l’Unità 16.12.12
Harlem Désir
«È ora di lasciarci alle spalle il fallimentare ciclo della destra»
«L’Europa
è al centro della crisi mondiale anche grazie alle politiche seguite
dai conservatori in tutte le loro declinazioni, tecnocratiche e
populiste
di U. D. G.
su spogli
l’Unità 16.12.12
Evangelos Venizelos
«Dalla vittoria italiana una Ue più solidale e più giusta»
«La sfida è cambiare l’idea stessa di Europa, nel nome di principi alternativi
a quelli dei conservatori Stop agli egoismi nazionali per tornare a crescere»
di Umberto De Giovannangeli
su spogli
l’Unità 16.12.12
Il segretario: Monti non ci preoccupa
D’Alema: «Curioso se divenisse il leader di chi l’ha sfiduciato»
Orfini: «Nel listino solo società civile, i big si candidino ai gazebo»
Vendola: «Ricostruire insieme la politica»
di S. C.
su spogli
il Fatto 16.12.12
Pier Luigi Bersani
La sinistra a un passo dal potere: “Vincerò”
di Paola Zanca
HA
SUPERATO LE PRIMARIE, È ALLA GUIDA DI QUELLO CHE I SONDAGGI INDICANO
PRIMO PARTITO, MA LA CANDIDATURA DEL TECNICO PUÒ ROVINARGLI I PIANI
Io
sono tranquillo, non c’è nessuno più tranquillo di me. Non ho nessuna
preoccupazione: aspettiamo che ci siano decisioni e si esca da una
discussione un po’ stucchevole”. A Pier Luigi Bersani, che Mario Monti
rimanga sulla scena, non fa paura. Preferirebbe restasse “in una
posizione di terzietà”, magari al Quirinale, ma non può farci nulla.
Ieri, per la prima volta da quando è stato incoronato dalle primarie, si
è fatto rivedere con i suoi due alleati di “sinistra”, il socialista
Riccardo Nencini e Nichi Vendola, leader di Sel. Con questa alleanza è
convinto di poter vincere le elezioni. Ha perfino pensato dove
festeggiare: in Germania, “sarebbe una grandissima soddisfazione...”. E
ai progressisisti europei riuniti ieri a Roma ha promesso: “Vincerò per
l’Italia e anche un po’ per voi”.
DA NON PERDERE:
l’Unità 9.12.12
«La politica è di tutti»
Pietro Ingrao: quel che è stato e le speranze per il futuro
Testo tratto dal discorso di Pietro Ingrao a Brescia per il quinto anniversario della strage di Piazza della Loggia
di Pietro Ingrao (qui)
DIETRO
QUEGLI ORDIGNI, E DIETRO QUELLI CHE AVEVANO TRAMATO LA STRAGE DI
BRESCIA, C’ERANO UNA VOLONTÀ E UN ODIO CHE ANDAVA OLTRE L’ATTO CHE
COMPIVANO. CREDO CI FOSSE UN ATTACCO PROFONDO CONTRO TUTTA UNA STORIA
DEL NOSTRO PAESE, CONTRO LA SUA EREDITÀ E LA SUA RICCHEZZA PIÙ GRANDE.
Contro una svolta storica che si era compiuta nel nostro secolo, contro
quell’atto fondante di tutta la nostra vita, quella pagina alta che si
chiama la Resistenza italiana. Furono anni grandi e terribili ma
straordinari quelli che vivemmo allora, quell’esperienza occupò tutta la
vita del pianeta e per quelli di noi che vi parteciparono fu davvero
uno scontro totale per la vita e per la morte. Sentimmo che era in gioco
la ragione per cui scriviamo questo nome «antifascismo» e lo portiamo
dentro l’animo nostro, le nostre carni, la nostra vita e lo facciamo
vivere nelle nostre bandiere. Fummo costretti a combattere un nemico
totale, implacabile, che non chiedeva questo o quello, ma che voleva
tutto, che mirava al dominio del mondo. Perciò in quei giorni sentimmo
che ci giocavamo tutto e che si discuteva non della sorte di uno o di
altri e nemmeno di un solo popolo ma davvero di qualcosa di profondo e
di generale. Scoprimmo un orizzonte nuovo, imparammo cose che fino ad
allora a tanti di noi, quale che fosse la loro corrente, ancora non
erano pienamente chiare. Scoprimmo un senso dell’uomo, una concezione
nuova della libertà, una visione dei popoli, della loro identità, della
loro storia. E imparammo che la libertà non poteva essere divisa e
valere solo per alcuni e non per altri e l’indipendenza non poteva
essere riconosciuta a un popolo senza che fosse minacciata poi anche per
altri popoli (...).
Non per caso si trovarono improvvisamente
l’uno di fianco all’altro uomini che avevano pensieri distanti, uomini
di fede cristiana e altri di fede marxista, e collettivisti e liberali, e
laici e socialisti. Ma tutti imparammo a condurre una battaglia comune
per affermare la volontà di riconoscersi come nazione, di affermare il
diritto e la capacità di decidere da sé. La vera vittoria che noi
cercavamo non era solo colpire il nemico, ma fare crescere il popolo, la
sua unità, la sua volontà di combattere e di difendere se stesso, la
sua capacità di vivere un’esperienza comune. E così diventare più forti,
ciascuno come individuo, conquistare una libertà più grande, una
capacità di trasformare non solo piccole cose, ma tutta intera la vita
intorno a noi (...).
Proprio questa grande speranza di fare
crescere una vita del popolo, in cui non tutte le teste diventano uguali
ma restano diverse e riescono lo stesso a ritrovarsi e a costruire
insieme un avvenire comune, era quella che più odiavano gli uomini della
strage di Piazza della Loggia. Avevano paura che ci incontrassimo, che
ci ritrovassimo. Questo volevano colpire e distruggere. Perché la
crescita di questo grande incontro, di questa civiltà nuova di un mondo
del lavoro che si organizza, non solo era la negazione totale del
fascismo, ma era un fatto straordinario. È la grande impresa cominciata
in questo secolo e che, se riusciremo a farla camminare, romperà domini
secolari, spezzerà antiche oligarchie, chiamerà ciascuno di noi
finalmente a pensare, vivere, organizzarsi in modo nuovo. Perciò quello
che avvenne il 28 di maggio del 1974 a Brescia non fu un episodio tra i
tanti, ma fu un punto nodale di un grande scontro nella vita italiana.
Dinnanzi a questo popolo che cresceva c’è stato chi, terrorizzato, mise
in piedi e portò avanti la strategia della tensione che non fu solo
morte e sangue, ma fu un disegno, un complotto, un tentativo di spaccare
il Paese.
Chi spara e mette le bombe non vuole che ci siano
organismi, partiti, sindacati, circoli, di idee diverse, che imparano a
tessere un dialogo e a fare crescere la lotta comune. Non vuole che a
contare siano molti perché chi vuole ridurre la vita dell’Italia a uno
scontro di killer ha voi lavoratori nel mirino. Vi vuole cacciare dentro
le case, vuole bloccare le assemblee in cui si discute, colpire quello
che invece noi vogliamo ardentemente. Quante volte hanno raccontato, nei
secoli, che chi decideva erano quelli che stavano in alto? E voi avete
sperato, insieme, che venisse un tempo in cui non decide uno o un altro,
ma tutti insieme. Questa speranza della politica è di tutti, non la
lasceremo morire, la porteremo avanti con tutte le forze nostre. Perché
abbiamo imparato che così davvero possiamo contare e fare crescere noi
stessi. Se ci dividiamo, se ci rompiamo, se abbiamo paura, se ci
chiudiamo nelle case, se lasciamo la decisione alla pistola e alle bombe
tutti perdiamo il meglio di noi stessi e alla fine, anche quando viene
ammazzato uno che non è della parte nostra, siamo anche noi che paghiamo
perché diventiamo più deboli (...).
Noi rispondiamo che vogliamo
e possiamo difendere insieme il diritto alla vita, il diritto alla
libertà e al tempo stesso l’unità del nostro Paese senza cancellare le
differenze, il confronto delle idee, proprio perché abbiamo imparato a
concepire l’unità non come qualcosa in cui diventiamo tutti uguali e
tutti gli stessi, ma come ricchezza, creatività, pluralità di idee che
però sa darsi un orizzonte, un progetto, un metodo comune. La democrazia
voluta nella Costituzione sa aprire nuovi orizzonti, sa rinnovare la
vita nostra, sa correggere guasti, ingiustizie, sa cancellare
oppressioni. E qui c’è un messaggio che dobbiamo far arrivare alle nuove
generazioni per impedire che passi chi predica ai giovani sfiducia, chi
insinua il disprezzo della libertà e della vita comunitaria, chi
addirittura gli dice ma sì, dedicati all’esaltazione della prepotenza,
buttati alla guerra dell’uomo contro l’uomo.