Una rigorosa analisi del dissidio brigatista
di GIAN LUIGI RONDI
FINALMENTE un autore, Marco Bellocchio, che per dirci di quei giorni terribili in cui durò la lunga «notte» del sequestro Moro non si perde nella ridda di ipotesi su un «caso», come hanno fatto invece — male — altri film precedenti. Il suo «Buongiorno notte», infatti, parafrasi, nel titolo, di un verso di Emily Dickinson, punta diritto alle persone, trascurandone intenzionalmente la vera identità — salvo per Aldo Moro — e immaginando invece le reazioni di fronte al crimine orrendo che si accingevano a perpetrare.
Da una parte, così, i duri del terrorismo, pronti ad andare fino in fondo in nome di ideali totalmente fraintesi anche se pervicacemente conclamati. Da un’altra quelli più turbati dalla situazione, chiusi in un appartamento a tu per tu con un grande prigioniero cui danno del tu, pur chiamandolo sempre «Presidente», anche se si sentono rispondere con il lei e che, ascoltandolo e ascoltando due delle sue lettere dal carcere, quella alla moglie, dopo la condanna a morte, e quella a Paolo VI, sentono a poco a poco venir meno le loro certezze infami. Specialmente una donna, qui chiamata Chiara, che, figlia di un partigiano assassinato dai repubblichini, finisce per collegare, sempre più in crisi, quel lontano omicidio a quello che lì, con il suo voto contrario, si sta per compiere.
Bellocchio, che si è scritto anche il testo, analizza a fondo questa crisi, evocandovi attorno, condannandoli, l’ambiente e i caratteri — verosimili anche nell’invenzione — di quegli esponenti delle Brigate rosse in equilibrio precario tra la decisione e l’esitazione.
Con un linguaggio cinematografico che, privilegiando il buio di quella «notte», serra da vicino tutti i personaggi, anche quando, specie Chiara, li segue all’esterno; scandendoli con ritmi quasi ossessivi che si placano solo di fronte al Prigioniero, alla sua calma rassegnata, alle sue risposte sempre alte: lasciando che la voce di Roberto Herlitzka, chiamato a reinterpretarne la figura, susciti, nella vicenda, momenti grondanti commozione; come, appunto, la lettura della lettera alla moglie e di quella al Papa.
Dà vita, intensamente, al travaglio di Chiara l’interpretazione lacerata e lacerante di Maya Sansa: la cifra del film, il segno giusto del suo stile.
Altro film in concorso, difficile però da accostarsi alla nobile impresa di Bellocchio, «Occhi che brillano» del serbo Srdjan Karanovic. Una commedia sentimentale nella confusione tra guerra e dopoguerra a Belgrado. Con la trovata di far interloquire con i vivi dei defunti, parenti o amici. Un grottesco sorridente.
Annunciato già dall’applauso dei giornalisti alla proiezione ...
... dell'altra sera, il Leone d'oro a «Buongiorno, notte» di Marco Bellocchio (il titolo è tratto da un verso di Emily Dickinson) è stato praticamente richiesto per acclamazione alla conferenza stampa del film, che ha registrato la più trionfale accoglienza riservata dalla Mostra ad un regista, con tanto di «standing ovation» per Bellocchio e cast.
Ecco, il cast. Destinati un po' a sparire sotto la personalità di un regista così «ingombrante», gli attori di «Buongiorno, notte» sono tutti bravissimi. Da Maya Sansa a Luigi Lo Cascio, anche se una citazione particolare la merita il più defilato di tutti, Roberto Herlitzka, uno dei maggiori attori del nostro teatro, che nel film dà vita ad un Aldo Moro sofferente ma distaccato.
«Se mi uccidete, per la gente io diventerò un martire che vi condannerà all'emarginazione», ammonisce nel film Herlitzka-Moro, presagendo da politico consumato la fine stessa delle Br che iniziò proprio dalla clamorosa uccisione del presidente della Dc.
«All'epoca dei fatti, nel 1978, io fui molto colpito dalla ferocia dimostrata dai brigatisti - ricorda Herlitzka - Ora dico che lo Stato non volle salvare lo statista. Ma il mio tentativo è stato quello di rendere con efficacia più che il personaggio pubblico, le sue emozioni. Quelle che provava un uomo anziano rinchiuso dentro uno stanzino per 55 giorni nell'attesa di essere ucciso. Io credo di non essermi neppure avvicinato a mostrare ciò che lui deve aver provato. Ma mi basta sapere che se sono riuscito a far capire al pubblico anche una sola piccola parte della sua angoscia, bene, allora il mio lavoro non è stato inutile».
Coraggioso, Herlitzka. Che ammette come per un attore di teatro come lui, defilato da sempre da feste e mondanità «una passerella come quella della Mostra di Venezia potrebbe, se fossi ancora giovane come gli altri protagonisti del film, farmi letteralmente perdere la testa».
Herlitzka interpreta il secondo Moro della storia del nostro cinema. Il primo, nell'86, fu impersonato da Gian Maria Volonté in «Il caso Moro» di Giuseppe Ferrara. Herlitzka, che pure da Volontè è fisicamente assai differente, ammette di non aver visto il film di Ferrara ma di aver ammirato Volonté in «Todo Modo» di Elio Petri, «un personaggio che a Moro, in qualche maniera, assomigliava».
Il film di Bellocchio, rigoroso (ma il regista dice che non ha rispettato la verità storica, specie nella ribellione del personaggio della Sansa, che ombreggia la Braghetti) contiene almeno un momento di calcolata ironia. Allorché il medium della seduta spiritica che dovrebbe consentire il ritrovamento di Moro chiede con quale spirito sta parlando. Ecco la risposta dall'aldilà: «Sono lo spirito di Bernardo». Impossibile non riconoscere un amichevole sfottò all'amico-rivale di sempre Bernardo Bertolucci. Dal quale è attesa adesso una risposta.
di Antonello Sarno
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
venerdì 5 settembre 2003
Buongiorno, notte: Il Mattino
Il Mattino 5.9.03
Orrore e pietà della coscienza brigatista
VALERIO CAPRARA
Venezia. L'orrore e la pietà. Il cinema che, a dispetto del solito reducismo giaculatorio, fa giustizia dei balli in maschera e pretende l'anima dello stile e la carne dell'emozione. Gli occhi del regista, che trapassano l'immobile buio della cronaca e colgono le luci individuali di cui è fatta la Storia. Il capolavoro di Marco Bellocchio «Buongiorno, notte» incarna un viaggio di purissima fantafiction attraverso le immagini dello showdown clamoroso della Prima Repubblica, il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro: la miserevole fine, nella primavera del '78, dei «Dreamers» bertolucciani col pugno chiuso e l'inizio degli anni di piombo contrassegnato dal cadavere dello statista rannicchiato nel bagagliaio di un'automobile abbandonata. Il grande regista non ha niente da offrire ai maniaci della dietrologia e del complotto, il suo pathos è talmente alto e limpido da non potersi spalmare sulla lavagna delle dimostrazioni, la sua verità è tanto amara da convivere con gli incubi di un'intera generazione. Nella fusione dei soprassalti fisici, psicologici e ideologici di sequestrato e sequestratori con i brani documentari dell’epoca rifulge, insomma, una memorabile intensità di stile che precipita il film nello scontro kafkiano tra i diktat della clandestinità e la ribellione di un quotidiano che non sopporta la perfidia della presunta rivoluzione.
Tratto liberamente dall'impressionante ricostruzione «Il prigioniero» di Anna Laura Braghetti, condannata all'ergastolo e attualmente ammessa, dopo ventidue anni di carcere, alla libertà condizionale, «Buongiorno, notte» si concentra sul rapporto tra Moro - interpretato da uno scarnificato, sublime Roberto Herlitzka - e i suoi fantasmi persecutori, in particolare la vivandiera Chiara (Maya Sansa) per nulla convinta della necessità politica di uccidere l'ostaggio. Aggrappata alle distruttive certezze di chi le vive vicino o le dorme accanto, si scopre sempre più a disagio nel vivere i ritmi di sempre: un ufficio anonimo, il lavoro insospettabile, le reazioni dei colleghi distanti anni luce dal suo ruolo di «combattente» e le attenzioni di un coetaneo che sembra leggerla nel profondo, più di quanto a lei stessa riesca.
Così le sagome dei brigatisti emergono dalle stanze del covo come quelle di parenti stretti dei fanatici fautori della santità ne «L'ora di religione»: i flash dal teleschermo del bilancio sanguinoso dell'agguato di via Fani, delle rotonde dichiarazioni dei leader democristiani, dei rituali raduni della sinistra parlamentare (con la violenta ripulsa dei criminali affidata all'oratoria di Luciano Lama) si riflettono nei volti che hanno la funebre, vitrea fissità di zombies accecati.
Nel mix affascinante di prosaica realtà e ricorrenti incubi, il ricordo del padre di Chiara ritorna sotto forma di «Paisà» e «Tre canti su Lenin», lampi di orgoglio partigiano e spezzoni di sfilate del Primo maggio staliniano che riportano i dubbi e i tormenti in un album di famiglia inequivocabile, eppure così distorto. Un'evocazione stupefacente, un oratorio cinematografico dove gli slogan demenziali («la classe operaia deve dirigere tutto») contrappuntano il nobile atteggiamento di Moro, che non sa più quali parole scegliere per tranquillizzare la famiglia o implorare l'aiuto dei potenti. Senza rimestare nel torbido gioco dei Grandi Vecchi, Bellocchio entra in una trance ipnotica che risucchia nel taglio dell'inquadratura, nella catarsi delle musiche e nella concisione dei movimenti le grottesche sedute spiritiche (che veramente s'organizzarono per aggiungere confusione alla confusione degli inquirenti), i fogli che svolazzano sullo scrittoio dell'affranto Paolo VI e la lacrima che finalmente solca l'incarnato della brigatista prossima a perdersi.
Impossibile, dunque, restare indifferenti al magnifico movimento finale, con il sogno impossibile che fa sentire l'aria fresca del mattino sui passi frettolosi dello statista liberato e la ieratica carrellata sui funerali di stato. Ingrao accanto ad Andreotti, Cossiga accanto a Zaccagnini, Craxi accanto a Berlinguer, Almirante accanto a Dalla Chiesa: se Belzebù esiste, bisogna rassegnarsi ad accettare che s'agiterà per sempre in una duplice, tetra identità, quella di Chiara e dei suoi complici e quella delle autorità sconfitte.
«BUONGIORNO NOTTE» IN CONCORSO
Venezia, consensi per il film di Bellocchio sulle Brigate rosse
«Un errore non trattare per Moro»
Il regista: «Il mio film, un atto di infedeltà nei confronti della storia». «Ho preso una vicenda clou della vita italiana per raccontarla in modo personale»
Dall'inviato a Venezia Titta Fiore
Si vedono, nella scena finale di «Buongiorno, notte», il film bello e importante di Marco Bellocchio sul caso Moro accolto ieri alla Mostra del cinema da un successo straordinario, le facce impietrite dello stato maggiore della Dc, il giorno dei funerali venticinque anni fa a Roma: si vedono Andreotti, Fanfani, Zaccagnini, Leone e più indietro i leader della sinistra Berlinguer e Craxi, e poi il segretario della Cgil Lama, il leader del Msi Almirante e quanti s'erano divisi, nei 55 giorni del rapimento del presidente democristiano da parte delle Br, tra il partito della fermezza e quello della trattativa.
Si vedono espressioni smarrite, teste precocemente incanutite, sguardi testardi, volti annichiliti di chi ha consumato tutte le parole, tutte le speranze. Dice il regista: «Lasciare uccidere Moro fu un errore politico. Un gesto di debolezza e non di forza da parte dello Stato. Del resto, non sono io ma gli storici a sostenere che la catastrofe della prima Repubblica sia cominciata lì. Come cittadino ero per la trattativa, la possibilità che un uomo venisse assassinato così, a freddo, mi sembrava folle».
«Buongiorno, notte», come un verso di Emily Dickinson fin troppo evocativo, per riandare a un periodo oscuro, notturno, angosciante. «Buongiorno, notte», come un sogno o un'invocazione, per un film volutamente infedele alla storia, per una vicenda nient'affatto cronachistica e perciò plausibile. «In quegli anni non appartenevo a schieramenti, la mia stagione politica era finita nel '69, e quindi oggi mi trovo nella condizione di non dover chiudere conti con nessuno, di poter avere una certa libertà» continua Bellocchio. «Ho cercato di fare un film con una struttura solida. Come reagirà il pubblico? Da chi all'epoca non era ancora nato o era troppo piccolo per ricordare, ho avuto segnali di sorprendente emozione. I più adulti potrebbero arrabbiarsi, non tanto a destra, forse, quanto a sinistra. Comunque, mi auguro non ci siano strumentalizzazioni. Ho preso una vicenda clou della storia italiana per raccontarla in chiave personale. Ad altre condizioni non avrei accettato il film quando Rai Cinema me lo propose».
Attesissimo alla Mostra e subito candidato al Leone, «Buongiorno, notte» è stato accolto da un quarto d’ora di applausi in sala e da una standing ovation in conferenza stampa: non era mai successo alla Mostra del cinema, Bellocchio lo sa ed è il primo a stupirsene: «Non mi aspettavo che la figura di Moro suscitasse tanta pietà e tanta simpatia», commenta. Di quei giorni del 1978 ricorda la confusione, lo sperdimento, l'indignazione: «Mi colpì che le scuole furono chiuse e i bambini mandati a casa, come dopo una calamità, e infatti l'idea originale era di far cominciare il film con il nipotino di Moro, Luca, che tornava improvvisamente da scuola». Sempre in un primo momento, per sottolineare il taglio particolarissimo del film, del presidente della Dc si sarebbe dovuta sentire solo la voce: «Volevo girare nella casa, filmare quella finta vita di famiglia messa in scena dai brigatisti carcerieri e poi rischiare di guardare nella cella del prigioniero» continua il regista.
Per prepararsi, naturalmente, ha letto molti libri, documenti, atti, da Sciascia a Flamigni, e «prezioso» gli è sembrato il libro della Br Anna Laura Braghetti, «Il prigioniero», perché racconta dal di dentro i giorni della prigionia, la doppia vita dei sequestratori divisi tra la ferocia della loro azione e i riti della quotidianità usati come copertura. A Maya Sansa, una sorta di alter ego della Braghetti, così come Lo Cascio interpreta Moretti, Pier Giorgio Bellocchio Maccari e Giovanni Calcagno Gallinari, il cineasta ha affidato il ruolo centrale: attraverso lei il film racconta anche l'ipotetico rapporto umano tra Moro e i suoi aguzzini. «Non ho accettato l'ineluttabilità della tragedia né mi interessava indicare i responsabili, capire chi c'era dietro i terroristi, affrontare quel dibattito sul complotto che per anni ha riempito le cronache. Diventando infedele alla storia, ho dato alla ragazza una possibilità di reagire, come purtroppo non è avvenuto nella realtà».
Sul filo dell'irrealismo il film mescola la prigionia di Moro e le lettere dei condannati a morte della Resistenza («le cita la Braghetti nel libro, in uno dei momenti in cui si rammarica di non essersi ribellata ai suoi compagni»), filmati del Luce e immagini di «Paisà» di Rossellini, spezzoni di tg e stralci delle lettere inviate dallo statista alla famiglia, all'«adorata Noretta» e al nipotino Luca, «che più tardi capirà». C'è anche una dedica al padre di Bellocchio, una specie di risarcimento per una perdita mai del tutto metabolizzata: «L'ho messa all'ultimo momento, forse perché Roberto Herlitzka nei panni di Moro me lo ha ricordato».
Con Incerti dietro le quinte
Con «Stessa rabbia, stessa primavera», mediometraggio dei Nuovi Territori che richiama nel titolo la «Storia di un impiegato» di De Andrè, il regista npoletano Stefano Incerti (foto) riprende Bellocchio durante le riprese di «Buongiorno notte». Ma al tempo stesso, mentre si interroga su cosa spinga un regista intransigente come lui a cercare il confronto con un episodio ingombrante come il caso Moro, Incerti si confronta egli stesso con gli anni Settanta e il tragico evento che fece da spartiacque del decennio. «Questo documentario - spiega - vuol provocare un corto circuito tra il cinema di Bellocchio e alcuni nodi nevralgici della storia del paese».
GLI ATTORI
«Non un giallo
ma un dramma
di uomini»
Venezia. Il merito di «Buongiorno, notte» sta «nel non parlare del caso Moro come di un giallo, ma di una storia di persone, un dramma di uomini: Moro non è uno statista ma un uomo, un padre e i brigatisti sono uomini disperati e distrutti, non solo dei mostri». Parole di Pier Giorgio Bellocchio, figlio del regista, che interpreta la parte di Germano Maccari, l'uccisore materiale di Aldo Moro. «Tutti noi come interpreti di personaggi storici sul set sentivamo di vivere un destino ineluttabile», spiega Giovanni Calcagno, nel film Primo, ruolo ricalcato su Prospero Gallinari. E Luigi Lo Cascio (Mariano, nella parte di Mario Moretti) ricorda una singolare coincidenza: «Peppino Impastato, che ho interpretato in ”I cento passi” fu ritrovato morto il 9 maggio, lo stesso giorno di Moro. Abitavo a Palermo, avevo 11 anni allora e ricordo benissimo quel giorno. Forse uscimmo prima da scuola, mi è rimasto impresso il ritorno a casa, sull'autobus il conducente fece ascoltare tutte le edizioni straordinarie dei gr».
La protagonista Maya Sansa (la brigatista Chiara, ispirata ad Anna Laura Braghetti) aveva solo due anni quel 9 maggio: «Non ne sapevo quasi nulla prima di girare il film, lo ammetto. Ma la trama è soprattutto basata sul percorso di un personaggio che deve fare i conti con la grande fiducia che aveva nella rivoluzione e poi con una realtà dei fatti che non comprende più».
«C'è stata una precisa intenzione di non salvare Moro». Roberto Herlitzka, che nel film interpreta la parte dello statista, critica duramente la decisione di non trattare ai tempi del rapimento: «Durante la prigionia lo Stato faceva azioni di mera facciata. Moro doveva essere eliminato, lo volevano russi e americani». Ancora più duro il resto del cast: «Nella vicenda Moro lo Stato non ha vinto, ma ha stravinto», rilancia Calcagno, «non trattando ha cancellato insieme un movimento e l'unico politico che poteva portare a un accordo con il Pci». «Questi cinque poveri esseri umani, Moro compreso, non aspettavano altro che un segnale che non arrivava mai», interviene Bellocchio junior. E Lo Cascio: «La ragion di Stato è un alibi. Niente può giustificare l'uccisione di un uomo».
Per interpretare il ruolo dello statista Herlitzka si è basato «sulle lettere che scrisse dalla prigione che, a parte il lucido tentativo di salvarsi la vita, esprimevano un affetto vero e sincero per la famiglia. Ho visto qualche spezzone televisivo di interviste con Moro, ma non ho voluto imitarlo».
Il film è piaciuto «tantissimo» anche al presidente della Rai, Lucia Annunziata: «”Buongiorno, notte” prende in contropiede la mia generazione che ha rimosso il caso perché fu una sconfitta, fu la fine di tutto. Trovo liberatorio che Bellocchio abbia lasciato sullo sfondo il dibattito dietrologico su Cia, Kgb e complotti su cui molti di noi si incagliarono e si persero».
IL FIGLIO DELLO STATISTA
Venezia. «Ho molto apprezzato il film di Bellocchio»: Giovanni Moro, figlio di Aldo, scrive così in una lettera inviata a Giancarlo Leone, amministratore di Rai Cinema, che ha coprodotto il film «Buongorno, notte»: «Trovo che Bellocchio scegliendo di riflettere sull'esperienza dell’uomo Aldo Moro in carcere senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti, abbia illuminato aspetti importanti di quella vicenda. Non sono un critico cinematografico, ma mi viene da dire che questo è un caso in cui una creazione artistica è stata capace, proprio restando tale, di accrescere la conoscenza della realtà».
La lettera prosegue: «Penso che chi vedrà il film potrà cogliere il senso del dramma di un uomo posto di fronte a un destino tragico quanto insensato, non necessario, da lui vissuto in modo tanto più acuto quanto più era netta la sua percezione dell'incombente fine del mondo diviso in blocchi e dell’obsolescenza delle ideologie che aveva improntato di sé il secolo». Giovanni Moro ha visto il film in anteprima, su suggerimento proprio di Leone. «Un invito tanto più gradito in quanto non dovuto, giacché il film non richiedeva alcun visto o imprimatur da parte della famiglia».
Nei giorni scorsi la figlia di Moro, Maria Fida, aveva invece criticato il film pur senza averlo visto. «A tutti non posso che ripetere quello che vado dicendo da 25 anni: basta, pietà»: questo era stato il suo appello, nei primi giorni della Mostra, a commento delle possibili polemiche. Maria Fida si era lamentata con il regista e la produzione («potevano almeno avvisarci con una lettera»), ricordando di aver saputo che il film sul padre sarebbe uscito solo a metà agosto da un trailer passato in tv. «Me ne avevano parlato», ha spiegato in un'intervista, «mi avevano però detto che sarebbe uscito in autunno, dunque non ero psicologicamente preparata a udire ancora una volta, a tradimento, l'addio di mio padre, nel cuore di una notte di fine estate». E poi: «Non è possibile che chiunque - tranne noi - possa parlare del caso Moro.E non è possibile che chi ha sequestrato e ucciso mio padre possa scrivere libri, fare film, partecipare a dibattiti tv e ottenere interviste»
Orrore e pietà della coscienza brigatista
VALERIO CAPRARA
Venezia. L'orrore e la pietà. Il cinema che, a dispetto del solito reducismo giaculatorio, fa giustizia dei balli in maschera e pretende l'anima dello stile e la carne dell'emozione. Gli occhi del regista, che trapassano l'immobile buio della cronaca e colgono le luci individuali di cui è fatta la Storia. Il capolavoro di Marco Bellocchio «Buongiorno, notte» incarna un viaggio di purissima fantafiction attraverso le immagini dello showdown clamoroso della Prima Repubblica, il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro: la miserevole fine, nella primavera del '78, dei «Dreamers» bertolucciani col pugno chiuso e l'inizio degli anni di piombo contrassegnato dal cadavere dello statista rannicchiato nel bagagliaio di un'automobile abbandonata. Il grande regista non ha niente da offrire ai maniaci della dietrologia e del complotto, il suo pathos è talmente alto e limpido da non potersi spalmare sulla lavagna delle dimostrazioni, la sua verità è tanto amara da convivere con gli incubi di un'intera generazione. Nella fusione dei soprassalti fisici, psicologici e ideologici di sequestrato e sequestratori con i brani documentari dell’epoca rifulge, insomma, una memorabile intensità di stile che precipita il film nello scontro kafkiano tra i diktat della clandestinità e la ribellione di un quotidiano che non sopporta la perfidia della presunta rivoluzione.
Tratto liberamente dall'impressionante ricostruzione «Il prigioniero» di Anna Laura Braghetti, condannata all'ergastolo e attualmente ammessa, dopo ventidue anni di carcere, alla libertà condizionale, «Buongiorno, notte» si concentra sul rapporto tra Moro - interpretato da uno scarnificato, sublime Roberto Herlitzka - e i suoi fantasmi persecutori, in particolare la vivandiera Chiara (Maya Sansa) per nulla convinta della necessità politica di uccidere l'ostaggio. Aggrappata alle distruttive certezze di chi le vive vicino o le dorme accanto, si scopre sempre più a disagio nel vivere i ritmi di sempre: un ufficio anonimo, il lavoro insospettabile, le reazioni dei colleghi distanti anni luce dal suo ruolo di «combattente» e le attenzioni di un coetaneo che sembra leggerla nel profondo, più di quanto a lei stessa riesca.
Così le sagome dei brigatisti emergono dalle stanze del covo come quelle di parenti stretti dei fanatici fautori della santità ne «L'ora di religione»: i flash dal teleschermo del bilancio sanguinoso dell'agguato di via Fani, delle rotonde dichiarazioni dei leader democristiani, dei rituali raduni della sinistra parlamentare (con la violenta ripulsa dei criminali affidata all'oratoria di Luciano Lama) si riflettono nei volti che hanno la funebre, vitrea fissità di zombies accecati.
Nel mix affascinante di prosaica realtà e ricorrenti incubi, il ricordo del padre di Chiara ritorna sotto forma di «Paisà» e «Tre canti su Lenin», lampi di orgoglio partigiano e spezzoni di sfilate del Primo maggio staliniano che riportano i dubbi e i tormenti in un album di famiglia inequivocabile, eppure così distorto. Un'evocazione stupefacente, un oratorio cinematografico dove gli slogan demenziali («la classe operaia deve dirigere tutto») contrappuntano il nobile atteggiamento di Moro, che non sa più quali parole scegliere per tranquillizzare la famiglia o implorare l'aiuto dei potenti. Senza rimestare nel torbido gioco dei Grandi Vecchi, Bellocchio entra in una trance ipnotica che risucchia nel taglio dell'inquadratura, nella catarsi delle musiche e nella concisione dei movimenti le grottesche sedute spiritiche (che veramente s'organizzarono per aggiungere confusione alla confusione degli inquirenti), i fogli che svolazzano sullo scrittoio dell'affranto Paolo VI e la lacrima che finalmente solca l'incarnato della brigatista prossima a perdersi.
Impossibile, dunque, restare indifferenti al magnifico movimento finale, con il sogno impossibile che fa sentire l'aria fresca del mattino sui passi frettolosi dello statista liberato e la ieratica carrellata sui funerali di stato. Ingrao accanto ad Andreotti, Cossiga accanto a Zaccagnini, Craxi accanto a Berlinguer, Almirante accanto a Dalla Chiesa: se Belzebù esiste, bisogna rassegnarsi ad accettare che s'agiterà per sempre in una duplice, tetra identità, quella di Chiara e dei suoi complici e quella delle autorità sconfitte.
«BUONGIORNO NOTTE» IN CONCORSO
Venezia, consensi per il film di Bellocchio sulle Brigate rosse
«Un errore non trattare per Moro»
Il regista: «Il mio film, un atto di infedeltà nei confronti della storia». «Ho preso una vicenda clou della vita italiana per raccontarla in modo personale»
Dall'inviato a Venezia Titta Fiore
Si vedono, nella scena finale di «Buongiorno, notte», il film bello e importante di Marco Bellocchio sul caso Moro accolto ieri alla Mostra del cinema da un successo straordinario, le facce impietrite dello stato maggiore della Dc, il giorno dei funerali venticinque anni fa a Roma: si vedono Andreotti, Fanfani, Zaccagnini, Leone e più indietro i leader della sinistra Berlinguer e Craxi, e poi il segretario della Cgil Lama, il leader del Msi Almirante e quanti s'erano divisi, nei 55 giorni del rapimento del presidente democristiano da parte delle Br, tra il partito della fermezza e quello della trattativa.
Si vedono espressioni smarrite, teste precocemente incanutite, sguardi testardi, volti annichiliti di chi ha consumato tutte le parole, tutte le speranze. Dice il regista: «Lasciare uccidere Moro fu un errore politico. Un gesto di debolezza e non di forza da parte dello Stato. Del resto, non sono io ma gli storici a sostenere che la catastrofe della prima Repubblica sia cominciata lì. Come cittadino ero per la trattativa, la possibilità che un uomo venisse assassinato così, a freddo, mi sembrava folle».
«Buongiorno, notte», come un verso di Emily Dickinson fin troppo evocativo, per riandare a un periodo oscuro, notturno, angosciante. «Buongiorno, notte», come un sogno o un'invocazione, per un film volutamente infedele alla storia, per una vicenda nient'affatto cronachistica e perciò plausibile. «In quegli anni non appartenevo a schieramenti, la mia stagione politica era finita nel '69, e quindi oggi mi trovo nella condizione di non dover chiudere conti con nessuno, di poter avere una certa libertà» continua Bellocchio. «Ho cercato di fare un film con una struttura solida. Come reagirà il pubblico? Da chi all'epoca non era ancora nato o era troppo piccolo per ricordare, ho avuto segnali di sorprendente emozione. I più adulti potrebbero arrabbiarsi, non tanto a destra, forse, quanto a sinistra. Comunque, mi auguro non ci siano strumentalizzazioni. Ho preso una vicenda clou della storia italiana per raccontarla in chiave personale. Ad altre condizioni non avrei accettato il film quando Rai Cinema me lo propose».
Attesissimo alla Mostra e subito candidato al Leone, «Buongiorno, notte» è stato accolto da un quarto d’ora di applausi in sala e da una standing ovation in conferenza stampa: non era mai successo alla Mostra del cinema, Bellocchio lo sa ed è il primo a stupirsene: «Non mi aspettavo che la figura di Moro suscitasse tanta pietà e tanta simpatia», commenta. Di quei giorni del 1978 ricorda la confusione, lo sperdimento, l'indignazione: «Mi colpì che le scuole furono chiuse e i bambini mandati a casa, come dopo una calamità, e infatti l'idea originale era di far cominciare il film con il nipotino di Moro, Luca, che tornava improvvisamente da scuola». Sempre in un primo momento, per sottolineare il taglio particolarissimo del film, del presidente della Dc si sarebbe dovuta sentire solo la voce: «Volevo girare nella casa, filmare quella finta vita di famiglia messa in scena dai brigatisti carcerieri e poi rischiare di guardare nella cella del prigioniero» continua il regista.
Per prepararsi, naturalmente, ha letto molti libri, documenti, atti, da Sciascia a Flamigni, e «prezioso» gli è sembrato il libro della Br Anna Laura Braghetti, «Il prigioniero», perché racconta dal di dentro i giorni della prigionia, la doppia vita dei sequestratori divisi tra la ferocia della loro azione e i riti della quotidianità usati come copertura. A Maya Sansa, una sorta di alter ego della Braghetti, così come Lo Cascio interpreta Moretti, Pier Giorgio Bellocchio Maccari e Giovanni Calcagno Gallinari, il cineasta ha affidato il ruolo centrale: attraverso lei il film racconta anche l'ipotetico rapporto umano tra Moro e i suoi aguzzini. «Non ho accettato l'ineluttabilità della tragedia né mi interessava indicare i responsabili, capire chi c'era dietro i terroristi, affrontare quel dibattito sul complotto che per anni ha riempito le cronache. Diventando infedele alla storia, ho dato alla ragazza una possibilità di reagire, come purtroppo non è avvenuto nella realtà».
Sul filo dell'irrealismo il film mescola la prigionia di Moro e le lettere dei condannati a morte della Resistenza («le cita la Braghetti nel libro, in uno dei momenti in cui si rammarica di non essersi ribellata ai suoi compagni»), filmati del Luce e immagini di «Paisà» di Rossellini, spezzoni di tg e stralci delle lettere inviate dallo statista alla famiglia, all'«adorata Noretta» e al nipotino Luca, «che più tardi capirà». C'è anche una dedica al padre di Bellocchio, una specie di risarcimento per una perdita mai del tutto metabolizzata: «L'ho messa all'ultimo momento, forse perché Roberto Herlitzka nei panni di Moro me lo ha ricordato».
Con Incerti dietro le quinte
Con «Stessa rabbia, stessa primavera», mediometraggio dei Nuovi Territori che richiama nel titolo la «Storia di un impiegato» di De Andrè, il regista npoletano Stefano Incerti (foto) riprende Bellocchio durante le riprese di «Buongiorno notte». Ma al tempo stesso, mentre si interroga su cosa spinga un regista intransigente come lui a cercare il confronto con un episodio ingombrante come il caso Moro, Incerti si confronta egli stesso con gli anni Settanta e il tragico evento che fece da spartiacque del decennio. «Questo documentario - spiega - vuol provocare un corto circuito tra il cinema di Bellocchio e alcuni nodi nevralgici della storia del paese».
GLI ATTORI
«Non un giallo
ma un dramma
di uomini»
Venezia. Il merito di «Buongiorno, notte» sta «nel non parlare del caso Moro come di un giallo, ma di una storia di persone, un dramma di uomini: Moro non è uno statista ma un uomo, un padre e i brigatisti sono uomini disperati e distrutti, non solo dei mostri». Parole di Pier Giorgio Bellocchio, figlio del regista, che interpreta la parte di Germano Maccari, l'uccisore materiale di Aldo Moro. «Tutti noi come interpreti di personaggi storici sul set sentivamo di vivere un destino ineluttabile», spiega Giovanni Calcagno, nel film Primo, ruolo ricalcato su Prospero Gallinari. E Luigi Lo Cascio (Mariano, nella parte di Mario Moretti) ricorda una singolare coincidenza: «Peppino Impastato, che ho interpretato in ”I cento passi” fu ritrovato morto il 9 maggio, lo stesso giorno di Moro. Abitavo a Palermo, avevo 11 anni allora e ricordo benissimo quel giorno. Forse uscimmo prima da scuola, mi è rimasto impresso il ritorno a casa, sull'autobus il conducente fece ascoltare tutte le edizioni straordinarie dei gr».
La protagonista Maya Sansa (la brigatista Chiara, ispirata ad Anna Laura Braghetti) aveva solo due anni quel 9 maggio: «Non ne sapevo quasi nulla prima di girare il film, lo ammetto. Ma la trama è soprattutto basata sul percorso di un personaggio che deve fare i conti con la grande fiducia che aveva nella rivoluzione e poi con una realtà dei fatti che non comprende più».
«C'è stata una precisa intenzione di non salvare Moro». Roberto Herlitzka, che nel film interpreta la parte dello statista, critica duramente la decisione di non trattare ai tempi del rapimento: «Durante la prigionia lo Stato faceva azioni di mera facciata. Moro doveva essere eliminato, lo volevano russi e americani». Ancora più duro il resto del cast: «Nella vicenda Moro lo Stato non ha vinto, ma ha stravinto», rilancia Calcagno, «non trattando ha cancellato insieme un movimento e l'unico politico che poteva portare a un accordo con il Pci». «Questi cinque poveri esseri umani, Moro compreso, non aspettavano altro che un segnale che non arrivava mai», interviene Bellocchio junior. E Lo Cascio: «La ragion di Stato è un alibi. Niente può giustificare l'uccisione di un uomo».
Per interpretare il ruolo dello statista Herlitzka si è basato «sulle lettere che scrisse dalla prigione che, a parte il lucido tentativo di salvarsi la vita, esprimevano un affetto vero e sincero per la famiglia. Ho visto qualche spezzone televisivo di interviste con Moro, ma non ho voluto imitarlo».
Il film è piaciuto «tantissimo» anche al presidente della Rai, Lucia Annunziata: «”Buongiorno, notte” prende in contropiede la mia generazione che ha rimosso il caso perché fu una sconfitta, fu la fine di tutto. Trovo liberatorio che Bellocchio abbia lasciato sullo sfondo il dibattito dietrologico su Cia, Kgb e complotti su cui molti di noi si incagliarono e si persero».
IL FIGLIO DELLO STATISTA
Venezia. «Ho molto apprezzato il film di Bellocchio»: Giovanni Moro, figlio di Aldo, scrive così in una lettera inviata a Giancarlo Leone, amministratore di Rai Cinema, che ha coprodotto il film «Buongorno, notte»: «Trovo che Bellocchio scegliendo di riflettere sull'esperienza dell’uomo Aldo Moro in carcere senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti, abbia illuminato aspetti importanti di quella vicenda. Non sono un critico cinematografico, ma mi viene da dire che questo è un caso in cui una creazione artistica è stata capace, proprio restando tale, di accrescere la conoscenza della realtà».
La lettera prosegue: «Penso che chi vedrà il film potrà cogliere il senso del dramma di un uomo posto di fronte a un destino tragico quanto insensato, non necessario, da lui vissuto in modo tanto più acuto quanto più era netta la sua percezione dell'incombente fine del mondo diviso in blocchi e dell’obsolescenza delle ideologie che aveva improntato di sé il secolo». Giovanni Moro ha visto il film in anteprima, su suggerimento proprio di Leone. «Un invito tanto più gradito in quanto non dovuto, giacché il film non richiedeva alcun visto o imprimatur da parte della famiglia».
Nei giorni scorsi la figlia di Moro, Maria Fida, aveva invece criticato il film pur senza averlo visto. «A tutti non posso che ripetere quello che vado dicendo da 25 anni: basta, pietà»: questo era stato il suo appello, nei primi giorni della Mostra, a commento delle possibili polemiche. Maria Fida si era lamentata con il regista e la produzione («potevano almeno avvisarci con una lettera»), ricordando di aver saputo che il film sul padre sarebbe uscito solo a metà agosto da un trailer passato in tv. «Me ne avevano parlato», ha spiegato in un'intervista, «mi avevano però detto che sarebbe uscito in autunno, dunque non ero psicologicamente preparata a udire ancora una volta, a tradimento, l'addio di mio padre, nel cuore di una notte di fine estate». E poi: «Non è possibile che chiunque - tranne noi - possa parlare del caso Moro.E non è possibile che chi ha sequestrato e ucciso mio padre possa scrivere libri, fare film, partecipare a dibattiti tv e ottenere interviste»
Buongiorno, notte: La Stampa
La Stampa 5 Settembre 2003
Il Moro di Bellocchio prigioniero non politico
«Buongiorno, notte» non ricostruisce la storia, racconta le persone Le ripetitive abitudini quotidiane dei carcerieri, i sogni, le paure La vittima sempre calma e pacata, la scena dell’uccisione omessa
di Lietta Tornabuoni
VENEZIA. ALDO Moro, presidente del partito della Democrazia Cristiana destinato a diventare presidente della Repubblica, venne rapito a Roma, in un'azione sanguinosa rivendicata dal gruppo armato Brigate Rosse, il 16 marzo 1978. Venne tenuto sotto sequestro in un appartamento romano per 55 giorni, sottoposto a processo politico, ucciso. Il suo cadavere venne fatto ritrovare dentro un'automobile, in un luogo romano a metà strada fra le sedi nazionali della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista, il 9 maggio 1978. Su questa tragedia, trauma profondo e indimenticato della politica italiana, nell'ultimo quarto di secolo si sono moltiplicati processi infiniti, indagini, ricostruzioni, testimonianze, perizie, memorie storiche, film, libri: tra i diversi libri firmati da sequestratori e uccisori che non hanno mai detto la verità c'è «Il prigioniero», scritto con Paola Tavella da Anna Laura Braghetti che fu custode del prigioniero e dell'appartamento-prigione, pubblicato da Feltrinelli. A questo libro si è liberamente ispirato Marco Bellocchio per «Buongiorno, notte», con Maya Sansa, Luigi Lo Cascio e il meraviglioso Roberto Herlitzka nella parte di Moro, presentato in concorso alla Mostra.
Nel film dedicato «a mio padre» e realizzato su commissione della Rai, Bellocchio non intendeva ricostruire la ben nota cronaca del fatto, ma analizzare i rapporti tra carcerieri e carcerato nel chiuso dell'appartamento dalle finestre serrate all'interno del quale era stato ricavato con tramezzi di legno un angusto stambugio-carcere per il prigioniero, analizzare pensieri, sentimenti e immaginazioni della ragazza. «Buongiorno, notte» ha almeno quattro livelli evidenti. La vita nell'appartamento, dove la tragicità della situazione quasi si ottunde in una routine quotidiana: mettere e togliere il passamontagna, dormire e vegliare, interrogare il prigioniero che risulta sempre trattato con il massimo rispetto e chiamato «presidente», dargli da mangiare, ritirare e impostare le lettere da lui scritte ai colleghi politici, ai destinatari più autorevoli, alla famiglia o agli amici, ripetere i propri slogan («La classe operaia deve dirigere tutto»). Poi l'esistenza del prigioniero, rappresentato come calmo, laconico, ragionatore, senza scatti d'ira nè d'insofferenza, intento a pregare e a scrivere. Poi la tripla vita della ragazza carceriera, piena di dubbi e contraddizioni: il solito lavoro quotidiano in biblioteca; la usuale fatica della spesa, della cucina, dell'accudire i compagni di sequestro; l'osservare spessissimo il prigioniero; il sognarlo aggirarsi senza costrizioni nella casa e (quando lo portano bendato a morte) andarsene fuori libero, camminando per strada con passo svelto a allegro. Infine, il mondo esterno della politica e della cronaca percepito attraverso i telegiornali: la strada dell'aggressione, Luciano Lama che parla al grande comizio post-rapimento dei sindacati, Andreotti che sollecita le famiglie dei sequestratori a denunciarli, il Papa che invoca «liberate l'onorevole Aldo Moro», la tetra sfilata delle facce di governanti e politici.
Nessuna scena cruenta: Moro addormentato portato nell'appartamento dentro una cassa, Moro interrogato, Moro turbato dall'inerzia dei democristiani («Non mi riconoscono più, credono che io sia un altro: ma io sono sempre lo stesso»); la famosa seduta spiritica a Bologna (Bellocchio è tra gli astanti); riunioni anniversarie di anziani ex partigiani di «Fischia il vento»; Moro che ascolta la propria condanna a morte e scrive l'addio alla moglie («Mia dolcissima Noretta»). Gli unici morti si vedono in citazioni da «Paisà» e in immagini d'archivio di uccisioni, fucilazioni, annegamenti di partigiani compiuti da fascisti o nazisti durante la seconda guerra mondiale.
La cronaca del caso Moro è dunque appena accennata. La politica politicante, neppure sfiorata. Il rapporto tra carcerieri e carcerato non è un rapporto tra persone ma tra emblemi di diverse politiche di cambiamento o di conservazione, emblemi astratti, rigidi, schematici o agiografici (Moro, spesso accompagnato da musiche sublimi, è rappresentato quasi come il santo che non era). La ragazza carceriera ha pochi spazi drammatici. Bellocchio è così bravo che non farà mai nulla di brutto: «Buongiorno, notte» è interessante e ha momenti belli; anche se non dice, né dà molto, il senso di morte che dominò quel periodo e quel momento è fortissimo.
IL TERRORISMO ALLA MOSTRA DEL CINEMA
Annunziata
«Buongiorno, notte» è «un film molto liberatorio», dice il presidente Rai, Lucia Annunziata che ha già visto il film «ben tre volte». «Trovo catartico che Bellocchio abbia rimesso sullo sfondo la politica e in primo piano la psicologia. Questo film colma un vuoto nella nostra generazione, che ha scritto di tutti tranne che di Moro e del terrorismo. In fondo siamo stati presi tutti in ostaggio da una banda di persone meno brave e meno intelligenti di noi .
Giovanni Moro
«Ho molto apprezzato il film di Bellocchio» scrive il figlio di Aldo Moro, Giovanni, in una lettera a Giancarlo Leone, amministratore di Rai Cinema. «Trovo che scegliendo di riflettere sull'esperienza dell'uomo Aldo Moro senza ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti e degli atti noti, abbia davvero illuminato aspetti importanti della vicenda. E’ un caso in cui una creazione artistica è capace di accrescere la conoscenza delle reltà».
Gallinari
«Vedrò il film nelle due ore di libertà che ho al giorno, dalle 16 alle 18 - dice Prospero Gallinari - ma i fatti sono una cosa, l'arte è un'altra». Ma contesta il fatto che fossero, loro carcerieri di Moro, deliranti e avulsi dalla realtà: «Eravamo radicati nei quartieri, nelle fabbriche, sapevamo dunque quello che la gente pensava. Sapevamo che poteva non esserci via d'uscita. D'altronde nessuno volle trovarla: il Papa e il Pci hanno avuto grosse responsabilità».
Braghetti
Esce di nuovo il 17 ottobre, da Feltrinelli, il libro di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella «Il prigioniero», da cui è liberamente tratto il film di Marco Bellocchio, pubblicato per la prima volta da Mondadori nel '98. Romana, condannata all'ergastolo, la Braghetti non ha mai usufruito di sconti di pena e dopo 22 anni di carcere ha avuto nel 2002 la libertà condizionale. Nel '95 con l'ex militante dei Nar, Francesca Mambro, ha pubblicato «Nel cerchio della prigione» (Sperling & Kupfer).
Il regista: come cittadino credo che lo Stato abbia fatto un errore politico a non trattare
Simonetta Robiony
inviata a VENEZIA
Neanche Woody Allen che è Woody Allen ed era la prima volta che si faceva vedere in carne e ossa alla Mostra, ha avuto la standing ovation che ha accolto in conferenza stampa Marco Bellocchio e il suo «Buongiorno notte», il film sul caso Moro che ha commosso l'altra sera anche la platea degli addetti ai lavori tanto che il lunghissimo applauso, scivolando sui titoli di coda, certo senza intenzioni, ha finito per coinvolgere anche il nome della brigatista Anna Laura Braghetti dal cui libro il regista ha tratto ispirazione. Accompagnato dai suoi attori, Bellocchio, molto emozionato, ha esordito leggendo la lettera che gli ha scritto Giovanni Moro, il figlio dello statista, il solo della famiglia ad aver visto il film, una lettera di sostegno all'autore lontana dalla polemica aperta dalla sorella Maria Fida che s'era dichiarata amareggiata per non esser stata coivolta nè lei, nè alcuno dei familiari, in questa operazione. Prodotto e voluto dalla Rai che aveva chiesto esplicitamente a Bellocchio un film sul caso Moro, è da oggi nelle sale in 170 copie, il più grosso lancio mai fatto per un film italiano alla Mostra ma, chiarisce Giancarlo Leone capo di Raicinema, gli esercenti ne avrebbero volute 250, segno che il rapporto tra il nostro pubblico e il suo cinema s'è ristabilito.
Quando ha scelto di raccontare la tragedia di Moro dal punto di vista di una terrorista?
«Quando ho avuto tra le mani il libro di Anna Laura Braghetti, un libro che racconta fatti concreti di vita quotidiana. A me non interessava la ricostruzione storica, l'analisi della complessità della situazione politica di quegli anni e ancora meno costruire una indagine sugli eventuali responsabili occulti, che fossero gli uomini della CIA o quelli del KGB. Da cittadino sono cose che mi stanno profondamente a cuore, ma come regista non le so fare. A me intertessava analizzare i rapporti che si erano stabiliti nella casa dove Moro fu tenuto prigioniero. Perciò mi sono preso alcune libertà».
Per dire cosa?
«Che quella morte fu una tragedia non solo per il carcerato ma anche per i carcerieri. E naturalmente fu una tragedia per il paese e per la sinistra che da allora non riuscì più a far politica negli stessi modi di prima».
C'erano due partiti allora: quello della trattativa con i socialisti in testa, e quello della fermezza con i comunisti: lei da che parte stava?
«Ero per la trattativa. A me pareva di una ferocia inaudita dover condannare a morte un uomo con cui si era divisa l'esistenza per 55 giorni. Ed ero convinto che per lo stato trattare sarebbe stato un atto di forza non di debolezza. Un convincimento che oggi è diventato di molti».
C'era una'altra polemica allora, quella per cui i terroristi sarebbero stati figli dei partigiani.
«E' vero, tra quelli che avevano fatto la Resistenza c'erano alcuni che accusavano la sinistra di averne svenduto i valori e, forse, quelli potevano pensare ancora alla rivoluzione. Ma non era il mio caso. Io sono cresciuto con il mito della Resistenza. I libri di Marx, le immagini dei partigiani uccisi, i manifesti con la faccia di Stalin, appartengono al mio immaginario. Sono imbevuto di quelle immagini. E dal momento che un film si costruisce sulle immagini, queste ho usato per far passare le mie emozioni».
Crede che il film susciterà critiche?
«Ho più paura di quelle che mi verranno da sinistra che da destra. Ci sarà qualcuno che dirà che ho rappresentato i brigatisti in maniera semplicistica, li ho fatti apparire degli stupidi in confronto alla sagacia politica e umana di Moro».
Cosa ha aggiunto e cosa ha tolto al libro della Braghetti?
«Ho letto anche altri libri: quello di Sciascia, quello di Flamigni, le lettere di Moro dal carcere, quelle dei partigiani ai familiari. Però, certo, il libro della Braghetti è stato fondamentale per liberare la mia fantasia. Ho inventato il personaggio del compagno di lavoro della terrorista, un aspirante sceneggiatore che viene alla fine arrestato per sbaglio, in quei giorni di inettitudine e confusione. Ma son partito da un fatto autentico: nella borsa di Moro c'era una sceneggiatura».
E' un'ennesima prova del suo anti-clericalismo che i brigatismi si facciano il segno della croce?
«No. Davvero vivevano una dimensione religiosa più intensa di quella dei democristiani».
Il film è dedicato a suo padre.
«L'ho aggiunta alla fine, la dedica. M'è parso che questo Moro molto privato, molto personale somigliasse a mio padre, un padre che ho perso da bambino. Quando Moro s'aggira nella casa al buio mentre i suoi carcerieri dormono, fa una cosa che faceva mio padre e che io spiavo fingendo di tenere gli occhi chiusi».
Il Moro di Bellocchio prigioniero non politico
«Buongiorno, notte» non ricostruisce la storia, racconta le persone Le ripetitive abitudini quotidiane dei carcerieri, i sogni, le paure La vittima sempre calma e pacata, la scena dell’uccisione omessa
di Lietta Tornabuoni
VENEZIA. ALDO Moro, presidente del partito della Democrazia Cristiana destinato a diventare presidente della Repubblica, venne rapito a Roma, in un'azione sanguinosa rivendicata dal gruppo armato Brigate Rosse, il 16 marzo 1978. Venne tenuto sotto sequestro in un appartamento romano per 55 giorni, sottoposto a processo politico, ucciso. Il suo cadavere venne fatto ritrovare dentro un'automobile, in un luogo romano a metà strada fra le sedi nazionali della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista, il 9 maggio 1978. Su questa tragedia, trauma profondo e indimenticato della politica italiana, nell'ultimo quarto di secolo si sono moltiplicati processi infiniti, indagini, ricostruzioni, testimonianze, perizie, memorie storiche, film, libri: tra i diversi libri firmati da sequestratori e uccisori che non hanno mai detto la verità c'è «Il prigioniero», scritto con Paola Tavella da Anna Laura Braghetti che fu custode del prigioniero e dell'appartamento-prigione, pubblicato da Feltrinelli. A questo libro si è liberamente ispirato Marco Bellocchio per «Buongiorno, notte», con Maya Sansa, Luigi Lo Cascio e il meraviglioso Roberto Herlitzka nella parte di Moro, presentato in concorso alla Mostra.
Nel film dedicato «a mio padre» e realizzato su commissione della Rai, Bellocchio non intendeva ricostruire la ben nota cronaca del fatto, ma analizzare i rapporti tra carcerieri e carcerato nel chiuso dell'appartamento dalle finestre serrate all'interno del quale era stato ricavato con tramezzi di legno un angusto stambugio-carcere per il prigioniero, analizzare pensieri, sentimenti e immaginazioni della ragazza. «Buongiorno, notte» ha almeno quattro livelli evidenti. La vita nell'appartamento, dove la tragicità della situazione quasi si ottunde in una routine quotidiana: mettere e togliere il passamontagna, dormire e vegliare, interrogare il prigioniero che risulta sempre trattato con il massimo rispetto e chiamato «presidente», dargli da mangiare, ritirare e impostare le lettere da lui scritte ai colleghi politici, ai destinatari più autorevoli, alla famiglia o agli amici, ripetere i propri slogan («La classe operaia deve dirigere tutto»). Poi l'esistenza del prigioniero, rappresentato come calmo, laconico, ragionatore, senza scatti d'ira nè d'insofferenza, intento a pregare e a scrivere. Poi la tripla vita della ragazza carceriera, piena di dubbi e contraddizioni: il solito lavoro quotidiano in biblioteca; la usuale fatica della spesa, della cucina, dell'accudire i compagni di sequestro; l'osservare spessissimo il prigioniero; il sognarlo aggirarsi senza costrizioni nella casa e (quando lo portano bendato a morte) andarsene fuori libero, camminando per strada con passo svelto a allegro. Infine, il mondo esterno della politica e della cronaca percepito attraverso i telegiornali: la strada dell'aggressione, Luciano Lama che parla al grande comizio post-rapimento dei sindacati, Andreotti che sollecita le famiglie dei sequestratori a denunciarli, il Papa che invoca «liberate l'onorevole Aldo Moro», la tetra sfilata delle facce di governanti e politici.
Nessuna scena cruenta: Moro addormentato portato nell'appartamento dentro una cassa, Moro interrogato, Moro turbato dall'inerzia dei democristiani («Non mi riconoscono più, credono che io sia un altro: ma io sono sempre lo stesso»); la famosa seduta spiritica a Bologna (Bellocchio è tra gli astanti); riunioni anniversarie di anziani ex partigiani di «Fischia il vento»; Moro che ascolta la propria condanna a morte e scrive l'addio alla moglie («Mia dolcissima Noretta»). Gli unici morti si vedono in citazioni da «Paisà» e in immagini d'archivio di uccisioni, fucilazioni, annegamenti di partigiani compiuti da fascisti o nazisti durante la seconda guerra mondiale.
La cronaca del caso Moro è dunque appena accennata. La politica politicante, neppure sfiorata. Il rapporto tra carcerieri e carcerato non è un rapporto tra persone ma tra emblemi di diverse politiche di cambiamento o di conservazione, emblemi astratti, rigidi, schematici o agiografici (Moro, spesso accompagnato da musiche sublimi, è rappresentato quasi come il santo che non era). La ragazza carceriera ha pochi spazi drammatici. Bellocchio è così bravo che non farà mai nulla di brutto: «Buongiorno, notte» è interessante e ha momenti belli; anche se non dice, né dà molto, il senso di morte che dominò quel periodo e quel momento è fortissimo.
IL TERRORISMO ALLA MOSTRA DEL CINEMA
Annunziata
«Buongiorno, notte» è «un film molto liberatorio», dice il presidente Rai, Lucia Annunziata che ha già visto il film «ben tre volte». «Trovo catartico che Bellocchio abbia rimesso sullo sfondo la politica e in primo piano la psicologia. Questo film colma un vuoto nella nostra generazione, che ha scritto di tutti tranne che di Moro e del terrorismo. In fondo siamo stati presi tutti in ostaggio da una banda di persone meno brave e meno intelligenti di noi .
Giovanni Moro
«Ho molto apprezzato il film di Bellocchio» scrive il figlio di Aldo Moro, Giovanni, in una lettera a Giancarlo Leone, amministratore di Rai Cinema. «Trovo che scegliendo di riflettere sull'esperienza dell'uomo Aldo Moro senza ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti e degli atti noti, abbia davvero illuminato aspetti importanti della vicenda. E’ un caso in cui una creazione artistica è capace di accrescere la conoscenza delle reltà».
Gallinari
«Vedrò il film nelle due ore di libertà che ho al giorno, dalle 16 alle 18 - dice Prospero Gallinari - ma i fatti sono una cosa, l'arte è un'altra». Ma contesta il fatto che fossero, loro carcerieri di Moro, deliranti e avulsi dalla realtà: «Eravamo radicati nei quartieri, nelle fabbriche, sapevamo dunque quello che la gente pensava. Sapevamo che poteva non esserci via d'uscita. D'altronde nessuno volle trovarla: il Papa e il Pci hanno avuto grosse responsabilità».
Braghetti
Esce di nuovo il 17 ottobre, da Feltrinelli, il libro di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella «Il prigioniero», da cui è liberamente tratto il film di Marco Bellocchio, pubblicato per la prima volta da Mondadori nel '98. Romana, condannata all'ergastolo, la Braghetti non ha mai usufruito di sconti di pena e dopo 22 anni di carcere ha avuto nel 2002 la libertà condizionale. Nel '95 con l'ex militante dei Nar, Francesca Mambro, ha pubblicato «Nel cerchio della prigione» (Sperling & Kupfer).
Il regista: come cittadino credo che lo Stato abbia fatto un errore politico a non trattare
Simonetta Robiony
inviata a VENEZIA
Neanche Woody Allen che è Woody Allen ed era la prima volta che si faceva vedere in carne e ossa alla Mostra, ha avuto la standing ovation che ha accolto in conferenza stampa Marco Bellocchio e il suo «Buongiorno notte», il film sul caso Moro che ha commosso l'altra sera anche la platea degli addetti ai lavori tanto che il lunghissimo applauso, scivolando sui titoli di coda, certo senza intenzioni, ha finito per coinvolgere anche il nome della brigatista Anna Laura Braghetti dal cui libro il regista ha tratto ispirazione. Accompagnato dai suoi attori, Bellocchio, molto emozionato, ha esordito leggendo la lettera che gli ha scritto Giovanni Moro, il figlio dello statista, il solo della famiglia ad aver visto il film, una lettera di sostegno all'autore lontana dalla polemica aperta dalla sorella Maria Fida che s'era dichiarata amareggiata per non esser stata coivolta nè lei, nè alcuno dei familiari, in questa operazione. Prodotto e voluto dalla Rai che aveva chiesto esplicitamente a Bellocchio un film sul caso Moro, è da oggi nelle sale in 170 copie, il più grosso lancio mai fatto per un film italiano alla Mostra ma, chiarisce Giancarlo Leone capo di Raicinema, gli esercenti ne avrebbero volute 250, segno che il rapporto tra il nostro pubblico e il suo cinema s'è ristabilito.
Quando ha scelto di raccontare la tragedia di Moro dal punto di vista di una terrorista?
«Quando ho avuto tra le mani il libro di Anna Laura Braghetti, un libro che racconta fatti concreti di vita quotidiana. A me non interessava la ricostruzione storica, l'analisi della complessità della situazione politica di quegli anni e ancora meno costruire una indagine sugli eventuali responsabili occulti, che fossero gli uomini della CIA o quelli del KGB. Da cittadino sono cose che mi stanno profondamente a cuore, ma come regista non le so fare. A me intertessava analizzare i rapporti che si erano stabiliti nella casa dove Moro fu tenuto prigioniero. Perciò mi sono preso alcune libertà».
Per dire cosa?
«Che quella morte fu una tragedia non solo per il carcerato ma anche per i carcerieri. E naturalmente fu una tragedia per il paese e per la sinistra che da allora non riuscì più a far politica negli stessi modi di prima».
C'erano due partiti allora: quello della trattativa con i socialisti in testa, e quello della fermezza con i comunisti: lei da che parte stava?
«Ero per la trattativa. A me pareva di una ferocia inaudita dover condannare a morte un uomo con cui si era divisa l'esistenza per 55 giorni. Ed ero convinto che per lo stato trattare sarebbe stato un atto di forza non di debolezza. Un convincimento che oggi è diventato di molti».
C'era una'altra polemica allora, quella per cui i terroristi sarebbero stati figli dei partigiani.
«E' vero, tra quelli che avevano fatto la Resistenza c'erano alcuni che accusavano la sinistra di averne svenduto i valori e, forse, quelli potevano pensare ancora alla rivoluzione. Ma non era il mio caso. Io sono cresciuto con il mito della Resistenza. I libri di Marx, le immagini dei partigiani uccisi, i manifesti con la faccia di Stalin, appartengono al mio immaginario. Sono imbevuto di quelle immagini. E dal momento che un film si costruisce sulle immagini, queste ho usato per far passare le mie emozioni».
Crede che il film susciterà critiche?
«Ho più paura di quelle che mi verranno da sinistra che da destra. Ci sarà qualcuno che dirà che ho rappresentato i brigatisti in maniera semplicistica, li ho fatti apparire degli stupidi in confronto alla sagacia politica e umana di Moro».
Cosa ha aggiunto e cosa ha tolto al libro della Braghetti?
«Ho letto anche altri libri: quello di Sciascia, quello di Flamigni, le lettere di Moro dal carcere, quelle dei partigiani ai familiari. Però, certo, il libro della Braghetti è stato fondamentale per liberare la mia fantasia. Ho inventato il personaggio del compagno di lavoro della terrorista, un aspirante sceneggiatore che viene alla fine arrestato per sbaglio, in quei giorni di inettitudine e confusione. Ma son partito da un fatto autentico: nella borsa di Moro c'era una sceneggiatura».
E' un'ennesima prova del suo anti-clericalismo che i brigatismi si facciano il segno della croce?
«No. Davvero vivevano una dimensione religiosa più intensa di quella dei democristiani».
Il film è dedicato a suo padre.
«L'ho aggiunta alla fine, la dedica. M'è parso che questo Moro molto privato, molto personale somigliasse a mio padre, un padre che ho perso da bambino. Quando Moro s'aggira nella casa al buio mentre i suoi carcerieri dormono, fa una cosa che faceva mio padre e che io spiavo fingendo di tenere gli occhi chiusi».
Buongiorno, notte: il Corriere della Sera
Corriere della Sera 5.9.03
Un sogno, che altro? Deluderà qualcuno
I significati di quest’opera dalla impeccabile fattura sembrano sfuggire un po’ all’autore
di Tullio Kezich
E avrei voglia di sapere da lui quanto vi ritrova l’atmosfera di via Montalcini, gli atteggiamenti dei carcerieri, le angosce di quei 55 giorni. L’assurda ipotesi è autorizzata da una strampalata fantasia che emerge dal film stesso, dove i sequestratori trovano nella famosa borsa dello statista un copione intitolato «Bongiorno, notte», del quale in seguito si dichiara autore un ambiguo collega di Chiara, la protagonista mezza bibliotecaria e mezza brigatista. Anche se il regista si è ispirato al memoriale «Il prigioniero» di Anna Laura Braghetti, la pellicola non affronta la materia in chiave di docudramma (come Il caso Moro di Giuseppe Ferrara) o di dietrologia (come Pi azza delle Cinque Lune di Martinelli). «Un sogno, che altro?»: la battuta che suggella «Il Principe di Honburg» di Kleist, da Bellocchio trasferito in immagini, potrebbe essere il motto di Buongiorno, notte . Chi si aspettava un altro film che gridasse a un complotto più o meno arbitrariamente ricostruito, sarà rimasto deluso.
Ciò che preme all’autore non sono la verità dei fatti, le motivazioni politiche, le spiegazioni logistiche. Sulle prime il film sembra voler essere la storia di un appartamento, che vediamo affittato da Chiara e dal suo finto marito in figura di giovani sposi; e infatti la macchina da presa non si sposterà granché da questa scena centrale, con la sua tana segreta dove il prigioniero viene trasferito prelevandolo da una cassa come fosse già cadavere.
Roberto Herlitzka, che presta a Moro un volto pallido e dolente, lo scopriamo poco a poco da fessure o spioncini: solo verso le ultime battute il rimorso fantasticante di Chiara lo farà circolare per le stanze e addirittura prendere la fuga per le vie della città sull’onda del «Momento musicale» di Schubert. Lungo tutto il film gli echi del mondo esterno, incluse le notizie di cronaca, arrivano attraverso la tv citata nei servizi e programmi d’epoca. L’evento è interiorizzato sotto l’incubo di un tormento che attanaglia quasi tutti i congiurati, dei quali il regista sottolinea la matrice cattolica (il segno della Croce prima dei pasti), non si capisce se in un misurato tentativo di nobilitazione o di denuncia di ogni integralismo. Ci sono anche l’incongrua benedizione della casa, con svenimento di Chiara, e un Paolo VI che sembra uscito da un film di Buñuel.
Congelando la fresca disponibilità di Maya Sansa, il regista non le concede di variare molto l’espressione sempre allarmata, preoccupata, lacerata. Chiara fa un pellegrinaggio sulla tomba del padre, seguito da una bicchierata campestre con gli ex partigiani al canto di «Fischia il vento» e da una commossa rievocazione delle lettere dei condannati a morte della Resistenza. Per assimilare al loro sacrificio quello di Moro, che scrive alla moglie, o per dirci che i brigatisti, pur considerandosi paladini della supersinistra, nel loro operare cieco e crudele sono omologabili agli sgherri del nazifascismo? Ogni tanto i significati di questo film dalla fattura impeccabile sembrano sfuggire un po’ alle mani dell’autore: ma si possono controllare i sogni?
«Ho solo raccontato la psicologia dei terroristi»
Bellocchio: «Non è un film-indagine su Moro. Quei segni della croce? Erano fondamentalisti»
di Maurizio Porro
VENEZIA - Marco Bellocchio, al Lido, ha dovuto ieri difendersi dall'uragano di consensi che ha accolto «Buongiorno, notte », il film sul caso Moro che ha dedicato alla presenza invisibile ma affettuosa di suo padre, scomparso quando era piccolo. Sedici minuti di applausi e cartelli inneggianti al Leone d’oro alla proiezione per il pubblico ieri sera. Le prime reazioni: il figlio dello statista, Giovanni Moro, ha mandato una lettera d'appoggio, avendo gradito il film; l'ex segretario di Moro, Guerzoni, approva il doppio sogno del finale in cui il senatore cammina libero per Roma: «La sua presenza - dice Bellocchio - è viva, non si può sotterrarla».
Piacerà a tutti il film che la Rai si appresta a far uscire oggi in 170 copie in Italia? Eppure Bellocchio, che analizzando le zone intime e oscure dei terroristi rischia di focalizzare i fattori umani accettando i rischi di strumentalizzazioni, teme critiche a sinistra più che a destra.
«Ho accettato il progetto, ma non per girare un film-inchiesta di cui non sono capace: non so se è stata colpa del Kgb, della Cia o della P2, non mi interessa stabilirlo, ma affermare la mia infedeltà rispetto ai fatti. Volevo conoscere la psicologia dei terroristi, il quotidiano nella casa piccolo borghese alla periferia di Roma, la lotta tra l'utopia rivoluzionaria e la vita di tutti i giorni. Mi interessava la complessità della loro situazione, Moro non doveva neanche comparire».
Fu un momento di gran dissoluzione. «Ricordo maghi e veggenti che varcavano il portone del ministero degli Interni, in totale confusione: si dice che la catastrofica crisi della sinistra cominci da lì. Ma dentro al film ci sono anche le radici della mia cultura, nella Resistenza, le immagini di Paisà e anche le evocative musiche dei Pink Floyd».
Ai tempi, da che parte stava? «Ero di quelli che volevano trattare perché mi sembrava intollerabile che un uomo potesse morire così. Credo che la vera fermezza del governo sarebbe stata la trattativa».
Il regista de L’ora di religione ha creato dal suo ingegno analitico, ma si è attenuto al libro della Braghetti «Il prigioniero», che racconta i personaggi noti. Maya Sansa, bravissima, dà luce alla crisi di una brigatista che non sa da che parte stare. E sogna, come piace a Bellocchio, creatore di immagini freudiane. In un letto sopra il quale svetta un crocifisso, sogna la panchina di Lenin, Stalin, i brigatisti che si fanno il segno della Croce e Moro che passeggia per casa come il papà del regista quando era piccolo e fingeva di dormire.
«I più religiosi, i più fondamentalisti erano loro, come dice Moro, il segno di croce fa parte della dimensione ineluttabile del destino».
Emozionati anche gli attori, quelli che allora c'erano e quelli non c'erano (e che oggi hanno in mente solo la foto storica del bagagliaio della Renault col cadavere dello statista).
«Per me - dice l'attrice - il caso Moro era una cosa lontana, da libri di storia, ma mi sono buttata a leggere, vedere, studiare; poi Marco mi ha protetto dallo sconquasso emotivo».
«Io avevo 11 anni, a Palermo - dice Lo Cascio - ricordo che uscii prima da scuola, c'erano le edizioni straordinarie dei giornali. Poi c'è un segno: il cadavere di Peppino Impastato, che ho recitato nei Cento passi , fu ritrovato lo stesso giorno di Moro, il 9 maggio».
«Io invece c'ero - afferma il bravissimo Roberto Herlitzka, che fa Moro -. Andai al funerale e ne ricordo lo sgomento. Per interpretarlo ho risentito la sua voce alla radio, visto spezzoni, ma poi ho trovato una dimensione interiore naturale e mi fa piacere sapere che, a Bellocchio, complice il personaggio, ho ricordato suo padre».
Quella poesia della Dickinson
«Buongiorno - Mezzanotte / Sto tornando a Casa / Il Giorno - si è stancato di Me / Come potrei Io - di Lui?». All’incipit della poesia di Emily Dickinson (sopra, nell’immagine ) si è ispirato Marco Bellocchio per dare il titolo al suo Buongiorno, notte . E durante il film ne ha fatto recitare alcuni versi ai suoi attori. « Good morning - Midnight » della poetessa americana fu pubblicata per la prima volta ad Amherst nel 1844. Ora, nella sua versione italiana, il primo verso è stato stampato in bianco su t-shirt nere che lo staff della produzione del film di Bellocchio ha indossato mercoledì sera durante la proiezione. Un successo. Tanto che ieri le magliette sono andate a ruba. Tutti i fan del film e della scrittrice del Massachusetts ne hanno voluto una.
Il magistrato: la matrice cattolica c’era ma vivevano lontano da tutti, senza fede
di Marco Imarisio
A lui è capitato di interrogare una terrorista che di giorno cercava di insegnare il catechismo a un bambino gravemente handicappato. E, quando i genitori del bimbo furono convocati in Procura, dissero che no, non era possibile, non era stata la loro baby sitter a «firmare» uno dei delitti più vigliacchi di quegli anni, perchè la loro baby sitter «credeva fermamente a quello che diceva a nostro figlio». Maurizio Laudi la domanda se l’è fatta più volte. Da dove veniva ai terroristi la forza di fare quel che facevano. Uccidere, rapire, sopportare la vita in clandestinità, l’addio ai familiari. Il magistrato torinese, oggi sostituto procuratore, ne ha visti tanti, nella Torino degli anni di piombo. Pentiti e non. «E quella domanda non ha ancora risposta».
Nel film di Bellocchio i terroristi prima di uccidere si fanno il segno della croce.
«Se è una trovata per rappresentare la matrice cattolica di alcuni di essi, ha un suo fondamento. Ma solo in questo caso».
Prospero Gallinari, uno degli uomini del sequestro Moro, dice che quella trovata è «grottesca».
«A me nei terroristi di quegli anni ha sempre colpito il loro senso di straniamento. Sembrava di parlare con gente che aveva staccato la spina dai normali meccanismi della vita reale, come la fede».
Il regista Marco Bellocchio sembra dare rilievo alla matrice cattolica dei terroristi. Un terrorista non poteva farsi il segno della croce o pregare?
«In clandestinità, secondo quanto ho potuto constatare, vivevano in una bolla dalla quale restava escluso il loro vissuto personale, compresa una eventuale dimensione religiosa».
Esiste una componente cattolica nei giovani che scelsero la lotta armata?
«Per alcuni di essi il senso di giustizia inappagato, l’illusione di raggiungere una maggiore giustizia sociale, veniva anche da esperienze cattoliche. Nel primo periodo brigatista, quello di Curcio, la dimensione religiosa di un militante non era certo motivo di diffidenza da parte degli altri. "Frate mitra", ovvero Silvano Girotto, si infiltra nelle Br sfruttando anche il fascino del suo personaggio, fede e terzomondismo».
Il sequestro Moro appartiene alle Br di Mario Moretti, la «seconda generazione».
«Nell’ondata di fine anni Settanta ho incontrato qualche forma di cattolicesimo tra i terroristi di "Prima linea", che venivano da esperienze più variegate, dal movimento e dall’autonomia. Non tra i brigatisti, più monoliticamente marxisti. E non mi risulta che tra i carcerieri di Moro vi fossero dei credenti».
Secondo lei, queste distinzioni finivano con la scelta della clandestinità.
«Non credo che la dimensione religiosa fosse qualcosa che un terrorista "attivo" e militante poteva sentire e sostenere veramente».
OMAGGIO
«Bernardo?
«Spirito di Bernardo, se ci sei, batti un colpo. Dov'è nascosto Aldo Moro?». «Nella Luna, nella Luna». Uno spirito burlone quel Bernardo fatto evocare da Bellocchio nella seduta medianica del film. «Quel Bernardo sono io - svela a sorpresa Bertolucci (foto) - Bellocchio mi telefonò: "Ti spiace se uso il tuo nome durante la seduta spiritica?". La cosa naturalmente mi divertiva, gli ho detto sì. Uno scherzo tra amici e colleghi che da sempre si stimano. E la risposta che Marco fa dare allo spirito è un omaggio a un mio film, La Luna , che girai proprio nel '78». «Il giorno che lo sequestrarono resta per me indimenticabile: il 16 marzo, il mio compleanno», conclude Bertolucci, che considera quei fatti come la conclusione del '68 da lui evocato nel suo film I sognatori . (g.ma.)
Un sogno, che altro? Deluderà qualcuno
I significati di quest’opera dalla impeccabile fattura sembrano sfuggire un po’ all’autore
di Tullio Kezich
E avrei voglia di sapere da lui quanto vi ritrova l’atmosfera di via Montalcini, gli atteggiamenti dei carcerieri, le angosce di quei 55 giorni. L’assurda ipotesi è autorizzata da una strampalata fantasia che emerge dal film stesso, dove i sequestratori trovano nella famosa borsa dello statista un copione intitolato «Bongiorno, notte», del quale in seguito si dichiara autore un ambiguo collega di Chiara, la protagonista mezza bibliotecaria e mezza brigatista. Anche se il regista si è ispirato al memoriale «Il prigioniero» di Anna Laura Braghetti, la pellicola non affronta la materia in chiave di docudramma (come Il caso Moro di Giuseppe Ferrara) o di dietrologia (come Pi azza delle Cinque Lune di Martinelli). «Un sogno, che altro?»: la battuta che suggella «Il Principe di Honburg» di Kleist, da Bellocchio trasferito in immagini, potrebbe essere il motto di Buongiorno, notte . Chi si aspettava un altro film che gridasse a un complotto più o meno arbitrariamente ricostruito, sarà rimasto deluso.
Ciò che preme all’autore non sono la verità dei fatti, le motivazioni politiche, le spiegazioni logistiche. Sulle prime il film sembra voler essere la storia di un appartamento, che vediamo affittato da Chiara e dal suo finto marito in figura di giovani sposi; e infatti la macchina da presa non si sposterà granché da questa scena centrale, con la sua tana segreta dove il prigioniero viene trasferito prelevandolo da una cassa come fosse già cadavere.
Roberto Herlitzka, che presta a Moro un volto pallido e dolente, lo scopriamo poco a poco da fessure o spioncini: solo verso le ultime battute il rimorso fantasticante di Chiara lo farà circolare per le stanze e addirittura prendere la fuga per le vie della città sull’onda del «Momento musicale» di Schubert. Lungo tutto il film gli echi del mondo esterno, incluse le notizie di cronaca, arrivano attraverso la tv citata nei servizi e programmi d’epoca. L’evento è interiorizzato sotto l’incubo di un tormento che attanaglia quasi tutti i congiurati, dei quali il regista sottolinea la matrice cattolica (il segno della Croce prima dei pasti), non si capisce se in un misurato tentativo di nobilitazione o di denuncia di ogni integralismo. Ci sono anche l’incongrua benedizione della casa, con svenimento di Chiara, e un Paolo VI che sembra uscito da un film di Buñuel.
Congelando la fresca disponibilità di Maya Sansa, il regista non le concede di variare molto l’espressione sempre allarmata, preoccupata, lacerata. Chiara fa un pellegrinaggio sulla tomba del padre, seguito da una bicchierata campestre con gli ex partigiani al canto di «Fischia il vento» e da una commossa rievocazione delle lettere dei condannati a morte della Resistenza. Per assimilare al loro sacrificio quello di Moro, che scrive alla moglie, o per dirci che i brigatisti, pur considerandosi paladini della supersinistra, nel loro operare cieco e crudele sono omologabili agli sgherri del nazifascismo? Ogni tanto i significati di questo film dalla fattura impeccabile sembrano sfuggire un po’ alle mani dell’autore: ma si possono controllare i sogni?
«Ho solo raccontato la psicologia dei terroristi»
Bellocchio: «Non è un film-indagine su Moro. Quei segni della croce? Erano fondamentalisti»
di Maurizio Porro
VENEZIA - Marco Bellocchio, al Lido, ha dovuto ieri difendersi dall'uragano di consensi che ha accolto «Buongiorno, notte », il film sul caso Moro che ha dedicato alla presenza invisibile ma affettuosa di suo padre, scomparso quando era piccolo. Sedici minuti di applausi e cartelli inneggianti al Leone d’oro alla proiezione per il pubblico ieri sera. Le prime reazioni: il figlio dello statista, Giovanni Moro, ha mandato una lettera d'appoggio, avendo gradito il film; l'ex segretario di Moro, Guerzoni, approva il doppio sogno del finale in cui il senatore cammina libero per Roma: «La sua presenza - dice Bellocchio - è viva, non si può sotterrarla».
Piacerà a tutti il film che la Rai si appresta a far uscire oggi in 170 copie in Italia? Eppure Bellocchio, che analizzando le zone intime e oscure dei terroristi rischia di focalizzare i fattori umani accettando i rischi di strumentalizzazioni, teme critiche a sinistra più che a destra.
«Ho accettato il progetto, ma non per girare un film-inchiesta di cui non sono capace: non so se è stata colpa del Kgb, della Cia o della P2, non mi interessa stabilirlo, ma affermare la mia infedeltà rispetto ai fatti. Volevo conoscere la psicologia dei terroristi, il quotidiano nella casa piccolo borghese alla periferia di Roma, la lotta tra l'utopia rivoluzionaria e la vita di tutti i giorni. Mi interessava la complessità della loro situazione, Moro non doveva neanche comparire».
Fu un momento di gran dissoluzione. «Ricordo maghi e veggenti che varcavano il portone del ministero degli Interni, in totale confusione: si dice che la catastrofica crisi della sinistra cominci da lì. Ma dentro al film ci sono anche le radici della mia cultura, nella Resistenza, le immagini di Paisà e anche le evocative musiche dei Pink Floyd».
Ai tempi, da che parte stava? «Ero di quelli che volevano trattare perché mi sembrava intollerabile che un uomo potesse morire così. Credo che la vera fermezza del governo sarebbe stata la trattativa».
Il regista de L’ora di religione ha creato dal suo ingegno analitico, ma si è attenuto al libro della Braghetti «Il prigioniero», che racconta i personaggi noti. Maya Sansa, bravissima, dà luce alla crisi di una brigatista che non sa da che parte stare. E sogna, come piace a Bellocchio, creatore di immagini freudiane. In un letto sopra il quale svetta un crocifisso, sogna la panchina di Lenin, Stalin, i brigatisti che si fanno il segno della Croce e Moro che passeggia per casa come il papà del regista quando era piccolo e fingeva di dormire.
«I più religiosi, i più fondamentalisti erano loro, come dice Moro, il segno di croce fa parte della dimensione ineluttabile del destino».
Emozionati anche gli attori, quelli che allora c'erano e quelli non c'erano (e che oggi hanno in mente solo la foto storica del bagagliaio della Renault col cadavere dello statista).
«Per me - dice l'attrice - il caso Moro era una cosa lontana, da libri di storia, ma mi sono buttata a leggere, vedere, studiare; poi Marco mi ha protetto dallo sconquasso emotivo».
«Io avevo 11 anni, a Palermo - dice Lo Cascio - ricordo che uscii prima da scuola, c'erano le edizioni straordinarie dei giornali. Poi c'è un segno: il cadavere di Peppino Impastato, che ho recitato nei Cento passi , fu ritrovato lo stesso giorno di Moro, il 9 maggio».
«Io invece c'ero - afferma il bravissimo Roberto Herlitzka, che fa Moro -. Andai al funerale e ne ricordo lo sgomento. Per interpretarlo ho risentito la sua voce alla radio, visto spezzoni, ma poi ho trovato una dimensione interiore naturale e mi fa piacere sapere che, a Bellocchio, complice il personaggio, ho ricordato suo padre».
Quella poesia della Dickinson
«Buongiorno - Mezzanotte / Sto tornando a Casa / Il Giorno - si è stancato di Me / Come potrei Io - di Lui?». All’incipit della poesia di Emily Dickinson (sopra, nell’immagine ) si è ispirato Marco Bellocchio per dare il titolo al suo Buongiorno, notte . E durante il film ne ha fatto recitare alcuni versi ai suoi attori. « Good morning - Midnight » della poetessa americana fu pubblicata per la prima volta ad Amherst nel 1844. Ora, nella sua versione italiana, il primo verso è stato stampato in bianco su t-shirt nere che lo staff della produzione del film di Bellocchio ha indossato mercoledì sera durante la proiezione. Un successo. Tanto che ieri le magliette sono andate a ruba. Tutti i fan del film e della scrittrice del Massachusetts ne hanno voluto una.
Il magistrato: la matrice cattolica c’era ma vivevano lontano da tutti, senza fede
di Marco Imarisio
A lui è capitato di interrogare una terrorista che di giorno cercava di insegnare il catechismo a un bambino gravemente handicappato. E, quando i genitori del bimbo furono convocati in Procura, dissero che no, non era possibile, non era stata la loro baby sitter a «firmare» uno dei delitti più vigliacchi di quegli anni, perchè la loro baby sitter «credeva fermamente a quello che diceva a nostro figlio». Maurizio Laudi la domanda se l’è fatta più volte. Da dove veniva ai terroristi la forza di fare quel che facevano. Uccidere, rapire, sopportare la vita in clandestinità, l’addio ai familiari. Il magistrato torinese, oggi sostituto procuratore, ne ha visti tanti, nella Torino degli anni di piombo. Pentiti e non. «E quella domanda non ha ancora risposta».
Nel film di Bellocchio i terroristi prima di uccidere si fanno il segno della croce.
«Se è una trovata per rappresentare la matrice cattolica di alcuni di essi, ha un suo fondamento. Ma solo in questo caso».
Prospero Gallinari, uno degli uomini del sequestro Moro, dice che quella trovata è «grottesca».
«A me nei terroristi di quegli anni ha sempre colpito il loro senso di straniamento. Sembrava di parlare con gente che aveva staccato la spina dai normali meccanismi della vita reale, come la fede».
Il regista Marco Bellocchio sembra dare rilievo alla matrice cattolica dei terroristi. Un terrorista non poteva farsi il segno della croce o pregare?
«In clandestinità, secondo quanto ho potuto constatare, vivevano in una bolla dalla quale restava escluso il loro vissuto personale, compresa una eventuale dimensione religiosa».
Esiste una componente cattolica nei giovani che scelsero la lotta armata?
«Per alcuni di essi il senso di giustizia inappagato, l’illusione di raggiungere una maggiore giustizia sociale, veniva anche da esperienze cattoliche. Nel primo periodo brigatista, quello di Curcio, la dimensione religiosa di un militante non era certo motivo di diffidenza da parte degli altri. "Frate mitra", ovvero Silvano Girotto, si infiltra nelle Br sfruttando anche il fascino del suo personaggio, fede e terzomondismo».
Il sequestro Moro appartiene alle Br di Mario Moretti, la «seconda generazione».
«Nell’ondata di fine anni Settanta ho incontrato qualche forma di cattolicesimo tra i terroristi di "Prima linea", che venivano da esperienze più variegate, dal movimento e dall’autonomia. Non tra i brigatisti, più monoliticamente marxisti. E non mi risulta che tra i carcerieri di Moro vi fossero dei credenti».
Secondo lei, queste distinzioni finivano con la scelta della clandestinità.
«Non credo che la dimensione religiosa fosse qualcosa che un terrorista "attivo" e militante poteva sentire e sostenere veramente».
OMAGGIO
«Bernardo?
«Spirito di Bernardo, se ci sei, batti un colpo. Dov'è nascosto Aldo Moro?». «Nella Luna, nella Luna». Uno spirito burlone quel Bernardo fatto evocare da Bellocchio nella seduta medianica del film. «Quel Bernardo sono io - svela a sorpresa Bertolucci (foto) - Bellocchio mi telefonò: "Ti spiace se uso il tuo nome durante la seduta spiritica?". La cosa naturalmente mi divertiva, gli ho detto sì. Uno scherzo tra amici e colleghi che da sempre si stimano. E la risposta che Marco fa dare allo spirito è un omaggio a un mio film, La Luna , che girai proprio nel '78». «Il giorno che lo sequestrarono resta per me indimenticabile: il 16 marzo, il mio compleanno», conclude Bertolucci, che considera quei fatti come la conclusione del '68 da lui evocato nel suo film I sognatori . (g.ma.)
Buongiorno, note: il manifesto
il manifesto 5.9.03
Aldo Moro, la storia in una stanza
Applausi per il film di Marco Bellocchio «Buongiorno, notte» che rievoca il sequestro del leader Dc. E in un trittico conclude le «lezioni» veneziane, dopo «Segreti di stato» e «The Dreamers»
Io ho sempre pensato che si dovesse trattare, non era accettabile che un uomo morisse in quel modo. La cosa più folle è quell'assassinio a freddo. Forse per questo, al di là di quanto c'è nel libro, l'ho voluto mettere in relazione ai tedeschi che gettavano i partigiani nel fiume
di Roberto Silvestri
Millenovecentosettantotto, cinque cadaveri in divisa sul selciato, Moro, sequestrato, dopo un processo nazional-proletario, verrà condannato. Lo scambio di prigionieri politici non ci sarà. Scaduti gli ultimatum, il brigatista Maccari lo giustizierà (fuori campo) con una scarica di mitra... Il film, come in Il caso Moro di Giuseppe Ferrara, è un kammerspiele non manicheo. Un appartamento agiato. Una libreria col doppio fondo prigione. Una branda. La stella a cinque punte. La scritta troppo gialla sopra il drappo troppo rosso. Chiara, l'affittuaria-sequestratrice di 23 anni, bibliotecaria, figlia di partigiani. Lei, dentro e fuori il covo. Al lavoro e al lavoro politico. Coi suoi occhi e con i suoi sogni, deformati, umidi e secchi, vedremo un pezzo nevralgico della nostra storia. Ma c'è anche Marco Bellocchio in quell'appartamento. Tra le mani di Chiara il regista le impone, attraverso un collega d'ufficio inventato, una sua sceneggiatura. Contiene quel che il movimento, superato lo sbigottimento e il cinico umorismo della indecente notizia, pensò in quei giorni dell'insurrezione scippata sperando in un finale più «aperto». La coscienza di Chiara è un po' il coro di quella tragedia greca... Invece. I cappucci neri dei rivoluzionari rossi, impazziti a forza di difendersi da anni con le armi, paiono una macchia grigia, di piombo, indelebilmente analoga, nell'immaginario, agli incappucciati della P2, che tolgono la parola politica a tutti gli altri soggetti sociali, come Maurizio Costanzo fa oggi, fanaticamente, privando di etere ogni altra comunità che non sia il partito-azienda. E, nel loro internazionalismo al sangue, visionario e troppo lucido nell'assalto al sistema militar-industriale delle multinazionali, Moretti (nel film un Luigi Lo Cascio già «abbattuto» in partenza) e compagni ricordano le goffaggini spietate di qualche cupola segreta cattolica reazionaria italo-latino-americana che in quel momento, il Mundial di calcio dei torturatori di Videla è alle porte, sta pianificando, dopo il Cile, la soluzione finale contro la gioventù democratica di Argentina e Brasile...e se strettamente necessario anche d'Italia. Forse furono i demenziali metropolitani del `77, più che le ritirate strategiche del Pci, a salvarci la vita? Le lettere di Moro vanno in dissolvenza incrociata su quelle, pubblicate da Einaudi, dei condannati a morte della Resistenza. Le immagini di Roberto Herlizka, il sequestrato, mostro della recitazione minimalista cui a stento Riccardo Giagni restituisce spessore e calore umano, viste dallo spioncino della sua cella nel covo insonorizzato, sembrano a Chiara quelle di un divo di Griffith, con l'alone circolare nero, ancora più antiche e mitiche delle immagini di un altro illustre collega statista, Stalin, e di quelle dei partigiani trucidati per mano nazi-fascista...E di Emanuele Rocco, Santalmassi, Vespa in contumacia, che certificano invece il passaggio alla tv e all'Italia a colori di La Repubblica e dei suoi sondaggi «basta `68!». In Il ritorno di Cagliostro una statua nuda e urlante prende a un tratto vita ma le ombre prefabbricate di Ciprì la trasformano nella silhouette nera di una «donna con il burka». E la morale è: siamo nella fase del cinema obliquo, anfibio. Traducete ogni informazione nel suo contrario. Per fare resistenza occorrono occhi biforcuti. Se tutto sembra andare a rotoli, traduce John Sayles nel bellissimo Casa de los Babys (concorso B, perché non A?) consideratevi l'unica stella sopravvissuta in un firmamento totalmente buio. Bel titolo, Buongiorno, notte, dunque, tratto dal verso di Emily Dickinson «Buongiorno, mezzanotte». Il dio dei cristiani separò il giorno e la notte, ma una divinità yoruba inventò Mezzogiono e Mezzanotte. Eccoci allora a dare il benvenuto a un film non cristiano e d'anticlericalismo fertile, alla Ernesto Rossi, dove si spiega che lo Stato, da Almirante a Ingrao, da papa Montini agli amici più fidati e affranti dello statista rapito (Zaccagnini, Galloni, Prodi e Cossiga) non impedirono l'esecuzione di Aldo Moro. Anzi, fecero anche qualche seduta spiritica fraintesa, superstiziosa, forse propiziatoria...
Il film esplicitamente «infedele», «falso» di Marco Bellocchio (non apprenderemo un solo capo d'accusa proletario contro il presidente della Dc, né Avola né una delle tanti stragi di stato) sul rapimento e sul sequestro di Aldo Moro, chiude le tre lezioni di storia sul secondo dopoguerra italiano aperte, qui alla Mostra di Venezia, da Paolo Benvenuti, con Segreti di stato, sui crimini mai processati della Dc (e parodia del teorema Calogero?), proseguito da Bertolucci, sull'immaginazione pericolosamente al potere tra il maggio `68 e via Caetani (The Dreamers), e chiuso appunto nel 1978 da Buongiorno, notte, quando l'immaginazione di potere ne prese fin troppo, morendone d'indigestione, a patricidio compiuto. Un film compatto, dark, suggestivo, spalmato di musica mai d'ambiente, come dire: se Curcio e Moretti avessero frequentato Art Ensemble of Chicago e Pink Floyd quanto Raniero Panzieri e Renzo Del Carria, la storia d'Italia sarebbe cambiata in meglio e il proletariato giovanile avrebbe ottenuto qualche sconto in più sui biglietti d'ingressi del Palalido. Che ha utilizzato Il prigioniero di Tavella-Braghetti per tratteggiare con l'ipnosi in una mano e Brecht nell'altra, il personaggio centrale, la combattente per il comunismo Chiara, le lettere del dc di Maglie e i ricordi della famiglia Bellocchio (il film è dedicato al padre) che una certa responsabilità nella nascita del movimento di contestazione generale ce l'ha: il «caso Braibanti» fu la prova generale della cospirazione Valpreda, e fu architettato per motivi di speculazioni edilizie a Piacenza proprio dai dc nemici d'affari della famiglia del regista.
La mia verità, nient'altro che cinema
La cronaca di quei 55 giorni di rapimento l'ha tratta liberamente da «Il prigioniero», il libro scritto da Anna Laura Braghetti insieme a Paola Tavella, ma il regista dei «Pugni in tasca» non inseguiva la realtà
di Cristina Piccino
VENEZIA. Emozionato, teso persino Marco Bellocchio, che quell'applauso lunghissimo con cui è stato accolto il suo Buongiorno, notte non se lo aspettava: «credevo che avesse un'accoglienza molto più controversa» sussurra. Tanto da sembrare sfuggente, o forse no, è che di spiegare il film in risposte che sono certezze non ne ha voglia, lo fa proprio come quel pezzo di Storia italiana rimasta oscura e mai metabolizzata, il rapimento Moro, le Br, la fine dei movimenti, ce la racconta sullo schermo: non un'inchiesta, piuttosto un punto di vista personalissimo che vuole escludere tesi «a priori». Dice il regista dei Pugni in tasca, generazione di cinema che è anche quella di Bertolucci e del suo Sessantotto sognato: «penso che sarebbe importante fare un film sul caso Moro dove si dica se erano coinvolti i servizi, la Cia, il Kgb ma io non ne sono capace. Ci sono dei frammenti in Buongiorno, notte, ad esempio la scena in cui si vedono tutti quei poliziotti fuori della casa dove è prigioniero che ci mostra il caos in cui si muoveva lo stato in quel momento. Oppure la carrellata finale che dice agli uomini della repubblica, non siete riusciti a salvarlo». Dunque Il prigioniero, libro di Anna Laura Braghetti, la Chiara del film di cui incarna le contraddizioni Maya Sansa, e Paola Tavella. I sogni, la figura di Moro libero in sovrimpressione a un Padre, quello assente sempre del regista a cui è dedicato il film, la «band à part» delle immagini di ieri, i tg, altra verità negata-impossibile, e il film oggi la cui verità sta nel non volerla rappresentare. Non c'è Lanfranco Pace - un altro libro/film - ma c'è un bimbo, il figlio di una vicina quando Moro arriva nell'appartamento di ordinaria piccola-borghesia, che esaspera l'assurdità del gesto. E c'è in ellissi la fine dei movimenti, la repressione, il ragazzo arrestato con l'immaginazione al potere che era forse la pulsione più vitale del `77. Poi una frase che il regista inserisce nelle note di regia sul titolo, un verso di Emily Dickison: «Buongiorno, notte contiene una contraddizione che mi sembra interessante, perché evoca quel periodo notturno, angosciante, oscuro. Ma se oggi sia giorno non lo so».
C'è un molteplice piano visuale, il suo film e i tg del '78, che diventa quasi chiave narrativa. È un segno di una verità che non possiamo stabilire?
Mi piaceva l'idea di una messinscena in forma di rituale, l'appartamento piccolo-borghese, la tv, i gesti da casalinga del personaggio femminile, cucinare, stirare, quella finta vita di famiglia che sterza con violenza quando lei guarda dentro, vede il prigioniero nella cella. In una prima sceneggiatura la figura di Moro non doveva neanche apparire, poi abbiamo deciso di svelarlo. Non credo che sia possibile rappresentare quella realtà in sé, e per questo non mi interessa se le cose siano andate come Anna Laura Braghetti scrive nel suo libro o no, è stato una fonte preziosa da cui abbiamo ricavato diversi episodi, ad esempio la lettura che la ragazza fa delle Lettere dalla Resistenza, poi ci siamo mossi molto liberamente. Sono materiali grezzi, la cronaca da trasformare in cinema. Nel libro di Braghetti cercavo soprattutto un segno che le cose potevano andare diversamente.
Infatti nel sogno della donna Moro si allontana vivo all'alba il giorno che lo hanno ucciso.
Lo stile del film non è realistico, come dicevo l'oggetto non è la verità storica, chi c'era dietro ai terroristi o altro. Volevo cercare nell'infedeltà qualcosa che contrastasse l'ineluttabile di quella tragedia, che sono le contraddizioni del personaggio di Chiara. Braghetti si rimprovera di non avere agito, ma è andata così. Il resto sono i sogni, Moro che vaga nelle stanze guidato dalla musica di Schubert, la panchina dove è morto Lenin nel paesaggio con la neve: senza fare della psicanalisi è come se lei sentisse tutto raggelato il giorno della loro vittoria, il rapimento segna l'avvio della sua catastrofe interiore.
Allora lei, Bellocchio, cosa ha provato?
Ho sempre pensato che si dovesse trattare, che farlo non significava debolezza, al contrario sarebbe stato un atto di coraggio e di forza politica. Non era accettabile che un uomo morisse in quel modo. Che la cosa più folle è quell'assassinio a freddo, forse per questo, al di là di quanto c'è nel libro, l'ho voluto mettere in relazione ai tedeschi che gettavano i partigiani nel fiume.
Ecco, i materiali sulla Resistenza, Paisà di Rossellini sono ancora un altro piano del racconto.
In una parte della sinistra quegli anni si criticava il modo di interpretare i valori della Resistenza nel presente, si diceva che erano stati diluiti, ridotti a una semplice celebrazione. La figura di Lama, ad esempio: è stato un partigiano e il suo discorso in quel frangente per quanto retorico ha un'efficacia straordinaria. Inoltre io sono cresciuto con quei valori e mi sembrava che quelle immagini li esprimessero con forza. Ma non le avrei mai utilizzate senza la musica dei Pink Floyd (da Wish you were here, ndr). È stata Francesca Calvelli, mia compagna e montatrice del film a suggerirla. Non è un bagaglio della mia generazione, non sapevo neanche che esistesse, ma credo che sintetizzi la ribellione e la disperazione di quegli anni.
Il film è dedicato a suo padre.
L'ho deciso all'ultimo momento, è una figura assente nei miei film e Roberto Herlitzka me lo ricordava. L'ho perduto da adolescente e ho sempre rimosso quel dolore. Le passeggiate di Moro nell'appartamento vengono dai ricordi di mio padre, che ci guardava la notte mentre dormivamo.
Oltre i fatti, affiorano le emozioni
I commenti alla proiezione del film di Bellocchio sul sequestro Moro
«Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né cercare seriamente di liberare il prigioniero»: così, sottolineando il cuore del problema, si conclude la lettera che il figlio di Aldo Moro, Giovanni, ha scritto all'amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone per ringraziarlo del film di Marco Bellocchio Buongiorno notte dedicato al sequestro di suo padre. «Sono persuaso - scrive ancora Giovanni Moro - che corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme metta in luce in modo pacato ma netto il nodo ancora non sciolto di quella vicenda anche dal punto di vista storico, politico e giudiziario». «Ho molto apprezzato il film - ha raccontato poi il figlio del leader Dc invitato all'anteprima della proiezione - trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull'esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti, abbia illuminato aspetti importanti di quella vicenda». Con qualche resistenza (avrebbe preferito parlare di qualcosa già visto) Prospero Gallinari, uno dei brigatisti che fu protagonista del sequestro Moro, ha deciso di commentare il film. «Si tratta di un film di fronte al quale ognuno può pensare e sentire quello che crede; i fatti sono una cosa, l'arte è un'altra».
«È un film che prende in contropiede la mia generazione perché nessuno da anni parla più del caso Moro, lo abbiamo rimosso: fu una sconfitta, la fine di tutto». Il presidente della Rai Lucia Annunziata trova «liberatorio che Bellocchio abbia lasciato sullo sfondo tutto quel dibattito dietrologico su Cia, Kgb e complotti su cui molti di noi si incagliarono e si persero», spiega poi. «Buongiorno, notte - continua Annunziata - ci riporta a quegli anni e mostra come fummo sopraffatti e distrutti da un branco che non era né più intelligente né migliore di noi. In quegli anni - aggiunge - lavoravo al manifesto e me ne occupai direttamente come giornalista».
«Mi auguro che il film di Bellocchio sia un film d'autore cioé si preoccupi di raccontare le emozioni, la vicenda e le contraddizioni umane».Valerio Morucci, ex br tra gli autori del sequestro Moro, il film non lo ha visto ma non esclude che potrebbe andarlo a vedere: «molti giornali mi hanno già contattato per avere un mio commento in diretta durante una visione privata in cassetta. Spero però non sia l'ennesimo film sui fatti. Ne hanno già realizzati due che sono da dimenticare».
BERTOLUCCI
«Dreamers» piovono molotov
di Mariuccia Ciotta
«Inudi di The Dreamers (e di Twenty Nine Palms) non fanno sognare Venezia» titola Le Monde. E «Dreamers, 68 façon 69» scrive Libération, che insiste in prima pagina con il richiamo giocato sulla rivoluzione-cul come culturare e come culo. Cosa è successo agli spregiudicati cinephiles d'oltralpe, ai due quotidiani autorevoli nel paese di Genet e Klossowski e delle Follies Bergères? È vero che l'Europa rischia la matrice dell'integralismo religioso, ma almeno Parigi dovrebbe resistere. Il film di Bernardo Bertolucci ha scandalizzato i due inviati al Lido. Thomas Sotinel per Le Monde dice dell'incastro prismatico tra sequenze mitiche dell'immaginario sessantottino descrivendole come «petit jeu cinephile», stupidità pretestuose per intrattenere nudi i tre ragazzi, quando è proprio in quella materia dei «sogni» che The Dreamers ri-costruisce il `68 e salda emozioni e politica. Non c'è una stanza chiusa dove si fa sesso mentre nella strada «gronde la revolte». Il Sessantotto sprigiona nel corpo gemello (fratello-sorella) le pulsioni contrastanti e separate della politica, l'aldiqua e l'aldilà, il piacere dello schermo e dell'azione. Godard e le barricate. Il maggio è francese ma anche la cecità di Le Monde e Libé che trasforma l'esperienza di una «perversione» violenta e liberatoria in uno sguardo di «concupiscenza sui giovani corpi» con cui Bertolucci «evoca una sola trasgressione, il suo voyeurismo». Il `68 inventò il diritto alla felicità. L'urgenza di coniugare se stessi con la lotta, essere sì «perversi» e violenti contro i ricorrenti maestri del buon senso, ancora oggi al comando. The Dreamers è nostalgia del futuro, non solo esercizio di memoria. Le Monde e Liberation ne escono turbati. «I dialoghi politici sono di una vacuità particolarmente sconvolgente per l'autore di Prima della rivoluzione» scrive Sotinel. Non ci sono dialoghi «politici» in The Dreamers. Anzi le parole dei codici della politica si spezzano, vengono annientate e sopraffatte, sovrimpresse dal linguaggio di un'altra epoca che Bertolucci ci restituisce gioiosamente, come allora con L'ultimo Tango a Parigi. Qui esultiamo alla domanda se è giusto sognare o proseguire verso lo schieramento di polizia. La risposta è tutti e due, contemporaneamente. Anche Bellocchio ci pone davanti allo stesso dilemma, i desideri/armati. Due corpi, due ragazze, per Bertolucci e per Bellocchio come non più creature estranee - debolezza, sentimenti, pietà - ma nuovo soggetto che trascende, umano. Le Monde scrive: «lo sguardo del cineasta è di una strana miopia, come deformato da una nostalgia morbosa». I due quotidiani stroncano Bertolucci perché ha realizzato un film da voyeur morboso, anche un po' bisex e incestuoso con la scusa del `68? Aiuto. Ma di che stanno parlando gli inviati dei due prestigiosi giornali francesi? Didier Peron scrive su Liberation: «... prima di diventare uno dei mammouth della superproduzione autoriale di lusso, Bertolucci era un giovane italiano di estrema sinistra, figlio di un grande poeta...». E ora in pieno «esaurimento ormonale», il regista si fa prendere dall'esperienza intima di tre teen-ager... e via come Le Monde verso una scandalizzata descrizione di The Dreamers, film di un «dandy romantico e lascivo». Se il '68 di Bertolucci fa questo effetto ha colpito nel segno. Il «voyeur» ha visto giusto in questo magma di interdetti, di negazioni e paure. The Dreamers è uno «scandalo». È violento è senza buon senso, è sessualmente sconvolgente, mischia Greta Garbo a De Gaulle, Langlois ai no-global di Genova, fa sesso triadico, usa la metafora bisex e corre con una molotov in mano verso l'ordine costituito. Sì. Insieme a Bertolucci, il `68 è stato questo e molto più. Ed è arrivato fino al terzo millennio per minacciare i set mentali dei normalizzatori di professione.
Aldo Moro, la storia in una stanza
Applausi per il film di Marco Bellocchio «Buongiorno, notte» che rievoca il sequestro del leader Dc. E in un trittico conclude le «lezioni» veneziane, dopo «Segreti di stato» e «The Dreamers»
Io ho sempre pensato che si dovesse trattare, non era accettabile che un uomo morisse in quel modo. La cosa più folle è quell'assassinio a freddo. Forse per questo, al di là di quanto c'è nel libro, l'ho voluto mettere in relazione ai tedeschi che gettavano i partigiani nel fiume
di Roberto Silvestri
Millenovecentosettantotto, cinque cadaveri in divisa sul selciato, Moro, sequestrato, dopo un processo nazional-proletario, verrà condannato. Lo scambio di prigionieri politici non ci sarà. Scaduti gli ultimatum, il brigatista Maccari lo giustizierà (fuori campo) con una scarica di mitra... Il film, come in Il caso Moro di Giuseppe Ferrara, è un kammerspiele non manicheo. Un appartamento agiato. Una libreria col doppio fondo prigione. Una branda. La stella a cinque punte. La scritta troppo gialla sopra il drappo troppo rosso. Chiara, l'affittuaria-sequestratrice di 23 anni, bibliotecaria, figlia di partigiani. Lei, dentro e fuori il covo. Al lavoro e al lavoro politico. Coi suoi occhi e con i suoi sogni, deformati, umidi e secchi, vedremo un pezzo nevralgico della nostra storia. Ma c'è anche Marco Bellocchio in quell'appartamento. Tra le mani di Chiara il regista le impone, attraverso un collega d'ufficio inventato, una sua sceneggiatura. Contiene quel che il movimento, superato lo sbigottimento e il cinico umorismo della indecente notizia, pensò in quei giorni dell'insurrezione scippata sperando in un finale più «aperto». La coscienza di Chiara è un po' il coro di quella tragedia greca... Invece. I cappucci neri dei rivoluzionari rossi, impazziti a forza di difendersi da anni con le armi, paiono una macchia grigia, di piombo, indelebilmente analoga, nell'immaginario, agli incappucciati della P2, che tolgono la parola politica a tutti gli altri soggetti sociali, come Maurizio Costanzo fa oggi, fanaticamente, privando di etere ogni altra comunità che non sia il partito-azienda. E, nel loro internazionalismo al sangue, visionario e troppo lucido nell'assalto al sistema militar-industriale delle multinazionali, Moretti (nel film un Luigi Lo Cascio già «abbattuto» in partenza) e compagni ricordano le goffaggini spietate di qualche cupola segreta cattolica reazionaria italo-latino-americana che in quel momento, il Mundial di calcio dei torturatori di Videla è alle porte, sta pianificando, dopo il Cile, la soluzione finale contro la gioventù democratica di Argentina e Brasile...e se strettamente necessario anche d'Italia. Forse furono i demenziali metropolitani del `77, più che le ritirate strategiche del Pci, a salvarci la vita? Le lettere di Moro vanno in dissolvenza incrociata su quelle, pubblicate da Einaudi, dei condannati a morte della Resistenza. Le immagini di Roberto Herlizka, il sequestrato, mostro della recitazione minimalista cui a stento Riccardo Giagni restituisce spessore e calore umano, viste dallo spioncino della sua cella nel covo insonorizzato, sembrano a Chiara quelle di un divo di Griffith, con l'alone circolare nero, ancora più antiche e mitiche delle immagini di un altro illustre collega statista, Stalin, e di quelle dei partigiani trucidati per mano nazi-fascista...E di Emanuele Rocco, Santalmassi, Vespa in contumacia, che certificano invece il passaggio alla tv e all'Italia a colori di La Repubblica e dei suoi sondaggi «basta `68!». In Il ritorno di Cagliostro una statua nuda e urlante prende a un tratto vita ma le ombre prefabbricate di Ciprì la trasformano nella silhouette nera di una «donna con il burka». E la morale è: siamo nella fase del cinema obliquo, anfibio. Traducete ogni informazione nel suo contrario. Per fare resistenza occorrono occhi biforcuti. Se tutto sembra andare a rotoli, traduce John Sayles nel bellissimo Casa de los Babys (concorso B, perché non A?) consideratevi l'unica stella sopravvissuta in un firmamento totalmente buio. Bel titolo, Buongiorno, notte, dunque, tratto dal verso di Emily Dickinson «Buongiorno, mezzanotte». Il dio dei cristiani separò il giorno e la notte, ma una divinità yoruba inventò Mezzogiono e Mezzanotte. Eccoci allora a dare il benvenuto a un film non cristiano e d'anticlericalismo fertile, alla Ernesto Rossi, dove si spiega che lo Stato, da Almirante a Ingrao, da papa Montini agli amici più fidati e affranti dello statista rapito (Zaccagnini, Galloni, Prodi e Cossiga) non impedirono l'esecuzione di Aldo Moro. Anzi, fecero anche qualche seduta spiritica fraintesa, superstiziosa, forse propiziatoria...
Il film esplicitamente «infedele», «falso» di Marco Bellocchio (non apprenderemo un solo capo d'accusa proletario contro il presidente della Dc, né Avola né una delle tanti stragi di stato) sul rapimento e sul sequestro di Aldo Moro, chiude le tre lezioni di storia sul secondo dopoguerra italiano aperte, qui alla Mostra di Venezia, da Paolo Benvenuti, con Segreti di stato, sui crimini mai processati della Dc (e parodia del teorema Calogero?), proseguito da Bertolucci, sull'immaginazione pericolosamente al potere tra il maggio `68 e via Caetani (The Dreamers), e chiuso appunto nel 1978 da Buongiorno, notte, quando l'immaginazione di potere ne prese fin troppo, morendone d'indigestione, a patricidio compiuto. Un film compatto, dark, suggestivo, spalmato di musica mai d'ambiente, come dire: se Curcio e Moretti avessero frequentato Art Ensemble of Chicago e Pink Floyd quanto Raniero Panzieri e Renzo Del Carria, la storia d'Italia sarebbe cambiata in meglio e il proletariato giovanile avrebbe ottenuto qualche sconto in più sui biglietti d'ingressi del Palalido. Che ha utilizzato Il prigioniero di Tavella-Braghetti per tratteggiare con l'ipnosi in una mano e Brecht nell'altra, il personaggio centrale, la combattente per il comunismo Chiara, le lettere del dc di Maglie e i ricordi della famiglia Bellocchio (il film è dedicato al padre) che una certa responsabilità nella nascita del movimento di contestazione generale ce l'ha: il «caso Braibanti» fu la prova generale della cospirazione Valpreda, e fu architettato per motivi di speculazioni edilizie a Piacenza proprio dai dc nemici d'affari della famiglia del regista.
La mia verità, nient'altro che cinema
La cronaca di quei 55 giorni di rapimento l'ha tratta liberamente da «Il prigioniero», il libro scritto da Anna Laura Braghetti insieme a Paola Tavella, ma il regista dei «Pugni in tasca» non inseguiva la realtà
di Cristina Piccino
VENEZIA. Emozionato, teso persino Marco Bellocchio, che quell'applauso lunghissimo con cui è stato accolto il suo Buongiorno, notte non se lo aspettava: «credevo che avesse un'accoglienza molto più controversa» sussurra. Tanto da sembrare sfuggente, o forse no, è che di spiegare il film in risposte che sono certezze non ne ha voglia, lo fa proprio come quel pezzo di Storia italiana rimasta oscura e mai metabolizzata, il rapimento Moro, le Br, la fine dei movimenti, ce la racconta sullo schermo: non un'inchiesta, piuttosto un punto di vista personalissimo che vuole escludere tesi «a priori». Dice il regista dei Pugni in tasca, generazione di cinema che è anche quella di Bertolucci e del suo Sessantotto sognato: «penso che sarebbe importante fare un film sul caso Moro dove si dica se erano coinvolti i servizi, la Cia, il Kgb ma io non ne sono capace. Ci sono dei frammenti in Buongiorno, notte, ad esempio la scena in cui si vedono tutti quei poliziotti fuori della casa dove è prigioniero che ci mostra il caos in cui si muoveva lo stato in quel momento. Oppure la carrellata finale che dice agli uomini della repubblica, non siete riusciti a salvarlo». Dunque Il prigioniero, libro di Anna Laura Braghetti, la Chiara del film di cui incarna le contraddizioni Maya Sansa, e Paola Tavella. I sogni, la figura di Moro libero in sovrimpressione a un Padre, quello assente sempre del regista a cui è dedicato il film, la «band à part» delle immagini di ieri, i tg, altra verità negata-impossibile, e il film oggi la cui verità sta nel non volerla rappresentare. Non c'è Lanfranco Pace - un altro libro/film - ma c'è un bimbo, il figlio di una vicina quando Moro arriva nell'appartamento di ordinaria piccola-borghesia, che esaspera l'assurdità del gesto. E c'è in ellissi la fine dei movimenti, la repressione, il ragazzo arrestato con l'immaginazione al potere che era forse la pulsione più vitale del `77. Poi una frase che il regista inserisce nelle note di regia sul titolo, un verso di Emily Dickison: «Buongiorno, notte contiene una contraddizione che mi sembra interessante, perché evoca quel periodo notturno, angosciante, oscuro. Ma se oggi sia giorno non lo so».
C'è un molteplice piano visuale, il suo film e i tg del '78, che diventa quasi chiave narrativa. È un segno di una verità che non possiamo stabilire?
Mi piaceva l'idea di una messinscena in forma di rituale, l'appartamento piccolo-borghese, la tv, i gesti da casalinga del personaggio femminile, cucinare, stirare, quella finta vita di famiglia che sterza con violenza quando lei guarda dentro, vede il prigioniero nella cella. In una prima sceneggiatura la figura di Moro non doveva neanche apparire, poi abbiamo deciso di svelarlo. Non credo che sia possibile rappresentare quella realtà in sé, e per questo non mi interessa se le cose siano andate come Anna Laura Braghetti scrive nel suo libro o no, è stato una fonte preziosa da cui abbiamo ricavato diversi episodi, ad esempio la lettura che la ragazza fa delle Lettere dalla Resistenza, poi ci siamo mossi molto liberamente. Sono materiali grezzi, la cronaca da trasformare in cinema. Nel libro di Braghetti cercavo soprattutto un segno che le cose potevano andare diversamente.
Infatti nel sogno della donna Moro si allontana vivo all'alba il giorno che lo hanno ucciso.
Lo stile del film non è realistico, come dicevo l'oggetto non è la verità storica, chi c'era dietro ai terroristi o altro. Volevo cercare nell'infedeltà qualcosa che contrastasse l'ineluttabile di quella tragedia, che sono le contraddizioni del personaggio di Chiara. Braghetti si rimprovera di non avere agito, ma è andata così. Il resto sono i sogni, Moro che vaga nelle stanze guidato dalla musica di Schubert, la panchina dove è morto Lenin nel paesaggio con la neve: senza fare della psicanalisi è come se lei sentisse tutto raggelato il giorno della loro vittoria, il rapimento segna l'avvio della sua catastrofe interiore.
Allora lei, Bellocchio, cosa ha provato?
Ho sempre pensato che si dovesse trattare, che farlo non significava debolezza, al contrario sarebbe stato un atto di coraggio e di forza politica. Non era accettabile che un uomo morisse in quel modo. Che la cosa più folle è quell'assassinio a freddo, forse per questo, al di là di quanto c'è nel libro, l'ho voluto mettere in relazione ai tedeschi che gettavano i partigiani nel fiume.
Ecco, i materiali sulla Resistenza, Paisà di Rossellini sono ancora un altro piano del racconto.
In una parte della sinistra quegli anni si criticava il modo di interpretare i valori della Resistenza nel presente, si diceva che erano stati diluiti, ridotti a una semplice celebrazione. La figura di Lama, ad esempio: è stato un partigiano e il suo discorso in quel frangente per quanto retorico ha un'efficacia straordinaria. Inoltre io sono cresciuto con quei valori e mi sembrava che quelle immagini li esprimessero con forza. Ma non le avrei mai utilizzate senza la musica dei Pink Floyd (da Wish you were here, ndr). È stata Francesca Calvelli, mia compagna e montatrice del film a suggerirla. Non è un bagaglio della mia generazione, non sapevo neanche che esistesse, ma credo che sintetizzi la ribellione e la disperazione di quegli anni.
Il film è dedicato a suo padre.
L'ho deciso all'ultimo momento, è una figura assente nei miei film e Roberto Herlitzka me lo ricordava. L'ho perduto da adolescente e ho sempre rimosso quel dolore. Le passeggiate di Moro nell'appartamento vengono dai ricordi di mio padre, che ci guardava la notte mentre dormivamo.
Oltre i fatti, affiorano le emozioni
I commenti alla proiezione del film di Bellocchio sul sequestro Moro
«Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né cercare seriamente di liberare il prigioniero»: così, sottolineando il cuore del problema, si conclude la lettera che il figlio di Aldo Moro, Giovanni, ha scritto all'amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone per ringraziarlo del film di Marco Bellocchio Buongiorno notte dedicato al sequestro di suo padre. «Sono persuaso - scrive ancora Giovanni Moro - che corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme metta in luce in modo pacato ma netto il nodo ancora non sciolto di quella vicenda anche dal punto di vista storico, politico e giudiziario». «Ho molto apprezzato il film - ha raccontato poi il figlio del leader Dc invitato all'anteprima della proiezione - trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull'esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti, abbia illuminato aspetti importanti di quella vicenda». Con qualche resistenza (avrebbe preferito parlare di qualcosa già visto) Prospero Gallinari, uno dei brigatisti che fu protagonista del sequestro Moro, ha deciso di commentare il film. «Si tratta di un film di fronte al quale ognuno può pensare e sentire quello che crede; i fatti sono una cosa, l'arte è un'altra».
«È un film che prende in contropiede la mia generazione perché nessuno da anni parla più del caso Moro, lo abbiamo rimosso: fu una sconfitta, la fine di tutto». Il presidente della Rai Lucia Annunziata trova «liberatorio che Bellocchio abbia lasciato sullo sfondo tutto quel dibattito dietrologico su Cia, Kgb e complotti su cui molti di noi si incagliarono e si persero», spiega poi. «Buongiorno, notte - continua Annunziata - ci riporta a quegli anni e mostra come fummo sopraffatti e distrutti da un branco che non era né più intelligente né migliore di noi. In quegli anni - aggiunge - lavoravo al manifesto e me ne occupai direttamente come giornalista».
«Mi auguro che il film di Bellocchio sia un film d'autore cioé si preoccupi di raccontare le emozioni, la vicenda e le contraddizioni umane».Valerio Morucci, ex br tra gli autori del sequestro Moro, il film non lo ha visto ma non esclude che potrebbe andarlo a vedere: «molti giornali mi hanno già contattato per avere un mio commento in diretta durante una visione privata in cassetta. Spero però non sia l'ennesimo film sui fatti. Ne hanno già realizzati due che sono da dimenticare».
BERTOLUCCI
«Dreamers» piovono molotov
di Mariuccia Ciotta
«Inudi di The Dreamers (e di Twenty Nine Palms) non fanno sognare Venezia» titola Le Monde. E «Dreamers, 68 façon 69» scrive Libération, che insiste in prima pagina con il richiamo giocato sulla rivoluzione-cul come culturare e come culo. Cosa è successo agli spregiudicati cinephiles d'oltralpe, ai due quotidiani autorevoli nel paese di Genet e Klossowski e delle Follies Bergères? È vero che l'Europa rischia la matrice dell'integralismo religioso, ma almeno Parigi dovrebbe resistere. Il film di Bernardo Bertolucci ha scandalizzato i due inviati al Lido. Thomas Sotinel per Le Monde dice dell'incastro prismatico tra sequenze mitiche dell'immaginario sessantottino descrivendole come «petit jeu cinephile», stupidità pretestuose per intrattenere nudi i tre ragazzi, quando è proprio in quella materia dei «sogni» che The Dreamers ri-costruisce il `68 e salda emozioni e politica. Non c'è una stanza chiusa dove si fa sesso mentre nella strada «gronde la revolte». Il Sessantotto sprigiona nel corpo gemello (fratello-sorella) le pulsioni contrastanti e separate della politica, l'aldiqua e l'aldilà, il piacere dello schermo e dell'azione. Godard e le barricate. Il maggio è francese ma anche la cecità di Le Monde e Libé che trasforma l'esperienza di una «perversione» violenta e liberatoria in uno sguardo di «concupiscenza sui giovani corpi» con cui Bertolucci «evoca una sola trasgressione, il suo voyeurismo». Il `68 inventò il diritto alla felicità. L'urgenza di coniugare se stessi con la lotta, essere sì «perversi» e violenti contro i ricorrenti maestri del buon senso, ancora oggi al comando. The Dreamers è nostalgia del futuro, non solo esercizio di memoria. Le Monde e Liberation ne escono turbati. «I dialoghi politici sono di una vacuità particolarmente sconvolgente per l'autore di Prima della rivoluzione» scrive Sotinel. Non ci sono dialoghi «politici» in The Dreamers. Anzi le parole dei codici della politica si spezzano, vengono annientate e sopraffatte, sovrimpresse dal linguaggio di un'altra epoca che Bertolucci ci restituisce gioiosamente, come allora con L'ultimo Tango a Parigi. Qui esultiamo alla domanda se è giusto sognare o proseguire verso lo schieramento di polizia. La risposta è tutti e due, contemporaneamente. Anche Bellocchio ci pone davanti allo stesso dilemma, i desideri/armati. Due corpi, due ragazze, per Bertolucci e per Bellocchio come non più creature estranee - debolezza, sentimenti, pietà - ma nuovo soggetto che trascende, umano. Le Monde scrive: «lo sguardo del cineasta è di una strana miopia, come deformato da una nostalgia morbosa». I due quotidiani stroncano Bertolucci perché ha realizzato un film da voyeur morboso, anche un po' bisex e incestuoso con la scusa del `68? Aiuto. Ma di che stanno parlando gli inviati dei due prestigiosi giornali francesi? Didier Peron scrive su Liberation: «... prima di diventare uno dei mammouth della superproduzione autoriale di lusso, Bertolucci era un giovane italiano di estrema sinistra, figlio di un grande poeta...». E ora in pieno «esaurimento ormonale», il regista si fa prendere dall'esperienza intima di tre teen-ager... e via come Le Monde verso una scandalizzata descrizione di The Dreamers, film di un «dandy romantico e lascivo». Se il '68 di Bertolucci fa questo effetto ha colpito nel segno. Il «voyeur» ha visto giusto in questo magma di interdetti, di negazioni e paure. The Dreamers è uno «scandalo». È violento è senza buon senso, è sessualmente sconvolgente, mischia Greta Garbo a De Gaulle, Langlois ai no-global di Genova, fa sesso triadico, usa la metafora bisex e corre con una molotov in mano verso l'ordine costituito. Sì. Insieme a Bertolucci, il `68 è stato questo e molto più. Ed è arrivato fino al terzo millennio per minacciare i set mentali dei normalizzatori di professione.
Buongiorno, notte: Libération
Libération 5.9.03
(...)
Après ça, dire que le nouveau film de Marco Bellocchio nous a fait de l'effet est le plus sûr moyen de se couvrir de ridicule. Certes, Buongiorno, notte prête peu le flanc à la flagellation chic du scandale. C'est un film morose comme cette fin des années 70 qu'il évoque à travers l'épisode tragique de l'enlèvement par les Brigades rouges d'Aldo Moro, chef des démocrates-chrétiens italiens. Moro et les siens étaient sur le point de sceller une alliance avec les communistes, jugée scélérate par les terroristes d'extrême gauche. Le point de vue sur l'enlèvement est celui d'un personnage inventé par le cinéaste, Chiara (Maya Sansa), 23 ans, engagée au côté des terroristes mais dont les convictions vacillent dans la promiscuité avec le vieil homme. Le film montre les brigadistes en soldats ombrageux de la cohérence idéologique, habités d'une passion révolutionnaire qui les hisse au rang de porte-parole utopiques d'un peuple dont ils ne comprennent pas qu'il ne se soulève pas enfin.
Puritanisme. Ce cul-de-sac terroriste et la mise à mort de Moro sont retravaillés librement par Bellocchio, en insistant sur les fièvres de l'inconscient et la religiosité refoulée des brigadistes, cerveau farci au pathétique de la révolution d'Octobre et aux souvenirs des exactions fascistes. Un même fil historique tient ensemble le 68 érotomane de Bertolucci (The Dreamers, Libération du 2 septembre) et l'année 78 ressuscitée par Bellocchio. Dix ans d'intervalle, où la radicalisation politique va de pair avec une haine du corps et un puritanisme sexuel pour le moins lourds de sens.
(...)
Après ça, dire que le nouveau film de Marco Bellocchio nous a fait de l'effet est le plus sûr moyen de se couvrir de ridicule. Certes, Buongiorno, notte prête peu le flanc à la flagellation chic du scandale. C'est un film morose comme cette fin des années 70 qu'il évoque à travers l'épisode tragique de l'enlèvement par les Brigades rouges d'Aldo Moro, chef des démocrates-chrétiens italiens. Moro et les siens étaient sur le point de sceller une alliance avec les communistes, jugée scélérate par les terroristes d'extrême gauche. Le point de vue sur l'enlèvement est celui d'un personnage inventé par le cinéaste, Chiara (Maya Sansa), 23 ans, engagée au côté des terroristes mais dont les convictions vacillent dans la promiscuité avec le vieil homme. Le film montre les brigadistes en soldats ombrageux de la cohérence idéologique, habités d'une passion révolutionnaire qui les hisse au rang de porte-parole utopiques d'un peuple dont ils ne comprennent pas qu'il ne se soulève pas enfin.
Puritanisme. Ce cul-de-sac terroriste et la mise à mort de Moro sont retravaillés librement par Bellocchio, en insistant sur les fièvres de l'inconscient et la religiosité refoulée des brigadistes, cerveau farci au pathétique de la révolution d'Octobre et aux souvenirs des exactions fascistes. Un même fil historique tient ensemble le 68 érotomane de Bertolucci (The Dreamers, Libération du 2 septembre) et l'année 78 ressuscitée par Bellocchio. Dix ans d'intervalle, où la radicalisation politique va de pair avec une haine du corps et un puritanisme sexuel pour le moins lourds de sens.
Buongiorno, notte: La Gazzetta del Mezzogiorno
La Gazzetta del Mezzogiorno 5.9.03
Applausi per il regista, straordinario Herlitzka
Carcerato e carcerieri prigionieri del destino e delle ragioni della politica
di Anton Giulio Mancini
Dopo la proiezione di Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, anche sulla scorta di qualche indiscrezione, comincia a configurarsi il palmares veneziano. La partita sembra dovrebbe svolgersi tra il film di Bellocchio sul sequestro Moro, visto in chiave apolitica attraverso gli occhi dei sequestratori delle Br, e il russo The Return di Andrej Zvjagintsev (funestato dalla notizia della tragica morte del giovanissimo protagonista), parabola accorata ed estetizzante sulla nostalgia di due fratelli per una figura paterna autoritaria e intransigente. Sono due film densi e complessi, incentrati sul rapporto genitori-figli, destinato a concludersi con il fatale patricidio, spia di una visione iconoclasta verso l'istituzione familiare, che è tra l'altro una costante dell'universo bellocchiano, da I pugni in tasca a Il principe di Homburg e L'ora di religione.
Questa volta però, a proposito di Buongiorno, notte, è ragionavole credere che non ci saranno polemiche politiche. Proprio perché Bellocchio evita accuratamente di allontanarsi dall'universo domestico e claustrofobico in cui i brigatisti (interpretati da Maya Sansa, Luigi Lo Cascio e Piergiorgio Bellocchio) detengono il presidente della Dc Aldo Moro (Roberto Herlitzka). La tesi dell'autore confuta, almeno all'apparenza, la lettura più recente dello spettacolare Piazza delle Cinque Lune di Martinelli, che come il precedente Il caso Moro di Ferrara puntava l'indice contro la classe politica di governo dell'epoca, soprattutto sulla compagine democristiana. Buongiorno, notte mostra i giovani e confusi carcerieri e l'anziano e saggio carcerato come i membri di una simbolica famiglia afflitta da contrapposizioni non più rimarginabili (una copia del marxiano La sacra famiglia, continuamente esibita, avvalora la chiave di lettura).
Ne viene così fuori un dramma da camera, dove gli allusivi figli-carnefici di Moro sviluppano un senso di colpa destinato, in chiave psicanalitica, a incrementare l'incertezza ideologica e a devastarne la puerile ortodossia comunista.
L'autore sembra voler proseguire il discorso del documentario, La religione della storia, dove i totalitarismi di ogni genere, compreso il magistero cattolico, vengono equiparati. Non è un caso infatti che tornino nel film gli ambienti vaticani e la figura del Papa, rappresentati come una sacra rappresentazione. A differenza di altre opere di Bellocchio, Buongiorno, notte è un film lineare e semplice: in virtù della sua moderazione ha perciò ottime chances di trionfare a Venezia. Sebbene le sequenze più belle siano quella ironica della seduta spiritica dei potenti, quella dove compare il Papa, infine quella dall'interno dell'ascensore, specchio dell'inquietudine collettiva, dove nessuno vuole entrare a causa di una stella a cinque punte dipinta clandestinamente.
BUONGIORNO, NOTTE.
Applausi in sala e in conferenza stampa per il film che ricostruisce i giorni del sequestro dello statista
Moro, tragedia di uomini qualunque
La lettera del figlio Giovanni: ma perché lo Stato non fece niente per salvarlo?
Vittime della loro ideologia, prigionieri di loro stessi come e più di Aldo Moro, deliranti nelle loro attese di una sollevazione proletaria suscitata da quei gesti, intrappolati nel ricatto allo stato («tutti lo vogliono morto e noi lo ammazzeremo»): non lascia dubbi interpretativi il ritratto del gruppo brigatista che sequestrò Moro, secondo Marco Bellocchio. Il suo «Buongiorno notte», tra i più attesi della 60/ma Mostra e tra i prevedibili candidati al Leone, colpisce nel segno come il classico pugno allo stomaco: tutto è buio e tetro nella covo di Via Gradoli. Tutto è segnato, tutto porta ad una soluzione tragica. Eppure tutto è tragicamente quotidiano, la Carrà che balla in tv, le feste, la zuppa in tavola, i canarini gialli in giardino, i calzini piegati con cura, le camice stirate. I brigatisti si fanno il segno della croce nell'ultima cena prima dell'esecuzione, stesso estremismo - provoca l'anticlericale Bellocchio - poi il finale, quella lunghissima sequenza con la diretta tv dei funerali di stato con la telecamera che inquadra Paolo VI e la classe politica di quei giorni (l'unico sopravvissuto di oggi è Andreotti).
«Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi nè cercare seriamente di liberare il prigioniero»: così, sottolineando il cuore del problema, si conclude la lettera che il figlio di Aldo Moro, Giovanni, ha scritto all'amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone per ringraziarlo del film di Marco Bellocchio.
Nella lettera Giovanni Moro ringrazia per aver visto in anteprima il film, «invito tanto più gradito in quanto non dovuto giacchè il film non richiedeva alcun visto o imprimatur da parte della famiglia. Nè d'altra parte l'eventuale consenso o dissenso dei familiari avrebbe potuto aggiungere o togliere nulla al suo valore. Ho molto apprezzato il film - prosegue Giovanni Moro - trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull'esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda».
Giovanni Moro spiega di aver fatto la precisazione «alla luce di sgradevoli recenti precedenti». Nei giorni scorsi la figlia di Moro, Maria Fida, aveva criticato il film che, comunque, non aveva ancora visto.
Penso che chi vedrà il film -prosegue ancora Giovanni Moro- potrà cogliere il senso del dramma di un uomo posto di fronte ad un destino tragico quando insensato non necessario, da lui vissuto in modo tanto più acuto quanto più era netta la sua percezione dell'incombente fine del mondo diviso in blocchi e della obsolescenza delle grandi ideologie che aveva improntato di se il secolo». «Sono persuaso -prosegue la lettera del figlio di Moro- che la compresenza nel film di due opposte conclusioni, la libertà e la morte, corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme messa in luce in modo pacato ma netto, in nodo ancora non sciolto di quella vicenda anche dal punto di vista storico, politico e giudiziario. Si tratta della questione di come mai, in quel caso, e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi nè di cercare seriamente di liberare il prigioniero».
CINEMA/
A Venezia ovazione per il film di Bellocchio
Moro, così la Repubblica
volle uccidere il padre
OSCAR IARUSSI
Il grande cinema ribattezza il mondo, la storia, la memoria, in una luce fantastica che, a dispetto del realismo, può coincidere con lo «splendore del vero» caro a Rossellini. Aldo Moro vivo, libero, teneramente incamminato verso casa dopo cinquantacinque giorni di prigionia nel covo delle Brigate rosse, quel 9 maggio 1978. Poi, subito dopo, le immagini di repertorio dei suoi funerali con le più alte cariche dello Stato. È il finale, struggente e sconvolgente, di «Buongiorno, notte» di Marco Bellocchio, terzo e ultimo film italiano in concorso a Venezia, accolto ieri trionfalmente dal pubblico (16 minuti di applausi) e, cosa rara, da una standing ovation durante la conferenza stampa - tutti in piedi per applaudire il regista e i suoi interpreti. Questi sono l'intensa, bella, tormentata Maya Sansa, l'astro nascente Luigi Lo Cascio e Pier Giorgio Bellocchio (figlio di Marco) nei ruoli principali dei terroristi, e un emozionante Roberto Herlitzka nella parte della vittima.
Giancarlo Leone, amministratore delegato di Raicinema che ha prodotto il film e figlio del Presidente della Repubblica ai tempi del caso-Moro, legge a Venezia una lettera di Giovanni Moro, figlio dello statista pugliese. Quasi un gioco del destino: due eredi di quella stagione si ritrovano intorno a un'opera di «finzione». Scrive Giovanni Moro: «Sono persuaso che la compresenza nel film di due opposte conclusioni - la libertà e la morte - corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme metta in luce in modo pacato ma netto il nodo, ancora non sciolto, della vicenda. Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né di cercare seriamente di liberare il prigioniero».
Marco Bellocchio, pur ispirandosi a un libro della brigatista Anna Laura Braghetti, ieri ha ribadito che a guidarlo non è stata l'ardua ricerca della verità storica: «Ho sentito subito che dovevo inventarmi qualcosa di "falso", di "infedele", dovevo tradire la storia per non subirla fatalmente. Tuttavia penso che lasciar uccidere un uomo come Aldo Moro fu un errore politico. Lo Stato ne sarebbe uscito più forte se avesse trattato».
Il titolo è ricalcato su un verso di Emily Dickinson: «Buongiorno, mezzanotte/ Torno a casa/ È stato il giorno a stancarsi di me/ Come avrei potuto io - di lui?». Quasi tutta la trama si svolge nella casa-covo dove si consumano l'assurda vita «di famiglia» dei carcerieri e le loro relazioni col presidente della Dc. Il tema autentico del film è psicoanalitico: l'uccisione del padre, non più metaforica come volevano Freud e il Sessantotto dei «Sognatori» di Bertolucci, ma reale, spietata, infine autodistruttiva. Una perdita, un lutto, un restare orfani che la protagonista Chiara (Maya Sansa) - a sua volta una sognatrice di paesaggi innevati come di parate sovietiche - sventa in extremis nella dimensione notturna, onirica. Mentre da sveglia non farà alcunché per fermare i suoi compagni, macchiette sanguinarie, sullo schermo apparentati più volte ai nazisti assassini di partigiani. «Così, buonanotte, giorno!» - scrive ancora la Dickinson.
Non a caso, diremmo, Bellocchio ha dedicato il film al suo papà, perso troppo presto. L'ex ribelle dei «Pugni in tasca» a 64 anni fa i conti con la figura del genitore, a lungo negata per non soffrire, e, nella filigrana dell'omicidio di Moro, intravede una «familiare» e sconcertante solitudine, incombente sul futuro di tutti.
Dal canto suo, Giovanni Moro aggiunge che il padre aveva presagito la fine del mondo diviso in blocchi e l'obsolescenza delle ideologie. Quella tragedia italiana diventa allora la volontà cieca di uccidere l'uomo politico più paterno e più lungimirante, se non l'unico «visionario», facendone un inutile capro espiatorio: nessuno si sarebbe rigenerato in virtù del suo sacrificio, non lo Stato, men che mai le Br per fortuna avviate alla sconfitta.
Un film importante, prezioso, che molto farà discutere. Da oggi sarà nei cinema di tutta Italia ed è senza dubbio uno dei candidati al Leone d'oro che sarà assegnato domani sera. A contendergli un posto nel verdetto dovrebbero essere il russo «Il ritorno» dell'esordiente Zvyagintsev segnato dalla scomparsa di un attore quindicenne annegato nello stesso lago del film, il portoghese «Un film parlato» del novantenne De Oliveira, «Zatoichi» del samurai Kitano. Nonché, naturalmente, il «nostro» Edoardo Winspeare col suo «Miracolo» pugliese che ha incantato Venezia e che ieri sera è tornato al Lido per ritirare il premio «Città di Roma - Arcobaleno» per il miglior film dell'area latina. Stamani riparte, si chiama scaramanzia.
Applausi per il regista, straordinario Herlitzka
Carcerato e carcerieri prigionieri del destino e delle ragioni della politica
di Anton Giulio Mancini
Dopo la proiezione di Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, anche sulla scorta di qualche indiscrezione, comincia a configurarsi il palmares veneziano. La partita sembra dovrebbe svolgersi tra il film di Bellocchio sul sequestro Moro, visto in chiave apolitica attraverso gli occhi dei sequestratori delle Br, e il russo The Return di Andrej Zvjagintsev (funestato dalla notizia della tragica morte del giovanissimo protagonista), parabola accorata ed estetizzante sulla nostalgia di due fratelli per una figura paterna autoritaria e intransigente. Sono due film densi e complessi, incentrati sul rapporto genitori-figli, destinato a concludersi con il fatale patricidio, spia di una visione iconoclasta verso l'istituzione familiare, che è tra l'altro una costante dell'universo bellocchiano, da I pugni in tasca a Il principe di Homburg e L'ora di religione.
Questa volta però, a proposito di Buongiorno, notte, è ragionavole credere che non ci saranno polemiche politiche. Proprio perché Bellocchio evita accuratamente di allontanarsi dall'universo domestico e claustrofobico in cui i brigatisti (interpretati da Maya Sansa, Luigi Lo Cascio e Piergiorgio Bellocchio) detengono il presidente della Dc Aldo Moro (Roberto Herlitzka). La tesi dell'autore confuta, almeno all'apparenza, la lettura più recente dello spettacolare Piazza delle Cinque Lune di Martinelli, che come il precedente Il caso Moro di Ferrara puntava l'indice contro la classe politica di governo dell'epoca, soprattutto sulla compagine democristiana. Buongiorno, notte mostra i giovani e confusi carcerieri e l'anziano e saggio carcerato come i membri di una simbolica famiglia afflitta da contrapposizioni non più rimarginabili (una copia del marxiano La sacra famiglia, continuamente esibita, avvalora la chiave di lettura).
Ne viene così fuori un dramma da camera, dove gli allusivi figli-carnefici di Moro sviluppano un senso di colpa destinato, in chiave psicanalitica, a incrementare l'incertezza ideologica e a devastarne la puerile ortodossia comunista.
L'autore sembra voler proseguire il discorso del documentario, La religione della storia, dove i totalitarismi di ogni genere, compreso il magistero cattolico, vengono equiparati. Non è un caso infatti che tornino nel film gli ambienti vaticani e la figura del Papa, rappresentati come una sacra rappresentazione. A differenza di altre opere di Bellocchio, Buongiorno, notte è un film lineare e semplice: in virtù della sua moderazione ha perciò ottime chances di trionfare a Venezia. Sebbene le sequenze più belle siano quella ironica della seduta spiritica dei potenti, quella dove compare il Papa, infine quella dall'interno dell'ascensore, specchio dell'inquietudine collettiva, dove nessuno vuole entrare a causa di una stella a cinque punte dipinta clandestinamente.
BUONGIORNO, NOTTE.
Applausi in sala e in conferenza stampa per il film che ricostruisce i giorni del sequestro dello statista
Moro, tragedia di uomini qualunque
La lettera del figlio Giovanni: ma perché lo Stato non fece niente per salvarlo?
Vittime della loro ideologia, prigionieri di loro stessi come e più di Aldo Moro, deliranti nelle loro attese di una sollevazione proletaria suscitata da quei gesti, intrappolati nel ricatto allo stato («tutti lo vogliono morto e noi lo ammazzeremo»): non lascia dubbi interpretativi il ritratto del gruppo brigatista che sequestrò Moro, secondo Marco Bellocchio. Il suo «Buongiorno notte», tra i più attesi della 60/ma Mostra e tra i prevedibili candidati al Leone, colpisce nel segno come il classico pugno allo stomaco: tutto è buio e tetro nella covo di Via Gradoli. Tutto è segnato, tutto porta ad una soluzione tragica. Eppure tutto è tragicamente quotidiano, la Carrà che balla in tv, le feste, la zuppa in tavola, i canarini gialli in giardino, i calzini piegati con cura, le camice stirate. I brigatisti si fanno il segno della croce nell'ultima cena prima dell'esecuzione, stesso estremismo - provoca l'anticlericale Bellocchio - poi il finale, quella lunghissima sequenza con la diretta tv dei funerali di stato con la telecamera che inquadra Paolo VI e la classe politica di quei giorni (l'unico sopravvissuto di oggi è Andreotti).
«Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi nè cercare seriamente di liberare il prigioniero»: così, sottolineando il cuore del problema, si conclude la lettera che il figlio di Aldo Moro, Giovanni, ha scritto all'amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone per ringraziarlo del film di Marco Bellocchio.
Nella lettera Giovanni Moro ringrazia per aver visto in anteprima il film, «invito tanto più gradito in quanto non dovuto giacchè il film non richiedeva alcun visto o imprimatur da parte della famiglia. Nè d'altra parte l'eventuale consenso o dissenso dei familiari avrebbe potuto aggiungere o togliere nulla al suo valore. Ho molto apprezzato il film - prosegue Giovanni Moro - trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull'esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda».
Giovanni Moro spiega di aver fatto la precisazione «alla luce di sgradevoli recenti precedenti». Nei giorni scorsi la figlia di Moro, Maria Fida, aveva criticato il film che, comunque, non aveva ancora visto.
Penso che chi vedrà il film -prosegue ancora Giovanni Moro- potrà cogliere il senso del dramma di un uomo posto di fronte ad un destino tragico quando insensato non necessario, da lui vissuto in modo tanto più acuto quanto più era netta la sua percezione dell'incombente fine del mondo diviso in blocchi e della obsolescenza delle grandi ideologie che aveva improntato di se il secolo». «Sono persuaso -prosegue la lettera del figlio di Moro- che la compresenza nel film di due opposte conclusioni, la libertà e la morte, corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme messa in luce in modo pacato ma netto, in nodo ancora non sciolto di quella vicenda anche dal punto di vista storico, politico e giudiziario. Si tratta della questione di come mai, in quel caso, e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi nè di cercare seriamente di liberare il prigioniero».
CINEMA/
A Venezia ovazione per il film di Bellocchio
Moro, così la Repubblica
volle uccidere il padre
OSCAR IARUSSI
Il grande cinema ribattezza il mondo, la storia, la memoria, in una luce fantastica che, a dispetto del realismo, può coincidere con lo «splendore del vero» caro a Rossellini. Aldo Moro vivo, libero, teneramente incamminato verso casa dopo cinquantacinque giorni di prigionia nel covo delle Brigate rosse, quel 9 maggio 1978. Poi, subito dopo, le immagini di repertorio dei suoi funerali con le più alte cariche dello Stato. È il finale, struggente e sconvolgente, di «Buongiorno, notte» di Marco Bellocchio, terzo e ultimo film italiano in concorso a Venezia, accolto ieri trionfalmente dal pubblico (16 minuti di applausi) e, cosa rara, da una standing ovation durante la conferenza stampa - tutti in piedi per applaudire il regista e i suoi interpreti. Questi sono l'intensa, bella, tormentata Maya Sansa, l'astro nascente Luigi Lo Cascio e Pier Giorgio Bellocchio (figlio di Marco) nei ruoli principali dei terroristi, e un emozionante Roberto Herlitzka nella parte della vittima.
Giancarlo Leone, amministratore delegato di Raicinema che ha prodotto il film e figlio del Presidente della Repubblica ai tempi del caso-Moro, legge a Venezia una lettera di Giovanni Moro, figlio dello statista pugliese. Quasi un gioco del destino: due eredi di quella stagione si ritrovano intorno a un'opera di «finzione». Scrive Giovanni Moro: «Sono persuaso che la compresenza nel film di due opposte conclusioni - la libertà e la morte - corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme metta in luce in modo pacato ma netto il nodo, ancora non sciolto, della vicenda. Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né di cercare seriamente di liberare il prigioniero».
Marco Bellocchio, pur ispirandosi a un libro della brigatista Anna Laura Braghetti, ieri ha ribadito che a guidarlo non è stata l'ardua ricerca della verità storica: «Ho sentito subito che dovevo inventarmi qualcosa di "falso", di "infedele", dovevo tradire la storia per non subirla fatalmente. Tuttavia penso che lasciar uccidere un uomo come Aldo Moro fu un errore politico. Lo Stato ne sarebbe uscito più forte se avesse trattato».
Il titolo è ricalcato su un verso di Emily Dickinson: «Buongiorno, mezzanotte/ Torno a casa/ È stato il giorno a stancarsi di me/ Come avrei potuto io - di lui?». Quasi tutta la trama si svolge nella casa-covo dove si consumano l'assurda vita «di famiglia» dei carcerieri e le loro relazioni col presidente della Dc. Il tema autentico del film è psicoanalitico: l'uccisione del padre, non più metaforica come volevano Freud e il Sessantotto dei «Sognatori» di Bertolucci, ma reale, spietata, infine autodistruttiva. Una perdita, un lutto, un restare orfani che la protagonista Chiara (Maya Sansa) - a sua volta una sognatrice di paesaggi innevati come di parate sovietiche - sventa in extremis nella dimensione notturna, onirica. Mentre da sveglia non farà alcunché per fermare i suoi compagni, macchiette sanguinarie, sullo schermo apparentati più volte ai nazisti assassini di partigiani. «Così, buonanotte, giorno!» - scrive ancora la Dickinson.
Non a caso, diremmo, Bellocchio ha dedicato il film al suo papà, perso troppo presto. L'ex ribelle dei «Pugni in tasca» a 64 anni fa i conti con la figura del genitore, a lungo negata per non soffrire, e, nella filigrana dell'omicidio di Moro, intravede una «familiare» e sconcertante solitudine, incombente sul futuro di tutti.
Dal canto suo, Giovanni Moro aggiunge che il padre aveva presagito la fine del mondo diviso in blocchi e l'obsolescenza delle ideologie. Quella tragedia italiana diventa allora la volontà cieca di uccidere l'uomo politico più paterno e più lungimirante, se non l'unico «visionario», facendone un inutile capro espiatorio: nessuno si sarebbe rigenerato in virtù del suo sacrificio, non lo Stato, men che mai le Br per fortuna avviate alla sconfitta.
Un film importante, prezioso, che molto farà discutere. Da oggi sarà nei cinema di tutta Italia ed è senza dubbio uno dei candidati al Leone d'oro che sarà assegnato domani sera. A contendergli un posto nel verdetto dovrebbero essere il russo «Il ritorno» dell'esordiente Zvyagintsev segnato dalla scomparsa di un attore quindicenne annegato nello stesso lago del film, il portoghese «Un film parlato» del novantenne De Oliveira, «Zatoichi» del samurai Kitano. Nonché, naturalmente, il «nostro» Edoardo Winspeare col suo «Miracolo» pugliese che ha incantato Venezia e che ieri sera è tornato al Lido per ritirare il premio «Città di Roma - Arcobaleno» per il miglior film dell'area latina. Stamani riparte, si chiama scaramanzia.
Buongiorno, notte: Il Cittadino
Il Cittadino 5.9.03
«Lo Stato doveva trattare: fu un grave errore lasciare che uccidessero un uomo come Aldo Moro»
Bellocchio diventa il favorito
Il suo "Buongiorno, notte" si candida al Leone d'Oro
VENEZIA «Lo Stato doveva trattare, lasciare uccidere un uomo come Aldo Moro è stato un grave errore politico». Marco Bellocchio parte da questa accusa diretta, che già si legge tra le righe nel finale del suo film, per parlare con i giornalisti del suo Buongiorno, notte, che ha raccolto applausi e consensi alla sessantesima edizione della Mostra del cinema. «Lo Stato sarebbe stato più forte se avesse trattato, anche se avrebbe dovuto poi affrontare critiche e attacchi. Di tutta questa vicenda comunque la cosa più impossibile da accettare, la più folle è stato l'assassinio a freddo dello statista, una cosa che mi ha ricordato le immagini dei nazisti che buttavano i partigiani nel fiume».
Ma come è nata l'idea di girare un film su questa vicenda? Pensando anche all'opera di Benvenuti sembra che sia tornata la voglia di fare film politici...
«Per la prima volta in vita mia ho lavorato su commissione, Rai Cinema mi aveva chiesto se volevo fare un film su Moro e ho deciso di accettare la sfida: rispetto a quella tragedia però sentivo che dovevo rappresentare l'infedeltà».
La base per i suoi approfondimenti qual è stata?
«Ho scelto di raccontare il punto di vista di una terrorista e ho immaginato una sua reazione che nella realtà non è avvenuta. Per il film mi sono ispirato a Il Prigioniero, scritto dall'ex brigatista Maria Laura Braghetti che era stata fra i carcerieri dello statista e che in un passaggio del libro si pente di non aver reagito e di non essersi ribellata. In un prima sceneggiatura Moro neanche si doveva vedere, poi lo abbiamo svelato».
Si aspetta le reazioni politiche che il film di certo susciterà alla sua uscita?
«Potrebbero arrabbiarsi non tanto da destra quanto da sinistra. Comunque la mia stagione politica è finita nel '69, non devo chiudere i conti con nessuno, ho potuto affrontare l'argomento con una certa libertà e ho fatto un film che potesse interessare anche chi non ha vissuto quegli anni».
Nel film ci sono molti riferimenti ai partigiani e l'esecuzione di Moro viene messa in relazione alle stragi naziste...
«In quegli anni c'era un discorso sulla "retoricizzazione" della Resistenza da parte dei brigatisti. Nel film c'è però una dimensione quasi patetica dei partigiani».
Le istituzioni vengono tratteggiate con pochi accenni...
«Volevo sintetizzare (come nella scena della seduta spiritica) la confusione totale che c'era in quel momento. Accolsero maghi e indovini e gli credevano».
A un certo punto si vede in una scena drammatica il Papa che scrive l'appello alla liberazione senza condizioni di Moro dopo aver ricevuto un biglietto della presidenza del Consiglio...
«È un'invenzione, ma anche questa mi è stata suggerita dal libro del senatore Flamigni che sostiene che Andreotti scrisse al Papa».
Il personaggio di Chiara-Braghetti sembra alla fine troppo umano...
«Chiara non è la Braghetti, sarebbe un falso storico sostenerlo: due anni dopo l'omicidio di Moro la Braghetti sparò a Vittorio Bachelet. Quando Chiara vede in televisione che i suoi compagni sono riusciti a rapire Moro sente che è il giorno del trionfo, ma capisce anche che è l'inizio della sua catastrofe interiore».
Ha visto gli altri film realizzati sul caso Moro?
«Quello di Martinelli (Piazza delle cinque lune, ndr) non l'ho visto, quello di Ferrara invece era molto politico».
E la dedica a suo padre?
«In tutti i film che ho fatto mi è stato sempre chiesto perché non c'era la figura di mio padre. In questo film le scene con Moro che cammina nella casa (nel sogno della brigatista) sono un omaggio a lui, mentre scrivevo mi ricordavo di mio padre che ho perso quando ero adolescente e ho rivisto mentre passeggiava la notte nell'appartamento dove vivevamo e ci guardava mentre dormivamo».
Il film uscirà oggi (venerdì) in sala, distribuito in 170 copie, ma una delle reazioni più importanti è già arrivata, quella del figlio dello statista della Dc che ha inviato una lettera a Giancarlo Leone, amministratore delegato di Rai Cinema: «Il film non richiedeva nessun visto o imprimatur da parte della famiglia, e anche un eventuale dissenso sull'opera non avrebbe potuto cambiare niente al valore del film - scrive Giovanni Moro -. Trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull'esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti e degli atti noti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda».
«È una pellicola davvero liberatoria:
colma un buco nella nostra storia»
"Buongiorno, notte" è «un film molto liberatorio». A definire così la pellicola sul rapimento Moro che Marco Bellocchio ha portato in concorso alla Mostra del cinema è il presidente della Rai, Lucia Annunziata, che ieri era alla proiezione ufficiale ma che ha già visto l'opera «ben tre volte». «Trovo liberatorio, quasi catartico che Bellocchio abbia rimesso sullo sfondo la politica e in primo piano la psicologia dei terroristi. Questo film - aggiunge - colma un vuoto nella nostra generazione, che ha scritto di tutti tranne che di Moro e del terrorismo. In fondo siamo stati presi tutti in ostaggio da una banda di persone, i terroristi, che erano meno bravi di noi, meno intelligenti di noi e che impressero un colpo fatale», prosegue il presidente a margine della conferenza stampa del film, che ha seguito con attenzione in prima fila. A chi le domanda come presenterebbe questa pellicola in televisione, la Annunziata risponde: «Io sono di vecchio stampo. A me piace il dibattito. Farei parlare chi ha vissuto quegli anni». Sulla necessità che la tv di Stato (che attraverso Rai Cinema ha coprodotto il film di Bellocchio) dedichi dei programmi alla storia recente del nostro paese, la Annunziata aggiunge: «Mi sto battendo perché la Rai produca una serie a metà tra documentario e inchiesta giornalistica sugli ultimi 30 anni della storia italiana» (Adnkronos)
«Lo Stato doveva trattare: fu un grave errore lasciare che uccidessero un uomo come Aldo Moro»
Bellocchio diventa il favorito
Il suo "Buongiorno, notte" si candida al Leone d'Oro
VENEZIA «Lo Stato doveva trattare, lasciare uccidere un uomo come Aldo Moro è stato un grave errore politico». Marco Bellocchio parte da questa accusa diretta, che già si legge tra le righe nel finale del suo film, per parlare con i giornalisti del suo Buongiorno, notte, che ha raccolto applausi e consensi alla sessantesima edizione della Mostra del cinema. «Lo Stato sarebbe stato più forte se avesse trattato, anche se avrebbe dovuto poi affrontare critiche e attacchi. Di tutta questa vicenda comunque la cosa più impossibile da accettare, la più folle è stato l'assassinio a freddo dello statista, una cosa che mi ha ricordato le immagini dei nazisti che buttavano i partigiani nel fiume».
Ma come è nata l'idea di girare un film su questa vicenda? Pensando anche all'opera di Benvenuti sembra che sia tornata la voglia di fare film politici...
«Per la prima volta in vita mia ho lavorato su commissione, Rai Cinema mi aveva chiesto se volevo fare un film su Moro e ho deciso di accettare la sfida: rispetto a quella tragedia però sentivo che dovevo rappresentare l'infedeltà».
La base per i suoi approfondimenti qual è stata?
«Ho scelto di raccontare il punto di vista di una terrorista e ho immaginato una sua reazione che nella realtà non è avvenuta. Per il film mi sono ispirato a Il Prigioniero, scritto dall'ex brigatista Maria Laura Braghetti che era stata fra i carcerieri dello statista e che in un passaggio del libro si pente di non aver reagito e di non essersi ribellata. In un prima sceneggiatura Moro neanche si doveva vedere, poi lo abbiamo svelato».
Si aspetta le reazioni politiche che il film di certo susciterà alla sua uscita?
«Potrebbero arrabbiarsi non tanto da destra quanto da sinistra. Comunque la mia stagione politica è finita nel '69, non devo chiudere i conti con nessuno, ho potuto affrontare l'argomento con una certa libertà e ho fatto un film che potesse interessare anche chi non ha vissuto quegli anni».
Nel film ci sono molti riferimenti ai partigiani e l'esecuzione di Moro viene messa in relazione alle stragi naziste...
«In quegli anni c'era un discorso sulla "retoricizzazione" della Resistenza da parte dei brigatisti. Nel film c'è però una dimensione quasi patetica dei partigiani».
Le istituzioni vengono tratteggiate con pochi accenni...
«Volevo sintetizzare (come nella scena della seduta spiritica) la confusione totale che c'era in quel momento. Accolsero maghi e indovini e gli credevano».
A un certo punto si vede in una scena drammatica il Papa che scrive l'appello alla liberazione senza condizioni di Moro dopo aver ricevuto un biglietto della presidenza del Consiglio...
«È un'invenzione, ma anche questa mi è stata suggerita dal libro del senatore Flamigni che sostiene che Andreotti scrisse al Papa».
Il personaggio di Chiara-Braghetti sembra alla fine troppo umano...
«Chiara non è la Braghetti, sarebbe un falso storico sostenerlo: due anni dopo l'omicidio di Moro la Braghetti sparò a Vittorio Bachelet. Quando Chiara vede in televisione che i suoi compagni sono riusciti a rapire Moro sente che è il giorno del trionfo, ma capisce anche che è l'inizio della sua catastrofe interiore».
Ha visto gli altri film realizzati sul caso Moro?
«Quello di Martinelli (Piazza delle cinque lune, ndr) non l'ho visto, quello di Ferrara invece era molto politico».
E la dedica a suo padre?
«In tutti i film che ho fatto mi è stato sempre chiesto perché non c'era la figura di mio padre. In questo film le scene con Moro che cammina nella casa (nel sogno della brigatista) sono un omaggio a lui, mentre scrivevo mi ricordavo di mio padre che ho perso quando ero adolescente e ho rivisto mentre passeggiava la notte nell'appartamento dove vivevamo e ci guardava mentre dormivamo».
Il film uscirà oggi (venerdì) in sala, distribuito in 170 copie, ma una delle reazioni più importanti è già arrivata, quella del figlio dello statista della Dc che ha inviato una lettera a Giancarlo Leone, amministratore delegato di Rai Cinema: «Il film non richiedeva nessun visto o imprimatur da parte della famiglia, e anche un eventuale dissenso sull'opera non avrebbe potuto cambiare niente al valore del film - scrive Giovanni Moro -. Trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull'esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti e degli atti noti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda».
«È una pellicola davvero liberatoria:
colma un buco nella nostra storia»
"Buongiorno, notte" è «un film molto liberatorio». A definire così la pellicola sul rapimento Moro che Marco Bellocchio ha portato in concorso alla Mostra del cinema è il presidente della Rai, Lucia Annunziata, che ieri era alla proiezione ufficiale ma che ha già visto l'opera «ben tre volte». «Trovo liberatorio, quasi catartico che Bellocchio abbia rimesso sullo sfondo la politica e in primo piano la psicologia dei terroristi. Questo film - aggiunge - colma un vuoto nella nostra generazione, che ha scritto di tutti tranne che di Moro e del terrorismo. In fondo siamo stati presi tutti in ostaggio da una banda di persone, i terroristi, che erano meno bravi di noi, meno intelligenti di noi e che impressero un colpo fatale», prosegue il presidente a margine della conferenza stampa del film, che ha seguito con attenzione in prima fila. A chi le domanda come presenterebbe questa pellicola in televisione, la Annunziata risponde: «Io sono di vecchio stampo. A me piace il dibattito. Farei parlare chi ha vissuto quegli anni». Sulla necessità che la tv di Stato (che attraverso Rai Cinema ha coprodotto il film di Bellocchio) dedichi dei programmi alla storia recente del nostro paese, la Annunziata aggiunge: «Mi sto battendo perché la Rai produca una serie a metà tra documentario e inchiesta giornalistica sugli ultimi 30 anni della storia italiana» (Adnkronos)
Buongiorno, notte: La Gazzetta del Sud
La Gazzetta del Sud 5.9.03
«Buongiorno notte», già nel novero delle nomination per il Leone d'oro, è stato accolto con una standing ovation di 15 minuti
Bellocchio commuove Venezia
«Il mio racconto del caso Moro non è una verità storica»
di Silvio Danese
VENEZIA – Nella standing ovation (quindici minuti di applausi) per il film di Marco Bellocchio, ieri in concorso, si può leggere il bisogno di medicare una delle grandi ferite collettive della storia contemporanea italiana via rito cinematografico? Del diciannovesimo e commovente lungometraggio di Bellocchio, «Buongiorno notte», già nel novero delle nomination per il Leone d'oro, al pubblico è restata l'impressione di un film necessario: «L'oggetto del mio film, però, non è la verità storica – ha precisato Bellocchio –. Per me era più importante analizzare la follia di quel delitto, e per questo, nel rispetto del mio stile e di quella tragedia, dovevo affermare un'infedeltà storica, non potevo fare diversamente. So che è di fondamentale importanza, ma non era nel mio obiettivo capire chi c'era dietro i terroristi, affrontare quel dibattito sul complotto che per anni ci siamo portati dietro. Ho puntato sull'invenzione di Chiara, il personaggio interpretato da Maya Sansa, che ad un certo punto reagisce, non ci sta, come invece non è avvenuto nella storia vera». Bellocchio, che tradisce il piacere del consenso, proprio quando si schermisce, si aspetta reazioni politiche: «Qualcuna sì, ma più da sinistra che da destra. Finirà che mi rinfaccerano di aver trattato male i terroristi. Comunque non mi preoccupo: in fondo ho affrontato un film su una vicenda fondamentale della storia italiana soltanto perché ho avuto la possibilià di raccontarla in libertà, altrimenti non avrei accettato. Questo è un film su commissione. Me lo ha proposto Rai Cinema, non l'ho scelto io. Semmai sono più preoccupato dalla reazione degli spettatori: il distributore, la 01, ha creduto nel film, al punto che esce domani in 170 sale. Se va bene ok, ma se va male passeranno anni perché io possa farne un altro». Nella rilettura del caso Moro, che incrementa il numero dei film di Venezia sul mito del padre (dal dramma russo «Il ritorno» al comico americano «Anythings else» di Allen), echeggia l'inquieto mito della resistenza: «Ai tempi del delitto Moro una parte della sinistra criticava i partiti di sinistra perché avevano “annacquato” lo spirito della resistenza, riducendolo a puro cerimoniale. Ecco allora il segno della croce che i brigatisti fanno prima dell'esecuzione, che mostra come fossero più religiosi degli stessi democristiani. Il film è stato visto anche dal segretario di Moro, Guerzoni, secondo il quale l'ultima scena che mostra Moro vivo in giro per la città ci ricorda come la sua tragedia non sia cancellabile. Ho dedicato questo film a mio padre perché mentre giravo, guardavo Herlitzka sul set e mi veniva in mente la personalità di mio padre. Morì che ero adole scente e in qualche modo lo annullai. Ricordo la sua onestà come conservatore». Nella polemica innestata qualche giorno fa dal dissenso di Maria Fida Moro, espresso prima di vedere il film, s'inseriscono le parole di consenso dell'altro figlio, Giovanni, in una lettera che Bellocchio legge: «È il caso di una creazione artistica capace, proprio restando tale, di accrescere la conoscenza della realtà».
Commuoversi più per una br che per Moro?
NON POSPORRE LE VITTIME
di Umberto Cecchi
Stiamo attraversando una lunga stagione di perdono. E di buonismo. Ma mentre la Chiesa per perdonare chiede il pentimento, la nostra società laica, e pigramente cinica, non chiede niente. Spesso perdona per stanchezza. Perché non perdonare è faticoso. Almeno in certi casi. E c'è qualcosa di più inquietante ancora nel nostro senso del perdono, c'è il plusvalore delle parole: chi parla meglio e con maggior convinzione, finisce per aver ragione sui morti ammazzati. Fa breccia nelle nostre intelligenze intorpidite da carriere, week end e consumi. Così ci domandiamo perché c'è chi deve soffrire in carcere per vecchie cose dimenticate, mentre noi ci azzuffiamo per il quotidiano. A Venezia, “Buongiorno notte” di Bellocchio, ci ripropone il dramma di una giovane terrorista. La vivandiera di Moro. E ci commuove con lo strazio di una militante severa e sensibile costretta a mediare fra la vita quotidiana, gli affetti e il terrore in nome di una militanza rigorosa. E assurdamente finisce per commuoverci più del cadavere di Moro ripigiato in quel portabagli. Oggi Sergio Segio, uno degli attori di quello specioso atto di terrorismo, esce di carcere. Forse ci commuoverà anche lui con le sue memorie di bravo ragazzo impegnato a lottare per un mondo migliore. Scriverà di certo un libro che leggeremo, e lo ascolteremo nei salotti. È la prassi. Proprio ieri l'Europa con i suoi apparati burocratico-giuridici ci ha rimproverato di tenere in carcere Adriano Sofri, sostenendo che con il suo comportamento ha già pagato. Non sono d'accordo, ma credo sia ormai il caso di lasciar definitivamente libero questo carcerato anomalo e privilegiato, che a differenza di tutti gli altri, scrive su decine di giornali, fa della Tv e riceve segretari di partito. Ha pagato, dicono. Sarà. Ma quanto ha pagato la famiglia Calabresi che ha avuto la sventura d'essere famiglia di commissario e non di rivoluzionario? Insomma, Signora Europa, maestrina dalla penna rossa sempre severa con l'Italietta Berlusconiana, liberiamolo pure Sofri, ma per favore, senza inni di gioia né lacrime di commozione. Certo, siamo in un momento di gran voglia di dimenticare. Ma è davvero così facile? Togliatti amnistiò crimini politici e quant'altro per poter ripartire con un'Italia nuova. Chiuse burocraticamente con la storia, ma i moti dell'animo sono ancora aperti. Perché l'animo umano non è un archivio di tribunale. Va bene, perdoniamo, ma per favore non creiamo la melassa del perdono: ci sono ferite aperte. Alcune recentissime. C'è ancora qualcuno, Stato compreso, che si ricorda di Biagi?
MA SONO DIVERSE LE OPERE VALIDE IN CONCORSO
E adesso il regista italiano è tra i favoriti
VENEZIA – Dopo il consenso della stampa (inattesa standing ovation, raramente riservata) e soprattutto degli operatori stranieri che lo hanno già prenotato per i prossimi festival di Toronto, New York e Londra, Marco Bellocchio e il suo «Buongiorno, notte» dedicato al caso Moro, puntano dritto al Leone d'oro. In un Totoleoni, necessariamente parziale visto che manca l'atteso «21 grammi» di Alejandro Gonzalez Inarritu con un bel cast formato da Sean Penn, Benicio Del Toro e Naomi Watts, Bellocchio è senz'altro tra i favoriti, anche se forse più che il Leone potrebbe avere il Gran Premio della giuria o il premio speciale per la regia, mentre un riconoscimento tra i suoi attori spetterebbe a Roberto Herlitzka che interpreta Moro. Tra l'altro Bellocchio non ha mai vinto a Venezia. Bellocchio, secondo le indiscrezioni raccolte ieri, se la sta giocando con il russo «Il ritorno» (che ha in più la triste storia del protagonista bambino morto dopo le riprese) di Andrej Zvjagintsev, che ha avuto grandi consensi ovunque. Se Monicelli e i suoi giurati si ricorderanno di quello che è accaduto a Cannes quest'anno con «Uzak», c'è l'eventualità di una Coppa Volpi ex aequo tra i due ragazzi, Vladimir Garin e Ivan Dobronravov). Però, pare la giuria stia considerando anche un'altra eventualità, quella di premiare l'efficace «Zatoichi» di Takeshi Kitano, film ironico e di grande qualità visiva. Kitano potrebbe in mancanza di altri premi avere la coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Restano in zona premi il polacco 'Pornografià di Jan Kakub Kolski tratto da un romanzo di Witold Gombrowicz, il cui protagonista è in odore di Coppa Volpi, poi «Il miracolo» di Edoardo Winspeare, piaciuto ai critici e buon compromesso per un eventuale giuria divisa. In una rosa si possono includere il caotico condominio di Amos Gitai che con 'Alilà potrebbe ottenere la Coppa Volpi per l'attrice Ronit Elkabetz; il maestro portoghese Manoel de Oliveira con il suo «Un film parlato»; la tedesca Margarethe Von Trotta, il cui ritorno al cinema sotto il segno di «Rosenstrasse», storia di una piccola resistenza tedesca al nazismo potrebbe aver centrato i tempi. Nonostante le attese della vigilia resta escluso (più che altro è una speranza) il film di Bruno Dumont «Twentynine Palms», noioso nella sua sessualità meccanica.
«Buongiorno notte», già nel novero delle nomination per il Leone d'oro, è stato accolto con una standing ovation di 15 minuti
Bellocchio commuove Venezia
«Il mio racconto del caso Moro non è una verità storica»
di Silvio Danese
VENEZIA – Nella standing ovation (quindici minuti di applausi) per il film di Marco Bellocchio, ieri in concorso, si può leggere il bisogno di medicare una delle grandi ferite collettive della storia contemporanea italiana via rito cinematografico? Del diciannovesimo e commovente lungometraggio di Bellocchio, «Buongiorno notte», già nel novero delle nomination per il Leone d'oro, al pubblico è restata l'impressione di un film necessario: «L'oggetto del mio film, però, non è la verità storica – ha precisato Bellocchio –. Per me era più importante analizzare la follia di quel delitto, e per questo, nel rispetto del mio stile e di quella tragedia, dovevo affermare un'infedeltà storica, non potevo fare diversamente. So che è di fondamentale importanza, ma non era nel mio obiettivo capire chi c'era dietro i terroristi, affrontare quel dibattito sul complotto che per anni ci siamo portati dietro. Ho puntato sull'invenzione di Chiara, il personaggio interpretato da Maya Sansa, che ad un certo punto reagisce, non ci sta, come invece non è avvenuto nella storia vera». Bellocchio, che tradisce il piacere del consenso, proprio quando si schermisce, si aspetta reazioni politiche: «Qualcuna sì, ma più da sinistra che da destra. Finirà che mi rinfaccerano di aver trattato male i terroristi. Comunque non mi preoccupo: in fondo ho affrontato un film su una vicenda fondamentale della storia italiana soltanto perché ho avuto la possibilià di raccontarla in libertà, altrimenti non avrei accettato. Questo è un film su commissione. Me lo ha proposto Rai Cinema, non l'ho scelto io. Semmai sono più preoccupato dalla reazione degli spettatori: il distributore, la 01, ha creduto nel film, al punto che esce domani in 170 sale. Se va bene ok, ma se va male passeranno anni perché io possa farne un altro». Nella rilettura del caso Moro, che incrementa il numero dei film di Venezia sul mito del padre (dal dramma russo «Il ritorno» al comico americano «Anythings else» di Allen), echeggia l'inquieto mito della resistenza: «Ai tempi del delitto Moro una parte della sinistra criticava i partiti di sinistra perché avevano “annacquato” lo spirito della resistenza, riducendolo a puro cerimoniale. Ecco allora il segno della croce che i brigatisti fanno prima dell'esecuzione, che mostra come fossero più religiosi degli stessi democristiani. Il film è stato visto anche dal segretario di Moro, Guerzoni, secondo il quale l'ultima scena che mostra Moro vivo in giro per la città ci ricorda come la sua tragedia non sia cancellabile. Ho dedicato questo film a mio padre perché mentre giravo, guardavo Herlitzka sul set e mi veniva in mente la personalità di mio padre. Morì che ero adole scente e in qualche modo lo annullai. Ricordo la sua onestà come conservatore». Nella polemica innestata qualche giorno fa dal dissenso di Maria Fida Moro, espresso prima di vedere il film, s'inseriscono le parole di consenso dell'altro figlio, Giovanni, in una lettera che Bellocchio legge: «È il caso di una creazione artistica capace, proprio restando tale, di accrescere la conoscenza della realtà».
Commuoversi più per una br che per Moro?
NON POSPORRE LE VITTIME
di Umberto Cecchi
Stiamo attraversando una lunga stagione di perdono. E di buonismo. Ma mentre la Chiesa per perdonare chiede il pentimento, la nostra società laica, e pigramente cinica, non chiede niente. Spesso perdona per stanchezza. Perché non perdonare è faticoso. Almeno in certi casi. E c'è qualcosa di più inquietante ancora nel nostro senso del perdono, c'è il plusvalore delle parole: chi parla meglio e con maggior convinzione, finisce per aver ragione sui morti ammazzati. Fa breccia nelle nostre intelligenze intorpidite da carriere, week end e consumi. Così ci domandiamo perché c'è chi deve soffrire in carcere per vecchie cose dimenticate, mentre noi ci azzuffiamo per il quotidiano. A Venezia, “Buongiorno notte” di Bellocchio, ci ripropone il dramma di una giovane terrorista. La vivandiera di Moro. E ci commuove con lo strazio di una militante severa e sensibile costretta a mediare fra la vita quotidiana, gli affetti e il terrore in nome di una militanza rigorosa. E assurdamente finisce per commuoverci più del cadavere di Moro ripigiato in quel portabagli. Oggi Sergio Segio, uno degli attori di quello specioso atto di terrorismo, esce di carcere. Forse ci commuoverà anche lui con le sue memorie di bravo ragazzo impegnato a lottare per un mondo migliore. Scriverà di certo un libro che leggeremo, e lo ascolteremo nei salotti. È la prassi. Proprio ieri l'Europa con i suoi apparati burocratico-giuridici ci ha rimproverato di tenere in carcere Adriano Sofri, sostenendo che con il suo comportamento ha già pagato. Non sono d'accordo, ma credo sia ormai il caso di lasciar definitivamente libero questo carcerato anomalo e privilegiato, che a differenza di tutti gli altri, scrive su decine di giornali, fa della Tv e riceve segretari di partito. Ha pagato, dicono. Sarà. Ma quanto ha pagato la famiglia Calabresi che ha avuto la sventura d'essere famiglia di commissario e non di rivoluzionario? Insomma, Signora Europa, maestrina dalla penna rossa sempre severa con l'Italietta Berlusconiana, liberiamolo pure Sofri, ma per favore, senza inni di gioia né lacrime di commozione. Certo, siamo in un momento di gran voglia di dimenticare. Ma è davvero così facile? Togliatti amnistiò crimini politici e quant'altro per poter ripartire con un'Italia nuova. Chiuse burocraticamente con la storia, ma i moti dell'animo sono ancora aperti. Perché l'animo umano non è un archivio di tribunale. Va bene, perdoniamo, ma per favore non creiamo la melassa del perdono: ci sono ferite aperte. Alcune recentissime. C'è ancora qualcuno, Stato compreso, che si ricorda di Biagi?
MA SONO DIVERSE LE OPERE VALIDE IN CONCORSO
E adesso il regista italiano è tra i favoriti
VENEZIA – Dopo il consenso della stampa (inattesa standing ovation, raramente riservata) e soprattutto degli operatori stranieri che lo hanno già prenotato per i prossimi festival di Toronto, New York e Londra, Marco Bellocchio e il suo «Buongiorno, notte» dedicato al caso Moro, puntano dritto al Leone d'oro. In un Totoleoni, necessariamente parziale visto che manca l'atteso «21 grammi» di Alejandro Gonzalez Inarritu con un bel cast formato da Sean Penn, Benicio Del Toro e Naomi Watts, Bellocchio è senz'altro tra i favoriti, anche se forse più che il Leone potrebbe avere il Gran Premio della giuria o il premio speciale per la regia, mentre un riconoscimento tra i suoi attori spetterebbe a Roberto Herlitzka che interpreta Moro. Tra l'altro Bellocchio non ha mai vinto a Venezia. Bellocchio, secondo le indiscrezioni raccolte ieri, se la sta giocando con il russo «Il ritorno» (che ha in più la triste storia del protagonista bambino morto dopo le riprese) di Andrej Zvjagintsev, che ha avuto grandi consensi ovunque. Se Monicelli e i suoi giurati si ricorderanno di quello che è accaduto a Cannes quest'anno con «Uzak», c'è l'eventualità di una Coppa Volpi ex aequo tra i due ragazzi, Vladimir Garin e Ivan Dobronravov). Però, pare la giuria stia considerando anche un'altra eventualità, quella di premiare l'efficace «Zatoichi» di Takeshi Kitano, film ironico e di grande qualità visiva. Kitano potrebbe in mancanza di altri premi avere la coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Restano in zona premi il polacco 'Pornografià di Jan Kakub Kolski tratto da un romanzo di Witold Gombrowicz, il cui protagonista è in odore di Coppa Volpi, poi «Il miracolo» di Edoardo Winspeare, piaciuto ai critici e buon compromesso per un eventuale giuria divisa. In una rosa si possono includere il caotico condominio di Amos Gitai che con 'Alilà potrebbe ottenere la Coppa Volpi per l'attrice Ronit Elkabetz; il maestro portoghese Manoel de Oliveira con il suo «Un film parlato»; la tedesca Margarethe Von Trotta, il cui ritorno al cinema sotto il segno di «Rosenstrasse», storia di una piccola resistenza tedesca al nazismo potrebbe aver centrato i tempi. Nonostante le attese della vigilia resta escluso (più che altro è una speranza) il film di Bruno Dumont «Twentynine Palms», noioso nella sua sessualità meccanica.
Buongiorno, notte: La Gazzetta di Parma
La Gazzetta di Parma 5.9.03
Bellocchio, un «caso» da Leone
«Buongiorno, notte», camera con vista emotiva su Moro e i suoi carcerieri
di Maurizio Schiaretti
VENEZIA - Un quarto di secolo ci separa ormai dai giorni del rapimento e dell'omicidio di Aldo Moro. Venticinque anni durante i quali non è stato possibile fare piena luce non solo su quanto è avvenuto in quella insospettabile casa borghese abitata da una insospettabile giovane coppia borghese ma soprattutto sui comportamenti non ufficiali degli «amici» e dei colleghi di partito dello scomodo statista.
Marco Bellocchio, autore da sempre in cerca di risposte (le domande è la vita stessa a suggerirle), è tornato a quei giorni con Buongiorno, notte (titolo tratto da un verso di Emily Dickinson ma lo spunto per la sceneggiatura viene dal libro-documento Il prigioniero di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella, pubblicato da Mondadori nel 1998 e nuovamente in uscita in ottobre presso Feltrinelli), salutato da un lunghissimo, caloroso applauso al termine della proiezione per gli accreditati.
Se l'applausometro avesse un valore, Bellocchio avrebbe già vinto il Leone d'oro. Certo è, al momento (mancano ancora due film all'appello), il più serio candidato perché il suo film è asciutto, onesto, con una coerenza interna di grande efficacia. Non è, né ha mai voluto essere, una ricostruzione storica bensì emotiva, attraversando sentimenti, passioni, pulsioni, paure, dubbi, tensioni e certezze di un manipolo di violenti «sognatori» (sì, per quanto la definizione si presti ad una falsa interpretazione: il sogno che aveva acceso il '68 e visto scendere nelle strade ragazzi di vent'anni - come il Théo e l'Isabelle di Bernardo Bertolucci - che dieci anni dopo, lasciate le «meravigliose Molotov» avrebbero imbracciato il mitra) talmente chiusi nella loro utopia da pensare di poter ri-definire i concetti di bene e male.
Bellocchio cerca volti e sguardi, con inquadrature strette, spessissimo in primo piano, racconta sogni e incubi, quindi stati d'animo evocando fatti e azioni esclusivamente tramite documenti d'epoca: i titoli dei giornali, i servizi dei telegiornali con le facce imbarazzate dei padroni della politica.
Racconta così la vita quotidiana dei carcerieri (pulire la verdura, giocare coi canarini, eccetera), che ricorda quella dei torturatori argentini sobriamente e drammaticamente descritta da Mario Bechis in Garage Olimpo, definendone la «doppiezza» con un dettaglio: i falsi coniugi si tolgono le fedi appena rientrano in casa e le rimettono se qualcuno suona alla porta.
E mette a confronto due modi di intendere la rivoluzione: quello della generazione che ha fatto la resistenza e canta inni che riescono a coinvolgere anche i giovani, e quello di chi spara e uccide in nome di un movimento che esiste solo in fieri. Il regista (che hitchcockianamente «firma» il film comparendo tra gli ospiti che assistono alla seduta spiritica) si schiera decisamente con la prima e pone sullo stesso piano Brigate Rosse e fascismo.
Il film vive attraverso lo sguardo intenso di Maya Sansa (Chiara è l'unica ad essere seguita fuori dalla casa-prigione, sul posto di lavoro al Ministero, nei dialoghi con i colleghi, al cimitero dove sono sepolti i genitori, in famiglia) ed a lei viene affidata l'evoluzione dei sentimenti del gruppo tutt'altro che monolitico: Mariano (Luigi Lo Cascio) vive di certezze che Ernesto (Pier Giorgio Bellocchio) presto smette di condividere mentre Primo (Giovanni Calcagno) sembra lasciarsi trascinare dalla corrente. «Diventerò un martire, l'idiota di cui si serviranno per annientarvi» dice Moro (Roberto Herlitzka) ai suoi carcerieri preannunciando una inevitabile conclusione. Ed è forse intuendo questo che Chiara sogna (ancora un sogno!) che il «Presidente» possa uscire all'alba e tornare verso casa. Una gran bella pagina di cinema.
Tutti i coreani sono ossessionati dal sesso o solamente quelli che realizzano film da mandare ai festival? Il dubbio è legittimo viste le pellicole in gara negli ultimi anni: a Venezia nel 1999 Bugie di Jang Sun Woo (irritante e deludente ma difeso a denti stretti dall'allora direttore Alberto Barbera, come oggi il direttore Moritz de Hadeln difende Twentynine Palms cercando di convincerci che si tratta di opera d'arte), nel 2000 L'isola di Kim Ki-Duk, nel 2002 Oasis di Lee Chang-dong (selezionato poi per anche la Settimana della critica a Cannes); a Cannes nel 2001 Piaceri sconosciuti di Jia Zhang-Ke, nel 2002 Ebbro di donne e di pittura di Im Kwontaek. Ed ora La moglie di un buon avvocato di Im Sang-Soo nel quale si intrecciano storie diverse con un preciso filo conduttore, un'unica dichiarata finalità. Il quarantenne regista già assistente di Im Kwontaek e autore di Girls Night Out, che ha avuto buon successo in Francia, è padrone del mestiere e dirige con sicurezza gli attori ma pretende troppo quando vuol farci credere che questo sia uno spaccato della vita quotidiana della sua generazione in Corea.
«Ho voluto fare un film infedele»
Standing ovation per il regista: «Non m'interessava subire la Storia». «Gli attori? Bravissimi»
di Filiberto Molossi
VENEZIA - Un lunghissimo applauso, convinto, sincero, «trasversale»: cinque interminabili minuti, che si sono quasi trasformati in una standing ovation, per salutare Marco Bellocchio, l'autore di Buongiorno, notte (da oggi nelle sale: a Parma esce all'Astra), tra i più credibili candidati alla vittoria finale. La sua interpretazione del «caso Moro», onirica e interiore, ha conquistato critica e pubblico: ecco pensieri e parole di un regista coi pugni in tasca.
•Una tragedia italiana. «Non ho scelto io - racconta il regista piacentino - di fare un film su Moro: in realtà, mi è stato commissionato dalla Rai. Ma è una sfida che mi ha coinvolto da subito: diversamente dagli altri film che si sono occupati del rapimento di Moro, io volevo che il mio fosse infedele: la verità storica non mi interessava, non volevo subire la Storia né andare a caccia dei veri responsabili di quell'evento, ma desideravo piuttosto capire se nell'immane tragedia di quell'uomo ci fosse spazio per una traccia che contraddicesse la drammatica fatalità di questa vicenda. Tanto che il personaggio principale è quello di Chiara, una terrorista che si 'ribella' alla situazione in essere: nella realtà, non andò così».
•Le fonti. «Abbiamo preso molti spunti da Il prigioniero, un libro dell'ex brigatista Anna Laura Braghetti, che ora rimpiange e si rimprovera di non avere reagito in qualche modo alla condanna a morte di Moro. Ho usato la cronaca come materiale grezzo, da trasformare: mi interessava la quotidianità, la familiarità, dei terroristi. In un primo tempo, addirittura, avevo pensato di non mostrare mai Moro, facendo sentire solo la sua voce: poi la storia ha preso un'altra piega, siamo entrati dentro alla sua cella».
•Come i nazisti. «La cosa più folle di tutta quella vicenda fu l'assassinio a freddo di Moro: i terroristi mi hanno ricordato i tedeschi durante la seconda guerra mondiale, quando buttavano nel fiume i poveri partigiani».
•Le Br oggi. «Non ho mai simpatizzato per i brigatisti: oggi, poi, mi paiono ancora più fuori dal mondo e dalla realtà e non credo abbiano molta acqua in cui nuotare».
•Il titolo. «E' tratto da un verso di Emily Dickinson: credo evochi bene quel periodo, angosciante e oscuro. Ma se oggi sia giorno, non so».
•Nel nome del padre. «Ho perso mio padre quando ero ancora adolescente: dimenticandolo, perché il dolore era troppo grande. Gli ho dedicato questo film, perché la figura di Moro me lo ricorda. Anche il sogno della protagonista con Moro che va in giro, libero, per l'appartamento mentre i brigatisti dormono, è un ricordo d'infanzia: ho ripensato a mio padre che passeggiava per la casa e ci guardava dormire».
•La musica. «Ho scelto i Pink Floyd su suggerimento di mia moglie, che è anche la montatrice del film: mi pare che la loro musica sintetizzi benissimo quel momento storico, rappresentando in maniera davvero immediata la ribellione e la disperazione di quegli anni».
•Gli attori. «Se il risultato è buono, molto del merito va a loro». A Roberto Herlitzka, allora, un dolente Aldo Moro: «Ho sposato subito lo spirito del film - spiega - che tratta di una tragedia interiore: dando il mio piccolo contributo a un dramma enormemente più grande di quello che potessi solo immaginare».
«La prima volta che ho incontrato Bellocchio - dice invece Maya Sansa, che nel film è la terrorista Chiara - lui non mi ha dato il copione: di quel periodo sapevo poco, se non attraverso i racconti di altri. Mi sono informata, ho letto il libro della Braghetti: ma poi mi sono tuffata solo nel copione, molto diverso in realtà dal libro. Quello del mio personaggio è un percorso introspettivo, in parte schizofrenico: Chiara, alla prima vera missione, è costretta a confrontarsi con la verità dei fatti».
•Mio figlio. Nel cast di Buongiorno, notte, nella parte di uno dei brigatisti, c'è anche Pier Giorgio Bellocchio, il figlio del regista. «Com'è dirigere un figlio? Ti dà un sacco di problemi - commenta l'autore -, è sempre un rischio. Ma Pier Giorgio è davvero un ottimo attore: e ha interpretato il suo ruolo in maniera eccellente».
Bellocchio, un «caso» da Leone
«Buongiorno, notte», camera con vista emotiva su Moro e i suoi carcerieri
di Maurizio Schiaretti
VENEZIA - Un quarto di secolo ci separa ormai dai giorni del rapimento e dell'omicidio di Aldo Moro. Venticinque anni durante i quali non è stato possibile fare piena luce non solo su quanto è avvenuto in quella insospettabile casa borghese abitata da una insospettabile giovane coppia borghese ma soprattutto sui comportamenti non ufficiali degli «amici» e dei colleghi di partito dello scomodo statista.
Marco Bellocchio, autore da sempre in cerca di risposte (le domande è la vita stessa a suggerirle), è tornato a quei giorni con Buongiorno, notte (titolo tratto da un verso di Emily Dickinson ma lo spunto per la sceneggiatura viene dal libro-documento Il prigioniero di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella, pubblicato da Mondadori nel 1998 e nuovamente in uscita in ottobre presso Feltrinelli), salutato da un lunghissimo, caloroso applauso al termine della proiezione per gli accreditati.
Se l'applausometro avesse un valore, Bellocchio avrebbe già vinto il Leone d'oro. Certo è, al momento (mancano ancora due film all'appello), il più serio candidato perché il suo film è asciutto, onesto, con una coerenza interna di grande efficacia. Non è, né ha mai voluto essere, una ricostruzione storica bensì emotiva, attraversando sentimenti, passioni, pulsioni, paure, dubbi, tensioni e certezze di un manipolo di violenti «sognatori» (sì, per quanto la definizione si presti ad una falsa interpretazione: il sogno che aveva acceso il '68 e visto scendere nelle strade ragazzi di vent'anni - come il Théo e l'Isabelle di Bernardo Bertolucci - che dieci anni dopo, lasciate le «meravigliose Molotov» avrebbero imbracciato il mitra) talmente chiusi nella loro utopia da pensare di poter ri-definire i concetti di bene e male.
Bellocchio cerca volti e sguardi, con inquadrature strette, spessissimo in primo piano, racconta sogni e incubi, quindi stati d'animo evocando fatti e azioni esclusivamente tramite documenti d'epoca: i titoli dei giornali, i servizi dei telegiornali con le facce imbarazzate dei padroni della politica.
Racconta così la vita quotidiana dei carcerieri (pulire la verdura, giocare coi canarini, eccetera), che ricorda quella dei torturatori argentini sobriamente e drammaticamente descritta da Mario Bechis in Garage Olimpo, definendone la «doppiezza» con un dettaglio: i falsi coniugi si tolgono le fedi appena rientrano in casa e le rimettono se qualcuno suona alla porta.
E mette a confronto due modi di intendere la rivoluzione: quello della generazione che ha fatto la resistenza e canta inni che riescono a coinvolgere anche i giovani, e quello di chi spara e uccide in nome di un movimento che esiste solo in fieri. Il regista (che hitchcockianamente «firma» il film comparendo tra gli ospiti che assistono alla seduta spiritica) si schiera decisamente con la prima e pone sullo stesso piano Brigate Rosse e fascismo.
Il film vive attraverso lo sguardo intenso di Maya Sansa (Chiara è l'unica ad essere seguita fuori dalla casa-prigione, sul posto di lavoro al Ministero, nei dialoghi con i colleghi, al cimitero dove sono sepolti i genitori, in famiglia) ed a lei viene affidata l'evoluzione dei sentimenti del gruppo tutt'altro che monolitico: Mariano (Luigi Lo Cascio) vive di certezze che Ernesto (Pier Giorgio Bellocchio) presto smette di condividere mentre Primo (Giovanni Calcagno) sembra lasciarsi trascinare dalla corrente. «Diventerò un martire, l'idiota di cui si serviranno per annientarvi» dice Moro (Roberto Herlitzka) ai suoi carcerieri preannunciando una inevitabile conclusione. Ed è forse intuendo questo che Chiara sogna (ancora un sogno!) che il «Presidente» possa uscire all'alba e tornare verso casa. Una gran bella pagina di cinema.
Tutti i coreani sono ossessionati dal sesso o solamente quelli che realizzano film da mandare ai festival? Il dubbio è legittimo viste le pellicole in gara negli ultimi anni: a Venezia nel 1999 Bugie di Jang Sun Woo (irritante e deludente ma difeso a denti stretti dall'allora direttore Alberto Barbera, come oggi il direttore Moritz de Hadeln difende Twentynine Palms cercando di convincerci che si tratta di opera d'arte), nel 2000 L'isola di Kim Ki-Duk, nel 2002 Oasis di Lee Chang-dong (selezionato poi per anche la Settimana della critica a Cannes); a Cannes nel 2001 Piaceri sconosciuti di Jia Zhang-Ke, nel 2002 Ebbro di donne e di pittura di Im Kwontaek. Ed ora La moglie di un buon avvocato di Im Sang-Soo nel quale si intrecciano storie diverse con un preciso filo conduttore, un'unica dichiarata finalità. Il quarantenne regista già assistente di Im Kwontaek e autore di Girls Night Out, che ha avuto buon successo in Francia, è padrone del mestiere e dirige con sicurezza gli attori ma pretende troppo quando vuol farci credere che questo sia uno spaccato della vita quotidiana della sua generazione in Corea.
«Ho voluto fare un film infedele»
Standing ovation per il regista: «Non m'interessava subire la Storia». «Gli attori? Bravissimi»
di Filiberto Molossi
VENEZIA - Un lunghissimo applauso, convinto, sincero, «trasversale»: cinque interminabili minuti, che si sono quasi trasformati in una standing ovation, per salutare Marco Bellocchio, l'autore di Buongiorno, notte (da oggi nelle sale: a Parma esce all'Astra), tra i più credibili candidati alla vittoria finale. La sua interpretazione del «caso Moro», onirica e interiore, ha conquistato critica e pubblico: ecco pensieri e parole di un regista coi pugni in tasca.
•Una tragedia italiana. «Non ho scelto io - racconta il regista piacentino - di fare un film su Moro: in realtà, mi è stato commissionato dalla Rai. Ma è una sfida che mi ha coinvolto da subito: diversamente dagli altri film che si sono occupati del rapimento di Moro, io volevo che il mio fosse infedele: la verità storica non mi interessava, non volevo subire la Storia né andare a caccia dei veri responsabili di quell'evento, ma desideravo piuttosto capire se nell'immane tragedia di quell'uomo ci fosse spazio per una traccia che contraddicesse la drammatica fatalità di questa vicenda. Tanto che il personaggio principale è quello di Chiara, una terrorista che si 'ribella' alla situazione in essere: nella realtà, non andò così».
•Le fonti. «Abbiamo preso molti spunti da Il prigioniero, un libro dell'ex brigatista Anna Laura Braghetti, che ora rimpiange e si rimprovera di non avere reagito in qualche modo alla condanna a morte di Moro. Ho usato la cronaca come materiale grezzo, da trasformare: mi interessava la quotidianità, la familiarità, dei terroristi. In un primo tempo, addirittura, avevo pensato di non mostrare mai Moro, facendo sentire solo la sua voce: poi la storia ha preso un'altra piega, siamo entrati dentro alla sua cella».
•Come i nazisti. «La cosa più folle di tutta quella vicenda fu l'assassinio a freddo di Moro: i terroristi mi hanno ricordato i tedeschi durante la seconda guerra mondiale, quando buttavano nel fiume i poveri partigiani».
•Le Br oggi. «Non ho mai simpatizzato per i brigatisti: oggi, poi, mi paiono ancora più fuori dal mondo e dalla realtà e non credo abbiano molta acqua in cui nuotare».
•Il titolo. «E' tratto da un verso di Emily Dickinson: credo evochi bene quel periodo, angosciante e oscuro. Ma se oggi sia giorno, non so».
•Nel nome del padre. «Ho perso mio padre quando ero ancora adolescente: dimenticandolo, perché il dolore era troppo grande. Gli ho dedicato questo film, perché la figura di Moro me lo ricorda. Anche il sogno della protagonista con Moro che va in giro, libero, per l'appartamento mentre i brigatisti dormono, è un ricordo d'infanzia: ho ripensato a mio padre che passeggiava per la casa e ci guardava dormire».
•La musica. «Ho scelto i Pink Floyd su suggerimento di mia moglie, che è anche la montatrice del film: mi pare che la loro musica sintetizzi benissimo quel momento storico, rappresentando in maniera davvero immediata la ribellione e la disperazione di quegli anni».
•Gli attori. «Se il risultato è buono, molto del merito va a loro». A Roberto Herlitzka, allora, un dolente Aldo Moro: «Ho sposato subito lo spirito del film - spiega - che tratta di una tragedia interiore: dando il mio piccolo contributo a un dramma enormemente più grande di quello che potessi solo immaginare».
«La prima volta che ho incontrato Bellocchio - dice invece Maya Sansa, che nel film è la terrorista Chiara - lui non mi ha dato il copione: di quel periodo sapevo poco, se non attraverso i racconti di altri. Mi sono informata, ho letto il libro della Braghetti: ma poi mi sono tuffata solo nel copione, molto diverso in realtà dal libro. Quello del mio personaggio è un percorso introspettivo, in parte schizofrenico: Chiara, alla prima vera missione, è costretta a confrontarsi con la verità dei fatti».
•Mio figlio. Nel cast di Buongiorno, notte, nella parte di uno dei brigatisti, c'è anche Pier Giorgio Bellocchio, il figlio del regista. «Com'è dirigere un figlio? Ti dà un sacco di problemi - commenta l'autore -, è sempre un rischio. Ma Pier Giorgio è davvero un ottimo attore: e ha interpretato il suo ruolo in maniera eccellente».
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