QUESTO POMERIGGIO DAVANTI AL SENATO
CONTRO IL GOVERNO
PER LA COSTITUZIONE

PER LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE ! CONTRO LA MODIFICA CHE IL GOVERNO LETTA ALFANO, CON UN PARLAMENTO DI "NOMINATI" VUOLE APPORTARE OGGI ALL'ARTICOLO 138 DELLA CARTA
L'ASSOCIAZIONE PARTIGIANI INVITA TUTTI
AL PRESIDIO DAVANTI AL SENATO
QUESTO POMERIGGIO MERCOLEDI 23 A PARTIRE DALLE 17 ! LEGGI IL COMUNICATO STAMPA QUI DI SEGUITO E DIRETTAMENTE QUI
AI PRESIDENTI E SEGRETARI DELLE SEZIONI DELL'ANPI PROVINCIALE DI ROMA A TUTTI GLI ISCRITTI DELL'ANPI DI ROMA. AI PARTITI, SINDACATI E MOVIMENTI. L'ANPI
indice un sit-in di protesta contro la modifica dell'Art. 138 della
Costituzione, al momento della discussione in aula. La brusca
accelerazione dei tempi d'approvazione ci costringe ad una convocazione
certo tardiva. Invitiamo pertanto tutti a partecipare e ad
incentivare la massima partecipazione con striscioni, bandiere e
simboli, a partire dalle ore 17.00 di mercoledì 23 ottebre p.v. davanti
al Senato.
Comunicato Stampa. ANPI Roma: no alla modifica dell'art. 138 della Costituzione L’ANPI
di Roma e del Lazio, invita tutti a partecipare al presidio che si
terrà mercoledì 23 ottobre dalle ore 17.00 davanti al Senato della
Repubblica, per chiedere che non venga votata la proposta di modifica
dell’Art. 138 della Costituzione. L’ANPI è nettamente
contrarietà ad ogni modifica dell’Art. 138 della Costituzione, alle
progettate riforme che non siano coerenti con i princìpi della prima
parte della Costituzione e con la stessa concezione che è alla base
della struttura fondamentale della seconda. Netta è anche la contrarietà
ai comitati di “saggi” costituiti all’esterno del Parlamento. La difesa della Costituzione è uno dei compiti più importanti che la Storia abbia assegnato all’ANPI. Per
questo l’ANPI chiama a raccolta i democratici e gli antifascisti in
nome della Costituzione nata dalla Resistenza, perchè sia difesa da ogni
attacco e modifiche che non siano coerenti con la propria funzione
originaria. Dobbiamo adoperarci perché resista ancora come l’unico faro
capace di guidarci verso la costruzione di una vera cultura della
democrazia e della legalità, perché questo nostro Stato ancora troppo
debole e permeabile in alcune strutture, diventi quello Stato civile,
democratico e antifascista che è disegnato dalla Costituzione e che è
stato sognato dai Combattenti per la libertà.
Roma, 22 ottobre 2013
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il Fatto 23.10.13
138, ultima chiamata al Pd: “Consentite il referendum sul ddl”
Oggi il Senato vota il testo che stravolge la Carta
Senza il sì dei 2/3 possibile la consultazione popolare
di Luca De Carolis
Assalto
alla Carta, ultimo atto in Senato. Con un’unica, flebile incognita (o
ancora di salvezza): il numero dei votanti. Oggi Palazzo Madama
approverà in seconda lettura il ddl costituzionale 813-b, che stravolge
l’articolo 138, la “valvola di sicurezza” della Carta, e affida a un
comitato di 42 parlamentari il compito di riscrivere almeno metà della
Costituzione. Cifre alla mano, non c’è partita: a favore della riforma
voteranno i partiti di governo più Lega Nord e gruppi sparsi. Contrari,
solo Cinque Stelle e Sel. Ovvero, 57 senatori su 321. Insomma, il ddl
che spalanca le porte alla riforma presidenzialista passerà di certo a
Palazzo Madama.
RIMANE una speranza: ossia, che il testo non venga
approvato dai dei due terzi dei suoi componenti (214 voti), così da
rendere possibile un referendum sul testo, impossibile in caso di
approvazione con maggioranza “qualificata”. I firmatari del manifesto in
difesa della Carta, “Via Maestra”, hanno rivolto un appello pubblico a
tutti i senatori: “Permettete anche ai semplici cittadini di dire la
loro, rendete possibile il referendum”. Parole indirizzate innanzitutto
al Pd, il gruppo più ampio a palazzo Madama con 108 senatori. Lo scorso
11 luglio, in occasione del primo passaggio in Senato, i Democratici
votarono compatti sì al ddl. Con due eccezioni: Walter Tocci e Silvana
Amati, astenuti. “La nostra generazione ha dimostrato abbondantemente
l’inadeguatezza al compito costituente, pensare che possa compierlo ora è
un ardimento senza responsabilità” spiegò Tocci in aula. Oggi potrebbe
votare contro, assieme ad Amati e a Corradino Mineo, che ha anticipato
al Fatto il suo no al ddl. Le indiscrezioni parlano di altri 3 o 4
malpancisti, in bilico tra astensione e voto contrario. Complicato
pensare che il fronte dei contrari possa allargarsi. Anche e soprattutto
perché si voterà con scrutinio palese. “Ma di appelli e inviti di
ripensarci sul 138 ce ne arrivano tanti” ammetteva ieri un senatore dem.
Sullo sfondo, un’altra ipotetica via d’uscita: le assenze nel Pdl (91
senatori). La scorsa volta, il ddl passò con “soli” 204 sì (con meno dei
2/3, quindi) proprio per i vuoti nel centrodestra. Mancava uno su
quattro, nel partito di Berlusconi, che però proprio in quel giorno
aveva fissato un delicato ufficio di presidenza. Oggi di motivi per
assentarsi non dovrebbero essercene . Mentre un senatore Pdl riflette:
“Se falchi e colombe vogliono farsi i dispetti, difficile che lo
facciano a voto palese sulle riforme”. È però evidente come il tema
Costituzione non appassioni a destra. E poi, ci sono le fibrillazioni in
Scelta Civica (20 senatori, prima della bufera ). Tirate le somme, il
quorum dei 2/3 è ampiamente alla portata della maggioranza. Ma qualche
intoppo è possibile. Alberto Airola (M5S): “Comunque vada, è evidente
che si aggrappano a questa riforma per tirare avanti. Sono i partiti che
vanno cambiati, non la Costituzione”. Oggi in aula si inizia con la
replica del governo e le dichiarazioni di voto. Poi lo scrutinio. Chiusa
la partita in Senato, ultimo passaggio alla Camera a dicembre. Dove
l’assalto alla Carta potrebbe diventare legge.
Repubblica 23.10.13
Riforma costituzionale, voce ai cittadini
di Stefano Rodotà
So
bene quanto sia difficile, oggi in Italia, una discussione ispirata a
criteri di ragione e rispetto. È quel che sta accadendo per il tema
della riforma della Costituzione. Ma questo non deve indurre a ritrarsi
da una discussione che trova talora toni sgradevoli. Impone, invece, di
fare ogni sforzo perché una questione davvero fondamentale possa essere
affrontata in modo rispettoso dei dati di realtà e delle diverse
posizioni in campo.
Quel che si sta discutendo è l’assetto futuro
della Repubblica, l’equilibrio tra i poteri, lo spazio stesso della
politica, dunque il rapporto tra istituzioni e società delineato dalla
Costituzione, il patto al quale sono consegnate le ragioni del nostro
stare insieme. Tuttavia, prima di affrontare questioni così impegnative,
è necessario ristabilire alcune minime verità. Nell’affannosa ricerca
di argomenti a difesa della strada verso la revisione costituzionale
scelta da governo e maggioranza, infatti, si sta operando un vero e
proprio stravolgimento della posizione di alcuni critici di questa
scelta. Premono le ragioni della propaganda e così si alzano i toni, con
una mossa rivelatrice dell’intima debolezza delle proprie ragioni.
Spiace che in questa operazione si sia fatto coinvolgere lo stesso
presidente del Consiglio, che non perde occasione per additare i critici
come quelli che vogliono rendere impossibile la riduzione del numero
dei parlamentari, l’uscita dal bicameralismo paritario, la riscrittura
dello sciagurato titolo V della Costituzione sui rapporti tra Stato e
Regioni.
Ripeto: questa è una assoluta distorsione della realtà. Fin
dall’inizio di questa vicenda, di fronte al “cronoprogramma” del governo
era stato indicato un cammino diverso, che sottolineava proprio la
possibilità di una rapida approvazione di riforme per le quali esisteva
già un vasto consenso sociale, appunto quelle ricordate prima. Se
governo e Parlamento avessero subito seguito questa indicazione, è
ragionevole ritenere che saremmo già a buon punto, vicini ad una
dignitosa riscrittura di norme della Costituzione concordemente ritenute
bisognose di modifiche. Come si sa, è stata scelta una strada diversa,
tortuosa e pericolosa, con variegate investiture di gruppi di “saggi” e
con l’abbandono della procedura di revisione indicata dall’articolo
138della Costituzione. I tempi si sono allungati e i contrasti si sono
fatti più acuti.
Questo non è un dettaglio, come vorrebbero farlo
apparire quelli che, con sufficienza, invitano a guardare al merito
delle proposte e a non impigliarsi in questioni meramente procedurali.
Quando si tratta di garanzie, la regola sulla procedura è tutto, dà la
certezza che un obiettivo così impegnativo, come la revisione
costituzionale, non venga piegato a esigenze strumentali, a logiche
congiunturali. È proprio quello che sta avvenendo, sì che non è
arbitrario ritenere che la strada scelta nasconda un altro proposito –
quello di agganciare a riforme condivise anche una forzatura,
riguardante il cambiamento della forma di governo.
È caricaturale, e
improprio, descrivere la discussione attuale come un conflitto tra
conservatori e innovatori. Si stanno confrontando, e non da oggi, due
linee di riforma. Di fronte a quella scelta da governo e maggioranza non
v’è un arroccamento cieco, un pregiudiziale no a qualsiasi cambiamento.
Vi è una proposta diversa, che può essere così riassunta: rispetto
della procedura dell’articolo 138, avvio immediato delle tre specifiche
riforme già citate, mantenimento della forma di governo parlamentare
rivista negli aspetti che appaiono più deboli.
Torniamo, allora, alle
questioni più generali. Da alcuni anni si è istituita una relazione
perversa traemergenza economica, impotenza politica e cambiamenti della
Costituzione. Con una accelerazione violenta, e senza una vera
discussione pubblica, nel 2012 è stata approvata una modifica
dell’articolo 81 della Costituzione, prevedendo il pareggio di bilancio.
Allora si chiese, invano, ai parlamentari di non approvare quella
riforma con la maggioranza dei due terzi, per consentire di promuovere
eventualmente un referendum su un cambiamento tanto profondo. La ragione
era chiara. Si parla molto di coinvolgimento dei cittadini e si
dimentica che quella maggioranza era stata prevista quando la legge
elettorale era proporzionale, dando così garanzie in Parlamento che sono
state fortemente ridotte dal passaggio al maggioritario. Oggi la stessa
richiesta viene rivolta ai senatori che si accingono a votare in
seconda lettura la modifica dell’articolo 138. Vi sarà tra loro un
gruppo dotato di sensibilità istituzionale che accoglierà questo invito,
affidando anche ai cittadini il giudizio sulla sospensione di una
procedura di garanzia che altri, in futuro, potrebbero utilizzare
invocando qualche diversa urgenza o emergenza? Non basta, infatti, aver
previsto un referendum alla fine dell’iter della riforma finale, se
rimane un dubbio sulla correttezza del modo in cui quel cammino è
cominciato. La discussione sul merito delle proposte assume significato
diverso se queste non alterano l’impianto costituzionale e sono già
sorrette da consenso sociale, come quelle più volte citate, o se invece
implicano un mutamento della forma di governo. Per quest’ultima, nella
relazione del Comitato dei “saggi” sono state fatte due operazioni. In
via generale, sono state legittimate tre ipotesi tra loro ben diverse. E
poi si è indicata tra queste una sorta di mediazione, definita come
“forma di governo parlamentare del Primo Ministro”, che in realtà
introduce un presidenzialismo mascherato, costituzionalizzando
l’indicazione sulla scheda del candidato premier e ridimensionando così
il potere di nomina da parte del presidente della Repubblica e quello
del Parlamento di dare la fiducia. Ha detto bene Gaetano Azzariti
sottolineando che così si realizza «l’indebolimento della forma di
governo parlamentare e il definitivo approdo in Costituzione delle
pulsioni presidenziali». Una politica debole cerca così una scorciatoia
efficientista attraverso un accentramento/ personalizzazione dei poteri e
sembra rassegnarsi ad una crisi dei partiti che, incapaci di
presentarsi come effettivi rappresentanti dei cittadini, non sono più in
grado di cogliere la pienezza del ruolo dell’istituzione in cui sono
presenti, il Parlamento, alterando così gli equilibri costituzionali.
Ma
l’assunzione della logica dell’emergenza e della pura efficienza svuota
lo spazio costituzionale di tutto ciò che si presenta come
“incompatibile” con essa. I diritti fondamentali sono respinti sullo
sfondo e si perde il loro più profondo significato, in cui si esprime
non solo il riconoscimento della persona nella sua integralità, ma un
limite alla discrezionalità politica che, soprattutto in tempi di
risorse scarse, deve costruire le sue priorità partendo proprio dalla
garanzia di quei diritti. Sbagliano quelli che, con una mossa
infastidita, dichiarano l’irrilevanza della discussione sulle riforme di
fronte ai bisogni reali delle persone. Questi vengono sacrificati
proprio perché la politica ha perduto la sua dimensione costituzionale, e
fa venir meno garanzie in nome di un’efficienza tutta da dimostrare,
come accade per il lavoro. Se non si coglie questo nesso, rischiano
d’essere vane anche le iniziative su questioni specifiche, e i
lineamenti della Repubblica verranno stravolti assai più di quanto possa
accadere con un mutamento della forma di governo.

il Fatto 23.10.13
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il Fatto 23.10.13
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il Fatto 23.10.13
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Addio detrazioni, la Tasi avrà un extra-costo di 100 euro nell’ipotesi peggiore
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l’Unità 23.10.13
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Fu guerra nei cieli, ora il governo faccia la sua parte
«È
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spiegare perché molte prove furono fatte sparire e non arrivarono ai
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Massimo Livi Bacci
«Tre regole per dire basta alle traversate di morte»
Per
lo studioso italiano di demografia l’immigrazione clandestina si può
vincere costituendo «presidi» nei Paesi di transito del Mediterraneo
intervista di Umberto De Giovannangeli
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L’audio: sparate ad altezza uomo
Auto bloccate e sassaiole. La polizia usa i lacrimogeni
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Il retroscena
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Polemica su Frontex. Il Viminale: no a cessioni di sovranità
di Andrea Bonanni
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Onorevoli?
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Il finto Termidoro
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Grillo, dietro il Vaffa niente
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Ordine della Corte di Strasburgo: Madrid ha violato la legge
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Troppo deboli in tecnologia. Così i potenti ci spiano
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Gli Stati non rispondono a nessuna moralità, neppure la Francia, che si vanta di essere la culla dei diritti umani"
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Mutilazioni femminili, le vittime sono 125 milioni
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La vita agra di un traduttore
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il Fatto 23.10.13
Celebrità
Pavese, Bianciardi e gli altri Quelli che ci sono passati
di Antonio Armano
su spogli
Repubblica 23.10.13
Il documento
Gli storici: “No a una legge sul negazionismo”
ROMA
— Contro la legge che punisce il negazionismo si pronuncia anche la
Sissco, la società che raccoglie gli storici contemporaneisti. In
sintesi, il documento esprime una forte contrarietà alla proposta – ora
in discussione al Senato – di modificare l’articolo 414 del codice
penale per trasformare il negazionismo in reato. Gli storici chiedono
che «una materia così delicata vengaaffrontata dal legislatore tutta
insieme e in modo globale, non attraverso interventi parziali». E che il
Senato «non accolga l’inserimento, già approvato dalla Commissione
Giustizia, del comma secondo cui “la pena si applica a chiunque neghi
l’esistenza di crimini di guerra o di genocidio o contro l’umanità”».
Tale norma, aggiungono gli studiosi, risulta ambigua e di difficile
attuazione.
Repubblica 23.10.13
“Fabriano città creativa”
Il riconoscimento dell’Unesco
ANCONA
— Da ieri Fabriano è una “Città creativa dell’Unesco”. Il
riconoscimento dell’organizzazione delle Nazioni Unite è stato
ufficializzato dopo un lungo processo di candidatura «per la sua grande
tradizione cartaria e per la sua creatività artigiana». Lanciato nel
2004, il Network delle Città Creative intende creare una sinergia tra
varie città, offrendo agli operatori del settore una piattaforma
internazionale «su cui convogliare l’energia creativa ». Nella
fattispecie, l’obiettivo è anche quello di rilanciare lo sviluppo
economico e sociale della comunità di Fabriano, una cittadina di 30 mila
abitanti ricca di storia e tradizioni culturali (ha dato fra l’altro i
natali al pittore Gentile da Fabriano), attualmente alle prese con una
profonda crisi industriale legate al declino delle industrie
elettrodomestiche.
Emergenza.net 23.10.13
Un laboratorio per band e cantautori: il nuovo corso di Tony Carnevale
qui