domenica 11 gennaio 2004

espressione delle emozioni
ma certamente l'innatismo no...

Il sole 24 0RE Domenicale 11.1.04
Paul Ekman
Emozioni senza misteri

Alcune espressioni del volto sono universali: indicano con immediatezza gioia, ira, sdegno, sorpresa. A variare da cultura a cultura soo invece le regole e le convenzioni che ci inducono a mascherare sensazioni che proviamo o a simulare stati d’animo che non abbiamo. Come quando facciamo buon viso a cattivo gioco
di ARMANDO MASSARENTI


Paul Ekman forse non si sarebbe mai occupato di emozioni e di espressioni del volto umano, e dunque non avrebbe mai scritto Emotions Revealed, definito da Oliver Sacks il più completo e profondo libro sull'argomento dopo l'uscita, nel 1872, dell'Espressíone delle emozioni nell'uomo e negli animali, di Darwin, se non fosse stato per un paio di eventi del tutto casuali. A dimostrazione che la serendipity è sempre in agguato, pronta a dispensare i suoi benefici effetti laddove si manifesti una semplice condizione: la presenza di una mente portata per la ricerca, pronta a cogliere le migliori occasioni di conoscenza.
Nel 1965 l'Advanced Research Projects Agency del dipartimento della Difesa americano gli offrì un grant per studiare il comportamento non verbale nelle diverse culture. Egli però non ne usufruì, perché proprio in quel momento, a causa di uno scandalo relativo a un altro progetto di ricerca, si liberarono fondi assai più cospicui che dovevano essere comunque spesi. Ekman capitò per caso nell'ufficio dell'uomo che doveva decideme la destinazione, il quale aveva una moglie tailandese ed era fortemente impressionato dalle differenze di espressione tra lui e lei nella comunicazione non verbale. Chiese dunque a Ekman di trovare un modo per distinguere ciò che nelle espressioni umane è universale e ciò che è variabile culturalmente.
Erano tempi in cui nelle scienze sociali dominava il paradlgma, tuttora piuttosto influente, della tabula rasa. Tutto era appreso socialmente, tutto variava da cultura a cultura. Anche Ekman era di questa idea, e gli studiosi cui si rivolse per qualche consiglio, tra cui l'antropologa Margaret Mead e lo psicologo Gregory Bateson, la confermarono. Egli conosceva anche le tesi di Darwin - secondo cui non solo vi sono espressioni delle emozioni universali tra gli umani, ma ve ne sono di condivise anche da tutto il regno animale, grazie a un apparato muscolare facciale simile in diverse specie, a dimostrazione che l'uomo è parte del medesimo processo evolutivo - ma era convinto che fossero errate. Per puro caso - ecco il secondo colpo di serendipity - accadde che un lavoro di Ekman sui movimenti del corpo venisse pubblicato sullo stesso numero di una rivista in cui appariva un saggio sui volti di Silvan Tompkins. Questi sosteneva che vi sono espressioni facciali innate e dunque universali. Ekman rimase della sua idea, ma fu colpito dal fatto che, un secolo dopo Darwin, ci fosse ancora qualcuno impegnato a dimostrarne le tesi. Con l'onestà del buon ricercatore si propose di trovare un modo per verificarle. Mostrò una serie di fotografie a persone appartenenti a cinque culture diverse - Cile, Argentina, Brasìle, Giappone, Usa - chiedendo a ognuna a quale emozione corrispondesse una certa espressione. Il risultato era sorprendentemente, omogeneo, Darwin aveva ragione. Ma se bastava così poco per dimostrare l'universalità di certe espressioni perché tanti eccellenti studiosi sostenevano il contrario? Un allievo di Margaret Mead diceva che si era convinto che Darwin avesse torto quando aveva scoperto che ci sono società nelle quali la gente sorride quando è scontenta. Ma questo, sostiene Ekman, non dimostra affatto che tutto è appreso e culturale. Dimostra solo che esistono delle regole, variabili da cultura a cultura, che impongono certi modi di gestire le emozioni, esprimendole in tutta la loro purezza o mascherandole a seconda delle convenzioni sociali. Per esempio il perdente in una gara sportiva raramente manifesta l'emozione, tra l'arrabbiato e il deluso, che davvero sta provando. Le emozioni di base però sono le stesse. Gioia e dolore, paura e ira, sono comuni a tutti gli uomini.
Ekman ha cercato di dimostrarlo prima studiando i Fore della Nuova Guinea, poi catalogando i muscoli del viso, i loro movimenti e le espressioni che ne derivano. Ne è risultato un sistema codificato capace di identificare ogni muscolo del viso, e le migliaia di combinazioni di muscoli associate alle diverse emozioni. Quando gli individui cercano di simulare emozioni che non provano o di nascondere quelle che provano o quando invece si abbandonano ad esse, entrano in azione muscoli diversi. E questo accade per tutte le espressioni di emozioni individuate come universali: gioia, ira, paura, sorpresa, disgusto, tristezza, sdegno.
Prendiamo la gioia. Ekman ha scoperto che a quella autentica corrisponde una sola espressione del viso, uno solo dei 19 tipi di sorriso che la nostra muscolatura produce. È quello che prevede non solo che gli angoli della bocca siano rivolti verso l'alto, ma che si strizzino gli occhi in maniera che gli angoli producano delle piccole rughe, mentre le guance si sollevano verso l'alto. Ekman lo ha chiamato il «sorriso di Duchenne», in onore dello studioso che analizzò, nel 1862, il muscolo che circonda l'occhio, citato da Darwin e poi da tutti dimenticato. Si può distinguere un «sorriso di Duchenne» da un sorriso di circostanza, o da quello dei politici, o di chi fa buon viso a cattivo gioco, o anche da quello di un cinese arrabbiato. E possibile anche imparare a padroneggiare le espressioni del volto, e il lìbro di Ekman fornisce molti elementi per farlo. Ma non è una cosa semplice. Persino tra gli attori più famosi alcuni non ci sono mai riusciti, o forse vi hanno rinunciato fin dall'inizio. Di Clint Eastwood per esempio si dice che si sia specializzato in due sole espressioni: "con cappello" e "senza cappello".

Paul Ekman, «Emotions ReveaIed. Understanding Faces and Feelings», Weidenfeld & Nicolson, Londra 2003, pagg. 268, € 23,00