«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
martedì 30 agosto 2016
IN ITALIA:
Corriere 30.8.16
D’Alema alza il tiro su Renzi E prepara la squadra del No
«Gente viene cacciata dai tg se non è d’accordo con il governo»
di Alessandro Trocino
VICENZA Massimo D’Alema torna, lancia stilettate contro il premier, «questo ragazzo che qualche volta sembra che ci prenda per i fondelli». E poi estrae quello che chiama «l’uovo di Colombo»: «Una riforma di mezza paginetta, a cui stanno lavorando tre costituzionalisti. La presenterò presto». Ritorno in grande stile, in una festa della sinistra a Vicenza, che preannuncia un tour tra le città per il No al referendum. Con la tappa fondamentale del 5 settembre, quando ha organizzato una riunione a Roma per lanciare i comitati del no a livello territoriale: «Troppi cincischiavano, è ora di fermarli».
Il prologo è sul terremoto. D’Alema ringrazia Renzi per aver citato la ricostruzione in Umbria e Emilia, quando era premier. E apprezza la scelta di Vasco Errani come commissario: «Non c’entra con le dinamiche interne, prenderà la tessera del Pd e la metterà nel cassetto. E poi — scherza — lui era l’unico esponente della Fgci che conosceva Baudelaire». Ma la sintonia con il premier finisce qui. Anzi, comincia un lungo attacco: «La crescita del Paese, che era stata annunciata come strabiliante, è zero. Siamo ultimi. Diceva il premier: adesso non ce n’è per nessuno. Beh, ce n’è invece. Mi pare evidente che la politica economica del governo non è efficace».
Poi si concentra sul referendum. Il no è senza condizioni: «Orfini ha detto che c’è libertà di coscienza. Bene, vi ricordo che Concetto Marchesi votò no alla Costituzione. Nessuno battè ciglio allora. E c’era lo stalinismo, eh». Sempre al presidente del partito, che aveva spiegato come D’Alema sia ora appoggiato «dai girotondini», replica ridendo: «Certo, girotondini come Casavola, Onida, De Siervo. Sarà un girotondo un po’ difficoltoso, vista l’età». E ancora: «Già bocciammo la riforma fatta da Berlusconi, pressoché identica a questa. Loro hanno cambiato idea. Io no. Una vecchia barzelletta sovietica, diceva, cos’è il deviazionismo? È andare dritti quando la linea va a zig zag. Ecco, io sono un deviazionista». Il confronto con l’ex Cavaliere è ripetuto: «Perché Renzi non ha riproposto la legge uninominale? Perché anche a lui fa comodo nominarsi i deputati. La stessa filosofia di Berlusconi. Il paradosso è che mentre lui esce di scena, il berlusconismo vince. Il centrosinistra si è fatto erede della cultura politica di Berlusconi». «Abbiamo — prosegue — anche forme di persecuzione: gente viene cacciata dalla direzione dei tg se non è d’accordo con il governo».
Il suo no al referendum non ha le subordinate della minoranza: «Non polemizzo con Bersani. Ma, certo, nessuno cambierà la legge elettorale prima del referendum». Nessuno scontro, però, come testimonia la presenza qui di Davide Zoggia, che spiega: «Ci sarà sicuramente una convergenza». D’Alema anticipa il suo uovo di Colombo: deputati ridotti di 250, Senato dimezzato, voto di fiducia solo alla Camera e «un comitato di conciliazione per evitare la navetta, come accade negli Usa, dove c’è il bicameralismo perfetto».
Ma se vincesse il no, sarà la fine di Renzi? «Non lo so. Certo è che sta accumulando sconfitte su sconfitte. Io però non ho chiesto le sue dimissioni. Ha fatto tutto lui, dice e disdice. Renzi contro Renzi. Noto però con piacere che ora ha sconvocato le urne anticipate». D’Alema accusa il premier per il clima che si è creato: «Era necessario spaccare il Paese e drammatizzare i toni?». Comunque sia, il Pd di Renzi certo non gli piace: «Perdiamo i palmiri e guadagniamo i verdini e i cicchitto». Dal pubblico c’è chi lo contesta: «Se vince il no arriva la destra». No, risponde: «Perché non ci saranno le elezioni anticipate. Invece se andremo avanti così, finiremo come Wile Coyote e i 5 Stelle andranno al governo».
Per sventare questo scenario, tutto è pronto, o quasi, per il lancio della campagna per il no, il 5 settembre. Sono attese 150 persone: «Anche troppe, sto cercando di dissuadere la gente», spiega ironico. Pochi i nomi noti. Sicuramente ci sarà Paolo Corsini, battagliero ex sindaco di Brescia: «È una riforma persino illeggibile. Credo che i bersaniani alla fine stiano con noi». La sinistra pd diserterà l’appuntamento dalemiano: assenti Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo e Roberto Speranza. Potrebbe invece palesarsi Miguel Gotor: «Dipende dai miei impegni. Però auguro il successo a questa bella iniziativa».
Tra gli altri a Roma ci saranno due eurodeputati, il napoletano e bassoliniano Massimo Paolucci e Antonio Panzeri. Tra i pugliesi, i consiglieri Ernesto Abaterusso, Enzo Lavarra, Mario Loizzo e Pino Romano. Tra i calabresi, il capogruppo della Sinistra in Calabria Giovanni Nucera. Subito dopo, D’Alema partirà per una vera e propria tournée del no: dopo la festa dell’Unità di Catania di stasera (si confronterà con il ministro Gentiloni), è atteso a Lecce, Ravenna, Ferrara, Pavia, Napoli, Caserta e Bari.
Repubblica 30.8.16
“A D’Alema dirò che vuol solo abbattere Renzi”
“Lui rappresenta la conservazione, la riforma ottiene ciò che tanti governi, tra cui il suo, hanno invano inseguito”
Parla Roberto Giachetti, che il 16 settembre duellerà con l’ex premier sul palco della festa dell’unità di Roma
intervista di G. C.
ROMA. «Per tre mesi D’Alema ha detto che ero inadeguato a correre come sindaco di Roma, poi ventiquattr’ore prima ha detto che avrebbe votato secondo le indicazioni del partito, alla fine chissà…». A Roberto Giachetti, il candidato primo cittadino del Pd sconfitto alle ultime amministrative da Virginia Raggi, vice presidente della Camera, renziano di ferro, resta il dubbio. Tuttavia i due dem, Giachetti e D’Alema, si confronteranno sul referendum costituzionale alla Festa dell’Unità di Roma il 16 settembre.
Giachetti, già su Twitter circola la battuta su dove comprare il biglietto per assistere al suo match con D’Alema. Lei ha un certo coraggio.
«Ma no! Penso che siano utili i dibattiti liberi e franchi soprattutto sui temi di cui parliamo da decenni come le riforme. E il fatto che ci siano posizioni contrastanti è un ottimo modo per portare ad affrontare la discussione nel merito delle questioni”.
In campagna elettorale i toni tra di voi erano aspri.
«Dopo che lui aveva fatto un endorsement al contrario, io ho twittato che “tanto dove c’è D’Alema si perde…”, ma era una battuta. Comunque mentre mi battevo con le unghie e con i denti per fare vincere il centrosinistra al Campidoglio, D’Alema tra le tre opzioni che aveva – appoggiarmi, stare zitto o esprimere il suo dissenso – ha scelto la terza. Se quando era segretario, un candidato del partito fosse stato impallinato dalle sue stesse file, non avrebbe gradito».
Se pensa davvero che dove c’è D’Alema si perde, ora che l’ex premier sta con il No, dovrebbe essere ottimista...
«Il problema vero è che D’Alema rappresenta un posizione di conservazione. Io penso che la riforma costituzionale sia perfettibile ma gli elettori andranno a votare con la consapevolezza che dopo 30 anni di discussioni a vuoto – compreso il periodo in cui D’Alema ha avuto un ruolo come presidente della Bicamerale – finalmente siamo arrivati a mettere in campo una riforma strutturale della Costituzione».
Confrontarsi è anche il modo per allontanare il fantasma della scissione che circola dentro il Pd?
«Sono convinto che la scissione venga minacciata e mai praticata, perché coloro che agitano questo spauracchio sanno perfettamente che gli conviene molto di più lucrare bombardando dalla mattina alla sera il Pd stando dentro piuttosto che uscendone. Come si vede dalla sorte di coloro che sono usciti dal partito».
E D’Alema è capofila di quella parte?
«Più che un capofila, è uno che dichiaratamente vuole abbattere Renzi, il governo Renzi e il Pd che democraticamente è a guida Renzi».
Repubblica 30.8.16
Da Pisapia a Zedda ecco gli arancioni tentati dal Sì “Ma via l’Italicum”
Presto un incontro per fissare una posizione comune in dissenso con la linea degli ex Sel
Massimo D’Alema: “Non è vero che se vince il no non si possono fare altre riforme, presto farò una proposta”
di Giovanna Casadio e Francesco Furlan
ROMA. «Aspetto la decisione della Consulta sull’Italicum prima di esprimermi sul referendum costituzionale». Giuliano Pisapia dosa le parole. Ma apre una breccia pro Sì. Quello che l’ex sindaco di Milano e leader della sinistra non dice infatti dal palco della Festa dell’Unità è che c’è un appuntamento importante a settembre a Roma. Una riunione in cui lui con Massimo Zedda, il sindaco di Cagliari, Dario Stefàno, il presidente della giunta per le immunità del Senato, Luciano Uras e un’altra quindicina di personalità della sinistra porranno la questione: «Se cambia l’Italicum, la legge elettorale, potrebbe essere archiviato il nostro No». In pratica una posizione uguale e contraria rispetto a quella della sinistra del Pd - bersaniani in testa che si sta attrezzando a votare No al referendum se l’Italicum resta com’è.
Fatto perno sulla legge elettorale, si muovono i fronti del Sì e del No. Nel caso di Pisapia e Zedda nascerebbe una sinistra per il Sì. In nome del senso di responsabilità verso il paese e tenuto conto che le riforme sono la carta da spendere con l’Europa. Quindici persone sembrano poche ma «sono punto di riferimento per tutta Italia», spiegano i promotori della fronda a sinistra, gli “arancioni” tentati dal Sì. Comunque il cambiamento dell’Italicum ingrosserebbe in un modo o nell’altro il Sì al referendum, sia convincendo i “non allineati” del Pd sempre più convinti dal No, sia la sinistra che vuole riallacciare i rapporti con il Pd o che non li ha mai perduti di vista. Stefàno ad esempio, nei prossimi giorni riunirà il suo movimento “La Puglia in più” per discutere proprio del referendum e alla vigilia del raduno romano. Zedda con Uras e un centinaio di dirigenti politici sardi era stato promotore un mese fa di un documento polemico sulla linea attuale di Sinistra Italiana chiedendo la ricostituzione del centrosinistra. Su questa scia, la presa di posizione «responsabile» sul referendum.
Il No salda D’Alema e il centrista Gaetano Quagliariello, ex ministro delle Riforme. Insieme dovrebbero scrivere le ragioni contro. Con una precisazione che fa già ieri sera l’ex premier partecipando a Vicenza alla festa “Fornaci rosse”: «Non è vero che se vince il No non si faranno riforme. Sono convinto che è possibile fare una limitata, efficace, buona e condivisa riforma e nei prossimi giorni avanzeremo una proposta concreta». Poi lo sfogo: «Io faccio quello che mi pare, la mia forza è che non voglio nulla e che non ho nulla da chiedere. Sono già in campo perché nessuno mi ha tolto dal campo». E a proposito della sfida a Renzi: «È tutta una sfida tra Renzi e Renzi io non ho mai chiesto le dimissioni del premier. Non è che D’Alema è contro Renzi. I miei rapporti sono diventati come sono dopo che ero andato a fare un comizio con lui quand’era sindaco di Firenze e mi sono ritrovato sui giornali che ero da rottamare». Preferisce attenersi al merito: «È una cattiva riforma, ed è un grave errore portare il Paese ad una drammatica spaccatura. La responsabilità è del premier». All’accusa di Matteo Orfini, presidente dem, di essersi allineato con i girotondi, risponde: «Onida, De Siervo, Casavola, sarà un girotondo curioso, sono anche persone di una certa età». Il 5 settembre conferma il raduno del centrosinistra per il No a Roma e il boom di iscrizioni: 150,200. «Sarà una riunione organizzativa. Il No nel Pd non è una rottura perché è stato detto che c’è libertà di coscienza». Cambiare l’Italicum?»Nessuno lo farà prima del referendum».
Il Fatto 30.8.16
Di Maio su Errani: “Non può fare il commissario. Renzi sfrutta la tragedia per ricucire il Pd”
Il vicepresidente della Camera e membro del direttorio M5s all'attacco del presidente del Consiglio: "Fa ridere il suo appello all'unità. L'unità dovrebbe esserci sulle scelte. Fa sorridere se non incazzare"
Contro l'ex governatore anche Fi e Lega. I democratici: "E' persona onesta e competente". Anche Maroni ribadisce il suo apprezzamento
qui
La Stampa 30.8.16
Il sisma minaccia i manoscritti di Leopardi
I manoscritti originali di Giacomo Leopardi (tra cui quello dell’Infinito) conservati nel Palazzo dei Governatori di Visso (Macerata) sono a rischio: lo dice Luca Cristini, direttore
dell’Ufficio beni culturali dell’Arcidiocesi di Camerino e San Severino Marche, che lancia un appello affinché siano messi in sicurezza.
Il Palazzo dei Governatori è sovrastato dalla chiesa di Sant’Agostino (XIV secolo), dove risulta gravemente danneggiato dal sisma il campanile e dissesti si notano anche nei due pinnacoli della facciata.
La Stampa 30.8.16
La rinascita alla prova della giustizia
di Marcello Sorgi
Il clima di umana e attiva solidarietà e di civile convergenza politica che s’è stabilito (con qualche inevitabile eccezione) dopo il terremoto ad Amatrice e nel Centro Italia non dovrebbe impedire qualche più approfondita riflessione su questo genere di calamità naturali, che in Italia purtroppo si verificano assai spesso, dando luogo a conseguenze che non sono affatto inevitabili, ed anzi potrebbero essere previste e arginate per tempo. La storia di quasi mezzo secolo, dal Belice (1968) in poi, ma anche di più di un secolo, da Messina (1908), ci ha impartito severe lezioni che vengono sistematicamente dimenticate o contraddette di volta in volta, aggravando le sofferenze delle vittime dirette di crolli e distruzioni.
Lasciamo pure stare, se vogliamo, per restare ad esempi più recenti, l’esperienza del Belice, in cui uno Stato assolutamente impreparato, che non conosceva neppure il significato della parola «protezione civile», impiegò alcuni giorni prima di raggiungere i paesi colpiti, e alcuni anni per montare baracche e alloggi prefabbricati in cui almeno un paio di generazioni di superstiti fecero in tempo a nascere e a crescere prima della ricostruzione, rimasta incompleta per oltre trent’anni.
E tralasciamo anche, sempre per evitare forzature di ragionamento, l’esempio del Friuli, dove all’opposto una popolazione preventivamente sfiduciata dalla sorte subita dai compagni di sventura siciliani, non indugiò a rimboccarsi le maniche dall’indomani del sisma, e animata da un sentimento che oggi si definirebbe antipolitico, preferì far da sé, coadiuvata da un irregolare democristiano d’altri tempi come il ministro Zamberletti e dalla sua task-force di generali in pensione che agivano di propria iniziativa, a dispetto di qualsiasi direttiva romana, ma riuscendo così a rimettere su case e palazzi distrutti nel tempo sorprendente di un paio d’anni.
Quattro anni dopo in Irpinia (1980), nella notte che sollevò l’indignazione del presidente-cittadino Pertini e in cui i soccorritori scoprirono che non esistevano carte geografiche della zona colpita, tanto da dover usare quelle per escursionisti del Touring Club, sulla pelle degli oltre duemila morti, sepolti dalle macerie di paesi-presepio di impianto medioevale, si apriva uno dei più duri scontri tra una classe dirigente politica - il fior fiore dell’allora gruppo dirigente Dc, da De Mita a Gava - decisa a capovolgere gli esempi negativi del passato, riversando un flusso enorme di denaro pubblico nelle zone colpite e magari allargando i confini dell’intervento, e una magistratura che vedeva in tutto ciò una formidabile occasione per le organizzazioni criminali che volevano approfittarne. Tra i magistrati che con maggiore sforzo si impegnarono in quest’opera di bonifica, preventiva e successiva al contempo, c’era l’attuale procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, allora giovane giudice istruttore a Sant’Angelo dei Lombardi, uno dei centri rasi al suolo dalle scosse, ed oggi, non a caso in prima fila nell’esprimere timori che anche il terremoto di Amatrice possa fornire tentazioni all’affarismo mafioso. Di qui appunto il suo attuale e formale avvertimento all’altro importante magistrato, il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, incaricato dal governo di sorvegliare la distribuzione dei primi aiuti e l’avvio delle iniziative più urgenti, con il conseguente impiego di danaro pubblico e privato.
Ora, che un lavoro del genere sia necessario oltre che benemerito, viste le esperienze del passato più recente, basti pensare anche all’Umbria (1997) e a L’Aquila (2009), non ci sono dubbi. Ma è un fatto che l’urgenza dei soccorsi e la necessità di passare subito dalle parole ai fatti imponga procedure semplificate e corsie preferenziali, come del resto è avvenuto in passato con l’approvazione di leggi speciali e iniziative specifiche, che richiedono scadenze abbreviate approcci commisurati ai problemi delle realtà colpite. Attrezzarsi per evitare che da queste congiunture possano generare episodi di malversazione è giustissimo. Ma mettere le mani avanti, prima ancora che si mettano all’opera le persone scelte dal governo per il compito difficile di evitare un autunno e un inverno all’addiaccio ai terremotati d’agosto, potrebbe rivelarsi eccessivo, rallentando un lavoro che richiede necessariamente tempi stretti e creando le premesse per un ennesimo, quanto improvvido, al momento, scontro tra politica e magistratura. Che se invece dovesse verificarsi, renderebbe impossibile da mantenere la promessa di Renzi - già di suo un po’ avventata - di smontare le tende e dare ai senza casa un tetto, ancorché provvisorio, entro un mese.
Corriere 30.8.16
I certificati falsi su caserme e chiese
Dossier riservato sul caso dei collaudi antisismici. Funerali ad Amatrice per le proteste dei familiari
di Ilaria Sacchettoni e Fiorenza Sarzanini
Le irregolarità compiute nella ristrutturazione degli edifici pubblici di Amatrice ed Accumoli sono contenute in un documento riservato. Il dossier elenca interventi per una spesa ingente che non erano stati svolti adeguatamente. Avvalorando il sospetto dei magistrati: alcuni certificati sono stati falsificati.
RIETI C’è un documento riservato che dimostra le irregolarità compiute nella ristrutturazione degli edifici pubblici di Amatrice e Accumoli dopo il sisma del 1997 dell’Umbria. È la relazione dell’ente attuatore su 21 appalti assegnati per la messa a norma degli stabili. E svela nei dettagli anche alcuni casi clamorosi, come quello della Torre Civica di Accumoli, dove il geometra dei lavori è il vicesindaco di Amatrice Gianluca Carloni, che ha curato decine di interventi e su cui ha già aperto un fascicolo anche l’Anac di Raffaele Cantone. E quello della caserma dei carabinieri, crollata per il terremoto. Ma anche le procedure seguite per numerose chiese e complessi parrocchiali.
Il rapporto sui 2 milioni di euro
Si tratta di 2 milioni e 300 mila euro, soldi pubblici che si aggiungono agli altri 4 milioni spesi dopo il 2009. Il dossier elenca i soldi stanziati, gli interventi effettuati, il nome dei progettisti, le ditte incaricate. Indica anche l’effettuazione dei collaudi per la convalida di quanto era stato fatto. Interventi per una spesa ingente, che evidentemente non erano stati svolti adeguatamente, visto che alcuni edifici sono stati distrutti dal sisma di sei giorni fa e altri risultano gravemente lesionati. E questo avvalora il sospetto dei magistrati: alcuni certificati sono stati falsificati. Atti che riguardano le strutture pubbliche, ma pure le abitazioni private. Ai Vigili del fuoco sono già arrivate numerose segnalazioni di cittadini che raccontano di aver acquistato la casa con la certificazione dell’avvenuto «ancoraggio» proprio per scongiurare il pericolo di crolli. E invece, dopo la scossa che ha devastato interi paesi, si è scoperto che nulla del genere era mai stato fatto. Controlli saranno effettuati anche dai magistrati di Ascoli che indagano sui crolli avvenuti ad Arquata e Pescara del Tronto. In particolare bisognerà verificare come mai alcuni edifici di Arquata — l’ufficio postale, la scuola, il Comune e la caserma dei carabinieri — dovranno essere demoliti perché dichiarati inagibili nonostante dovessero essere perfettamente a norma.
La Torre Civica e la caserma
Caso esemplare è quello della Torre Civica di Accumoli, edificio storico conosciuto anche a livello internazionale. Lo stanziamento iniziale di 100 mila euro viene ridotto a poco più di 90 mila. L’impresa individuata è la «Giuseppe Franceschini». Responsabile del procedimento è l’architetto Cappelloni. È l’esperto che segue altri progetti, compreso quello del complesso parrocchiale in cui è inserita la chiesa di San Francesco, dove il campanile è crollato e ha travolto un’intera famiglia. Vengono effettuati due collaudi: uno l’11 ottobre del 2012, l’altro il 28 maggio 2013. Non vengono evidenziati problemi e la verifica concede il via libera. Ma qualcosa evidentemente non ha funzionato: le scosse di sei giorni fa non hanno lasciato scampo e la Torre risulta gravemente lesionata. L’edificio è venuto giù. Storia analoga è quella della caserma dei carabinieri di Accumoli. Dopo il terremoto dell’Umbria si decide di effettuare lavori di ristrutturazione e vengono stanziati 150 mila euro. La ditta prescelta è la «Impretekna». Responsabile del provvedimento è il geometra Granato che risulta aver seguito ben nove progetti. Anche in questo caso i lavori sono classificati come «ultimati e collaudati». Sembra che sia tutto regolare, almeno a leggere le carte. E invece la sede dei carabinieri ha subito danni gravissimi.
Il campanile crollato e la chiesa di San Michele
Sono i documenti ufficiali a dimostrare che la chiesa di Accumoli e il campanile erano stati inseriti in un «sistema» ben più ampio che prevedeva la ristrutturazione dell’intero complesso parrocchiale. Spesa prevista: 125 mila euro che scendono a 116 mila. L’appalto se lo aggiudica la «Ste.Pa» che evidentemente poi concede alcuni subappalti. Alla fine arriva il collaudo e la pratica si chiude. Nessuno immagina che in realtà i soldi stanziati per il campanile siano stati utilizzati per la chiesa. E soprattutto che non sia stato effettuato alcun adeguamento antisismico, ma semplici migliorie che nulla garantiscono.
La notte del 24, dopo la prima scossa, il campanile si sbriciola e uccide quattro persone. Viene giù anche la chiesa di San Michele Arcangelo di Bagnolo, frazione di Amatrice. A disposizione erano stati messi 100 mila euro. Ente attuatore era la Curia vescovile di Rieti che aveva indicato anche gli esperti responsabili dei lavori. E adesso saranno proprio gli ingegneri e gli architetti incaricati di occuparsi del controllo delle attività a dover chiarire ai magistrati che cosa sia accaduto tra il 2004, quando si decide di mettere a norma gli edifici, e il 2013 quando risultano effettuati gli ultimi collaudi.
I certificati dei collaudatori
Nei prossimi giorni i magistrati coordinati dal procuratore di Rieti Giuseppe Saieva — i pubblici ministeri Cristina Cambi, Lorenzo Francia, Raffaella Gammarota e Rocco Marvotti — acquisiranno la documentazione su tutti gli stabili crollati.
La decisione è quella di aprire un fascicolo su ogni edificio in modo da poterne ricostruire la storia ed effettuare le eventuali contestazioni a chi ha seguito le ristrutturazioni. Per questo verranno interrogati gli architetti e gli ingegneri indicati nella relazione sui lavori decisi dopo il sisma dell’Umbria.
Saranno loro a dover chiarire come mai si decise di effettuare — nella maggior parte dei casi — soltanto delle «migliorie», chi diede le indicazioni sugli interventi e soprattutto che cosa fu scritto nelle relazioni finali per ottenere il via libera dei collaudatori. Questi ultimi dovranno invece chiarire che tipo di controlli furono svolti, consegnando anche la documentazione relativa a ogni progetto seguito.
Gli «ancoraggi» mai eseguiti
L’attività dei pubblici ministeri in questa prima fase dell’inchiesta si muove su un doppio binario: da una parte gli edifici pubblici e dall’altra le abitazioni private. In questo secondo caso l’attenzione si concentra soprattutto sui cosidetti «ancoraggi». Nei giorni successivi al terremoto sono arrivate numerose segnalazioni di persone che hanno raccontato di aver comprato il proprio immobile e di aver ricevuto — al momento dell’acquisto — la certificazione sulla messa in sicurezza rispetto al rischio sismico.
Quando i palazzi sono crollati è apparso evidente come non fosse stato effettuato alcun intervento mirato. Per questo bisognerà confrontare gli atti di compravendita con quelli registrati nei Comuni. Partendo naturalmente dagli edifici crollati che hanno provocato morti e feriti.
Repubblica 30.9.16
Lo scandalo dei fondi antisisma
A Rieti finanziamenti per 84 milioni ma per la chiesa spesi solo 509 euro
di Dario Del Porto e Fabio Tonacci
RIETI. Due terremoti, quello dell’Umbria nel 1997 e quello dell’Aquila nel 2009, hanno fatto piovere sul territorio della provincia di Rieti 84 milioni di euro di fondi per la ricostruzione. Negli anni se ne sono aggiunti altri, di milioni. Della Regione, dello Stato, della Chiesa. Sette giorni fa, però, un altro sisma ha sollevato una verità che era sotto gli occhi di tutti: parte di quel denaro non è stato ancora speso, o è stato speso male, o, ancora, non è stato utilizzato per rendere gli edifici sicuri. E le rovine di Amatrice e Accumoli sono lì a testimoniarlo.
SEI PONTI IN CERCA DI AUTORE
Prendiamo i ponti. Due fondamentali vie di accesso ad Amatrice, la strada provinciale 20 e la statale 260, sono interrotte dal 24 agosto perché si sono danneggiati i ponti “Rosa” e quello di “Tre Occhi”. Che ne è dei 611.000 euro che la Regione ha erogato nel 2014 “per interventi di mitigazione del rischio sismico” di sei ponti tra cui il “Rosa”? Rimasti nel cassetto. La provincia di Rieti non ha più un soldo in bilancio, e non riesce a trovare i 175mila euro della sua quota parte dell’intervento progettato. Dunque non può utilizzare i 611mila della Regione perché non ha i suoi 175mila da spendere. Il presidente della giunta Giuseppe Rinaldi, temendo di perdere i fondi, è stato costretto a inviare una lettera alla direzione regionale, nella quale spiega che «l’amministrazione intende confermare il proprio impegno al cofinanziamento», ma che per farlo dovrà «alienare immobili». Insomma, per aggiustare un ponte coi fondi del terremoto la provincia di Rieti si deve vendere un palazzo.
IL CAMPANILE KILLER
Dopo il sisma del 1997, il Genio civile individuò sul territorio reatino 300 interventi di ricostruzione e miglioramento sismico per un totale di 79 milioni di euro messi a disposizione dallo Stato. Tra Accumoli e Amatrice c’erano 11 immobili e 10 chiese da sistemare. Prendiamone una diventata tragicamente famosa: il complesso parrocchiale San Pietro e Lorenzo ad Accumoli. È la chiesa con accanto un campanile costruito sopra il tetto di una casa: la notte del 24 agosto, quella torre campanaria di sassi, crollando, ha ucciso la famiglia Tuccio che abitava lì sotto, padre, madre e due bambini.
Una grossa fetta dei fondi per gli edifici religiosi è stata gestita direttamente dalla Curia di Rieti, attraverso un ufficio tecnico creato ad hoc presso la diocesi, che ha predisposto le gare di affidamento. Il geometra che ha seguito tutte le pratiche si chiama Mario Buzzi, e adesso è in pensione. «Per il campanile non c’è stato mai alcun finanziamento specifico né alcun lavoro di ristrutturazione», spiega a Repubblica. Aggiungendo: «Non è vero che sono stati dirottati soldi per il miglioramento sismico dal campanile alla chiesa».
LA CHIESA DI ACCUMOLI
E però nella lista delle opere finanziate del post-sisma 97 il nome della chiesa di San Pietro e Lorenzo, c’è. «Intervento sul complesso parrocchiale da 116mila euro». Si tratta del rifacimento del tetto di 200 mq della chiesa accanto al campanile, la cui gara d’appalto è stata vinta nel 2008 dalla Steta di Stefano Cricchi, uno dei figli di Carlo Cricchi, l’imprenditore reatino che si è aggiudicato commesse anche a L’Aquila. Per i lavori in Abruzzo, l’altro figlio, architetto, è sotto inchiesta per tangenti. «Chiariremo tutto, la nostra azienda non c’entra». Oggi Cricchi senior, cavaliere del lavoro, ha di che lamentarsi: «Noi non abbiamo fatto niente su quel campanile». Seduto al tavolo nel salotto della sua ditta, mostra disegni e capitolati. «Ci arrivano minacce di morte su Facebook e via mail perché tutti ormai credono che siamo stati noi a ristrutturarlo, ma non è vero». L’appalto per “riparazione e miglioramento sismico” della chiesa valeva 75mila euro (il resto, 41 mila euro, era per la progettazione). Steta lo vince con un ribasso del 16 per cento, dunque 59mila euro. Nel capitolato si scopre una cifra sorprendente: «Per il miglioramento antisismico c’erano appena 509 euro», spiega Cricchi. «Il progetto imponeva di inserire nella muratura 33 euro di ferro, praticamente una sola barra, e di fare alcuni fori da riempire non con il cemento, ma con
la calce».
IL GRANDE EQUIVOCO
Eccolo il grande equivoco della ricostruzione dopo ogni disastro. La confusione tra il “miglioramento sismico” (piccoli interventi che non modificano sostanzialmente la stabilità dell’immobile) e l’“adeguamento”, molto più costoso. Quasi tutto ciò che è stato fatto coi fondi dei terremoti, per forza maggiore scarsi e non sufficienti a coprire ogni spe- sa possibile, è miglioramento: i 200mila euro investiti nella scuola Capranica, in parte crollata; i 250mila euro messi nella Chiesa Santa Maria Liberatrice, inagibile; i 400mila del Teatro all’inizio del corso principale di Amatrice, distrutto; i 90mila della Torre Civica di Accumoli, lesionata; i 260mila euro della Chiesa di Sant’Angelo, venuta giù due settimane dopo l’inaugurazione.
Fabio Melilli, deputato del Pd, è stato dal 2006 al 2010 il sub-commissario di Rieti per il terremoto dell’Umbria: «Quando mi sono insediato, era stato ultimato appena il 20 per cento dei lavori, nonostante fossero passati quasi dieci anni dal sisma». La normativa era fatta male: lo stesso progetto doveva superare due volte lo stesso esame. «Per dare il via alla gara di appalto — ricorda Melilli — servivano le autorizzazioni del Genio civile, del comune, della Soprintendenza. Una volta avute, il progetto andava in commissione dove c’erano gli stessi rappresentanti del Genio civile, del Comune, della Soprintendenza. Si perdeva un sacco di tempo». Tant’è che dei 5 milioni arrivati dopo L’Aquila, ne sono stati spesi appena tre.
IL DENARO IMMAGINARIO
Una coperta quasi sempre corta. Si tira da una parte, ci si scopre dall’altra. Per il consolidamento del municipio di Amatrice c’erano 800mila euro, ma l’amministrazione guidata da Sergio Pirozzi ha deciso di spostarli sull’istituto alberghiero. Questo è rimasto in piedi, il municipio è franato. Coperta corta, che a volte si sfalda nelle mani di chi la vorrebbe usare. L’ospedale “Francesco Grifoni” da sette anni attendeva un intervento “urgente” di messa in sicurezza. I soldi, 2,2 milioni di euro, vengono pescati dal fondo per l’edilizia scolastica. Si è fatta anche la gara di appalto, vinta dal Consorzio cooperative costruzioni. Ma quel denaro, hanno scoperto i dirigenti della Asl di Rieti quando tutta la procedura era ormai avviata, esisteva solo sulla carta. Il fondo statale, per il Lazio, si era prosciugato.
Il Sole 30.8.16
Quel vicesindaco-geometra che ha costruito mezza Amatrice
di Mariano Maugeri
qui
Repubblica 30.8.16
Riavere i nostri borghi per permettere un futuro
di Tomaso Montanari
IN ITALIA i cittadini e i loro monumenti non hanno destini separati: vivono, o muoiono, insieme. Per questo appaiono non solo condivisibili, ma davvero importanti, le parole del presidente del Consiglio Matteo Renzi e del ministro Graziano Delrio sulla necessità di ricostruire i centri devastati dal sisma dov’erano e com’erano, salvo che per le misure antisismiche.
L’espressione «dov’era e com’era» ha una lunga storia italiana. Alle 9.52 del 14 luglio del 1902 il campanile di San Marco a Venezia rovinò al suolo, lasciando un cumulo di macerie alto venti metri. In un dibattito parlamentare, incalzato dal deputato Pompeo Molmenti, il ministro per l’Istruzione Nunzio Nasi (allora responsabile delle Belle Arti) pronunciò parole simili a quelle oggi dette da Renzi: «Il governo non potrà far altro che rispettare la volontà dei veneziani». E il 19 luglio l’inviato del governo dichiarò che il Campanile sarebbe stato ricostruito «com’era e dov’era»: non era pensabile che Venezia perdesse il suo profilo. Venne stampato un francobollo con quel motto, e nel 1908 il ‘nuovo’ Campanile fu inaugurato.
È di fronte alla dimensione apocalittica delle distruzioni della Seconda guerra mondiale che quel motto torna attuale. Nell’aprile del 1945, nel primo numero del Ponte di Piero Calamandrei, lo storico dell’arte Bernard Berenson scrive: «Se noi amiamo Firenze come un organismo storico che si è tramandato attraverso i secoli, come una configurazione di forme e di profili che è rimasta singolarmente intatta nonostante le trasformazioni a cui sono soggette le dimore degli uomini, allora essi vanno ricostruiti al modo che fu detto del Campanile di San Marco, “dove erano e come erano”». È da quello spirito, che intrecciava ricostruzione delle città e ricostruzione della democrazia, che nasce l’articolo 9 della Costituzione: «la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Gli italiani di oggi non lo sanno (il che non fa che dimostrare l’eccezionale bravura delle maestranze di allora), ma le chiese, le piazze, i palazzi che formano i nostri centri storici sono in parte assai notevole frutto di una estesa opera di ricostruzione postbellica. In altri termini: se nel 1945 non fosse stata presa quella decisione, oggi l’Italia come tutti la conosciamo, e celebriamo, semplicemente non esisterebbe.
Questa linea attraversa la nostra storia, annoverando successi (si pensi a Venzone, in Friuli) e insuccessi, fino ad arrestarsi drammaticamente all’Aquila, nel 2009. Qui il governo Berlusconi decise di sacrificare il futuro di una città sull’altare della propria immagine mediatica, dando vita ad una sorta di deportazione di massa, che ha spezzato forse per sempre ogni rapporto sociale, recidendo alla radice il rapporto tra un popolo e le sue pietre. Con il risultato che oggi il vero rischio è che forse finiremo (tra vent’anni) per avere un’Aquila ricostruita, ma vuota: perché il suo corpo sociale non esiste più. I diciannove insediamenti di cemento voluti da Berlusconi e Bertolaso intorno all’Aquila sono stati chiamati, abusivamente new town, ma il risultato è un’unica no town: una generazione di aquilani che non sa cosa sia una città, e dunque cosa sia la cittadinanza. Perché questo è il cuore della tradizione culturale italiana: il nesso strettissimo tra la bellezza della città e la dignità della vita civile.
Anche la gestione del dopo terremoto in Emilia non è stata esente da ombre: tra le quali il frettoloso abbattimento, a colpi di dinamite, di troppi campanili e municipi danneggiati, ma salvabili. Ora Vasco Errani ha l’occasione di mostrare che si è fatto tesoro di quegli errori, coinvolgendo sistematicamente la comunità scientifica nelle decisioni da prendere. Per ricostruire i borghi appenninici com’erano e dov’erano occorrerà, infatti, abbandonare improvvisazioni mediatiche come quella dei cosiddetti ‘caschi blu della cultura’, e invece tornare ad avvalersi delle solide competenze del personale delle soprintendenze, troppo spesso umiliato e privato di ogni mezzo. Grazie al lavoro esemplare di una funzionaria dei Beni Culturali (Alia Englen, coadiuvata tra gli altri dalla storica dell’arte, e direttrice del museo civico di Amatrice, Floriana Svizzeretto, uccisa dal crollo della sua abitazione) abbiamo una catalogazione capillare del patrimonio artistico di Amatrice, corredata da una capillare documentazione fotografica: ed è da questa conoscenza che bisogna ripartire per impedire saccheggi, salvare ogni pietra che si possa consolidare, ricostruire il resto e trattenere in loco il patrimonio mobile.
È una sfida vitale, perché riavere i nostri borghi com’erano e dov’erano non serve a difendere il passato: ma a permettere che esista un futuro.
La Stampa 30.8.16
La metà delle nostre case va messa in sicurezza
Secondo i dati del Consiglio Nazionale degli Ingegneri 12 milioni di immobili e 22 milioni di cittadini sono a rischio
di Mattia Feltri
Uno studio del Consiglio nazionale degli ingegneri, pubblicato poche settimane prima del terremoto di Amatrice, ha calcolato che per mettere in sicurezza i ventuno milioni e mezzo di italiani che vivono in aree a rischio «molto o abbastanza elevato» (zone 1 e 2) costerebbe circa trentasei miliardi di euro, in parte a carico dello Stato e delle amministrazioni, in parte dei privati. Ma il conto è parziale, e vedremo perché, e mettere in sicurezza, naturalmente, non significa cancellare il rischio ma ridurlo, sebbene di molto. «Gli immobili da recuperare», spiega il documento, sono circa il quaranta per cento di tutti gli immobili del paese. Un lavoro infinito, infinitamente oneroso, che non contempla i costi per le indagini geologiche necessarie palmo a palmo - come spiegano i tecnici - perché «ogni metro quadrato ha una sua peculiarità», soprattutto sull’Appennino. Questi numeri spaventosi non dicono che dobbiamo arrenderci, dicono che siamo in ritardo, che è indispensabile cominciare domattina (con il contributo dell’Ue), che occorreranno decenni e che per i prossimi anni dobbiamo aspettarci altri terremoti con conseguenze simili a quelle della scorsa settimana.
Lo studio degli ingegneri («Nota sul rischio sismico in Italia») segnala che «ogni anno si verificano in media circa un centinaio di terremoti che la popolazione è in grado di percepire», si tratta di terremoti che scuotono le case ma non le danneggiano gravemente né provocano morti; quelli con «carattere distruttivo» - L’Aquila e Amatrice, il Friuli e l’Irpinia - nei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia si ripetono in media ogni cinque anni. Dunque, trenta in un secolo e mezzo. Fra questi anche il terremoto emiliano del maggio 2012, sebbene quella sia una «zona 3», cioè una zona a medio rischio. Nella zona 3 vivono altri diciannove milioni di abitanti, e qui servono lavori per altri ventisette miliardi abbondanti di euro. Roma, per dire, è zona sismica 3 in nove municipi e zona sismica 2 in sette municipi. Poi c’è la «zona sismica 4» a rischio più contenuto, ma è meglio intendersi: sono zone in cui è necessario «almeno tutelare la sicurezza di edifici strategici e di elevato affollamento» secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Se volessimo - e sarebbe meglio - mettere in sicurezza anche la zona 4, i preventivi salgono a 93 miliardi di euro. Non siamo messi bene.
Anche perché il documento del Consiglio degli ingegneri ammette che le stime sono fatte sulla fiducia, diciamo così. Per esempio si presuppone, «sulla carta», che tutte le abitazioni costruite dopo il 2008 siano già a norma, e che, più in generale, alle abitazioni costruite dopo il 2001 (il 5 per cento del totale) basterebbe un ritocchino. E si presuppone che ville e palazzi siano stati sempre costruiti secondo le norme del tempo, e che non ci siano stati abusi edilizi. Ma questo è il paese degli abusi e dei condoni. Si calcola che poco più della metà delle abitazioni italiane (quindici milioni su trenta) è stata costruita prima del 1974, «in completa assenza di qualsivoglia normativa antisismica», e dunque ogni nostra città quasi per intero. Non si calcolano, invece, le situazioni assurde all’italiana, tipo la città cresciuta sul Vesuvio, ad alto rischio sismico, che non andrebbe messa a norma ma rasa al suolo.
Forse vi sarete accorti che fin qui abbiamo parlato di «abitazioni residenziali». Poi ci sono gli uffici pubblici (ministeri, scuole, ospedali), quelli collettivi (alberghi, teatri, stadi), e l’immenso patrimonio artistico e culturale, da San Pietro al Maschio Angioino, e fino all’ultima chiesetta medievale sul cocuzzolo della montagna.
Il Fatto 30.8.16
La figura retorica della prevenzione
di Luca Mercalli
qui
Il Fatto 30.8.16
Piano Case, mancano i soldi
Sisma, zero flessibilità Ue per Casa Italia. Renzi a secco
Dopo giorni di voci su progetti miliardari per le zone del sisma, il premier deve ammettere che per trovarli dovrà violare le regole. E già servivano 10 miliardi per la manovra
Si aggira intorno ai 3-4 miliardi l’anno la cifra da trovare per mettere in sicurezza il patrimonio a rischio in Italia. Ma la “flessi- bilità” nei vincoli di bilancio europei è già esaurita
di Carlo Di Foggia
qui
Corriere 30.8.16
Renzi alla Ue: prendiamo ciò che serve
Bruxelles vuole scorporare per il sisma solo spese a breve termine, Roma non intende sottostare a vincoli
Il leader pronto a chiedere una mano alle opposizioni. La minoranza dem pensa di ritardare le uscite per il No
di Maria Teresa Meli
ROMA È un Matteo Renzi determinato a coltivare il più possibile uno spirito unitario nel Paese quello che in questi giorni sta affrontando l’emergenza del dopo-terremoto. Ed è un premier altrettanto determinato a ottenere dalla Ue la flessibilità necessaria per «Casa Italia» quello che dice al Tg1 : «All’Europa diciamo che quello che ci serve lo prendiamo. Punto».
Già perché la Commissione Ue è disponibile a scorporare dal patto solo le spese a breve termine. Ma il governo italiano è pronto al braccio di ferro, pur senza andare allo scontro: «Troveremo i soldi per la ricostruzione», assicura Renzi.
Il fronte europeo, però, non è stato ancora aperto. Ora l’attenzione del premier è volta al fronte interno: «Lavoriamo tutti insieme, senza proclami, annunci o effetti speciali», scrive Renzi nella sua e-news . E, in questo quadro, il premier invita a «superare le divisioni» e propone a «tutte le forze di collaborare»: «Chiederò una mano anche alle opposizioni», perché la politica deve dimostrare di essere in grado di offrire al Paese «una strategia» e «non solo una rissa dopo l’altra».
Renzi si concede un’unica stoccata polemica. È indirizzata a quanti (Luigi Di Maio in testa) sostengono che sia possibile avere un’Italia a «rischio zero»: «È una pretesa ideologica miope e inattuabile», dice il premier, che però non specifica a chi rivolga questa sua critica.
Ma quella del presidente del Consiglio più che una mossa politica è innanzitutto un’esortazione «alla responsabilità e all’unità come Paese», perché il premier è convinto che solo così l’Italia saprà risollevarsi. Il che non vuol dire che non stia meditando sull’opportunità di tenere degli incontri con i capigruppo parlamentari di tutti i partiti, come ha già fatto dopo gli attentati terroristici in Francia.
D’altra parte le forze politiche (Movimento 5 Stelle escluso) non sembrano voler turbare il clima unitario (anche se Berlusconi precisa di non volere inaugurare un Nazareno bis): persino Salvini si dice «pronto a collaborare». E la minoranza del Pd si trova spiazzata. I bersaniani stavano preparando una grande uscita pubblica a favore del No, però ora alcuni di loro pensano di ritardarla per paura che questa iniziativa possa essere vista come divisiva, trasformandosi in un boomerang.
Del resto, anche la decisione del premier di affidare a Vasco Errani, molto legato a Bersani, il ruolo di commissario per la ricostruzione ha colto impreparata la minoranza del Pd. La scelta di Renzi non ha motivazioni politiche, ma nasce piuttosto dalla profonda stima che il premier nutre nei confronti dell’ex governatore dell’Emilia Romagna, però è indubbiamente un ulteriore segnale unitario che la minoranza non può lasciar cadere.
Al di là delle inevitabili implicazioni politiche del post-terremoto, Renzi sa che comunque si trova di fronte a un passaggio impegnativo. «Non dobbiamo fare passi falsi e non dobbiamo lasciare niente al caso», è l’esortazione che il premier ha fatto ai collaboratori. E poteva essere un passo falso quello dei funerali spostati da Amatrice a Rieti. Perciò il presidente del Consiglio ha ottenuto che si facessero lì dove c’è stato il terremoto: «Sarebbe assurdo costringere la gente ad andare lontano dalla loro città».
Questo Renzi più riflessivo evita anche gli annunci: «Non li faremo, come è stato fatto invece altre volte in passato e non daremo date, faremo un lavoro rapido e serio». Con un occhio di riguardo alla questione della trasparenza: «Ci sarà la collaborazione dell’Autorità anticorruzione, che abbiamo fortemente voluto e ogni centesimo dato per la ricostruzione sarà verificabile online».
Corriere 30.8.16
Un premier intenzionato a ricalibrare il suo profilo
di Massimo Franco
C’è una doppia ricostruzione che sta avvenendo sulle macerie del terremoto in Lazio, Marche e Umbria. Quella materiale farà il suo corso, e le premesse sembrano promettenti, nonostante i timori e le difficoltà. L’altra, tutta politica, sta prendendo corpo in questi giorni. È il tentativo del governo di ridisegnare un profilo sgualcito dalla crisi economica e dalle polemiche sul referendum istituzionale; di renderlo più disponibile verso le altre forze politiche; e di accreditare Matteo Renzi come un premier intento a ricucire i rapporti: a cominciare da quelli dentro il Pd e con Forza Italia.
Si tratta di un’operazione inevitabile, condotta con abilità, vista la prontezza di Silvio Berlusconi e della Lega ad aiutare Palazzo Chigi nell’emergenza post-terremoto: un gesto che però ha fatto riemergere i sospetti su un nuovo «patto del Nazareno». FI è stata costretta a smentire: Berlusconi sa che nel suo partito qualunque ipotesi del genere può provocare una frattura interna. Quanto alla scelta di Vasco Errani, ex presidente della Regione Emilia-Romagna, come commissario alla ricostruzione, offre una doppia opportunità.
Errani garantisce la sua esperienza nella gestione del dopoterremoto in Emilia del 2012. E politicamente rappresenta il punto di raccordo più vistoso con la minoranza dem, che non nasconde di volere il secco ridimensionamento di Renzi e la sua sconfitta referendaria. Ridisegnare l’immagine del governo è necessaria a un Pd che da tempo vede il referendum come un’incognita; ed è intrappolato nella narrativa secondo la quale una vittoria dei No significherebbe instabilità e voto anticipato. Durante l’estate al capo del governo è stato suggerito di cambiare registro: ora usa parole più caute.
E il terremoto accelera il cambio di strategia, mostrando Renzi fattivo, disponibile e proiettato nel futuro. Il nome «Casa Italia» per rimettere in sesto i Comuni colpiti e il coinvolgimento dell’architetto Renzo Piano vanno in questa direzione. È una politica che tra qualche mese potrebbe rivelarsi arrischiata, se le popolazioni colpite vedessero che le promesse non sono state mantenute. Ma Renzi ha bisogno di tregua. Per questo propone a tutti di «dare una mano, perché la politica italiana non sia solo una rissa dopo l’altra. Abbiamo altro su cui dividerci e litigare...».
Ma già si scorgono le prime crepe. Il M5S cita i dati dell’Istat sulla fiducia di imprese e consumatori, in ribasso. «La cattiva salute del Pil non sarà passeggera», avverte Beppe Grillo, attaccando anche l’Europa. Non solo. Il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, accusa il governo di «sfruttare la tragedia per ricucire il Pd», scegliendo Errani. «Renzi gestisce l’emergenza con logiche da congresso». Era prevedibile: la coesione nazionale fatica a spuntare. C’è solo da sperare che i veleni non frenino la vera ricostruzione.
il manifesto 30.8.16
Il premier che cambia linea confonde anche i suoi autori
di Andrea Fabozzi
«Come si fa a immaginare che un governo, una maggioranza e un presidente del Consiglio che hanno fatto delle riforme il loro programma possano sopravvivere alla clamorosa sconfessione che sarebbe la vittoria del “no” sulla “madre di tutte le riforme”?». Anche gli ammiratori hanno i loro rischi del mestiere. Può succedere che l’oggetto del loro amore, amore politico in questo caso, sterzi bruscamente e improvvisamente, mandandoli fuori strada. Sul referendum costituzionale Matteo Renzi ha sterzato, altroché.
Se prima annunciava dimissioni immediate in caso di sconfitta – «il giorno dopo la vittoria del No vado via e smetto con la politica» – adesso spiega che non cambierebbe praticamente nulla: «Comunque vada il referendum, si vota nel 2018». Nel frattempo è andato in stampa, in libreria e persino nelle caselle di posta di tutti i deputati Pd prima delle vacanze – regalo del capogruppo «come strumento di lavoro» – il libro dal quale è tratta la nostra citazione iniziale: Aggiornare la Costituzione. Storia e ragioni di una riforma (Donzelli, 197 pagine, 16 euro); contiene un saggio dello storico Guido Crainz e un’appassionata illustrazione del contenuto della legge di revisione costituzionale Renzi-Boschi firmata da Carlo Fusaro. Professore di diritto pubblico comparato a… Firenze, Fusaro è consigliere ascoltato dalla ministra delle riforme e gli è stata affidata una rubrica sull’Unità dove va a caccia delle bugie dei «Pinocchi del No», e non trovandole qualche volta le inventa.
Prima di essere consigliere di questo governo e prima che i suoi testi venissero distribuiti in omaggio ai deputati democratici, Fusaro era stato tra i suggeritori in tema di riforme costituzionali del governo Berlusconi e in particolare del ministro delle riforme Bossi. Tra il 2002 e il 2003 fece parte di una ristretta commissione di saggi, autorevolmente guidata dall’avvocato penalista di Bossi, che elaborò il progetto di quella che è passata alla storia come la «Costituzione di Lorenzago». Chi ricorda solo la baita del Cadore, Calderoli e Tremonti padri costituenti in maglioncino di filo, rischia di trascurare il ruolo del professor Fusaro. Il quale fu conseguentemente impegnato nella campagna per il Sì anche in quell’altro referendum costituzionale, quello che il centrosinistra – e nel centrosinistra anche Matteo Renzi – vinse votando No alla «devolution» di Berlusconi e Bossi. Eppure in quella riforma non mancavano tratti di somiglianza con l’attuale, dunque potremmo concludere che tra Renzi e Fusaro il più coerente è il professore.
Dall’altra parte della barricata, è cioè schierato per il No al referendum sulla riforma Renzi-Boschi, c’è un libro simile nell’approccio di «vademecum» sul contenuto della riforma, ma ovviamente opposto nel contenuto. Loro diranno, noi diciamo (Laterza, 147 pagine, 10 euro) è firmato da uno dei principali costituzionalisti italiani, Gustavo Zagrebelsky, con Francesco Pallante, docente di diritto costituzionale a Torino e autore noto ai lettori del manifesto. Avversari sin dal principio del disegno di legge di revisione costituzionale e dell’iniziativa riformatrice di Renzi (il libro ne ricostruisce con chiarezza la genesi e l’evoluzione), e dunque al riparo dalla propaganda, Zagrebelsky e Pallante finiscono paradossalmente per cogliere le reali intenzioni del presidente del Consiglio meglio dei consiglieri di palazzo Chigi.
Scrivono infatti gli autori, a proposito della Costituzione trattata come materia di stretta appartenenza del governo, che si è raggiunto «il colmo: la questione di fiducia posta addirittura agli elettori, per l’approvazione referendaria della riforma (“o me o la riforma”, sempre che si voglia prendere sul serio un simile proclama da parte di uno che non eccede in coerenza ed eccede invece in spregiudicatezza)». In effetti non andava preso sul serio, come dimostra la conversione a U dalla quale siamo partiti.
Entrambi i libri sono comunque utili, anche quello dei «professori per il Sì» dove si legge con interesse il saggio di Crainz, che pure è evidentemente favorevole all’impresa renziana. Nel ricostruire la lunga storia dei tentativi di cambiare la Costituzione, lo storico scrive che «anche il Pci di Berlinguer nel 1981 parla di monocameralismo, ed esso è presente nelle riflessioni di Ingrao: fermi restando però il sistema elettorale proporzionale e la “centralità del parlamento”. È assolutamente improprio dunque indicarli come padri della riforma attuale». Giustissimo, ed è il caso di ricordare che a presentare Berlinguer come ispiratore della riforma Boschi è stato proprio Renzi con un «colpo a sorpresa» sparato nel giorno dell’apertura della campagna per il Sì a Bergamo (con tanto di riferimento sbagliato a un vecchio articolo dell’Unità).
Crainz ha ragione anche quando scrive che «è altrettanto improprio ignorare che i leader più autorevoli del partito comunista ritenevano necessario già allora modificare la seconda parte della Costituzione», il punto è però: dove e come modificarla. E soprattutto in che rapporto con la legge elettorale, quella attuale essendo l’iper maggioritario Italicum. Ancora Crainz nelle ultime righe del suo saggio riconosce «È giusto considerarla (la riforma costituzionale, ndr) assieme alla legge elettorale, come sostengono gli oppositori». La tendenza renziana è al momento opposta: «Il referendum non è sull’Italicum», ripete il presidente del Consiglio, che pure non troppo tempo fa firmava note congiunte con Berlusconi per spiegare come la legge elettorale e la riforma costituzionale fossero due facce della stessa medaglia. «L’accoppiata Italicum-revisione costituzionale rende evidente come il vero obiettivo delle riforme sia lo spostamento dell’asse istituzionale a favore dell’esecutivo», è la sintesi di Zagrebelsky e Pallante.
Entrambi i libri contengono in appendice il testo della Costituzione vigente affiancato a quello, assai più lungo e complicato, di quella che diventerà la nuova Costituzione in caso di approvazione della riforma con il referendum. Nel libro schierato per il No ai due testi giustapposti non è aggiunto alcun commento. Nel libro schierato per il Sì ci sono delle note di spiegazione e commento, di Fusaro.
il manifesto 30.8.16
Marchionne vota Sì e ci aiuta a capire
di Michele Prospero
Non poteva mancare la voce grossa del padrone che getta il suo pesante pullover blu sulla bilancia del referendum. «Marchionne è per il sì, personalmente» dice, parlando di sé, il manager di Detroit. Le truppe schierate per il governo sono molteplici, e impressionano per la loro potenza di fuoco: influenti giornali economici internazionali, grandi banchieri, spericolati finanzieri, Confindustria, cooperative arcobaleno. I poteri forti sono tutti in riga al presentat arm, altro che rottamazione strappata da un manipolo di ragazzi incontaminati.
Per garantire il controllo totale dell’informazione, già da un pezzo omologata alla narrazione del governo, è stata rimossa Berlinguer dalla tv pubblica e persino il battitore libero Belpietro è stato detronizzato dalla carta stampata privata. Oltre alle parabole immateriali dell’immaginario che si sintonizzano sulle frequenze dei media amici, il governo si avvale anche delle truppe di terra. La Coldiretti è stata arruolata per aggiungere un tocco di Vandea bianca, proprio della vecchia bonomiana, in una competizione che altrimenti avrebbe consegnato la difesa del governo soltanto ai signori della finanza e alle sentinelle del rigore.
Quando il conflitto si fa aspro, i poteri forti entrano in scena, senza troppi infingimenti. E le antiche cariche istituzionali, che negli ultimi anni si sono mosse in maniera creativa, fuori le righe dello stanco diritto formale, sono richiamate in servizio effettivo e offrono munizioni di guerra per l’ultimo sacrificio alla nobil causa: non turbare la sovranità dei mercati legibus solutus. Chi vota no è dipinto come un pericoloso destabilizzatore, che lascia precipitare il bel paese nel caos più cupo.
Si fa sempre più trasparente così il quadro della contesa, la fisionomia dei suoi protagonisti principali, la portata effettiva dello scontro. Il teatro di guerra, che ospita il fronte d’autunno, è sin troppo nitido: tutti i santi poteri del denaro sono intenti a scagliarsi contro il popolo irrazionale che rischia, con il suo ostinato no, di travolgere la sacra stabilità. Il merito delle riforme non conta nulla. La guerra è dichiarata per proteggere i simboli minacciati. E tutti i rappresentanti di accanite agenzie mondiali del denaro accorrono a difesa del simbolo diventato per loro più sacro di tutti: il potere in ultima istanza di sua maestà il mercato.
La portata della battaglia è, dal loro punto di vista, palese nella sua drammaticità: il pericoloso risveglio di una sovranità dei cittadini contro la bella dittatura del denaro che neanche la grande contrazione economica è riuscita a scalfire imputandole i suoi disastri. Nel tramonto dei ceti politici europei, ridotti a maschere che giocano battaglie surreali (il costume da bagno sulle spiagge) e non osano ribellarsi agli ordini impartiti dal capitale per la potatura dei diritti di cittadinanza, il referendum è una delle ultime eccentricità, una dismisura, un intoppo che allarma non poco.
La volontà di sorveglianza e di normalizzazione sprigionata da un ceto economico dominante che ha ottenuto a tempo record la disintermediazione (che miopia politica, e che sordità sociale, quella del sindacato che non si schiera in una contesa cruciale, di cittadinanza ma anche di classe!), il jobs act, le decontribuzioni, lo sblocca Italia, la buona scuola, oggi fa da guardiano al governo, perché il padronato sente che quello col marchio gigliato è davvero il suo governo.
La velocità non è in politica una grandezza indifferente e il tempo non è una misura neutra. Per tamponare i guasti che hanno rovinato la vita degli esodati, ancora si devono prendere le misure finanziarie necessarie e chiudere così, in percorsi dalla biblica durata, la vergogna di aver lasciato lavoratori privi di ogni reddito. Per varare una legge sulla tortura occorrono tempi illimitati, come per riaprire i contratti pubblici e privati. Per chi non ha tutele, o è privo di rappresentanza, o vive ai margini, guadagnare tempo, rispetto all’arbitrio del potere, non è un male. La velocità è un vero incubo se a dettare l’agenda della legislazione è il governo-azienda che impone le sue metafore in tutto ciò che è pubblico (scuola, dirigenti, sanità) e trasferisce le misure della sovranità in tutto ciò che è privato (comando assoluto nell’impresa, abolizione del diritto del lavoro).
Qualcuno, per incutere timore agli elettori, dice che il referendum di novembre è ancora più importante di quello inglese per le sue implicazioni su scala continentale. Può essere, ma non perché il voto a sostegno della Carta evochi un salto nel buio. I cittadini, rigettando la negazione del principio della sovranità popolare nella designazione di un organo di rappresentanza, hanno la possibilità di rimediare al fallimento dei ceti politici europei che hanno strappato ogni apertura sociale e quindi lanciano il populismo delle destre come risorsa plausibile per i marginali, i perdenti, gli esclusi.
A destabilizzare l’Europa sono i poteri forti e i ceti politici deboli che, con il loro ottuso credo mercatista recitato anche su una portaerei a Ventotene, rendono lo Stato una residuale zona piegata all’interesse privato. Il no è una risposta democratica alla sciagura delle élite politiche europee che non organizzano il conflitto sociale della spenta postmodernità e rischiano di essere spazzate tutte via dal disagio che trova rifugio nei miti irrazionali. Più i signori della finanza alzano la voce, per orientare il voto di novembre a favore del loro governo dei sogni, e più cresce la rilevanza liberatoria del no, come riscoperta con movimenti dal basso dell’autonomia della politica dal denaro, dal nichilismo del capitale vestito di blu.
Corriere 30.8.16
Essenziale modificare l’italicum per il futuro delle riforme
di Stefano Passigli
In qualsivoglia sistema politico governabilità e rappresentatività sono il prodotto di un mix di norme costituzionali e leggi elettorali. L’attenzione al «combinato disposto» delle due non è dunque un’invenzione polemica dei detrattori della riforma, ma una necessità di cui tener conto in sede di referendum perché è proprio sulla base della legge elettorale che va giudicata la bontà complessiva del disegno riformatore: i cittadini voteranno nel referendum solo sulla riforma costituzionale, ma il loro voto dovrà esprimere anche il loro giudizio sulla legge elettorale.
Ciò premesso, è tuttavia utile analizzare separatamente le due riforme. La riforma costituzionale ha molti difetti: promette quello che non potrà mantenere (la semplificazione del processo legislativo; il taglio dei costi della politica); compromette l’equilibrio tra poteri e il ruolo delle magistrature di garanzia (in particolare del capo dello Stato); dimentica alcune essenziali innovazioni (la «sfiducia costruttiva» e l’attribuzione al premier della nomina e revoca dei ministri); non supera l’anacronistico regime delle regioni a statuto speciale (giustificato solo per l’Alto Adige); e così via. Ma la riforma ha anche un fondamentale pregio: attribuisce la concessione della fiducia alla sola Camera, evitando possibili maggioranze diverse tra Camera e Senato, e soprattutto sottopone al vaglio preventivo della Corte costituzionale le leggi elettorali, evitando il rischio di Parlamenti politicamente delegittimati come avvenuto con il Porcellum.
A ben guardare, i principali obiettivi della riforma costituzionale avrebbero potuto essere assolti da una buona modifica della legge elettorale. Sono infatti in primo luogo le leggi elettorali ad assicurare stabilità ed efficacia dei governi. Ma il problema è che l’Italicum mantiene invece tutti o quasi i difetti del Porcellum: una metà del Parlamento nominata dalle segreterie di partito (in violazione di una pronuncia della Corte), nonché la possibilità di capolisture plurime a garanzia dell’attuale classe politica (che introducendo una diversità di status tra candidati è anch’essa a palese rischio di incostituzionalità); ma soprattutto un abnorme premio di maggioranza che — nell’attuale situazione multipolare, e con una partecipazione al voto limitata al 60-65% — consegnerà il governo del Paese a un partito rappresentativo di non più del 18-22% degli elettori. Anche su questa evidente disproporzionalità che altera il rapporto tra eletti ed elettori si pronuncerà la Corte. L’Italicum va insomma radicalmente cambiato, e poiché una sua modifica aiuterebbe non poco la causa del «Sì» non si comprende la difesa ad oltranza che ne fanno alcuni membri del governo più realisti del Re.
Più disponibile appare infatti il premier, che si limita a chiedere che vengano indicate le modifiche necessarie e la maggioranza disposta a votarle. Modificare l’Italicum è insomma possibile, e lo si potrebbe fare addirittura con un referendum parzialmente abrogativo, abolendo liste bloccate e candidature plurime, e reintroducendo il collegio uninominale (i tempi sono stretti, ma nel 2012, quando per abolire il Porcellum si confrontarono la mia proposta di referendum e quella di Parisi, in un mese furono raccolte più di un milione di firme). Se ai 475 collegi del Mattarellum — che grazie al premio implicito nei sistemi maggioritari rafforzerebbero ulteriormente i grandi partiti — si aggiungesse un premio di 90 seggi (14%) per i migliori perdenti del partito che avesse vinto più collegi otterremmo governabilità e diritto di tribuna per i partiti minori. Occorrerebbe naturalmente che la Legge sui partiti ora all’es ame del Parlamento disciplinasse adeguat amente la selezione dei candidati per evitare che le liste bloccate cacciate dalla porta rientrassero dalla finestra. E occorrerebbe completare l’opera con una riforma dei regolamenti parlamentari che ponesse un limite al crescente trasformismo della nostra classe politica.
Una simile riforma elettorale renderebbe possibile al partito vincitore conseguire non solo una maggioranza alla Camera ma tendenzialmente anche al Senato, facilitando così la stabilità dei governi anche in caso di mancata riforma costituzionale. Non si deve infatti dimenticare che nel 1996, in una situazione come oggi multipolare, il collegio uninominale — grazie a un’attenta strategia di desistenze operata da D’Alema e Prodi — permise al centrosinistra ancorché inferiore in voti di battere il centrodestra. Aver rottamato una classe politica non deve far dimenticare che essa ebbe grandi meriti: l’ingresso nell’euro, la gestione della crisi libanese, il forte abbattimento del rapporto debito/Pil, e appunto un uso sapiente del collegio uninominale, del sistema elettorale cioè che più di ogni altro garantisce la qualità della classe politica e quel diretto rapporto eletto/elettore che è il più sicuro fondamento della democrazia rappresentativa. Una ragione di più per tornare ad affermare che una modifica dell’Italicum è oggi essenziale, e che senza di essa la riforma costituzionale è a rischio di approvazione, e se approvata può porre a rischio il Paese.
Il Sole 30.8.16
Centrodestra
Berlusconi: nessun patto-bis con Renzi
In una lettera l’ex premier smentisce l’ipotesi di un nuovo Nazareno: «fantasiosa ricostruzione degli organi di stampa»
Parisi lancia la convention del 17 e 18 settembre - Ma Fi resta divisa: Toti andrà a Pontida
di Emilia Patta
ROMA Non ci sarà alcun Nazareno bis. Silvio Berlusconi, ancora in vacanza-convalescenza a villa Certosa, prende carta e penna per il secondo giorno consecutivo e precisa i confini della sua offerta di collaborazione al governo per il post sisma: «Leggendo i quotidiani odierni, ancora una volta si assiste a una fantasiosa ricostruzione degli organi di stampa circa le intenzioni politiche del presidente Berlusconi, in particolare per quanto attiene a un rinnovato accordo con il governo che vada al di là della doverosa disponibilità di Forza Italia a votare in Parlamento eventuali provvedimenti a favore delle popolazioni gravemente colpite dal terremoto». Una precisazione tutta politica, evidentemente, fatta anche per depotenziare sul nascere le polemiche interne al centrodestra in vista dell’attesa convention milanese con cui l’ex manager Stefano Parisi - di fatto investito a futuro candidato premier dallo stesso Berlusconi - dovrebbe presentare il suo progetto per il rilancio di Forza Italia e del centrodestra. L’accusa di inciucio con Matteo Renzi, infatti, è la più gettonata tra i big azzurri ostili alla scalata di Parisi. Non a caso sia il capogruppo alla Camera Renato Brunetta sia l’ex ministro e senatore azzurro Maurizio Gasparri precisano la precisazione di Berlusconi notando come «collaborazione sull’emergenza terremoto non vuol dire apertura a Renzi» né tantomeno «rinuncia alla campagna per il?No al referendum costituzionale».
Intanto lui, Parisi, lancia la campagna di pre-iscrizione alla convention in via di organizzazione a Milano per il 17 e 18 settembre. «Iscriviti alla nostra convention», è la raccomandazione che campeggia sulla home page dell’ex city manager che ha perso di un soffio le elezioni a sindaco di Milano contro Giuseppe Sala. «Possiamo rigenerare il centrodestra con un programma politico liberale e popolare, Ripartiamo dai temi, dai contenuti, dalla risoluzione reale die problemi e dalla formulazione delle proposte». La parola chiave è sburocratizzazione, ovvero regole più semplici per promuovere ed agevolare lavoro e imprese. E in effetti della campagna per il No al referendum in tutto questo non c’è traccia. Per la sua due giorni Parisi sta stilando una lista con esponenti della società civile e del mondo delle professioni, big dell’industria, economisti, politologi. Nessun politico interverrà sul palco, quelli che vorranno esserci staranno in platea a seguire i lavori. Negli stessi giorni Matteo?Salvini celebrerà la sua Pontida con la giovane Le Pen e con Giovanni Toti, governatore azzurro della Liguria che ha uno stretto rapporto con il leader della Lega e che non a caso tutta la vecchia guardia (da Gasparri a Brunetta e Paolo Romani) indica come futuro candidato premier del centrodestra rigettando la leadership di Parisi.
Naturalmente non è una contrapposizione solo politica, ossia centrodestra moderato e centrodestra “populista”, ma per la vecchia classe dirigente azzurra è anche questione di sopravvivenza politica.?Per questo Parisi fa sapere che punta a ricostruire il centrodestra senza rottamare nessuno: Parisi immagina una Fi 2.0, un partito leggero sul fronte dei costi, basato sulla rete e senza tesseramento, sul modello della piattaforma digitale elaborata a suo tempo da Gianroberto Casaleggio per il Movimento 5 stelle. In questa cornice spazio per poltrone “pesanti” ce n’è poco. E proprio per questo la classe dirigente azzurra si fa sentire, indipendentemente dalla linea politica che Parisi sta elaborando. Gasparri - che con la sua convention dei giovani di Forza Italia a Giovinazzo in Puglia il 2, 3 e 4 settembre riapre per il quarto anno consecutivo il dibattito post estivo nel centrodestra - la vede così: «Andrà fatta una selezione all’interno di Forza Italia per individuare il nostro candidato, e poi una forma di partecipazione popolare assieme alla Lega a cui potrà partecipare anche Parisi per scegliere insieme il candidato premier della coalizione». Gasparri evita di pronunciare la parola primarie, ma si sa che è una di quelle parole alle quali Berlusconi è del tutto allergico.
Il Sole 30.8.16
Istat
Famiglie e imprese, cala la fiducia
Ad agosto indice dei consumatori scende ai livelli del 2015: l’indice sulle scelte delle famiglie scende a quota 109,2 e quello delle aziende a 99,4
Crollo per le attese di acquisti di case e beni durevoli
di Luca Orlando
Peggiora ad agosto la fiducia dei consumatori e delle imprese: lo rivela l’Istat, secondo cui gli indici sono scesi rispettivamente a 109,2 (dal 111,2 di luglio) e a 99,4 (da 103 ). Sul fronte consumatori si torna a luglio 2015. In riduzione tutte le singole componenti dell’indice: clima economico, personale, corrente e futuro; l’incertezza si traduce in una minore propensione ad acquisti impegnativi, come case e beni durevoli. Anche dal lato delle imprese la frenata è collettiva; e nel manifatturiero peggiorano i giudizi su ordini (in particolare sui beni intermedi) e produzione.
Milano Meno ottimismo tra i consumatori, buonumore in calo anche tra le imprese. Ad agosto entrambi gli indicatori del clima di fiducia rilevati dall’Istat risultano in riduzione, con una frenata corale che riguarda più componenti.
Per le famiglie l’indice scende di due punti a quota 109,2: per trovare un risultato peggiore occorre tornare a luglio del 2015. In riduzione risultano tutte le singole componenti dell’indice: clima economico, personale, corrente e futuro.
Per il quarto mese consecutivo, in particolare, peggiorano le opinioni dei soggetti intervistati in relazione alla situazione economica del paese (per le attese future il saldo è tornato in rosso dallo scorso giugno) e in peggioramento sono anche le aspettative sulla disoccupazione. L’incertezza si traduce anche in una minore propensione ad acquisti impegnativi, come accade ad esempio per i beni durevoli: la quota di chi esclude in modo netto possibilità di shopping nei prossimi mesi sale di cinque punti al 31,3%.
Dal lato delle imprese la frenata è analoga, con l’indice globale di settore che per la prima volta da febbraio 2015 si posiziona al di sotto di quota 100 (99,4, da 103 del mese di luglio).
Anche in questo caso si tratta di un arretramento collettivo, che riguarda in modo più marcato servizi e commercio al dettaglio ma che si concretizza anche per manifattura e imprese di costruzioni.
Per le imprese manifatturiere (il cui indice si riduce da 102,9 a 101,1) peggiorano sia i giudizi sugli ordini, in particolare per il comparto dei beni intermedi, che le attese sulla produzione, il cui saldo tuttavia si mantiene positivo.
L’arretramento degli indici si aggiunge alla serie di notizie non brillanti sull’economia italiana che ha caratterizzato le ultime settimane ma va ricordato che i livelli assoluti raggiunti da questi indicatori si sono posizionati negli ultimi mesi su valori particolarmente elevati.
Per i consumatori, ad esempio, il dato di inizio anno della fiducia (non troppo distante dal valore attuale) rappresentava il massimo dall’avvio delle serie storiche, il top da 21 anni, mentre per le imprese si è arrivati nello stesso periodo ai massimi dall’inizio della crisi.
Il contesto esterno, in ogni caso, non aiuta e lo stesso indicatore rilevato dalla Commissione europea per la zona euro ad agosto risulta in calo.
La rilevazione di agosto arriva a pochi giorni di distanza dagli attentati in Francia e in Germania, che certo più di un’inquietudine hanno provocato anche nel nostro paese. Alle prese, inoltre, con una fase congiunturale non particolarmente brillante, come testimoniato dalle ultime rilevazioni statistiche diffuse.
La crescita zero del prodotto interno lordo del secondo trimestre lascia all’Italia un magro progresso dello 0,7% in termini tendenziali, mentre il bilancio del primo semestre per export e produzione industriale è particolarmente deludente: crescita zero per le vendite oltreconfine tra gennaio e giugno, un risicato +0,8% nello stesso periodo per l’output. Brexit, instabilità geo-politica internazionale e rallentamento dei Bric’s aggiungono altra sabbia negli ingranaggi della crescita, rendendo sempre meno agevole la visibilità sulle prospettive future.
Anche dal lato del credito sembra essersi esaurita la spinta che aveva caratterizzato le nuove operazioni di finanziamento lo scorso anno. Tra gennaio e giugno i nuovi prestiti erogati alle imprese in Italia sono risultati mediamente in calo del 6,5%, 14 miliardi di euro in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Repubblica 30.8.16
Gli economisti.
Crescita zero per tutto il 2016 cala la fiducia, l’Italia non riparte
Per Confindustria, Ref, Nomisma e Confesercenti ci saranno tre trimestri di stagnazione
Il 27 settembre il governo presenterà gli aggiornamenti del Def con le nuove previsioni di crescita per il 2016 e 2017. L’attuale stima prevede un +1,2% per fine anno quando molti economisti non vanno oltre lo 0,6%
di Valentina Conte
ROMA. Un’Italia a crescita zero fino alla fine dell’anno? Possibile. Il rotondo dato del Pil nel secondo trimestre potrebbe rivelarsi non del tutto isolato. Rallentamento della domanda internazionale, ribasso delle materie prime allo sgocciolo, investimenti fermi, incertezza dilagante tra banche, Brexit, terrorismo e ora anche terremoto rischiano di tenere l’Italia in stagnazione. E soprattutto di creare quello che gli economisti chiamano “trascinamento statistico” sfavorevole sul 2017. In altri termini, quest’anno chiude male e parte male pure il prossimo.
Un indizio in questo senso viene dal dato Istat diffuso ieri sulla fiducia declinante di imprese (per la prima volta sotto i 100 punti da febbraio 2015) e consumatori in agosto, la prima indagine dopo gli attentati di luglio in Francia e Germania. La disoccupazione torna ad agitare i sonni delle famiglie. E non a caso Eurostat segnala l’Italia come il paese europeo con il più alto numero di senza lavoro scoraggiati, con il 37% che nei primi tre mesi dell’anno ha rinunciato a cercare un posto ed è finito negli inattivi, il doppio del livello medio europeo.
Confesercenti comincia a chiamarla «non fiducia quasi strutturale» e teme per un nuovo rallentamento nella spesa degli italiani. D’altro canto, i saldi estivi non sono andati benissimo («a macchia di leopardo, ma giù di quasi un punto», conferma Renato Borghi, presidente di Federmoda), specie dopo una primavera disastrosa a meno 5%. L’effetto turismo sarà tutto da misurare. Il collasso delle mete asiatiche e nordafricane ha favorito Grecia e Spagna, bisognerà capire quanta parte dei flussi è stata agganciata dall’Italia. I pedaggi in autostrada farebbero ben sperare (+5-6%). I balneari paiono ottimisti.
In ogni caso, «il turismo non sembra in grado di garantire un’inversione di tendenza significativa», spiega l’economista Fedele De Novellis. Il suo centro di ricerca, Ref, uscirà oggi con una nota congiunturale molto netta: «La crescita nulla del secondo trimestre non appare un caso isolato. Le tendenze della seconda parte dell’anno dovrebbero confermare la stagnazione della nostra economia». Con uno zero anche nel terzo e quarto trimestre il dato del Pil sull’anno planerebbe ad uno striminzito +0,6%, quanto in effetti l’Istat aveva acquisito ad inizio agosto. La metà esatta delle previsioni del governo (+1,2%). E con un trascinamento sotto l’1% anche nel 2017 (laddove il governo si aspetta +1,4%). Vedremo come cambierà questo quadro, con l’aggiornamento al Def del 27 settembre. Ma se la revisione fosse così importante, il rischio maggiore sarebbe sul debito che schizzerebbe oltre il 133% (sopra il 132,4% programmato per il 2016 e il 132,7% dell’anno scorso).
Uno scenario spiazzante che anche Confindustria si appresta a incorporare nella sua prossima nota congiunturale. E condiviso pure da Nomisma, laddove il suo managing director Andrea Goldstein, ricorda che il «pessimismo e nervosismo attuale crescerà all’avvicinarsi dei sondaggi sul referendum», con i mercati finanziari ago della bilancia degli umori di un Paese in affanno. E con una manovra finanziaria che si promette espansiva, ma che ad oggi sembra in salita.
il manifesto 30.8.16
Le tre ancore dell’economia globale
Capitalismo. Dalla crisi degli anni ’70 a oggi, in tre mosse il potere economico-politico si è fatto coeso, esteso, pervasivo. Come individuare punti deboli e contraddizioni
di Ignazio Masulli
La crisi economica e politica dei paesi del capitalismo storico, dalla quale sembra sempre più difficile uscire, è una crisi di sistema, come è stato sottolineato da molti e come appare tanto più evidente quanto più se ne analizzi il processo storico con il punto di svolta nei primi anni Settanta. La società dei consumi esaurisce la sua spinta propulsiva senza che appaia possibile la sua esportazione in paesi del Sud del mondo.
Il segno più evidente e significativo è consistito in un netto calo dei tassi di profitto protrattosi per tutti gli anni ’70 nei paesi più industrializzati. Sia negli Stati uniti che nella media riguardante Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia, la diminuzione dei tassi di profitto rispetto al capitale investito è stata di circa 5,5 punti percentuali tra il 1970 e il 1980: una discesa pesante difficile da arrestare con misure congiunturali e interventi tradizionali.
A quel punto, i maggiori gruppi imprenditoriali, di qua e di là dall’Atlantico si sono trovati di fronte ad un bivio. Da un lato, era possibile riguadagnare i margini di profitto perduti innovando metodi di produzione, tipi di prodotti e organizzazione del lavoro. Ma ciò implicava maggiori e più coraggiosi investimenti, nonché mutamenti nei sistemi di vita (abitazioni, trasporti, comunicazioni, beni d’uso personale, domestico, ecc.) che avevano caratterizzato la società dei consumi nei decenni precedenti. Dall’altro lato, si poteva ricorrere a scorciatoie e soluzioni più facili senza cambiare scenari e rapporti sociali. Si è imboccata la seconda strada, e le risposte alla crisi sono state di tre ordini.
La prima ha dato luogo ad una massiccia delocalizzazione delle attività produttive in paesi in via di sviluppo dove era possibile lo sfruttamento di manodopera a basso o bassissimo costo, nonché sfuggire ad obblighi fiscali e vincoli ambientali. L’entità del fenomeno è stata e continua ad essere molto maggiore di quanto si lasci trapelare. Nel 2015 in Italia gli investimenti diretti all’estero, fatti da imprese non finanziarie, sono stati pari al 25% del Pil, in Francia hanno raggiunto il 51%, in Germania il 42%. In Gran Bretagna gli investimenti all’estero hanno rappresentato il 54% del Pil. Perfino negli Usa, paese che si suppone centripeto più che centrifugo, sempre nel 2015, gli investimenti diretti all’estero sono equivalsi al 33% del Pil. E’ chiaro che una delocalizzazione produttiva di queste proporzioni ha comportato milioni di posti di lavoro in meno nei paesi d’origine.
La seconda risposta ha riguardato un’automazione senza precedenti della produzione di beni e servizi, resa possibile dalla rivoluzione microelettronica. Com’è ben noto, i portati di quella rivoluzione sono stati straordinariamente innovativi nei settori dell’informazione e della comunicazione. Mentre le applicazioni introdotte nelle tecnologie produttive hanno obbedito alla stessa logica che ha caratterizzato tutta l’età industriale fin dall’introduzione del telaio meccanico. Una logica volta a ridurre la manodopera occorrente ad una stessa quantità produttiva, a favorire l’impiego di quella meno qualificata e, perciò, più facilmente intercambiabile e precaria, nonché meno remunerata. Automazione spinta e delocalizzazione si sono poi intrecciate nel facilitare l’impiego di forza lavoro non qualificata e sottoposta al massimo sfruttamento nei paesi meno sviluppati.
La terza risposta ha visto un progressivo e rapido spostamento degli investimenti dalla produzione alla speculazione finanziaria.
Contemporaneamente si è assistito anche ad una progressiva finanziarizzazione delle imprese dei più diversi settori. Ben presto lo scopo principale delle aziende è diventato quello di soddisfare le esigenze e aspettative degli azionisti. Il che ha condotto ad una valutazione dei risultati delle aziende in base all’apprezzamento maggiore o minore dei loro titoli finanziari, invece che sulla base dei risultati raggiunti in termini propriamente produttivi e di mercato. D’altro canto la rincorsa alla concentrazione tecnico-produttiva in rapporti di scala sempre più ampi ha ulteriormente rafforzato il ruolo del capitale finanziario in tutti i settori.
Queste tre risposte alla crisi degli anni ’70 si sono andate ben presto affermando fino a diventare le strategie principali della ristrutturazione capitalista nell’ultimo trentennio.
Tutto ciò è stato reso non solo possibile, ma apertamente favorito dalle politiche neoliberiste inaugurate nei primi anni ’80 dai governi conservatori della Thatcher e di Reagan. Politiche che hanno trovato sostanziale continuità nell’azione di governo dei vari Blair, Schröder e degli altri becchini della socialdemocrazia europea, in tandem con l’amministrazione Clinton, a partire dalla seconda metà degli anni ’90 fino agli epigoni e alle nanocrazie attuali. Questi ultimi rappresentano il terzo gradino del crescente asservimento della politica agli interessi dei maggiori gruppi economici, sotto il segno dei governi di larghe intese o di falsa alternanza succedutisi in Italia come in altri paesi europei.
Né c’è bisogno di sottolineare il peso esercitato dalle istituzioni economiche e politiche internazionali, dall’Unione europea al Fondo monetario internazionale, fino alla Nato, nel tenere ben saldo il controllo sul blocco di potere che domina lo scenario internazionale.
Va invece ricordato che, proprio grazie ai tre assi portanti della ristrutturazione tardocapitalista prima indicati, i paesi di più antico sviluppo hanno stabilito solide alleanze con i gruppi dominanti tradizionali e i nuovi ceti in ascesa in grandi paesi dell’Asia, Africa e America Latina inducendoli a perseguire modelli di sviluppo e processi di modernizzazione affatto simili. E là dove tali allineamenti hanno incontrato resistenze, si è ricorso ad ogni tipo di pressione, economica, politica e, all’occorrenza, militare.
Il risultato è un sistema di potere economico, finanziario, tecno-militare, politico e mediatico, tanto concentrato, quanto esteso e pervasivo. Tuttavia anch’esso presenta instabilità critiche, squilibri, contraddizioni e perfino spinte autodistruttive sulle quali occorre far leva per la costruzione di alternative necessarie e possibili. Ma è proprio questa la non facile analisi da compiere e di cui non siamo che all’inizio come anche nella individuazione di nuove forze e forme di lotta.
La Stampa 30.8.16
Scuola, i sindacati ricorrono al Tar per la chiamata diretta
“Il reclutamento dei docenti è lesivo della loro dignità”
di Maria Teresa Martinengo
I sindacati della scuola hanno posto la questione di legittimità costituzionale e ieri hanno presentato ricorso al Tar contro le procedure della cosiddetta «chiamata diretta» dei docenti. Il ricorso, spiegano i segretari di Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola e Snals Confsal, mette in evidenza le «illegittimità» nella gestione amministrativa e nei rapporti contrattuali del personale.
Per i sindacati della scuola «le procedure attuative del provvedimento stanno generando effetti negativi sia in termini di lesione dei diritti che della dignità professionale del personale». Nel ricorso, oltre a impugnare le «linee di orientamento» diffuse dal Miur, è stata posta ai giudici amministrativi la questione di legittimità costituzionale del provvedimento e delle norme di legge da cui trae origine. Per le organizzazioni dei lavoratori «legge e provvedimenti attuativi consentono di fatto un’assoluta discrezionalità del dirigente, ledono profondamente principi cardine del nostro ordinamento, tra cui l’imparzialità della pubblica amministrazione, la libertà di insegnamento, il diritto all’apprendimento degli alunni nell’ambito del sistema nazionale di istruzione».
Secondo i sindacati, la portata delle questioni è tale da richiedere la discussione d’urgenza e la sospensiva in via cautelativa. Un altro passo questo, sottolineano Flc Cgil, Cisl, Uil e Snals, «per ottenere le necessarie modifiche di una riforma che - anche sul piano pratico - sta evidenziando tutti i suoi limiti: non uno degli obiettivi sembra significativamente e compiutamente utile all’intero sistema scolastico».
Intanto in Sicilia e Sardegna sindacati e direzioni scolastiche regionali hanno realizzato un accordo - per altro già attuato in altre regioni - per consentire a un gran numero di docenti immessi in ruolo lontano da casa con la fase C della Buona Scuola, di evitare i trasferimenti in altre regioni. «Siccome i posti di sostegno sono molto numerosi - spiega Rodolfo Aschiero, segretario Flc Cgil del Piemonte, regione dove questo accordo esiste da tempo - e gli insegnanti con titolo di specializzazione insufficienti, dopo aver assicurato la cattedra a tutti gli specializzati, compresi i supplenti, per garantire agli alunni disabili il massimo di qualità, si assegnano i posti rimanenti ai docenti di ruolo soprannumerari non specializzati». Per Elena Centemero, responsabile Scuola di Forza Italia, «si tratta di una scelta molto discutibile e grave che penalizza le studentesse e gli studenti con disabilità per scongiurare il cosiddetto esodo dei docenti».
La Stampa 30.8.16
Ughi al ministro Giannini: salvi i Conservatori in pericolo
“La musica si studia da bambini. L’Italia si adegui al resto del mondo”
di Giacomo Galeazzi
Sono leggi scritte da chi non è esperto di musica. Non si possono equiparare Conservatori e università», scandisce Uto Ughi. Uno dei piú grandi talenti musicali del nostro tempo chiede al ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini di salvaguardare una «eccellenza in pericolo».
Maestro, la Stampa ha documentato il grave stato di crisi dell’insegnamento della musica in Italia. Cosa ha detto al ministro Stefania Giannini ?
«Un ragazzo deve cominciare a studiare uno strumento a 7-8 anni. La scelta dell’Università avviene dopo la maturità. Prendere in mano per la prima volta uno strumento a 19 anni è tempo perso. La legge è stata fatta evidentemente da persone non esperte di musica. Il ministro si è interessata a risolvere la questione e a modificare le norme rapidamente».
Quale deve essere il modello da seguire nei Conservatori?
«In tutto il mondo i programmi di insegnamento della musica partono da un dato di fatto incontrovertibile: uno strumento va coltivato dai primissimi anni di vita. Come per i disegni e le poesie, la musica deve entrare il prima possibile nei percorsi di apprendimento dei bambini. Con il metodo Suzuki in Giappone si insegna a suonare uno strumento fin dai 2-3 anni. Ho visto bimbi di 5 anni eseguire concerti di Bach senza commettere il minimo errore. Il ministro Giannini mi è sembrata animata dalle migliori intenzioni. Attendiamo i risultati».
Cosa domanda al governo?
«I Conservatori vanno tutelati in ogni regione. Ho ascoltato studenti di istituti di provincia suonare in maniera straordinaria. Non è vero che occorra tagliare il numero dei Conservatori per tenerne aperti solo alcuni nelle grandi città. Senza la loro storica presenza ramificata sul territorio si perderebbe un potenziale immenso».
Quale è il suo timore,quindi?
«Si rischia di ripetere con i Conservatori il colossale errore che è stato commesso alcuni anni fa con le orchestre sinfoniche della Rai: eliminarne tre su quattro fu una follia poi pagata a carissimo prezzo. All’epoca si disse che bisognava far convergere le risorse su poche realtà di alto livello, ma ciò ha depauperato la cultura italiana».
Su quali punti specifici ha chiesto al ministro di intervenire?
«Neanche la Giannini è sicura che ridurre il numero dei Conservatori sia la soluzione giusta. Io le ho detto che più istituzioni musicali ci sono in ogni regione maggiore è il beneficio complessivo per il Paese. Per dare qualità uniforme all’insegnamento serve maggior rigore nell’assegnare le cattedre».
In che modo si deve agire ora?
«Poco prima di morire il direttore d’orchestra Claudio Abbado mi descrisse ammirato il sistema di insegnamento della musica in Venezuela. Persino in una nazione così povera, i bambini cominciano prestissimo a studiare uno strumento. Dovrebbero tenerne conto i tecnici ministeriali : i Conservatori non devono essere equiparati alle università né tagliati».
SULLA STAMPA DI MARTEDI 30 AGOSTO
IN PRIMO PIANO:
IN PRIMO PIANO:
il manifesto 30.8.16
Sit-in a Roma venerdì 2 settembre per la tregua e i corridoi
umanitari in Siria
L’appuntamento e a Roma, in piazza Santi Apostoli, venerdì 2 settembre, dalle ore 11
Per info e adesioni 3351573147 oppure 3937540531 oppure info@illuminareleperiferie.it
L’appuntamento e a Roma, in piazza Santi Apostoli, venerdì 2 settembre, dalle ore 11
Per info e adesioni 3351573147 oppure 3937540531 oppure info@illuminareleperiferie.it
La Stampa 30.8.16
Vatileaks
In prigione monsignor Vellejo Balda
La Stampa 30.8.16
Ecco l’Indiana Jones dei santi e dei beati
“Ho 15 mila reliquie, anche un frammento della Croce”
di Mauro Facciolo
Repubblica 30.8.16
Perché resiste un modello di unione sancito dal Concilio di
Trento
Continuiamo a chiamarlo matrimonio
di Alberto Melloni
Repubblica 30.8.16
Gran Bretagna
Un feto è la voce del nuovo libro di Ian McEwan
LONDRA. Sarà un feto la voce narante del diciassettesimo atteso
romanzo di Ian McEwan, che uscirà il Gran Bretagna dopodomani e
s’intitolerà Nutshell. Il libro è una tragedia elisabettiana dei
nostri giorni: una moglie adultera decide con la complicità
dell’amante di uccidere il marito. La donna è incinta e la trovata
sta nel fatto che la storia è narrata dal feto. Lo scrittore ha
rivelato l’incipit: «Così, eccomi qui a testa in giù in una
donna»
Repubblica 30.8.16
“Rompi la croce” così la rivista dell’Is attacca il Papa “È un
miscredente”
Nessun gruppo aveva mai messo nel mirino il capo della Chiesa
cattolica come Daesh
di Marco Ansaldo
IN
ITALIA:
Corriere 30.8.16
D’Alema alza il tiro su Renzi E prepara la squadra del No
«Gente viene cacciata dai tg se non è d’accordo con il governo»
di Alessandro Trocino
Il Giornale 29.8.16D'Alema rovina la festa al Pd e apre il fuoco sul referendumLa Festa si chiama dell'Unità ma il Pd l'unità l'ha persa da un pezzo
Firenze Post 30.8.16Baffino rivela, i contrasti nacquero a FirenzePd: D’Alema scontro frontale con Renzi. crescita zero, no al referendum, le riforme vanno cambiatedi Paolo Padoin
Giornale di Sicilia 28.8.16Festival nazionale dell'Unità a Catania, Pd spaccato. D'Alema prepara i comitati del No
Il Messaggero 30.8.16Riforma costituzionale, D'Alema attacca il PD: è erede del berlusconismoMassimo D'Alema inizia il tour per il "no" al referendum costituzionale e inizia da Vicenza, dove attacca il PD di Matteo Renzi e lo accusa di essersi fatto erede del berlusconismodi Giuseppe Timpone
Repubblica 30.8.16“A D’Alema dirò che vuol solo abbattere Renzi”“Lui rappresenta la conservazione, la riforma ottiene ciò che tanti governi, tra cui il suo, hanno invano inseguito”Parla Roberto Giachetti, che il 16 settembre duellerà con l’ex premier sul palco della festa dell’unità di Romaintervista di G. C.Repubblica 30.8.16Da Pisapia a Zedda ecco gli arancioni tentati dal Sì “Ma via l’Italicum”Presto un incontro per fissare una posizione comune in dissenso con la linea degli ex SelMassimo D’Alema: “Non è vero che se vince il no non si possono fare altre riforme, presto farò una proposta”di Giovanna Casadio e Francesco FurlanIl Fatto 30.8.16Di Maio su Errani: “Non può fare il commissario. Renzi sfrutta la tragedia per ricucire il Pd”Il vicepresidente della Camera e membro del direttorio M5s all'attacco del presidente del Consiglio: "Fa ridere il suo appello all'unità. L'unità dovrebbe esserci sulle scelte. Fa sorridere se non incazzare"Contro l'ex governatore anche Fi e Lega. I democratici: "E' persona onesta e competente". Anche Maroni ribadisce il suo apprezzamento
La Stampa 30.8.16
Il sisma minaccia i manoscritti di Leopardi
I manoscritti originali di Giacomo Leopardi (tra cui quello
dell’Infinito) conservati nel Palazzo dei Governatori di Visso
(Macerata) sono a rischio: lo dice Luca Cristini, direttore
dell’Ufficio beni culturali dell’Arcidiocesi di Camerino e San
Severino Marche, che lancia un appello affinché siano messi in
sicurezza.
Il Palazzo dei Governatori è sovrastato dalla chiesa di
Sant’Agostino (XIV secolo), dove risulta gravemente danneggiato dal
sisma il campanile e dissesti si notano anche nei due pinnacoli
della facciata.
La Stampa 30.8.16
La rinascita alla prova della giustizia
di Marcello Sorgi
Corriere 30.8.16I certificati falsi su caserme e chieseDossier riservato sul caso dei collaudi antisismici. Funerali ad Amatrice per le proteste dei familiaridi Ilaria Sacchettoni e Fiorenza SarzaniniRepubblica 30.9.16Lo scandalo dei fondi antisismaA Rieti finanziamenti per 84 milioni ma per la chiesa spesi solo 509 eurodi Dario Del Porto e Fabio TonacciIl Sole 30.8.16Quel vicesindaco-geometra che ha costruito mezza Amatricedi Mariano Maugeri
Repubblica 30.8.16
Riavere i nostri borghi per permettere un futuro
di Tomaso Montanari
La Stampa 30.8.16La metà delle nostre case va messa in sicurezzaSecondo i dati del Consiglio Nazionale degli Ingegneri 12 milioni di immobili e 22 milioni di cittadini sono a rischiodi Mattia FeltriIl Fatto 30.8.16La figura retorica della prevenzionedi Luca Mercalli
Il Fatto 30.8.16
Piano Case, mancano i soldi
Sisma, zero flessibilità Ue per Casa Italia. Renzi a secco
Dopo giorni di voci su progetti miliardari per le zone del sisma,
il premier deve ammettere che per trovarli dovrà violare le regole.
E già servivano 10 miliardi per la manovra
Si aggira intorno ai 3-4 miliardi l’anno la cifra da trovare per
mettere in sicurezza il patrimonio a rischio in Italia. Ma la
“flessibilità” nei vincoli di bilancio europei è già esaurita
di Carlo Di Foggia
Corriere 30.8.16Renzi alla Ue: prendiamo ciò che serveBruxelles vuole scorporare per il sisma solo spese a breve termine, Roma non intende sottostare a vincoliIl leader pronto a chiedere una mano alle opposizioni. La minoranza dem pensa di ritardare le uscite per il Nodi Maria Teresa MeliCorriere 30.8.16Un premier intenzionato a ricalibrare il suo profilodi Massimo Francoil manifesto 30.8.16Il premier che cambia linea confonde anche i suoi autoridi Andrea Fabozzi
il manifesto 30.8.16
Marchionne vota Sì e ci aiuta a capire
di Michele Prospero
Corriere 30.8.16Essenziale modificare l’italicum per il futuro delle riformedi Stefano PassigliIl Sole 30.8.16CentrodestraBerlusconi: nessun patto-bis con RenziIn una lettera l’ex premier smentisce l’ipotesi di un nuovo Nazareno: «fantasiosa ricostruzione degli organi di stampa»Parisi lancia la convention del 17 e 18 settembre - Ma Fi resta divisa: Toti andrà a Pontidadi Emilia Patta
Il Sole 30.8.16
Istat
Famiglie e imprese, cala la fiducia
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La Stampa 30.8.16
Scuola, i sindacati ricorrono al Tar per la chiamata diretta
“Il reclutamento dei docenti è lesivo della loro dignità”
di Maria Teresa Martinengo
La Stampa 30.8.16
Ughi al ministro Giannini: salvi i Conservatori in pericolo
“La musica si studia da bambini. L’Italia si adegui al resto del
mondo”
di Giacomo Galeazzi
NEL
MONDO:
Repubblica 30.8.16
Il ratto d’Europa
Il ruolo di Berlino
di Massimo Riva
Il Sole 30.8.16La questione tedescaSe la Merkel perde il timone dell’Europadi Adriana CerretelliIl Sole 30.8.16Germania. Migranti, la Spd accusa MerkelIl vice cancelliere Gabriel: sottostimato l’impatto, un tetto al numero di profughiLa presa di posizione in un momento delicato per la cancelliera: un tedesco su due non vuole che si ricandididi Alessandro Merli su questa pagina
il manifesto 30.8.16
Tsipras chiede 269 miliardi di riparazioni di guerra alla
Germania
il manifesto 30.8.16
Francia
Il burkini in campagna elettorale
Nasce una Fondazione per l'islam di Francia, per favorire la
conciliazione con i "valori della Repubblica"
Ma le questioni identitarie sono ormai nella campagna elettorale.
La destra soffia sul fuoco (e si spacca), Valls isolato vuole
ancora insistere sul burkini
di Anna Maria Merlo
il manifesto 30.8.16
Spagna
Mariano Rajoy sarà bocciato, di nuovo
di Luca Tancredi Barone
Il Fatto 30.8.16
Stati Uniti
Colin Kaepernick è rimasto seduto durante l’esecuzione musicale:
“Questo Paese opprime i neri” Non in mio nome: in campo la protesta
del quarterback contro l’inno “razzista”
di Luca Pisapia
La Stampa 30.8.16
Torture, bandiere nere e spie
Viaggio nella Sirte liberata
Gli orrori dell’occupazione islamista nella città natale di
Gheddafi
Sui muri della prigione spuntano le minacce: “Conquisteremo
Roma”
di Francesco Semprini
La Stampa 30.8.16
Perché gli Usa hanno ammonito Ankara?
Un patto per fermare i curdi
di Giordano Stabile
il manifesto 30.8.16
Gli scheletri nascosti nella memoria dell’Iran
Iran. La voce dell'ayatollah Montazeri, ex braccio destro di
Khomeini poi caduto in disgrazia e scomparso nel 2009, torna a
farsi sentire con una registrazione audio di 28 anni fa in cui
accusa i vertici del regime di aver commesso crimini imperdonabili.
E riaccende il dibattito sul “massacro delle prigioni” del 1988,
una delle pagine più nere della storia post-rivoluzionaria, che
liquidò in poche settimane migliaia di oppositori di sinistra.
di Jamila Mascat
Corriere 30.8.16Brasile, l’ultima difesa di Dilma «Questo è
un golpe, votate contro»
Scontato l’impeachment della (quasi) ex presidente. Che attacca gli
«usurpatori»
di Rocco Cotroneo
La Stampa 30.8.16
C’è il G20, la Cina vuole il cielo blu
Fabbriche chiuse e ferie per tutti
Nuovi quartieri e abitanti sfollati per il summit di Hangzhou
La Repubblica Popolare si rifà il look, ma scoppiano le
proteste
di Cecilia Attanasio Ghezzi
CULTURA:
La Stampa 30.8.16
Dimentica l’antilingua e parla come mangi
Nel nuovo libro di Beccaria l’invito alla chiarezza un dovere
sociale dai padri Costituenti a Calvino
di Gian Luigi Beccaria
Corriere 30.8.16
Lucy è caduta da un albero
Svelato il «cold case» più antico della storia: così morì la nostra
antenata (3 milioni di anni fa)
di Anna Meldolesi
Repubblica 30.8.16
Troppo forte la traccia dell’uomo Benvenuti nell’era
dell’antropocene
Il Congresso internazionale di geologia dichiara ufficialmente la
fine dell’olocene. Un passaggio già enunciato da diversi
ricercatori
di Elena Dusi
Repubblica 30.8.16“
Emily Brontë aveva la sindrome di Asperger”
Edinburgo. Emily Brontë potrebbe aver sofferto della sindrome di
Asperger. È quanto ha sostenuto Claire Harman durante l’Edinburgh
international book festival. Secondo Harman, autrice di una recente
biografia su Charlotte Brontë, la tesi sarebbe supportata da alcuni
tratti del carattere di Emily, tra cui la sua genialità, il suo
disagio per le situazioni sociali ed alcune improvvise esplosioni
di rabbia: «Proteggerla, non allarmarla, ha costituto un grande
impegno per tutta la famiglia. Era una persona affascinante ma
poteva essere una presenza molto difficile».
il manifesto 30.8.16
Una spia sotto rete
Da campionessa di tennis ad agente segreto
Le avventure estreme di Alice Marble (1913-1990), la prima che
accantonò il gonnellino e praticò il serve-and-volley, sfidando i
pregiudizi nell’America maschilista degli anni Trenta e Quaranta.
Solo la guerra riuscì a frenarne lo slancio. Attaccante
insuperabile e caparbia in campo come nella vita, le toccò superare
ben altre difficoltà da quelle sportive
Alice Marble fu la prima tennista a rifiutare il gonnellino
di Paolo Bruschi
IN PRIMO PIANO:
il manifesto 30.8.16
Sit-in a Roma venerdì 2 settembre per la tregua e i corridoi umanitari in Siria
L’appuntamento e a Roma, in piazza Santi Apostoli, venerdì 2 settembre, dalle ore 11
Per info e adesioni 3351573147 oppure 3937540531 oppure info@illuminareleperiferie.it
Metà della popolazione della Siria non ha più una casa, 470mila persone hanno perso la vita, 1,9 milioni sono rimaste ferite o mutilate, l’aspettativa di vita è passata dai 70 ai 55 anni. Questi i numeri agghiaccianti che misurano la tragedia siriana prima ancora che iniziasse la nuova campagna di bombardamenti su Aleppo, che ha visto una crescita esponenziale di bambini tra le vittime.
Il mondo si è indignato, ha pianto, guardando l’immagine di Omran, 5 anni, ferito e sgomento su un seggiolino di un’ambulanza, che ha plasticamente dato corpo alle conseguenze del conflitto in Siria, visto attraverso gli occhi di un bimbo scampato alla morte che invece non ha risparmiato il fratellino, Alì, poco più grande di lui.
In cinque anni di guerra sono morte decine di migliaia di piccoli siriani. Solo ad Aleppo hanno perso la vita, da fine luglio, 350 bambini e più di 100mila sono intrappolati nella parte orientale della città.
Aleppo è la nuova Sarajevo. Pari la durata dell’assedio, persino doppio il numero delle vittime. Oggi come allora il fallimento della comunità internazionale è sotto gli occhi di tutti.
L’attenzione mediatica e le informazioni sul conflitto si riducono ogni giorno di più e con esse la consapevolezza di ciò che quotidianamente avviene nel paese.
Non basta indignarsi per la foto dell’ultimo bimbo vittima della guerra, che sia morto su una spiaggia turca o salvo e inconsapevole sul seggiolino di un’ambulanza in Siria.
Per questo abbiamo deciso di promuovere una mobilitazione: non si può restare a guardare, ci sono milioni di vite da salvare, ancora oggi, ad Aleppo e nel resto della Siria.
Facciamo nostre e ribadiamo con forza le richieste all’Italia, all’Unione europea e alle Nazioni Unite di una tregua duratura, dell’apertura di corridoi umanitari, della fornitura senza ostacoli di aiuti umanitari alle popolazioni assediate. Chiediamo inoltre la fine degli attacchi contro i civili e le strutture civili, primi tra tutti gli ospedali; la cessazione dell’uso della tortura e delle sparizioni forzate.
Vi chiediamo l’adesione a questa iniziativa per far arrivare un messaggio forte alle istituzioni e per testimoniare la nostra vicinanza al popolo siriano.
Lo hanno già fatto Amnesty Italia, Arci, Articolo 21, Associazione 46° Parallelo. Associazione Amici di Padre Paolo Dall’Oglio, Confronti, Cospe, Federazione nazionale della stampa, Italians For Darfur, LasciateCIEntrare, Rivista San Francesco, Tavola della Pace, Unicef, Un ponte per, Usigrai.
La Stampa 30.8.16
Vatileaks
In prigione monsignor Vellejo Balda
È diventata esecutiva la sentenza di condanna a 18 mesi a carico di monsignor Lucio Vallejo Balda, pronunciata lo scorso 7 luglio nell’ambito del processo Vatileaks sul trafugamento di documenti top secret del Vaticano. Trascorsi i 45 giorni previsti, monsignor Balda è ora detenuto in una cella della Gendarmeria in Vaticano. A confermarlo è la Sala stampa della Santa Sede. Lucio Vallejo Balda e Francesca Chaouqui sono stati assolti dal reato di associazione a delinquere, ma per il reato di diffusione delle notizie riservate sono stati condannati. 18 mesi di reclusione per il prelato spagnolo e 10 mesi per la sua ex collaboratrice Francesca Choauqui, con pena sospesa per 5 anni: ha appena dato alla luce un bambino. I giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi sono stati prosciolti per difetto di giurisdizione. Non potevano essere giudicati: il reato è sotto commesso fuori dal territorio vaticano e non sono pubblici ufficiali della Santa Sede. Nicola Maio, segretario di Balda è stato assolto per non aver commesso il fatto. A scontare la pena, insomma, sarà solamente l’alto prelato che secondo la giustizia vaticana ha diffuso notizie, vere, che dovevano però rimanere segrete.
La Stampa 30.8.16
Ecco l’Indiana Jones dei santi e dei beati
“Ho 15 mila reliquie, anche un frammento della Croce”
di Mauro Facciolo
Una sorta di Indiana Jones di Santi e Beati. La Chiesa li eleva all’onore degli altari e lui si mette sulle loro tracce per ottenerne le reliquie. Un frammento d’osso, una ciocca di capelli o un indumento, da esporre poi alla venerazione dei fedeli. Si mette in contatto con i postulatori che hanno seguito le cause di beatificazione o con i familiari del Santo. Don Claudio Cipriani, sacerdote della diocesi di Casale Monferrato, 61 anni, da 50 si occupa di reliquie. Ricorda anche la data esatta in cui si avvicinò a questo culto: «L’11 settembre 1966 ero a Torino per il matrimonio di una cugina e nella basilica dell’Ausiliatrice andai a visitare la cripta delle reliquie. Ne rimasi affascinato. Pensai alla storia che c’era dietro e sentii nascere in me questa passione». Concretizzata nei decenni successivi in circa 15 mila reliquie, delle quali 400 da sei anni sono esposte in una cappella nel santuario di Crea, nel cuore del Monferrato.
«Ho scritto a postulatori, ho girato parecchie diocesi e monasteri dove spesso le reliquie erano abbandonate negli armadi - racconta -. Ora capita che siano gli stessi abati, i sacerdoti a offrirmi materiale da custodire».
E a Crea la visita consente di ripercorrere la storia della Chiesa. Tante le testimonianze. È abbondante il materiale (soprattutto indumenti) riferito al venerabile Pio XII («Mi misi in contatto con suor Pascalina per ottenerli»), ma sono presenti pure quelli di San Giovanni Paolo II, San Giovanni XXIII e Beato Paolo VI. E tanti doppioni di indumenti. Non mancano poi i Santi più conosciuti: da Giovanni Bosco a Pio da Pietrelcina, da Josemaria Escrivà del Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, a Luigi Orione. Oltre 300 personaggi, dei quali vengono diffusi anche «santini» biografici.
Il «pezzo» più prezioso è un frammento di legno della Croce di Gesù: «Me lo affidò monsignor Pietro Canisio van Lierde, agostiniano, il vescovo che fu sacrista pontificio e custode del sacrario apostolico». «Sto lavorando - aggiunge don Cipriani - all’allestimento di una cappella dedicata alle reliquie dei martiri del XIX e del XX secolo, compresa la guerra civile spagnola». Don Cipriani dal 1993 è custode delle reliquie della diocesi di Casale. E mette a disposizione le reliquie in caso di necessità. Ad esempio l’11 settembre a Moncalvo sarà dedicato un santuario a Santa Teresa di Calcutta, che Papa Francesco canonizzerà domenica. Don Cipriani ha «recuperato» le reliquie della «Santa degli ultimi»: una ciocca di capelli e del sangue.
Repubblica 30.8.16
Perché resiste un modello di unione sancito dal Concilio di Trento
Continuiamo a chiamarlo matrimonio
di Alberto Melloni
L’occidente postmoderno, inclusa la sua ultima italica ruota del carro, vivono con allarme o con entusiasmo le metamorfosi attuali della relazione d’amore: il coniugio, i suoi contenuti e il linguaggio con cui lo si definisce cambiano, e come spesso accade si accompagnano alla sensazione — allarmata o entusiasta — di vivere una transizione più profonda di quelle che hanno segnato il passato. Rafforzata dal fatto che aver rotto il divieto di dare il nome di amore all’amore omosessuale sul quale si erano costruiti sia il pregiudizio omofobo pubblico sia l’autocomprensione delle relazioni fra persone gay
e lesbiche. A guardare la storia del coniugio degli ultimi cinque secoli, invece si ha l’impressione che il mutamento sia piccolo: quasi che fossimo ancora all’indomani di quell’11 novembre 1563 — in cui il concilio di Trento approva il decreto “ Tametsi”. Dopo sedici anni di discussioni appassionate, esso fissava la cornice giuridica e concettuale del matrimonio, così come ancora oggi viene ambito o rifiutato. Quel decreto conciliare decise a maggioranza di rubricare come matrimoni “clandestini” tutti quelli difformi dalla norma conciliare: e di fare di queste nuzialità spontanee, che dal 1215 venivano riprovate e nulla più, un atto proibito e dunque da combattere. Una svolta epocale, dalla quale ci sentiamo emancipati. E invece ne siamo ancora prigionieri tutti, in una età nella quale solo coloro ai quali è negato dicono di desiderare un matrimonio che invece è pacificamente snobbato da chi può contrarlo e nella quale il sacramento matrimoniale incontra gli stessi naufragi dei più effimeri sposalizi di Las Vegas.
Prima di Trento la chiesa latina aveva cristianizzato con pochi ritocchi il matrimonio romano. Il “matrimonium”, complemento di fecondità corrispondente al “patrimonium” dei maschi, stabiliva il passaggio della donna dalla giurisdizione del padre a quella del marito; fissava dunque le caratteristiche di questa proprietà e anche gli obblighi sentimentali — “coitus matrimonium non facit, sed maritalis affectio” — connessi ad una subalternità piena.
L’eversivo vangelo di Gesù (la ricompensa di Mc 10,30 riguarda chi lascia la moglie per la sequela), quello che esigeva di mettere tutta la vita, e dunque sia il coniugio sia l’eunuchìa, in relazione all’attesa del Regno non era facile da incastrare in questa cornice. Così mentre introduceva nella cultura giuridica dell’impero cristiano l’espunzione del significato dell’omosessualità, la chiesa aggiungeva al patto matrimoniale piccoli segni di eguaglianza solo simbolica, come l’anello della catena che il marito metteva alla moglie nel rito romano e che in quello cristiano diventerà uno “scambio”. I passaggi storici ( Il matrimonio in Occidente di Jean Gaudemet resta impeccabile dopo decenni) portarono a quel matrimonio di “puro consenso” che per secoli fu la regola delle terre della cristianità latina: un consenso libero, detto con parole al presente («prendo te», «ti tocco la mano»), che non aveva bisogno di autorità o testimoni o permessi e che creava un matrimonio indissolubile.
Il matrimonio di puro consenso apriva un gigantesco contenzioso etico e sociale che lasciava la sua scia nei tribunali ecclesiastici. Tribunali nei quali una studiosa attenta come Fernanda Alfieri ha trovato traccia dei matrimoni lesbici del Quattrocento: giunti a noi solo perché finiti davanti al giudice quando la vedovanza giungeva ad aizzare i parenti in lotte “patrimoniali” (!). Silvana Seidel Menchi, che di quelle indagini archivistiche indispensabili e meticolose è stata la mentore su scala mondiale, pubblica ora con
Marriage in Europe, 1400- 1800 il seguito di quella storia rinascimentale su cui tanto ha detto e dato. E con una gigantesca indagine a più mani torna a guardare l’intero paesaggio continentale dallo spioncino del tribunale e delle norme post-tridentine: quelle che rifiutano la tesi protestante di un matrimonio che, sacro per natura e non in quanto sacramento, realizza il suo compito di ordinamento sociale grazie al consenso del padre. Il matrimonio tridentino esclude i padri e introduce le componenti che i lettori del Manzoni ben ricordano: l’autorità del parroco, la fisicità del luogo sacro, la socialità impersonata dai testimoni, l’autorità, il valore pubblico dei registri, la comprensione delle effusioni carnali come parte di quel contratto e dunque illecite fuori dai fini procreativi (da qui le polemiche novecentesche sulla contraccezione e sulla omosessualità). Tutte cose che la secolarizzazione del Diciottesimo secolo farà proprie, sostituendo la garanzia della chiesa in ordine alla salvezza con la garanzia dello Stato.
La forza di questo modello è stata tale che perfino le persone lesbiche e gay in lotta per una eguaglianza a lungo negata, hanno fatto di quel coniugio post-tridentino la loro ambizione di fondamentale: e, proprio mentre le persone eterosessuali lo disertano, l’hanno cercato e ottenuto. Ora con il termine “matrimonio” (termine assai meno romantico di “sposalizio”, in cui è incluso il desiderio di rispondersi che due persone assumono), ora con il termine “unione”: lasciando così che l’equiparazione avvenga là dove deve avvenire. In questa cornice qualcosa di nuovo in realtà c’è: e spiega la sensazione di essere in un cambio di epoca del coniugio. E, come ricorda Marriage in Europe, è ciò che in letteratura nasce con Pamela. Or Virtue Rewarded, il romanzo epistolare di Samuel Richardson del 1740, in cui l’amore per una quindicenne di umile origini e il “ricco Signor B.” rompe le convenzioni e le convinzioni. La sposina cede ai sentimenti che sperimenta e suscita, fino alle prima notte di nozze che sancirà la sua ascesa sociale. La morale di Richardson è rassicurante: se ci vuole un romanzo per raccontare la storia di una poverella che sposa un nobile è perché le poverelle non possono sposare un nobile, pena disordine e infelicità. Ma Pamela apre un primo squarcio sull’amore. Quel sentimento non è più il nemico del matrimonio o la sua tomba, ma ciò che lo fonda, come dimostra il dilagare delle convivenze e la stessa tendenza a creare figure giuridiche intermedie per puntare il cursore della relazione in interstizi sempre più stretti. Ma siccome era stata la chiesa ad aver sancito l’ingresso dell’autorità e l’eclisse dell’amore dal discorso, tocca a lei invertire i termini e dire che il desiderio del dono e il dono del desiderio bastano a fare di una vita monca una vita piena. In un certo senso la chiesa di Francesco l’ha fatto, con i due sinodi e una esortazione che si chiama “Amoris laetitia”. Ma anche questa transizione incontra resistenze che impediscono di interrogarsi non su diritti e allarmi astratti, ma su come ogni amore nella eguaglianza possa essere riconosciuto come un bene per tutti, dopo quattrocento anni di storia nei quali il rigorismo matrimoniale ha tenuto vivo ciò che voleva combattere, rendendolo più interessante di ciò che voleva difendere.
Repubblica 30.8.16
Gran Bretagna
Un feto è la voce del nuovo libro di Ian McEwan
LONDRA. Sarà un feto la voce narrante del diciassettesimo atteso romanzo di Ian McEwan, che uscirà il Gran Bretagna dopodomani e s’intitolerà Nutshell. Il libro è una tragedia elisabettiana dei nostri giorni: una moglie adultera decide con la complicità dell’amante di uccidere il marito. La donna è incinta e la trovata sta nel fatto che la storia è narrata dal feto. Lo scrittore ha rivelato l’incipit: «Così, eccomi qui a testa in giù in una donna»
Repubblica 30.8.16
“Rompi la croce” così la rivista dell’Is attacca il Papa “È un miscredente”
Nessun gruppo aveva mai messo nel mirino il capo della Chiesa cattolica come Daesh
di Marco Ansaldo
Lo strillo di copertina è davvero contundente: Break the cross (Rompi la croce). C’è la foto di un jihadista del sedicente Stato Islamico che ha in spalla la bandiera del Califfato mentre è impegnato a spezzare sul tetto di una chiesa il simbolo della cristianità. E c’è l’immagine, nel servizio principale, al centro della rivista, di papa Francesco. Sotto un titolo molto esplicativo: “Nelle parole del nemico”.
Ecco il numero 15 di Dabiq, magazine ufficiale della “guerra santa”, pubblicato ogni mese anche in inglese. La minaccia all’Occidente è espressa con linguaggio roboante e un po’ contorto: «Tra questa pubblicazione di Dabiq e il prossimo massacro che verrà eseguito contro di loro dai soldati nascosti del Califfato — ai quali viene ordinato di attaccare senza ritardi — i crociati possono leggere perché i musulmani li odiano e li combattono».
Ma nell’articolo colpisce, soprattutto, la veemenza dell’attacco al Pontefice. Nessun gruppo jihadista aveva mai fatto nulla del genere, né Al Qaeda, né altre frange salafite che da 15 anni hanno lanciato una guerra totale contro l’Occidente. Lo scontro non era mai stato focalizzato contro il Vaticano, né tantomeno personalizzato contro la figura del Papa. Ora con il territorio del Califfato stretto d’assedio, il Daesh alza il tiro. E lo fa con un’invettiva pubblicata pochi giorni dopo l’uccisione di padre Jacques Hamel, il parroco di 86 anni sgozzato in Francia da due ragazzini, omicidio descritto nelle stesse pagine.
Il messaggio sembra rivolto soprattutto alle giovani leve europee dell’Is. Due principalmente i filoni: la sua difesa dei gay, un tema che può facilmente impressionare gli aspiranti martiri dell’Is. E soprattutto l’incessante dialogo con il mondo musulmano moderato. Vedi, ad esempio, l’iniziativa verso i leader religiosi di Bangui, in Centrafrica, dove aprendo lo scorso anno la Porta Santa ancora prima che a Roma, il Papa è riuscito a riportare nel Paese una pace che appariva come una speranza perduta. E la tregua, oggi, continua a tenere.
Nell’articolo Francesco viene messo sotto accusa per aver pregato a favore delle vittime di Orlando, in Florida, dove nella notte fra l’11 e il 12 giugno il trentenne Omar Saddiqui Mateen massacrò 49 persone dentro una discoteca frequentata da molti omosessuali. La linea del Pontefice, a giudizio della rivista, è «in completo disaccordo con la dottrina della sua Chiesa». Per Dabiq, piuttosto, se il Papa prega per coloro che sono stati uccisi dall’attentatore della Florida, questo vuol dire che il massimo esponente degli “infedeli” si sposta su territori ancora più alla deriva rispetto alla secolarizzazione in atto. «L’omosessualità è immorale», si asserisce. Ci troviamo di fronte «a un atto di perversa sodomia».
Nell’immagine pubblicata, inoltre, il vescovo di Roma è ritratto assieme a Ahmed al Tayeb, l’imam della celebre università islamica Al Azhar, del Cairo. Pure lui è bollato: «Un apostata». Motivo: avere definito la religione cristiana «una fede di amore e di pace». L’articolo ricalca lo schema proposto lo scorso anno, nel settembre 2015, poco prima della visita di Francesco negli Stati Uniti. Anche qui il riferimento andava al viaggio di Bergoglio nel novembre 2014 in Turchia, e al suo incontro a Istanbul con il Gran Mufti della Moschea Blu. La didascalia in quel caso recitava: «L’apostata e il capo della Chiesa crociata». Non c’è spazio dunque per gli imam moderati e disposti al dialogo. Perché sono proprio le aperture di Bergoglio a spaventare il Daesh, quasi obbligato ad alzare il livello dello scontro e indicare nuovi nemici.
Ci sono attacchi ai sufi moderati («che imitano i cristiani»). Ma su tutto il numero aleggia lo spettro di quell’invito iniziale: «Rompi la croce, come disse il profeta Maometto». E dunque, immagini dei massacri di Nizza e negli Stati Uniti. L’editoriale si apre inneggiando ai «soldati martiri del Califfato a Dacca, in Francia e in Germania». Poi, foto di jihadista barbuto che tiene fra le braccia un gatto. Un sole che sorge tra i campi di grano. Un albero che si erge nel blu del deserto. Api che svolazzano sul miele. La timidezza delle bambine musulmane («che manca nelle donne occidentali»). Quindi, a pagina 30, il titolo: «Perché vi odiamo e perché vi attacchiamo». Ecco: «Vi odiamo, prima di tutto e soprattutto, perché siete miscredenti: rifiutate l’unicità di Allah. Vi odiamo perché le vostre società secolari e liberali permettono le cose che Allah ha proibito». Segue ampio articolo, intitolato “Operazioni dello Stato Islamico”, corredato da immagini sanguinolente di stragi e massacri, con il numero delle vittime, e dove il Califfato ha colpito tra Filippine, Bengala, Somalia, Egitto. Si arriva quindi alla sezione riservata alle interviste. Una testimonianza è dedicata a Umm Khalid al-Finlandiyyah, proveniente da Helsinki e approdata allo Stato Islamico. Le pagine finali si annunciano colme di esclusive. C’è la “Top 10 dei migliori video dello Stato Islamico”, con la classifica delle esecuzioni di poveri prigionieri con la tuta arancione. E la rubrica “Per la spada”, con la scimitarra della giustizia in azione, e persone lapidate. Quindi, bambini sotto i 10 anni che sfilano in uniforme militare pronti a combattere e uccidere («la generazione delle battaglie epiche»).
L’ultima pagina è l’immagine di una croce effettivamente spezzata. Obiettivo raggiunto. Dabiq non è nuova a questo tipo di esibizioni, anche se questo numero (82 pagine) appare particolarmente efferato. Il lancio della rivista avvenne nel luglio 2014. Il magazine prende il nome dalla località nel nord della Siria considerata come il luogo in cui avverrà lo scontro finale «tra musulmani e bizantini». E che dovrà portare, negli auspici della rivista, al trionfo dell’Islam abbattendo il «nemico» Francesco.
il manifesto 30.8.16
Sit-in a Roma venerdì 2 settembre per la tregua e i corridoi umanitari in Siria
L’appuntamento e a Roma, in piazza Santi Apostoli, venerdì 2 settembre, dalle ore 11
Per info e adesioni 3351573147 oppure 3937540531 oppure info@illuminareleperiferie.it
Metà della popolazione della Siria non ha più una casa, 470mila persone hanno perso la vita, 1,9 milioni sono rimaste ferite o mutilate, l’aspettativa di vita è passata dai 70 ai 55 anni. Questi i numeri agghiaccianti che misurano la tragedia siriana prima ancora che iniziasse la nuova campagna di bombardamenti su Aleppo, che ha visto una crescita esponenziale di bambini tra le vittime.
Il mondo si è indignato, ha pianto, guardando l’immagine di Omran, 5 anni, ferito e sgomento su un seggiolino di un’ambulanza, che ha plasticamente dato corpo alle conseguenze del conflitto in Siria, visto attraverso gli occhi di un bimbo scampato alla morte che invece non ha risparmiato il fratellino, Alì, poco più grande di lui.
In cinque anni di guerra sono morte decine di migliaia di piccoli siriani. Solo ad Aleppo hanno perso la vita, da fine luglio, 350 bambini e più di 100mila sono intrappolati nella parte orientale della città.
Aleppo è la nuova Sarajevo. Pari la durata dell’assedio, persino doppio il numero delle vittime. Oggi come allora il fallimento della comunità internazionale è sotto gli occhi di tutti.
L’attenzione mediatica e le informazioni sul conflitto si riducono ogni giorno di più e con esse la consapevolezza di ciò che quotidianamente avviene nel paese.
Non basta indignarsi per la foto dell’ultimo bimbo vittima della guerra, che sia morto su una spiaggia turca o salvo e inconsapevole sul seggiolino di un’ambulanza in Siria.
Per questo abbiamo deciso di promuovere una mobilitazione: non si può restare a guardare, ci sono milioni di vite da salvare, ancora oggi, ad Aleppo e nel resto della Siria.
Facciamo nostre e ribadiamo con forza le richieste all’Italia, all’Unione europea e alle Nazioni Unite di una tregua duratura, dell’apertura di corridoi umanitari, della fornitura senza ostacoli di aiuti umanitari alle popolazioni assediate. Chiediamo inoltre la fine degli attacchi contro i civili e le strutture civili, primi tra tutti gli ospedali; la cessazione dell’uso della tortura e delle sparizioni forzate.
Vi chiediamo l’adesione a questa iniziativa per far arrivare un messaggio forte alle istituzioni e per testimoniare la nostra vicinanza al popolo siriano.
Lo hanno già fatto Amnesty Italia, Arci, Articolo 21, Associazione 46° Parallelo. Associazione Amici di Padre Paolo Dall’Oglio, Confronti, Cospe, Federazione nazionale della stampa, Italians For Darfur, LasciateCIEntrare, Rivista San Francesco, Tavola della Pace, Unicef, Un ponte per, Usigrai.
La Stampa 30.8.16
Vatileaks
In prigione monsignor Vellejo Balda
È diventata esecutiva la sentenza di condanna a 18 mesi a carico di monsignor Lucio Vallejo Balda, pronunciata lo scorso 7 luglio nell’ambito del processo Vatileaks sul trafugamento di documenti top secret del Vaticano. Trascorsi i 45 giorni previsti, monsignor Balda è ora detenuto in una cella della Gendarmeria in Vaticano. A confermarlo è la Sala stampa della Santa Sede. Lucio Vallejo Balda e Francesca Chaouqui sono stati assolti dal reato di associazione a delinquere, ma per il reato di diffusione delle notizie riservate sono stati condannati. 18 mesi di reclusione per il prelato spagnolo e 10 mesi per la sua ex collaboratrice Francesca Choauqui, con pena sospesa per 5 anni: ha appena dato alla luce un bambino. I giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi sono stati prosciolti per difetto di giurisdizione. Non potevano essere giudicati: il reato è sotto commesso fuori dal territorio vaticano e non sono pubblici ufficiali della Santa Sede. Nicola Maio, segretario di Balda è stato assolto per non aver commesso il fatto. A scontare la pena, insomma, sarà solamente l’alto prelato che secondo la giustizia vaticana ha diffuso notizie, vere, che dovevano però rimanere segrete.
La Stampa 30.8.16
Ecco l’Indiana Jones dei santi e dei beati
“Ho 15 mila reliquie, anche un frammento della Croce”
di Mauro Facciolo
Una sorta di Indiana Jones di Santi e Beati. La Chiesa li eleva all’onore degli altari e lui si mette sulle loro tracce per ottenerne le reliquie. Un frammento d’osso, una ciocca di capelli o un indumento, da esporre poi alla venerazione dei fedeli. Si mette in contatto con i postulatori che hanno seguito le cause di beatificazione o con i familiari del Santo. Don Claudio Cipriani, sacerdote della diocesi di Casale Monferrato, 61 anni, da 50 si occupa di reliquie. Ricorda anche la data esatta in cui si avvicinò a questo culto: «L’11 settembre 1966 ero a Torino per il matrimonio di una cugina e nella basilica dell’Ausiliatrice andai a visitare la cripta delle reliquie. Ne rimasi affascinato. Pensai alla storia che c’era dietro e sentii nascere in me questa passione». Concretizzata nei decenni successivi in circa 15 mila reliquie, delle quali 400 da sei anni sono esposte in una cappella nel santuario di Crea, nel cuore del Monferrato.
«Ho scritto a postulatori, ho girato parecchie diocesi e monasteri dove spesso le reliquie erano abbandonate negli armadi - racconta -. Ora capita che siano gli stessi abati, i sacerdoti a offrirmi materiale da custodire».
E a Crea la visita consente di ripercorrere la storia della Chiesa. Tante le testimonianze. È abbondante il materiale (soprattutto indumenti) riferito al venerabile Pio XII («Mi misi in contatto con suor Pascalina per ottenerli»), ma sono presenti pure quelli di San Giovanni Paolo II, San Giovanni XXIII e Beato Paolo VI. E tanti doppioni di indumenti. Non mancano poi i Santi più conosciuti: da Giovanni Bosco a Pio da Pietrelcina, da Josemaria Escrivà del Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, a Luigi Orione. Oltre 300 personaggi, dei quali vengono diffusi anche «santini» biografici.
Il «pezzo» più prezioso è un frammento di legno della Croce di Gesù: «Me lo affidò monsignor Pietro Canisio van Lierde, agostiniano, il vescovo che fu sacrista pontificio e custode del sacrario apostolico». «Sto lavorando - aggiunge don Cipriani - all’allestimento di una cappella dedicata alle reliquie dei martiri del XIX e del XX secolo, compresa la guerra civile spagnola». Don Cipriani dal 1993 è custode delle reliquie della diocesi di Casale. E mette a disposizione le reliquie in caso di necessità. Ad esempio l’11 settembre a Moncalvo sarà dedicato un santuario a Santa Teresa di Calcutta, che Papa Francesco canonizzerà domenica. Don Cipriani ha «recuperato» le reliquie della «Santa degli ultimi»: una ciocca di capelli e del sangue.
Repubblica 30.8.16
Perché resiste un modello di unione sancito dal Concilio di Trento
Continuiamo a chiamarlo matrimonio
di Alberto Melloni
L’occidente postmoderno, inclusa la sua ultima italica ruota del carro, vivono con allarme o con entusiasmo le metamorfosi attuali della relazione d’amore: il coniugio, i suoi contenuti e il linguaggio con cui lo si definisce cambiano, e come spesso accade si accompagnano alla sensazione — allarmata o entusiasta — di vivere una transizione più profonda di quelle che hanno segnato il passato. Rafforzata dal fatto che aver rotto il divieto di dare il nome di amore all’amore omosessuale sul quale si erano costruiti sia il pregiudizio omofobo pubblico sia l’autocomprensione delle relazioni fra persone gay
e lesbiche. A guardare la storia del coniugio degli ultimi cinque secoli, invece si ha l’impressione che il mutamento sia piccolo: quasi che fossimo ancora all’indomani di quell’11 novembre 1563 — in cui il concilio di Trento approva il decreto “ Tametsi”. Dopo sedici anni di discussioni appassionate, esso fissava la cornice giuridica e concettuale del matrimonio, così come ancora oggi viene ambito o rifiutato. Quel decreto conciliare decise a maggioranza di rubricare come matrimoni “clandestini” tutti quelli difformi dalla norma conciliare: e di fare di queste nuzialità spontanee, che dal 1215 venivano riprovate e nulla più, un atto proibito e dunque da combattere. Una svolta epocale, dalla quale ci sentiamo emancipati. E invece ne siamo ancora prigionieri tutti, in una età nella quale solo coloro ai quali è negato dicono di desiderare un matrimonio che invece è pacificamente snobbato da chi può contrarlo e nella quale il sacramento matrimoniale incontra gli stessi naufragi dei più effimeri sposalizi di Las Vegas.
Prima di Trento la chiesa latina aveva cristianizzato con pochi ritocchi il matrimonio romano. Il “matrimonium”, complemento di fecondità corrispondente al “patrimonium” dei maschi, stabiliva il passaggio della donna dalla giurisdizione del padre a quella del marito; fissava dunque le caratteristiche di questa proprietà e anche gli obblighi sentimentali — “coitus matrimonium non facit, sed maritalis affectio” — connessi ad una subalternità piena.
L’eversivo vangelo di Gesù (la ricompensa di Mc 10,30 riguarda chi lascia la moglie per la sequela), quello che esigeva di mettere tutta la vita, e dunque sia il coniugio sia l’eunuchìa, in relazione all’attesa del Regno non era facile da incastrare in questa cornice. Così mentre introduceva nella cultura giuridica dell’impero cristiano l’espunzione del significato dell’omosessualità, la chiesa aggiungeva al patto matrimoniale piccoli segni di eguaglianza solo simbolica, come l’anello della catena che il marito metteva alla moglie nel rito romano e che in quello cristiano diventerà uno “scambio”. I passaggi storici ( Il matrimonio in Occidente di Jean Gaudemet resta impeccabile dopo decenni) portarono a quel matrimonio di “puro consenso” che per secoli fu la regola delle terre della cristianità latina: un consenso libero, detto con parole al presente («prendo te», «ti tocco la mano»), che non aveva bisogno di autorità o testimoni o permessi e che creava un matrimonio indissolubile.
Il matrimonio di puro consenso apriva un gigantesco contenzioso etico e sociale che lasciava la sua scia nei tribunali ecclesiastici. Tribunali nei quali una studiosa attenta come Fernanda Alfieri ha trovato traccia dei matrimoni lesbici del Quattrocento: giunti a noi solo perché finiti davanti al giudice quando la vedovanza giungeva ad aizzare i parenti in lotte “patrimoniali” (!). Silvana Seidel Menchi, che di quelle indagini archivistiche indispensabili e meticolose è stata la mentore su scala mondiale, pubblica ora con
Marriage in Europe, 1400- 1800 il seguito di quella storia rinascimentale su cui tanto ha detto e dato. E con una gigantesca indagine a più mani torna a guardare l’intero paesaggio continentale dallo spioncino del tribunale e delle norme post-tridentine: quelle che rifiutano la tesi protestante di un matrimonio che, sacro per natura e non in quanto sacramento, realizza il suo compito di ordinamento sociale grazie al consenso del padre. Il matrimonio tridentino esclude i padri e introduce le componenti che i lettori del Manzoni ben ricordano: l’autorità del parroco, la fisicità del luogo sacro, la socialità impersonata dai testimoni, l’autorità, il valore pubblico dei registri, la comprensione delle effusioni carnali come parte di quel contratto e dunque illecite fuori dai fini procreativi (da qui le polemiche novecentesche sulla contraccezione e sulla omosessualità). Tutte cose che la secolarizzazione del Diciottesimo secolo farà proprie, sostituendo la garanzia della chiesa in ordine alla salvezza con la garanzia dello Stato.
La forza di questo modello è stata tale che perfino le persone lesbiche e gay in lotta per una eguaglianza a lungo negata, hanno fatto di quel coniugio post-tridentino la loro ambizione di fondamentale: e, proprio mentre le persone eterosessuali lo disertano, l’hanno cercato e ottenuto. Ora con il termine “matrimonio” (termine assai meno romantico di “sposalizio”, in cui è incluso il desiderio di rispondersi che due persone assumono), ora con il termine “unione”: lasciando così che l’equiparazione avvenga là dove deve avvenire. In questa cornice qualcosa di nuovo in realtà c’è: e spiega la sensazione di essere in un cambio di epoca del coniugio. E, come ricorda Marriage in Europe, è ciò che in letteratura nasce con Pamela. Or Virtue Rewarded, il romanzo epistolare di Samuel Richardson del 1740, in cui l’amore per una quindicenne di umile origini e il “ricco Signor B.” rompe le convenzioni e le convinzioni. La sposina cede ai sentimenti che sperimenta e suscita, fino alle prima notte di nozze che sancirà la sua ascesa sociale. La morale di Richardson è rassicurante: se ci vuole un romanzo per raccontare la storia di una poverella che sposa un nobile è perché le poverelle non possono sposare un nobile, pena disordine e infelicità. Ma Pamela apre un primo squarcio sull’amore. Quel sentimento non è più il nemico del matrimonio o la sua tomba, ma ciò che lo fonda, come dimostra il dilagare delle convivenze e la stessa tendenza a creare figure giuridiche intermedie per puntare il cursore della relazione in interstizi sempre più stretti. Ma siccome era stata la chiesa ad aver sancito l’ingresso dell’autorità e l’eclisse dell’amore dal discorso, tocca a lei invertire i termini e dire che il desiderio del dono e il dono del desiderio bastano a fare di una vita monca una vita piena. In un certo senso la chiesa di Francesco l’ha fatto, con i due sinodi e una esortazione che si chiama “Amoris laetitia”. Ma anche questa transizione incontra resistenze che impediscono di interrogarsi non su diritti e allarmi astratti, ma su come ogni amore nella eguaglianza possa essere riconosciuto come un bene per tutti, dopo quattrocento anni di storia nei quali il rigorismo matrimoniale ha tenuto vivo ciò che voleva combattere, rendendolo più interessante di ciò che voleva difendere.
Repubblica 30.8.16
Gran Bretagna
Un feto è la voce del nuovo libro di Ian McEwan
LONDRA. Sarà un feto la voce narrante del diciassettesimo atteso romanzo di Ian McEwan, che uscirà il Gran Bretagna dopodomani e s’intitolerà Nutshell. Il libro è una tragedia elisabettiana dei nostri giorni: una moglie adultera decide con la complicità dell’amante di uccidere il marito. La donna è incinta e la trovata sta nel fatto che la storia è narrata dal feto. Lo scrittore ha rivelato l’incipit: «Così, eccomi qui a testa in giù in una donna»
Repubblica 30.8.16
“Rompi la croce” così la rivista dell’Is attacca il Papa “È un miscredente”
Nessun gruppo aveva mai messo nel mirino il capo della Chiesa cattolica come Daesh
di Marco Ansaldo
Lo strillo di copertina è davvero contundente: Break the cross (Rompi la croce). C’è la foto di un jihadista del sedicente Stato Islamico che ha in spalla la bandiera del Califfato mentre è impegnato a spezzare sul tetto di una chiesa il simbolo della cristianità. E c’è l’immagine, nel servizio principale, al centro della rivista, di papa Francesco. Sotto un titolo molto esplicativo: “Nelle parole del nemico”.
Ecco il numero 15 di Dabiq, magazine ufficiale della “guerra santa”, pubblicato ogni mese anche in inglese. La minaccia all’Occidente è espressa con linguaggio roboante e un po’ contorto: «Tra questa pubblicazione di Dabiq e il prossimo massacro che verrà eseguito contro di loro dai soldati nascosti del Califfato — ai quali viene ordinato di attaccare senza ritardi — i crociati possono leggere perché i musulmani li odiano e li combattono».
Ma nell’articolo colpisce, soprattutto, la veemenza dell’attacco al Pontefice. Nessun gruppo jihadista aveva mai fatto nulla del genere, né Al Qaeda, né altre frange salafite che da 15 anni hanno lanciato una guerra totale contro l’Occidente. Lo scontro non era mai stato focalizzato contro il Vaticano, né tantomeno personalizzato contro la figura del Papa. Ora con il territorio del Califfato stretto d’assedio, il Daesh alza il tiro. E lo fa con un’invettiva pubblicata pochi giorni dopo l’uccisione di padre Jacques Hamel, il parroco di 86 anni sgozzato in Francia da due ragazzini, omicidio descritto nelle stesse pagine.
Il messaggio sembra rivolto soprattutto alle giovani leve europee dell’Is. Due principalmente i filoni: la sua difesa dei gay, un tema che può facilmente impressionare gli aspiranti martiri dell’Is. E soprattutto l’incessante dialogo con il mondo musulmano moderato. Vedi, ad esempio, l’iniziativa verso i leader religiosi di Bangui, in Centrafrica, dove aprendo lo scorso anno la Porta Santa ancora prima che a Roma, il Papa è riuscito a riportare nel Paese una pace che appariva come una speranza perduta. E la tregua, oggi, continua a tenere.
Nell’articolo Francesco viene messo sotto accusa per aver pregato a favore delle vittime di Orlando, in Florida, dove nella notte fra l’11 e il 12 giugno il trentenne Omar Saddiqui Mateen massacrò 49 persone dentro una discoteca frequentata da molti omosessuali. La linea del Pontefice, a giudizio della rivista, è «in completo disaccordo con la dottrina della sua Chiesa». Per Dabiq, piuttosto, se il Papa prega per coloro che sono stati uccisi dall’attentatore della Florida, questo vuol dire che il massimo esponente degli “infedeli” si sposta su territori ancora più alla deriva rispetto alla secolarizzazione in atto. «L’omosessualità è immorale», si asserisce. Ci troviamo di fronte «a un atto di perversa sodomia».
Nell’immagine pubblicata, inoltre, il vescovo di Roma è ritratto assieme a Ahmed al Tayeb, l’imam della celebre università islamica Al Azhar, del Cairo. Pure lui è bollato: «Un apostata». Motivo: avere definito la religione cristiana «una fede di amore e di pace». L’articolo ricalca lo schema proposto lo scorso anno, nel settembre 2015, poco prima della visita di Francesco negli Stati Uniti. Anche qui il riferimento andava al viaggio di Bergoglio nel novembre 2014 in Turchia, e al suo incontro a Istanbul con il Gran Mufti della Moschea Blu. La didascalia in quel caso recitava: «L’apostata e il capo della Chiesa crociata». Non c’è spazio dunque per gli imam moderati e disposti al dialogo. Perché sono proprio le aperture di Bergoglio a spaventare il Daesh, quasi obbligato ad alzare il livello dello scontro e indicare nuovi nemici.
Ci sono attacchi ai sufi moderati («che imitano i cristiani»). Ma su tutto il numero aleggia lo spettro di quell’invito iniziale: «Rompi la croce, come disse il profeta Maometto». E dunque, immagini dei massacri di Nizza e negli Stati Uniti. L’editoriale si apre inneggiando ai «soldati martiri del Califfato a Dacca, in Francia e in Germania». Poi, foto di jihadista barbuto che tiene fra le braccia un gatto. Un sole che sorge tra i campi di grano. Un albero che si erge nel blu del deserto. Api che svolazzano sul miele. La timidezza delle bambine musulmane («che manca nelle donne occidentali»). Quindi, a pagina 30, il titolo: «Perché vi odiamo e perché vi attacchiamo». Ecco: «Vi odiamo, prima di tutto e soprattutto, perché siete miscredenti: rifiutate l’unicità di Allah. Vi odiamo perché le vostre società secolari e liberali permettono le cose che Allah ha proibito». Segue ampio articolo, intitolato “Operazioni dello Stato Islamico”, corredato da immagini sanguinolente di stragi e massacri, con il numero delle vittime, e dove il Califfato ha colpito tra Filippine, Bengala, Somalia, Egitto. Si arriva quindi alla sezione riservata alle interviste. Una testimonianza è dedicata a Umm Khalid al-Finlandiyyah, proveniente da Helsinki e approdata allo Stato Islamico. Le pagine finali si annunciano colme di esclusive. C’è la “Top 10 dei migliori video dello Stato Islamico”, con la classifica delle esecuzioni di poveri prigionieri con la tuta arancione. E la rubrica “Per la spada”, con la scimitarra della giustizia in azione, e persone lapidate. Quindi, bambini sotto i 10 anni che sfilano in uniforme militare pronti a combattere e uccidere («la generazione delle battaglie epiche»).
L’ultima pagina è l’immagine di una croce effettivamente spezzata. Obiettivo raggiunto. Dabiq non è nuova a questo tipo di esibizioni, anche se questo numero (82 pagine) appare particolarmente efferato. Il lancio della rivista avvenne nel luglio 2014. Il magazine prende il nome dalla località nel nord della Siria considerata come il luogo in cui avverrà lo scontro finale «tra musulmani e bizantini». E che dovrà portare, negli auspici della rivista, al trionfo dell’Islam abbattendo il «nemico» Francesco.
lunedì 29 agosto 2016
SULLA STAMPA DI LUNEDI 29 AGOSTO:
Da La Stampa di oggi:
Ospedali, scuole e caserme. Gli edifici che dovevano resistere
Considerati di “interesse strategico” e con criteri antisismici Ora la priorità dei magistrati è scoprire chi ha violato le norme
di Francesco Grignetti
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Corriere 29.8.16Corriere 29.8.16
«In Giappone un sisma di questa forza non avrebbe quasi provocato crolli»
di Paolo Salom
nella collettanea, qui
Repubblica 29.8.16
Renzo Piano racconta l’incontro col premier:“Nel progetto incentivi e sgravi ma anche l’aiuto dei migliori esperti mondiali”
“Serve un cantiere lungo due generazioni. Così ricostruiremo la spina dorsale d’Italia”
intervista di Federico Rampini
nella collettanea, qui
Quei 15 miliardi da trovare per rispettare i patti con la Ue
di Federico Fubini
nella collettanea, qui
Il Sole 29.8.16Repubblica 29.8.16
Da Roma a Bruxelles le strettoie della manovra
di Dino Pesole
qui
I bersaniani pronti a un documento per il No
Il deputato Zoggia guida un fronte di venti parlamentari contrari alla riforma
Dovrebbe uscire negli stessi giorni della convention di D’Alema, che riunisce lo schieramento anti-renziano nel centrosinistra
di E. La.
nella collettanea, qui
Repubblica 29.8.16La Stampa 29.8.16
I danni collaterali della legge
di Chiara Saraceno
nella collettanea, qui
Repubblica 29.8.16
La mossa di Berlusconi “Meglio Renzi dei 5Stelle se perde dovrò aiutarlo”
Asse Parisi-Confalonieri per tendere la mano al premier
Salvini: “Dentro Forza Italia vedo nostalgia di inciucio”
di Tommaso Ciriaco
nella collettanea, qui
Tra ricorsi, ritardi e bocciature la scuola al via senza un prof su sei
Il meccanismo della “chiamata diretta” non riempie le cattedre
Un docente su due respinto al Concorsone, pioggia di cause sui trasferimenti
di Nadia Ferrigo
nella collettanea, qui
La Stampa 29.8.16Il Fatto 29.8.16
Il concorso che non crea buoni prof
di Andrea Gavosto
Direttore Fondazione Agnelli
nella collettanea, qui
La Stampa 29.8.16
Conservatori, un’eccellenza italiana al tramonto
Ottantuno istituti e una riforma rimasta incompiuta dal 1999. Penalizzati i corsi di strumento. L’impietoso confronto con l’estero
di Sandro Cappelletto
nella collettanea, qui
Burkini sì, burkini no
I foulard colorati e belli di mia madre, sempre intonati ai vestiti
di Enrico Fierro
nella collettanea, qui
Repubblica 29.8.16
“La morte di Regeni doveva sembrare un incidente. Lo decise Al Sisi”
Parla Omar Affi, agente dei servizi egiziani “Il ministro dell’Interno sapeva tutto”
di Giuliano Foschini
nella collettanea, qui
La Stampa 29.8.16
Raid turchi contro i curdi
È strage di civili
di Giordano Stabile
nella collettanea, qui
Il Fatto 29.8.16Repubblica 29.8.16
Cosa vuole Erdogan
Siria, chi pagherà il prezzo dell’ingresso della Turchia
L’obiettivo di Ankara è evitare che i curdi che combattono contro il dittatore Assad riescano a creare una propria enclave in quel che resta del Paese
E anche il governo Usa è pronto a mollare i combattenti anti-Isis
di Julien Barnes-Dacey
qui
L’Is è in fuga da Sirte ma è pronta la battaglia per il controllo dei pozzi
La città non è ancora presa: 29 morti tra i governativi Duro confronto con le milizie filo-Egitto nell’Est
di Vincenzo Nigro
nella collettanea, qui
Il Sole 29.8.16
Il summit di Hangzhou
Le ambizioni cinesi per il G20 di settembre
di Rita Fatiguso
qui
Repubblica 29.8.16Corriere 29.8.16
Pechino
Gli amanti delle console per anni sono stati curati persino con l’elettroshock
Dopola vittoria di un premio da 10 milioni di dollari a un torneo adesso vengono celebrati
Via il tabù sui videogiochi ora la Cina applaude i campioni di “eSport”
Il giro d’affari complessivo è di 18 miliardi di dollari e la metà vengono dall’Asia, compresi i 4,5 dalla Cina
di Jaime D’Alessandro
nella collettanea, qui
Il bricolage genetico ci regalò la parola
di Sandro Modeo
Tra
i massimi studiosi delle origini del linguaggio, Philip Lieberman
riassume nella Specie imprevedibile (traduzione di Mirza Mehmedovic,
Carocci, pp. 288, e 26) le ricerche di una vita. Inquadrando quelle
origini in una cornice darwiniana, Lieberman le connota come uno degli
«accrocchi» con cui il bricolage evolutivo arrangia strutture antiche
per nuove funzioni: in questo caso, organi di deglutizione/respirazione
in strumenti di emissione/articolazione della parola. Vediamo così
ricostruite sia le svolte anatomiche (il tratto sopralaringeo a «canna
d’organo»), sia quelle cerebrali (il legame tra i gangli basali,
deputati anche al controllo motorio e al camminare, e la sintassi);
cerniera tra i due livelli, geni come Foxp2, regolatore decisivo della
cadenza motoria-comunicativa non solo negli uomini, ma anche in altri
animali (vedi il canto degli uccelli). È un’ottica in cui il break del
linguaggio (maturato tra Paleolitico medio e superiore come superamento
dei gesti e della mimica facciale) viene ricondotto a una matrice
materialistico-naturalistica, ridimensionando ogni interpretazione
platonica o formalistica (Noam Chomsky in primis ) finora dominante.
Il Fatto 29.8.16
Giordano Bruno, la sua “lanterna della Raggione” non invecchia mai
Il dialogo come fondamento dell’etica, contro gli integralismi religiosi: un libro del filosofo Aldo Masullo
di Fabrizio D’Esposito
qui
La Stampa 29.8.16
Pronti alla morte... ma non troppo
Indecisioni e lentezze: le guerre del Risorgimento sono state condizionate dalla prudenza Ma si rivelano di straordinaria modernità per l’invadenza della propaganda e dell’ideologia
di Alessandro Barbero
nella collettanea, qui
Repubblica 29.8.16
“Barenboim m’insegnò che un grande artista può essere divertente”
Antonio Pappano ricorda il sodalizio col maestro argentino “Grazie a lui ho capito come conciliare la testa con il cuore”
intervista di Leonetta Bentivoglio
nella collettanea, qui
Corriere 29.8.16
Italiani, libertini senza libertà
Il nostro sondaggio online: siamo più trasgressivi e infedeli e si alza la media dei partner, da 9 a 13
Ma siamo frenati da antichi pudori. La doppia faccia del Paese
di Roberta Scorranese
nella collettanea, qui
Corriere 29.8.16Quotidiano Sanità 23.8.16
Sesso&Amore
di Luca Rousseau
nella collettanea, qui
Terrorismo, criminalità e disturbi mentali. Perché non esiste un legame diretto
qui
si ringrazia Virginia Barghini
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