Galileo Scaffale 14.3.03
Totale assenza di comunicazione
Francesca Garofoli
Claudio Morici
Matti slegati
Stampa Alternativa, 2003
pp. 126, euro 6,20
Nel 1975 erano "Matti da slegare". Oggi sono "Matti slegati". In mezzo, tra il film documentario di Marco Bellocchio e il romanzo di Claudio Morici, 25 anni di riforma psichiatrica. Cosa è veramente cambiato con l'attuazione della legge 180, promossa da Franco Basaglia nel 1978? Sono ancora molte le questioni rimaste irrisolte e già si parla di un'ulteriore riforma, proposta dall'On. Alessandro Cè della Lega Nord e dall'On. Maria Burani Procaccini di Forza Italia, attualmente all'esame della Commissione Parlamentare. Nella teoria, dopo aver chiuso l'ultimo manicomio, nel giugno 2000, li si vorrebbe riaprire sotto il falso nome di "presidi residenziali". Nei fatti, le antiche strutture di prigionia sono state solo sostituite con dei mini-manicomi, chiamati case famiglia, comunità alloggio e Cta. Così, dalla casa manicomiale di Colorno, nei pressi di Parma, ritratta da Bellocchio, ci spostiamo nella comunità alloggio, alle porte di Roma, descritta da Claudio Morici. Niente sbarre alle finestre, per questa prigione moderna, ma manca ancora l'integrazione del malato psichiatrico a cui mirava la riforma Basaglia. Fuori da questo ameno eremo psichiatrico c'è solo il deserto: "Intorno alla Comunità non c'è niente. D'estate questo niente va in fiamme e bisogna chiamare i pompieri. È l'evento più avvincente della stagione" (p.5).
L'autore - che vanta un'esperienza pluriennale di assistenza psicologica ai malati mentali - ha scelto la via del romanzo, invece del saggio, per denunciare le lacune di un sistema che ha solo sostituito alla coercizione del malato la sua ghettizzazione. Sullo sfondo i guasti di una riforma che ha dato vita a forme improprie e illecite di assistenzialismo: cartelle-fantasma, pazienti-inesistenti, tangenti e finanziamenti dirottati a ben altro scopo da quello destinatogli. È lo spunto per costruire un giallo, lungo cui si muove, con un ritmo onirico e folle, la vita di tutti i giorni di una comunità alloggio. Andrea, il protagonista, non ha amici, mangia surgelati, colleziona video porno e s'improvvisa, da infermiere, agente segreto. Che differenza c'è tra la sua lucida consapevolezza e la follia dei suoi pazienti? Mentre Andrea scrive un libro-denuncia, il paranoico Crisantemo scrive lettere-denuncia al Papa. La differenza tra i due è data solo da quell'esile margine che si chiama realtà. E alla fine di tutto, forse, non resta neanche quello. Lo stile, rapido e fulminante come un piano-sequenza cinematografico, spiazza il lettore con inaspettate incursioni nel delirio. L'unica certezza a cui appellarsi è quella che separa il dentro dal fuori: tra i due mondi, c'è solo il silenzio, la totale assenza di comunicazione. E dal virtuale della follia al virtuale telematico, sul sito www.mattislegati.com è possibile trovare un inusuale accompagnamento alla lettura.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
venerdì 14 marzo 2003
UN NUOVO CAPITOLO DEL MISTERO DEI DUE OMICIDI SENZA MOVENTE A PADOVA
Profeta: ho ucciso per ordine di una voce
La confessione del serial killer, oggi il processo d´Appello
La Stampa14/3/2003
MILANO UNA brava persona con una bomba atomica nella testa». Non sono le metafore che mancano all´avvocato vicentino Cesare Dal Maso, difensore di Michele Profeta, il serial killer padovano condannato all´ergastolo per due omicidi senza movente. Oggi a Venezia inizia il processo d´appello. C´è solo una cosa da stabilire, che di prove contro Profeta ce ne sono anche troppe. C´è da stabilire se Michele Profeta era capace di intendere e di volere e allora vanno bene l´ergastolo e la cella singola nel carcere di Voghera. Oppure se non lo era, c´è l´altra strada, quella che porta di filato al manicomio giudiziario. «Non c´è nient´altro nei miei motivi d´appello, solo questa richiesta di sottoporre il mio cliente a una perizia psichiatrica», spiega il legale, 19 pagine a computer che porterà oggi nell´aula bunker di Venezia. Diciannove pagine e due allegati. Il primo è una specie di confessione scritta di suo pugno da Michele Profeta. Due lettere inviate al suo difensore per posta, un altro messaggio consegnato a mano, alcuni fogli, fitti di una calligrafia minuta e dei suoi deliri. Dove Michele Profeta scrive: «Ho ucciso, me lo ordinò una voce amica. Mi ha costretto a farlo. Dovevo sacrificare due vittime innocenti. Una al Dio del bene l´altra al Dio del male». La voce amica sarebbe quella di una lontana parente, di una zia rimasta in Sicilia - «Zia Antonietta, l´unica che mi abbia mai aiutato», scrive lui dal carcere - dove Profeta è nato 55 anni fa. Ma la «confessione» non finisce qui. Scrive ancora in un altro foglio: «Mi sentivo un sacerdote, credevo di essere nelle mani di Dio e invece ero nelle mani del maligno». Sono quelle «voci» che lo portano ad uccidere, a sparare nel mucchio con la vecchia Ivery and Johnson che gli trovano a casa, prova provata del duplice omicidio, del tassista Pierpaolo Lissandron ammazzato in centro a Padova il 29 gennaio del 2001 e quello dell´immobiliarista Walter Boscolo, proiettili in testa anche per lui pochi giorni dopo, il 10 febbraio. Nei suoi scritti Michele Profeta ricostruisce i due omicidi nei dettagli. Prima quello del tassista: «Quando sentii la voce della mia madrina trasalii, non me lo aspettavo... La voce mi disse che quella era la vittima sacrificale per il Dio del bene e dovevo colpirla alla testa per non farla soffrire. Ho ubbidito e subito dopo l´ho scrollato, era morto». Poi quello dell´immobiliarista, anche lui scelto a caso, dopo una telefonata a un´agenzia in cui Profeta chiede di poter vedere un appartamento: «La voce mi disse nuovamente che era lui e che questa volta sarebbe stato sacrificato al Dio del male. Anche questa volta è stato come se fossi al di fuori e mi oservassi in uno specchio. Ho avuto la sensazione, quando mi sono allontanato, che la mia immagine fossa rimasta ferma nello specchio». Il Bene e il male. Zia Antonietta. Gli omicidi come unica possibilità di salvezza dopo una vita balorda, due convivenze con due donne che non sapevano l´una dell´altra, il lavoro di immobiliarista finito a rotoli, la prima volta per colpa di una cooperativa di tassisti ai quali non aveva pagato la pubblicità, la seconda per la sua incapacità. O follia. Che prima di ammazzare, prima di fare volantinaggi porta a porta, prima di quelle lettere al Questore di Milano in cui chiedeva 12 miliardi per non uccidere più, la vita di Michele Profeta era già un calcolo di probabilità. Lo scrive lui stesso: «Andavo al casinò di Venezia, studiavo la roulette per cercare di prevedere se sarebbe uscito il rosso o il nero. Alla fine mi ero ridotto a complicati calcoli sulla sequenza delle targhe delle auto che mi passavano davanti». Solo le «voci», lo avrebbero salvato. La voce della sua «madrina»: «Mi diceva di pensare ai sacrifici che nell´antichità si facevano per ingraziarsi gli Dei, mi diceva di pensare al sacrificio di Gesù...». Un delirio mistico. Coltivato anche in cella a Voghera, dove la sua unica compagnia è la Sacra Bibbia. Visto che gli altri detenuti gli stanno alla larga. E una volta che lui si era avvicinato a Renato Vallanzasca, stesso carcere, stessa sezione ma ovviamente altra cella, il Renè della Comasina gli aveva sibilato: «Ma che vuoi?». Che in carcere lo sanno tutti che Michele Profeta non è a posto con la testa. Lo aveva capito anche il professor Vittorino Andreoli, lo psichiatra della difesa al primo processo: «Siamo di fronte a gravi disturbi della personalità». Diagnosi confermata, per ora solo sugli scritti, dal professor Giovan Battista Traverso, il nuovo consulente della difesa: «Un grave disturbo connotato da forti tratti di tipo borderline, narcisistico e paranoideo, patologia che può ben aver esposto il soggetto, dotato sì di un ego ipertrofico e grandioso, ma di un ego certamente immaturo e fragile che in condizioni di elevato stress lo hanno portato ad uno stato di vero e proprio scompenso con conseguente deragliamento psicotico commisto a tematiche di tipo mistico e religioso». Un quadro più che sufficiente per il legale, per chiedere una perizia psichiatrica e l´assoluzione per impunibilità di Michele Profeta, il serial killer di Padova che questa mattina per la prima volta sarà in aula a Venezia. Pronto a chiedere la parola e cercare di spiegare quello che ha già scritto al suo avvocato: «Sono stato io ad ammazzare due volte. Sono state quelle voci che sentivo nella mia testa, ad ordinarmelo. E io lo facevo, dopo una vita di pace e di rassegnazione, sia fatta la volontà di Dio».
IL SOLE 24 ORE DOMENICA 9.3.03
Roberta De Monticelli - Una fenomenologia della persona che rivaluta l'esperienza immediata
Passioni ed emozioni in presa diretta
di Francesca Rigotti
Si può cominciare a inquadrare questo lavoro di Roberta De Monticelli nella recente ripresa del dibattito su passione e ragione, emozioni e razionalità, vita affettiva e conoscenza. Dopo che per secoli gli dei minori degli affetti e dei sentimenti sono stati contrapposti agli dei maggiori della ragione e della logica nonché associati, i primi, alla soggettività, all’oscurità, al corpo (e al femminile) e i secondi all’oggettività, alla chiarezza, alla mente (e al maschile), si comincia oggi infatti a mettere in dubbio la validità di questa antitesi e a chiedersi se passioni e affetti non possano presentare carattere razionale e cognitivo (cfr. Il Domenicale del 4 luglio 1999, Filosofia ed emozioni, a cura di Tito Magri; e del 12 marzo 2000 per Jon Elster, Alchemies of the Mind. Rationality and emotions e Sensazioni forti. Emozioni, razionalità e dipendenza; del 9 luglio 2000 per J. Elster, Ulysses Unbound).
Ma lasciare questo libro nella cornice della discussione sul peso delle passioni e dei sentimenti nella scelta razionale sarebbe riduttivo e fuorviante. In realtà la “teoria del sentire” elaborata da Roberta De Monticelli Ë una teoria degli affetti con una connotazione forte e precisa, che vuol essere parte di una personologia, non solo, ma che tende a una teoria della conoscenza morale d’impostazione non-kantiana. L’etica del sentire respinge infatti il postulato per cui il dovere appartiene a una sfera disgiunta dal sapere e dalla conoscenza. Eppure si dichiara universalista. Come?
Individuando nel rispetto il sentimento fondatore della coscienza morale. Solo partendo dal rispetto dovuto a ogni persona come tale in quanto portatrice di dignità, dal rispetto come, scrive l’A. “soglia dell’etica”, sarà possibile sviluppare una nozione di ordine del cuore personale concreto, fondante norme universalmente obbliganti.
L’arduo percorso Ë tutto condotto all’interno dell’approccio fenomenologico, che De Monticelli illustra con l’immagine del filosofo che guarda il mondo “con occhi spalancati”, stupito della presenza delle cose e innamorato della loro verità. Viene qui adottato e presentato con toni ricchi di pathos il metodo “candido e rigoroso” di rivalutazione dell’esperienza immediata, dell’intuizione e della conoscenza diretta proprio di questa tradizione filosofica. Della fenomenologia De Monticelli cerca in ogni caso di interpretare lo spirito piuttosto che la lettera, limitando riferimenti e citazioni e non parlando della storia e dei testi, per andare direttamente alle “cose stesse”. Ma chi ha scritto un testo del genere, obietterei, non avrebbe potuto farlo a digiuno di storia e di testi. Nè lo si potrebbe leggere senza un buon armamentario di testi e di storia. Come si potrebbe parlare del rispetto nei termini in cui se ne fa senza aver letto Rousseau, Kant ed Hegel e molti altri?… comunque proprio il modo della conoscenza diretta caratteristico dell’analisi fenomenologica di cui ha bisogno, secondo l’A., lo studio delle emozioni e della vita affettiva, perchè non possiamo accontentarci di un livello modesto di definizione o discriminazione concettuale e descrittiva relativamente al mondo dell’etica. Su questo punto non possiamo non concordare, come non possiamo non fare nostre le parole anche molto dure rivolte dalla filosofa alle menti che oggi governano la politica, il mondo e i suoi conflitti, di fatto eticamente analfabete. Tanto più quando si presentano onestamente, credendo di essere nel giusto perchÈ rispondono a un’altrui volontà di male. E mentre calpestano le differenze tra il giusto e l’ingiusto affilano le armi, mentre noi ci stringiamo sgomenti ad Hans Jonas quando dice
Roberta De Monticelli, , Garzanti, Milano 2003, pagg. 316, 17,00.
SOLE 24 ORE DOMENICA 09-03-2003
Psiche - La rivista degli psicoanalisti dedica un numero ai processi della creatività scientifica e artistica Teoremi dell’immaginario Poincarè e Fermi vedevano in anticipo le soluzioni dei problemi matematici. E Einstein parlava di "varietà caotica" dell’esperienza e di una che culmina in un sistema di assiomi
di Umberto Bottazzini
Secondo Schopenhauer era il segno del genio. La capacità di cogliere la verità prima di averne la conferma. Einstein parlava della sensazione di "avere qualcosa tra le punte delle dita". Una "consonanza anticipatoria con la natura", l’ha chiamata il fisico danese Christian Oersted. Un’intuizione innata che guida lo scienziato nell’attimo della scoperta "senza alcuna premonizione, senza un ragionamento conscio precedente", come disse una volta Fermi raccontando come era giunto alla scoperta delle reazioni nucleari provocate da neutroni lenti, che gli valse il Nobel. Una folgorazione improvvisa come quella che colse Poincarè mentre metteva piede sul predellino di un omnibus per un gita in campagna, e gli rivelò i legami profondi tra la teoria delle funzioni che stava da tempo studiando e la geometria non euclidea. Si tratta di un’abilità particolare che non figura tra gli strumenti dell’apprendistato della ricerca, non si insegna e non si apprende. Un ingrediente essenziale della ricerca, sul quale tuttavia regna in generale un imbarazzato silenzio nelle pubblicazioni delle scoperte scientifiche, osserva Gerald Holton, nel saggio di apertura di questo fascicolo di "Psiche" dedicato alle Figure della mente, del quale pubblichiamo un breve stralcio.
Queste ultime, dice Lorena Preta nell’editoriale, "possono essere immagini, intuizioni, schemi di rappresentazione", forme composite che "fungono da organizzatori dell’esperienza conoscitiva". Costituiscono i nostri oggetti di osservazione e gli strumenti attraverso il quali osservare. Le riconosciamo nel processo della scoperta scientifica e nella produzione artistica.
Come pensa uno scienziato quando fa scienza? Chiese una volta Maurice Solvine al suo vecchio amico Einstein.
Nella lettera di risposta Einstein illustrava con uno schizzo come ai suoi occhi stavano i rapporti tra l’esperienza empirica, l’intuizione e il ragionamento deduttivo. "Le esperienze ci sono date" cominciava Einstein tracciando una linea, i cui punti rappresentano la "totalità dei fatti empirici", un "labirinto di impressioni", una "varietà caotica" dalla quale si alza una linea curva, una "mossa costruttiva a tentoni" che culmina in un sistema di assiomi che, da "un punto di vista psicologico", si basano sulle esperienze sensoriali immediate. Non c’è comunque un percorso logico che va da queste ultime agli assiomi, osservava Einstein, "ma solamente un collegamento intuitivo sempre soggetto a revoca". Dagli assiomi, cosÏ enunciati sulla base di “ispirazione”, “ipotesi” e congetture, seguono le deduzioni che si possono ottenere, queste sÏ, con gli usuali processi logici, e confrontare poi con i dati di osservazione. Per Einstein, commenta Holton, lo scienziato, lo studioso o l’artista "al fine di fuggire dal caos presente nel mondo dell’esperienza, erige un’immagine semplificata e lucida del mondo, trasponendovi il centro di gravità della sua vita emotiva".
Anche nelle associazioni di idee proprie del pensiero matematico astratto, osserva Paolo Zellini, si riconosce qualcosa di analogo alle "rappresentazioni finalizzate" di cui parlava Freud. "Nei processi psichici che accompagnano i nostri giudizi scientifici ricorrono tuttavia alcuni tipi di immagini e di costruzioni di figure che non hanno carattere soggettivo e cangiante, e che sembrano piuttosto rimandare a regole stabili e imprescindibili, senza le quali lo stesso pensiero astratto non esisterebbe neppure. Molte teorie matematiche hanno origine da quelle immagini e usano concetti e formule analitiche che ne sono, in senso molto chiaro ed evidente, l’espressione o l’estensione algebrica". Come avviene per alcuni algoritmi fondamentali che portano con sè "una virtù esplicativa e una capacità di orientare il pensiero in contesti diversissimi" e hanno origine in immagini o schemi elementari che fanno parte di quel bagaglio di idee, regole e costruzioni a cui si ricorre automaticamente, prima ancora di qualsiasi atto di riflessione consapevole".
I processi mentali (inconsci) che connettono sistemi concettuali ed esperienze sensoriali, il modo in cui le intuizioni si affacciano alla coscienza, le articolazioni della vita inconscia e di quella cosciente di cui si trova traccia nel racconto di scienziati e artisti, questi sono i temi del percorso proposto da Lorena Preta a storici della scienza, filosofi, psicoanalisti e artisti. Il fascicolo, che comprende inoltre interviste ad André Green e Luca Ronconi (auguri per i suoi 70 anni!) e le divertite e divertenti note di diario dei giorni del Nobel del neurobiologo Paul Greengard, Ë una lettura quanto mai appropriata in vista della Brain Awareness Week 2003, che si inaugura domani e prevede una serie di iniziative in diverse città italiane (il programma si trova per esempio nel sito http://users.unimi.it/sins/SINS_EDAB/ BAW2003.html).
"Figure della mente", "Psiche. Rivista di cultura psicoanalitica", 2 (2002), pagg. 142, 21,00.
Repubblica Salute giovedi 13 Marzo 2003
Schizofrenia
nuovo farmaco per la cura
ROMA Si chiama aripiprazolo. E’ un antipsicotico di ultima generazione che coniuga l’efficacia clinica con un’eccellente tollerabilità; riduce al minimo i sintomi extrapiramidali, gli effetti della sedazione, e non provoca aumento di peso. I risultati degli studi clinici sull’aripiprazolo, molecola di ultima generazione per la cura della schizofrenia, sono stati recentemente presentati, a Roma, all’VIII Congresso della Società Italiana di Psicopatologia.
Ottenuto dall’FDA il via libera alla vendita negli Usa, dopo uno studio su oltre 1600 pazienti, l’aripiprazolo è ora al vaglio dell’EMEA, l’agenzia europea per la valutazione dei farmaci. Anche l’Italia ha contribuito allo sviluppo clinico del nuovo farmaco e sta partecipando a nuove sperimentazioni: oltre 20 centri e più di cento pazienti hanno già avuto accesso al farmaco ed altri studi sono in corso.
il manifesto 13.3.03
Integralisti nei secoli
Sono passati tre secoli dalla Guerra dei trent'anni e all'improvviso la religione torna a essere protagonista della lotta politica mondiale. Causa di stragi, e non solo nell'ambito della cosiddetta «guerra al terrorismo». Ma spesso i fondamentalismi più estremi sono solo l'«effetto specchio» della laicità occidentale
MARCO D'ERAMO
Ecosì nell'anno 1424 dell'Egira e 2003 dopo Cristo, capita che la guerra santa sia invocata in nome di Allah e che un impero bombardi in nome della cristiana provvidenza. Nelle piazze di Baghdad, rivolte alla Mecca, le folle irachene s'inchinano in preghiera, aspettando la guerra; mentre a Washington, nelle quiete stanze della Casa Bianca, i sagaci strateghi statunitensi rinsaldano la loro fede nel dio degli eserciti leggendo ogni giorno i versetti della Bibbia. Non ultimo paradosso della situazione attuale è che - dall'11 settembre 2001 - a combattere l'integralismo wahabita di Osama bin Laden è il fondamentalismo texano di George W. Bush. Cento anni fa il grande sociologo tedesco Max Weber aveva profetizzato che il `900 sarebbe stato il secolo del disincantarsi del mondo, per il razionalizzarsi della conoscenza (tramite la scienza), della vita economica (tramite il capitalismo privato) e della struttura sociale (tramite la burocrazia statale). Allora sembrava che per la società moderna il pericolo fosse il razionalismo ateo e materialista.
E invece, all'alba del XXI secolo, molte sette religiose hanno (ognuna) più affiliati di tutti i partiti del movimento operaio messi insieme. Se i mullah integralisti invocano apertamente la Jihad, solo l'ipocrisia impedisce ai vari John Ashcroft e Silvio Berlusconi di bandire la Santa Crociata (lasciano questo compito a quell'invasata di Oriana Fallaci). In compenso, «Dio benedice l'America nella lotta contro l'asse del male».
Inaspettatamente - almeno a un primo sguardo -, dopo più di tre secoli, la religione si ripresenta così come protagonista della lotta politica mondiale. Fanno venire i brividi i trenta anni previsti dal vicepresidente Dick Cheney per la «guerra al terrorismo»: scoppiata come scontro di religione nel 1618, la Guerra dei Trent'anni fu il conflitto in proporzione più sanguinoso della storia (vi morì addirittura la metà della popolazione tedesca).
Impensabile un secolo fa, la religione riemerge come causa di stragi non solo nella cosiddetta «guerra al terrorismo», ma anche in altri scacchieri del mondo. Nelle Molucche (Indonesia) sono pogrom religiosi a causare roghi e distruzioni tra islamici e cristiani. Nel Gujarat sono i fondamentalisti hindu che scatenano la caccia al musulmano provocando migliaia di morti.
Un'occhiata superficiale può farci leggere quest'irrompere della religione nella sfera pubblica come una regressione, come un ritorno al passato: il premoderno che fa valere i suoi diritti sul moderno. In fondo, ci viene detto, la società borghese non aveva fatto altro che confinare nell'intimità e nell'ambito privato le convinzioni metafisiche, le fedi, e persino le superstizioni: confinare la trascendenza nel privato era il prezzo per far regnare la tolleranza nell'immanente.
Ma proprio il paragone con la Guerra dei Trent'anni ci toglie la consolatoria illusione che i fondamentalismi siano puro rigurgito delle «plebi rurali» (così si esprimeva l'antropologo Ernesto De Martino), siano esse di fellahin niloti o di cow-boys del Rio Grande.
Perché se fu il secolo del fondamentalismo cristiano, il Seicento segnò anche la nascita del capitalismo moderno, della democrazia parlamentare (la rivoluzione puritana di Cromwell) e - per quel che ci riguarda - dell'impero americano: non erano infatti altro che un gruppo di fanatici integralisti i Pellegrini «padri fondatori» che nel 1620 sbarcarono a Cape Cod dal Mayflower.
La dimensione integralista fa parte del moderno allo stesso titolo del capitalismo, e insieme a esso: un paese cattolico come l'Italia non ha mai capito davvero bene cosa intendesse dire Max Weber quando affermava che lo spirito del capitalismo è incarnato nell'etica protestante (e viceversa). Contro quel che diceva Benjamin Barber, il nostro mondo è caratterizzato non da Jihad contro McDonald's (questo il titolo del suo libro), ma dalla McJihad, da una forma di fondamentalismo globalizzato, integrato nel capitalismo mondiale (Osama bin Laden è il rampollo di una dinastia capitalista saudita).
Ritenere che l'integralismo è un riaffiorare del passato nel presente, è perciò solo un pregiudizio su cui pesa anche un'immagine ingenua della tecnologia e del razionalismo scientifico. Si dà per assodato che i prodotti del pensiero razionalista siano necessariamente veicoli di razionalità. Ora, è vero che la macchina a vapore rappresenta la più bella realizzazione della termodinamica, che la tv è una meravigliosa applicazione delle equazioni elettromagnetiche di Maxwell e che Internet è l'esito di una catena logica che dalle algebre di Boole, attraverso la macchina di Turing, ci ha portato alla civiltà dei computer e dell'informatica.
Ma è anche vero che nell'800 furono i vaporetti a consentire ai musulmani giavanesi di fare in massa il pellegrinaggio alla Mecca e di mandare i loro rampolli a frequentare le scuole coraniche arabe: il risultato dei vaporetti (trionfo del razionalismo tecnologico industriale) fu il sorgere di un inedito integralismo musulmano a Giava: d'altronde il fenomeno si è replicato nella diffusione nel Terzo mondo delle sette protestanti Usa, chiamate appunto i cargo cults.
Dal canto suo, la tv non solo è il maggiore veicolo propagandistico dei telepredicatori americani, ma la sera ci ammanisce gli oroscopi. Quanto a Internet, le maglie della rete connettono sette sataniche e culti strampalati. Insomma, i prodotti tecnologici del razionalismo occidentale sono diventati veicoli di superstizioni, credenze integraliste, irrazionalismi. I prodotti del razionalismo sono cassa di risonanza dell'irrazionale.
Vi è infine l'«effetto specchio» della laicità. In India non c'era mai stato un fondamentalismo hindu prima dell'arrivo degli inglesi: solo guardandosi nello specchio inglese che rinviava loro la propria immagine riflessa, gli hindi hanno potuto costruire un proprio integralismo. È frequentando la laicità occidentale che i giovani studenti algerini di facoltà scientifiche hanno raffinato l'idea di una «modernità islamica». Gilles Keppel sostiene qualcosa di simile, quando in All'Ovest di Allah (trad. it. Sellerio), fa vedere come l'attuale integralismo islamico sia un frutto maturato in un viaggio di andata e ritorno in Occidente: gli immigrati musulmani vengono a contatto con un'esperienza religiosa puritana/calvinista, comunitaria; e quindi riplasmano in senso puritano/comunitario il proprio islamismo, ed è questo integralismo riveduto e corretto («riformato») che viene poi riportato nelle terre originarie dell'Islam.
Il riemergere della religione sulla scena pubblica rappresenta perciò non una sorpresa, ma una tappa di un lungo processo. Schematicamente, si può affermare che gli anni '60 rappresentarono nello stesso tempo il culmine del «disincanto» e l'inizio del rovesciamento: da un lato l'apogeo delle socialdemocrazie nordiche come apice della società secolare e il Concilio Vaticano II come massimo sforzo di «laicizzazione della Chiesa»; dall'altro la Nation of Islam di Malcolm X e la teologia della liberazione come componenti religiose dell'emancipazione. Non si può dimenticare che l'eroe sessantottino Malcolm X è stato il primo «integralista islamico postmoderno» e che il Cristo di Camillo Torres impugnava il mitra.
Ma la vera inversione di tendenza avviene alla fine degli anni `70 ed è simultanea in tutte e tre le religioni del Verbo: per quanto riguarda il cristianesimo, a Roma sale sul soglio pontificio Karol Woytjla, un integralista polacco fautore dell'Opus Dei, mentre a Washington s'installa Ronald Reagan, portavoce della «moral majority» (gli integralisti protestanti) che dichiarerà guerra «all'impero del male»; nel mondo ebraico, in Israele tramonta definitivamente l'egemonia culturale del laicismo laburista, soppiantato dal Likud e dal peso crescente dei partiti religiosi; e nell'Islam scoppia in Iran la rivoluzione khomeinista, mentre esplode in Egitto il fenomeno dei Fratelli Musulmani.
Insomma, alla fine degli anni `70 i fondamentalisti prendono simultaneamente il potere in Vaticano, alla Casa bianca, a Gerusalemme e a Teheran. E negli anni `80 la Casa bianca finanzia gli integralisti musulmani che combattono in Afghanistan contro i sovietici, e consente alla dinastia di El Saud di far piovere dollari su tutti i fanatici dell'Islam, dall'Algeria all'Indonesia (e poi alla Bosnia, alla Cecenia).
Da quanto precede è però chiaro che, pur se è riemersa come protagonista nella lotta politica mondiale, la religione è ben lungi dal costituirne il movente e l'obiettivo principale. Essa costituisce la forma che assume il conflitto, l'armatura di cui esso si avvolge, lo strumento di propaganda che usa, ma non certo il movente né l'obiettivo principale. Proprio perché si può essere fondamentalisti e capitalisti, possiamo scommettere che Bush pensa sì di essere lo strumento della volontà divina nel rimettere in ordine il mondo, ma solo perché - e solo se - Dio sembra avere una particolare predilezione per l'impero americano e per i dividendi delle corporations Usa.
Può sembrare superfluo ricordarlo, ma un famoso saggio del `600 (scritto dopo la Guerra dei Trent'anni) attribuito alla scuola spinoziana (o addirittura allo stesso Baruch Spinoza), Il trattato dei tre impostori (e cioè Mosè, Gesù e Maometto) enumera i modi in cui «i legislatori e i politici si sono serviti della religione». La prima maniera, «che è anche la più comune e più usata, è stata quella di dare a intendere ai popoli di essere ispirati direttamente dagli dei per poter imporre più facilmente quello che volevano fosse eseguito»; un'altra maniera «si basa su voci false, rivelazioni e profezie che si spargono di proposito per spaventare, sbigottire, fiaccare il popolo, oppure renderlo ardito e coraggioso, secondo le esigenze...». C'è ancora un'altra maniera, molto più rapida e più sicura, «che consiste nell'avere al proprio seguito predicatori e nel servirsi di buoni parlatori» (oggi bisognerebbe aggiornare l'immagine con i professionisti dei media).
Ma la maniera, che più ci riguarda da vicino e che irresistibilmente ci ricorda il giovane Bush, è certo l'ultima evocata dal Trattato dei tre impostori: «l'invenzione che è sempre stata più in uso, e quella praticata con più astuzia, consentiva d'intraprendere col pretesto della religione, ciò che nessun altro pretesto avrebbe potuto rendere valido e legittimo».
Profeta: ho ucciso per ordine di una voce
La confessione del serial killer, oggi il processo d´Appello
La Stampa14/3/2003
MILANO UNA brava persona con una bomba atomica nella testa». Non sono le metafore che mancano all´avvocato vicentino Cesare Dal Maso, difensore di Michele Profeta, il serial killer padovano condannato all´ergastolo per due omicidi senza movente. Oggi a Venezia inizia il processo d´appello. C´è solo una cosa da stabilire, che di prove contro Profeta ce ne sono anche troppe. C´è da stabilire se Michele Profeta era capace di intendere e di volere e allora vanno bene l´ergastolo e la cella singola nel carcere di Voghera. Oppure se non lo era, c´è l´altra strada, quella che porta di filato al manicomio giudiziario. «Non c´è nient´altro nei miei motivi d´appello, solo questa richiesta di sottoporre il mio cliente a una perizia psichiatrica», spiega il legale, 19 pagine a computer che porterà oggi nell´aula bunker di Venezia. Diciannove pagine e due allegati. Il primo è una specie di confessione scritta di suo pugno da Michele Profeta. Due lettere inviate al suo difensore per posta, un altro messaggio consegnato a mano, alcuni fogli, fitti di una calligrafia minuta e dei suoi deliri. Dove Michele Profeta scrive: «Ho ucciso, me lo ordinò una voce amica. Mi ha costretto a farlo. Dovevo sacrificare due vittime innocenti. Una al Dio del bene l´altra al Dio del male». La voce amica sarebbe quella di una lontana parente, di una zia rimasta in Sicilia - «Zia Antonietta, l´unica che mi abbia mai aiutato», scrive lui dal carcere - dove Profeta è nato 55 anni fa. Ma la «confessione» non finisce qui. Scrive ancora in un altro foglio: «Mi sentivo un sacerdote, credevo di essere nelle mani di Dio e invece ero nelle mani del maligno». Sono quelle «voci» che lo portano ad uccidere, a sparare nel mucchio con la vecchia Ivery and Johnson che gli trovano a casa, prova provata del duplice omicidio, del tassista Pierpaolo Lissandron ammazzato in centro a Padova il 29 gennaio del 2001 e quello dell´immobiliarista Walter Boscolo, proiettili in testa anche per lui pochi giorni dopo, il 10 febbraio. Nei suoi scritti Michele Profeta ricostruisce i due omicidi nei dettagli. Prima quello del tassista: «Quando sentii la voce della mia madrina trasalii, non me lo aspettavo... La voce mi disse che quella era la vittima sacrificale per il Dio del bene e dovevo colpirla alla testa per non farla soffrire. Ho ubbidito e subito dopo l´ho scrollato, era morto». Poi quello dell´immobiliarista, anche lui scelto a caso, dopo una telefonata a un´agenzia in cui Profeta chiede di poter vedere un appartamento: «La voce mi disse nuovamente che era lui e che questa volta sarebbe stato sacrificato al Dio del male. Anche questa volta è stato come se fossi al di fuori e mi oservassi in uno specchio. Ho avuto la sensazione, quando mi sono allontanato, che la mia immagine fossa rimasta ferma nello specchio». Il Bene e il male. Zia Antonietta. Gli omicidi come unica possibilità di salvezza dopo una vita balorda, due convivenze con due donne che non sapevano l´una dell´altra, il lavoro di immobiliarista finito a rotoli, la prima volta per colpa di una cooperativa di tassisti ai quali non aveva pagato la pubblicità, la seconda per la sua incapacità. O follia. Che prima di ammazzare, prima di fare volantinaggi porta a porta, prima di quelle lettere al Questore di Milano in cui chiedeva 12 miliardi per non uccidere più, la vita di Michele Profeta era già un calcolo di probabilità. Lo scrive lui stesso: «Andavo al casinò di Venezia, studiavo la roulette per cercare di prevedere se sarebbe uscito il rosso o il nero. Alla fine mi ero ridotto a complicati calcoli sulla sequenza delle targhe delle auto che mi passavano davanti». Solo le «voci», lo avrebbero salvato. La voce della sua «madrina»: «Mi diceva di pensare ai sacrifici che nell´antichità si facevano per ingraziarsi gli Dei, mi diceva di pensare al sacrificio di Gesù...». Un delirio mistico. Coltivato anche in cella a Voghera, dove la sua unica compagnia è la Sacra Bibbia. Visto che gli altri detenuti gli stanno alla larga. E una volta che lui si era avvicinato a Renato Vallanzasca, stesso carcere, stessa sezione ma ovviamente altra cella, il Renè della Comasina gli aveva sibilato: «Ma che vuoi?». Che in carcere lo sanno tutti che Michele Profeta non è a posto con la testa. Lo aveva capito anche il professor Vittorino Andreoli, lo psichiatra della difesa al primo processo: «Siamo di fronte a gravi disturbi della personalità». Diagnosi confermata, per ora solo sugli scritti, dal professor Giovan Battista Traverso, il nuovo consulente della difesa: «Un grave disturbo connotato da forti tratti di tipo borderline, narcisistico e paranoideo, patologia che può ben aver esposto il soggetto, dotato sì di un ego ipertrofico e grandioso, ma di un ego certamente immaturo e fragile che in condizioni di elevato stress lo hanno portato ad uno stato di vero e proprio scompenso con conseguente deragliamento psicotico commisto a tematiche di tipo mistico e religioso». Un quadro più che sufficiente per il legale, per chiedere una perizia psichiatrica e l´assoluzione per impunibilità di Michele Profeta, il serial killer di Padova che questa mattina per la prima volta sarà in aula a Venezia. Pronto a chiedere la parola e cercare di spiegare quello che ha già scritto al suo avvocato: «Sono stato io ad ammazzare due volte. Sono state quelle voci che sentivo nella mia testa, ad ordinarmelo. E io lo facevo, dopo una vita di pace e di rassegnazione, sia fatta la volontà di Dio».
IL SOLE 24 ORE DOMENICA 9.3.03
Roberta De Monticelli - Una fenomenologia della persona che rivaluta l'esperienza immediata
Passioni ed emozioni in presa diretta
di Francesca Rigotti
Si può cominciare a inquadrare questo lavoro di Roberta De Monticelli nella recente ripresa del dibattito su passione e ragione, emozioni e razionalità, vita affettiva e conoscenza. Dopo che per secoli gli dei minori degli affetti e dei sentimenti sono stati contrapposti agli dei maggiori della ragione e della logica nonché associati, i primi, alla soggettività, all’oscurità, al corpo (e al femminile) e i secondi all’oggettività, alla chiarezza, alla mente (e al maschile), si comincia oggi infatti a mettere in dubbio la validità di questa antitesi e a chiedersi se passioni e affetti non possano presentare carattere razionale e cognitivo (cfr. Il Domenicale del 4 luglio 1999, Filosofia ed emozioni, a cura di Tito Magri; e del 12 marzo 2000 per Jon Elster, Alchemies of the Mind. Rationality and emotions e Sensazioni forti. Emozioni, razionalità e dipendenza; del 9 luglio 2000 per J. Elster, Ulysses Unbound).
Ma lasciare questo libro nella cornice della discussione sul peso delle passioni e dei sentimenti nella scelta razionale sarebbe riduttivo e fuorviante. In realtà la “teoria del sentire” elaborata da Roberta De Monticelli Ë una teoria degli affetti con una connotazione forte e precisa, che vuol essere parte di una personologia, non solo, ma che tende a una teoria della conoscenza morale d’impostazione non-kantiana. L’etica del sentire respinge infatti il postulato per cui il dovere appartiene a una sfera disgiunta dal sapere e dalla conoscenza. Eppure si dichiara universalista. Come?
Individuando nel rispetto il sentimento fondatore della coscienza morale. Solo partendo dal rispetto dovuto a ogni persona come tale in quanto portatrice di dignità, dal rispetto come, scrive l’A. “soglia dell’etica”, sarà possibile sviluppare una nozione di ordine del cuore personale concreto, fondante norme universalmente obbliganti.
L’arduo percorso Ë tutto condotto all’interno dell’approccio fenomenologico, che De Monticelli illustra con l’immagine del filosofo che guarda il mondo “con occhi spalancati”, stupito della presenza delle cose e innamorato della loro verità. Viene qui adottato e presentato con toni ricchi di pathos il metodo “candido e rigoroso” di rivalutazione dell’esperienza immediata, dell’intuizione e della conoscenza diretta proprio di questa tradizione filosofica. Della fenomenologia De Monticelli cerca in ogni caso di interpretare lo spirito piuttosto che la lettera, limitando riferimenti e citazioni e non parlando della storia e dei testi, per andare direttamente alle “cose stesse”. Ma chi ha scritto un testo del genere, obietterei, non avrebbe potuto farlo a digiuno di storia e di testi. Nè lo si potrebbe leggere senza un buon armamentario di testi e di storia. Come si potrebbe parlare del rispetto nei termini in cui se ne fa senza aver letto Rousseau, Kant ed Hegel e molti altri?… comunque proprio il modo della conoscenza diretta caratteristico dell’analisi fenomenologica di cui ha bisogno, secondo l’A., lo studio delle emozioni e della vita affettiva, perchè non possiamo accontentarci di un livello modesto di definizione o discriminazione concettuale e descrittiva relativamente al mondo dell’etica. Su questo punto non possiamo non concordare, come non possiamo non fare nostre le parole anche molto dure rivolte dalla filosofa alle menti che oggi governano la politica, il mondo e i suoi conflitti, di fatto eticamente analfabete. Tanto più quando si presentano onestamente, credendo di essere nel giusto perchÈ rispondono a un’altrui volontà di male. E mentre calpestano le differenze tra il giusto e l’ingiusto affilano le armi, mentre noi ci stringiamo sgomenti ad Hans Jonas quando dice
Roberta De Monticelli, , Garzanti, Milano 2003, pagg. 316, 17,00.
SOLE 24 ORE DOMENICA 09-03-2003
Psiche - La rivista degli psicoanalisti dedica un numero ai processi della creatività scientifica e artistica Teoremi dell’immaginario Poincarè e Fermi vedevano in anticipo le soluzioni dei problemi matematici. E Einstein parlava di "varietà caotica" dell’esperienza e di una che culmina in un sistema di assiomi
di Umberto Bottazzini
Secondo Schopenhauer era il segno del genio. La capacità di cogliere la verità prima di averne la conferma. Einstein parlava della sensazione di "avere qualcosa tra le punte delle dita". Una "consonanza anticipatoria con la natura", l’ha chiamata il fisico danese Christian Oersted. Un’intuizione innata che guida lo scienziato nell’attimo della scoperta "senza alcuna premonizione, senza un ragionamento conscio precedente", come disse una volta Fermi raccontando come era giunto alla scoperta delle reazioni nucleari provocate da neutroni lenti, che gli valse il Nobel. Una folgorazione improvvisa come quella che colse Poincarè mentre metteva piede sul predellino di un omnibus per un gita in campagna, e gli rivelò i legami profondi tra la teoria delle funzioni che stava da tempo studiando e la geometria non euclidea. Si tratta di un’abilità particolare che non figura tra gli strumenti dell’apprendistato della ricerca, non si insegna e non si apprende. Un ingrediente essenziale della ricerca, sul quale tuttavia regna in generale un imbarazzato silenzio nelle pubblicazioni delle scoperte scientifiche, osserva Gerald Holton, nel saggio di apertura di questo fascicolo di "Psiche" dedicato alle Figure della mente, del quale pubblichiamo un breve stralcio.
Queste ultime, dice Lorena Preta nell’editoriale, "possono essere immagini, intuizioni, schemi di rappresentazione", forme composite che "fungono da organizzatori dell’esperienza conoscitiva". Costituiscono i nostri oggetti di osservazione e gli strumenti attraverso il quali osservare. Le riconosciamo nel processo della scoperta scientifica e nella produzione artistica.
Come pensa uno scienziato quando fa scienza? Chiese una volta Maurice Solvine al suo vecchio amico Einstein.
Nella lettera di risposta Einstein illustrava con uno schizzo come ai suoi occhi stavano i rapporti tra l’esperienza empirica, l’intuizione e il ragionamento deduttivo. "Le esperienze ci sono date" cominciava Einstein tracciando una linea, i cui punti rappresentano la "totalità dei fatti empirici", un "labirinto di impressioni", una "varietà caotica" dalla quale si alza una linea curva, una "mossa costruttiva a tentoni" che culmina in un sistema di assiomi che, da "un punto di vista psicologico", si basano sulle esperienze sensoriali immediate. Non c’è comunque un percorso logico che va da queste ultime agli assiomi, osservava Einstein, "ma solamente un collegamento intuitivo sempre soggetto a revoca". Dagli assiomi, cosÏ enunciati sulla base di “ispirazione”, “ipotesi” e congetture, seguono le deduzioni che si possono ottenere, queste sÏ, con gli usuali processi logici, e confrontare poi con i dati di osservazione. Per Einstein, commenta Holton, lo scienziato, lo studioso o l’artista "al fine di fuggire dal caos presente nel mondo dell’esperienza, erige un’immagine semplificata e lucida del mondo, trasponendovi il centro di gravità della sua vita emotiva".
Anche nelle associazioni di idee proprie del pensiero matematico astratto, osserva Paolo Zellini, si riconosce qualcosa di analogo alle "rappresentazioni finalizzate" di cui parlava Freud. "Nei processi psichici che accompagnano i nostri giudizi scientifici ricorrono tuttavia alcuni tipi di immagini e di costruzioni di figure che non hanno carattere soggettivo e cangiante, e che sembrano piuttosto rimandare a regole stabili e imprescindibili, senza le quali lo stesso pensiero astratto non esisterebbe neppure. Molte teorie matematiche hanno origine da quelle immagini e usano concetti e formule analitiche che ne sono, in senso molto chiaro ed evidente, l’espressione o l’estensione algebrica". Come avviene per alcuni algoritmi fondamentali che portano con sè "una virtù esplicativa e una capacità di orientare il pensiero in contesti diversissimi" e hanno origine in immagini o schemi elementari che fanno parte di quel bagaglio di idee, regole e costruzioni a cui si ricorre automaticamente, prima ancora di qualsiasi atto di riflessione consapevole".
I processi mentali (inconsci) che connettono sistemi concettuali ed esperienze sensoriali, il modo in cui le intuizioni si affacciano alla coscienza, le articolazioni della vita inconscia e di quella cosciente di cui si trova traccia nel racconto di scienziati e artisti, questi sono i temi del percorso proposto da Lorena Preta a storici della scienza, filosofi, psicoanalisti e artisti. Il fascicolo, che comprende inoltre interviste ad André Green e Luca Ronconi (auguri per i suoi 70 anni!) e le divertite e divertenti note di diario dei giorni del Nobel del neurobiologo Paul Greengard, Ë una lettura quanto mai appropriata in vista della Brain Awareness Week 2003, che si inaugura domani e prevede una serie di iniziative in diverse città italiane (il programma si trova per esempio nel sito http://users.unimi.it/sins/SINS_EDAB/ BAW2003.html).
"Figure della mente", "Psiche. Rivista di cultura psicoanalitica", 2 (2002), pagg. 142, 21,00.
Repubblica Salute giovedi 13 Marzo 2003
Schizofrenia
nuovo farmaco per la cura
ROMA Si chiama aripiprazolo. E’ un antipsicotico di ultima generazione che coniuga l’efficacia clinica con un’eccellente tollerabilità; riduce al minimo i sintomi extrapiramidali, gli effetti della sedazione, e non provoca aumento di peso. I risultati degli studi clinici sull’aripiprazolo, molecola di ultima generazione per la cura della schizofrenia, sono stati recentemente presentati, a Roma, all’VIII Congresso della Società Italiana di Psicopatologia.
Ottenuto dall’FDA il via libera alla vendita negli Usa, dopo uno studio su oltre 1600 pazienti, l’aripiprazolo è ora al vaglio dell’EMEA, l’agenzia europea per la valutazione dei farmaci. Anche l’Italia ha contribuito allo sviluppo clinico del nuovo farmaco e sta partecipando a nuove sperimentazioni: oltre 20 centri e più di cento pazienti hanno già avuto accesso al farmaco ed altri studi sono in corso.
il manifesto 13.3.03
Integralisti nei secoli
Sono passati tre secoli dalla Guerra dei trent'anni e all'improvviso la religione torna a essere protagonista della lotta politica mondiale. Causa di stragi, e non solo nell'ambito della cosiddetta «guerra al terrorismo». Ma spesso i fondamentalismi più estremi sono solo l'«effetto specchio» della laicità occidentale
MARCO D'ERAMO
Ecosì nell'anno 1424 dell'Egira e 2003 dopo Cristo, capita che la guerra santa sia invocata in nome di Allah e che un impero bombardi in nome della cristiana provvidenza. Nelle piazze di Baghdad, rivolte alla Mecca, le folle irachene s'inchinano in preghiera, aspettando la guerra; mentre a Washington, nelle quiete stanze della Casa Bianca, i sagaci strateghi statunitensi rinsaldano la loro fede nel dio degli eserciti leggendo ogni giorno i versetti della Bibbia. Non ultimo paradosso della situazione attuale è che - dall'11 settembre 2001 - a combattere l'integralismo wahabita di Osama bin Laden è il fondamentalismo texano di George W. Bush. Cento anni fa il grande sociologo tedesco Max Weber aveva profetizzato che il `900 sarebbe stato il secolo del disincantarsi del mondo, per il razionalizzarsi della conoscenza (tramite la scienza), della vita economica (tramite il capitalismo privato) e della struttura sociale (tramite la burocrazia statale). Allora sembrava che per la società moderna il pericolo fosse il razionalismo ateo e materialista.
E invece, all'alba del XXI secolo, molte sette religiose hanno (ognuna) più affiliati di tutti i partiti del movimento operaio messi insieme. Se i mullah integralisti invocano apertamente la Jihad, solo l'ipocrisia impedisce ai vari John Ashcroft e Silvio Berlusconi di bandire la Santa Crociata (lasciano questo compito a quell'invasata di Oriana Fallaci). In compenso, «Dio benedice l'America nella lotta contro l'asse del male».
Inaspettatamente - almeno a un primo sguardo -, dopo più di tre secoli, la religione si ripresenta così come protagonista della lotta politica mondiale. Fanno venire i brividi i trenta anni previsti dal vicepresidente Dick Cheney per la «guerra al terrorismo»: scoppiata come scontro di religione nel 1618, la Guerra dei Trent'anni fu il conflitto in proporzione più sanguinoso della storia (vi morì addirittura la metà della popolazione tedesca).
Impensabile un secolo fa, la religione riemerge come causa di stragi non solo nella cosiddetta «guerra al terrorismo», ma anche in altri scacchieri del mondo. Nelle Molucche (Indonesia) sono pogrom religiosi a causare roghi e distruzioni tra islamici e cristiani. Nel Gujarat sono i fondamentalisti hindu che scatenano la caccia al musulmano provocando migliaia di morti.
Un'occhiata superficiale può farci leggere quest'irrompere della religione nella sfera pubblica come una regressione, come un ritorno al passato: il premoderno che fa valere i suoi diritti sul moderno. In fondo, ci viene detto, la società borghese non aveva fatto altro che confinare nell'intimità e nell'ambito privato le convinzioni metafisiche, le fedi, e persino le superstizioni: confinare la trascendenza nel privato era il prezzo per far regnare la tolleranza nell'immanente.
Ma proprio il paragone con la Guerra dei Trent'anni ci toglie la consolatoria illusione che i fondamentalismi siano puro rigurgito delle «plebi rurali» (così si esprimeva l'antropologo Ernesto De Martino), siano esse di fellahin niloti o di cow-boys del Rio Grande.
Perché se fu il secolo del fondamentalismo cristiano, il Seicento segnò anche la nascita del capitalismo moderno, della democrazia parlamentare (la rivoluzione puritana di Cromwell) e - per quel che ci riguarda - dell'impero americano: non erano infatti altro che un gruppo di fanatici integralisti i Pellegrini «padri fondatori» che nel 1620 sbarcarono a Cape Cod dal Mayflower.
La dimensione integralista fa parte del moderno allo stesso titolo del capitalismo, e insieme a esso: un paese cattolico come l'Italia non ha mai capito davvero bene cosa intendesse dire Max Weber quando affermava che lo spirito del capitalismo è incarnato nell'etica protestante (e viceversa). Contro quel che diceva Benjamin Barber, il nostro mondo è caratterizzato non da Jihad contro McDonald's (questo il titolo del suo libro), ma dalla McJihad, da una forma di fondamentalismo globalizzato, integrato nel capitalismo mondiale (Osama bin Laden è il rampollo di una dinastia capitalista saudita).
Ritenere che l'integralismo è un riaffiorare del passato nel presente, è perciò solo un pregiudizio su cui pesa anche un'immagine ingenua della tecnologia e del razionalismo scientifico. Si dà per assodato che i prodotti del pensiero razionalista siano necessariamente veicoli di razionalità. Ora, è vero che la macchina a vapore rappresenta la più bella realizzazione della termodinamica, che la tv è una meravigliosa applicazione delle equazioni elettromagnetiche di Maxwell e che Internet è l'esito di una catena logica che dalle algebre di Boole, attraverso la macchina di Turing, ci ha portato alla civiltà dei computer e dell'informatica.
Ma è anche vero che nell'800 furono i vaporetti a consentire ai musulmani giavanesi di fare in massa il pellegrinaggio alla Mecca e di mandare i loro rampolli a frequentare le scuole coraniche arabe: il risultato dei vaporetti (trionfo del razionalismo tecnologico industriale) fu il sorgere di un inedito integralismo musulmano a Giava: d'altronde il fenomeno si è replicato nella diffusione nel Terzo mondo delle sette protestanti Usa, chiamate appunto i cargo cults.
Dal canto suo, la tv non solo è il maggiore veicolo propagandistico dei telepredicatori americani, ma la sera ci ammanisce gli oroscopi. Quanto a Internet, le maglie della rete connettono sette sataniche e culti strampalati. Insomma, i prodotti tecnologici del razionalismo occidentale sono diventati veicoli di superstizioni, credenze integraliste, irrazionalismi. I prodotti del razionalismo sono cassa di risonanza dell'irrazionale.
Vi è infine l'«effetto specchio» della laicità. In India non c'era mai stato un fondamentalismo hindu prima dell'arrivo degli inglesi: solo guardandosi nello specchio inglese che rinviava loro la propria immagine riflessa, gli hindi hanno potuto costruire un proprio integralismo. È frequentando la laicità occidentale che i giovani studenti algerini di facoltà scientifiche hanno raffinato l'idea di una «modernità islamica». Gilles Keppel sostiene qualcosa di simile, quando in All'Ovest di Allah (trad. it. Sellerio), fa vedere come l'attuale integralismo islamico sia un frutto maturato in un viaggio di andata e ritorno in Occidente: gli immigrati musulmani vengono a contatto con un'esperienza religiosa puritana/calvinista, comunitaria; e quindi riplasmano in senso puritano/comunitario il proprio islamismo, ed è questo integralismo riveduto e corretto («riformato») che viene poi riportato nelle terre originarie dell'Islam.
Il riemergere della religione sulla scena pubblica rappresenta perciò non una sorpresa, ma una tappa di un lungo processo. Schematicamente, si può affermare che gli anni '60 rappresentarono nello stesso tempo il culmine del «disincanto» e l'inizio del rovesciamento: da un lato l'apogeo delle socialdemocrazie nordiche come apice della società secolare e il Concilio Vaticano II come massimo sforzo di «laicizzazione della Chiesa»; dall'altro la Nation of Islam di Malcolm X e la teologia della liberazione come componenti religiose dell'emancipazione. Non si può dimenticare che l'eroe sessantottino Malcolm X è stato il primo «integralista islamico postmoderno» e che il Cristo di Camillo Torres impugnava il mitra.
Ma la vera inversione di tendenza avviene alla fine degli anni `70 ed è simultanea in tutte e tre le religioni del Verbo: per quanto riguarda il cristianesimo, a Roma sale sul soglio pontificio Karol Woytjla, un integralista polacco fautore dell'Opus Dei, mentre a Washington s'installa Ronald Reagan, portavoce della «moral majority» (gli integralisti protestanti) che dichiarerà guerra «all'impero del male»; nel mondo ebraico, in Israele tramonta definitivamente l'egemonia culturale del laicismo laburista, soppiantato dal Likud e dal peso crescente dei partiti religiosi; e nell'Islam scoppia in Iran la rivoluzione khomeinista, mentre esplode in Egitto il fenomeno dei Fratelli Musulmani.
Insomma, alla fine degli anni `70 i fondamentalisti prendono simultaneamente il potere in Vaticano, alla Casa bianca, a Gerusalemme e a Teheran. E negli anni `80 la Casa bianca finanzia gli integralisti musulmani che combattono in Afghanistan contro i sovietici, e consente alla dinastia di El Saud di far piovere dollari su tutti i fanatici dell'Islam, dall'Algeria all'Indonesia (e poi alla Bosnia, alla Cecenia).
Da quanto precede è però chiaro che, pur se è riemersa come protagonista nella lotta politica mondiale, la religione è ben lungi dal costituirne il movente e l'obiettivo principale. Essa costituisce la forma che assume il conflitto, l'armatura di cui esso si avvolge, lo strumento di propaganda che usa, ma non certo il movente né l'obiettivo principale. Proprio perché si può essere fondamentalisti e capitalisti, possiamo scommettere che Bush pensa sì di essere lo strumento della volontà divina nel rimettere in ordine il mondo, ma solo perché - e solo se - Dio sembra avere una particolare predilezione per l'impero americano e per i dividendi delle corporations Usa.
Può sembrare superfluo ricordarlo, ma un famoso saggio del `600 (scritto dopo la Guerra dei Trent'anni) attribuito alla scuola spinoziana (o addirittura allo stesso Baruch Spinoza), Il trattato dei tre impostori (e cioè Mosè, Gesù e Maometto) enumera i modi in cui «i legislatori e i politici si sono serviti della religione». La prima maniera, «che è anche la più comune e più usata, è stata quella di dare a intendere ai popoli di essere ispirati direttamente dagli dei per poter imporre più facilmente quello che volevano fosse eseguito»; un'altra maniera «si basa su voci false, rivelazioni e profezie che si spargono di proposito per spaventare, sbigottire, fiaccare il popolo, oppure renderlo ardito e coraggioso, secondo le esigenze...». C'è ancora un'altra maniera, molto più rapida e più sicura, «che consiste nell'avere al proprio seguito predicatori e nel servirsi di buoni parlatori» (oggi bisognerebbe aggiornare l'immagine con i professionisti dei media).
Ma la maniera, che più ci riguarda da vicino e che irresistibilmente ci ricorda il giovane Bush, è certo l'ultima evocata dal Trattato dei tre impostori: «l'invenzione che è sempre stata più in uso, e quella praticata con più astuzia, consentiva d'intraprendere col pretesto della religione, ciò che nessun altro pretesto avrebbe potuto rendere valido e legittimo».
giovedì 13 marzo 2003
La Repubblica 13.3.03
GIOVEDÌ, 13 MARZO 2003
Edizione di Milano Pagina IX
L´INTERVENTO
Un compromesso tra pessimismo e orgoglio
La psichiatria da salvare
Il recente articolo di Franco La Spina e la risposta del dottor Mencacci sulla psichiatria ci hanno lasciato l´impressione che nè la visione senza speranza del primo né quella orgogliosamente ottimistica del secondo corrispondano alla reale complessità e problematicità dell´attuale fase di sviluppo della psichiatria, in particolare a Milano. In entrambi gli interventi viene infatti trascurato che gli psicologi, gli educatori, gli infermieri e gli assistenti sociali - insieme agli psichiatri - debbono tuttora essere tutti considerati parte essenziale di uno strumento di lavoro irrinunciabile, l´équipe multiprofessionale, che corrisponde ad un necessario approccio multidimensionale e integrato alla complessità biopsicosociale della sofferenza mentale.
Ci sembra dalle loro parole che, nell´azione di tutela della salute mentale, la posizione centrale non sia più occupata dall´équipe, bensì dallo psichiatra. Crediamo che si stia così realizzando una progressiva psichiatrizzazione del vasto campo della salute mentale, dove lo psichiatra si confronta sempre più spesso solo con se stesso e, con difficoltà, solo con gli interlocutori “esterni” (le associazioni di famigliari ecc.).
La monocultura psichiatrica, lasciata a se stessa, è esposta, anche secondo gli psichiatri più avvertiti, al rischio che prevalgano approcci ancora più ristretti(ad esempio quelli biologici), che indicano nel farmaco, più o meno ben proposto al paziente, come l´intervento di elezione, rispetto al quale il resto dell´attività è puramente accessorio.
Non solo. A quest´approccio riduttivo, che rinuncia alla possibilità di una presa in carico effettiva e globale del paziente in relazione a tutti gli aspetti compromessi della sua esistenza, corrisponde, il ricorso sempre più diffuso – e costoso - al ricovero in strutture residenziali che, a sua volta, porta alla separazione definitiva del paziente dalla sua rete di rapporti sociali e familiari. Riteniamo pertanto che questa pratica della psichiatria vada interrotta e corretta. Occorre attuare un profondo ripensamento nel campo della assistenza alla sofferenza mentale, sulla base di una ri-valorizzazione delle diverse componenti professionali presenti, attraverso un lavoro centrato più sui progetti che responsabilizzino le figure più idonee a condurli e meno sulle singole strutture (che si stanno ormai ipertrofizzando e irrigidendo).
Roberto Bergonzi (Ordine degli psicologi), Franco Merlini (Associazione unitaria psicologi italiani), Riccardo Telleschi (Società italiana di psicologia clinica e psicoterapia)
GIOVEDÌ, 13 MARZO 2003
Edizione di Milano Pagina IX
L´INTERVENTO
Un compromesso tra pessimismo e orgoglio
La psichiatria da salvare
Il recente articolo di Franco La Spina e la risposta del dottor Mencacci sulla psichiatria ci hanno lasciato l´impressione che nè la visione senza speranza del primo né quella orgogliosamente ottimistica del secondo corrispondano alla reale complessità e problematicità dell´attuale fase di sviluppo della psichiatria, in particolare a Milano. In entrambi gli interventi viene infatti trascurato che gli psicologi, gli educatori, gli infermieri e gli assistenti sociali - insieme agli psichiatri - debbono tuttora essere tutti considerati parte essenziale di uno strumento di lavoro irrinunciabile, l´équipe multiprofessionale, che corrisponde ad un necessario approccio multidimensionale e integrato alla complessità biopsicosociale della sofferenza mentale.
Ci sembra dalle loro parole che, nell´azione di tutela della salute mentale, la posizione centrale non sia più occupata dall´équipe, bensì dallo psichiatra. Crediamo che si stia così realizzando una progressiva psichiatrizzazione del vasto campo della salute mentale, dove lo psichiatra si confronta sempre più spesso solo con se stesso e, con difficoltà, solo con gli interlocutori “esterni” (le associazioni di famigliari ecc.).
La monocultura psichiatrica, lasciata a se stessa, è esposta, anche secondo gli psichiatri più avvertiti, al rischio che prevalgano approcci ancora più ristretti(ad esempio quelli biologici), che indicano nel farmaco, più o meno ben proposto al paziente, come l´intervento di elezione, rispetto al quale il resto dell´attività è puramente accessorio.
Non solo. A quest´approccio riduttivo, che rinuncia alla possibilità di una presa in carico effettiva e globale del paziente in relazione a tutti gli aspetti compromessi della sua esistenza, corrisponde, il ricorso sempre più diffuso – e costoso - al ricovero in strutture residenziali che, a sua volta, porta alla separazione definitiva del paziente dalla sua rete di rapporti sociali e familiari. Riteniamo pertanto che questa pratica della psichiatria vada interrotta e corretta. Occorre attuare un profondo ripensamento nel campo della assistenza alla sofferenza mentale, sulla base di una ri-valorizzazione delle diverse componenti professionali presenti, attraverso un lavoro centrato più sui progetti che responsabilizzino le figure più idonee a condurli e meno sulle singole strutture (che si stanno ormai ipertrofizzando e irrigidendo).
Roberto Bergonzi (Ordine degli psicologi), Franco Merlini (Associazione unitaria psicologi italiani), Riccardo Telleschi (Società italiana di psicologia clinica e psicoterapia)
La Repubblica Salute 13.3.03
Così La cellula segnala
se c’è uno stress emotivo
Ecco come lo psichico diventa somatico Scoperto il meccanismo che attiva l’infiammazione: uno studio interuniversitario tedescoamericano
Francesco Bottaccioli
Da quando nel 1936 Hans Selye descrisse la reazione di stress e le sue conseguenze sulla fisiopatologia dell’animale, si è accumulata una rilevante evidenza scientifica sul rapporto tra cattiva gestione dello stress (distress) e malattie umane, in particolare cardiovascolari, immunitarie, psichiatriche, degenerative.
Per spiegare il ruolo dello stress si chiamano in causa le modificazioni che gli ormoni rilasciati dalle surrenali, cortisolo e catecolamine (adrenalina, noradrenalina e dopamina), inducono sui principali sistemi di regolazione dell’organismo umano. Sappiamo infatti che uno stress cronico è in grado di alterare l’equilibrio immunitario e il normale funzionamento del cervello, con conseguenze molteplici sulla salute.
Ma, fino ad ora, non avevamo la dimostrazione molecolare degli effetti dello stress sull’unità di base dell’organismo, sulla cellula.
E’ il problema della cosiddetta conversione dallo psichico al somatico che ha arrovellato per cinquant’anni la medicina psicosomatica e che, al tempo stesso, ha costituito, per la medicina classica, l’alibi per tenerne ai margini la ricerca, l’insegnamento e l’applicazione terapeutica.
Sul numero del 18 febbraio di Proceedings of National Academy of Sciences, la rivista dell’Accademia delle Scienze degli Usa, un gruppo interuniversitario tedesco con la collaborazione di Bruce McEwen, della Rockefeller University di New York e autorità indiscussa in materia, ha dimostrato che lo stress arriva fin dentro la cellula, inducendo l’espressione di geni che comandano la produzione di sostanze infiammatorie. Prima di questo studio avevamo dati che riguardano gli animali da esperimento o persone in un particolare stato di salute e di stress, come donne operate per un tumore al seno.
Lo studio tedesco, invece, ha riguardato un gruppo di ventenni, maschi e femmine, in buona salute, sottoposti a un semplice test di stress acuto, chiamato Trier social stress test, che in pratica consiste nel parlare e nell’eseguire calcoli aritmetici in pubblico per quindici minuti.
Un minuto prima del test ad ogni volontario è stato fatto un prelievo di sangue per misurare sia l’ACTH (l’ormone adrenocorticotropo prodotto dalla ipofisi che stimola le surrenali a produrre cortisolo) sia l’adrenalina e la noradrenalina. Dalla saliva, invece, è stato misurato il cortisolo. Successivamente, la stessa procedura è stata di nuovo applicata a tutti i partecipanti allo studio, a distanza di dieci e di sessanta minuti dalla esecuzione del test.
Al tempo stesso, dai campioni di sangue sono state estratti i monociti, cellule immunitarie circolanti nel sangue che svolgono una funzione di difesa di prima linea. In queste cellule è stato misurato, prima e dopo il test, il livello di una proteina chiamata NFkB, un fattore di trascrizione nucleare.
La funzione di NFkB è quella di portare ai geni contenuti nel nucleo della cellula un messaggio di attivazione, che può essere infiammatoria e\o di duplicazione cellulare (vedi immagine). Nel caso dei monociti, l’NFkB causa innanzitutto l’attivazione di geni che codificano per la sintesi di IL1, TNFalfa (fondamentali citochine infiammatorie) e anche per molecole che predispongono i vasi sanguigni all’infiammazione (cosiddette molecole di adesione dell’endotelio vasale).
Su diciannove partecipanti al test, diciassette hanno presentato un aumento degli ormoni dello stress: questi ragazzi avevano quindi subito uno stress. Nei loro monociti è stata trovata una triplicazione della quantità di NFkB attivo. Lo stimolo stressante aveva quindi raggiunto la cellula.
* Scuola di medicina integrata, Roma www.simaiss.it
Così La cellula segnala
se c’è uno stress emotivo
Ecco come lo psichico diventa somatico Scoperto il meccanismo che attiva l’infiammazione: uno studio interuniversitario tedescoamericano
Francesco Bottaccioli
Da quando nel 1936 Hans Selye descrisse la reazione di stress e le sue conseguenze sulla fisiopatologia dell’animale, si è accumulata una rilevante evidenza scientifica sul rapporto tra cattiva gestione dello stress (distress) e malattie umane, in particolare cardiovascolari, immunitarie, psichiatriche, degenerative.
Per spiegare il ruolo dello stress si chiamano in causa le modificazioni che gli ormoni rilasciati dalle surrenali, cortisolo e catecolamine (adrenalina, noradrenalina e dopamina), inducono sui principali sistemi di regolazione dell’organismo umano. Sappiamo infatti che uno stress cronico è in grado di alterare l’equilibrio immunitario e il normale funzionamento del cervello, con conseguenze molteplici sulla salute.
Ma, fino ad ora, non avevamo la dimostrazione molecolare degli effetti dello stress sull’unità di base dell’organismo, sulla cellula.
E’ il problema della cosiddetta conversione dallo psichico al somatico che ha arrovellato per cinquant’anni la medicina psicosomatica e che, al tempo stesso, ha costituito, per la medicina classica, l’alibi per tenerne ai margini la ricerca, l’insegnamento e l’applicazione terapeutica.
Sul numero del 18 febbraio di Proceedings of National Academy of Sciences, la rivista dell’Accademia delle Scienze degli Usa, un gruppo interuniversitario tedesco con la collaborazione di Bruce McEwen, della Rockefeller University di New York e autorità indiscussa in materia, ha dimostrato che lo stress arriva fin dentro la cellula, inducendo l’espressione di geni che comandano la produzione di sostanze infiammatorie. Prima di questo studio avevamo dati che riguardano gli animali da esperimento o persone in un particolare stato di salute e di stress, come donne operate per un tumore al seno.
Lo studio tedesco, invece, ha riguardato un gruppo di ventenni, maschi e femmine, in buona salute, sottoposti a un semplice test di stress acuto, chiamato Trier social stress test, che in pratica consiste nel parlare e nell’eseguire calcoli aritmetici in pubblico per quindici minuti.
Un minuto prima del test ad ogni volontario è stato fatto un prelievo di sangue per misurare sia l’ACTH (l’ormone adrenocorticotropo prodotto dalla ipofisi che stimola le surrenali a produrre cortisolo) sia l’adrenalina e la noradrenalina. Dalla saliva, invece, è stato misurato il cortisolo. Successivamente, la stessa procedura è stata di nuovo applicata a tutti i partecipanti allo studio, a distanza di dieci e di sessanta minuti dalla esecuzione del test.
Al tempo stesso, dai campioni di sangue sono state estratti i monociti, cellule immunitarie circolanti nel sangue che svolgono una funzione di difesa di prima linea. In queste cellule è stato misurato, prima e dopo il test, il livello di una proteina chiamata NFkB, un fattore di trascrizione nucleare.
La funzione di NFkB è quella di portare ai geni contenuti nel nucleo della cellula un messaggio di attivazione, che può essere infiammatoria e\o di duplicazione cellulare (vedi immagine). Nel caso dei monociti, l’NFkB causa innanzitutto l’attivazione di geni che codificano per la sintesi di IL1, TNFalfa (fondamentali citochine infiammatorie) e anche per molecole che predispongono i vasi sanguigni all’infiammazione (cosiddette molecole di adesione dell’endotelio vasale).
Su diciannove partecipanti al test, diciassette hanno presentato un aumento degli ormoni dello stress: questi ragazzi avevano quindi subito uno stress. Nei loro monociti è stata trovata una triplicazione della quantità di NFkB attivo. Lo stimolo stressante aveva quindi raggiunto la cellula.
* Scuola di medicina integrata, Roma www.simaiss.it
Giornale di Brescia Giovedì 13 marzo 200
L’angoscia dell’Occidente, la tecnica, la verità: le radici filosofiche di un «no» convinto al nichilismo
Severino, il mio pensiero all’eterno «Alla Chiesa dico grazie per la serietà e la severità con cui ha affrontato le mie tesi»
Giacomo Scanzi
Nel cestello, sul tavolino del salotto, i wafer di Babbi. Li riconosco. Già in un’altra occasione, seduti in poltrona, parlando di Eraclito, Parmenide, San Tommaso, il professore m’aveva offerto questa piccola delizia. Una passione minima - sottolinea -. Gli ricordo garbatamente di aver già assaggiato poco più di un anno fa, proprio in casa sua quei biscottini viennesi. Altrettanto garbatamente e ironicamente mi rassicura: «Non sono gli stessi di allora. Nel frattempo ne abbiamo comprati altri...». Ironia. Garbata, delicata, che appare immediatamente stile di vita, orizzonte umano in cui svolgere l’esistenza. Dal nostro colloquiare, emergono i punti forti del pensiero di Emanuele Severino: il primato della filosofia, luogo e dimensione supremi dell’essere dell’uomo, e una visione per così dire ottimistica dell’essere, colto nell’eternità di ogni suo istante. È qui che il filosofo rivendica il proprio antinichilismo e una posizione terza rispetto alla tradizionale contrapposizione tra «amici di Dio e suoi nemici», ovvero credenti e atei. Superare il nulla originario su cui è costruita la nostra civiltà, questo il cuore della sua opposizione radicale al nichilismo contemporaneo. Alle pareti, tra i molti, impegnativi quadri, tra le tante sculture - del figlio Federico innanzitutto - tra libri di ogni specie, anche qualche collage, ironico appunto. «Sono opera di mia moglie - spiega Emanuele Severino - li realizza per prendermi in giro». Uno di questi riproduce una seicentesca famille philosophique: Severino compare con tanto di costume e girocollo azimato, in compagnia di Eco, Vattimo, Cacciari. È l’occasione per porre la prima domanda: chi è il filosofo oggi e - approfittando del garbato senso dell’ironia - come si sente un filosofo in pensione? «Mi rendo conto che queste sono le frasi che dicono tutti i pensionati. Ma non ho mai lavorato tanto come in questo periodo. Il fatto è che neanche da non filosofo sono in pensione. In pensione ci vado tra due anni. A Venezia non insegno più agli studenti, è vero, ma continua tutta l’altra attività accademica. L’altro giorno abbiamo dovuto nominare il nuovo direttore di dipartimento perché - è il caso di ricordarlo - è mancato il mio carissimo, carissimo Italo Valent, uno dei miei allievi migliori. Io sono il decano dell’Università di Venezia. Decano - ci tengo a dirlo - non è colui che è più anziano anagraficamente, ma colui che lo è dal punto di vista accademico. Poi la sua battuta mi piace... Filosofo in pensione vorrebbe dire che non pensa più? Allora no, non sarò mai pensionato. Il pensare è la vita, è la cosa più importante. È la dimensione dentro la quale acquistano importanza tutte le altre cose. Chi è il filosofo….. Quando la filosofia si determina in un certo modo, è un grande privilegiato. È una fortuna che vi sia una società che dà il tempo ad alcuni individui di pensare. Detto questo è bene lasciare sullo sfondo l’individuo-filosofo e lasciare che venga in primo piano la filosofia. Benissimo, la filosofia... Un mondo senza filosofia sarebbe subumano, regno della barbarie. Spero non venga mai meno il desiderio di insegnare la filosofia anche se qualche segnale negativo in questo senso purtroppo c’è. Sia chiaro, noi italiani non abbiamo da invidiare nulla alla filosofia degli altri Paesi. Tuttavia, rispetto al grande inizio del pensiero filosofico tra Otto e Novecento - penso a Leopardi, Nietzsche, Gentile - la situazione ha un poco segnato il passo. Dopo il grande inizio in cui il pensatore contemporaneo ingaggia quella gigantomachia con il grande pensiero classico (Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso, Cartesio, Kant, Hegel...) il pensiero filosofico si è come seduto sui risultati. E i risultati sono drammatici. Sono stati ereditati gli esiti dello scontro della filosofia contemporanea rispetto alla tradizione, islamismo compreso, senza più pensare quali sono stati i motivi radicali che hanno portato la contemporaneità ad allontanarsi dal passato. Per cui oggi abbiamo una filosofia laica nella condizione di farsi togliere di mezzo con relativa facilità dai grandi valori del passato. La contemporaneità è la negazione radicale della tradizione. Ma la contemporaneità sembra non prendere coscienza della forza che possiede rispetto al passato e alla tradizione. Senza questa forza la contemporaneità diventa essa stessa una fede che non si vede perché debba prevalere su altre fedi che intende contestare. La filosofia contemporanea mostra insomma l’inevitabilità del processo che conduce al tempo della lontananza da Dio. È qui che il mio discorso col credente diventa insieme duro e fecondo. Cosa si deve intendere per tradizione? Quando si parla di tradizione oggi occorre superare l’idea superficiale che vi sia in atto uno scontro tra cristianesimo e islam e che quest’ultimo costituisca la tradizione. Cristianesimo e islamismo sono entrambi due grandi esperienze che costituiscono la tradizione. Oggi il nemico dell’islamismo è la contemporaneità; non è il “Satana americano”, ma la filosofia di Leopardi, di Nietzsche... Sia chiaro, io vedo in circolazione una gran quantità di equivoci intorno a quello che scrivo. Questo mio discorso non deve essere inteso come una forma di adesione alla filosofia contemporanea. Che è ateismo. Il discorso del sottoscritto non significa schieramento in favore della filosofia contemporanea. Significa un’altra cosa: che se si parte dal pensiero greco è inevitabile arrivare alla contemporaneità. Resta la grossa questione: la necessità di partire da quel pensiero. È insomma un problema di coerenza interna dell’Occidente. L’Occidente: parola usata e abusata e portatrice di equivoci. Che ne pensa? Oggi si usa la parola Occidente in senso riduttivo, ad esempio lo si contrappone all’islamismo. Invece l’Islam è a pieno titolo un tratto dell’Occidente. L’Occidente è l’insieme di esperienze mentali, affettive, culturali, inconsce, istituzionali, pratiche - le opere - degli umani che si costituiscono in relazione a questo significato sopradominante che è il significato della cosa come essere ente, cioè come ciò che oscillando tra il nulla e l’essere e l’essere e il nulla dapprima evoca un senso d’angoscia, il divino, e poi - torniamo all’esperienza della filosofia contemporanea - si rende conto che se c’è il divino non ci può essere quell’oscillazione che determina l’essere cosa come ente. L’Occidente è ciò che cresce intorno al senso greco dell’essere ente. Questa crescita straordinaria è quella che io chiamo storia della follia. Professore, che posto e che senso hanno, dunque, le grandi contrapposizioni tra mondi, tra culture, tra civiltà, tra cristianesimo e islam, tra spiritualità e tecnicità? Sono contrapposizioni reali? Certo che sono reali, ma sono contrapposizioni che si sviluppano tutte a partire dalla stessa anima. Ma in questa prospettiva l’Occidente non rischia di includere tutto , di essere l’unico orizzonte possibile? No, non include tutto. L’Occidente è l’episodio del Negativo che d’altra parte è necessario che sia. Il tutto dentro la grande sfera della Verità. La sfera della Verità avvolge la follia e però la follia è essenziale, perché la Verità è negazione dell’errore e della follia. Mi par di capire che il suo sia un pensiero dialettico... Certamente sì, con una precisazione: per Hegel ciò che la Verità nega, permane come immagine. Lo sviluppo dialettico brucia ciò che è tolto dalla verità e la verità annienta il sangue e le ossa del negativo e conserva solo le sue determinazioni formali. La mia è una dialettica che conserva ciò che in essa è totalmente passato. Guardando al grande futuro dell’umanità, del nostro essere uomini, lo sviluppo infinito conserva in carne ed ossa in ognuno di noi la totalità dell’umano. Questa è la tesi. Ma questa tesi non è forse molto vicina alla resurrezione cristiana? Si parla di resurrezione solo in relazione a una corruzione. Quando i grandi testi teologici e filosofici parlano di resurrezione, la intendono sempre in termini di annientamento. Questo è il centro di tutto il discorso. L’Occidente pensa che gli essenti si annientano, anche quando mostra questa possibilità gioiosa della resurrezione, al proprio fondo conserva questo pessimismo radicale che vede l’essente come ciò che di per sé se ne va nel niente e che ha bisogno di una grazia divina per recuperarlo. L’eternità dell’essente - ciò che chiamo Gloria - è qualcosa d’altro; è un’apertura infinita che conserva la totalità delle esperienze sensibili e in ognuno di noi le conserva, poiché ognuno di noi è destinato a fare esperienza della totalità dell’esperienza umana. Barzaghi dice che questo è il concetto cristiano della comunione dei santi... Io ho qualche perplessità per le stesse ragioni espresse a proposito della sua obiezione sulla resurrezione. Che questo discorso - d’altra parte - non abbia nulla a che vedere con l’ateismo che impoverisce il senso del tutto a ciò che del senso comune percepiamo del mondo, beh mi pare evidente. Parliamo del suo rapporto con la Chiesa. Da qualche tempo si è sviluppato un dialogo tra lei ed alcuni teologi. Ha citato Barzaghi, io cito Coda... «Il mio discorso filosofico non prescinde affatto dalla Chiesa e dal Cristianesimo. Anzi, le dirò di più: ho sempre rispettato e sottolineato la serietà con cui la Chiesa ha affrontato le mie posizioni filosofiche, anche nel momento in cui è avvenuto lo scontro, la frattura. Io ho sempre espresso ammirazione per la serietà con cui l’autorità ecclesiastica ha esaminato le mie posizioni e mi ha invitato a discuterle. Non condivido affatto quindi chi mi ritiene una vittima. Anzi, per me è stata, anche quella circostanza, un’esperienza culturale interessantissima e feconda. La Chiesa non è mai stata leggera con me, è stata seria e severa, e di questo la ringrazio. Quanto ai teologi devo dire che sono colpito dall’attenzione e dal dialogo che hanno avviato. Qualcuno ritiene che la mia filosofia possa costituire una sorta di “preambula fidei”. Beh, confesso che il dialogo mi lusinga, anche se l’esito mi lascia alquanto perplesso. Io non credo che la teologia dica quel che dico io. Se fosse così, allora io dovrei dirmi cristiano. Il punto è forse questo: cos’è - ed è possibile? - il Cristianesimo spogliato della sua storicità?
L’angoscia dell’Occidente, la tecnica, la verità: le radici filosofiche di un «no» convinto al nichilismo
Severino, il mio pensiero all’eterno «Alla Chiesa dico grazie per la serietà e la severità con cui ha affrontato le mie tesi»
Giacomo Scanzi
Nel cestello, sul tavolino del salotto, i wafer di Babbi. Li riconosco. Già in un’altra occasione, seduti in poltrona, parlando di Eraclito, Parmenide, San Tommaso, il professore m’aveva offerto questa piccola delizia. Una passione minima - sottolinea -. Gli ricordo garbatamente di aver già assaggiato poco più di un anno fa, proprio in casa sua quei biscottini viennesi. Altrettanto garbatamente e ironicamente mi rassicura: «Non sono gli stessi di allora. Nel frattempo ne abbiamo comprati altri...». Ironia. Garbata, delicata, che appare immediatamente stile di vita, orizzonte umano in cui svolgere l’esistenza. Dal nostro colloquiare, emergono i punti forti del pensiero di Emanuele Severino: il primato della filosofia, luogo e dimensione supremi dell’essere dell’uomo, e una visione per così dire ottimistica dell’essere, colto nell’eternità di ogni suo istante. È qui che il filosofo rivendica il proprio antinichilismo e una posizione terza rispetto alla tradizionale contrapposizione tra «amici di Dio e suoi nemici», ovvero credenti e atei. Superare il nulla originario su cui è costruita la nostra civiltà, questo il cuore della sua opposizione radicale al nichilismo contemporaneo. Alle pareti, tra i molti, impegnativi quadri, tra le tante sculture - del figlio Federico innanzitutto - tra libri di ogni specie, anche qualche collage, ironico appunto. «Sono opera di mia moglie - spiega Emanuele Severino - li realizza per prendermi in giro». Uno di questi riproduce una seicentesca famille philosophique: Severino compare con tanto di costume e girocollo azimato, in compagnia di Eco, Vattimo, Cacciari. È l’occasione per porre la prima domanda: chi è il filosofo oggi e - approfittando del garbato senso dell’ironia - come si sente un filosofo in pensione? «Mi rendo conto che queste sono le frasi che dicono tutti i pensionati. Ma non ho mai lavorato tanto come in questo periodo. Il fatto è che neanche da non filosofo sono in pensione. In pensione ci vado tra due anni. A Venezia non insegno più agli studenti, è vero, ma continua tutta l’altra attività accademica. L’altro giorno abbiamo dovuto nominare il nuovo direttore di dipartimento perché - è il caso di ricordarlo - è mancato il mio carissimo, carissimo Italo Valent, uno dei miei allievi migliori. Io sono il decano dell’Università di Venezia. Decano - ci tengo a dirlo - non è colui che è più anziano anagraficamente, ma colui che lo è dal punto di vista accademico. Poi la sua battuta mi piace... Filosofo in pensione vorrebbe dire che non pensa più? Allora no, non sarò mai pensionato. Il pensare è la vita, è la cosa più importante. È la dimensione dentro la quale acquistano importanza tutte le altre cose. Chi è il filosofo….. Quando la filosofia si determina in un certo modo, è un grande privilegiato. È una fortuna che vi sia una società che dà il tempo ad alcuni individui di pensare. Detto questo è bene lasciare sullo sfondo l’individuo-filosofo e lasciare che venga in primo piano la filosofia. Benissimo, la filosofia... Un mondo senza filosofia sarebbe subumano, regno della barbarie. Spero non venga mai meno il desiderio di insegnare la filosofia anche se qualche segnale negativo in questo senso purtroppo c’è. Sia chiaro, noi italiani non abbiamo da invidiare nulla alla filosofia degli altri Paesi. Tuttavia, rispetto al grande inizio del pensiero filosofico tra Otto e Novecento - penso a Leopardi, Nietzsche, Gentile - la situazione ha un poco segnato il passo. Dopo il grande inizio in cui il pensatore contemporaneo ingaggia quella gigantomachia con il grande pensiero classico (Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso, Cartesio, Kant, Hegel...) il pensiero filosofico si è come seduto sui risultati. E i risultati sono drammatici. Sono stati ereditati gli esiti dello scontro della filosofia contemporanea rispetto alla tradizione, islamismo compreso, senza più pensare quali sono stati i motivi radicali che hanno portato la contemporaneità ad allontanarsi dal passato. Per cui oggi abbiamo una filosofia laica nella condizione di farsi togliere di mezzo con relativa facilità dai grandi valori del passato. La contemporaneità è la negazione radicale della tradizione. Ma la contemporaneità sembra non prendere coscienza della forza che possiede rispetto al passato e alla tradizione. Senza questa forza la contemporaneità diventa essa stessa una fede che non si vede perché debba prevalere su altre fedi che intende contestare. La filosofia contemporanea mostra insomma l’inevitabilità del processo che conduce al tempo della lontananza da Dio. È qui che il mio discorso col credente diventa insieme duro e fecondo. Cosa si deve intendere per tradizione? Quando si parla di tradizione oggi occorre superare l’idea superficiale che vi sia in atto uno scontro tra cristianesimo e islam e che quest’ultimo costituisca la tradizione. Cristianesimo e islamismo sono entrambi due grandi esperienze che costituiscono la tradizione. Oggi il nemico dell’islamismo è la contemporaneità; non è il “Satana americano”, ma la filosofia di Leopardi, di Nietzsche... Sia chiaro, io vedo in circolazione una gran quantità di equivoci intorno a quello che scrivo. Questo mio discorso non deve essere inteso come una forma di adesione alla filosofia contemporanea. Che è ateismo. Il discorso del sottoscritto non significa schieramento in favore della filosofia contemporanea. Significa un’altra cosa: che se si parte dal pensiero greco è inevitabile arrivare alla contemporaneità. Resta la grossa questione: la necessità di partire da quel pensiero. È insomma un problema di coerenza interna dell’Occidente. L’Occidente: parola usata e abusata e portatrice di equivoci. Che ne pensa? Oggi si usa la parola Occidente in senso riduttivo, ad esempio lo si contrappone all’islamismo. Invece l’Islam è a pieno titolo un tratto dell’Occidente. L’Occidente è l’insieme di esperienze mentali, affettive, culturali, inconsce, istituzionali, pratiche - le opere - degli umani che si costituiscono in relazione a questo significato sopradominante che è il significato della cosa come essere ente, cioè come ciò che oscillando tra il nulla e l’essere e l’essere e il nulla dapprima evoca un senso d’angoscia, il divino, e poi - torniamo all’esperienza della filosofia contemporanea - si rende conto che se c’è il divino non ci può essere quell’oscillazione che determina l’essere cosa come ente. L’Occidente è ciò che cresce intorno al senso greco dell’essere ente. Questa crescita straordinaria è quella che io chiamo storia della follia. Professore, che posto e che senso hanno, dunque, le grandi contrapposizioni tra mondi, tra culture, tra civiltà, tra cristianesimo e islam, tra spiritualità e tecnicità? Sono contrapposizioni reali? Certo che sono reali, ma sono contrapposizioni che si sviluppano tutte a partire dalla stessa anima. Ma in questa prospettiva l’Occidente non rischia di includere tutto , di essere l’unico orizzonte possibile? No, non include tutto. L’Occidente è l’episodio del Negativo che d’altra parte è necessario che sia. Il tutto dentro la grande sfera della Verità. La sfera della Verità avvolge la follia e però la follia è essenziale, perché la Verità è negazione dell’errore e della follia. Mi par di capire che il suo sia un pensiero dialettico... Certamente sì, con una precisazione: per Hegel ciò che la Verità nega, permane come immagine. Lo sviluppo dialettico brucia ciò che è tolto dalla verità e la verità annienta il sangue e le ossa del negativo e conserva solo le sue determinazioni formali. La mia è una dialettica che conserva ciò che in essa è totalmente passato. Guardando al grande futuro dell’umanità, del nostro essere uomini, lo sviluppo infinito conserva in carne ed ossa in ognuno di noi la totalità dell’umano. Questa è la tesi. Ma questa tesi non è forse molto vicina alla resurrezione cristiana? Si parla di resurrezione solo in relazione a una corruzione. Quando i grandi testi teologici e filosofici parlano di resurrezione, la intendono sempre in termini di annientamento. Questo è il centro di tutto il discorso. L’Occidente pensa che gli essenti si annientano, anche quando mostra questa possibilità gioiosa della resurrezione, al proprio fondo conserva questo pessimismo radicale che vede l’essente come ciò che di per sé se ne va nel niente e che ha bisogno di una grazia divina per recuperarlo. L’eternità dell’essente - ciò che chiamo Gloria - è qualcosa d’altro; è un’apertura infinita che conserva la totalità delle esperienze sensibili e in ognuno di noi le conserva, poiché ognuno di noi è destinato a fare esperienza della totalità dell’esperienza umana. Barzaghi dice che questo è il concetto cristiano della comunione dei santi... Io ho qualche perplessità per le stesse ragioni espresse a proposito della sua obiezione sulla resurrezione. Che questo discorso - d’altra parte - non abbia nulla a che vedere con l’ateismo che impoverisce il senso del tutto a ciò che del senso comune percepiamo del mondo, beh mi pare evidente. Parliamo del suo rapporto con la Chiesa. Da qualche tempo si è sviluppato un dialogo tra lei ed alcuni teologi. Ha citato Barzaghi, io cito Coda... «Il mio discorso filosofico non prescinde affatto dalla Chiesa e dal Cristianesimo. Anzi, le dirò di più: ho sempre rispettato e sottolineato la serietà con cui la Chiesa ha affrontato le mie posizioni filosofiche, anche nel momento in cui è avvenuto lo scontro, la frattura. Io ho sempre espresso ammirazione per la serietà con cui l’autorità ecclesiastica ha esaminato le mie posizioni e mi ha invitato a discuterle. Non condivido affatto quindi chi mi ritiene una vittima. Anzi, per me è stata, anche quella circostanza, un’esperienza culturale interessantissima e feconda. La Chiesa non è mai stata leggera con me, è stata seria e severa, e di questo la ringrazio. Quanto ai teologi devo dire che sono colpito dall’attenzione e dal dialogo che hanno avviato. Qualcuno ritiene che la mia filosofia possa costituire una sorta di “preambula fidei”. Beh, confesso che il dialogo mi lusinga, anche se l’esito mi lascia alquanto perplesso. Io non credo che la teologia dica quel che dico io. Se fosse così, allora io dovrei dirmi cristiano. Il punto è forse questo: cos’è - ed è possibile? - il Cristianesimo spogliato della sua storicità?
giovedì 6 marzo 2003
L’Unità, Firenze e Toscana, giovedì 6.3.03, pag. III
Il cortometraggio della romana Iole Natoli proiettato al cineclub Cinecittà, ha riscosso grande successo all'estero ma in Italia non trova distributori
Amore e politica a un millimetro dal cuore
di Donatella Coccoli
FIRENZE L'incontro tra due sconosciuti una donna e un uomo. Uno sguardo, e l'attrazione istantanea, totale, senza parole. Poi il gioco dei corpi e la sensazione, nella donna, di una ricchezza interna nata da quell'incontro senza pensare. E' la donna che racconta e, mentre parla, rivive il passato che poi, alla fine, diventa di nuovo presente. Il tutto rappresentato senza scivolare nel "romantico", con uno stile rigoroso, assolutamente non documentarista, ma anzi, potremmo dire, espressionista, tra musica e parole di alta poesia.
Questa, l'essenza del cortometraggio "A un millimetro dal cuore" della regista romana Iole Natoli, proiettato lo scorso fine settimana, a cura dell'associazione Il Gigante al cineclub Cinecittà di via Pisana a Firenze, alla presenza dell'autrice e di alcuni attori: Giulia Mombelli, la protagonista femminile (l’uomo è Diego Ribon), Alice Marchitelli, l'amica a cui racconta il suo incontro, l'autore delle bellissime musiche Tony Carnevale e il produttore Francesco Lomastro. Ad accogliere l'autrice, che dal 1987 ha collaborato come aiuto regista o segretaria di edizione a più di quaranta film di registi tra i quali Marco Bellocchio (che nel corto interpreta una piccola, parte), Ettore Scola, Ricky Tognazzi, Roberto Giannarelli, una sala gremita di spettatori.
Applausi e grande entusiasmo per una piccola grande opera di 28 minuti che ha ottenuto ottimi consensi oltre oceano e che, invece, stenta a trovare una sua collocazione nelle nostre sale. L'opera, terminata un anno fa, è stata presentata al Taormina Intemational Short Film e anche al Torìno Filmfestival, ma è al festival internazionale dei corti di Palm Springs (1600 i titoli presenti) che A un millimetro -dal cuore è stato salutato come una rivelazione ed acquistato, unica produzione europea, dalla più importante casa di distribuzione di cortometraggi in America, la Hypnotic
Iole Natoli, quando le è venuta l'idea del film?
Nel'98, poi è stata abbandonata e ripresa alla fine del '99. Devo dire che tantissimi amicí mi hanno dato una mano a realizzare questa storia sulla dimensione di sconosciuto che nella mia ricerca è sempre stata presente. Ad un certo punto ho chiesto a Massimo Fagioli (lo psichiatra autore di Istinto di morte e conoscenza Ndr), di poter usare una sua poesia. Questa ha contaminato la situazione e così è successo che ho scritto anch’io una delle tre poesie del film, quella dell'inizio (l‘altra è del poeta turco Hikmet)
Nel film la donna si fida dell'uomo.
Si, anche se all'inizio non si sente tanto libera. Ma quello che è importante, naturalmente, è che la risposta dell'uomo c'è stata. E' fondamentale. Lui, se avesse voluto, sarebbe potuto andar via,..
Un film sull'amore, In cui c'è una speranza.
Sì, per me questo è un film politico, nel senso più profondo del termine. Abbiamo cominciato a girarlo tre giorni dopo l’11 settembre, in giro c'era come una cappa di piombo, ed era come affermare una speranza di vita. E poi io sono convinta che se si affrontano i rapporti umani con un discorso sulle immagini interne, sull' immagine femminile, si può arrivare a fare un film politico, anche se è una storia d'amore. Per me l'arte è impegno. Non puoi scrivere o comporre se non fai una ricerca sull'inconscio, sulle malattie mentali Per me la dimensione dell'artista è diversa da quella tradizionale che vede l'artista malato. lo penso invece che più stai bene, più ti fidi e più c'è speranza. Insomma, da questo film si esce pensando che è possibile star bene.
Il cortometraggio della romana Iole Natoli proiettato al cineclub Cinecittà, ha riscosso grande successo all'estero ma in Italia non trova distributori
Amore e politica a un millimetro dal cuore
di Donatella Coccoli
FIRENZE L'incontro tra due sconosciuti una donna e un uomo. Uno sguardo, e l'attrazione istantanea, totale, senza parole. Poi il gioco dei corpi e la sensazione, nella donna, di una ricchezza interna nata da quell'incontro senza pensare. E' la donna che racconta e, mentre parla, rivive il passato che poi, alla fine, diventa di nuovo presente. Il tutto rappresentato senza scivolare nel "romantico", con uno stile rigoroso, assolutamente non documentarista, ma anzi, potremmo dire, espressionista, tra musica e parole di alta poesia.
Questa, l'essenza del cortometraggio "A un millimetro dal cuore" della regista romana Iole Natoli, proiettato lo scorso fine settimana, a cura dell'associazione Il Gigante al cineclub Cinecittà di via Pisana a Firenze, alla presenza dell'autrice e di alcuni attori: Giulia Mombelli, la protagonista femminile (l’uomo è Diego Ribon), Alice Marchitelli, l'amica a cui racconta il suo incontro, l'autore delle bellissime musiche Tony Carnevale e il produttore Francesco Lomastro. Ad accogliere l'autrice, che dal 1987 ha collaborato come aiuto regista o segretaria di edizione a più di quaranta film di registi tra i quali Marco Bellocchio (che nel corto interpreta una piccola, parte), Ettore Scola, Ricky Tognazzi, Roberto Giannarelli, una sala gremita di spettatori.
Applausi e grande entusiasmo per una piccola grande opera di 28 minuti che ha ottenuto ottimi consensi oltre oceano e che, invece, stenta a trovare una sua collocazione nelle nostre sale. L'opera, terminata un anno fa, è stata presentata al Taormina Intemational Short Film e anche al Torìno Filmfestival, ma è al festival internazionale dei corti di Palm Springs (1600 i titoli presenti) che A un millimetro -dal cuore è stato salutato come una rivelazione ed acquistato, unica produzione europea, dalla più importante casa di distribuzione di cortometraggi in America, la Hypnotic
Iole Natoli, quando le è venuta l'idea del film?
Nel'98, poi è stata abbandonata e ripresa alla fine del '99. Devo dire che tantissimi amicí mi hanno dato una mano a realizzare questa storia sulla dimensione di sconosciuto che nella mia ricerca è sempre stata presente. Ad un certo punto ho chiesto a Massimo Fagioli (lo psichiatra autore di Istinto di morte e conoscenza Ndr), di poter usare una sua poesia. Questa ha contaminato la situazione e così è successo che ho scritto anch’io una delle tre poesie del film, quella dell'inizio (l‘altra è del poeta turco Hikmet)
Nel film la donna si fida dell'uomo.
Si, anche se all'inizio non si sente tanto libera. Ma quello che è importante, naturalmente, è che la risposta dell'uomo c'è stata. E' fondamentale. Lui, se avesse voluto, sarebbe potuto andar via,..
Un film sull'amore, In cui c'è una speranza.
Sì, per me questo è un film politico, nel senso più profondo del termine. Abbiamo cominciato a girarlo tre giorni dopo l’11 settembre, in giro c'era come una cappa di piombo, ed era come affermare una speranza di vita. E poi io sono convinta che se si affrontano i rapporti umani con un discorso sulle immagini interne, sull' immagine femminile, si può arrivare a fare un film politico, anche se è una storia d'amore. Per me l'arte è impegno. Non puoi scrivere o comporre se non fai una ricerca sull'inconscio, sulle malattie mentali Per me la dimensione dell'artista è diversa da quella tradizionale che vede l'artista malato. lo penso invece che più stai bene, più ti fidi e più c'è speranza. Insomma, da questo film si esce pensando che è possibile star bene.
mercoledì 5 marzo 2003
Corriere della Sera 5.3.03
L’ex leader dell’autonomia ricorda anche l’esperienza del carcere. «Arezzo? Troppo doloroso parlarne»
I terroristi e le «masse»: nuovo libro di Toni Negri
Nel testo, frutto di un dialogo con una psicanalista francese, riflessioni intimiste, considerazioni sul terrorismo e sul movimento dei No global
Giuliano Gallo
ROMA - Diavolo o idolo? Cattivo maestro o grande filosofo? E’ passato un quarto di secolo, ma Toni Negri continua a dividere, a provocare polemiche come alla fine degli anni Settanta, quando venne arrestato come «ispiratore» delle Brigate Rosse. Delle quali era stato anche accusato di essere il capo. Il quotidiano cattolico Avvenire gli dedicava ieri un’intera pagina, una pagina pesante: «Una semina di parole che può far sbocciare la lotta», diceva il titolo. E poi cinque colonne di analisi semantica del suo libro più importante, Impero , più di 100 mila copie vendute in tutto il mondo. Nel quale, secondo Avvenire , «è possibile rintracciare i germi di una continuità semantica con la lotta armata, anche se non v’è mai un invito all’assassinio politico». Ma c’è un altro libro del professore padovano, non ancora arrivato in Italia, destinato a suscitare ulteriori polemiche: si intitola Du Retour, abécédaire biopolitique . Un lungo colloquio con la psicoanalista francese Anne Dufourmantelle, dal quale emerge un Negri quasi intimista, che racconta di suo padre che era stato tra i fondatori del partito comunista nel ’21, del suo rapporto con la preghiera, del suo amore per Venezia, dei suoi amici francesi. Ma anche delle Brigate Rosse, degli anni passati in carcere, dei No global.
Impero , osservava qualche mese fa il settimanale francese Le Nouvel Observateur, è diventato «il libretto rosso» dei militanti No global, e ai nuovi movimenti anti-imperialisti Negri dedica ampi spazi anche nel suo nuovo libro. Per lui il punto di svolta del movimento è stato Genova. Dove, scrive «c’è stata una guerra a bassa intensità che si è mescolata a una polizia a intensità molto alta». Genova secondo il professore ha rappresentato «il più alto punto di fascismo delle istituzioni: un fascismo implicito, organico». Ci siamo trovati «ai margini della guerra - scrive ancora Negri - e la guerra, di fatto, è arrivata. Da allora lo stato di guerra è permanente, le manifestazioni di pace passano per degli atti di tradimento, le proteste per atti di sovversione... Tutto è potenzialmente terrorismo». E qui il filosofo si ricollega a Impero , il libro che disegnava il volto di un nuovo potere sovranazionale, nel quale le élite di potere «decidono ma senza mai considerarsi responsabili a livello etico». La guerra «diventata il fondamento dell’Impero». E come possiamo lottare contro l’Impero? «Il movimento No global ci mostra il cammino dell’esodo, che vuol dire anche l’accerchiamento del potere da parte delle masse, interpreta la globalizzazione contro la guerra, si introduce e si interpone fra le parti belligeranti... Il movimento No global è in realtà perfettamente globale. Ma le masse riusciranno a portarci fuori dalla guerra?».
Suggestioni, domande senza risposta, ragionamenti aspri e difficili da interpretare. Sono comunque la lettura della realtà in movimento che Negri interpreta, usando le stesse chiavi di lettura che ha sempre usato. Così come lineare e conseguente è la ricostruzione che il professore fa degli esordi del terrorismo in Italia: una risposta al «terrorismo di Stato» iniziato con la strage di piazza Fontana del ’69 e proseguito con le altre stragi dei primi anni Settanta. «Conoscevo alcuni membri delle Br - ammette Negri -, ho seguito tutta la loro costituzione dall’interno, e ho avuto anche una certa simpatia per il movimento, all’inizio. Ma a un certo momento hanno cominciato a uccidere. Evidentemente non ero più d’accordo!». E oggi? Dei morti di oggi il professore non vuole nemmeno parlare. «E’ troppo doloroso», dice solamente.
L’ex leader dell’autonomia ricorda anche l’esperienza del carcere. «Arezzo? Troppo doloroso parlarne»
I terroristi e le «masse»: nuovo libro di Toni Negri
Nel testo, frutto di un dialogo con una psicanalista francese, riflessioni intimiste, considerazioni sul terrorismo e sul movimento dei No global
Giuliano Gallo
ROMA - Diavolo o idolo? Cattivo maestro o grande filosofo? E’ passato un quarto di secolo, ma Toni Negri continua a dividere, a provocare polemiche come alla fine degli anni Settanta, quando venne arrestato come «ispiratore» delle Brigate Rosse. Delle quali era stato anche accusato di essere il capo. Il quotidiano cattolico Avvenire gli dedicava ieri un’intera pagina, una pagina pesante: «Una semina di parole che può far sbocciare la lotta», diceva il titolo. E poi cinque colonne di analisi semantica del suo libro più importante, Impero , più di 100 mila copie vendute in tutto il mondo. Nel quale, secondo Avvenire , «è possibile rintracciare i germi di una continuità semantica con la lotta armata, anche se non v’è mai un invito all’assassinio politico». Ma c’è un altro libro del professore padovano, non ancora arrivato in Italia, destinato a suscitare ulteriori polemiche: si intitola Du Retour, abécédaire biopolitique . Un lungo colloquio con la psicoanalista francese Anne Dufourmantelle, dal quale emerge un Negri quasi intimista, che racconta di suo padre che era stato tra i fondatori del partito comunista nel ’21, del suo rapporto con la preghiera, del suo amore per Venezia, dei suoi amici francesi. Ma anche delle Brigate Rosse, degli anni passati in carcere, dei No global.
Impero , osservava qualche mese fa il settimanale francese Le Nouvel Observateur, è diventato «il libretto rosso» dei militanti No global, e ai nuovi movimenti anti-imperialisti Negri dedica ampi spazi anche nel suo nuovo libro. Per lui il punto di svolta del movimento è stato Genova. Dove, scrive «c’è stata una guerra a bassa intensità che si è mescolata a una polizia a intensità molto alta». Genova secondo il professore ha rappresentato «il più alto punto di fascismo delle istituzioni: un fascismo implicito, organico». Ci siamo trovati «ai margini della guerra - scrive ancora Negri - e la guerra, di fatto, è arrivata. Da allora lo stato di guerra è permanente, le manifestazioni di pace passano per degli atti di tradimento, le proteste per atti di sovversione... Tutto è potenzialmente terrorismo». E qui il filosofo si ricollega a Impero , il libro che disegnava il volto di un nuovo potere sovranazionale, nel quale le élite di potere «decidono ma senza mai considerarsi responsabili a livello etico». La guerra «diventata il fondamento dell’Impero». E come possiamo lottare contro l’Impero? «Il movimento No global ci mostra il cammino dell’esodo, che vuol dire anche l’accerchiamento del potere da parte delle masse, interpreta la globalizzazione contro la guerra, si introduce e si interpone fra le parti belligeranti... Il movimento No global è in realtà perfettamente globale. Ma le masse riusciranno a portarci fuori dalla guerra?».
Suggestioni, domande senza risposta, ragionamenti aspri e difficili da interpretare. Sono comunque la lettura della realtà in movimento che Negri interpreta, usando le stesse chiavi di lettura che ha sempre usato. Così come lineare e conseguente è la ricostruzione che il professore fa degli esordi del terrorismo in Italia: una risposta al «terrorismo di Stato» iniziato con la strage di piazza Fontana del ’69 e proseguito con le altre stragi dei primi anni Settanta. «Conoscevo alcuni membri delle Br - ammette Negri -, ho seguito tutta la loro costituzione dall’interno, e ho avuto anche una certa simpatia per il movimento, all’inizio. Ma a un certo momento hanno cominciato a uccidere. Evidentemente non ero più d’accordo!». E oggi? Dei morti di oggi il professore non vuole nemmeno parlare. «E’ troppo doloroso», dice solamente.
Corriere della Sera, 5.3.03
Dopo gli studi sull’innamoramento, la psichiatra Donatella Marazziti ha individuato la base biologica di un altro sentimento
Siete gelosi? Ve lo dirà l’esame del sangue
Serena Zoli
Uno su dieci quando si innamora è «pazzo di gelosia», o quasi. Il dubbio che lei, o lui, tradisca lo martella, l'immagine del partner con un altro, o un'altra, non dà tregua, il sospetto si appunta sui minimi particolari, spesso travisandoli, l'allarme è continuo e doloroso. Doloroso come un'ossessione? Sì, o quasi, dipende dalla gradazione di questa «pazzia d'amore» risultata comunque «eccessiva» in una persona su dieci. Non poco. «Questi dati vanno presi con cautela - avverte la ricercatrice dell'Università di Pisa che ha compiuto l'indagine - vengono da un primo studio sull'argomento perciò lungi dal considerarli definitivi. Ma indicativi, sì». Tanto indicativi da essere stati accettati per la pubblicazione da una delle più autorevoli riviste internazionali del settore, Neuropsychobiology , nel numero di gennaio che però esce oggi. La firma è quella della psichiatra Donatella Marazziti che da qualche tempo ha scelto di indagare le vie del cuore su base biologica. Il che vuol dire spostarsi dal cuore al cervello, ai suoi miliardi di cellule (neuroni), di connessioni (sinapsi), di sostanze chimiche di collegamento (neurotrasmettitori). Indagandoli come substrato, come la materia in cui si «son scritti» quelli che percepiamo quali sentimenti: se occorre, con l'aiuto di macchine che «fotografano» il cervello in azione e, come la Pet, sono già in grado di distinguere e denunciare un sorriso finto da un sorriso genuino.
Vuol dire che le famose prove d'amore presto le fornirà un laboratorio? M'ami e non m'ami risolto con esami del sangue anziché sfogliando la margherita? La dottoressa Marazziti esplode in una franca risata, però lancia anche un malizioso: «E chi lo sa, un domani...». Per ora i suoi studi indiziari sull'amore, oltre che nei convegni di psichiatria e neuroscienze, li ha raccolti in un libro di divulgazione scientifica, La natura dell’amore , uscito l’anno scorso da Rizzoli. Adesso, ecco questa sua indagine mirata a una parte del coinvolgimento sentimentale, la gelosia, che secondo Honoré de Balzac è addirittura l' alter ego dell'amore e una «deliziosa passione». «Può esserlo - dice Donatella Marazziti -. È questione di proporzioni. La nostra ipotesi, del gruppo di Pisa intendo, elaborata dal professor Giovanni Cassano, è che tra normalità e patologia vi sia un susseguirsi di tonalità, uno "spettro" di sensazioni, emozioni di diversa intensità che, come lo "spettro della luce", vanno dal bianco - anzi, dagli sfumati - della normalità, si fa per dire, al nero della patologia più grave».
La distinzione dove si colloca?
«Difficile risposta. Ma come parametro si può prendere la funzionalità o no per la vita della persona. Atteniamoci alla gelosia. Come per l'innamoramento, ho considerato una somiglianza tra il pensiero geloso e il disturbo ossessivo-compulsivo, Doc diciamo in gergo scientifico. La gelosia, come pure l'innamoramento, è un'idea ricorrente e persistente al pari dell'idea ossessiva. E poiché sappiamo che nel malato di Doc c'è un’alterazione del sistema serotoninergico consistente in un minor numero di trasportatori (proteine) della serotonina, mi sono chiesta: perché non misuriamo questi trasportatori negli innamorati?».
E ha constatato una somiglianza, come riferisce nel suo libro. E per la gelosia?
«Abbiamo costruito un questionario ad hoc, distribuito a 400 studenti. Ne sono tornati compilati 250 e, di questi, 24 quindi pressoché il 10 per cento, hanno rivelato una gelosia marcata. E tratti coincidenti con quelli espressi da malati di Doc, coinvolti nella prova come gruppo di controllo. Ma l'esame decisivo è stato quello del sangue: nei 24 gelosi sottoposti a prelievo abbiamo trovato - che momento di grande soddisfazione! - un calo delle proteine trasportatrici della serotonina».
La sua grande soddisfazione in che consiste, alla fine?
«Intanto, era la conferma della mia ipotesi di lavoro. Ma davvero importante è il fatto che per la prima volta è stato dimostrato che può esistere un correlato biochimico alterato in un comportamento normale».
E' la riprova, pare, che gli stessi meccanismi sono sottesi alla normalità e alla patologia. E che, forse, è appunto solo questione di tonalità, come nell’idea di «spettro» della vostra scuola.
«Già, la natura non spreca, usa le stesse sostanze, come la serotonina e gli altri neurotrasmettitori, per tante funzioni, ma il risultato cambia a seconda dei recettori, dei neuroni, che questi vanno a colpire. Comunque la mia indagine ha avuto un secondo tempo. Un anno dopo abbiamo cercato i 24 ragazzi, ne abbiamo rintracciato 21 e all'esame del sangue di nuovo i valori della serotonina sono risultati alterati come precedentemente. A questo punto li abbiamo sottoposti ai questionari dello "spettro" per evidenziare se soffrivano di qualche disturbo psichiatrico sottosoglia».
Forse è meglio che spieghi questo termine.
«Torniamo all'immagine dello spettro. Si può essere affetti da depressione o panico od ossessività a un livello sfumato, che non arriva alla soglia clinica della vera patologia. Ebbene, 18 su 21 dei ragazzi che erano risultati molto gelosi hanno rivelato disturbi sottosoglia. E la loro gelosia dell'anno prima portava la venatura tipica del disturbo sottosoglia: gelosia per paura di restare solo nell'ansioso, per scarsa stima di sé nel tendenzialmente depresso e così via».
A partire dal Cervello emotivo di LeDoux, ormai le neuroscienze hanno imboccato la via dello studio dei sentimenti?
«È, anzi: sarebbe una delle strade maestre. Proprio perché il substrato risulta analogo tra normalità e malattia».
È un argine che è grave superare. Perlomeno alquanto rischioso. A che cosa mira la psichiatria con questi studi?
«A curare, eventualmente».
Curare l'amore, la gelosia?
«Sì, perché no? Quando questi sentimenti si rivelino dolorosi, insopportabili. Il nostro compito è lenire la sofferenza, migliorare la vita».
Fra quanto sarà possibile curare il mal d'amore?
«Purtroppo si studia sempre e soltanto la serotonina da oltre un decennio a questa parte. Ma sono almeno una trentina i neurotrasmettitori importanti».
Dopo l'innamoramento, dopo la gelosia, ha in mente di sottoporre all'esame del sangue un altro sentimento?
«Sì, l'attaccamento. Quel bel sentimento che ti fa stare vicino a un partner anche se non è più quell'essere meraviglioso che vedevi nell'innamoramento. È un sentimento pacato, dolce, alla base della stabilità della coppia ma anche del legame genitori-figli o delle relazioni con gli amici. Un sentimento "elegante": così lo definiscono i colleghi americani».
Dopo gli studi sull’innamoramento, la psichiatra Donatella Marazziti ha individuato la base biologica di un altro sentimento
Siete gelosi? Ve lo dirà l’esame del sangue
Serena Zoli
Uno su dieci quando si innamora è «pazzo di gelosia», o quasi. Il dubbio che lei, o lui, tradisca lo martella, l'immagine del partner con un altro, o un'altra, non dà tregua, il sospetto si appunta sui minimi particolari, spesso travisandoli, l'allarme è continuo e doloroso. Doloroso come un'ossessione? Sì, o quasi, dipende dalla gradazione di questa «pazzia d'amore» risultata comunque «eccessiva» in una persona su dieci. Non poco. «Questi dati vanno presi con cautela - avverte la ricercatrice dell'Università di Pisa che ha compiuto l'indagine - vengono da un primo studio sull'argomento perciò lungi dal considerarli definitivi. Ma indicativi, sì». Tanto indicativi da essere stati accettati per la pubblicazione da una delle più autorevoli riviste internazionali del settore, Neuropsychobiology , nel numero di gennaio che però esce oggi. La firma è quella della psichiatra Donatella Marazziti che da qualche tempo ha scelto di indagare le vie del cuore su base biologica. Il che vuol dire spostarsi dal cuore al cervello, ai suoi miliardi di cellule (neuroni), di connessioni (sinapsi), di sostanze chimiche di collegamento (neurotrasmettitori). Indagandoli come substrato, come la materia in cui si «son scritti» quelli che percepiamo quali sentimenti: se occorre, con l'aiuto di macchine che «fotografano» il cervello in azione e, come la Pet, sono già in grado di distinguere e denunciare un sorriso finto da un sorriso genuino.
Vuol dire che le famose prove d'amore presto le fornirà un laboratorio? M'ami e non m'ami risolto con esami del sangue anziché sfogliando la margherita? La dottoressa Marazziti esplode in una franca risata, però lancia anche un malizioso: «E chi lo sa, un domani...». Per ora i suoi studi indiziari sull'amore, oltre che nei convegni di psichiatria e neuroscienze, li ha raccolti in un libro di divulgazione scientifica, La natura dell’amore , uscito l’anno scorso da Rizzoli. Adesso, ecco questa sua indagine mirata a una parte del coinvolgimento sentimentale, la gelosia, che secondo Honoré de Balzac è addirittura l' alter ego dell'amore e una «deliziosa passione». «Può esserlo - dice Donatella Marazziti -. È questione di proporzioni. La nostra ipotesi, del gruppo di Pisa intendo, elaborata dal professor Giovanni Cassano, è che tra normalità e patologia vi sia un susseguirsi di tonalità, uno "spettro" di sensazioni, emozioni di diversa intensità che, come lo "spettro della luce", vanno dal bianco - anzi, dagli sfumati - della normalità, si fa per dire, al nero della patologia più grave».
La distinzione dove si colloca?
«Difficile risposta. Ma come parametro si può prendere la funzionalità o no per la vita della persona. Atteniamoci alla gelosia. Come per l'innamoramento, ho considerato una somiglianza tra il pensiero geloso e il disturbo ossessivo-compulsivo, Doc diciamo in gergo scientifico. La gelosia, come pure l'innamoramento, è un'idea ricorrente e persistente al pari dell'idea ossessiva. E poiché sappiamo che nel malato di Doc c'è un’alterazione del sistema serotoninergico consistente in un minor numero di trasportatori (proteine) della serotonina, mi sono chiesta: perché non misuriamo questi trasportatori negli innamorati?».
E ha constatato una somiglianza, come riferisce nel suo libro. E per la gelosia?
«Abbiamo costruito un questionario ad hoc, distribuito a 400 studenti. Ne sono tornati compilati 250 e, di questi, 24 quindi pressoché il 10 per cento, hanno rivelato una gelosia marcata. E tratti coincidenti con quelli espressi da malati di Doc, coinvolti nella prova come gruppo di controllo. Ma l'esame decisivo è stato quello del sangue: nei 24 gelosi sottoposti a prelievo abbiamo trovato - che momento di grande soddisfazione! - un calo delle proteine trasportatrici della serotonina».
La sua grande soddisfazione in che consiste, alla fine?
«Intanto, era la conferma della mia ipotesi di lavoro. Ma davvero importante è il fatto che per la prima volta è stato dimostrato che può esistere un correlato biochimico alterato in un comportamento normale».
E' la riprova, pare, che gli stessi meccanismi sono sottesi alla normalità e alla patologia. E che, forse, è appunto solo questione di tonalità, come nell’idea di «spettro» della vostra scuola.
«Già, la natura non spreca, usa le stesse sostanze, come la serotonina e gli altri neurotrasmettitori, per tante funzioni, ma il risultato cambia a seconda dei recettori, dei neuroni, che questi vanno a colpire. Comunque la mia indagine ha avuto un secondo tempo. Un anno dopo abbiamo cercato i 24 ragazzi, ne abbiamo rintracciato 21 e all'esame del sangue di nuovo i valori della serotonina sono risultati alterati come precedentemente. A questo punto li abbiamo sottoposti ai questionari dello "spettro" per evidenziare se soffrivano di qualche disturbo psichiatrico sottosoglia».
Forse è meglio che spieghi questo termine.
«Torniamo all'immagine dello spettro. Si può essere affetti da depressione o panico od ossessività a un livello sfumato, che non arriva alla soglia clinica della vera patologia. Ebbene, 18 su 21 dei ragazzi che erano risultati molto gelosi hanno rivelato disturbi sottosoglia. E la loro gelosia dell'anno prima portava la venatura tipica del disturbo sottosoglia: gelosia per paura di restare solo nell'ansioso, per scarsa stima di sé nel tendenzialmente depresso e così via».
A partire dal Cervello emotivo di LeDoux, ormai le neuroscienze hanno imboccato la via dello studio dei sentimenti?
«È, anzi: sarebbe una delle strade maestre. Proprio perché il substrato risulta analogo tra normalità e malattia».
È un argine che è grave superare. Perlomeno alquanto rischioso. A che cosa mira la psichiatria con questi studi?
«A curare, eventualmente».
Curare l'amore, la gelosia?
«Sì, perché no? Quando questi sentimenti si rivelino dolorosi, insopportabili. Il nostro compito è lenire la sofferenza, migliorare la vita».
Fra quanto sarà possibile curare il mal d'amore?
«Purtroppo si studia sempre e soltanto la serotonina da oltre un decennio a questa parte. Ma sono almeno una trentina i neurotrasmettitori importanti».
Dopo l'innamoramento, dopo la gelosia, ha in mente di sottoporre all'esame del sangue un altro sentimento?
«Sì, l'attaccamento. Quel bel sentimento che ti fa stare vicino a un partner anche se non è più quell'essere meraviglioso che vedevi nell'innamoramento. È un sentimento pacato, dolce, alla base della stabilità della coppia ma anche del legame genitori-figli o delle relazioni con gli amici. Un sentimento "elegante": così lo definiscono i colleghi americani».
martedì 4 marzo 2003
Il Mattino di Napoli 4.3.03
La psicoanalista infantile Maria Rita Parsi: «Stress e giornate troppo lunghe. Ecco le cause principali»
MANUELA PIANCASTELLI
Lo aveva già detto vent’anni fa Maria Rita Parsi, la più famosa psicoanalista infantile nel «Manuale antiansia per genitori». Ora uno studio della rivista scientifica americana Pediatrics rilancia l’allarme: genitori, occhio ai vostri figli. I disturbi dell'attenzione e iperattività, che ormai colpiscono tre bambini su dieci, sono provocati da un sonno cattivo. A collegare la sindrome pediatrica nota come Ahdh (deficit dell’attenzione e disordine iperattivo) a problemi del sonno, come ad esempio il russare, ora sono i ricercatori dell'Università di Louisville, negli Stati Uniti.
«Il nostro messaggio ai genitori - spiega David Gozal, capo del team che ha condotto la ricerca - è che se hanno un bambino che mostra irrequietezza, difficoltà a mantenere l'attenzione, comportamento iperattivo, e la notte russa, devono pensare alla possibilità che i due disturbi siano collegati». I ricercatori hanno infatti osservato che circa un quarto dei bambini dai 5 ai 7 anni con sintomi lievi di Adhd russavano nel sonno. In alcuni casi, i disturbi respiratori arrivavano all'apnea notturna, cioè quando il respiro si interrompe ripetutamente e disturba, appunto, il sonno. «Non c’è nulla di nuovo in questo studio - commenta Maria Rita Parsi - il problema è che troppi bambini riposano male a causa dello stress accumulato durante il giorno, bombardati da 2 a 4 ore al giorno di tv, sottoposti ai ritmi degli adulti, a orari sballati di pranzo e cena». Invece per il bambino i ritmi regolari sono fondamentali. Dovrebbero sempre cenare alle 19,30 e andare a letto tra le 8 e le 9 di sera, dormendo tra le 8 e le 10 ore. Almeno fino ai dieci anni, poi si può iniziare a ritardare (ma non oltre un’ora) l’andata a letto. «I disturbi dell’attenzione, il nervosismo che implode od esplode - aggiunge la Parsi - ma anche la passività, la difficoltà di lasciarsi andare sono solo reazioni allo stress. Paradossalmente è una ricerca fisica di risposte biochimiche, a base di serotonina ed endorfina, che consentono al bambino - come all’adulto - di rallentare». Non solo: buona parte delle piccole pesti si comporta così perché interagisce col bisogno degli adulti. Quante mamme coi sensi di colpa in fondo sono felici se il figlio sta con loro (e viceversa) un po’ di più? E anche per chi si chiedesse come mai i disturbi del sonno compaiano spesso in neonati che ancora non hanno condizionamenti psichici, la Parsi ha una risposta: la comunicazione biochimica e psichica tra madre e bambino è fortissima durante la gravidanza. Come dire: mamme, se al lavoro avete un capo che vi stressa e a casa vostro marito non capisce la vostra stanchezza, state sicure che non siete sole. Vostro figlio è lì che registra tutto e soffre con voi. E purtroppo, contrariamente a quanto accade agli adulti che possono lavorare su se stessi, non se ne dimenticherà mai più.
La psicoanalista infantile Maria Rita Parsi: «Stress e giornate troppo lunghe. Ecco le cause principali»
MANUELA PIANCASTELLI
Lo aveva già detto vent’anni fa Maria Rita Parsi, la più famosa psicoanalista infantile nel «Manuale antiansia per genitori». Ora uno studio della rivista scientifica americana Pediatrics rilancia l’allarme: genitori, occhio ai vostri figli. I disturbi dell'attenzione e iperattività, che ormai colpiscono tre bambini su dieci, sono provocati da un sonno cattivo. A collegare la sindrome pediatrica nota come Ahdh (deficit dell’attenzione e disordine iperattivo) a problemi del sonno, come ad esempio il russare, ora sono i ricercatori dell'Università di Louisville, negli Stati Uniti.
«Il nostro messaggio ai genitori - spiega David Gozal, capo del team che ha condotto la ricerca - è che se hanno un bambino che mostra irrequietezza, difficoltà a mantenere l'attenzione, comportamento iperattivo, e la notte russa, devono pensare alla possibilità che i due disturbi siano collegati». I ricercatori hanno infatti osservato che circa un quarto dei bambini dai 5 ai 7 anni con sintomi lievi di Adhd russavano nel sonno. In alcuni casi, i disturbi respiratori arrivavano all'apnea notturna, cioè quando il respiro si interrompe ripetutamente e disturba, appunto, il sonno. «Non c’è nulla di nuovo in questo studio - commenta Maria Rita Parsi - il problema è che troppi bambini riposano male a causa dello stress accumulato durante il giorno, bombardati da 2 a 4 ore al giorno di tv, sottoposti ai ritmi degli adulti, a orari sballati di pranzo e cena». Invece per il bambino i ritmi regolari sono fondamentali. Dovrebbero sempre cenare alle 19,30 e andare a letto tra le 8 e le 9 di sera, dormendo tra le 8 e le 10 ore. Almeno fino ai dieci anni, poi si può iniziare a ritardare (ma non oltre un’ora) l’andata a letto. «I disturbi dell’attenzione, il nervosismo che implode od esplode - aggiunge la Parsi - ma anche la passività, la difficoltà di lasciarsi andare sono solo reazioni allo stress. Paradossalmente è una ricerca fisica di risposte biochimiche, a base di serotonina ed endorfina, che consentono al bambino - come all’adulto - di rallentare». Non solo: buona parte delle piccole pesti si comporta così perché interagisce col bisogno degli adulti. Quante mamme coi sensi di colpa in fondo sono felici se il figlio sta con loro (e viceversa) un po’ di più? E anche per chi si chiedesse come mai i disturbi del sonno compaiano spesso in neonati che ancora non hanno condizionamenti psichici, la Parsi ha una risposta: la comunicazione biochimica e psichica tra madre e bambino è fortissima durante la gravidanza. Come dire: mamme, se al lavoro avete un capo che vi stressa e a casa vostro marito non capisce la vostra stanchezza, state sicure che non siete sole. Vostro figlio è lì che registra tutto e soffre con voi. E purtroppo, contrariamente a quanto accade agli adulti che possono lavorare su se stessi, non se ne dimenticherà mai più.
lunedì 3 marzo 2003
Corriere della Sera 3.3.03
I ricercatori sottoporranno a test oltre duecento giovani
Trovato il filtro d’amore E’ un ormone del cervello
Favorisce il rapporto di coppia. Un’altra sostanza scatena la passione
ROMA - Il segreto dell’amore è la serotonina, la stessa sostanza del cervello che scatena certe forme di follia. Il livello cala con l’avvio della passione. Quindi la fatidica frase sussurrata da lui o lei «Sono pazzo di te», non è un semplice modo di dire, ma è giustificata da una reazione biochimica. Lo avevano rivelato i ricercatori dell’università di Pisa. Non si sono fermati qui. Hanno al contrario formulato una nuova ipotesi, presentata al congresso della società italiana di psicopatologia, la Sopsi, che si è concluso ieri a Roma, titolo «Dal disturbo alla malattia». Dipende da un meccanismo neurobiologico anche l’attaccamento, vero e proprio collante della coppia quando la passione amorosa sfuma. La sostanza sospettata di far scattare l’ingranaggio è l’ossitocina.
Della seconda fase del rapporto amoroso ha parlato Donatella Marazziti, psichiatra e biochimica, da anni è impegnata nel dimostrare «l’aspetto biologico dei sentimenti». L’obiettivo è dimostrare che nell’uomo, come nel topo, esista una stretta correlazione tra solidità sentimentale e ossitocina. Se l’ipotesi verrà confermata l’ossitocina, prodotta già adesso in forma sintetica, potrebbe essere utilizzata come filtro d’amore «per offrire un aiuto chimico ai partner sorretti dalla volontà di costruire un futuro assieme».
Spiega la neurobiologa: «L’oggetto della nostra ricerca è una piccola sostanza composta da appena nove aminoacidi, liberata dall’ipotalamo. Si è visto che nei topi della prateria e in alcune scimmie favorisce le unioni monogame e, più in generale, il mantenimento dei legami sociali inclusi i rapporti amorosi. Entro l’anno intendiamo dimostrare che lo stesso avviene nell’uomo e che tanto più il livello di ossitocina è alto, tanto più l’unione è stabile e gratificante».
L’appropriatezza di questa formula verrà verificata su un centinaio di fidanzati o coniugi che abbiano una relazione amorosa positiva, estranea a tormenti, da almeno un anno. I partner verranno sottoposti a un questionario per valutare la stabilità reale del legame. Quindi si vedrà se esiste una correlazione tra l’esito del test e i livelli di ossitocina rilevabili con un semplice esame del sangue. «L’innamoramento non dura più di due, tre anni, o anche meno. Poi si trasforma in un nuovo sentimento - racconta la scienziata delle emozioni -. Un autore americano ha ipotizzato che quando si decide di stare con una persona, il cosiddetto viraggio monogamico, ci sia una massiccia liberazione di ossitocina nel cervello. È come se la natura intendesse darci un aiuto. Non dimentichiamo che lo stesso ormone entra in gioco durante il parto». Il gruppo pisano spera di arrivare alle conclusioni entro l’anno. La fase più difficile è il reclutamento di coppie stabili.
Nel ’99 lo stesso dipartimento aveva sfornato lo studio sull’innamoramento e il meccanismo che lo innesca, l’attrazione. Sono stati verificati nelle coppie pazze d’amore alterazioni nei livelli di serotonina paragonabili a quelle che si osservano in certi disturbi psichiatrici di tipo ossessivo-compulsivo. Se l’attaccamento può durare una vita intera, la passione amorosa che caratterizza l’inizio di ogni rapporto svanisce. Già dopo 18-24 mesi i livelli di serotonina cominciano a tornare normali. E se il sentimento ha spessore entra in gioco l’ossitocina.
mdebac@corriere.it
Margherita De Bac
I ricercatori sottoporranno a test oltre duecento giovani
Trovato il filtro d’amore E’ un ormone del cervello
Favorisce il rapporto di coppia. Un’altra sostanza scatena la passione
ROMA - Il segreto dell’amore è la serotonina, la stessa sostanza del cervello che scatena certe forme di follia. Il livello cala con l’avvio della passione. Quindi la fatidica frase sussurrata da lui o lei «Sono pazzo di te», non è un semplice modo di dire, ma è giustificata da una reazione biochimica. Lo avevano rivelato i ricercatori dell’università di Pisa. Non si sono fermati qui. Hanno al contrario formulato una nuova ipotesi, presentata al congresso della società italiana di psicopatologia, la Sopsi, che si è concluso ieri a Roma, titolo «Dal disturbo alla malattia». Dipende da un meccanismo neurobiologico anche l’attaccamento, vero e proprio collante della coppia quando la passione amorosa sfuma. La sostanza sospettata di far scattare l’ingranaggio è l’ossitocina.
Della seconda fase del rapporto amoroso ha parlato Donatella Marazziti, psichiatra e biochimica, da anni è impegnata nel dimostrare «l’aspetto biologico dei sentimenti». L’obiettivo è dimostrare che nell’uomo, come nel topo, esista una stretta correlazione tra solidità sentimentale e ossitocina. Se l’ipotesi verrà confermata l’ossitocina, prodotta già adesso in forma sintetica, potrebbe essere utilizzata come filtro d’amore «per offrire un aiuto chimico ai partner sorretti dalla volontà di costruire un futuro assieme».
Spiega la neurobiologa: «L’oggetto della nostra ricerca è una piccola sostanza composta da appena nove aminoacidi, liberata dall’ipotalamo. Si è visto che nei topi della prateria e in alcune scimmie favorisce le unioni monogame e, più in generale, il mantenimento dei legami sociali inclusi i rapporti amorosi. Entro l’anno intendiamo dimostrare che lo stesso avviene nell’uomo e che tanto più il livello di ossitocina è alto, tanto più l’unione è stabile e gratificante».
L’appropriatezza di questa formula verrà verificata su un centinaio di fidanzati o coniugi che abbiano una relazione amorosa positiva, estranea a tormenti, da almeno un anno. I partner verranno sottoposti a un questionario per valutare la stabilità reale del legame. Quindi si vedrà se esiste una correlazione tra l’esito del test e i livelli di ossitocina rilevabili con un semplice esame del sangue. «L’innamoramento non dura più di due, tre anni, o anche meno. Poi si trasforma in un nuovo sentimento - racconta la scienziata delle emozioni -. Un autore americano ha ipotizzato che quando si decide di stare con una persona, il cosiddetto viraggio monogamico, ci sia una massiccia liberazione di ossitocina nel cervello. È come se la natura intendesse darci un aiuto. Non dimentichiamo che lo stesso ormone entra in gioco durante il parto». Il gruppo pisano spera di arrivare alle conclusioni entro l’anno. La fase più difficile è il reclutamento di coppie stabili.
Nel ’99 lo stesso dipartimento aveva sfornato lo studio sull’innamoramento e il meccanismo che lo innesca, l’attrazione. Sono stati verificati nelle coppie pazze d’amore alterazioni nei livelli di serotonina paragonabili a quelle che si osservano in certi disturbi psichiatrici di tipo ossessivo-compulsivo. Se l’attaccamento può durare una vita intera, la passione amorosa che caratterizza l’inizio di ogni rapporto svanisce. Già dopo 18-24 mesi i livelli di serotonina cominciano a tornare normali. E se il sentimento ha spessore entra in gioco l’ossitocina.
mdebac@corriere.it
Margherita De Bac
Corriere della Sera 3.3.03
Dalla normalità al delirio: i 4 stadi della gelosia
Ne soffrono in modo uguale uomini e donne: «E’ un’alterazione della personalità»
ROMA - Perseguitano il partner con telefonate, pedinamenti, regali, interrogatori, fino a «punirlo» con piccole ritorsioni. Esempio: gomme dell’automobile tagliate. Gelosi ossessivi, secondo gli psichiatri. Passione dai risvolti drammatici e morbosi esplorata da Vittorio Volterra, università di Bologna, al convegno della Società italiana di psicopatologia: «La gelosia fa parte dell’essere umano, nel bene e nel male. Non è mai espressione d’amore e affetto, né segno di stima, fiducia, tolleranza e tantomeno riconoscimento della personalità altrui. È un sentimento negativo per vittima e carnefice». Possono essere identificate 4 forme. C’è la gelosia normale che tradisce quel minimo desiderio «di mantenere per sé le persone della propria sociosfera». Assume i contorni di un disturbo più serio la gelosia espressa dalla necessità di continue verifiche sulla vita del compagno. «Dipende da alterazioni della personalità, tratti di narcisismo, il pretendere che l’attenzione sia concentrata su se stessi. È spesso la proiezione della nostra infedeltà e della nostra insicurezza che si trasferiscono sul malcapitato». Gli ultimi due stadi sconfinano nel patologico. Il geloso ossessivo è preda «della follia del dubbio», molesta il partner a forza di pedinamenti, lo aspetta davanti al portone, lo sommerge di lettere e fax. In termini tecnici si parla di stalking . Infine la forma delirante che compare spesso negli anziani e scaturisce dall’immaginazione. La gelosia non ha sesso, ma dal punto di vista delle ritorsioni è più dura quella maschile.
M. D. B.
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M. D. B.
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