riferimento solo a queste diagnosi, perché è la stessa vita frenetica di tutti i giorni a rendere ansiosi. Nel caso dei giovani le cose starebbero diversamente. Si sente parlare dell'adolescenza come quel periodo in cui spesso si manifestano le 3 D. Disagio, devianza e delinquenza farebbero parte di quella teorica condizione di difficoltà minorile. Ma è proprio così? Risale a fine dicembre il fatto del giovane laureando in farmacia da tutti descritto come un ragazzo tranquillo, perfettamente normale, (impegnato nel servizio civile ) che improvvisamente in seguito ad un litigio si scatena e prende a martellate la madre. Un giudizio immediato, vorrebbe che a fatti di questo tipo corrispondano punizioni esemplari: ma tralasciando la ricostruzione dei gravi fatti accaduti, non limitandosi quindi alla sola comunicazione della notizia è chiaro che episodi così eclatanti aprono la strada a riflessioni complesse. Cosa si cela effettivamente dietro questa apparente normalità? Sono giovani che magari si fanno qualche spinello, bevono un bicchiere in più la sera con gli amici, frequentano la scuola o l'università e non sembrerebbero neanche afflitti da pesantezze familiari, perché nella realtà sono liberissimi di muoversi come gli pare. Cosa si scatena nella mente di un giovane difficile da immaginare come un potenziale mostro capace di una violenza non facilmente comprensibile? Come inquadrare un gesto di questa portata? Come fatto di eccessivo contrasto tra adolescenti e genitori? Oppure c'è un qualcosa che potrebbe spingere a pensare a una abnormalità richiamando elementi patologici specie tra le fasce sociali adolescenziali e giovanili?
Alcune domande rivolte al primario del Centro Pschiatrico dell'Infanzia e dell'Adolescenza, Servizio Speciale della Asl, Sandro Bartolomeo hanno confermato questa pista.
Infatti è lo stesso specialista a lanciare l'allarme sull'aumento di «gravi disturbi di personalità» degli adolescenti legati spesso ad una eccessiva aggressività (riferibile anche a personalità borderline, che in parole più semplici sono quelle che appartengono a quell'area di confine fra normalità e patologia.
«Occorre tenere distinti i normali conflitti che in età adolescenziale oppongono i giovani agli adulti. In questi casi si tratta di processi benevoli che servono alla crescita. Diversamente quelli che sono comportamenti anormali che si caratterizzano per eccessi di aggressività (non legati all'uso di sostanze) - spiega Sandro Bartolomeo - Non parlerei di ansia, che è uno stato diffuso in una società in cui l'ansia cresce proprio in base ai ritmi quotidiani».
Nel considerare in prima istanza questi fatti non c'è una sottovalutazione dell'aspetto psicopatologico in quanto va in primo piano un generico disagio che comprende fenomeni molto diversi fra loro e nasconde alcune specifiche problematiche di ordine psichiatrico?
«Il discorso che preoccupa è di adolescenti che stanno male e manifestano il loro malessere attraverso comportamenti aggressivi. Comportamenti clinicamente rilevabili che vanno dalla depressione ma anche attraverso comportamenti di grave trasgressione sociale. Per capirci meglio, guidare una macchina ad altissima velocità o altre trasgressioni simili che potrebbero sembrare poco significative. E' proprio questo tipo di disturbi nella provincia che è sicuramente in aumento. In parte legato anche all'abuso di sostanze stupefancenti. Cosa diversa dai gravi disturbi di personalità che non sappiamo quando si manifesteranno ma che generalmente posso dire che esplodano quando c'è un particolare stato di stress determinando quella fase che noi definiamo di acting out. Le problematiche psichiatriche possono sottendere tranquillamente in soggetti apparentemente normali e poi comparire improvvisamente».
Ma quindi questa sottovalutazione ha a che vedere con una impostazione culturale diffusa in cui si tende a considerare il rapporto tra normalità e malattia come un continuum, perdendo così di conseguenza anche il concetto di quel salto qualitativo sull'esatto confine tra malattie mentale e generico disturbo nevrotico?
«In psichiatria esistono i normali disturbi nevrotici e i gravi disturbi psicotici. Ce ne dobbiamo occupare in termini di prevenzione. La scuola, la famiglia e i servizi dovrebbero essere più capaci di individuare i giovani in difficoltà e tentare situazioni di recupero preventivo, non arrivando ad assistere al fenomeno dei disturbi conclamati».
Per allargare il campo ed avere una completezza di pareri cercando approfondire di più, le stesse domande le abbiamo proposte a Lino Carfagna, Capo Dipartimento Salute Mentale della Asl. Il dottor Carfagna è di rientro da un convegno in cui ha lanciato il suo di allarme che è relativo alle patologie prevalenti negli adolescenti che secondo le statistiche sono in cura presso il Dipartimento.
«Ciò che negli adolescenti sta cambiando, esprimendo aumenti rispetto al passato - spiega Lino Carfagna - sono i disturbi di personalità. Nei giovani sono molto frequenti. In questi casi possono scompensarsi ed entrare in un contesto più specifico di psicosi. In termini percentuali in quest'ultimo anno ci sarebbe stato un aumento del 25% di queste patologie».
Attualmente presso il Dipartimento di Salute Mentale ci sono in carico oltre 1600 pazienti. Tra questi moltissimi sono adolescenti che arrivano ai servizi o per una crisi già esplosa e ad altri vengono spesso diagnosticati disturbi di depressione. «Molto spesso da parte della famiglia c'è la tendenza a negare il fenomeno - aggiunge - ed è come se si chiudessero gli occhi di fronte a segnali che si evidenziano nei comportamenti». Da parte dei servizi molto spesso dopo la presa in carico, vengono seguiti percorsi diagnostici diversi. Nella maggior parte dei casi quando si tratta di crisi violenti si interviene con i farmaci.
Ma rispetto alla cura di questi giovani, come si pongono le ultime scoperte farmacologiche?
«Molto spesso ci troviamo di fronte a problemi di disturbi seri. Quando ci sono scompensi evidenti interveniamo con i farmaci. Diversamente cerchiamo di lavorare anche con la psicoterapia. Per ora riusciamo ad assicurare una presa in carico psicologica anche se spesso questi giovani utilizzano sostanze stupefacenti quasi a scopo di tamponamento dei loro problemi». Purtroppo quanto si riesce a garantire nei servizi non è abbastanza sufficiente per intervenire su molti casi.
«Il farmaco può aiutare - aggiunge - ma occorrerebbe assicurare una presa in carico maggiore. La caratteristica dell'ultima generazione è l'assenza di speranza, molto spesso sono disperati, perciò si può comprendere come oggi normalità e follia si tocchino di continuo e tendano a confondersi. Considerare la prevenzione come momento fondamentale è indispensabile. Ci vorrebbe maggiore attenzione. Anche a scuola gli stessi insegnanti potrebbero fare molto nel segnalare quei casi che si riescono a rilevare anche attraverso l'osservazione dei comportamenti in classe. L'ideale sarebbe lavorare su gruppi di adolescenti». A questo proposito, lo psichiatra e psicoterapeuta Mariopaolo Dario che da anni svolge psicoterapia di gruppo in ambito privato e in quello pubblico dove lavora come dirigente medico presso il Dsm della Asl Rm D, dichiara che: «Nelle generazioni giovanili dal dopoguerra in poi, (basta pensare al celebre film Gioventù Bruciata o al movimento giovanile del '68) ci sono sempre stati comportamenti trasgressivi. Pur condividendo l'ipotesi che nell'attuale generazione adolescenziale c'è una mancanza di prospettive, una diffusa rassegnazione derivata da un clima culturale e sociale di perbenismo istituzionale, non mi trovo d'accordo sull'idea che normalità e follia tendano a confondersi. La malattia mentale ha specifiche caratteristiche ed è limitata ad una percentuale minima di persone. I segni premonitori dovrebbero essere colti da psichiatri formati nella clinica psicopatologica e nella ricerca della realtà psichica non cosciente. Quando la malattia è manifesta i comportamenti alterati sono rilevabili da qualsiasi persona di buon senso. Gli psichiatri quindi devono indirizzare la loro attenzione agli aspetti non evidenti della patologia inseriti in comportamenti normali i cui capisaldi sono il manierismo, la dissociazione, fino ad arrivare al grande concetto dell'anaffettività, proposto dalla teoria del professor Massimo Fagioli. Tutto questo è confermato ampiamente dalla ricerca trentennale di quella particolare psicoterapia di gruppo che è l’Analisi Collettiva. Questa dimensione psichica di anaffettività si evidenzia come struttura di personalità compatibile con la norma che però fa ammalare l'ambiente umano intorno ad essa. Se messa in crisi si evidenzia con sintomatologia che prima di essere evidente con comportamenti grossolanamente patologici può manifestarsi con piccoli segni come accade in una lieve dissociazione del pensiero o nel manierismo. Tale atteggiamento consiste nel fatto che il soggetto si esprime creando un'immagine falsa, innaturale di se stesso nel tentativo di esprimere qualcosa che sa di non avere e di cui sente la mancanza».
La droga come fattore scatenante ci può entrare?
«L'uso di sostanze stupefacenti è diffuso ma non c'è corrispondenza fra la percentuale delle malattie mentali gravi che sono abbastanza stabili in termini di percentuali (circa il 3% della popolazione) e la diffusione dell'uso di sostanze. Non è quindi la droga causa scatenante ma tale esperienza può, in alcuni evidenziare un crollo psichico i cui elementi nascosti potevano essere preventivamente colti se osservati. Rimane fondamentale per lo psichiatra la possibilità di distinguere ai fini diagnostici tali situazioni evitando assolutamente un trattamento generico o prevalentemente farmacologico.
Con farmaci o psicoterapia?
«L'approccio più valido ritengo che sia quello psicoterapico, individuale o di gruppo, che colga nella dimensione psichica di anaffettività il principale agente patogeno e che sappia confrontarsi con tale dinamica inconscia patologica ai fini di una trasformazione completa e radicale delle dimensioni malate. Con questa impostazione terapeutica dopo un percorso spesso lungo e impegnativo si possono realizzare a vari livelli di guarigione: prima di tutto evitando la cronicizzazione della patologia, poi conquistando un'autonomia sociale lavorativa e infine realizzando possibilità di libertà nelle scelte personali e nei rapporti affettivi».
Quanti sono i giovani che si rivolgono a questo tipo di cura?
«La richiesta di psicoterapia è abbastanza diffusa. Vi è una domanda espressa relativamente ristretta forse perchè legata al problema del pagamento; ma vi è anche una domanda inespressa di psicoterapia a cui non viene data risposta e che potrebbe essere intercettata da servizio pubblico tramite psichiatri formati a tale lavoro. Cosa questa che non avviene perché nei servizi pubblici viene privilegiata da parte degli psichiatri la risposta farmacologia che la fascia d'utenza giovanile non giudica efficace».
E nel caso specifico del gesto del giovane che ha preso a martellate la madre?
«E' una reazione strana. Un conto è arrabbiarsi , urlare, arrivare magari a dare qualche schiaffo. Altro è prendere a martellate una persona. Questo comportamento violento che esprime una ribellione incongrua ci deve far ipotizzare un salto del soggetto nella psicopatologia, da approfondire negli aspetti di alterazione del pensiero precedente all'alterazione del comportamento».
I disturbi di personalità
I cosiddetti disturbi di personalità si distinguono in vari tipi. I tre più gravi anche in base a recenti sentenze della Corte di Cassazione rientrano tra quelle patologie che possono determinare anche l’incapacità di intendere e volere e che sono inserite nella diagnosi di schizofrenia latente.
L’allarme degli specialisti
DA parte dei servizi specialistici della Asl è stato segnalato l’aumento di casi che fanno riferimento a «gravi disturbi di personalità». Si tratta sia dei casi seguiti presso il Centro Speciale che presso il Dipartimento di Salute Mentale.
La domanda di psicoterapia
Farmaci o psicoterapia?
La farmacologia spesso non viene ritenuta efficace dagli adolescenti. Diversa la questione della psicoterapia. Da parte dei giovani la richiesta di psicoterapia è abbastanza diffusa. Purtroppo buona parte rimane inespressa per il problema del pagamento
Massimo Fagioli sull'Unità:
l'Unità 6 Febbraio 2006
UN GRUPPO DI SCIENZIATI
«L’aborto non è assassinio: la vita inizia dalla 24ª settimana»
L'aborto non è un assassinio: la vita umana inizia solo a partire dalla 24esima settimana di gestazione, sotto questo limite minimo di vitalità il prematuro non sopravvive. È quanto affermano autorevoli esperti di diverse branche della scienza e della medicina: dallo psichiatra Massimo Fagioli al genetista Edoardo Boncinelli; dal direttore della Società Italiana Studi Medicina Riproduzione Luca Gianaroli al presidente della Società Italiana di Neonatologia Giorgio Rondini del Policlinico San Matteo di Pavia.
«Il feto non solo non è vita, ma non ha la possibilità di vivere; fino alla 24esima settimana di gravidanza quando si forma la retina dell'occhio ed emerge la possibilità di reazione alla luce: poi, alla nascita, con la luce può iniziare il pensiero umano e la vita umana», sostiene Fagioli.
Da parte sua, Boncinelli precisa, «bisogna intendersi con la parola vita: se ci si riferisce a quella biologica essa inizia con la fecondazione, se invece ci riferiamo alla vita umana non inizia nè con la fecondazione nè con l'embrione». L'embrione, infatti, «fino alla seconda settimana non ha alcuna caratteristica che si attribuisce all'essere umano». «Il limite sotto il quale non ci sono probabilità di una vita dignitosa, è un'area tra la fine della 23esima e l'inizio della 24esima settimana di gestazione - spiega Rondini - Non ha senso praticare cure straordinarie ad un feto precoce per una avere nella migliore delle ipotesi un neonato fortemente menomato nel cervello e nello sviluppo psichico».
«Non sono di certo per fare più aborti: quanti però urlano oggi contro l'aborto e la stessa Ru-486, sono gli stessi che lo hanno incentivato per legge - osserva Gianaroli - la 40 che vieta di selezionare gli embrioni destinati ad aborto naturale. Così gli italiani oltre ad andare all'estero per la fecondazione assistita ci andranno pure per abortire».
una segnalazione di Roberto Martina:
un altro articolo che altrettanto cita Massimo Fagioli a proposito dell'inizio della "vita umana alla 24esima settimana" è apparso nella stessa data [fonte: presstoday.com] anche sulle seguenti testate - tutti quotidiani regionali FINEGIL della medesima proprietà del gruppo l'Espresso -:
"Alto Adige" di Bolzano, "La Gazzetta di Modena", "La Gazzetta di Mantova", "Trentino" di Trento, "Corriere delle Alpi" di Belluno, "La Nuova Ferrara", "La Gazzetta di Reggio".
Eccone qui di seguito il testo:
un altro articolo che altrettanto cita Massimo Fagioli a proposito dell'inizio della "vita umana alla 24esima settimana" è apparso nella stessa data [fonte: presstoday.com] anche sulle seguenti testate - tutti quotidiani regionali FINEGIL della medesima proprietà del gruppo l'Espresso -:
"Alto Adige" di Bolzano, "La Gazzetta di Modena", "La Gazzetta di Mantova", "Trentino" di Trento, "Corriere delle Alpi" di Belluno, "La Nuova Ferrara", "La Gazzetta di Reggio".
Eccone qui di seguito il testo:
pagina 6
Attualità
Per alcuni scienziati non avrebbe senso parlare di aborto prima di questa tappa
«Vita umana alla 24ª settimana»
Fissato lo sviluppo minimo perchè un neonato possa vivere
ROMA. L’aborto non è un assassinio, nè tanto meno un dramma per la donna: la vita umana inizia solo a partire dalla 24ª settimana di gestazione, sotto questo limite minimo di vitalità il prematuro non sopravvive. E’ quanto affermano autorevoli esperti di diverse branche della scienza e della medicina: dallo psichiatra Massimo Fagioli al genetista Edoardo Boncinelli. E ancora il direttore della Sismer (Società italiana studi medicina riproduzione) Luca Gianaroli, della Sin (Società italiana di neonatologia) Giorgio Rondini, del San Matteo di Pavia. «Il feto non solo non è vita, ma non ha la possibilità di vivere; fino alla 24ª settimana di gravidanza quando si forma la retina dell’occhio ed emerge la possibilità di reazione alla luce: poi, alla nascita, con la luce può iniziare il pensiero umano e la vita umana», sostiene lo psichiatra. Da parte sua, Boncinelli precisa, «bisogna intendersi con la parola vita: se ci si riferisce a quella biologica essa inizia con la fecondazione, se invece ci riferiamo alla vita umana non inizia nè con la fecondazione nè con l’embrione». L’embrione, infatti, «fino alla seconda settimana non ha alcuna caratteristica che si attribuisce all’essere umano: non possiede neanche un piccolo segno del sistema nervoso e non reagisce, non pensa, non soffre, non gioisce». Poi più avanti, «si formano le caratteristiche che fanno l’essere umano - conclude Boncinelli - fino alla nascita quando compare il respiro e la vita autonoma: ci vuole il respiro e il funzionamento del sistema nervoso per parlare di vita umana». Un ‘pool’ di nove società scientifiche ha messo a punto un protocollo ‘raccomandazioni per le cure perinatali nelle età gestazionali estremamente basse’ che pone il limite minimo di vitalità del nascituro alla 24ª settimana di gestazione. «Il limite sotto il quale non ci sono probabilità di una vita dignitosa, è un’area tra la fine della 23ª e l’inizio della 24ª settimana di gestazione - spiega Rondini -. Non ha senso praticare cure straordinarie, intensive e di rianimazione, ad un feto precoce, dal tessuto molto, molto precario per una avere nella migliore delle ipotesi un neonato fortemente menomato nel cervello e nello sviluppo psichico». Dunque, prima della 24ª settimana non c’è vita umana. Gianaroli critica quindi la legge sulla fecondazione assistita che vieta di selezionare gli embrioni, evitando di impiantare quelli che produrranno aborti spontanei.
Attualità
Per alcuni scienziati non avrebbe senso parlare di aborto prima di questa tappa
«Vita umana alla 24ª settimana»
Fissato lo sviluppo minimo perchè un neonato possa vivere
ROMA. L’aborto non è un assassinio, nè tanto meno un dramma per la donna: la vita umana inizia solo a partire dalla 24ª settimana di gestazione, sotto questo limite minimo di vitalità il prematuro non sopravvive. E’ quanto affermano autorevoli esperti di diverse branche della scienza e della medicina: dallo psichiatra Massimo Fagioli al genetista Edoardo Boncinelli. E ancora il direttore della Sismer (Società italiana studi medicina riproduzione) Luca Gianaroli, della Sin (Società italiana di neonatologia) Giorgio Rondini, del San Matteo di Pavia. «Il feto non solo non è vita, ma non ha la possibilità di vivere; fino alla 24ª settimana di gravidanza quando si forma la retina dell’occhio ed emerge la possibilità di reazione alla luce: poi, alla nascita, con la luce può iniziare il pensiero umano e la vita umana», sostiene lo psichiatra. Da parte sua, Boncinelli precisa, «bisogna intendersi con la parola vita: se ci si riferisce a quella biologica essa inizia con la fecondazione, se invece ci riferiamo alla vita umana non inizia nè con la fecondazione nè con l’embrione». L’embrione, infatti, «fino alla seconda settimana non ha alcuna caratteristica che si attribuisce all’essere umano: non possiede neanche un piccolo segno del sistema nervoso e non reagisce, non pensa, non soffre, non gioisce». Poi più avanti, «si formano le caratteristiche che fanno l’essere umano - conclude Boncinelli - fino alla nascita quando compare il respiro e la vita autonoma: ci vuole il respiro e il funzionamento del sistema nervoso per parlare di vita umana». Un ‘pool’ di nove società scientifiche ha messo a punto un protocollo ‘raccomandazioni per le cure perinatali nelle età gestazionali estremamente basse’ che pone il limite minimo di vitalità del nascituro alla 24ª settimana di gestazione. «Il limite sotto il quale non ci sono probabilità di una vita dignitosa, è un’area tra la fine della 23ª e l’inizio della 24ª settimana di gestazione - spiega Rondini -. Non ha senso praticare cure straordinarie, intensive e di rianimazione, ad un feto precoce, dal tessuto molto, molto precario per una avere nella migliore delle ipotesi un neonato fortemente menomato nel cervello e nello sviluppo psichico». Dunque, prima della 24ª settimana non c’è vita umana. Gianaroli critica quindi la legge sulla fecondazione assistita che vieta di selezionare gli embrioni, evitando di impiantare quelli che produrranno aborti spontanei.
Inoltre era uscito in precedenza - domenica 5 febbraio - un altro articolo che citava Massimo Fagioli:
VIOLENTI QUASI NORMALI
Viaggio nel disagio degli adolescenti
di Licia Pastore
Partire dalle cifre può aiutare, ma non è certamente sufficiente a spiegare cosa si cela dietro quei comportamenti di adolescenti che sempre più spesso diventano protagonisti sulle pagine della cronaca di azioni indiscutibilmente violente e nello stesso tempo non facilmente comprensibili. Le ultime stime degli accessi annui al Pronto Soccorso del Presidio Ospedaliero del Goretti parlano di un aumento rispetto agli scorsi anni, degli stati d'ansia, di disagi psichici. Ma non basta a fornire prime possibili ipotesi. C' è pronta la spiegazione di chi sottolinea che è inutile fare riferimento solo a queste diagnosi, perché è la stessa vita frenetica di tutti i giorni a rendere ansiosi. Nel caso dei giovani le cose starebbero diversamente. Si sente parlare dell'adolescenza come quel periodo in cui spesso si manifestano le 3 D. Disagio, devianza e delinquenza farebbero parte di quella teorica condizione di difficoltà minorile. Ma è proprio così? Risale a fine dicembre il fatto del giovane laureando in farmacia da tutti descritto come un ragazzo tranquillo, perfettamente normale, (impegnato nel servizio civile ) che improvvisamente in seguito ad un litigio si scatena e prende a martellate la madre. Un giudizio immediato, vorrebbe che a fatti di questo tipo corrispondano punizioni esemplari: ma tralasciando la ricostruzione dei gravi fatti accaduti, non limitandosi quindi alla sola comunicazione della notizia è chiaro che episodi così eclatanti aprono la strada a riflessioni complesse. Cosa si cela effettivamente dietro questa apparente normalità? Sono giovani che magari si fanno qualche spinello, bevono un bicchiere in più la sera con gli amici, frequentano la scuola o l'università e non sembrerebbero neanche afflitti da pesantezze familiari, perché nella realtà sono liberissimi di muoversi come gli pare. Cosa si scatena nella mente di un giovane difficile da immaginare come un potenziale mostro capace di una violenza non facilmente comprensibile? Come inquadrare un gesto di questa portata? Come fatto di eccessivo contrasto tra adolescenti e genitori? Oppure c'è un qualcosa che potrebbe spingere a pensare a una abnormalità richiamando elementi patologici specie tra le fasce sociali adolescenziali e giovanili?
Alcune domande rivolte al primario del Centro Pschiatrico dell'Infanzia e dell'Adolescenza, Servizio Speciale della Asl, Sandro Bartolomeo hanno confermato questa pista.
Infatti è lo stesso specialista a lanciare l'allarme sull'aumento di «gravi disturbi di personalità» degli adolescenti legati spesso ad una eccessiva aggressività (riferibile anche a personalità borderline, che in parole più semplici sono quelle che appartengono a quell'area di confine fra normalità e patologia.
«Occorre tenere distinti i normali conflitti che in età adolescenziale oppongono i giovani agli adulti. In questi casi si tratta di processi benevoli che servono alla crescita. Diversamente quelli che sono comportamenti anormali che si caratterizzano per eccessi di aggressività (non legati all'uso di sostanze) - spiega Sandro Bartolomeo - Non parlerei di ansia, che è uno stato diffuso in una società in cui l'ansia cresce proprio in base ai ritmi quotidiani».
Nel considerare in prima istanza questi fatti non c'è una sottovalutazione dell'aspetto psicopatologico in quanto va in primo piano un generico disagio che comprende fenomeni molto diversi fra loro e nasconde alcune specifiche problematiche di ordine psichiatrico?
«Il discorso che preoccupa è di adolescenti che stanno male e manifestano il loro malessere attraverso comportamenti aggressivi. Comportamenti clinicamente rilevabili che vanno dalla depressione ma anche attraverso comportamenti di grave trasgressione sociale. Per capirci meglio, guidare una macchina ad altissima velocità o altre trasgressioni simili che potrebbero sembrare poco significative. E' proprio questo tipo di disturbi nella provincia che è sicuramente in aumento. In parte legato anche all'abuso di sostanze stupefancenti. Cosa diversa dai gravi disturbi di personalità che non sappiamo quando si manifesteranno ma che generalmente posso dire che esplodano quando c'è un particolare stato di stress determinando quella fase che noi definiamo di acting out. Le problematiche psichiatriche possono sottendere tranquillamente in soggetti apparentemente normali e poi comparire improvvisamente».
Ma quindi questa sottovalutazione ha a che vedere con una impostazione culturale diffusa in cui si tende a considerare il rapporto tra normalità e malattia come un continuum, perdendo così di conseguenza anche il concetto di quel salto qualitativo sull'esatto confine tra malattie mentale e generico disturbo nevrotico?
«In psichiatria esistono i normali disturbi nevrotici e i gravi disturbi psicotici. Ce ne dobbiamo occupare in termini di prevenzione. La scuola, la famiglia e i servizi dovrebbero essere più capaci di individuare i giovani in difficoltà e tentare situazioni di recupero preventivo, non arrivando ad assistere al fenomeno dei disturbi conclamati».
Per allargare il campo ed avere una completezza di pareri cercando approfondire di più, le stesse domande le abbiamo proposte a Lino Carfagna, Capo Dipartimento Salute Mentale della Asl. Il dottor Carfagna è di rientro da un convegno in cui ha lanciato il suo di allarme che è relativo alle patologie prevalenti negli adolescenti che secondo le statistiche sono in cura presso il Dipartimento.
«Ciò che negli adolescenti sta cambiando, esprimendo aumenti rispetto al passato - spiega Lino Carfagna - sono i disturbi di personalità. Nei giovani sono molto frequenti. In questi casi possono scompensarsi ed entrare in un contesto più specifico di psicosi. In termini percentuali in quest'ultimo anno ci sarebbe stato un aumento del 25% di queste patologie».
Attualmente presso il Dipartimento di Salute Mentale ci sono in carico oltre 1600 pazienti. Tra questi moltissimi sono adolescenti che arrivano ai servizi o per una crisi già esplosa e ad altri vengono spesso diagnosticati disturbi di depressione. «Molto spesso da parte della famiglia c'è la tendenza a negare il fenomeno - aggiunge - ed è come se si chiudessero gli occhi di fronte a segnali che si evidenziano nei comportamenti». Da parte dei servizi molto spesso dopo la presa in carico, vengono seguiti percorsi diagnostici diversi. Nella maggior parte dei casi quando si tratta di crisi violenti si interviene con i farmaci.
Ma rispetto alla cura di questi giovani, come si pongono le ultime scoperte farmacologiche?
«Molto spesso ci troviamo di fronte a problemi di disturbi seri. Quando ci sono scompensi evidenti interveniamo con i farmaci. Diversamente cerchiamo di lavorare anche con la psicoterapia. Per ora riusciamo ad assicurare una presa in carico psicologica anche se spesso questi giovani utilizzano sostanze stupefacenti quasi a scopo di tamponamento dei loro problemi». Purtroppo quanto si riesce a garantire nei servizi non è abbastanza sufficiente per intervenire su molti casi.
«Il farmaco può aiutare - aggiunge - ma occorrerebbe assicurare una presa in carico maggiore. La caratteristica dell'ultima generazione è l'assenza di speranza, molto spesso sono disperati, perciò si può comprendere come oggi normalità e follia si tocchino di continuo e tendano a confondersi. Considerare la prevenzione come momento fondamentale è indispensabile. Ci vorrebbe maggiore attenzione. Anche a scuola gli stessi insegnanti potrebbero fare molto nel segnalare quei casi che si riescono a rilevare anche attraverso l'osservazione dei comportamenti in classe. L'ideale sarebbe lavorare su gruppi di adolescenti». A questo proposito, lo psichiatra e psicoterapeuta Mariopaolo Dario che da anni svolge psicoterapia di gruppo in ambito privato e in quello pubblico dove lavora come dirigente medico presso il Dsm della Asl Rm D, dichiara che: «Nelle generazioni giovanili dal dopoguerra in poi, (basta pensare al celebre film Gioventù Bruciata o al movimento giovanile del '68) ci sono sempre stati comportamenti trasgressivi. Pur condividendo l'ipotesi che nell'attuale generazione adolescenziale c'è una mancanza di prospettive, una diffusa rassegnazione derivata da un clima culturale e sociale di perbenismo istituzionale, non mi trovo d'accordo sull'idea che normalità e follia tendano a confondersi. La malattia mentale ha specifiche caratteristiche ed è limitata ad una percentuale minima di persone. I segni premonitori dovrebbero essere colti da psichiatri formati nella clinica psicopatologica e nella ricerca della realtà psichica non cosciente. Quando la malattia è manifesta i comportamenti alterati sono rilevabili da qualsiasi persona di buon senso. Gli psichiatri quindi devono indirizzare la loro attenzione agli aspetti non evidenti della patologia inseriti in comportamenti normali i cui capisaldi sono il manierismo, la dissociazione, fino ad arrivare al grande concetto dell'anaffettività, proposto dalla teoria del professor Massimo Fagioli. Tutto questo è confermato ampiamente dalla ricerca trentennale di quella particolare psicoterapia di gruppo che è l’Analisi Collettiva. Questa dimensione psichica di anaffettività si evidenzia come struttura di personalità compatibile con la norma che però fa ammalare l'ambiente umano intorno ad essa. Se messa in crisi si evidenzia con sintomatologia che prima di essere evidente con comportamenti grossolanamente patologici può manifestarsi con piccoli segni come accade in una lieve dissociazione del pensiero o nel manierismo. Tale atteggiamento consiste nel fatto che il soggetto si esprime creando un'immagine falsa, innaturale di se stesso nel tentativo di esprimere qualcosa che sa di non avere e di cui sente la mancanza».
La droga come fattore scatenante ci può entrare?
«L'uso di sostanze stupefacenti è diffuso ma non c'è corrispondenza fra la percentuale delle malattie mentali gravi che sono abbastanza stabili in termini di percentuali (circa il 3% della popolazione) e la diffusione dell'uso di sostanze. Non è quindi la droga causa scatenante ma tale esperienza può, in alcuni evidenziare un crollo psichico i cui elementi nascosti potevano essere preventivamente colti se osservati. Rimane fondamentale per lo psichiatra la possibilità di distinguere ai fini diagnostici tali situazioni evitando assolutamente un trattamento generico o prevalentemente farmacologico.
Con farmaci o psicoterapia?
«L'approccio più valido ritengo che sia quello psicoterapico, individuale o di gruppo, che colga nella dimensione psichica di anaffettività il principale agente patogeno e che sappia confrontarsi con tale dinamica inconscia patologica ai fini di una trasformazione completa e radicale delle dimensioni malate. Con questa impostazione terapeutica dopo un percorso spesso lungo e impegnativo si possono realizzare a vari livelli di guarigione: prima di tutto evitando la cronicizzazione della patologia, poi conquistando un'autonomia sociale lavorativa e infine realizzando possibilità di libertà nelle scelte personali e nei rapporti affettivi».
Quanti sono i giovani che si rivolgono a questo tipo di cura?
«La richiesta di psicoterapia è abbastanza diffusa. Vi è una domanda espressa relativamente ristretta forse perchè legata al problema del pagamento; ma vi è anche una domanda inespressa di psicoterapia a cui non viene data risposta e che potrebbe essere intercettata da servizio pubblico tramite psichiatri formati a tale lavoro. Cosa questa che non avviene perché nei servizi pubblici viene privilegiata da parte degli psichiatri la risposta farmacologia che la fascia d'utenza giovanile non giudica efficace».
E nel caso specifico del gesto del giovane che ha preso a martellate la madre?
«E' una reazione strana. Un conto è arrabbiarsi , urlare, arrivare magari a dare qualche schiaffo. Altro è prendere a martellate una persona. Questo comportamento violento che esprime una ribellione incongrua ci deve far ipotizzare un salto del soggetto nella psicopatologia, da approfondire negli aspetti di alterazione del pensiero precedente all'alterazione del comportamento».
Licia Pastore
I disturbi di personalità
I cosiddetti disturbi di personalità si distinguono in vari tipi. I tre più gravi anche in base a recenti sentenze della Corte di Cassazione rientrano tra quelle patologie che possono determinare anche l’incapacità di intendere e volere e che sono inserite nella diagnosi di schizofrenia latente.
L’allarme degli specialisti
DA parte dei servizi specialistici della Asl è stato segnalato l’aumento di casi che fanno riferimento a «gravi disturbi di personalità». Si tratta sia dei casi seguiti presso il Centro Speciale che presso il Dipartimento di Salute Mentale.
La domanda di psicoterapia
Farmaci o psicoterapia?
La farmacologia spesso non viene ritenuta efficace dagli adolescenti. Diversa la questione della psicoterapia. Da parte dei giovani la richiesta di psicoterapia è abbastanza diffusa. Purtroppo buona parte rimane inespressa per il problema del pagamento
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