il manifesto 5.9.03
Aldo Moro, la storia in una stanza
Applausi per il film di Marco Bellocchio «Buongiorno, notte» che rievoca il sequestro del leader Dc. E in un trittico conclude le «lezioni» veneziane, dopo «Segreti di stato» e «The Dreamers»
Io ho sempre pensato che si dovesse trattare, non era accettabile che un uomo morisse in quel modo. La cosa più folle è quell'assassinio a freddo. Forse per questo, al di là di quanto c'è nel libro, l'ho voluto mettere in relazione ai tedeschi che gettavano i partigiani nel fiume
di Roberto Silvestri
Millenovecentosettantotto, cinque cadaveri in divisa sul selciato, Moro, sequestrato, dopo un processo nazional-proletario, verrà condannato. Lo scambio di prigionieri politici non ci sarà. Scaduti gli ultimatum, il brigatista Maccari lo giustizierà (fuori campo) con una scarica di mitra... Il film, come in Il caso Moro di Giuseppe Ferrara, è un kammerspiele non manicheo. Un appartamento agiato. Una libreria col doppio fondo prigione. Una branda. La stella a cinque punte. La scritta troppo gialla sopra il drappo troppo rosso. Chiara, l'affittuaria-sequestratrice di 23 anni, bibliotecaria, figlia di partigiani. Lei, dentro e fuori il covo. Al lavoro e al lavoro politico. Coi suoi occhi e con i suoi sogni, deformati, umidi e secchi, vedremo un pezzo nevralgico della nostra storia. Ma c'è anche Marco Bellocchio in quell'appartamento. Tra le mani di Chiara il regista le impone, attraverso un collega d'ufficio inventato, una sua sceneggiatura. Contiene quel che il movimento, superato lo sbigottimento e il cinico umorismo della indecente notizia, pensò in quei giorni dell'insurrezione scippata sperando in un finale più «aperto». La coscienza di Chiara è un po' il coro di quella tragedia greca... Invece. I cappucci neri dei rivoluzionari rossi, impazziti a forza di difendersi da anni con le armi, paiono una macchia grigia, di piombo, indelebilmente analoga, nell'immaginario, agli incappucciati della P2, che tolgono la parola politica a tutti gli altri soggetti sociali, come Maurizio Costanzo fa oggi, fanaticamente, privando di etere ogni altra comunità che non sia il partito-azienda. E, nel loro internazionalismo al sangue, visionario e troppo lucido nell'assalto al sistema militar-industriale delle multinazionali, Moretti (nel film un Luigi Lo Cascio già «abbattuto» in partenza) e compagni ricordano le goffaggini spietate di qualche cupola segreta cattolica reazionaria italo-latino-americana che in quel momento, il Mundial di calcio dei torturatori di Videla è alle porte, sta pianificando, dopo il Cile, la soluzione finale contro la gioventù democratica di Argentina e Brasile...e se strettamente necessario anche d'Italia. Forse furono i demenziali metropolitani del `77, più che le ritirate strategiche del Pci, a salvarci la vita? Le lettere di Moro vanno in dissolvenza incrociata su quelle, pubblicate da Einaudi, dei condannati a morte della Resistenza. Le immagini di Roberto Herlizka, il sequestrato, mostro della recitazione minimalista cui a stento Riccardo Giagni restituisce spessore e calore umano, viste dallo spioncino della sua cella nel covo insonorizzato, sembrano a Chiara quelle di un divo di Griffith, con l'alone circolare nero, ancora più antiche e mitiche delle immagini di un altro illustre collega statista, Stalin, e di quelle dei partigiani trucidati per mano nazi-fascista...E di Emanuele Rocco, Santalmassi, Vespa in contumacia, che certificano invece il passaggio alla tv e all'Italia a colori di La Repubblica e dei suoi sondaggi «basta `68!». In Il ritorno di Cagliostro una statua nuda e urlante prende a un tratto vita ma le ombre prefabbricate di Ciprì la trasformano nella silhouette nera di una «donna con il burka». E la morale è: siamo nella fase del cinema obliquo, anfibio. Traducete ogni informazione nel suo contrario. Per fare resistenza occorrono occhi biforcuti. Se tutto sembra andare a rotoli, traduce John Sayles nel bellissimo Casa de los Babys (concorso B, perché non A?) consideratevi l'unica stella sopravvissuta in un firmamento totalmente buio. Bel titolo, Buongiorno, notte, dunque, tratto dal verso di Emily Dickinson «Buongiorno, mezzanotte». Il dio dei cristiani separò il giorno e la notte, ma una divinità yoruba inventò Mezzogiono e Mezzanotte. Eccoci allora a dare il benvenuto a un film non cristiano e d'anticlericalismo fertile, alla Ernesto Rossi, dove si spiega che lo Stato, da Almirante a Ingrao, da papa Montini agli amici più fidati e affranti dello statista rapito (Zaccagnini, Galloni, Prodi e Cossiga) non impedirono l'esecuzione di Aldo Moro. Anzi, fecero anche qualche seduta spiritica fraintesa, superstiziosa, forse propiziatoria...
Il film esplicitamente «infedele», «falso» di Marco Bellocchio (non apprenderemo un solo capo d'accusa proletario contro il presidente della Dc, né Avola né una delle tanti stragi di stato) sul rapimento e sul sequestro di Aldo Moro, chiude le tre lezioni di storia sul secondo dopoguerra italiano aperte, qui alla Mostra di Venezia, da Paolo Benvenuti, con Segreti di stato, sui crimini mai processati della Dc (e parodia del teorema Calogero?), proseguito da Bertolucci, sull'immaginazione pericolosamente al potere tra il maggio `68 e via Caetani (The Dreamers), e chiuso appunto nel 1978 da Buongiorno, notte, quando l'immaginazione di potere ne prese fin troppo, morendone d'indigestione, a patricidio compiuto. Un film compatto, dark, suggestivo, spalmato di musica mai d'ambiente, come dire: se Curcio e Moretti avessero frequentato Art Ensemble of Chicago e Pink Floyd quanto Raniero Panzieri e Renzo Del Carria, la storia d'Italia sarebbe cambiata in meglio e il proletariato giovanile avrebbe ottenuto qualche sconto in più sui biglietti d'ingressi del Palalido. Che ha utilizzato Il prigioniero di Tavella-Braghetti per tratteggiare con l'ipnosi in una mano e Brecht nell'altra, il personaggio centrale, la combattente per il comunismo Chiara, le lettere del dc di Maglie e i ricordi della famiglia Bellocchio (il film è dedicato al padre) che una certa responsabilità nella nascita del movimento di contestazione generale ce l'ha: il «caso Braibanti» fu la prova generale della cospirazione Valpreda, e fu architettato per motivi di speculazioni edilizie a Piacenza proprio dai dc nemici d'affari della famiglia del regista.
La mia verità, nient'altro che cinema
La cronaca di quei 55 giorni di rapimento l'ha tratta liberamente da «Il prigioniero», il libro scritto da Anna Laura Braghetti insieme a Paola Tavella, ma il regista dei «Pugni in tasca» non inseguiva la realtà
di Cristina Piccino
VENEZIA. Emozionato, teso persino Marco Bellocchio, che quell'applauso lunghissimo con cui è stato accolto il suo Buongiorno, notte non se lo aspettava: «credevo che avesse un'accoglienza molto più controversa» sussurra. Tanto da sembrare sfuggente, o forse no, è che di spiegare il film in risposte che sono certezze non ne ha voglia, lo fa proprio come quel pezzo di Storia italiana rimasta oscura e mai metabolizzata, il rapimento Moro, le Br, la fine dei movimenti, ce la racconta sullo schermo: non un'inchiesta, piuttosto un punto di vista personalissimo che vuole escludere tesi «a priori». Dice il regista dei Pugni in tasca, generazione di cinema che è anche quella di Bertolucci e del suo Sessantotto sognato: «penso che sarebbe importante fare un film sul caso Moro dove si dica se erano coinvolti i servizi, la Cia, il Kgb ma io non ne sono capace. Ci sono dei frammenti in Buongiorno, notte, ad esempio la scena in cui si vedono tutti quei poliziotti fuori della casa dove è prigioniero che ci mostra il caos in cui si muoveva lo stato in quel momento. Oppure la carrellata finale che dice agli uomini della repubblica, non siete riusciti a salvarlo». Dunque Il prigioniero, libro di Anna Laura Braghetti, la Chiara del film di cui incarna le contraddizioni Maya Sansa, e Paola Tavella. I sogni, la figura di Moro libero in sovrimpressione a un Padre, quello assente sempre del regista a cui è dedicato il film, la «band à part» delle immagini di ieri, i tg, altra verità negata-impossibile, e il film oggi la cui verità sta nel non volerla rappresentare. Non c'è Lanfranco Pace - un altro libro/film - ma c'è un bimbo, il figlio di una vicina quando Moro arriva nell'appartamento di ordinaria piccola-borghesia, che esaspera l'assurdità del gesto. E c'è in ellissi la fine dei movimenti, la repressione, il ragazzo arrestato con l'immaginazione al potere che era forse la pulsione più vitale del `77. Poi una frase che il regista inserisce nelle note di regia sul titolo, un verso di Emily Dickison: «Buongiorno, notte contiene una contraddizione che mi sembra interessante, perché evoca quel periodo notturno, angosciante, oscuro. Ma se oggi sia giorno non lo so».
C'è un molteplice piano visuale, il suo film e i tg del '78, che diventa quasi chiave narrativa. È un segno di una verità che non possiamo stabilire?
Mi piaceva l'idea di una messinscena in forma di rituale, l'appartamento piccolo-borghese, la tv, i gesti da casalinga del personaggio femminile, cucinare, stirare, quella finta vita di famiglia che sterza con violenza quando lei guarda dentro, vede il prigioniero nella cella. In una prima sceneggiatura la figura di Moro non doveva neanche apparire, poi abbiamo deciso di svelarlo. Non credo che sia possibile rappresentare quella realtà in sé, e per questo non mi interessa se le cose siano andate come Anna Laura Braghetti scrive nel suo libro o no, è stato una fonte preziosa da cui abbiamo ricavato diversi episodi, ad esempio la lettura che la ragazza fa delle Lettere dalla Resistenza, poi ci siamo mossi molto liberamente. Sono materiali grezzi, la cronaca da trasformare in cinema. Nel libro di Braghetti cercavo soprattutto un segno che le cose potevano andare diversamente.
Infatti nel sogno della donna Moro si allontana vivo all'alba il giorno che lo hanno ucciso.
Lo stile del film non è realistico, come dicevo l'oggetto non è la verità storica, chi c'era dietro ai terroristi o altro. Volevo cercare nell'infedeltà qualcosa che contrastasse l'ineluttabile di quella tragedia, che sono le contraddizioni del personaggio di Chiara. Braghetti si rimprovera di non avere agito, ma è andata così. Il resto sono i sogni, Moro che vaga nelle stanze guidato dalla musica di Schubert, la panchina dove è morto Lenin nel paesaggio con la neve: senza fare della psicanalisi è come se lei sentisse tutto raggelato il giorno della loro vittoria, il rapimento segna l'avvio della sua catastrofe interiore.
Allora lei, Bellocchio, cosa ha provato?
Ho sempre pensato che si dovesse trattare, che farlo non significava debolezza, al contrario sarebbe stato un atto di coraggio e di forza politica. Non era accettabile che un uomo morisse in quel modo. Che la cosa più folle è quell'assassinio a freddo, forse per questo, al di là di quanto c'è nel libro, l'ho voluto mettere in relazione ai tedeschi che gettavano i partigiani nel fiume.
Ecco, i materiali sulla Resistenza, Paisà di Rossellini sono ancora un altro piano del racconto.
In una parte della sinistra quegli anni si criticava il modo di interpretare i valori della Resistenza nel presente, si diceva che erano stati diluiti, ridotti a una semplice celebrazione. La figura di Lama, ad esempio: è stato un partigiano e il suo discorso in quel frangente per quanto retorico ha un'efficacia straordinaria. Inoltre io sono cresciuto con quei valori e mi sembrava che quelle immagini li esprimessero con forza. Ma non le avrei mai utilizzate senza la musica dei Pink Floyd (da Wish you were here, ndr). È stata Francesca Calvelli, mia compagna e montatrice del film a suggerirla. Non è un bagaglio della mia generazione, non sapevo neanche che esistesse, ma credo che sintetizzi la ribellione e la disperazione di quegli anni.
Il film è dedicato a suo padre.
L'ho deciso all'ultimo momento, è una figura assente nei miei film e Roberto Herlitzka me lo ricordava. L'ho perduto da adolescente e ho sempre rimosso quel dolore. Le passeggiate di Moro nell'appartamento vengono dai ricordi di mio padre, che ci guardava la notte mentre dormivamo.
Oltre i fatti, affiorano le emozioni
I commenti alla proiezione del film di Bellocchio sul sequestro Moro
«Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né cercare seriamente di liberare il prigioniero»: così, sottolineando il cuore del problema, si conclude la lettera che il figlio di Aldo Moro, Giovanni, ha scritto all'amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone per ringraziarlo del film di Marco Bellocchio Buongiorno notte dedicato al sequestro di suo padre. «Sono persuaso - scrive ancora Giovanni Moro - che corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme metta in luce in modo pacato ma netto il nodo ancora non sciolto di quella vicenda anche dal punto di vista storico, politico e giudiziario». «Ho molto apprezzato il film - ha raccontato poi il figlio del leader Dc invitato all'anteprima della proiezione - trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull'esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti, abbia illuminato aspetti importanti di quella vicenda». Con qualche resistenza (avrebbe preferito parlare di qualcosa già visto) Prospero Gallinari, uno dei brigatisti che fu protagonista del sequestro Moro, ha deciso di commentare il film. «Si tratta di un film di fronte al quale ognuno può pensare e sentire quello che crede; i fatti sono una cosa, l'arte è un'altra».
«È un film che prende in contropiede la mia generazione perché nessuno da anni parla più del caso Moro, lo abbiamo rimosso: fu una sconfitta, la fine di tutto». Il presidente della Rai Lucia Annunziata trova «liberatorio che Bellocchio abbia lasciato sullo sfondo tutto quel dibattito dietrologico su Cia, Kgb e complotti su cui molti di noi si incagliarono e si persero», spiega poi. «Buongiorno, notte - continua Annunziata - ci riporta a quegli anni e mostra come fummo sopraffatti e distrutti da un branco che non era né più intelligente né migliore di noi. In quegli anni - aggiunge - lavoravo al manifesto e me ne occupai direttamente come giornalista».
«Mi auguro che il film di Bellocchio sia un film d'autore cioé si preoccupi di raccontare le emozioni, la vicenda e le contraddizioni umane».Valerio Morucci, ex br tra gli autori del sequestro Moro, il film non lo ha visto ma non esclude che potrebbe andarlo a vedere: «molti giornali mi hanno già contattato per avere un mio commento in diretta durante una visione privata in cassetta. Spero però non sia l'ennesimo film sui fatti. Ne hanno già realizzati due che sono da dimenticare».
BERTOLUCCI
«Dreamers» piovono molotov
di Mariuccia Ciotta
«Inudi di The Dreamers (e di Twenty Nine Palms) non fanno sognare Venezia» titola Le Monde. E «Dreamers, 68 façon 69» scrive Libération, che insiste in prima pagina con il richiamo giocato sulla rivoluzione-cul come culturare e come culo. Cosa è successo agli spregiudicati cinephiles d'oltralpe, ai due quotidiani autorevoli nel paese di Genet e Klossowski e delle Follies Bergères? È vero che l'Europa rischia la matrice dell'integralismo religioso, ma almeno Parigi dovrebbe resistere. Il film di Bernardo Bertolucci ha scandalizzato i due inviati al Lido. Thomas Sotinel per Le Monde dice dell'incastro prismatico tra sequenze mitiche dell'immaginario sessantottino descrivendole come «petit jeu cinephile», stupidità pretestuose per intrattenere nudi i tre ragazzi, quando è proprio in quella materia dei «sogni» che The Dreamers ri-costruisce il `68 e salda emozioni e politica. Non c'è una stanza chiusa dove si fa sesso mentre nella strada «gronde la revolte». Il Sessantotto sprigiona nel corpo gemello (fratello-sorella) le pulsioni contrastanti e separate della politica, l'aldiqua e l'aldilà, il piacere dello schermo e dell'azione. Godard e le barricate. Il maggio è francese ma anche la cecità di Le Monde e Libé che trasforma l'esperienza di una «perversione» violenta e liberatoria in uno sguardo di «concupiscenza sui giovani corpi» con cui Bertolucci «evoca una sola trasgressione, il suo voyeurismo». Il `68 inventò il diritto alla felicità. L'urgenza di coniugare se stessi con la lotta, essere sì «perversi» e violenti contro i ricorrenti maestri del buon senso, ancora oggi al comando. The Dreamers è nostalgia del futuro, non solo esercizio di memoria. Le Monde e Liberation ne escono turbati. «I dialoghi politici sono di una vacuità particolarmente sconvolgente per l'autore di Prima della rivoluzione» scrive Sotinel. Non ci sono dialoghi «politici» in The Dreamers. Anzi le parole dei codici della politica si spezzano, vengono annientate e sopraffatte, sovrimpresse dal linguaggio di un'altra epoca che Bertolucci ci restituisce gioiosamente, come allora con L'ultimo Tango a Parigi. Qui esultiamo alla domanda se è giusto sognare o proseguire verso lo schieramento di polizia. La risposta è tutti e due, contemporaneamente. Anche Bellocchio ci pone davanti allo stesso dilemma, i desideri/armati. Due corpi, due ragazze, per Bertolucci e per Bellocchio come non più creature estranee - debolezza, sentimenti, pietà - ma nuovo soggetto che trascende, umano. Le Monde scrive: «lo sguardo del cineasta è di una strana miopia, come deformato da una nostalgia morbosa». I due quotidiani stroncano Bertolucci perché ha realizzato un film da voyeur morboso, anche un po' bisex e incestuoso con la scusa del `68? Aiuto. Ma di che stanno parlando gli inviati dei due prestigiosi giornali francesi? Didier Peron scrive su Liberation: «... prima di diventare uno dei mammouth della superproduzione autoriale di lusso, Bertolucci era un giovane italiano di estrema sinistra, figlio di un grande poeta...». E ora in pieno «esaurimento ormonale», il regista si fa prendere dall'esperienza intima di tre teen-ager... e via come Le Monde verso una scandalizzata descrizione di The Dreamers, film di un «dandy romantico e lascivo». Se il '68 di Bertolucci fa questo effetto ha colpito nel segno. Il «voyeur» ha visto giusto in questo magma di interdetti, di negazioni e paure. The Dreamers è uno «scandalo». È violento è senza buon senso, è sessualmente sconvolgente, mischia Greta Garbo a De Gaulle, Langlois ai no-global di Genova, fa sesso triadico, usa la metafora bisex e corre con una molotov in mano verso l'ordine costituito. Sì. Insieme a Bertolucci, il `68 è stato questo e molto più. Ed è arrivato fino al terzo millennio per minacciare i set mentali dei normalizzatori di professione.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
venerdì 5 settembre 2003
Buongiorno, notte: Libération
Libération 5.9.03
(...)
Après ça, dire que le nouveau film de Marco Bellocchio nous a fait de l'effet est le plus sûr moyen de se couvrir de ridicule. Certes, Buongiorno, notte prête peu le flanc à la flagellation chic du scandale. C'est un film morose comme cette fin des années 70 qu'il évoque à travers l'épisode tragique de l'enlèvement par les Brigades rouges d'Aldo Moro, chef des démocrates-chrétiens italiens. Moro et les siens étaient sur le point de sceller une alliance avec les communistes, jugée scélérate par les terroristes d'extrême gauche. Le point de vue sur l'enlèvement est celui d'un personnage inventé par le cinéaste, Chiara (Maya Sansa), 23 ans, engagée au côté des terroristes mais dont les convictions vacillent dans la promiscuité avec le vieil homme. Le film montre les brigadistes en soldats ombrageux de la cohérence idéologique, habités d'une passion révolutionnaire qui les hisse au rang de porte-parole utopiques d'un peuple dont ils ne comprennent pas qu'il ne se soulève pas enfin.
Puritanisme. Ce cul-de-sac terroriste et la mise à mort de Moro sont retravaillés librement par Bellocchio, en insistant sur les fièvres de l'inconscient et la religiosité refoulée des brigadistes, cerveau farci au pathétique de la révolution d'Octobre et aux souvenirs des exactions fascistes. Un même fil historique tient ensemble le 68 érotomane de Bertolucci (The Dreamers, Libération du 2 septembre) et l'année 78 ressuscitée par Bellocchio. Dix ans d'intervalle, où la radicalisation politique va de pair avec une haine du corps et un puritanisme sexuel pour le moins lourds de sens.
(...)
Après ça, dire que le nouveau film de Marco Bellocchio nous a fait de l'effet est le plus sûr moyen de se couvrir de ridicule. Certes, Buongiorno, notte prête peu le flanc à la flagellation chic du scandale. C'est un film morose comme cette fin des années 70 qu'il évoque à travers l'épisode tragique de l'enlèvement par les Brigades rouges d'Aldo Moro, chef des démocrates-chrétiens italiens. Moro et les siens étaient sur le point de sceller une alliance avec les communistes, jugée scélérate par les terroristes d'extrême gauche. Le point de vue sur l'enlèvement est celui d'un personnage inventé par le cinéaste, Chiara (Maya Sansa), 23 ans, engagée au côté des terroristes mais dont les convictions vacillent dans la promiscuité avec le vieil homme. Le film montre les brigadistes en soldats ombrageux de la cohérence idéologique, habités d'une passion révolutionnaire qui les hisse au rang de porte-parole utopiques d'un peuple dont ils ne comprennent pas qu'il ne se soulève pas enfin.
Puritanisme. Ce cul-de-sac terroriste et la mise à mort de Moro sont retravaillés librement par Bellocchio, en insistant sur les fièvres de l'inconscient et la religiosité refoulée des brigadistes, cerveau farci au pathétique de la révolution d'Octobre et aux souvenirs des exactions fascistes. Un même fil historique tient ensemble le 68 érotomane de Bertolucci (The Dreamers, Libération du 2 septembre) et l'année 78 ressuscitée par Bellocchio. Dix ans d'intervalle, où la radicalisation politique va de pair avec une haine du corps et un puritanisme sexuel pour le moins lourds de sens.
Buongiorno, notte: La Gazzetta del Mezzogiorno
La Gazzetta del Mezzogiorno 5.9.03
Applausi per il regista, straordinario Herlitzka
Carcerato e carcerieri prigionieri del destino e delle ragioni della politica
di Anton Giulio Mancini
Dopo la proiezione di Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, anche sulla scorta di qualche indiscrezione, comincia a configurarsi il palmares veneziano. La partita sembra dovrebbe svolgersi tra il film di Bellocchio sul sequestro Moro, visto in chiave apolitica attraverso gli occhi dei sequestratori delle Br, e il russo The Return di Andrej Zvjagintsev (funestato dalla notizia della tragica morte del giovanissimo protagonista), parabola accorata ed estetizzante sulla nostalgia di due fratelli per una figura paterna autoritaria e intransigente. Sono due film densi e complessi, incentrati sul rapporto genitori-figli, destinato a concludersi con il fatale patricidio, spia di una visione iconoclasta verso l'istituzione familiare, che è tra l'altro una costante dell'universo bellocchiano, da I pugni in tasca a Il principe di Homburg e L'ora di religione.
Questa volta però, a proposito di Buongiorno, notte, è ragionavole credere che non ci saranno polemiche politiche. Proprio perché Bellocchio evita accuratamente di allontanarsi dall'universo domestico e claustrofobico in cui i brigatisti (interpretati da Maya Sansa, Luigi Lo Cascio e Piergiorgio Bellocchio) detengono il presidente della Dc Aldo Moro (Roberto Herlitzka). La tesi dell'autore confuta, almeno all'apparenza, la lettura più recente dello spettacolare Piazza delle Cinque Lune di Martinelli, che come il precedente Il caso Moro di Ferrara puntava l'indice contro la classe politica di governo dell'epoca, soprattutto sulla compagine democristiana. Buongiorno, notte mostra i giovani e confusi carcerieri e l'anziano e saggio carcerato come i membri di una simbolica famiglia afflitta da contrapposizioni non più rimarginabili (una copia del marxiano La sacra famiglia, continuamente esibita, avvalora la chiave di lettura).
Ne viene così fuori un dramma da camera, dove gli allusivi figli-carnefici di Moro sviluppano un senso di colpa destinato, in chiave psicanalitica, a incrementare l'incertezza ideologica e a devastarne la puerile ortodossia comunista.
L'autore sembra voler proseguire il discorso del documentario, La religione della storia, dove i totalitarismi di ogni genere, compreso il magistero cattolico, vengono equiparati. Non è un caso infatti che tornino nel film gli ambienti vaticani e la figura del Papa, rappresentati come una sacra rappresentazione. A differenza di altre opere di Bellocchio, Buongiorno, notte è un film lineare e semplice: in virtù della sua moderazione ha perciò ottime chances di trionfare a Venezia. Sebbene le sequenze più belle siano quella ironica della seduta spiritica dei potenti, quella dove compare il Papa, infine quella dall'interno dell'ascensore, specchio dell'inquietudine collettiva, dove nessuno vuole entrare a causa di una stella a cinque punte dipinta clandestinamente.
BUONGIORNO, NOTTE.
Applausi in sala e in conferenza stampa per il film che ricostruisce i giorni del sequestro dello statista
Moro, tragedia di uomini qualunque
La lettera del figlio Giovanni: ma perché lo Stato non fece niente per salvarlo?
Vittime della loro ideologia, prigionieri di loro stessi come e più di Aldo Moro, deliranti nelle loro attese di una sollevazione proletaria suscitata da quei gesti, intrappolati nel ricatto allo stato («tutti lo vogliono morto e noi lo ammazzeremo»): non lascia dubbi interpretativi il ritratto del gruppo brigatista che sequestrò Moro, secondo Marco Bellocchio. Il suo «Buongiorno notte», tra i più attesi della 60/ma Mostra e tra i prevedibili candidati al Leone, colpisce nel segno come il classico pugno allo stomaco: tutto è buio e tetro nella covo di Via Gradoli. Tutto è segnato, tutto porta ad una soluzione tragica. Eppure tutto è tragicamente quotidiano, la Carrà che balla in tv, le feste, la zuppa in tavola, i canarini gialli in giardino, i calzini piegati con cura, le camice stirate. I brigatisti si fanno il segno della croce nell'ultima cena prima dell'esecuzione, stesso estremismo - provoca l'anticlericale Bellocchio - poi il finale, quella lunghissima sequenza con la diretta tv dei funerali di stato con la telecamera che inquadra Paolo VI e la classe politica di quei giorni (l'unico sopravvissuto di oggi è Andreotti).
«Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi nè cercare seriamente di liberare il prigioniero»: così, sottolineando il cuore del problema, si conclude la lettera che il figlio di Aldo Moro, Giovanni, ha scritto all'amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone per ringraziarlo del film di Marco Bellocchio.
Nella lettera Giovanni Moro ringrazia per aver visto in anteprima il film, «invito tanto più gradito in quanto non dovuto giacchè il film non richiedeva alcun visto o imprimatur da parte della famiglia. Nè d'altra parte l'eventuale consenso o dissenso dei familiari avrebbe potuto aggiungere o togliere nulla al suo valore. Ho molto apprezzato il film - prosegue Giovanni Moro - trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull'esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda».
Giovanni Moro spiega di aver fatto la precisazione «alla luce di sgradevoli recenti precedenti». Nei giorni scorsi la figlia di Moro, Maria Fida, aveva criticato il film che, comunque, non aveva ancora visto.
Penso che chi vedrà il film -prosegue ancora Giovanni Moro- potrà cogliere il senso del dramma di un uomo posto di fronte ad un destino tragico quando insensato non necessario, da lui vissuto in modo tanto più acuto quanto più era netta la sua percezione dell'incombente fine del mondo diviso in blocchi e della obsolescenza delle grandi ideologie che aveva improntato di se il secolo». «Sono persuaso -prosegue la lettera del figlio di Moro- che la compresenza nel film di due opposte conclusioni, la libertà e la morte, corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme messa in luce in modo pacato ma netto, in nodo ancora non sciolto di quella vicenda anche dal punto di vista storico, politico e giudiziario. Si tratta della questione di come mai, in quel caso, e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi nè di cercare seriamente di liberare il prigioniero».
CINEMA/
A Venezia ovazione per il film di Bellocchio
Moro, così la Repubblica
volle uccidere il padre
OSCAR IARUSSI
Il grande cinema ribattezza il mondo, la storia, la memoria, in una luce fantastica che, a dispetto del realismo, può coincidere con lo «splendore del vero» caro a Rossellini. Aldo Moro vivo, libero, teneramente incamminato verso casa dopo cinquantacinque giorni di prigionia nel covo delle Brigate rosse, quel 9 maggio 1978. Poi, subito dopo, le immagini di repertorio dei suoi funerali con le più alte cariche dello Stato. È il finale, struggente e sconvolgente, di «Buongiorno, notte» di Marco Bellocchio, terzo e ultimo film italiano in concorso a Venezia, accolto ieri trionfalmente dal pubblico (16 minuti di applausi) e, cosa rara, da una standing ovation durante la conferenza stampa - tutti in piedi per applaudire il regista e i suoi interpreti. Questi sono l'intensa, bella, tormentata Maya Sansa, l'astro nascente Luigi Lo Cascio e Pier Giorgio Bellocchio (figlio di Marco) nei ruoli principali dei terroristi, e un emozionante Roberto Herlitzka nella parte della vittima.
Giancarlo Leone, amministratore delegato di Raicinema che ha prodotto il film e figlio del Presidente della Repubblica ai tempi del caso-Moro, legge a Venezia una lettera di Giovanni Moro, figlio dello statista pugliese. Quasi un gioco del destino: due eredi di quella stagione si ritrovano intorno a un'opera di «finzione». Scrive Giovanni Moro: «Sono persuaso che la compresenza nel film di due opposte conclusioni - la libertà e la morte - corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme metta in luce in modo pacato ma netto il nodo, ancora non sciolto, della vicenda. Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né di cercare seriamente di liberare il prigioniero».
Marco Bellocchio, pur ispirandosi a un libro della brigatista Anna Laura Braghetti, ieri ha ribadito che a guidarlo non è stata l'ardua ricerca della verità storica: «Ho sentito subito che dovevo inventarmi qualcosa di "falso", di "infedele", dovevo tradire la storia per non subirla fatalmente. Tuttavia penso che lasciar uccidere un uomo come Aldo Moro fu un errore politico. Lo Stato ne sarebbe uscito più forte se avesse trattato».
Il titolo è ricalcato su un verso di Emily Dickinson: «Buongiorno, mezzanotte/ Torno a casa/ È stato il giorno a stancarsi di me/ Come avrei potuto io - di lui?». Quasi tutta la trama si svolge nella casa-covo dove si consumano l'assurda vita «di famiglia» dei carcerieri e le loro relazioni col presidente della Dc. Il tema autentico del film è psicoanalitico: l'uccisione del padre, non più metaforica come volevano Freud e il Sessantotto dei «Sognatori» di Bertolucci, ma reale, spietata, infine autodistruttiva. Una perdita, un lutto, un restare orfani che la protagonista Chiara (Maya Sansa) - a sua volta una sognatrice di paesaggi innevati come di parate sovietiche - sventa in extremis nella dimensione notturna, onirica. Mentre da sveglia non farà alcunché per fermare i suoi compagni, macchiette sanguinarie, sullo schermo apparentati più volte ai nazisti assassini di partigiani. «Così, buonanotte, giorno!» - scrive ancora la Dickinson.
Non a caso, diremmo, Bellocchio ha dedicato il film al suo papà, perso troppo presto. L'ex ribelle dei «Pugni in tasca» a 64 anni fa i conti con la figura del genitore, a lungo negata per non soffrire, e, nella filigrana dell'omicidio di Moro, intravede una «familiare» e sconcertante solitudine, incombente sul futuro di tutti.
Dal canto suo, Giovanni Moro aggiunge che il padre aveva presagito la fine del mondo diviso in blocchi e l'obsolescenza delle ideologie. Quella tragedia italiana diventa allora la volontà cieca di uccidere l'uomo politico più paterno e più lungimirante, se non l'unico «visionario», facendone un inutile capro espiatorio: nessuno si sarebbe rigenerato in virtù del suo sacrificio, non lo Stato, men che mai le Br per fortuna avviate alla sconfitta.
Un film importante, prezioso, che molto farà discutere. Da oggi sarà nei cinema di tutta Italia ed è senza dubbio uno dei candidati al Leone d'oro che sarà assegnato domani sera. A contendergli un posto nel verdetto dovrebbero essere il russo «Il ritorno» dell'esordiente Zvyagintsev segnato dalla scomparsa di un attore quindicenne annegato nello stesso lago del film, il portoghese «Un film parlato» del novantenne De Oliveira, «Zatoichi» del samurai Kitano. Nonché, naturalmente, il «nostro» Edoardo Winspeare col suo «Miracolo» pugliese che ha incantato Venezia e che ieri sera è tornato al Lido per ritirare il premio «Città di Roma - Arcobaleno» per il miglior film dell'area latina. Stamani riparte, si chiama scaramanzia.
Applausi per il regista, straordinario Herlitzka
Carcerato e carcerieri prigionieri del destino e delle ragioni della politica
di Anton Giulio Mancini
Dopo la proiezione di Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, anche sulla scorta di qualche indiscrezione, comincia a configurarsi il palmares veneziano. La partita sembra dovrebbe svolgersi tra il film di Bellocchio sul sequestro Moro, visto in chiave apolitica attraverso gli occhi dei sequestratori delle Br, e il russo The Return di Andrej Zvjagintsev (funestato dalla notizia della tragica morte del giovanissimo protagonista), parabola accorata ed estetizzante sulla nostalgia di due fratelli per una figura paterna autoritaria e intransigente. Sono due film densi e complessi, incentrati sul rapporto genitori-figli, destinato a concludersi con il fatale patricidio, spia di una visione iconoclasta verso l'istituzione familiare, che è tra l'altro una costante dell'universo bellocchiano, da I pugni in tasca a Il principe di Homburg e L'ora di religione.
Questa volta però, a proposito di Buongiorno, notte, è ragionavole credere che non ci saranno polemiche politiche. Proprio perché Bellocchio evita accuratamente di allontanarsi dall'universo domestico e claustrofobico in cui i brigatisti (interpretati da Maya Sansa, Luigi Lo Cascio e Piergiorgio Bellocchio) detengono il presidente della Dc Aldo Moro (Roberto Herlitzka). La tesi dell'autore confuta, almeno all'apparenza, la lettura più recente dello spettacolare Piazza delle Cinque Lune di Martinelli, che come il precedente Il caso Moro di Ferrara puntava l'indice contro la classe politica di governo dell'epoca, soprattutto sulla compagine democristiana. Buongiorno, notte mostra i giovani e confusi carcerieri e l'anziano e saggio carcerato come i membri di una simbolica famiglia afflitta da contrapposizioni non più rimarginabili (una copia del marxiano La sacra famiglia, continuamente esibita, avvalora la chiave di lettura).
Ne viene così fuori un dramma da camera, dove gli allusivi figli-carnefici di Moro sviluppano un senso di colpa destinato, in chiave psicanalitica, a incrementare l'incertezza ideologica e a devastarne la puerile ortodossia comunista.
L'autore sembra voler proseguire il discorso del documentario, La religione della storia, dove i totalitarismi di ogni genere, compreso il magistero cattolico, vengono equiparati. Non è un caso infatti che tornino nel film gli ambienti vaticani e la figura del Papa, rappresentati come una sacra rappresentazione. A differenza di altre opere di Bellocchio, Buongiorno, notte è un film lineare e semplice: in virtù della sua moderazione ha perciò ottime chances di trionfare a Venezia. Sebbene le sequenze più belle siano quella ironica della seduta spiritica dei potenti, quella dove compare il Papa, infine quella dall'interno dell'ascensore, specchio dell'inquietudine collettiva, dove nessuno vuole entrare a causa di una stella a cinque punte dipinta clandestinamente.
BUONGIORNO, NOTTE.
Applausi in sala e in conferenza stampa per il film che ricostruisce i giorni del sequestro dello statista
Moro, tragedia di uomini qualunque
La lettera del figlio Giovanni: ma perché lo Stato non fece niente per salvarlo?
Vittime della loro ideologia, prigionieri di loro stessi come e più di Aldo Moro, deliranti nelle loro attese di una sollevazione proletaria suscitata da quei gesti, intrappolati nel ricatto allo stato («tutti lo vogliono morto e noi lo ammazzeremo»): non lascia dubbi interpretativi il ritratto del gruppo brigatista che sequestrò Moro, secondo Marco Bellocchio. Il suo «Buongiorno notte», tra i più attesi della 60/ma Mostra e tra i prevedibili candidati al Leone, colpisce nel segno come il classico pugno allo stomaco: tutto è buio e tetro nella covo di Via Gradoli. Tutto è segnato, tutto porta ad una soluzione tragica. Eppure tutto è tragicamente quotidiano, la Carrà che balla in tv, le feste, la zuppa in tavola, i canarini gialli in giardino, i calzini piegati con cura, le camice stirate. I brigatisti si fanno il segno della croce nell'ultima cena prima dell'esecuzione, stesso estremismo - provoca l'anticlericale Bellocchio - poi il finale, quella lunghissima sequenza con la diretta tv dei funerali di stato con la telecamera che inquadra Paolo VI e la classe politica di quei giorni (l'unico sopravvissuto di oggi è Andreotti).
«Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi nè cercare seriamente di liberare il prigioniero»: così, sottolineando il cuore del problema, si conclude la lettera che il figlio di Aldo Moro, Giovanni, ha scritto all'amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone per ringraziarlo del film di Marco Bellocchio.
Nella lettera Giovanni Moro ringrazia per aver visto in anteprima il film, «invito tanto più gradito in quanto non dovuto giacchè il film non richiedeva alcun visto o imprimatur da parte della famiglia. Nè d'altra parte l'eventuale consenso o dissenso dei familiari avrebbe potuto aggiungere o togliere nulla al suo valore. Ho molto apprezzato il film - prosegue Giovanni Moro - trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull'esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda».
Giovanni Moro spiega di aver fatto la precisazione «alla luce di sgradevoli recenti precedenti». Nei giorni scorsi la figlia di Moro, Maria Fida, aveva criticato il film che, comunque, non aveva ancora visto.
Penso che chi vedrà il film -prosegue ancora Giovanni Moro- potrà cogliere il senso del dramma di un uomo posto di fronte ad un destino tragico quando insensato non necessario, da lui vissuto in modo tanto più acuto quanto più era netta la sua percezione dell'incombente fine del mondo diviso in blocchi e della obsolescenza delle grandi ideologie che aveva improntato di se il secolo». «Sono persuaso -prosegue la lettera del figlio di Moro- che la compresenza nel film di due opposte conclusioni, la libertà e la morte, corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme messa in luce in modo pacato ma netto, in nodo ancora non sciolto di quella vicenda anche dal punto di vista storico, politico e giudiziario. Si tratta della questione di come mai, in quel caso, e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi nè di cercare seriamente di liberare il prigioniero».
CINEMA/
A Venezia ovazione per il film di Bellocchio
Moro, così la Repubblica
volle uccidere il padre
OSCAR IARUSSI
Il grande cinema ribattezza il mondo, la storia, la memoria, in una luce fantastica che, a dispetto del realismo, può coincidere con lo «splendore del vero» caro a Rossellini. Aldo Moro vivo, libero, teneramente incamminato verso casa dopo cinquantacinque giorni di prigionia nel covo delle Brigate rosse, quel 9 maggio 1978. Poi, subito dopo, le immagini di repertorio dei suoi funerali con le più alte cariche dello Stato. È il finale, struggente e sconvolgente, di «Buongiorno, notte» di Marco Bellocchio, terzo e ultimo film italiano in concorso a Venezia, accolto ieri trionfalmente dal pubblico (16 minuti di applausi) e, cosa rara, da una standing ovation durante la conferenza stampa - tutti in piedi per applaudire il regista e i suoi interpreti. Questi sono l'intensa, bella, tormentata Maya Sansa, l'astro nascente Luigi Lo Cascio e Pier Giorgio Bellocchio (figlio di Marco) nei ruoli principali dei terroristi, e un emozionante Roberto Herlitzka nella parte della vittima.
Giancarlo Leone, amministratore delegato di Raicinema che ha prodotto il film e figlio del Presidente della Repubblica ai tempi del caso-Moro, legge a Venezia una lettera di Giovanni Moro, figlio dello statista pugliese. Quasi un gioco del destino: due eredi di quella stagione si ritrovano intorno a un'opera di «finzione». Scrive Giovanni Moro: «Sono persuaso che la compresenza nel film di due opposte conclusioni - la libertà e la morte - corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme metta in luce in modo pacato ma netto il nodo, ancora non sciolto, della vicenda. Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né di cercare seriamente di liberare il prigioniero».
Marco Bellocchio, pur ispirandosi a un libro della brigatista Anna Laura Braghetti, ieri ha ribadito che a guidarlo non è stata l'ardua ricerca della verità storica: «Ho sentito subito che dovevo inventarmi qualcosa di "falso", di "infedele", dovevo tradire la storia per non subirla fatalmente. Tuttavia penso che lasciar uccidere un uomo come Aldo Moro fu un errore politico. Lo Stato ne sarebbe uscito più forte se avesse trattato».
Il titolo è ricalcato su un verso di Emily Dickinson: «Buongiorno, mezzanotte/ Torno a casa/ È stato il giorno a stancarsi di me/ Come avrei potuto io - di lui?». Quasi tutta la trama si svolge nella casa-covo dove si consumano l'assurda vita «di famiglia» dei carcerieri e le loro relazioni col presidente della Dc. Il tema autentico del film è psicoanalitico: l'uccisione del padre, non più metaforica come volevano Freud e il Sessantotto dei «Sognatori» di Bertolucci, ma reale, spietata, infine autodistruttiva. Una perdita, un lutto, un restare orfani che la protagonista Chiara (Maya Sansa) - a sua volta una sognatrice di paesaggi innevati come di parate sovietiche - sventa in extremis nella dimensione notturna, onirica. Mentre da sveglia non farà alcunché per fermare i suoi compagni, macchiette sanguinarie, sullo schermo apparentati più volte ai nazisti assassini di partigiani. «Così, buonanotte, giorno!» - scrive ancora la Dickinson.
Non a caso, diremmo, Bellocchio ha dedicato il film al suo papà, perso troppo presto. L'ex ribelle dei «Pugni in tasca» a 64 anni fa i conti con la figura del genitore, a lungo negata per non soffrire, e, nella filigrana dell'omicidio di Moro, intravede una «familiare» e sconcertante solitudine, incombente sul futuro di tutti.
Dal canto suo, Giovanni Moro aggiunge che il padre aveva presagito la fine del mondo diviso in blocchi e l'obsolescenza delle ideologie. Quella tragedia italiana diventa allora la volontà cieca di uccidere l'uomo politico più paterno e più lungimirante, se non l'unico «visionario», facendone un inutile capro espiatorio: nessuno si sarebbe rigenerato in virtù del suo sacrificio, non lo Stato, men che mai le Br per fortuna avviate alla sconfitta.
Un film importante, prezioso, che molto farà discutere. Da oggi sarà nei cinema di tutta Italia ed è senza dubbio uno dei candidati al Leone d'oro che sarà assegnato domani sera. A contendergli un posto nel verdetto dovrebbero essere il russo «Il ritorno» dell'esordiente Zvyagintsev segnato dalla scomparsa di un attore quindicenne annegato nello stesso lago del film, il portoghese «Un film parlato» del novantenne De Oliveira, «Zatoichi» del samurai Kitano. Nonché, naturalmente, il «nostro» Edoardo Winspeare col suo «Miracolo» pugliese che ha incantato Venezia e che ieri sera è tornato al Lido per ritirare il premio «Città di Roma - Arcobaleno» per il miglior film dell'area latina. Stamani riparte, si chiama scaramanzia.
Buongiorno, notte: Il Cittadino
Il Cittadino 5.9.03
«Lo Stato doveva trattare: fu un grave errore lasciare che uccidessero un uomo come Aldo Moro»
Bellocchio diventa il favorito
Il suo "Buongiorno, notte" si candida al Leone d'Oro
VENEZIA «Lo Stato doveva trattare, lasciare uccidere un uomo come Aldo Moro è stato un grave errore politico». Marco Bellocchio parte da questa accusa diretta, che già si legge tra le righe nel finale del suo film, per parlare con i giornalisti del suo Buongiorno, notte, che ha raccolto applausi e consensi alla sessantesima edizione della Mostra del cinema. «Lo Stato sarebbe stato più forte se avesse trattato, anche se avrebbe dovuto poi affrontare critiche e attacchi. Di tutta questa vicenda comunque la cosa più impossibile da accettare, la più folle è stato l'assassinio a freddo dello statista, una cosa che mi ha ricordato le immagini dei nazisti che buttavano i partigiani nel fiume».
Ma come è nata l'idea di girare un film su questa vicenda? Pensando anche all'opera di Benvenuti sembra che sia tornata la voglia di fare film politici...
«Per la prima volta in vita mia ho lavorato su commissione, Rai Cinema mi aveva chiesto se volevo fare un film su Moro e ho deciso di accettare la sfida: rispetto a quella tragedia però sentivo che dovevo rappresentare l'infedeltà».
La base per i suoi approfondimenti qual è stata?
«Ho scelto di raccontare il punto di vista di una terrorista e ho immaginato una sua reazione che nella realtà non è avvenuta. Per il film mi sono ispirato a Il Prigioniero, scritto dall'ex brigatista Maria Laura Braghetti che era stata fra i carcerieri dello statista e che in un passaggio del libro si pente di non aver reagito e di non essersi ribellata. In un prima sceneggiatura Moro neanche si doveva vedere, poi lo abbiamo svelato».
Si aspetta le reazioni politiche che il film di certo susciterà alla sua uscita?
«Potrebbero arrabbiarsi non tanto da destra quanto da sinistra. Comunque la mia stagione politica è finita nel '69, non devo chiudere i conti con nessuno, ho potuto affrontare l'argomento con una certa libertà e ho fatto un film che potesse interessare anche chi non ha vissuto quegli anni».
Nel film ci sono molti riferimenti ai partigiani e l'esecuzione di Moro viene messa in relazione alle stragi naziste...
«In quegli anni c'era un discorso sulla "retoricizzazione" della Resistenza da parte dei brigatisti. Nel film c'è però una dimensione quasi patetica dei partigiani».
Le istituzioni vengono tratteggiate con pochi accenni...
«Volevo sintetizzare (come nella scena della seduta spiritica) la confusione totale che c'era in quel momento. Accolsero maghi e indovini e gli credevano».
A un certo punto si vede in una scena drammatica il Papa che scrive l'appello alla liberazione senza condizioni di Moro dopo aver ricevuto un biglietto della presidenza del Consiglio...
«È un'invenzione, ma anche questa mi è stata suggerita dal libro del senatore Flamigni che sostiene che Andreotti scrisse al Papa».
Il personaggio di Chiara-Braghetti sembra alla fine troppo umano...
«Chiara non è la Braghetti, sarebbe un falso storico sostenerlo: due anni dopo l'omicidio di Moro la Braghetti sparò a Vittorio Bachelet. Quando Chiara vede in televisione che i suoi compagni sono riusciti a rapire Moro sente che è il giorno del trionfo, ma capisce anche che è l'inizio della sua catastrofe interiore».
Ha visto gli altri film realizzati sul caso Moro?
«Quello di Martinelli (Piazza delle cinque lune, ndr) non l'ho visto, quello di Ferrara invece era molto politico».
E la dedica a suo padre?
«In tutti i film che ho fatto mi è stato sempre chiesto perché non c'era la figura di mio padre. In questo film le scene con Moro che cammina nella casa (nel sogno della brigatista) sono un omaggio a lui, mentre scrivevo mi ricordavo di mio padre che ho perso quando ero adolescente e ho rivisto mentre passeggiava la notte nell'appartamento dove vivevamo e ci guardava mentre dormivamo».
Il film uscirà oggi (venerdì) in sala, distribuito in 170 copie, ma una delle reazioni più importanti è già arrivata, quella del figlio dello statista della Dc che ha inviato una lettera a Giancarlo Leone, amministratore delegato di Rai Cinema: «Il film non richiedeva nessun visto o imprimatur da parte della famiglia, e anche un eventuale dissenso sull'opera non avrebbe potuto cambiare niente al valore del film - scrive Giovanni Moro -. Trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull'esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti e degli atti noti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda».
«È una pellicola davvero liberatoria:
colma un buco nella nostra storia»
"Buongiorno, notte" è «un film molto liberatorio». A definire così la pellicola sul rapimento Moro che Marco Bellocchio ha portato in concorso alla Mostra del cinema è il presidente della Rai, Lucia Annunziata, che ieri era alla proiezione ufficiale ma che ha già visto l'opera «ben tre volte». «Trovo liberatorio, quasi catartico che Bellocchio abbia rimesso sullo sfondo la politica e in primo piano la psicologia dei terroristi. Questo film - aggiunge - colma un vuoto nella nostra generazione, che ha scritto di tutti tranne che di Moro e del terrorismo. In fondo siamo stati presi tutti in ostaggio da una banda di persone, i terroristi, che erano meno bravi di noi, meno intelligenti di noi e che impressero un colpo fatale», prosegue il presidente a margine della conferenza stampa del film, che ha seguito con attenzione in prima fila. A chi le domanda come presenterebbe questa pellicola in televisione, la Annunziata risponde: «Io sono di vecchio stampo. A me piace il dibattito. Farei parlare chi ha vissuto quegli anni». Sulla necessità che la tv di Stato (che attraverso Rai Cinema ha coprodotto il film di Bellocchio) dedichi dei programmi alla storia recente del nostro paese, la Annunziata aggiunge: «Mi sto battendo perché la Rai produca una serie a metà tra documentario e inchiesta giornalistica sugli ultimi 30 anni della storia italiana» (Adnkronos)
«Lo Stato doveva trattare: fu un grave errore lasciare che uccidessero un uomo come Aldo Moro»
Bellocchio diventa il favorito
Il suo "Buongiorno, notte" si candida al Leone d'Oro
VENEZIA «Lo Stato doveva trattare, lasciare uccidere un uomo come Aldo Moro è stato un grave errore politico». Marco Bellocchio parte da questa accusa diretta, che già si legge tra le righe nel finale del suo film, per parlare con i giornalisti del suo Buongiorno, notte, che ha raccolto applausi e consensi alla sessantesima edizione della Mostra del cinema. «Lo Stato sarebbe stato più forte se avesse trattato, anche se avrebbe dovuto poi affrontare critiche e attacchi. Di tutta questa vicenda comunque la cosa più impossibile da accettare, la più folle è stato l'assassinio a freddo dello statista, una cosa che mi ha ricordato le immagini dei nazisti che buttavano i partigiani nel fiume».
Ma come è nata l'idea di girare un film su questa vicenda? Pensando anche all'opera di Benvenuti sembra che sia tornata la voglia di fare film politici...
«Per la prima volta in vita mia ho lavorato su commissione, Rai Cinema mi aveva chiesto se volevo fare un film su Moro e ho deciso di accettare la sfida: rispetto a quella tragedia però sentivo che dovevo rappresentare l'infedeltà».
La base per i suoi approfondimenti qual è stata?
«Ho scelto di raccontare il punto di vista di una terrorista e ho immaginato una sua reazione che nella realtà non è avvenuta. Per il film mi sono ispirato a Il Prigioniero, scritto dall'ex brigatista Maria Laura Braghetti che era stata fra i carcerieri dello statista e che in un passaggio del libro si pente di non aver reagito e di non essersi ribellata. In un prima sceneggiatura Moro neanche si doveva vedere, poi lo abbiamo svelato».
Si aspetta le reazioni politiche che il film di certo susciterà alla sua uscita?
«Potrebbero arrabbiarsi non tanto da destra quanto da sinistra. Comunque la mia stagione politica è finita nel '69, non devo chiudere i conti con nessuno, ho potuto affrontare l'argomento con una certa libertà e ho fatto un film che potesse interessare anche chi non ha vissuto quegli anni».
Nel film ci sono molti riferimenti ai partigiani e l'esecuzione di Moro viene messa in relazione alle stragi naziste...
«In quegli anni c'era un discorso sulla "retoricizzazione" della Resistenza da parte dei brigatisti. Nel film c'è però una dimensione quasi patetica dei partigiani».
Le istituzioni vengono tratteggiate con pochi accenni...
«Volevo sintetizzare (come nella scena della seduta spiritica) la confusione totale che c'era in quel momento. Accolsero maghi e indovini e gli credevano».
A un certo punto si vede in una scena drammatica il Papa che scrive l'appello alla liberazione senza condizioni di Moro dopo aver ricevuto un biglietto della presidenza del Consiglio...
«È un'invenzione, ma anche questa mi è stata suggerita dal libro del senatore Flamigni che sostiene che Andreotti scrisse al Papa».
Il personaggio di Chiara-Braghetti sembra alla fine troppo umano...
«Chiara non è la Braghetti, sarebbe un falso storico sostenerlo: due anni dopo l'omicidio di Moro la Braghetti sparò a Vittorio Bachelet. Quando Chiara vede in televisione che i suoi compagni sono riusciti a rapire Moro sente che è il giorno del trionfo, ma capisce anche che è l'inizio della sua catastrofe interiore».
Ha visto gli altri film realizzati sul caso Moro?
«Quello di Martinelli (Piazza delle cinque lune, ndr) non l'ho visto, quello di Ferrara invece era molto politico».
E la dedica a suo padre?
«In tutti i film che ho fatto mi è stato sempre chiesto perché non c'era la figura di mio padre. In questo film le scene con Moro che cammina nella casa (nel sogno della brigatista) sono un omaggio a lui, mentre scrivevo mi ricordavo di mio padre che ho perso quando ero adolescente e ho rivisto mentre passeggiava la notte nell'appartamento dove vivevamo e ci guardava mentre dormivamo».
Il film uscirà oggi (venerdì) in sala, distribuito in 170 copie, ma una delle reazioni più importanti è già arrivata, quella del figlio dello statista della Dc che ha inviato una lettera a Giancarlo Leone, amministratore delegato di Rai Cinema: «Il film non richiedeva nessun visto o imprimatur da parte della famiglia, e anche un eventuale dissenso sull'opera non avrebbe potuto cambiare niente al valore del film - scrive Giovanni Moro -. Trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull'esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti e degli atti noti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda».
«È una pellicola davvero liberatoria:
colma un buco nella nostra storia»
"Buongiorno, notte" è «un film molto liberatorio». A definire così la pellicola sul rapimento Moro che Marco Bellocchio ha portato in concorso alla Mostra del cinema è il presidente della Rai, Lucia Annunziata, che ieri era alla proiezione ufficiale ma che ha già visto l'opera «ben tre volte». «Trovo liberatorio, quasi catartico che Bellocchio abbia rimesso sullo sfondo la politica e in primo piano la psicologia dei terroristi. Questo film - aggiunge - colma un vuoto nella nostra generazione, che ha scritto di tutti tranne che di Moro e del terrorismo. In fondo siamo stati presi tutti in ostaggio da una banda di persone, i terroristi, che erano meno bravi di noi, meno intelligenti di noi e che impressero un colpo fatale», prosegue il presidente a margine della conferenza stampa del film, che ha seguito con attenzione in prima fila. A chi le domanda come presenterebbe questa pellicola in televisione, la Annunziata risponde: «Io sono di vecchio stampo. A me piace il dibattito. Farei parlare chi ha vissuto quegli anni». Sulla necessità che la tv di Stato (che attraverso Rai Cinema ha coprodotto il film di Bellocchio) dedichi dei programmi alla storia recente del nostro paese, la Annunziata aggiunge: «Mi sto battendo perché la Rai produca una serie a metà tra documentario e inchiesta giornalistica sugli ultimi 30 anni della storia italiana» (Adnkronos)
Buongiorno, notte: La Gazzetta del Sud
La Gazzetta del Sud 5.9.03
«Buongiorno notte», già nel novero delle nomination per il Leone d'oro, è stato accolto con una standing ovation di 15 minuti
Bellocchio commuove Venezia
«Il mio racconto del caso Moro non è una verità storica»
di Silvio Danese
VENEZIA – Nella standing ovation (quindici minuti di applausi) per il film di Marco Bellocchio, ieri in concorso, si può leggere il bisogno di medicare una delle grandi ferite collettive della storia contemporanea italiana via rito cinematografico? Del diciannovesimo e commovente lungometraggio di Bellocchio, «Buongiorno notte», già nel novero delle nomination per il Leone d'oro, al pubblico è restata l'impressione di un film necessario: «L'oggetto del mio film, però, non è la verità storica – ha precisato Bellocchio –. Per me era più importante analizzare la follia di quel delitto, e per questo, nel rispetto del mio stile e di quella tragedia, dovevo affermare un'infedeltà storica, non potevo fare diversamente. So che è di fondamentale importanza, ma non era nel mio obiettivo capire chi c'era dietro i terroristi, affrontare quel dibattito sul complotto che per anni ci siamo portati dietro. Ho puntato sull'invenzione di Chiara, il personaggio interpretato da Maya Sansa, che ad un certo punto reagisce, non ci sta, come invece non è avvenuto nella storia vera». Bellocchio, che tradisce il piacere del consenso, proprio quando si schermisce, si aspetta reazioni politiche: «Qualcuna sì, ma più da sinistra che da destra. Finirà che mi rinfaccerano di aver trattato male i terroristi. Comunque non mi preoccupo: in fondo ho affrontato un film su una vicenda fondamentale della storia italiana soltanto perché ho avuto la possibilià di raccontarla in libertà, altrimenti non avrei accettato. Questo è un film su commissione. Me lo ha proposto Rai Cinema, non l'ho scelto io. Semmai sono più preoccupato dalla reazione degli spettatori: il distributore, la 01, ha creduto nel film, al punto che esce domani in 170 sale. Se va bene ok, ma se va male passeranno anni perché io possa farne un altro». Nella rilettura del caso Moro, che incrementa il numero dei film di Venezia sul mito del padre (dal dramma russo «Il ritorno» al comico americano «Anythings else» di Allen), echeggia l'inquieto mito della resistenza: «Ai tempi del delitto Moro una parte della sinistra criticava i partiti di sinistra perché avevano “annacquato” lo spirito della resistenza, riducendolo a puro cerimoniale. Ecco allora il segno della croce che i brigatisti fanno prima dell'esecuzione, che mostra come fossero più religiosi degli stessi democristiani. Il film è stato visto anche dal segretario di Moro, Guerzoni, secondo il quale l'ultima scena che mostra Moro vivo in giro per la città ci ricorda come la sua tragedia non sia cancellabile. Ho dedicato questo film a mio padre perché mentre giravo, guardavo Herlitzka sul set e mi veniva in mente la personalità di mio padre. Morì che ero adole scente e in qualche modo lo annullai. Ricordo la sua onestà come conservatore». Nella polemica innestata qualche giorno fa dal dissenso di Maria Fida Moro, espresso prima di vedere il film, s'inseriscono le parole di consenso dell'altro figlio, Giovanni, in una lettera che Bellocchio legge: «È il caso di una creazione artistica capace, proprio restando tale, di accrescere la conoscenza della realtà».
Commuoversi più per una br che per Moro?
NON POSPORRE LE VITTIME
di Umberto Cecchi
Stiamo attraversando una lunga stagione di perdono. E di buonismo. Ma mentre la Chiesa per perdonare chiede il pentimento, la nostra società laica, e pigramente cinica, non chiede niente. Spesso perdona per stanchezza. Perché non perdonare è faticoso. Almeno in certi casi. E c'è qualcosa di più inquietante ancora nel nostro senso del perdono, c'è il plusvalore delle parole: chi parla meglio e con maggior convinzione, finisce per aver ragione sui morti ammazzati. Fa breccia nelle nostre intelligenze intorpidite da carriere, week end e consumi. Così ci domandiamo perché c'è chi deve soffrire in carcere per vecchie cose dimenticate, mentre noi ci azzuffiamo per il quotidiano. A Venezia, “Buongiorno notte” di Bellocchio, ci ripropone il dramma di una giovane terrorista. La vivandiera di Moro. E ci commuove con lo strazio di una militante severa e sensibile costretta a mediare fra la vita quotidiana, gli affetti e il terrore in nome di una militanza rigorosa. E assurdamente finisce per commuoverci più del cadavere di Moro ripigiato in quel portabagli. Oggi Sergio Segio, uno degli attori di quello specioso atto di terrorismo, esce di carcere. Forse ci commuoverà anche lui con le sue memorie di bravo ragazzo impegnato a lottare per un mondo migliore. Scriverà di certo un libro che leggeremo, e lo ascolteremo nei salotti. È la prassi. Proprio ieri l'Europa con i suoi apparati burocratico-giuridici ci ha rimproverato di tenere in carcere Adriano Sofri, sostenendo che con il suo comportamento ha già pagato. Non sono d'accordo, ma credo sia ormai il caso di lasciar definitivamente libero questo carcerato anomalo e privilegiato, che a differenza di tutti gli altri, scrive su decine di giornali, fa della Tv e riceve segretari di partito. Ha pagato, dicono. Sarà. Ma quanto ha pagato la famiglia Calabresi che ha avuto la sventura d'essere famiglia di commissario e non di rivoluzionario? Insomma, Signora Europa, maestrina dalla penna rossa sempre severa con l'Italietta Berlusconiana, liberiamolo pure Sofri, ma per favore, senza inni di gioia né lacrime di commozione. Certo, siamo in un momento di gran voglia di dimenticare. Ma è davvero così facile? Togliatti amnistiò crimini politici e quant'altro per poter ripartire con un'Italia nuova. Chiuse burocraticamente con la storia, ma i moti dell'animo sono ancora aperti. Perché l'animo umano non è un archivio di tribunale. Va bene, perdoniamo, ma per favore non creiamo la melassa del perdono: ci sono ferite aperte. Alcune recentissime. C'è ancora qualcuno, Stato compreso, che si ricorda di Biagi?
MA SONO DIVERSE LE OPERE VALIDE IN CONCORSO
E adesso il regista italiano è tra i favoriti
VENEZIA – Dopo il consenso della stampa (inattesa standing ovation, raramente riservata) e soprattutto degli operatori stranieri che lo hanno già prenotato per i prossimi festival di Toronto, New York e Londra, Marco Bellocchio e il suo «Buongiorno, notte» dedicato al caso Moro, puntano dritto al Leone d'oro. In un Totoleoni, necessariamente parziale visto che manca l'atteso «21 grammi» di Alejandro Gonzalez Inarritu con un bel cast formato da Sean Penn, Benicio Del Toro e Naomi Watts, Bellocchio è senz'altro tra i favoriti, anche se forse più che il Leone potrebbe avere il Gran Premio della giuria o il premio speciale per la regia, mentre un riconoscimento tra i suoi attori spetterebbe a Roberto Herlitzka che interpreta Moro. Tra l'altro Bellocchio non ha mai vinto a Venezia. Bellocchio, secondo le indiscrezioni raccolte ieri, se la sta giocando con il russo «Il ritorno» (che ha in più la triste storia del protagonista bambino morto dopo le riprese) di Andrej Zvjagintsev, che ha avuto grandi consensi ovunque. Se Monicelli e i suoi giurati si ricorderanno di quello che è accaduto a Cannes quest'anno con «Uzak», c'è l'eventualità di una Coppa Volpi ex aequo tra i due ragazzi, Vladimir Garin e Ivan Dobronravov). Però, pare la giuria stia considerando anche un'altra eventualità, quella di premiare l'efficace «Zatoichi» di Takeshi Kitano, film ironico e di grande qualità visiva. Kitano potrebbe in mancanza di altri premi avere la coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Restano in zona premi il polacco 'Pornografià di Jan Kakub Kolski tratto da un romanzo di Witold Gombrowicz, il cui protagonista è in odore di Coppa Volpi, poi «Il miracolo» di Edoardo Winspeare, piaciuto ai critici e buon compromesso per un eventuale giuria divisa. In una rosa si possono includere il caotico condominio di Amos Gitai che con 'Alilà potrebbe ottenere la Coppa Volpi per l'attrice Ronit Elkabetz; il maestro portoghese Manoel de Oliveira con il suo «Un film parlato»; la tedesca Margarethe Von Trotta, il cui ritorno al cinema sotto il segno di «Rosenstrasse», storia di una piccola resistenza tedesca al nazismo potrebbe aver centrato i tempi. Nonostante le attese della vigilia resta escluso (più che altro è una speranza) il film di Bruno Dumont «Twentynine Palms», noioso nella sua sessualità meccanica.
«Buongiorno notte», già nel novero delle nomination per il Leone d'oro, è stato accolto con una standing ovation di 15 minuti
Bellocchio commuove Venezia
«Il mio racconto del caso Moro non è una verità storica»
di Silvio Danese
VENEZIA – Nella standing ovation (quindici minuti di applausi) per il film di Marco Bellocchio, ieri in concorso, si può leggere il bisogno di medicare una delle grandi ferite collettive della storia contemporanea italiana via rito cinematografico? Del diciannovesimo e commovente lungometraggio di Bellocchio, «Buongiorno notte», già nel novero delle nomination per il Leone d'oro, al pubblico è restata l'impressione di un film necessario: «L'oggetto del mio film, però, non è la verità storica – ha precisato Bellocchio –. Per me era più importante analizzare la follia di quel delitto, e per questo, nel rispetto del mio stile e di quella tragedia, dovevo affermare un'infedeltà storica, non potevo fare diversamente. So che è di fondamentale importanza, ma non era nel mio obiettivo capire chi c'era dietro i terroristi, affrontare quel dibattito sul complotto che per anni ci siamo portati dietro. Ho puntato sull'invenzione di Chiara, il personaggio interpretato da Maya Sansa, che ad un certo punto reagisce, non ci sta, come invece non è avvenuto nella storia vera». Bellocchio, che tradisce il piacere del consenso, proprio quando si schermisce, si aspetta reazioni politiche: «Qualcuna sì, ma più da sinistra che da destra. Finirà che mi rinfaccerano di aver trattato male i terroristi. Comunque non mi preoccupo: in fondo ho affrontato un film su una vicenda fondamentale della storia italiana soltanto perché ho avuto la possibilià di raccontarla in libertà, altrimenti non avrei accettato. Questo è un film su commissione. Me lo ha proposto Rai Cinema, non l'ho scelto io. Semmai sono più preoccupato dalla reazione degli spettatori: il distributore, la 01, ha creduto nel film, al punto che esce domani in 170 sale. Se va bene ok, ma se va male passeranno anni perché io possa farne un altro». Nella rilettura del caso Moro, che incrementa il numero dei film di Venezia sul mito del padre (dal dramma russo «Il ritorno» al comico americano «Anythings else» di Allen), echeggia l'inquieto mito della resistenza: «Ai tempi del delitto Moro una parte della sinistra criticava i partiti di sinistra perché avevano “annacquato” lo spirito della resistenza, riducendolo a puro cerimoniale. Ecco allora il segno della croce che i brigatisti fanno prima dell'esecuzione, che mostra come fossero più religiosi degli stessi democristiani. Il film è stato visto anche dal segretario di Moro, Guerzoni, secondo il quale l'ultima scena che mostra Moro vivo in giro per la città ci ricorda come la sua tragedia non sia cancellabile. Ho dedicato questo film a mio padre perché mentre giravo, guardavo Herlitzka sul set e mi veniva in mente la personalità di mio padre. Morì che ero adole scente e in qualche modo lo annullai. Ricordo la sua onestà come conservatore». Nella polemica innestata qualche giorno fa dal dissenso di Maria Fida Moro, espresso prima di vedere il film, s'inseriscono le parole di consenso dell'altro figlio, Giovanni, in una lettera che Bellocchio legge: «È il caso di una creazione artistica capace, proprio restando tale, di accrescere la conoscenza della realtà».
Commuoversi più per una br che per Moro?
NON POSPORRE LE VITTIME
di Umberto Cecchi
Stiamo attraversando una lunga stagione di perdono. E di buonismo. Ma mentre la Chiesa per perdonare chiede il pentimento, la nostra società laica, e pigramente cinica, non chiede niente. Spesso perdona per stanchezza. Perché non perdonare è faticoso. Almeno in certi casi. E c'è qualcosa di più inquietante ancora nel nostro senso del perdono, c'è il plusvalore delle parole: chi parla meglio e con maggior convinzione, finisce per aver ragione sui morti ammazzati. Fa breccia nelle nostre intelligenze intorpidite da carriere, week end e consumi. Così ci domandiamo perché c'è chi deve soffrire in carcere per vecchie cose dimenticate, mentre noi ci azzuffiamo per il quotidiano. A Venezia, “Buongiorno notte” di Bellocchio, ci ripropone il dramma di una giovane terrorista. La vivandiera di Moro. E ci commuove con lo strazio di una militante severa e sensibile costretta a mediare fra la vita quotidiana, gli affetti e il terrore in nome di una militanza rigorosa. E assurdamente finisce per commuoverci più del cadavere di Moro ripigiato in quel portabagli. Oggi Sergio Segio, uno degli attori di quello specioso atto di terrorismo, esce di carcere. Forse ci commuoverà anche lui con le sue memorie di bravo ragazzo impegnato a lottare per un mondo migliore. Scriverà di certo un libro che leggeremo, e lo ascolteremo nei salotti. È la prassi. Proprio ieri l'Europa con i suoi apparati burocratico-giuridici ci ha rimproverato di tenere in carcere Adriano Sofri, sostenendo che con il suo comportamento ha già pagato. Non sono d'accordo, ma credo sia ormai il caso di lasciar definitivamente libero questo carcerato anomalo e privilegiato, che a differenza di tutti gli altri, scrive su decine di giornali, fa della Tv e riceve segretari di partito. Ha pagato, dicono. Sarà. Ma quanto ha pagato la famiglia Calabresi che ha avuto la sventura d'essere famiglia di commissario e non di rivoluzionario? Insomma, Signora Europa, maestrina dalla penna rossa sempre severa con l'Italietta Berlusconiana, liberiamolo pure Sofri, ma per favore, senza inni di gioia né lacrime di commozione. Certo, siamo in un momento di gran voglia di dimenticare. Ma è davvero così facile? Togliatti amnistiò crimini politici e quant'altro per poter ripartire con un'Italia nuova. Chiuse burocraticamente con la storia, ma i moti dell'animo sono ancora aperti. Perché l'animo umano non è un archivio di tribunale. Va bene, perdoniamo, ma per favore non creiamo la melassa del perdono: ci sono ferite aperte. Alcune recentissime. C'è ancora qualcuno, Stato compreso, che si ricorda di Biagi?
MA SONO DIVERSE LE OPERE VALIDE IN CONCORSO
E adesso il regista italiano è tra i favoriti
VENEZIA – Dopo il consenso della stampa (inattesa standing ovation, raramente riservata) e soprattutto degli operatori stranieri che lo hanno già prenotato per i prossimi festival di Toronto, New York e Londra, Marco Bellocchio e il suo «Buongiorno, notte» dedicato al caso Moro, puntano dritto al Leone d'oro. In un Totoleoni, necessariamente parziale visto che manca l'atteso «21 grammi» di Alejandro Gonzalez Inarritu con un bel cast formato da Sean Penn, Benicio Del Toro e Naomi Watts, Bellocchio è senz'altro tra i favoriti, anche se forse più che il Leone potrebbe avere il Gran Premio della giuria o il premio speciale per la regia, mentre un riconoscimento tra i suoi attori spetterebbe a Roberto Herlitzka che interpreta Moro. Tra l'altro Bellocchio non ha mai vinto a Venezia. Bellocchio, secondo le indiscrezioni raccolte ieri, se la sta giocando con il russo «Il ritorno» (che ha in più la triste storia del protagonista bambino morto dopo le riprese) di Andrej Zvjagintsev, che ha avuto grandi consensi ovunque. Se Monicelli e i suoi giurati si ricorderanno di quello che è accaduto a Cannes quest'anno con «Uzak», c'è l'eventualità di una Coppa Volpi ex aequo tra i due ragazzi, Vladimir Garin e Ivan Dobronravov). Però, pare la giuria stia considerando anche un'altra eventualità, quella di premiare l'efficace «Zatoichi» di Takeshi Kitano, film ironico e di grande qualità visiva. Kitano potrebbe in mancanza di altri premi avere la coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Restano in zona premi il polacco 'Pornografià di Jan Kakub Kolski tratto da un romanzo di Witold Gombrowicz, il cui protagonista è in odore di Coppa Volpi, poi «Il miracolo» di Edoardo Winspeare, piaciuto ai critici e buon compromesso per un eventuale giuria divisa. In una rosa si possono includere il caotico condominio di Amos Gitai che con 'Alilà potrebbe ottenere la Coppa Volpi per l'attrice Ronit Elkabetz; il maestro portoghese Manoel de Oliveira con il suo «Un film parlato»; la tedesca Margarethe Von Trotta, il cui ritorno al cinema sotto il segno di «Rosenstrasse», storia di una piccola resistenza tedesca al nazismo potrebbe aver centrato i tempi. Nonostante le attese della vigilia resta escluso (più che altro è una speranza) il film di Bruno Dumont «Twentynine Palms», noioso nella sua sessualità meccanica.
Buongiorno, notte: La Gazzetta di Parma
La Gazzetta di Parma 5.9.03
Bellocchio, un «caso» da Leone
«Buongiorno, notte», camera con vista emotiva su Moro e i suoi carcerieri
di Maurizio Schiaretti
VENEZIA - Un quarto di secolo ci separa ormai dai giorni del rapimento e dell'omicidio di Aldo Moro. Venticinque anni durante i quali non è stato possibile fare piena luce non solo su quanto è avvenuto in quella insospettabile casa borghese abitata da una insospettabile giovane coppia borghese ma soprattutto sui comportamenti non ufficiali degli «amici» e dei colleghi di partito dello scomodo statista.
Marco Bellocchio, autore da sempre in cerca di risposte (le domande è la vita stessa a suggerirle), è tornato a quei giorni con Buongiorno, notte (titolo tratto da un verso di Emily Dickinson ma lo spunto per la sceneggiatura viene dal libro-documento Il prigioniero di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella, pubblicato da Mondadori nel 1998 e nuovamente in uscita in ottobre presso Feltrinelli), salutato da un lunghissimo, caloroso applauso al termine della proiezione per gli accreditati.
Se l'applausometro avesse un valore, Bellocchio avrebbe già vinto il Leone d'oro. Certo è, al momento (mancano ancora due film all'appello), il più serio candidato perché il suo film è asciutto, onesto, con una coerenza interna di grande efficacia. Non è, né ha mai voluto essere, una ricostruzione storica bensì emotiva, attraversando sentimenti, passioni, pulsioni, paure, dubbi, tensioni e certezze di un manipolo di violenti «sognatori» (sì, per quanto la definizione si presti ad una falsa interpretazione: il sogno che aveva acceso il '68 e visto scendere nelle strade ragazzi di vent'anni - come il Théo e l'Isabelle di Bernardo Bertolucci - che dieci anni dopo, lasciate le «meravigliose Molotov» avrebbero imbracciato il mitra) talmente chiusi nella loro utopia da pensare di poter ri-definire i concetti di bene e male.
Bellocchio cerca volti e sguardi, con inquadrature strette, spessissimo in primo piano, racconta sogni e incubi, quindi stati d'animo evocando fatti e azioni esclusivamente tramite documenti d'epoca: i titoli dei giornali, i servizi dei telegiornali con le facce imbarazzate dei padroni della politica.
Racconta così la vita quotidiana dei carcerieri (pulire la verdura, giocare coi canarini, eccetera), che ricorda quella dei torturatori argentini sobriamente e drammaticamente descritta da Mario Bechis in Garage Olimpo, definendone la «doppiezza» con un dettaglio: i falsi coniugi si tolgono le fedi appena rientrano in casa e le rimettono se qualcuno suona alla porta.
E mette a confronto due modi di intendere la rivoluzione: quello della generazione che ha fatto la resistenza e canta inni che riescono a coinvolgere anche i giovani, e quello di chi spara e uccide in nome di un movimento che esiste solo in fieri. Il regista (che hitchcockianamente «firma» il film comparendo tra gli ospiti che assistono alla seduta spiritica) si schiera decisamente con la prima e pone sullo stesso piano Brigate Rosse e fascismo.
Il film vive attraverso lo sguardo intenso di Maya Sansa (Chiara è l'unica ad essere seguita fuori dalla casa-prigione, sul posto di lavoro al Ministero, nei dialoghi con i colleghi, al cimitero dove sono sepolti i genitori, in famiglia) ed a lei viene affidata l'evoluzione dei sentimenti del gruppo tutt'altro che monolitico: Mariano (Luigi Lo Cascio) vive di certezze che Ernesto (Pier Giorgio Bellocchio) presto smette di condividere mentre Primo (Giovanni Calcagno) sembra lasciarsi trascinare dalla corrente. «Diventerò un martire, l'idiota di cui si serviranno per annientarvi» dice Moro (Roberto Herlitzka) ai suoi carcerieri preannunciando una inevitabile conclusione. Ed è forse intuendo questo che Chiara sogna (ancora un sogno!) che il «Presidente» possa uscire all'alba e tornare verso casa. Una gran bella pagina di cinema.
Tutti i coreani sono ossessionati dal sesso o solamente quelli che realizzano film da mandare ai festival? Il dubbio è legittimo viste le pellicole in gara negli ultimi anni: a Venezia nel 1999 Bugie di Jang Sun Woo (irritante e deludente ma difeso a denti stretti dall'allora direttore Alberto Barbera, come oggi il direttore Moritz de Hadeln difende Twentynine Palms cercando di convincerci che si tratta di opera d'arte), nel 2000 L'isola di Kim Ki-Duk, nel 2002 Oasis di Lee Chang-dong (selezionato poi per anche la Settimana della critica a Cannes); a Cannes nel 2001 Piaceri sconosciuti di Jia Zhang-Ke, nel 2002 Ebbro di donne e di pittura di Im Kwontaek. Ed ora La moglie di un buon avvocato di Im Sang-Soo nel quale si intrecciano storie diverse con un preciso filo conduttore, un'unica dichiarata finalità. Il quarantenne regista già assistente di Im Kwontaek e autore di Girls Night Out, che ha avuto buon successo in Francia, è padrone del mestiere e dirige con sicurezza gli attori ma pretende troppo quando vuol farci credere che questo sia uno spaccato della vita quotidiana della sua generazione in Corea.
«Ho voluto fare un film infedele»
Standing ovation per il regista: «Non m'interessava subire la Storia». «Gli attori? Bravissimi»
di Filiberto Molossi
VENEZIA - Un lunghissimo applauso, convinto, sincero, «trasversale»: cinque interminabili minuti, che si sono quasi trasformati in una standing ovation, per salutare Marco Bellocchio, l'autore di Buongiorno, notte (da oggi nelle sale: a Parma esce all'Astra), tra i più credibili candidati alla vittoria finale. La sua interpretazione del «caso Moro», onirica e interiore, ha conquistato critica e pubblico: ecco pensieri e parole di un regista coi pugni in tasca.
•Una tragedia italiana. «Non ho scelto io - racconta il regista piacentino - di fare un film su Moro: in realtà, mi è stato commissionato dalla Rai. Ma è una sfida che mi ha coinvolto da subito: diversamente dagli altri film che si sono occupati del rapimento di Moro, io volevo che il mio fosse infedele: la verità storica non mi interessava, non volevo subire la Storia né andare a caccia dei veri responsabili di quell'evento, ma desideravo piuttosto capire se nell'immane tragedia di quell'uomo ci fosse spazio per una traccia che contraddicesse la drammatica fatalità di questa vicenda. Tanto che il personaggio principale è quello di Chiara, una terrorista che si 'ribella' alla situazione in essere: nella realtà, non andò così».
•Le fonti. «Abbiamo preso molti spunti da Il prigioniero, un libro dell'ex brigatista Anna Laura Braghetti, che ora rimpiange e si rimprovera di non avere reagito in qualche modo alla condanna a morte di Moro. Ho usato la cronaca come materiale grezzo, da trasformare: mi interessava la quotidianità, la familiarità, dei terroristi. In un primo tempo, addirittura, avevo pensato di non mostrare mai Moro, facendo sentire solo la sua voce: poi la storia ha preso un'altra piega, siamo entrati dentro alla sua cella».
•Come i nazisti. «La cosa più folle di tutta quella vicenda fu l'assassinio a freddo di Moro: i terroristi mi hanno ricordato i tedeschi durante la seconda guerra mondiale, quando buttavano nel fiume i poveri partigiani».
•Le Br oggi. «Non ho mai simpatizzato per i brigatisti: oggi, poi, mi paiono ancora più fuori dal mondo e dalla realtà e non credo abbiano molta acqua in cui nuotare».
•Il titolo. «E' tratto da un verso di Emily Dickinson: credo evochi bene quel periodo, angosciante e oscuro. Ma se oggi sia giorno, non so».
•Nel nome del padre. «Ho perso mio padre quando ero ancora adolescente: dimenticandolo, perché il dolore era troppo grande. Gli ho dedicato questo film, perché la figura di Moro me lo ricorda. Anche il sogno della protagonista con Moro che va in giro, libero, per l'appartamento mentre i brigatisti dormono, è un ricordo d'infanzia: ho ripensato a mio padre che passeggiava per la casa e ci guardava dormire».
•La musica. «Ho scelto i Pink Floyd su suggerimento di mia moglie, che è anche la montatrice del film: mi pare che la loro musica sintetizzi benissimo quel momento storico, rappresentando in maniera davvero immediata la ribellione e la disperazione di quegli anni».
•Gli attori. «Se il risultato è buono, molto del merito va a loro». A Roberto Herlitzka, allora, un dolente Aldo Moro: «Ho sposato subito lo spirito del film - spiega - che tratta di una tragedia interiore: dando il mio piccolo contributo a un dramma enormemente più grande di quello che potessi solo immaginare».
«La prima volta che ho incontrato Bellocchio - dice invece Maya Sansa, che nel film è la terrorista Chiara - lui non mi ha dato il copione: di quel periodo sapevo poco, se non attraverso i racconti di altri. Mi sono informata, ho letto il libro della Braghetti: ma poi mi sono tuffata solo nel copione, molto diverso in realtà dal libro. Quello del mio personaggio è un percorso introspettivo, in parte schizofrenico: Chiara, alla prima vera missione, è costretta a confrontarsi con la verità dei fatti».
•Mio figlio. Nel cast di Buongiorno, notte, nella parte di uno dei brigatisti, c'è anche Pier Giorgio Bellocchio, il figlio del regista. «Com'è dirigere un figlio? Ti dà un sacco di problemi - commenta l'autore -, è sempre un rischio. Ma Pier Giorgio è davvero un ottimo attore: e ha interpretato il suo ruolo in maniera eccellente».
Bellocchio, un «caso» da Leone
«Buongiorno, notte», camera con vista emotiva su Moro e i suoi carcerieri
di Maurizio Schiaretti
VENEZIA - Un quarto di secolo ci separa ormai dai giorni del rapimento e dell'omicidio di Aldo Moro. Venticinque anni durante i quali non è stato possibile fare piena luce non solo su quanto è avvenuto in quella insospettabile casa borghese abitata da una insospettabile giovane coppia borghese ma soprattutto sui comportamenti non ufficiali degli «amici» e dei colleghi di partito dello scomodo statista.
Marco Bellocchio, autore da sempre in cerca di risposte (le domande è la vita stessa a suggerirle), è tornato a quei giorni con Buongiorno, notte (titolo tratto da un verso di Emily Dickinson ma lo spunto per la sceneggiatura viene dal libro-documento Il prigioniero di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella, pubblicato da Mondadori nel 1998 e nuovamente in uscita in ottobre presso Feltrinelli), salutato da un lunghissimo, caloroso applauso al termine della proiezione per gli accreditati.
Se l'applausometro avesse un valore, Bellocchio avrebbe già vinto il Leone d'oro. Certo è, al momento (mancano ancora due film all'appello), il più serio candidato perché il suo film è asciutto, onesto, con una coerenza interna di grande efficacia. Non è, né ha mai voluto essere, una ricostruzione storica bensì emotiva, attraversando sentimenti, passioni, pulsioni, paure, dubbi, tensioni e certezze di un manipolo di violenti «sognatori» (sì, per quanto la definizione si presti ad una falsa interpretazione: il sogno che aveva acceso il '68 e visto scendere nelle strade ragazzi di vent'anni - come il Théo e l'Isabelle di Bernardo Bertolucci - che dieci anni dopo, lasciate le «meravigliose Molotov» avrebbero imbracciato il mitra) talmente chiusi nella loro utopia da pensare di poter ri-definire i concetti di bene e male.
Bellocchio cerca volti e sguardi, con inquadrature strette, spessissimo in primo piano, racconta sogni e incubi, quindi stati d'animo evocando fatti e azioni esclusivamente tramite documenti d'epoca: i titoli dei giornali, i servizi dei telegiornali con le facce imbarazzate dei padroni della politica.
Racconta così la vita quotidiana dei carcerieri (pulire la verdura, giocare coi canarini, eccetera), che ricorda quella dei torturatori argentini sobriamente e drammaticamente descritta da Mario Bechis in Garage Olimpo, definendone la «doppiezza» con un dettaglio: i falsi coniugi si tolgono le fedi appena rientrano in casa e le rimettono se qualcuno suona alla porta.
E mette a confronto due modi di intendere la rivoluzione: quello della generazione che ha fatto la resistenza e canta inni che riescono a coinvolgere anche i giovani, e quello di chi spara e uccide in nome di un movimento che esiste solo in fieri. Il regista (che hitchcockianamente «firma» il film comparendo tra gli ospiti che assistono alla seduta spiritica) si schiera decisamente con la prima e pone sullo stesso piano Brigate Rosse e fascismo.
Il film vive attraverso lo sguardo intenso di Maya Sansa (Chiara è l'unica ad essere seguita fuori dalla casa-prigione, sul posto di lavoro al Ministero, nei dialoghi con i colleghi, al cimitero dove sono sepolti i genitori, in famiglia) ed a lei viene affidata l'evoluzione dei sentimenti del gruppo tutt'altro che monolitico: Mariano (Luigi Lo Cascio) vive di certezze che Ernesto (Pier Giorgio Bellocchio) presto smette di condividere mentre Primo (Giovanni Calcagno) sembra lasciarsi trascinare dalla corrente. «Diventerò un martire, l'idiota di cui si serviranno per annientarvi» dice Moro (Roberto Herlitzka) ai suoi carcerieri preannunciando una inevitabile conclusione. Ed è forse intuendo questo che Chiara sogna (ancora un sogno!) che il «Presidente» possa uscire all'alba e tornare verso casa. Una gran bella pagina di cinema.
Tutti i coreani sono ossessionati dal sesso o solamente quelli che realizzano film da mandare ai festival? Il dubbio è legittimo viste le pellicole in gara negli ultimi anni: a Venezia nel 1999 Bugie di Jang Sun Woo (irritante e deludente ma difeso a denti stretti dall'allora direttore Alberto Barbera, come oggi il direttore Moritz de Hadeln difende Twentynine Palms cercando di convincerci che si tratta di opera d'arte), nel 2000 L'isola di Kim Ki-Duk, nel 2002 Oasis di Lee Chang-dong (selezionato poi per anche la Settimana della critica a Cannes); a Cannes nel 2001 Piaceri sconosciuti di Jia Zhang-Ke, nel 2002 Ebbro di donne e di pittura di Im Kwontaek. Ed ora La moglie di un buon avvocato di Im Sang-Soo nel quale si intrecciano storie diverse con un preciso filo conduttore, un'unica dichiarata finalità. Il quarantenne regista già assistente di Im Kwontaek e autore di Girls Night Out, che ha avuto buon successo in Francia, è padrone del mestiere e dirige con sicurezza gli attori ma pretende troppo quando vuol farci credere che questo sia uno spaccato della vita quotidiana della sua generazione in Corea.
«Ho voluto fare un film infedele»
Standing ovation per il regista: «Non m'interessava subire la Storia». «Gli attori? Bravissimi»
di Filiberto Molossi
VENEZIA - Un lunghissimo applauso, convinto, sincero, «trasversale»: cinque interminabili minuti, che si sono quasi trasformati in una standing ovation, per salutare Marco Bellocchio, l'autore di Buongiorno, notte (da oggi nelle sale: a Parma esce all'Astra), tra i più credibili candidati alla vittoria finale. La sua interpretazione del «caso Moro», onirica e interiore, ha conquistato critica e pubblico: ecco pensieri e parole di un regista coi pugni in tasca.
•Una tragedia italiana. «Non ho scelto io - racconta il regista piacentino - di fare un film su Moro: in realtà, mi è stato commissionato dalla Rai. Ma è una sfida che mi ha coinvolto da subito: diversamente dagli altri film che si sono occupati del rapimento di Moro, io volevo che il mio fosse infedele: la verità storica non mi interessava, non volevo subire la Storia né andare a caccia dei veri responsabili di quell'evento, ma desideravo piuttosto capire se nell'immane tragedia di quell'uomo ci fosse spazio per una traccia che contraddicesse la drammatica fatalità di questa vicenda. Tanto che il personaggio principale è quello di Chiara, una terrorista che si 'ribella' alla situazione in essere: nella realtà, non andò così».
•Le fonti. «Abbiamo preso molti spunti da Il prigioniero, un libro dell'ex brigatista Anna Laura Braghetti, che ora rimpiange e si rimprovera di non avere reagito in qualche modo alla condanna a morte di Moro. Ho usato la cronaca come materiale grezzo, da trasformare: mi interessava la quotidianità, la familiarità, dei terroristi. In un primo tempo, addirittura, avevo pensato di non mostrare mai Moro, facendo sentire solo la sua voce: poi la storia ha preso un'altra piega, siamo entrati dentro alla sua cella».
•Come i nazisti. «La cosa più folle di tutta quella vicenda fu l'assassinio a freddo di Moro: i terroristi mi hanno ricordato i tedeschi durante la seconda guerra mondiale, quando buttavano nel fiume i poveri partigiani».
•Le Br oggi. «Non ho mai simpatizzato per i brigatisti: oggi, poi, mi paiono ancora più fuori dal mondo e dalla realtà e non credo abbiano molta acqua in cui nuotare».
•Il titolo. «E' tratto da un verso di Emily Dickinson: credo evochi bene quel periodo, angosciante e oscuro. Ma se oggi sia giorno, non so».
•Nel nome del padre. «Ho perso mio padre quando ero ancora adolescente: dimenticandolo, perché il dolore era troppo grande. Gli ho dedicato questo film, perché la figura di Moro me lo ricorda. Anche il sogno della protagonista con Moro che va in giro, libero, per l'appartamento mentre i brigatisti dormono, è un ricordo d'infanzia: ho ripensato a mio padre che passeggiava per la casa e ci guardava dormire».
•La musica. «Ho scelto i Pink Floyd su suggerimento di mia moglie, che è anche la montatrice del film: mi pare che la loro musica sintetizzi benissimo quel momento storico, rappresentando in maniera davvero immediata la ribellione e la disperazione di quegli anni».
•Gli attori. «Se il risultato è buono, molto del merito va a loro». A Roberto Herlitzka, allora, un dolente Aldo Moro: «Ho sposato subito lo spirito del film - spiega - che tratta di una tragedia interiore: dando il mio piccolo contributo a un dramma enormemente più grande di quello che potessi solo immaginare».
«La prima volta che ho incontrato Bellocchio - dice invece Maya Sansa, che nel film è la terrorista Chiara - lui non mi ha dato il copione: di quel periodo sapevo poco, se non attraverso i racconti di altri. Mi sono informata, ho letto il libro della Braghetti: ma poi mi sono tuffata solo nel copione, molto diverso in realtà dal libro. Quello del mio personaggio è un percorso introspettivo, in parte schizofrenico: Chiara, alla prima vera missione, è costretta a confrontarsi con la verità dei fatti».
•Mio figlio. Nel cast di Buongiorno, notte, nella parte di uno dei brigatisti, c'è anche Pier Giorgio Bellocchio, il figlio del regista. «Com'è dirigere un figlio? Ti dà un sacco di problemi - commenta l'autore -, è sempre un rischio. Ma Pier Giorgio è davvero un ottimo attore: e ha interpretato il suo ruolo in maniera eccellente».
Buongiorno, notte: L'Eco di Bergamo
L'Eco di Bergamo 5.9.03
Le «Br» di Bellocchio, più in trappola di Moro
I terroristi, nel film sul rapimento dello statista, visti nella quotidianità. E senza indulgenza
Il regista Marco Bellocchio con gli attori Maya Sansa e Luigi Lo Cascio alla presentazione del film Buongiorno, notte
di Marco Dell'Oro
VENEZIA Dieci minuti di applausi scroscianti, nel sottofinale, con la musica dei Pink Floyd che accompagna Aldo Moro fuori dalla prigione, liberato in un sogno impossibile, straziante e dolente. E ancora applausi sui titoli di coda, con le immagini dei telegiornali d'epoca, i funerali di Stato, i primi piani di politici, ministri e sindacalisti, Ingrao, Almirante, Lama, Cossiga e Zaccagnini impietriti dal dolore, Craxi, Andreotti, Leone.
Buongiorno, notte è un film che colpisce come un colpo secco di fucile: spietato faccia a faccia con il nostro passato, chiamata obbligatoria davanti alla febbre del dolore e del ricordo. Marco Bellocchio corre per il Leone d'oro con un'opera che vi tiene sempre in allerta per l'incombere di frementi inquietudini, e alla fine vi lascia un sordo malessere, come un'oscura ferita. Il titolo è tratto da una poesia di Emily Dickinson, che in verità si chiama: Buongiorno, Mezzanotte . La poetessa immagina di essere stata scacciata dal Giorno, cui aveva chiesto ospitalità, e quindi è costretta a tornare a vivere nella Notte. «Buongiorno, Mezzanotte, tu non sei così bella. Io avevo scelto il Giorno, ma ti prego accetta la bambina che lui ha cacciato lontano da sé».
Luce e buio, ragione e torto, coraggio e paura. Centrifugati dentro un'atmosfera claustrofobica come il covo di via Montalcini, i tormenti interiori agitano le veglie insonni della notte della ragione. È notte anche di giorno, nella prigione invisibile del leader Dc. Bellocchio, che nel 1965 aveva terremotato il cinema italiano con il suo lungometraggio d'esordio, I pugni in tasca , adesso «rifiuta» la Storia. Naturalmente si è documentato, ha letto le lettere di Moro e il libro di Anna Laura Braghetti (fu lei che acquistò l'appartamento in via Montalcini dove Moro venne tenuto prigioniero). Ma al di là del fatto che nel libro sono descritti episodi che poi nel film ha liberamente sviluppato e ampiamente tradito, conta lo spirito della pellicola e il suo equilibrio emozionale tra verità storica e finzione cinematografica. Bellocchio elude la cronaca per concentrarsi sull'interiorità dei personaggi. Prende dalla cronaca quel che gli serve per costruire la «sua» tragedia. Aveva bisogno di una forza di movimento, che limasse certezze per lasciare il posto a scintille di contraddizione, reazione, ribellione. L'ha trovata inventando un personaggio femminile straordinario.
Il cuore del film non è Moro, ma i sommovimenti dell'anima dei suoi carcerieri. Bellocchio ammette di essersi voluto inventare qualcosa di «falso», di «infedele». La differenza con Paolo Benvenuti, di cui abbiamo ancora negli occhi i suoi Segreti di Stato , è evidente. Uno fa i conti con controversi retroscena della Storia (pur senza mai dimenticare che di mestiere fa il regista, non lo storico), l'altro scandaglia i recessi dell'animo umano.
In Buongiorno, notte tutto è visto con gli occhi di una donna, Chiara (ispirata ad Anna Laura Braghetti, ha il volto di Maya Sansa), giovane terrorista e giovane idealista che nutre una sincera fiducia nella rivoluzione. Quel che vediamo di Moro e dei suoi carcerieri lo vediamo attraverso il suo sguardo, talvolta perso, spesso impaurito, inconsapevolmente (o consapevolmente, chissà) miope sulla realtà che la circonda. Sta commettendo un delitto eppure, di contro, è chiamata a vivere la normalità del quotidiano con i suoi ritmi di sempre: ufficio, colleghi e un ragazzo che sembra leggerla nel profondo, più di quanto lei stessa riesca a fare.
Combatte anche lei, certo, ma combatte con le sue emozioni e non è facile come nella lotta di classe. Si scopre in conflitto con i suoi compagni. La forza del passato non basta più per tenere insieme le crepe del presente. L'utopia rivoluzionaria ha perso il suo fascino e si sbriciola a contatto con il nemico, se il nemico è un prigioniero inerme e il prigioniero e lì, in casa con te, mangia la minestra che gli prepari tu, e scrive lettere alla moglie che poi tu leggi senza riuscire a trattenere le lacrime perché ti ricordano quelle che ti faceva leggere tuo padre, quando eri bambina, le lettere dei condannati a morte della Resistenza. Perché quelli erano gli anni, e non altri, erano gli anni Settanta, rivoluzionari a modo loro, non il modo migliore, beninteso, ma uno dei tanti e possibili per chi non voleva sceglierne altri. Guarda caso Bertolucci, proprio qui a Venezia, ha detto che il '68 è finito nel 1978: «Con la morte di Moro è finito un sogno». Una delle cose che più fanno impressione, nel film, sono le parole. Più ancora che il taglio dei pantaloni e delle giacche, sono le parole a dare la misura del tempo che è passato da allora, trent'anni come trecento. I brigatisti, soprattutto Moretti (che ha il volto di Luigi Lo Cascio) usano un vocabolario e una sintassi di pensiero che a molti giovani d'oggi potrebbe far pensare, forse, a un reperto da museo. Chi nel '78 aveva 20 o 40 anni, e a quel tempo ragionava in un certo modo, magari può capire. Ma che cosa dirà, oggi, un ragazzo di vent'anni, ascoltando questa frase: «Noi, presidente Moro, la uccidiamo per difendere gli operai delle fabbriche». Bellocchio è bravissimo a mostrare che lo scollamento c'era anche allora. Mostra i telegiornali d'epoca, il famoso comizio in cui Lama nega che si stia vivendo una guerra civile e accusa i brigatisti di essere assassini: i sequestratori, gli occhi incollati alla televisione, ascoltano increduli, e ancora più increduli, quasi sgomenti, ascoltano gli applausi a Lama da parte degli operai: «Ma come, applaudono?!». Le risposte del capo brigatista alle debolezze dei compagni (poter uscire dal covo per vedere la fidanzata, i dubbi sulla sorte del prigioniero) sono sempre risposte intimidatorie, il gesto di chi esclude dal tempio i profanatori. È proprio la pietas che a quel tempo si voleva fortissimamenente sopprimere: per sostituirla con qualcosa d'altro, chissà che cosa, di certo una cosa dura come l'algebra. Torbido inganno, schermo invisibile o impossibile difesa dai soprassalti del rimorso? Se ci è concessa una citazione fuori moda, e senza scandalizzare nessuno, anche il dottor Zivago all'inizio è entusiasta della rivoluzione. Ma quando, cento pagine dopo, l'illusione s'è dissolta, ammette: «Con la violenza non si ottiene niente. Al bene si deve giungere attraverso il bene». Bellocchio non ha uno sguardo indulgente sui carcerieri, no davvero. Meglio tenerli in tasca, i pugni, piuttosto che usarli per stringere pistole. Ricordando sempre che perdonare non è un dovere, ma una risorsa da scovare nel più intimo di sé.
I familiari sono divisi la critica è favorevole
di Alessandra Magliaro
VENEZIA La rappresentazione della tragedia finita il 9 maggio '78 con il corpo di Moro a via Caetani e la finzione del percorso umano di un personaggio che contraddice scelte e sogni. Marco Bellocchio tenta di allontanare cronaca e politica e riportare tutto al cinema con il «suo» sequestro Moro di Buongiorno notte. «L'oggetto del mio film non è la verità storica. Non mi ha interessato, pur essendo argomento di fondamentale importanza, capire chi c'era dietro i terroristi, affrontare quel dibattito sul complotto che per anni ci siamo portati dietro». Da lì, spiega il regista, «l'invenzione di Chiara, il personaggio interpretato da Maya Sansa, che ad un certo punto reagisce, come invece non è avvenuto nella storia vera».
Bellocchio svela che nelle prime stesure di sceneggiatura Moro non si doveva neppure vedere, «si doveva ascoltare solo la sua voce. Volevo fare quello che mi è più congeniale, girare dentro le case, filmare questa finta vita di famiglia e poi rischiare di guardare dentro la cella del prigioniero». Si aspetta polemiche politiche? Risponde con una battuta Bellocchio: «Qualcuna sì, ma più da sinistra che da destra. Magari mi rimprovereranno di aver trattato male i terroristi». Fra i tanti a congratularsi col regista, il figlio di Aldo Moro, Giovanni. «Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né cercare seriamente di liberare il prigioniero»: così, sottolineando il cuore del problema, si conclude la lettera che Giovanni Moro ha scritto all'amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone per ringraziarlo del film.
Di diverso parere invece era stata nei primi giorni del Festival la figlia dello statista Maria Fida: «A tutti non posso che ripetere quello che vado dicendo da 25 anni: Basta, pietà». Maria Fida Moro si era lamentata con il regista e la produzione per i ritardi con cui la famiglia era stata informata delle riprese, e ancora: «Ho capito che il film era collegato al libro di Anna Laura Braghetti ed è stato questo che ha provocato quello che ora non so se definire rammarico, rabbia, profondo dolore o tutto insieme: non è possibile che chiunque, tranne noi, possa parlare del caso Moro. In particolare, non è possibile che chi ha sequestrato e ucciso mio padre possa scrivere libri, fare film, partecipare a dibattiti televisivi, ottenere interviste».
Le «Br» di Bellocchio, più in trappola di Moro
I terroristi, nel film sul rapimento dello statista, visti nella quotidianità. E senza indulgenza
Il regista Marco Bellocchio con gli attori Maya Sansa e Luigi Lo Cascio alla presentazione del film Buongiorno, notte
di Marco Dell'Oro
VENEZIA Dieci minuti di applausi scroscianti, nel sottofinale, con la musica dei Pink Floyd che accompagna Aldo Moro fuori dalla prigione, liberato in un sogno impossibile, straziante e dolente. E ancora applausi sui titoli di coda, con le immagini dei telegiornali d'epoca, i funerali di Stato, i primi piani di politici, ministri e sindacalisti, Ingrao, Almirante, Lama, Cossiga e Zaccagnini impietriti dal dolore, Craxi, Andreotti, Leone.
Buongiorno, notte è un film che colpisce come un colpo secco di fucile: spietato faccia a faccia con il nostro passato, chiamata obbligatoria davanti alla febbre del dolore e del ricordo. Marco Bellocchio corre per il Leone d'oro con un'opera che vi tiene sempre in allerta per l'incombere di frementi inquietudini, e alla fine vi lascia un sordo malessere, come un'oscura ferita. Il titolo è tratto da una poesia di Emily Dickinson, che in verità si chiama: Buongiorno, Mezzanotte . La poetessa immagina di essere stata scacciata dal Giorno, cui aveva chiesto ospitalità, e quindi è costretta a tornare a vivere nella Notte. «Buongiorno, Mezzanotte, tu non sei così bella. Io avevo scelto il Giorno, ma ti prego accetta la bambina che lui ha cacciato lontano da sé».
Luce e buio, ragione e torto, coraggio e paura. Centrifugati dentro un'atmosfera claustrofobica come il covo di via Montalcini, i tormenti interiori agitano le veglie insonni della notte della ragione. È notte anche di giorno, nella prigione invisibile del leader Dc. Bellocchio, che nel 1965 aveva terremotato il cinema italiano con il suo lungometraggio d'esordio, I pugni in tasca , adesso «rifiuta» la Storia. Naturalmente si è documentato, ha letto le lettere di Moro e il libro di Anna Laura Braghetti (fu lei che acquistò l'appartamento in via Montalcini dove Moro venne tenuto prigioniero). Ma al di là del fatto che nel libro sono descritti episodi che poi nel film ha liberamente sviluppato e ampiamente tradito, conta lo spirito della pellicola e il suo equilibrio emozionale tra verità storica e finzione cinematografica. Bellocchio elude la cronaca per concentrarsi sull'interiorità dei personaggi. Prende dalla cronaca quel che gli serve per costruire la «sua» tragedia. Aveva bisogno di una forza di movimento, che limasse certezze per lasciare il posto a scintille di contraddizione, reazione, ribellione. L'ha trovata inventando un personaggio femminile straordinario.
Il cuore del film non è Moro, ma i sommovimenti dell'anima dei suoi carcerieri. Bellocchio ammette di essersi voluto inventare qualcosa di «falso», di «infedele». La differenza con Paolo Benvenuti, di cui abbiamo ancora negli occhi i suoi Segreti di Stato , è evidente. Uno fa i conti con controversi retroscena della Storia (pur senza mai dimenticare che di mestiere fa il regista, non lo storico), l'altro scandaglia i recessi dell'animo umano.
In Buongiorno, notte tutto è visto con gli occhi di una donna, Chiara (ispirata ad Anna Laura Braghetti, ha il volto di Maya Sansa), giovane terrorista e giovane idealista che nutre una sincera fiducia nella rivoluzione. Quel che vediamo di Moro e dei suoi carcerieri lo vediamo attraverso il suo sguardo, talvolta perso, spesso impaurito, inconsapevolmente (o consapevolmente, chissà) miope sulla realtà che la circonda. Sta commettendo un delitto eppure, di contro, è chiamata a vivere la normalità del quotidiano con i suoi ritmi di sempre: ufficio, colleghi e un ragazzo che sembra leggerla nel profondo, più di quanto lei stessa riesca a fare.
Combatte anche lei, certo, ma combatte con le sue emozioni e non è facile come nella lotta di classe. Si scopre in conflitto con i suoi compagni. La forza del passato non basta più per tenere insieme le crepe del presente. L'utopia rivoluzionaria ha perso il suo fascino e si sbriciola a contatto con il nemico, se il nemico è un prigioniero inerme e il prigioniero e lì, in casa con te, mangia la minestra che gli prepari tu, e scrive lettere alla moglie che poi tu leggi senza riuscire a trattenere le lacrime perché ti ricordano quelle che ti faceva leggere tuo padre, quando eri bambina, le lettere dei condannati a morte della Resistenza. Perché quelli erano gli anni, e non altri, erano gli anni Settanta, rivoluzionari a modo loro, non il modo migliore, beninteso, ma uno dei tanti e possibili per chi non voleva sceglierne altri. Guarda caso Bertolucci, proprio qui a Venezia, ha detto che il '68 è finito nel 1978: «Con la morte di Moro è finito un sogno». Una delle cose che più fanno impressione, nel film, sono le parole. Più ancora che il taglio dei pantaloni e delle giacche, sono le parole a dare la misura del tempo che è passato da allora, trent'anni come trecento. I brigatisti, soprattutto Moretti (che ha il volto di Luigi Lo Cascio) usano un vocabolario e una sintassi di pensiero che a molti giovani d'oggi potrebbe far pensare, forse, a un reperto da museo. Chi nel '78 aveva 20 o 40 anni, e a quel tempo ragionava in un certo modo, magari può capire. Ma che cosa dirà, oggi, un ragazzo di vent'anni, ascoltando questa frase: «Noi, presidente Moro, la uccidiamo per difendere gli operai delle fabbriche». Bellocchio è bravissimo a mostrare che lo scollamento c'era anche allora. Mostra i telegiornali d'epoca, il famoso comizio in cui Lama nega che si stia vivendo una guerra civile e accusa i brigatisti di essere assassini: i sequestratori, gli occhi incollati alla televisione, ascoltano increduli, e ancora più increduli, quasi sgomenti, ascoltano gli applausi a Lama da parte degli operai: «Ma come, applaudono?!». Le risposte del capo brigatista alle debolezze dei compagni (poter uscire dal covo per vedere la fidanzata, i dubbi sulla sorte del prigioniero) sono sempre risposte intimidatorie, il gesto di chi esclude dal tempio i profanatori. È proprio la pietas che a quel tempo si voleva fortissimamenente sopprimere: per sostituirla con qualcosa d'altro, chissà che cosa, di certo una cosa dura come l'algebra. Torbido inganno, schermo invisibile o impossibile difesa dai soprassalti del rimorso? Se ci è concessa una citazione fuori moda, e senza scandalizzare nessuno, anche il dottor Zivago all'inizio è entusiasta della rivoluzione. Ma quando, cento pagine dopo, l'illusione s'è dissolta, ammette: «Con la violenza non si ottiene niente. Al bene si deve giungere attraverso il bene». Bellocchio non ha uno sguardo indulgente sui carcerieri, no davvero. Meglio tenerli in tasca, i pugni, piuttosto che usarli per stringere pistole. Ricordando sempre che perdonare non è un dovere, ma una risorsa da scovare nel più intimo di sé.
I familiari sono divisi la critica è favorevole
di Alessandra Magliaro
VENEZIA La rappresentazione della tragedia finita il 9 maggio '78 con il corpo di Moro a via Caetani e la finzione del percorso umano di un personaggio che contraddice scelte e sogni. Marco Bellocchio tenta di allontanare cronaca e politica e riportare tutto al cinema con il «suo» sequestro Moro di Buongiorno notte. «L'oggetto del mio film non è la verità storica. Non mi ha interessato, pur essendo argomento di fondamentale importanza, capire chi c'era dietro i terroristi, affrontare quel dibattito sul complotto che per anni ci siamo portati dietro». Da lì, spiega il regista, «l'invenzione di Chiara, il personaggio interpretato da Maya Sansa, che ad un certo punto reagisce, come invece non è avvenuto nella storia vera».
Bellocchio svela che nelle prime stesure di sceneggiatura Moro non si doveva neppure vedere, «si doveva ascoltare solo la sua voce. Volevo fare quello che mi è più congeniale, girare dentro le case, filmare questa finta vita di famiglia e poi rischiare di guardare dentro la cella del prigioniero». Si aspetta polemiche politiche? Risponde con una battuta Bellocchio: «Qualcuna sì, ma più da sinistra che da destra. Magari mi rimprovereranno di aver trattato male i terroristi». Fra i tanti a congratularsi col regista, il figlio di Aldo Moro, Giovanni. «Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né cercare seriamente di liberare il prigioniero»: così, sottolineando il cuore del problema, si conclude la lettera che Giovanni Moro ha scritto all'amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone per ringraziarlo del film.
Di diverso parere invece era stata nei primi giorni del Festival la figlia dello statista Maria Fida: «A tutti non posso che ripetere quello che vado dicendo da 25 anni: Basta, pietà». Maria Fida Moro si era lamentata con il regista e la produzione per i ritardi con cui la famiglia era stata informata delle riprese, e ancora: «Ho capito che il film era collegato al libro di Anna Laura Braghetti ed è stato questo che ha provocato quello che ora non so se definire rammarico, rabbia, profondo dolore o tutto insieme: non è possibile che chiunque, tranne noi, possa parlare del caso Moro. In particolare, non è possibile che chi ha sequestrato e ucciso mio padre possa scrivere libri, fare film, partecipare a dibattiti televisivi, ottenere interviste».
Buongiorno, notte: il Resto del Carlino
il Resto del Carlino 5.9.03
Nella prigione di Moro
l'incubo dell'Italia
di Andrea Martini
VENEZIA — Scandaloso nel senso evangelico di fertile e coraggioso portatore di novità (e non in quello abusato di trasgressione) "Buongiorno, notte" di Marco Bellocchio, terzo e ultimo film italiano in concorso alla Mostra, salutato al termine della proiezione da prolungati applausi, è sorprendentemente libero di suggestioni ideologiche, assolutamente estraneo a ragionamenti politici e si propone come riflessione su individui, soggetti, menti e cuori del più sconvolgente e tragico avvenimento nazionale dell'ultimo quarto di secolo.
Marco Bellocchio racconta, con semplicità assoluta, rigore formale, e partecipazione emotiva i giorni del sequestro Moro trattando l'argomento come se tutti gli aspetti storico-mediatici che ci hanno perseguitato e ci perseguitano (perché Moro?, chi dietro le BR? quali complicità?) non lo riguardassero e così facendo riesce a riportare il fatto nel suo vero ambito: un intreccio di atrocità e banalità.
Diciamolo subito: è questo uno dei rari casi in cui un'opera cinematografia, lo voglia o no, contribuisce alla comprensione di un avvenimento storico. Dalla proiezione del film si esce turbati e consapevoli di aver vissuto o rivissuto la trama non necessariamente identica alla realtà ma sicuramente vera di un incubo.
Sulle tracce delle lettere di Moro, di molti altri atti e testi, ma anche del libro memoria della carceriera Anna Laura Braghetti, "Buongiorno, notte" (titolo indovinato come pochi, da un verso di Emily Dickinson) ci introduce nella prigione covo in cui il presidente della Dc fu nascosto dal mattino del sequestro a quello della sua morte. Cominciamo dal finale. Bellocchio ce ne propone uno doppio: accanto a quello dell'odiosa esecuzione (non vista) osserviamo Moro (Roberto Herlitzka) infilarsi un soprabito e abbandonare, indisturbato, il covo in una fresca alba di primavera. E' il frutto del sogno a occhi aperti della carceriera Chiara, una Maya Sansa perfetta nell'adombrare il conflitto personale di una ventenne sempre più estranea, giorno dopo giorno, alla geometrica razionalità dei militanti. Ma la sequenza è anche una sorta di riconoscimento alla libertà interiore e politica di Moro, capace di intimidire i suoi persecutori ma non l'intera classe dei politici italiani i cui volti rivediamo impietriti, al momento del funerale, in uno dei filmati d'archivio.
Il film (da oggi nelle sale italiane) si basa sul quotidiano di prigioniero e carcerieri nel ridotto perimetro di un medio appartamento borghese adattato alla bisogna. In questa sorta di Grande Fratello ante litteram il tempo scorre nella ritualità scontata di una famiglia interrotta solo dall'attesa di notizie (la sollevazione del proletariato, lo scambio di prigionieri) che non arrivano e non possono arrivare. Chiusi nel fortino, molto più di quanto Moro non lo sia nella piccola cella, i brigatisti incarnano i prigionieri di un labirinto ideologico che schiaccia innanzitutto proprio le loro esistenze. Non a caso è Chiara, l'unica che affianca una vita normale a quella di militante, a ribellarsi come può alla banalità del male.
Con "Buongiorno, notte" Marco Bellocchio ci regala una toccante radiografia «infedele» della storia Moro di grande forza, come quasi mai i racconti della politica sono sullo schermo. Occorre un grazie sentito anche perché solo attraverso simili occasioni è possibile rendere conto di una vicenda la cui storia vera, ormai sembra certo, non conosceremo mai.
Bellocchio: «Il mio scopo?
Analizzare quella follia»
dall'inviato Silvio Danese
VENEZIA — Nella standing ovation per il film di Marco Bellocchio (nella foto a destra), ieri in concorso, si può leggere il bisogno di medicare una delle grandi ferite collettive della storia contemporanea italiana via rito cinematografico? Del diciannovesimo lungometraggio di Bellocchio, "Buongiorno, notte", già nel novero delle nomination per il Leone d'oro, al pubblico è restata l'impressione di un film necessario: «L'oggetto del mio film, però, non è la verità storica — ha precisato Bellocchio —. Per me era più importante analizzare la follia di quel delitto, e per questo, nel rispetto del mio stile e di quella tragedia, dovevo affermare un'infedeltà storica, non potevo fare diversamente. So che è di fondamentale importanza, ma non era nel mio obiettivo capire chi c'era dietro i terroristi, affrontare quel dibattito sul complotto che per anni ci siamo portati dietro. Ho puntato sull'invenzione di Chiara, il personaggio interpretato da Maya Sansa, che ad un certo punto reagisce, non ci sta, come invece non è avvenuto nella storia vera».
Bellocchio, che tradisce il piacere del consenso, proprio quando si schermisce, si aspetta reazioni politiche: «Qualcuna sì, ma più da sinistra che da destra. Finirà che mi rinfaccerano di aver trattato male i terroristi. Comunque non mi preoccupo: in fondo ho affrontato un film su una vicenda fondamentale della storia italiana soltanto perchè ho avuto la possibilita di raccontarla in libertà, altrimenti non avrei accettato. Questo è un film su commissione. Me lo ha proposto Rai Cinema, non l'ho scelto io. Semmai sono più preoccupato dalla reazione degli spettatori: il distributore, la 01, ha creduto nel film, al punto che esce oggi in 170 sale. Se va bene ok, ma se va male passeranno anni perchè io possa farne un altro».
Nella rilettura del caso Moro, che incrementa il numero dei film di Venezia sul mito del padre (dal dramma russo "Il ritorno" al comico americano "Anythings Else" di Allen), echeggia l'inquieto mito della resistenza: «Ai tempi del delitto Moro una parte della sinistra criticava i partiti di sinistra perchè avevano "annacquato" lo spirito della resistenza, riducendolo a puro cerimoniale. Ecco allora il segno della croce che i brigatisti fanno prima dell'esecuzione, che mostra come fossero più religiosi degli stessi democristiani. Il film è stato visto anche dal segretario di Moro, Guerzoni, secondo il quale l'ultima scena che mostra Moro vivo in giro per la città ci ricorda come la sua tragedia non sia cancellabile. Ho dedicato questo film a mio padre perchè mentre giravo, guardavo Herlitzka sul set e mi veniva in mente la personalità di mio padre. Morì che ero adolescente e in qualche modo lo annullai. Ricordo la sua onestà come conservatore». Ed è lo stesso Roberto Herlitzka che dopo Bellocchio prende la parola: «C'è stata una precisa intenzione di non salvare Moro», dichiara l'attore che critica duramente la decisione di non trattare ai tempi del rapimento dello statista dc. «Moro — dice Herlitzka — doveva essere eliminato, lo volevano i russi e gli americani».
Giovanni Moro: «Ma perché solo nel caso di mio padre lo Stato non volle trattare?»
di Giovanni Bogani
VENEZIA — Aveva vent'anni, quel giorno. A suo padre disse appena un ciao e uscì. Non sapeva che non lo avrebbe visto più, che le Br lo avrebbero sequestrato e poi ucciso. Giovanni Moro oggi ha quarantacinque anni. Più volte in passato ha manifestato la sua amarezza, la sua rabbia. Ieri Giovanni Moro ha detto la sua su "Buongiorno, notte". Ha scritto a Giancarlo Leone, figlio del presidente della Repubblica di allora, e adesso amministratore delegato di Rai Cinema. «Caro dottore — scrive Moro — desidero ringraziarla per l'invito che mi ha rivolto a vedere in anteprima il film che Marco Bellocchio ha dedicato alla vicenda di mio padre. L'invito non era dovuto, in quanto il film non richiedeva alcun visto o imprimatur da parte della famiglia. Né, d'altra parte, l'eventuale consenso o dissenso dei familiari nei confronti del film avrebbe potuto aggiungere o togliere nulla al suo valore». Fin qui le premesse. Poi il giudizio: «Desidero dirle che ho molto apprezzato il film. Trovo che Bellocchio, scegliendo di riflettere sull'esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruizione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti noti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda. Mi viene da dire che questo è un caso in cui una creazione artistica è stata capace, proprio restando tale, di accrescere la conoscenza della realtà». Moro parla del «nodo, ancora non sciolto, di quella vicenda». E stacca l'ultima frase: «Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né di cercare seriamente di liberare il prigioniero». Anche Lucia Annunziata, presidente della Rai, che ha voluto il film e chiamato Bellocchio a dirigerlo, manifesta il suo entusiasmo: «Il film mi è piaciuto moltissimo. Trovo liberatorio che Bellocchio abbia lasciato sullo sfondo tutto quel dibattito dietrologico su Cia, Kgb e complotti su cui molti di noi si incagliarono e si persero», spiega.
Nella prigione di Moro
l'incubo dell'Italia
di Andrea Martini
VENEZIA — Scandaloso nel senso evangelico di fertile e coraggioso portatore di novità (e non in quello abusato di trasgressione) "Buongiorno, notte" di Marco Bellocchio, terzo e ultimo film italiano in concorso alla Mostra, salutato al termine della proiezione da prolungati applausi, è sorprendentemente libero di suggestioni ideologiche, assolutamente estraneo a ragionamenti politici e si propone come riflessione su individui, soggetti, menti e cuori del più sconvolgente e tragico avvenimento nazionale dell'ultimo quarto di secolo.
Marco Bellocchio racconta, con semplicità assoluta, rigore formale, e partecipazione emotiva i giorni del sequestro Moro trattando l'argomento come se tutti gli aspetti storico-mediatici che ci hanno perseguitato e ci perseguitano (perché Moro?, chi dietro le BR? quali complicità?) non lo riguardassero e così facendo riesce a riportare il fatto nel suo vero ambito: un intreccio di atrocità e banalità.
Diciamolo subito: è questo uno dei rari casi in cui un'opera cinematografia, lo voglia o no, contribuisce alla comprensione di un avvenimento storico. Dalla proiezione del film si esce turbati e consapevoli di aver vissuto o rivissuto la trama non necessariamente identica alla realtà ma sicuramente vera di un incubo.
Sulle tracce delle lettere di Moro, di molti altri atti e testi, ma anche del libro memoria della carceriera Anna Laura Braghetti, "Buongiorno, notte" (titolo indovinato come pochi, da un verso di Emily Dickinson) ci introduce nella prigione covo in cui il presidente della Dc fu nascosto dal mattino del sequestro a quello della sua morte. Cominciamo dal finale. Bellocchio ce ne propone uno doppio: accanto a quello dell'odiosa esecuzione (non vista) osserviamo Moro (Roberto Herlitzka) infilarsi un soprabito e abbandonare, indisturbato, il covo in una fresca alba di primavera. E' il frutto del sogno a occhi aperti della carceriera Chiara, una Maya Sansa perfetta nell'adombrare il conflitto personale di una ventenne sempre più estranea, giorno dopo giorno, alla geometrica razionalità dei militanti. Ma la sequenza è anche una sorta di riconoscimento alla libertà interiore e politica di Moro, capace di intimidire i suoi persecutori ma non l'intera classe dei politici italiani i cui volti rivediamo impietriti, al momento del funerale, in uno dei filmati d'archivio.
Il film (da oggi nelle sale italiane) si basa sul quotidiano di prigioniero e carcerieri nel ridotto perimetro di un medio appartamento borghese adattato alla bisogna. In questa sorta di Grande Fratello ante litteram il tempo scorre nella ritualità scontata di una famiglia interrotta solo dall'attesa di notizie (la sollevazione del proletariato, lo scambio di prigionieri) che non arrivano e non possono arrivare. Chiusi nel fortino, molto più di quanto Moro non lo sia nella piccola cella, i brigatisti incarnano i prigionieri di un labirinto ideologico che schiaccia innanzitutto proprio le loro esistenze. Non a caso è Chiara, l'unica che affianca una vita normale a quella di militante, a ribellarsi come può alla banalità del male.
Con "Buongiorno, notte" Marco Bellocchio ci regala una toccante radiografia «infedele» della storia Moro di grande forza, come quasi mai i racconti della politica sono sullo schermo. Occorre un grazie sentito anche perché solo attraverso simili occasioni è possibile rendere conto di una vicenda la cui storia vera, ormai sembra certo, non conosceremo mai.
Bellocchio: «Il mio scopo?
Analizzare quella follia»
dall'inviato Silvio Danese
VENEZIA — Nella standing ovation per il film di Marco Bellocchio (nella foto a destra), ieri in concorso, si può leggere il bisogno di medicare una delle grandi ferite collettive della storia contemporanea italiana via rito cinematografico? Del diciannovesimo lungometraggio di Bellocchio, "Buongiorno, notte", già nel novero delle nomination per il Leone d'oro, al pubblico è restata l'impressione di un film necessario: «L'oggetto del mio film, però, non è la verità storica — ha precisato Bellocchio —. Per me era più importante analizzare la follia di quel delitto, e per questo, nel rispetto del mio stile e di quella tragedia, dovevo affermare un'infedeltà storica, non potevo fare diversamente. So che è di fondamentale importanza, ma non era nel mio obiettivo capire chi c'era dietro i terroristi, affrontare quel dibattito sul complotto che per anni ci siamo portati dietro. Ho puntato sull'invenzione di Chiara, il personaggio interpretato da Maya Sansa, che ad un certo punto reagisce, non ci sta, come invece non è avvenuto nella storia vera».
Bellocchio, che tradisce il piacere del consenso, proprio quando si schermisce, si aspetta reazioni politiche: «Qualcuna sì, ma più da sinistra che da destra. Finirà che mi rinfaccerano di aver trattato male i terroristi. Comunque non mi preoccupo: in fondo ho affrontato un film su una vicenda fondamentale della storia italiana soltanto perchè ho avuto la possibilita di raccontarla in libertà, altrimenti non avrei accettato. Questo è un film su commissione. Me lo ha proposto Rai Cinema, non l'ho scelto io. Semmai sono più preoccupato dalla reazione degli spettatori: il distributore, la 01, ha creduto nel film, al punto che esce oggi in 170 sale. Se va bene ok, ma se va male passeranno anni perchè io possa farne un altro».
Nella rilettura del caso Moro, che incrementa il numero dei film di Venezia sul mito del padre (dal dramma russo "Il ritorno" al comico americano "Anythings Else" di Allen), echeggia l'inquieto mito della resistenza: «Ai tempi del delitto Moro una parte della sinistra criticava i partiti di sinistra perchè avevano "annacquato" lo spirito della resistenza, riducendolo a puro cerimoniale. Ecco allora il segno della croce che i brigatisti fanno prima dell'esecuzione, che mostra come fossero più religiosi degli stessi democristiani. Il film è stato visto anche dal segretario di Moro, Guerzoni, secondo il quale l'ultima scena che mostra Moro vivo in giro per la città ci ricorda come la sua tragedia non sia cancellabile. Ho dedicato questo film a mio padre perchè mentre giravo, guardavo Herlitzka sul set e mi veniva in mente la personalità di mio padre. Morì che ero adolescente e in qualche modo lo annullai. Ricordo la sua onestà come conservatore». Ed è lo stesso Roberto Herlitzka che dopo Bellocchio prende la parola: «C'è stata una precisa intenzione di non salvare Moro», dichiara l'attore che critica duramente la decisione di non trattare ai tempi del rapimento dello statista dc. «Moro — dice Herlitzka — doveva essere eliminato, lo volevano i russi e gli americani».
Giovanni Moro: «Ma perché solo nel caso di mio padre lo Stato non volle trattare?»
di Giovanni Bogani
VENEZIA — Aveva vent'anni, quel giorno. A suo padre disse appena un ciao e uscì. Non sapeva che non lo avrebbe visto più, che le Br lo avrebbero sequestrato e poi ucciso. Giovanni Moro oggi ha quarantacinque anni. Più volte in passato ha manifestato la sua amarezza, la sua rabbia. Ieri Giovanni Moro ha detto la sua su "Buongiorno, notte". Ha scritto a Giancarlo Leone, figlio del presidente della Repubblica di allora, e adesso amministratore delegato di Rai Cinema. «Caro dottore — scrive Moro — desidero ringraziarla per l'invito che mi ha rivolto a vedere in anteprima il film che Marco Bellocchio ha dedicato alla vicenda di mio padre. L'invito non era dovuto, in quanto il film non richiedeva alcun visto o imprimatur da parte della famiglia. Né, d'altra parte, l'eventuale consenso o dissenso dei familiari nei confronti del film avrebbe potuto aggiungere o togliere nulla al suo valore». Fin qui le premesse. Poi il giudizio: «Desidero dirle che ho molto apprezzato il film. Trovo che Bellocchio, scegliendo di riflettere sull'esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruizione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti noti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda. Mi viene da dire che questo è un caso in cui una creazione artistica è stata capace, proprio restando tale, di accrescere la conoscenza della realtà». Moro parla del «nodo, ancora non sciolto, di quella vicenda». E stacca l'ultima frase: «Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né di cercare seriamente di liberare il prigioniero». Anche Lucia Annunziata, presidente della Rai, che ha voluto il film e chiamato Bellocchio a dirigerlo, manifesta il suo entusiasmo: «Il film mi è piaciuto moltissimo. Trovo liberatorio che Bellocchio abbia lasciato sullo sfondo tutto quel dibattito dietrologico su Cia, Kgb e complotti su cui molti di noi si incagliarono e si persero», spiega.
Buongiorno, notte: Libertà
Libertà (di Piacenza) 5.9.03
MOSTRA DI VENEZIA
Il regista piacentino con “Buongiorno, notte” sul caso Moro si candida al Leone d'oro
Bellocchio, trionfo e commozione
L'occhio privato sul delirio brigatista, con un grande Herlitzka
di Daniela Bisogni
VENEZIA Un lungo, lunghissimo applauso ha scandito tutti i titoli di coda di Buongiorno, notte, durante la proiezione stampa del film di Marco Bellocchio, la prima visione pubblica della Mostra di Venezia, dove è stato presentato ieri, nel concorso ufficiale. L'opera, molto attesa, sugli schermi da oggi con 170 copie (a Piacenza sarà in programmazione all'Iris, Cinestar e Jolly), è dedicata al caso Moro visto attraverso gli struggimenti di una brigatista. Bellocchio sembra aver scritto e realizzato questo film in uno stato di grazia: per aver “tradito” la storia recente ma allo stesso tempo averne restituito con fedeltà le atmosfere, le verità, come mai prima. Il regista piacentino infatti ha superato un problema tipico di questi film sulla nostra storia recente: è riuscito a documentare senza annoiare, a raccontare senza esporre dei fatti, a far rivivere senza mettere in bocca ai personaggi troppe parole, coinvolgendo mentre propone una storia emozionante. Ci aveva provato anche Renzo Martinelli con Piazza delle Cinque Lune, in cui mescolava realtà e fiction sul caso Moro, ma per lui - a differenza di Bellocchio - la necessità di denuncia e di indagine aveva preso il sopravvento sull'esigenza di raccontare una storia e pertanto i suoi personaggi erano solo dediti a lunghe esposizioni verbali. Qui il punto di vista della brigatista Chiara (la bravissima Maya Sansa), che ha aderito alla lotta armata delle Brigate Rosse, coinvolta nel processo Moro ma sempre più a disagio nel ruolo di carceriera, sembra restituire anche la visione personale del regista. Egli infatti con il film si interroga “sull'assurda coerenza” dell'impegno politico estremista di quegli anni, per «cercare di cambiare il mondo, prendere una pistola e ammazzare la gente, secondo una logica non giustificabile in alcun modo». Chiara è l'unica donna del gruppo di brigatisti che tengono sequestrato Moro, in un anonimo appartamento di città. Con lei ci sono anche Mariano (Luigi Lo Cascio), il più determinato del gruppo, Ernesto (Pier Giorgio Bellocchio), Primo (Giovanni Calcagno). Nel contempo lei vive la normalità del quotidiano, con i suoi ritmi di sempre: il lavoro in ufficio, dove incontra un collega, Enzo (Paolo Briguglia), che sembra leggerle nel cuore più di quanto lei stessa immagini. Nonostante lei sia l'unica a non comunicare con il prigioniero, “il Presidente”, ne subisce progressivamente e involontariamente il fascino, l'integrità morale, la logica schiacciante delle sue risposte che mettono in luce l'assurdità dei loro propositi, mentre nel frattempo l'utopia rivoluzionaria sembra non riuscire più a placare i suoi dubbi idealisti. Bellocchio ha costruito l'intreccio del film su un doppio piano: il percorso personale di Chiara, da una parte, e le ambientazioni d'epoca dall'altra: queste si rivelano attraverso i notiziari dei telegiornali, i quotidiani, le scritte sui muri, le immagini d'epoca di repertorio. Bellocchio è riuscito a inserire questi dati storici nel film in maniera non invasiva, cioè in modo apparentemente casuale nella vita dei personaggi, oppure nei sogni della protagonista. E' la scelta vincente, che non appesantisce il fliure della storia ma allo stesso tempo la restituisce alla sua epoca con grande verosimiglianza. Per questo si capisce che Bellocchio ha svolto un grandissimo lavoro di ricerca su telegiornali Rai, su documenti storici ma anche sui reperti dell'epoca di Stalin, che tradiscono lo smalto della più forte propaganda. Il titolo del film, Buongiorno, notte è tratto da una poesia di Emily Dickinson che, secondo il regista, rende giustizia alle ambiguità dell'epoca, in quanto «contiene una contraddizione e un contrasto che evoca quel periodo (del terrorismo, ndr) notturno, angosciante, oscuro». Attori bravissimi, intensi e misurati nei loro ruoli. A partire da Roberto Herlitzka che, per restituire il personaggio di Moro, ha lavorato per sottrazione. Un volto noto storico è sempre il problema maggiore di questI film. Si rischia di discostarsi troppo dal reale o di non renderlo credibile. Qui si crede fin dal primo momento alla sua incarnazione di Moro. Bravissimi anche tutti gli altri attori: Maya Sansa, Luigi Lo Cascio, Pier Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno e Paolo Briguglia. In un cameo anche l'attore-feticcio del regosta, il bobbiese Gianni Schicchi.
Il regista: «Non mi interessava la verità della tragedia di Moro»
Il cineasta: questo assurdo omicidio a freddo mi ha ricordato le immagini dell'assassinio dei partigiani in “Paisà”
di d.bis.
Venezia. Meritati e calorosissimi applausi per Marco Bellocchio e il suo cast alla conferenza stampa al Lido affollatissima come poche. I giornalisti, di solito avari di pubbliche esternazioni, hanno applaudito lungamente ciascuno dei membri del cast, quando ne è stato fatto il nome. Lo stesso Bellocchio è rimasto sorpreso da una tale accoglienza.
«Non mi aspettavo una conferenza stampa così - ha detto il regista piacentino - sono umano, mi fa piacere di essere applaudito». Tra gli attori il più applaudito è risultato Roberto Herlitzka, seguito da Maya Sansa. Con loro anche Luigi Lo Cascio, Pier Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno, Paolo Briguglia e Sergio Pelone, coproduttore. Buongiorno, notte è anche il primo film italiano coprodotto da Sky tv. A Venezia Bellocchio ha risposto alle nostre domande con la disponibilità di sempre. Bellocchio, come mai un film politico, in un momento in cui si producono molte opere sulla nostra storia recente? «Per la prima volta ho realizzato un film su commissione, da RaiCinema, una sfida che mi ha coinvolto. Ma dovevo affermare una mia infedeltà nei confronti della tragedia, rispetto ad altri film che cercano verità storiche. Certamente non mi interessava di indagare su chi sono i responsabili, se la Cia o il Kgb. Volevo qualcosa che traducesse la realtà tragica di questo momento». Come mai ha dedicato il film a suo padre? «Mi hanno sempre chiesto perché non c'era il padre nei miei film, penso soprattutto a I pugni in tasca. La figura di Herlitzka mi ricordava molto mio padre, che ho perso da adolescente, un ricordo poi rimosso. Per il sogno in cui lui passeggia nell'appartamento mi sono ispirato alle passeggiate di mio padre, che guardava noi bambini mentre dormivamo». Come pensa che possa reagire il pubblico che allora non c'era e chi, invece, ancora ricorda? «Chi allora non era nato mi ha dato dei sorprendenti segnali di emozioni. Mi sento a posto, perché non ho realizzato il film per chiudere i conti con qualcuno: volevo solo coinvolgere chi quel periodo non l'ha vissuto. Alcuni potrebbero arrabbiarsi, più quelli di sinistra che di destra». All'epoca di Moro lei era politicamente impegnato? «La mia stagione politica è finita nel '69. Dopo ho solo bordeggiato la politica. Però la freddezza di questo assassinio mi sembrava comunque intollerabile». Ha basato la sua ricostruzione prevalentemente sul libro Il prigioniero di Anna Laura Braghetti? «Dal momento che la Rai mi ha chiesto di realizzare il film mi ha anche suggerito il libro. Mi sono basato anche sul libro di Sciascia e su altri documenti storici». Nel film ci sono confronti su fede e comunismo, nei discorsi tra Moretti e Moro, che Sciascia negava. «Moro dice: siamo cattolici all'acqua di rose, mentre voi siete molto più determinati di noi. Infatti le Crociate sono finite da seicento anni». Come mai nel film si vedono immagini di «Paisà»? «Ci sono anche altri film. La Braghetti nel suo libro si rimproverava di non essersi ribellata. Il film va in una direzione diversa: la cosa più assurda è questo assassinio a freddo, che mi ha ricordato le immagini di Paisà sull'assassinio dei partigiani nel fiume». Nel film si narra anche del rifiuto del “partito della fermezza”. «Una delle due idee dominanti fu espressa da Andreotti che sosteneva come, davanti alla tragedia, ci si dovesse comportare così, non trattando con i terroristi. Sostenevano che quelle lettere non le avesse scritte lui: c'era una dimensione ipocrita e difensiva da parte dei politici. In questo senso accolgo in pieno il pensiero di Sciascia sulla manipolazione». Qual è la sua posizione sulla vicenda Moro? «Penso che lasciar uccidere quest'uomo sia stato un grande errore politico. L'opportunità di cedere, in quel caso, sarebbe stato un segnale più forte. Una scelta solo apparentemente di maggior debolezza». Non c'è il rischio che la Braghetti qui appaia troppo umana? «E' un falso storico. Circa un anno dopo, infatti, sparò freddamente a Bachelet. In questo senso i pentimenti del libro sono molto ambigui. Noi abbiamo assunto il libro liberamente». E' soddisfatto di come ha rappresentato Moro? «Confesso che non mi sarei aspettato tanta pietà e tanta simpatia nei confronti della figura di Moro. Con Herlitzka mi sono dovuto ricredere, perché noi registi di cinema abbiamo sempre dei pregiudizi nei confronti degli attori di teatro. Sarebbe stato un errore imitare Moro, facendolo parlare in pugliese: infatti Herlitzka ha mantenuto il suo torinese. Il segretario di Moro, Guerzoni, mi ha rivelato di essere rimasto molto impressionato, in quanto Herlitzka usa le mani come Moro». Anche a lei Moro ha suscitato tanta pietà? «Io mi adeguo».
La lettera
Grazie del film. Perché lo Stato non trattò?
di Giovanni Moro
Ecco il testo della lettera che il figlio di Aldo Moro, Giovanni, ha inviato all'amministratore delegato di Rai Cinema, Giancarlo Leone, a commento del film di Marco Bellocchio “Buongiorno notte”
Caro dottore, desidero ringraziarla per l'invito che mi ha rivolto a vedere in anteprima il film che Marco Bellocchio ha dedicato alla vicenda di mio padre. L'invito è stato tanto più gradito in quanto non dovuto, giacché il film non richiedeva alcun visto o imprimatur da parte della famiglia, e men che meno da parte di un suo singolo componente. Né, d'altra parte, l'eventuale consenso o dissenso dei familiari nei confronti del film, avrebbe potuto, aggiungere o togliere nulla al suo valore.
Fatte queste premesse, che mi sembrano necessarie alla luce di sgradevoli recenti precedenti, desidero dirle che ho molto apprezzato il film. Trovo che Bellocchio, scegliendo deliberatamente di riflettere sulla esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti e degli atti noti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda. Non sono un critico cinematografico, ma mi viene da dire che questo è un caso in cui una creazione artistica è stata capace, proprio restando tale, di accrescere la conoscenza della realtà.
Penso che chi vedrá il film potrà cogliere il senso del dramma di un uomo posto di fronte a un destino tragico quanto insensato e non necessario, da lui vissuto in modo tanto più acuto quanto più era netta la sua percezione della incombente fine del mondo diviso in blocchi e della obsolescenza delle grandi ideologie che avevano improntato di sé il secolo.
Sono persuaso che la compresenza nel film di due opposte conclusioni - la libertà e la morte - corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme metta in luce in modo pacato ma netto il nodo, ancora non sciolto, di quella vicenda anche dal punto di vista storico, politico e giudiziario. Si tratta, come più volte mi è capitato di dire, della questione di come mai in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise dì non trattare con i terroristi né di cercare seriamente di liberare il prigioniero.
Giovanni Moro
parlano i bravi protagonisti
Il figlio del regista Pier Giorgio: una storia di persone Maya Sansa: il mio percorso in parte schizofrenico
VENEZIA (dabis)Tutti gli attori di Buongiorno, notte si sono fortemente immedesimati nella parte, studiando anche molto su libri e documenti dell'epoca. Per Maya Sansa è stato un «lavoro graduale, iniziato con un incontro con Bellocchio, che all'inizio voleva capire se potevo non essere più “la balia”. Ho cercato di tuffarmi nel periodo storico: è stato un viaggio introspettivo, un percorso in parte schizofrenico. Per il mio personaggio era la prima missione da brigatista, per la prima volta lei si confrontava con realtà dei fatti, come per esempio cosa significhi tenere un prigioniero in casa. Molti di loro fuggivano dopo essere passati all'azione, perché avevano le loro fragilità. Non li considero dei mostri ma degli esseri umani che si sono violentati per seguire questa astrazione». Luigi Lo Cascio, per la prima volta in un ruolo negativo, incarna Moretti, il leader del gruppo, il più intransigente e anche colui che dialoga con Aldo Moro. «Partendo da un dato storico - ha rivelato l'attore - ho cercato di lavorare sugli aspetti emotivi. Mariano è stato coinvolto negli avvenimenti ma è talmente controverso nei suoi giudizi con gli altri, una sfinge, che sarebbe stato complicato per me puntare su questo. Ho preferito lavorare sulla sua leadership un po' a rischio e sul suo rapporto con il prigioniero, una conversazione con degli aspetti inconciliabili, almeno fino a quando non lavora insieme a Moro per scardinare il blocco della fermezza. Dunque non ho pensato in termini di cattivo: piuttosto ho puntato sul suo allontanamento dalle coordinate umane, per un obiettivo che si rivela contraddittorio. Sono talmente assurde le cose che dice Mariano che, se la gente che guarda il film non è incline al male, si rende immediatamente conto che sono deliranti». Maya Sansa avrebbe voluto incontrare la brigatista ma «la Braghetti non ha voluto rivangare il passato». Pier Giorgio Bellocchio è il solo ad aver «incontrato alcuni dei rapitori di Moro, come la Faranda, l'unica del gruppo che dubitava». Roberto Herlitzka è invece rimasto «colpito - ha detto - che alcuni abbiano associato la mia gestualità a quella di Moro. Perché non ho lavorato per imitare lui, ho solo visto alcuni spezzoni minimi di telegiornale e letto alcune sue lettere. Ho puntato soprattutto sul suo lucido tentativo di salvarsi la vita, aggrappandomi ai sentimenti sinceri che provava per la famiglia». Per il figlio del regista, che interrpeta Germano Maccari, l'uccisore materiale di Moro, all'epoca «la fermezza dei politici era un atteggiamento di comodo per dare spazio all'ipocrisia». Il merito di Buongiorno, notte, la chiave nuova per leggere il caso Moro, secondo Pier Giorgio, sta «nel non parlarne come giallo, come una spy story, ma come una storia di persone: Moro non è uno statista ma un uomo, un padre e i brigatisti sono uomini disperati e distrutti, non solo dei mostri».
i commenti degli ex brigatisti
Gallinari si ribella, il sì di Morucci
VENEZIA Buongiorno, notte, il film di Bellocchio su Moro, ovviamente non lo ha visto, anche se ne ha sentito parlare. Dalla sua casa in Emilia Prospero Gallinari, uno dei brigatisti che fu protagonista del sequestro Moro, esordisce: «Si tratta di un film di fronte al quale ognuno può pensare e sentire quello che crede; i fatti sono una cosa, l'arte è un'altra». Ma senza mezzi termini contesta il fatto che fossero, loro del gruppo di br, carcerieri di Moro, deliranti e avulsi dalla realtà: «E' storicamente falso sostenere che fossimo “chiusi”. Come organizzazione politica osservavamo, calcolavamo ed eravamo radicati nei quartieri, nelle fabbriche, sapevamo dunque quello che la gente pensava». «Mi auguro che il film di Bellocchio sia un film d'autore cioè si preoccupi finalmente di raccontare le emozioni, la vicenda e le contraddizioni umane». Valerio Morucci, ex br tra gli autori del sequestro Moro, è perentorio. Il film ovviamente non lo ha visto, ma non esclude che potrebbe andarlo a vedere. Se il film non pretende di raccontare la verità storica, «ben venga, ne sono contento. Sui fatti si scrivono documentari».
FARECINEMA
Nell'ambito del laboratorio guidato da Bellocchio dal 9 al 20 ecco gli “Incontri con gli autori”
A Bobbio quasi un festival del cinema
Ospiti con i loro film Ciprì & Maresco, Winspeare, Battiato
di Oliviero Marchesi
Ci sarà - ed era prevedibile - Buongiorno, notte, il nuovo film del grande regista piacentino Marco Bellocchio sul caso Moro (accolto in questi giorni dagli osanna dei critici alla Mostra del Cinema di Venezia). Ci saranno (accompagnati dai rispettivi autori) altri film italiani proiettati nei giorni scorsi al Lido e assai apprezzati: uno è Il ritorno di Cagliostro, terzo lungometraggio di Daniele Ciprì e Franco Maresco (Cinico TV, Lo zio di Brooklyn, Totò che visse due volte), atteso dai cinefili come la manna dal cielo; l'altro è Il miracolo, lirica e intensa fiaba salentina, opera matura di Edoardo Winspeare (Sangue vivo). Ci saranno classici del cinema d'autore italiano, come Salto nel vuoto dello stesso Bellocchio e lo splendido La strategia del ragno di Bernardo Bertolucci. Ci saranno le pubbliche “Lezioni di cinema” dello scrittore Vincenzo Cerami (che ha firmato, tra le altre, la sceneggiatura di un film premio Oscar come La vita è bella di Roberto Benigni) e del montatore Roberto Perpignani. Ci saranno gioielli degli anni 2000 come Fango di Dervis Zaim e L'angelo della spalla destra di Djamshed Usmonov. Ci sarà il produttore Marco Müller, già direttore di edizioni assolutamente indimenticabili del Festival di Locarno e ora demiurgo di Fabrica Cinema: uno degli sguardi più aperti al mondo (Terzo Mondo compreso) della scena cinematografica contemporanea. Ci saranno il regista Riccardo Milani e Claudio Santamaria (attore nel suo Il posto dell'anima). E ci sarà il maggiore musicista pop italiano vivente, Franco Battiato: presenterà Perduto amore, il film che ha segnato il suo felice, personale debutto dietro la macchina da presa. C'è davvero molta carne al fuoco nelle anticipazioni del calendario di quella che si annuncia come l'edizione più forse preziosa dell'ormai non breve storia di “Incontri con gli autori”, la rassegna estiva di cinema (non solo bei film, ma anche dibattiti coi loro autori e protagonisti) che si terrà al cinema Le Grazie di Bobbio da martedì 9 a sabato 20 sotto la direzione artistica di Bellocchio. Si tratta, com'è noto, di una fortunata “costola” del laboratorio Farecinema, che Bellocchio tiene da sette edizioni nel capoluogo dell'Alta Valtrebbia e che viene organizzato dal Comune di Bobbio e dal Centro Itard di Piacenza in collaborazione con Regione, Provincia, Fondazione di Piacenza e Vigevano, Filmalbatros di Roma e Lanterna Magica di Bobbio. Tutte le proiezioni (con relativi incontri) si terranno alle 21.15 e saranno a ingresso gratuito. Ecco, a seguire, le date già fissate. Martedì 9 sarà proiettato Fango di Dervis Zaim, seguito da un incontro pubblico con l'autore, il produttore Müller e la montatrice Daniela Calvelli. Mercoledì 10, proiezione di Perduto amore e incontro con Franco Battiato. Giovedì 11: proiezione di Salto nel vuoto di Marco Bellocchio e incontro con Vincenzo Cerami, sceneggiatore della pellicola (il suo intervento rientra nel mini-ciclo “Lezioni di cinema” alla voce “la sceneggiatura”). Venerdì 12 sarà proiettato il mediometraggio A un millimetro dal cuore di Iole Natoli (affermata segretaria di edizione che ha lavorato, tra gli altri, con Ettore Scola e lo stesso Bellocchio, che da alcuni anni si è avvicinato alla regia), insieme con quattro video girati da allievi di passate edizioni di Farecinema: Mentre tu aspetti (mediometraggio diretto da Katjuscia Fantini e prodotto da Matteo Lugli per il progetto Sicurezza stradale sostenuto dall'istituto comprensivo di Borgonovo) e i cortometraggi Local habitation di Luca Giberti, La rosa più bella del nostro giardino di Massimo Orzi e Dove sei di Jacqueline Valenti. Dopo la pausa di riposo di sabato 13 e domenica 14, lunedì 15 la rassegna riprenderà con la proiezione di Il miracolo e l'incontro con Edoardo Winspeare. Martedì 16 toccherà a Il posto dell'anima di Riccardo Milani e all'incontro con Milani e Claudio Santamaria. Venerdì 19, il classico La strategia del ragno di Bertolucci (ospite Roberto Perpignani per la “Lezione di cinema” sul tema “il montaggio”). Ancora da definire le date di tre proiezioni-incontri particolarmente interessanti (che saranno distribuite tra mercoledì 17, giovedì 18 e il gran finale di sabato 20): L'angelo della spalla destra, struggente pellicola del tagiko Djamshed Usmonov, la cui proiezione bobbiese sarà accompagnata dall'incontro col produttore Müller; Il ritorno di Cagliostro, con la partecipazione “live” della geniale coppia Ciprì & Maresco; e naturalmente Buongiorno notte, col padrone di casa Bellocchio protagonista dell'incontro annuale col pubblico di quella Bobbio da lui tanto amata.
MOSTRA DI VENEZIA
Il regista piacentino con “Buongiorno, notte” sul caso Moro si candida al Leone d'oro
Bellocchio, trionfo e commozione
L'occhio privato sul delirio brigatista, con un grande Herlitzka
di Daniela Bisogni
VENEZIA Un lungo, lunghissimo applauso ha scandito tutti i titoli di coda di Buongiorno, notte, durante la proiezione stampa del film di Marco Bellocchio, la prima visione pubblica della Mostra di Venezia, dove è stato presentato ieri, nel concorso ufficiale. L'opera, molto attesa, sugli schermi da oggi con 170 copie (a Piacenza sarà in programmazione all'Iris, Cinestar e Jolly), è dedicata al caso Moro visto attraverso gli struggimenti di una brigatista. Bellocchio sembra aver scritto e realizzato questo film in uno stato di grazia: per aver “tradito” la storia recente ma allo stesso tempo averne restituito con fedeltà le atmosfere, le verità, come mai prima. Il regista piacentino infatti ha superato un problema tipico di questi film sulla nostra storia recente: è riuscito a documentare senza annoiare, a raccontare senza esporre dei fatti, a far rivivere senza mettere in bocca ai personaggi troppe parole, coinvolgendo mentre propone una storia emozionante. Ci aveva provato anche Renzo Martinelli con Piazza delle Cinque Lune, in cui mescolava realtà e fiction sul caso Moro, ma per lui - a differenza di Bellocchio - la necessità di denuncia e di indagine aveva preso il sopravvento sull'esigenza di raccontare una storia e pertanto i suoi personaggi erano solo dediti a lunghe esposizioni verbali. Qui il punto di vista della brigatista Chiara (la bravissima Maya Sansa), che ha aderito alla lotta armata delle Brigate Rosse, coinvolta nel processo Moro ma sempre più a disagio nel ruolo di carceriera, sembra restituire anche la visione personale del regista. Egli infatti con il film si interroga “sull'assurda coerenza” dell'impegno politico estremista di quegli anni, per «cercare di cambiare il mondo, prendere una pistola e ammazzare la gente, secondo una logica non giustificabile in alcun modo». Chiara è l'unica donna del gruppo di brigatisti che tengono sequestrato Moro, in un anonimo appartamento di città. Con lei ci sono anche Mariano (Luigi Lo Cascio), il più determinato del gruppo, Ernesto (Pier Giorgio Bellocchio), Primo (Giovanni Calcagno). Nel contempo lei vive la normalità del quotidiano, con i suoi ritmi di sempre: il lavoro in ufficio, dove incontra un collega, Enzo (Paolo Briguglia), che sembra leggerle nel cuore più di quanto lei stessa immagini. Nonostante lei sia l'unica a non comunicare con il prigioniero, “il Presidente”, ne subisce progressivamente e involontariamente il fascino, l'integrità morale, la logica schiacciante delle sue risposte che mettono in luce l'assurdità dei loro propositi, mentre nel frattempo l'utopia rivoluzionaria sembra non riuscire più a placare i suoi dubbi idealisti. Bellocchio ha costruito l'intreccio del film su un doppio piano: il percorso personale di Chiara, da una parte, e le ambientazioni d'epoca dall'altra: queste si rivelano attraverso i notiziari dei telegiornali, i quotidiani, le scritte sui muri, le immagini d'epoca di repertorio. Bellocchio è riuscito a inserire questi dati storici nel film in maniera non invasiva, cioè in modo apparentemente casuale nella vita dei personaggi, oppure nei sogni della protagonista. E' la scelta vincente, che non appesantisce il fliure della storia ma allo stesso tempo la restituisce alla sua epoca con grande verosimiglianza. Per questo si capisce che Bellocchio ha svolto un grandissimo lavoro di ricerca su telegiornali Rai, su documenti storici ma anche sui reperti dell'epoca di Stalin, che tradiscono lo smalto della più forte propaganda. Il titolo del film, Buongiorno, notte è tratto da una poesia di Emily Dickinson che, secondo il regista, rende giustizia alle ambiguità dell'epoca, in quanto «contiene una contraddizione e un contrasto che evoca quel periodo (del terrorismo, ndr) notturno, angosciante, oscuro». Attori bravissimi, intensi e misurati nei loro ruoli. A partire da Roberto Herlitzka che, per restituire il personaggio di Moro, ha lavorato per sottrazione. Un volto noto storico è sempre il problema maggiore di questI film. Si rischia di discostarsi troppo dal reale o di non renderlo credibile. Qui si crede fin dal primo momento alla sua incarnazione di Moro. Bravissimi anche tutti gli altri attori: Maya Sansa, Luigi Lo Cascio, Pier Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno e Paolo Briguglia. In un cameo anche l'attore-feticcio del regosta, il bobbiese Gianni Schicchi.
Il regista: «Non mi interessava la verità della tragedia di Moro»
Il cineasta: questo assurdo omicidio a freddo mi ha ricordato le immagini dell'assassinio dei partigiani in “Paisà”
di d.bis.
Venezia. Meritati e calorosissimi applausi per Marco Bellocchio e il suo cast alla conferenza stampa al Lido affollatissima come poche. I giornalisti, di solito avari di pubbliche esternazioni, hanno applaudito lungamente ciascuno dei membri del cast, quando ne è stato fatto il nome. Lo stesso Bellocchio è rimasto sorpreso da una tale accoglienza.
«Non mi aspettavo una conferenza stampa così - ha detto il regista piacentino - sono umano, mi fa piacere di essere applaudito». Tra gli attori il più applaudito è risultato Roberto Herlitzka, seguito da Maya Sansa. Con loro anche Luigi Lo Cascio, Pier Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno, Paolo Briguglia e Sergio Pelone, coproduttore. Buongiorno, notte è anche il primo film italiano coprodotto da Sky tv. A Venezia Bellocchio ha risposto alle nostre domande con la disponibilità di sempre. Bellocchio, come mai un film politico, in un momento in cui si producono molte opere sulla nostra storia recente? «Per la prima volta ho realizzato un film su commissione, da RaiCinema, una sfida che mi ha coinvolto. Ma dovevo affermare una mia infedeltà nei confronti della tragedia, rispetto ad altri film che cercano verità storiche. Certamente non mi interessava di indagare su chi sono i responsabili, se la Cia o il Kgb. Volevo qualcosa che traducesse la realtà tragica di questo momento». Come mai ha dedicato il film a suo padre? «Mi hanno sempre chiesto perché non c'era il padre nei miei film, penso soprattutto a I pugni in tasca. La figura di Herlitzka mi ricordava molto mio padre, che ho perso da adolescente, un ricordo poi rimosso. Per il sogno in cui lui passeggia nell'appartamento mi sono ispirato alle passeggiate di mio padre, che guardava noi bambini mentre dormivamo». Come pensa che possa reagire il pubblico che allora non c'era e chi, invece, ancora ricorda? «Chi allora non era nato mi ha dato dei sorprendenti segnali di emozioni. Mi sento a posto, perché non ho realizzato il film per chiudere i conti con qualcuno: volevo solo coinvolgere chi quel periodo non l'ha vissuto. Alcuni potrebbero arrabbiarsi, più quelli di sinistra che di destra». All'epoca di Moro lei era politicamente impegnato? «La mia stagione politica è finita nel '69. Dopo ho solo bordeggiato la politica. Però la freddezza di questo assassinio mi sembrava comunque intollerabile». Ha basato la sua ricostruzione prevalentemente sul libro Il prigioniero di Anna Laura Braghetti? «Dal momento che la Rai mi ha chiesto di realizzare il film mi ha anche suggerito il libro. Mi sono basato anche sul libro di Sciascia e su altri documenti storici». Nel film ci sono confronti su fede e comunismo, nei discorsi tra Moretti e Moro, che Sciascia negava. «Moro dice: siamo cattolici all'acqua di rose, mentre voi siete molto più determinati di noi. Infatti le Crociate sono finite da seicento anni». Come mai nel film si vedono immagini di «Paisà»? «Ci sono anche altri film. La Braghetti nel suo libro si rimproverava di non essersi ribellata. Il film va in una direzione diversa: la cosa più assurda è questo assassinio a freddo, che mi ha ricordato le immagini di Paisà sull'assassinio dei partigiani nel fiume». Nel film si narra anche del rifiuto del “partito della fermezza”. «Una delle due idee dominanti fu espressa da Andreotti che sosteneva come, davanti alla tragedia, ci si dovesse comportare così, non trattando con i terroristi. Sostenevano che quelle lettere non le avesse scritte lui: c'era una dimensione ipocrita e difensiva da parte dei politici. In questo senso accolgo in pieno il pensiero di Sciascia sulla manipolazione». Qual è la sua posizione sulla vicenda Moro? «Penso che lasciar uccidere quest'uomo sia stato un grande errore politico. L'opportunità di cedere, in quel caso, sarebbe stato un segnale più forte. Una scelta solo apparentemente di maggior debolezza». Non c'è il rischio che la Braghetti qui appaia troppo umana? «E' un falso storico. Circa un anno dopo, infatti, sparò freddamente a Bachelet. In questo senso i pentimenti del libro sono molto ambigui. Noi abbiamo assunto il libro liberamente». E' soddisfatto di come ha rappresentato Moro? «Confesso che non mi sarei aspettato tanta pietà e tanta simpatia nei confronti della figura di Moro. Con Herlitzka mi sono dovuto ricredere, perché noi registi di cinema abbiamo sempre dei pregiudizi nei confronti degli attori di teatro. Sarebbe stato un errore imitare Moro, facendolo parlare in pugliese: infatti Herlitzka ha mantenuto il suo torinese. Il segretario di Moro, Guerzoni, mi ha rivelato di essere rimasto molto impressionato, in quanto Herlitzka usa le mani come Moro». Anche a lei Moro ha suscitato tanta pietà? «Io mi adeguo».
La lettera
Grazie del film. Perché lo Stato non trattò?
di Giovanni Moro
Ecco il testo della lettera che il figlio di Aldo Moro, Giovanni, ha inviato all'amministratore delegato di Rai Cinema, Giancarlo Leone, a commento del film di Marco Bellocchio “Buongiorno notte”
Caro dottore, desidero ringraziarla per l'invito che mi ha rivolto a vedere in anteprima il film che Marco Bellocchio ha dedicato alla vicenda di mio padre. L'invito è stato tanto più gradito in quanto non dovuto, giacché il film non richiedeva alcun visto o imprimatur da parte della famiglia, e men che meno da parte di un suo singolo componente. Né, d'altra parte, l'eventuale consenso o dissenso dei familiari nei confronti del film, avrebbe potuto, aggiungere o togliere nulla al suo valore.
Fatte queste premesse, che mi sembrano necessarie alla luce di sgradevoli recenti precedenti, desidero dirle che ho molto apprezzato il film. Trovo che Bellocchio, scegliendo deliberatamente di riflettere sulla esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti e degli atti noti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda. Non sono un critico cinematografico, ma mi viene da dire che questo è un caso in cui una creazione artistica è stata capace, proprio restando tale, di accrescere la conoscenza della realtà.
Penso che chi vedrá il film potrà cogliere il senso del dramma di un uomo posto di fronte a un destino tragico quanto insensato e non necessario, da lui vissuto in modo tanto più acuto quanto più era netta la sua percezione della incombente fine del mondo diviso in blocchi e della obsolescenza delle grandi ideologie che avevano improntato di sé il secolo.
Sono persuaso che la compresenza nel film di due opposte conclusioni - la libertà e la morte - corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme metta in luce in modo pacato ma netto il nodo, ancora non sciolto, di quella vicenda anche dal punto di vista storico, politico e giudiziario. Si tratta, come più volte mi è capitato di dire, della questione di come mai in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise dì non trattare con i terroristi né di cercare seriamente di liberare il prigioniero.
Giovanni Moro
parlano i bravi protagonisti
Il figlio del regista Pier Giorgio: una storia di persone Maya Sansa: il mio percorso in parte schizofrenico
VENEZIA (dabis)Tutti gli attori di Buongiorno, notte si sono fortemente immedesimati nella parte, studiando anche molto su libri e documenti dell'epoca. Per Maya Sansa è stato un «lavoro graduale, iniziato con un incontro con Bellocchio, che all'inizio voleva capire se potevo non essere più “la balia”. Ho cercato di tuffarmi nel periodo storico: è stato un viaggio introspettivo, un percorso in parte schizofrenico. Per il mio personaggio era la prima missione da brigatista, per la prima volta lei si confrontava con realtà dei fatti, come per esempio cosa significhi tenere un prigioniero in casa. Molti di loro fuggivano dopo essere passati all'azione, perché avevano le loro fragilità. Non li considero dei mostri ma degli esseri umani che si sono violentati per seguire questa astrazione». Luigi Lo Cascio, per la prima volta in un ruolo negativo, incarna Moretti, il leader del gruppo, il più intransigente e anche colui che dialoga con Aldo Moro. «Partendo da un dato storico - ha rivelato l'attore - ho cercato di lavorare sugli aspetti emotivi. Mariano è stato coinvolto negli avvenimenti ma è talmente controverso nei suoi giudizi con gli altri, una sfinge, che sarebbe stato complicato per me puntare su questo. Ho preferito lavorare sulla sua leadership un po' a rischio e sul suo rapporto con il prigioniero, una conversazione con degli aspetti inconciliabili, almeno fino a quando non lavora insieme a Moro per scardinare il blocco della fermezza. Dunque non ho pensato in termini di cattivo: piuttosto ho puntato sul suo allontanamento dalle coordinate umane, per un obiettivo che si rivela contraddittorio. Sono talmente assurde le cose che dice Mariano che, se la gente che guarda il film non è incline al male, si rende immediatamente conto che sono deliranti». Maya Sansa avrebbe voluto incontrare la brigatista ma «la Braghetti non ha voluto rivangare il passato». Pier Giorgio Bellocchio è il solo ad aver «incontrato alcuni dei rapitori di Moro, come la Faranda, l'unica del gruppo che dubitava». Roberto Herlitzka è invece rimasto «colpito - ha detto - che alcuni abbiano associato la mia gestualità a quella di Moro. Perché non ho lavorato per imitare lui, ho solo visto alcuni spezzoni minimi di telegiornale e letto alcune sue lettere. Ho puntato soprattutto sul suo lucido tentativo di salvarsi la vita, aggrappandomi ai sentimenti sinceri che provava per la famiglia». Per il figlio del regista, che interrpeta Germano Maccari, l'uccisore materiale di Moro, all'epoca «la fermezza dei politici era un atteggiamento di comodo per dare spazio all'ipocrisia». Il merito di Buongiorno, notte, la chiave nuova per leggere il caso Moro, secondo Pier Giorgio, sta «nel non parlarne come giallo, come una spy story, ma come una storia di persone: Moro non è uno statista ma un uomo, un padre e i brigatisti sono uomini disperati e distrutti, non solo dei mostri».
i commenti degli ex brigatisti
Gallinari si ribella, il sì di Morucci
VENEZIA Buongiorno, notte, il film di Bellocchio su Moro, ovviamente non lo ha visto, anche se ne ha sentito parlare. Dalla sua casa in Emilia Prospero Gallinari, uno dei brigatisti che fu protagonista del sequestro Moro, esordisce: «Si tratta di un film di fronte al quale ognuno può pensare e sentire quello che crede; i fatti sono una cosa, l'arte è un'altra». Ma senza mezzi termini contesta il fatto che fossero, loro del gruppo di br, carcerieri di Moro, deliranti e avulsi dalla realtà: «E' storicamente falso sostenere che fossimo “chiusi”. Come organizzazione politica osservavamo, calcolavamo ed eravamo radicati nei quartieri, nelle fabbriche, sapevamo dunque quello che la gente pensava». «Mi auguro che il film di Bellocchio sia un film d'autore cioè si preoccupi finalmente di raccontare le emozioni, la vicenda e le contraddizioni umane». Valerio Morucci, ex br tra gli autori del sequestro Moro, è perentorio. Il film ovviamente non lo ha visto, ma non esclude che potrebbe andarlo a vedere. Se il film non pretende di raccontare la verità storica, «ben venga, ne sono contento. Sui fatti si scrivono documentari».
FARECINEMA
Nell'ambito del laboratorio guidato da Bellocchio dal 9 al 20 ecco gli “Incontri con gli autori”
A Bobbio quasi un festival del cinema
Ospiti con i loro film Ciprì & Maresco, Winspeare, Battiato
di Oliviero Marchesi
Ci sarà - ed era prevedibile - Buongiorno, notte, il nuovo film del grande regista piacentino Marco Bellocchio sul caso Moro (accolto in questi giorni dagli osanna dei critici alla Mostra del Cinema di Venezia). Ci saranno (accompagnati dai rispettivi autori) altri film italiani proiettati nei giorni scorsi al Lido e assai apprezzati: uno è Il ritorno di Cagliostro, terzo lungometraggio di Daniele Ciprì e Franco Maresco (Cinico TV, Lo zio di Brooklyn, Totò che visse due volte), atteso dai cinefili come la manna dal cielo; l'altro è Il miracolo, lirica e intensa fiaba salentina, opera matura di Edoardo Winspeare (Sangue vivo). Ci saranno classici del cinema d'autore italiano, come Salto nel vuoto dello stesso Bellocchio e lo splendido La strategia del ragno di Bernardo Bertolucci. Ci saranno le pubbliche “Lezioni di cinema” dello scrittore Vincenzo Cerami (che ha firmato, tra le altre, la sceneggiatura di un film premio Oscar come La vita è bella di Roberto Benigni) e del montatore Roberto Perpignani. Ci saranno gioielli degli anni 2000 come Fango di Dervis Zaim e L'angelo della spalla destra di Djamshed Usmonov. Ci sarà il produttore Marco Müller, già direttore di edizioni assolutamente indimenticabili del Festival di Locarno e ora demiurgo di Fabrica Cinema: uno degli sguardi più aperti al mondo (Terzo Mondo compreso) della scena cinematografica contemporanea. Ci saranno il regista Riccardo Milani e Claudio Santamaria (attore nel suo Il posto dell'anima). E ci sarà il maggiore musicista pop italiano vivente, Franco Battiato: presenterà Perduto amore, il film che ha segnato il suo felice, personale debutto dietro la macchina da presa. C'è davvero molta carne al fuoco nelle anticipazioni del calendario di quella che si annuncia come l'edizione più forse preziosa dell'ormai non breve storia di “Incontri con gli autori”, la rassegna estiva di cinema (non solo bei film, ma anche dibattiti coi loro autori e protagonisti) che si terrà al cinema Le Grazie di Bobbio da martedì 9 a sabato 20 sotto la direzione artistica di Bellocchio. Si tratta, com'è noto, di una fortunata “costola” del laboratorio Farecinema, che Bellocchio tiene da sette edizioni nel capoluogo dell'Alta Valtrebbia e che viene organizzato dal Comune di Bobbio e dal Centro Itard di Piacenza in collaborazione con Regione, Provincia, Fondazione di Piacenza e Vigevano, Filmalbatros di Roma e Lanterna Magica di Bobbio. Tutte le proiezioni (con relativi incontri) si terranno alle 21.15 e saranno a ingresso gratuito. Ecco, a seguire, le date già fissate. Martedì 9 sarà proiettato Fango di Dervis Zaim, seguito da un incontro pubblico con l'autore, il produttore Müller e la montatrice Daniela Calvelli. Mercoledì 10, proiezione di Perduto amore e incontro con Franco Battiato. Giovedì 11: proiezione di Salto nel vuoto di Marco Bellocchio e incontro con Vincenzo Cerami, sceneggiatore della pellicola (il suo intervento rientra nel mini-ciclo “Lezioni di cinema” alla voce “la sceneggiatura”). Venerdì 12 sarà proiettato il mediometraggio A un millimetro dal cuore di Iole Natoli (affermata segretaria di edizione che ha lavorato, tra gli altri, con Ettore Scola e lo stesso Bellocchio, che da alcuni anni si è avvicinato alla regia), insieme con quattro video girati da allievi di passate edizioni di Farecinema: Mentre tu aspetti (mediometraggio diretto da Katjuscia Fantini e prodotto da Matteo Lugli per il progetto Sicurezza stradale sostenuto dall'istituto comprensivo di Borgonovo) e i cortometraggi Local habitation di Luca Giberti, La rosa più bella del nostro giardino di Massimo Orzi e Dove sei di Jacqueline Valenti. Dopo la pausa di riposo di sabato 13 e domenica 14, lunedì 15 la rassegna riprenderà con la proiezione di Il miracolo e l'incontro con Edoardo Winspeare. Martedì 16 toccherà a Il posto dell'anima di Riccardo Milani e all'incontro con Milani e Claudio Santamaria. Venerdì 19, il classico La strategia del ragno di Bertolucci (ospite Roberto Perpignani per la “Lezione di cinema” sul tema “il montaggio”). Ancora da definire le date di tre proiezioni-incontri particolarmente interessanti (che saranno distribuite tra mercoledì 17, giovedì 18 e il gran finale di sabato 20): L'angelo della spalla destra, struggente pellicola del tagiko Djamshed Usmonov, la cui proiezione bobbiese sarà accompagnata dall'incontro col produttore Müller; Il ritorno di Cagliostro, con la partecipazione “live” della geniale coppia Ciprì & Maresco; e naturalmente Buongiorno notte, col padrone di casa Bellocchio protagonista dell'incontro annuale col pubblico di quella Bobbio da lui tanto amata.
Buongiorno, notte: L'Unione Sarda
L'Unione Sarda 5.9.03
Giancarlo Leone, amministratore delegato di Rai Cinema, l’ha letta dopo la proiezione veneziana dell’opera
«Un bel film sul destino tragico di mio padre»
Con una lettera Giovanni Moro ha ringraziato pubblicamente il regista
«Si tratta di una sola questione: come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né cercare seriamente di liberare il prigioniero»: così, sottolineando il cuore del problema, si conclude la lettera che il figlio di Aldo Moro, Giovanni, ha scritto all’amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone per ringraziarlo del film di Marco Bellocchio Buongiorno, notte dedicato al sequestro di suo padre. È stato lo stesso Leone a leggerla ieri alla stampa.
Nella lettera Giovanni Moro ringrazia per aver visto in anteprima il film: «Un invito tanto più gradito in quanto non dovuto giacché il film non richiedeva alcun visto o imprimatur da parte della famiglia», ha scritto: «Né d’altra parte l’eventuale consenso o dissenso dei familiari avrebbe potuto aggiungere o togliere nulla al suo valore». «Ho molto apprezzato il film», prosegue Giovanni Moro, «trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull’esperienza dell’uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all’insieme dei fatti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda». Moro sottolinea che il film «è un caso in cui una creazione artistica è stata capace, proprio restando tale, di accrescere la conoscenza della realtà». E aggiunge: «Penso che chi vedrà Buongiorno, notte potrà cogliere il senso del dramma di un uomo posto di fronte a un destino tragico quanto insensato e non necessario, da lui vissuto in modo tanto più acuto quanto più era netta la sua percezione della incombente fine del mondo diviso in blocchi».
A proposito della compresenza nel film di due opposte conclusioni - la libertà e la morte -, Giovanni Moro conclude: «Sono persuaso che corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme metta in luce, in modo pacato ma netto, il nodo ancora non sciolto di quella vicenda anche dal punto di vista storico, politico e giudiziario. Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né cercare seriamente di liberare il prigioniero».
Un’altra reazione alla notizia del film aveva avuto qualche mese fa Maria Fida, figlia di Aldo Moro, che si era lamentata con il regista e la produzione («Poteva almeno avvisarci con una lettera»), ricordando di aver saputo che il film sul padre sarebbe uscito solo a metà agosto da un trailer passato in tv. «Non ce l’ho con il libro né con il film che potrebbe anche essere un’opera d’arte», aveva precisato Maria Fida: «Non ce l’ho nemmeno con Bellocchio che poteva almeno scrivere una lettera come gesto di cortesia. Il mio rammarico nasce da altro: non è possibile che chiunque - tranne noi - possa parlare del caso Moro».
Giancarlo Leone, amministratore delegato di Rai Cinema, l’ha letta dopo la proiezione veneziana dell’opera
«Un bel film sul destino tragico di mio padre»
Con una lettera Giovanni Moro ha ringraziato pubblicamente il regista
«Si tratta di una sola questione: come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né cercare seriamente di liberare il prigioniero»: così, sottolineando il cuore del problema, si conclude la lettera che il figlio di Aldo Moro, Giovanni, ha scritto all’amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone per ringraziarlo del film di Marco Bellocchio Buongiorno, notte dedicato al sequestro di suo padre. È stato lo stesso Leone a leggerla ieri alla stampa.
Nella lettera Giovanni Moro ringrazia per aver visto in anteprima il film: «Un invito tanto più gradito in quanto non dovuto giacché il film non richiedeva alcun visto o imprimatur da parte della famiglia», ha scritto: «Né d’altra parte l’eventuale consenso o dissenso dei familiari avrebbe potuto aggiungere o togliere nulla al suo valore». «Ho molto apprezzato il film», prosegue Giovanni Moro, «trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull’esperienza dell’uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all’insieme dei fatti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda». Moro sottolinea che il film «è un caso in cui una creazione artistica è stata capace, proprio restando tale, di accrescere la conoscenza della realtà». E aggiunge: «Penso che chi vedrà Buongiorno, notte potrà cogliere il senso del dramma di un uomo posto di fronte a un destino tragico quanto insensato e non necessario, da lui vissuto in modo tanto più acuto quanto più era netta la sua percezione della incombente fine del mondo diviso in blocchi».
A proposito della compresenza nel film di due opposte conclusioni - la libertà e la morte -, Giovanni Moro conclude: «Sono persuaso che corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme metta in luce, in modo pacato ma netto, il nodo ancora non sciolto di quella vicenda anche dal punto di vista storico, politico e giudiziario. Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né cercare seriamente di liberare il prigioniero».
Un’altra reazione alla notizia del film aveva avuto qualche mese fa Maria Fida, figlia di Aldo Moro, che si era lamentata con il regista e la produzione («Poteva almeno avvisarci con una lettera»), ricordando di aver saputo che il film sul padre sarebbe uscito solo a metà agosto da un trailer passato in tv. «Non ce l’ho con il libro né con il film che potrebbe anche essere un’opera d’arte», aveva precisato Maria Fida: «Non ce l’ho nemmeno con Bellocchio che poteva almeno scrivere una lettera come gesto di cortesia. Il mio rammarico nasce da altro: non è possibile che chiunque - tranne noi - possa parlare del caso Moro».
Buogiorno, notte: Alto Adige (Trento)
Alto Adige 5.9.03
Ora Bellocchio è in corsa con Inarritu
Totoleoni
VENEZIA. Dopo il consenso della stampa (inattesa standing ovation, raramente riservata) e soprattutto degli operatori stranieri che lo hanno già prenotato per i prossimi festival di Toronto, New York e Londra, Marco Bellocchio e il suo "Buongiorno, notte" dedicato al caso Moro, puntano dritto al Leone d'oro. In un Totoleoni, necessariamente parziale visto che manca l'atteso "21 grammi" di Alejandro Gonzalez Inarritu con un bel cast formato da Sean Penn, Benicio Del Toro e Naomi Watts, Bellocchio è senz'altro tra i favoriti, anche se forse più che il Leone potrebbe avere il Gran Premio della giuria o il premio speciale per la regia, mentre un riconoscimento tra i suoi attori spetterebbe a Roberto Herlitzka che interpreta Moro.
Tra l'altro Bellocchio non ha mai vinto a Venezia. Bellocchio, secondo le indiscrezioni raccolte ieri, se la sta giocando con il russo "Il ritorno" (che ha in più la triste storia del protagonista bambino morto dopo le riprese) di Andrej Zvjagintsev, che ha avuto grandi consensi ovunque. Se Monicelli e i suoi giurati si ricorderanno di quello che è accaduto a Cannes quest'anno con "Uzak", c'è l'eventualità di una Coppa Volpi ex aequo tra i due ragazzi, Vladimir Garin e Ivan Dobronravov).
Però, pare la giuria stia considerando anche un'altra eventualità, quella di premiare l'efficace "Zatoichi" di Takeshi Kitano, film ironico e di grande qualità visiva. Kitano potrebbe in mancanza di altri premi avere la coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile.
Restano in zona premi il polacco "Pornografia" di Jan Kakub Kolski tratto da un romanzo di Witold Gombrowicz, il cui protagonista è in odore di Coppa Volpi, poi "Il miracolo" di Edoardo Winspeare, piaciuto ai critici e buon compromesso per un eventuale giuria divisa. In una rosa si possono includere il caotico condominio di Amos Gitai che con "Alila" potrebbe ottenere la Coppa Volpi per l'attrice Ronit Elkabetz; il maestro portoghese Manoel de Oliveira con il suo "Un film parlato"; la tedesca Margarethe Von Trotta, il cui ritorno al cinema sotto il segno di "Rosenstrasse", storia di una piccola resistenza tedesca al nazismo potrebbe aver centrato i tempi. Nonostante le attese della vigilia resta escluso (più che altro è una speranza) il film di Bruno Dumont "Twentynine Palms", noioso nella sua sessualità meccanica.
Il merito di "Buongiorno, notte" sta nel non parlarne come giallo, come una spy story, ma come una storia di persone: Moro non è uno statista ma un uomo.
BELLOCCHIO e la fine di Aldo Moro
"Buongiorno, notte" convince perché entra nei sentimenti più che nella cronaca
IN CONCORSO Pubblico e critica plaudono al ritorno del regista
di Stefano Giordano
VEENZIA. "Buongiono, notte" era sicuramete il film in concorso più atteso di questo finale di festival. Da una parte per la trasposizione cinematografica delle drammatiche vicende del sequestro Moro; dall'altra per l'attesa di una conferma di questa nuova fase del regista che, con il precedente "L'ora di religione", aveva ritrovato consenso di critica e pubblico. L'attesa era dunque anche per vedere quale posizione avrebbe preso il regista nel confronto dei delle vicende a distanza di 25 anni. Quale ricostruzione storiaca in questa fase di bisogno di memoria e pressione revisionista? Senza badare troppo allo specifico della cronaca, dei fatti, dei personaggi, il regista ha incentrato il film sulle dinamiche dei rapproti tra i protagonisti, Moro e i brigatisti, nei giorni del sequestro. In una forse eccessiva semplificazione emerge subito chiara la figura di uno statista interamente dedicato alla politica, in nome di una tensione etica e di profonde convinzioni religiose. Un personaggio mite e profondamente umano (vedi le citazioni delle lettere ai parenti), quasi stilizzato in questa incarnazione della vittima sacrificale. Dall'altra i brigatisti, determinati da ideologie assolute, imparate a memoria, da rigidi dogmatismi; ma poi anche incerti e divisi.
Il film procede tra le varie fasi e situazioni del sequestro, annunciate da un televisione perennemente accesa, e la quotidianità dei sequestratori, i loro ricordi, i sogni, i dubbi. La conclusione è nota, ma nel film, dopo l'uscita dal covo e l'avvio alla morte, creato su un crescendo musicale dei Pink Floyd (incredibilmente riuscito), Aldo Moro si ritrova libero a camminare per le strade. La metafora è chiara, lo spirito, il pensiero, l'esempio, il sacrificio non muoiono e gli sconfitti storici sono inevitabilmente i carnefici. Ancora dunque una pagina di storia per un film italiano presentato al festival. Dopo il '48 della strage di Portella della Ginestra di Paolo Benvenuti in "Segreti di Stato", dopo il'68 di Bernardo Bertolucci di "The dreamers", il '78 del sequestro Moro di Marco Bellocchio.
Perchè questo interesse per la storia dei nostri cineasti? Il cinema è diventato forse il media più popolare per la sua ricostruzione, la sua diffusione, la necessità della memoria? Una volontà di contrapporsi alla televisione che spettacolarizza sempre più il documentario? Può esserci un'esigenza etico-didattica, una voglia di raccontare un passato vissuto e conosciuto. Può esserci altro, per esempio i film che hanno vinto i festival importanti degli ultimi anni ("Il pianista", "La vita è bella"...). Ma il cinema resta sempre e soprattutto fiction, per questo dalla storia si possono realizzare ricostruzioni molto differenti a seconda delle finalità. Così se Benvenuti cerca la ricostruzione fedele a sostegno della denuncia, Bertolucci quella romantico evocativa di incitamento alle nuove generazioni, Bellocchio è interessato alle spinte interiori e al confronto dell'azione etico-politico portata agli estremi. Il rischio è la stilizzazione, ma, come il film di Bertolucci, anche questo non è forse dedicato agli over 40, che certe storie le hanno seguite in diretta, al tempo, ma ai giovani che di certe vicende sanno poco o niente e necessitano indirizzi. Poi, la lettura del passato, la selezione dei fatti importanti da rendere storia, inevitabilmente riducendoli, è un processo imprescindibile della contemporaneità.
Il film dunque, dalle buone qualità formali (ritmo, interpretazione, fotografia), piacerà o no a seconda di chi avrà voglia di leggerne gli intenti secondo quelli del regista, più che per altri elementi cinematografici.
Ora Bellocchio è in corsa con Inarritu
Totoleoni
VENEZIA. Dopo il consenso della stampa (inattesa standing ovation, raramente riservata) e soprattutto degli operatori stranieri che lo hanno già prenotato per i prossimi festival di Toronto, New York e Londra, Marco Bellocchio e il suo "Buongiorno, notte" dedicato al caso Moro, puntano dritto al Leone d'oro. In un Totoleoni, necessariamente parziale visto che manca l'atteso "21 grammi" di Alejandro Gonzalez Inarritu con un bel cast formato da Sean Penn, Benicio Del Toro e Naomi Watts, Bellocchio è senz'altro tra i favoriti, anche se forse più che il Leone potrebbe avere il Gran Premio della giuria o il premio speciale per la regia, mentre un riconoscimento tra i suoi attori spetterebbe a Roberto Herlitzka che interpreta Moro.
Tra l'altro Bellocchio non ha mai vinto a Venezia. Bellocchio, secondo le indiscrezioni raccolte ieri, se la sta giocando con il russo "Il ritorno" (che ha in più la triste storia del protagonista bambino morto dopo le riprese) di Andrej Zvjagintsev, che ha avuto grandi consensi ovunque. Se Monicelli e i suoi giurati si ricorderanno di quello che è accaduto a Cannes quest'anno con "Uzak", c'è l'eventualità di una Coppa Volpi ex aequo tra i due ragazzi, Vladimir Garin e Ivan Dobronravov).
Però, pare la giuria stia considerando anche un'altra eventualità, quella di premiare l'efficace "Zatoichi" di Takeshi Kitano, film ironico e di grande qualità visiva. Kitano potrebbe in mancanza di altri premi avere la coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile.
Restano in zona premi il polacco "Pornografia" di Jan Kakub Kolski tratto da un romanzo di Witold Gombrowicz, il cui protagonista è in odore di Coppa Volpi, poi "Il miracolo" di Edoardo Winspeare, piaciuto ai critici e buon compromesso per un eventuale giuria divisa. In una rosa si possono includere il caotico condominio di Amos Gitai che con "Alila" potrebbe ottenere la Coppa Volpi per l'attrice Ronit Elkabetz; il maestro portoghese Manoel de Oliveira con il suo "Un film parlato"; la tedesca Margarethe Von Trotta, il cui ritorno al cinema sotto il segno di "Rosenstrasse", storia di una piccola resistenza tedesca al nazismo potrebbe aver centrato i tempi. Nonostante le attese della vigilia resta escluso (più che altro è una speranza) il film di Bruno Dumont "Twentynine Palms", noioso nella sua sessualità meccanica.
Il merito di "Buongiorno, notte" sta nel non parlarne come giallo, come una spy story, ma come una storia di persone: Moro non è uno statista ma un uomo.
BELLOCCHIO e la fine di Aldo Moro
"Buongiorno, notte" convince perché entra nei sentimenti più che nella cronaca
IN CONCORSO Pubblico e critica plaudono al ritorno del regista
di Stefano Giordano
VEENZIA. "Buongiono, notte" era sicuramete il film in concorso più atteso di questo finale di festival. Da una parte per la trasposizione cinematografica delle drammatiche vicende del sequestro Moro; dall'altra per l'attesa di una conferma di questa nuova fase del regista che, con il precedente "L'ora di religione", aveva ritrovato consenso di critica e pubblico. L'attesa era dunque anche per vedere quale posizione avrebbe preso il regista nel confronto dei delle vicende a distanza di 25 anni. Quale ricostruzione storiaca in questa fase di bisogno di memoria e pressione revisionista? Senza badare troppo allo specifico della cronaca, dei fatti, dei personaggi, il regista ha incentrato il film sulle dinamiche dei rapproti tra i protagonisti, Moro e i brigatisti, nei giorni del sequestro. In una forse eccessiva semplificazione emerge subito chiara la figura di uno statista interamente dedicato alla politica, in nome di una tensione etica e di profonde convinzioni religiose. Un personaggio mite e profondamente umano (vedi le citazioni delle lettere ai parenti), quasi stilizzato in questa incarnazione della vittima sacrificale. Dall'altra i brigatisti, determinati da ideologie assolute, imparate a memoria, da rigidi dogmatismi; ma poi anche incerti e divisi.
Il film procede tra le varie fasi e situazioni del sequestro, annunciate da un televisione perennemente accesa, e la quotidianità dei sequestratori, i loro ricordi, i sogni, i dubbi. La conclusione è nota, ma nel film, dopo l'uscita dal covo e l'avvio alla morte, creato su un crescendo musicale dei Pink Floyd (incredibilmente riuscito), Aldo Moro si ritrova libero a camminare per le strade. La metafora è chiara, lo spirito, il pensiero, l'esempio, il sacrificio non muoiono e gli sconfitti storici sono inevitabilmente i carnefici. Ancora dunque una pagina di storia per un film italiano presentato al festival. Dopo il '48 della strage di Portella della Ginestra di Paolo Benvenuti in "Segreti di Stato", dopo il'68 di Bernardo Bertolucci di "The dreamers", il '78 del sequestro Moro di Marco Bellocchio.
Perchè questo interesse per la storia dei nostri cineasti? Il cinema è diventato forse il media più popolare per la sua ricostruzione, la sua diffusione, la necessità della memoria? Una volontà di contrapporsi alla televisione che spettacolarizza sempre più il documentario? Può esserci un'esigenza etico-didattica, una voglia di raccontare un passato vissuto e conosciuto. Può esserci altro, per esempio i film che hanno vinto i festival importanti degli ultimi anni ("Il pianista", "La vita è bella"...). Ma il cinema resta sempre e soprattutto fiction, per questo dalla storia si possono realizzare ricostruzioni molto differenti a seconda delle finalità. Così se Benvenuti cerca la ricostruzione fedele a sostegno della denuncia, Bertolucci quella romantico evocativa di incitamento alle nuove generazioni, Bellocchio è interessato alle spinte interiori e al confronto dell'azione etico-politico portata agli estremi. Il rischio è la stilizzazione, ma, come il film di Bertolucci, anche questo non è forse dedicato agli over 40, che certe storie le hanno seguite in diretta, al tempo, ma ai giovani che di certe vicende sanno poco o niente e necessitano indirizzi. Poi, la lettura del passato, la selezione dei fatti importanti da rendere storia, inevitabilmente riducendoli, è un processo imprescindibile della contemporaneità.
Il film dunque, dalle buone qualità formali (ritmo, interpretazione, fotografia), piacerà o no a seconda di chi avrà voglia di leggerne gli intenti secondo quelli del regista, più che per altri elementi cinematografici.
Buongiorno, notte: La Provincia
La Provincia 5.9.03
Cinema
Acclamato «Buongiorno, notte», sul sequestro dello statista visto attraverso gli occhi dei brigatisti
«Che errore far uccidere Moro»
Bellocchio: «Lo penso col senno di poi. Ma il film non ha tesi»
di Nicola Falcinella
Applausi e commozione. Miglior accoglienza non poteva avere Marco Bellocchio con il suo «Buongiorno, notte». Il penultimo giorno di proiezioni ha presentato uno dei grandi pretendenti al Leone d’oro che sarà assegnato domani sera. Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro raccontati dal covo di via Montalcini, i terroristi visti come delle persone con le loro illusioni e le loro follie terribili. Tante ombre, atmosfere, sguardi, sogni, ricordi, partendo da ciò che si sa di quei giorni per poi creare quattro sequestratori (non hanno i nomi dei veri Br per evitare che finzione e realtà storica si confondano) che vivono giorno per giorno la situazione, fra i dubbi. «Buongiorno, notte» ha tanti momenti forti, commuoventi: il funerale degli agenti di scorta visto in tv, la lettera a Papa Paolo VI che Moro legge ai brigatisti per ricevere consigli, le epistole del prigioniero ormai destinato a morte che si sovrappone, nella mente della giovane, a quelle dei partigiani fucilati dai nazisti e dalla X Mas (con frammenti di «Paisà» di Rossellini). Bellocchio evoca con le musiche di Verdi, Schubert e dei Pink Floyd, con sogni di utopie visualizzati da «Tre canti di Lenin» di Dziga Vertov, fa sentire vicini e distanti ai quattro terroristi che nel crescente isolamento, colmi di una follia efferata, nascondono un uomo (che ha il volto di Roberto Herlitzka), lo processano e lo uccidono. Quale interpretazione ha dato del sequestro di Aldo Moro da parte delle Br? Per la prima volta – racconta Bellocchio – ho fatto un film su commissione, per la Rai, che mi ha lasciato molta libertà. E’ stata una sfida che mi ha progressivamente coinvolto. Ho scelto come strada quella di affermare delle infedeltà rispetto a come andarono le cose. Non mi interessavano tesi o discorsi ideologici o ipotesi come quelle di un ruolo della Cia o del Kgb. Non mi interessava sapere chi erano i responsabili ma capire se fosse possibile evitare la fatalità tragica di quel che avvenne. Il personaggio di Chiara ha nel film possibilità d’uscita che nella realtà la Braghetti non ebbe. E’ tutto giocato sull’interno, sulla vita nel covo. Perchè? Mi è congeniale girare negli appartamenti. Prima ho raccontato la finta vita di famiglia, dove i personaggi mettono le fedi al dito prima di uscire e le tolgono appena rientrate per passarsi come una giovane coppia. Poi la scoperta del prigioniero come persona. Ho concentrato il film, per non essere troppo lungo o noioso sull’interno, accennando al resto con pochi tratti. Inizialmente Moro non lo si doveva vedere, doveva essere solo una voce. Poi il ruolo è cresciuto. Non conobbi il Moro reale, ma approfondendolo non credevo suscitasse tanta pietà e simpatia in tutti quanti. Perché mostrare le immagini di “Paisà”? La resistenza è accennata nel libro della Braghetti, Il prigioniero , che ho usato come traccia di partenza. Lei si rimprovera di non aver reagito, anche se è difficile credere che ci sia stato un reale pentimento. Credo che la cosa più folle sia stata l’uccisione a freddo di Moro, ingiustificabile, terribile, soprattutto dopo che si sono parlati e conosciuti. Mi è venuto spontaneo l’accostamento con le immagini dei partigiani uccisi, anche in contrasto alla mitizzazione della resistenza che i brigatisti avevano fatto. Nel film si vedono tanti uomini politici in immagini di repertorio, come li ha scelti? Non ho fatto calcoli politici. Per esprimere la linea della fermezza ho messo il famoso comizio di Luciano Lama perché simboleggiava tanto e per le parole potenti. Non volevo fare film a tesi, come lo fu quello di Ferrara dal libro di Sciascia. Nel finale emerge un rifiuto di questa linea della fermezza... Per me, con il senno di poi, fu un errore politico lasciare uccidere Moro. Non c’è una controprova, ma penso che uno Stato che avesse mostrato la forza di cedere si sarebbe mostrato comunque più forte dei terroristi, e si sarebbe salvato un uomo. Non sono uno storico, ma credo che a volte le scelte di maggior debolezza o più impopolari si rivelino alla lunga le più forti. Guardiamo ora al caso Sofri che non vogliono liberare. Ha dedicato il film a suo padre. Perchè? Mi hanno sempre rimproverato la mancanza del padre nei miei film. E’ successo che durante le riprese Herlitzka mi abbia più volte ricordato mio padre che ho perso quando ero adolescente. Avevo rimosso perché fu una perdita grave.
L’intervista
L’ottima Maya Sansa interpreta la Braghetti
«Chiara, divisa dai dubbi»
In ascesa Maya Sansa
di N. Fal .
Porta negli occhi il peso di un film difficile e il tormento di una persona che non è la terrorista fredda e tutta d’un pezzo ma una giovane donna che ha scelto la rivoluzione armata, ma perseguendola recupera scampoli di umanità. «Se il film proseguisse – racconta Maya Sansa, protagonista di “Buongiorno, notte” – credo che il mio personaggio, Chiara, abbandonerebbe la lotta armata. Anche se, nella realtà, Laura Braghetti che ha ispirato il mio ruolo, non ebbe crisi e circa un anno dopo uccise Vittorio Bachelet. Forse una volta che non si è avuto il coraggio di opporsi a una decisione così fredda e crudele come l’uccidere il prigioniero fa entrare in una morsa dalla quale è difficile uscire». La giovane attrice sta vivendo, dopo «La meglio gioventù» e «Il vestito da sposa», un momento molto felice della sua carriera, con ruoli importanti, il principale dei quali nel film di Bellocchio dove interpreta la donna componente del gruppo che tenne prigioniero Aldo Moro. Come si è preparata a questo personaggio? La prima volta che ho parlato con Bellocchio, con il quale avevo recitato ne La balia , non c’era ancora copione, dovevamo vedere se potessi trasformarmi in una terrorista. Ho letto molto, le lettere di Moro ma soprattutto i libri di ex terroristi: Il prigioniero della Braghetti, ma anche Morucci, Moretti, Faranda. Quando il regista mi ha detto che il mio personaggio si staccava dalla persona reale mi sono buttata sulla sceneggiatura cercando di capire la schizofrenia di Chiara. All’inizio ha fiducia nella missione di cambiare le cose, poi cambia, si confronta con cosa significhi tenere un uomo prigioniero in una stanza di un metro e mezzo. Che cosa pensa di quei giovani che si diedero alla lotta armata? Leggere i loro racconti li rende umani, si capisce come la passione così utopistico li porti a inseguirlo con una modalità tanto assurda. Mi sembrano persone che si sono fatte del male da sole. Erano giovani che si sono trovati giustificazioni per l’azione e molti si tirarono indietro prima. Alcuni si trasformarono in soldati, altri andarono in frantumi. Non li considero dei mostri, ma persone che si sono violentate dentro per seguire degli ideali fino alla follia. Follia e schizofrenia sono molto evidenti, anche nel film: nella casa covo aleggia un’atmosfera di morte e oppressione, anche se non mancano piccoli momenti di umanità. Uno dei personaggi tiene i canarini: nella realtà Prospero Gallinari aveva gli uccellini.
I commenti / La vicenda resta «un nodo non ancora sciolto»
I figli: Giovanni plaude, Maria Fida critica
di P. Pa.
«Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né cercare seriamente di liberare il prigioniero»: così, sottolineando il cuore del problema, si conclude la lettera che il figlio di Aldo Moro, Giovanni, ha scritto all’amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone per ringraziarlo del film di Marco Bellocchio «Buongiorno, notte» dedicato al sequestro di suo padre, definito «un nodo non ancora sciolto». «Ho molto apprezzato il film - prosegue Giovanni Moro - trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull’esperienza dell’uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all’insieme dei fatti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda». E aggiunge: «Penso che chi vedrà il film potrà cogliere il senso del dramma di un uomo posto di fronte a un destino tragico quanto insensato e non necessario, da lui vissuto in modo tanto più acuto quanto più era netta la sua percezione della incombente fine del mondo diviso in blocchi». Di opposto tenore, all’inizio della Mostra, erano state invece le valutazioni di Maria Fida, figlia dello statista e sorella di Giovanni, che si era lamentata con il regista («Poteva almeno avvisarci con una lettera»), aggiungendo uno sfogo: «Non ce l’ho con il libro nè con il film. Il mio rammarico nasce da altro: non è possibile che chiunque - tranne noi - possa parlare del caso Moro». E sull’onda del film, il 17 ottobre uscirà da Feltrinelli il libro di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella «Il prigioniero», da cui è liberamente tratto «Buongiorno, notte».
Cinema
Acclamato «Buongiorno, notte», sul sequestro dello statista visto attraverso gli occhi dei brigatisti
«Che errore far uccidere Moro»
Bellocchio: «Lo penso col senno di poi. Ma il film non ha tesi»
di Nicola Falcinella
Applausi e commozione. Miglior accoglienza non poteva avere Marco Bellocchio con il suo «Buongiorno, notte». Il penultimo giorno di proiezioni ha presentato uno dei grandi pretendenti al Leone d’oro che sarà assegnato domani sera. Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro raccontati dal covo di via Montalcini, i terroristi visti come delle persone con le loro illusioni e le loro follie terribili. Tante ombre, atmosfere, sguardi, sogni, ricordi, partendo da ciò che si sa di quei giorni per poi creare quattro sequestratori (non hanno i nomi dei veri Br per evitare che finzione e realtà storica si confondano) che vivono giorno per giorno la situazione, fra i dubbi. «Buongiorno, notte» ha tanti momenti forti, commuoventi: il funerale degli agenti di scorta visto in tv, la lettera a Papa Paolo VI che Moro legge ai brigatisti per ricevere consigli, le epistole del prigioniero ormai destinato a morte che si sovrappone, nella mente della giovane, a quelle dei partigiani fucilati dai nazisti e dalla X Mas (con frammenti di «Paisà» di Rossellini). Bellocchio evoca con le musiche di Verdi, Schubert e dei Pink Floyd, con sogni di utopie visualizzati da «Tre canti di Lenin» di Dziga Vertov, fa sentire vicini e distanti ai quattro terroristi che nel crescente isolamento, colmi di una follia efferata, nascondono un uomo (che ha il volto di Roberto Herlitzka), lo processano e lo uccidono. Quale interpretazione ha dato del sequestro di Aldo Moro da parte delle Br? Per la prima volta – racconta Bellocchio – ho fatto un film su commissione, per la Rai, che mi ha lasciato molta libertà. E’ stata una sfida che mi ha progressivamente coinvolto. Ho scelto come strada quella di affermare delle infedeltà rispetto a come andarono le cose. Non mi interessavano tesi o discorsi ideologici o ipotesi come quelle di un ruolo della Cia o del Kgb. Non mi interessava sapere chi erano i responsabili ma capire se fosse possibile evitare la fatalità tragica di quel che avvenne. Il personaggio di Chiara ha nel film possibilità d’uscita che nella realtà la Braghetti non ebbe. E’ tutto giocato sull’interno, sulla vita nel covo. Perchè? Mi è congeniale girare negli appartamenti. Prima ho raccontato la finta vita di famiglia, dove i personaggi mettono le fedi al dito prima di uscire e le tolgono appena rientrate per passarsi come una giovane coppia. Poi la scoperta del prigioniero come persona. Ho concentrato il film, per non essere troppo lungo o noioso sull’interno, accennando al resto con pochi tratti. Inizialmente Moro non lo si doveva vedere, doveva essere solo una voce. Poi il ruolo è cresciuto. Non conobbi il Moro reale, ma approfondendolo non credevo suscitasse tanta pietà e simpatia in tutti quanti. Perché mostrare le immagini di “Paisà”? La resistenza è accennata nel libro della Braghetti, Il prigioniero , che ho usato come traccia di partenza. Lei si rimprovera di non aver reagito, anche se è difficile credere che ci sia stato un reale pentimento. Credo che la cosa più folle sia stata l’uccisione a freddo di Moro, ingiustificabile, terribile, soprattutto dopo che si sono parlati e conosciuti. Mi è venuto spontaneo l’accostamento con le immagini dei partigiani uccisi, anche in contrasto alla mitizzazione della resistenza che i brigatisti avevano fatto. Nel film si vedono tanti uomini politici in immagini di repertorio, come li ha scelti? Non ho fatto calcoli politici. Per esprimere la linea della fermezza ho messo il famoso comizio di Luciano Lama perché simboleggiava tanto e per le parole potenti. Non volevo fare film a tesi, come lo fu quello di Ferrara dal libro di Sciascia. Nel finale emerge un rifiuto di questa linea della fermezza... Per me, con il senno di poi, fu un errore politico lasciare uccidere Moro. Non c’è una controprova, ma penso che uno Stato che avesse mostrato la forza di cedere si sarebbe mostrato comunque più forte dei terroristi, e si sarebbe salvato un uomo. Non sono uno storico, ma credo che a volte le scelte di maggior debolezza o più impopolari si rivelino alla lunga le più forti. Guardiamo ora al caso Sofri che non vogliono liberare. Ha dedicato il film a suo padre. Perchè? Mi hanno sempre rimproverato la mancanza del padre nei miei film. E’ successo che durante le riprese Herlitzka mi abbia più volte ricordato mio padre che ho perso quando ero adolescente. Avevo rimosso perché fu una perdita grave.
L’intervista
L’ottima Maya Sansa interpreta la Braghetti
«Chiara, divisa dai dubbi»
In ascesa Maya Sansa
di N. Fal .
Porta negli occhi il peso di un film difficile e il tormento di una persona che non è la terrorista fredda e tutta d’un pezzo ma una giovane donna che ha scelto la rivoluzione armata, ma perseguendola recupera scampoli di umanità. «Se il film proseguisse – racconta Maya Sansa, protagonista di “Buongiorno, notte” – credo che il mio personaggio, Chiara, abbandonerebbe la lotta armata. Anche se, nella realtà, Laura Braghetti che ha ispirato il mio ruolo, non ebbe crisi e circa un anno dopo uccise Vittorio Bachelet. Forse una volta che non si è avuto il coraggio di opporsi a una decisione così fredda e crudele come l’uccidere il prigioniero fa entrare in una morsa dalla quale è difficile uscire». La giovane attrice sta vivendo, dopo «La meglio gioventù» e «Il vestito da sposa», un momento molto felice della sua carriera, con ruoli importanti, il principale dei quali nel film di Bellocchio dove interpreta la donna componente del gruppo che tenne prigioniero Aldo Moro. Come si è preparata a questo personaggio? La prima volta che ho parlato con Bellocchio, con il quale avevo recitato ne La balia , non c’era ancora copione, dovevamo vedere se potessi trasformarmi in una terrorista. Ho letto molto, le lettere di Moro ma soprattutto i libri di ex terroristi: Il prigioniero della Braghetti, ma anche Morucci, Moretti, Faranda. Quando il regista mi ha detto che il mio personaggio si staccava dalla persona reale mi sono buttata sulla sceneggiatura cercando di capire la schizofrenia di Chiara. All’inizio ha fiducia nella missione di cambiare le cose, poi cambia, si confronta con cosa significhi tenere un uomo prigioniero in una stanza di un metro e mezzo. Che cosa pensa di quei giovani che si diedero alla lotta armata? Leggere i loro racconti li rende umani, si capisce come la passione così utopistico li porti a inseguirlo con una modalità tanto assurda. Mi sembrano persone che si sono fatte del male da sole. Erano giovani che si sono trovati giustificazioni per l’azione e molti si tirarono indietro prima. Alcuni si trasformarono in soldati, altri andarono in frantumi. Non li considero dei mostri, ma persone che si sono violentate dentro per seguire degli ideali fino alla follia. Follia e schizofrenia sono molto evidenti, anche nel film: nella casa covo aleggia un’atmosfera di morte e oppressione, anche se non mancano piccoli momenti di umanità. Uno dei personaggi tiene i canarini: nella realtà Prospero Gallinari aveva gli uccellini.
I commenti / La vicenda resta «un nodo non ancora sciolto»
I figli: Giovanni plaude, Maria Fida critica
di P. Pa.
«Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né cercare seriamente di liberare il prigioniero»: così, sottolineando il cuore del problema, si conclude la lettera che il figlio di Aldo Moro, Giovanni, ha scritto all’amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone per ringraziarlo del film di Marco Bellocchio «Buongiorno, notte» dedicato al sequestro di suo padre, definito «un nodo non ancora sciolto». «Ho molto apprezzato il film - prosegue Giovanni Moro - trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull’esperienza dell’uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all’insieme dei fatti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda». E aggiunge: «Penso che chi vedrà il film potrà cogliere il senso del dramma di un uomo posto di fronte a un destino tragico quanto insensato e non necessario, da lui vissuto in modo tanto più acuto quanto più era netta la sua percezione della incombente fine del mondo diviso in blocchi». Di opposto tenore, all’inizio della Mostra, erano state invece le valutazioni di Maria Fida, figlia dello statista e sorella di Giovanni, che si era lamentata con il regista («Poteva almeno avvisarci con una lettera»), aggiungendo uno sfogo: «Non ce l’ho con il libro nè con il film. Il mio rammarico nasce da altro: non è possibile che chiunque - tranne noi - possa parlare del caso Moro». E sull’onda del film, il 17 ottobre uscirà da Feltrinelli il libro di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella «Il prigioniero», da cui è liberamente tratto «Buongiorno, notte».
giovedì 4 settembre 2003
una telefonata, molto emozionata, ricevuta alle 23, all'uscita della proiezione ufficiale nella Sala Grande del Palazzo del cinema di Venezia:
«Alla fine della proiezione c'è stata una standing ovation, VENTI minuti di applausi! La sala che è capace di ospitare 1360 persone ha tributato un successo davvero clamoroso al film e al regista, anch'esso emozionatissimo. Dovunque si vedono volti commossi e felici. L'aria è davvero molto positiva, molto buona. Qua e là nella sala sono stati esposti degli striscioni di carta, con sopra scritto a mano: "È l'ora del Leone", "Il Leone è vicino", "Il Leone è in tasca". Adesso ha inizio una grande festa all'Hotel Des Bains dove sono scesi fin da ieri Marco Bellocchio e tutto il cast»
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