domenica 11 gennaio 2004

VITTORIO FOA

una segnalazione di Licia Pastore

La Repubblica 11.1.04
La lunga amicizia con "Bindi", le violente polemiche per l'ossequio a Mussolini, le ragioni dell'ostilità verso gli azionisti
Foa: "Perché Bobbio fa paura"
"Mi stupii quando dichiarò d'essere stato fascista"
intervista di SIMONETTA FIORI


FORMIA - «Sì, è naturale, la morte di Bobbio mi procura un forte senso di commozione, ma non provo dolore perché ripenso alla sua vita, un'esistenza piena, vissuta come dono agli altri, un rapporto col mondo positivo, al di là di ogni pessimismo». Nel clima mite di Formia, Vittorio Foa ripercorre l'amicizia d'una vita con quello stile che l'ha reso celebre, la parola lieve, il pensiero acuto e mai prevedibile, il magistero morale, la curiosità, lo straordinario ancoraggio alla vita. «Lo incontrai la prima volta al liceo d'Azeglio, ma lo conobbi meglio all'Università. Mi affascinava la sua grande serietà, ma anche il senso conviviale, l'inclinazione allo humour. Era capace di mettere nella conversazione quel tanto di ironia che rende accettabile i discorsi seri».
Che rapporto c'era tra voi?
«Da ragazzi la complicità alternava gravità e leggerezza, tra amori, tè danzanti, partite a tarocchi e molto cinema francese. No, non c'era una vera confidenza, però l'uno sapeva dell'altro, come succede nelle piccole comunità. Anche se avevo un anno di meno - lui del 1909, io del 1910 - ci laureammo insieme nel 1931, ma con una preparazione differente: io avrei imparato a studiare più tardi».
Eravate molto diversi, anche nel temperamento.
«Sì, senza dubbio. Io avevo un'attività cospirativa, che era tenuta in disparte. La mia era una passione politica invasiva che avvertivo come cosa molto diversa dalla sua passione per la scienza».
Non c'era attrito per questo?
«No, né emulazione né sfida tra i due tipi di esperienza. Non ho mai tentato di fare del proselitismo politico per indurlo a essere militante. Rispettavo la missione che aveva scelto, e viceversa».
L'antifascismo combattente era un mondo separato da quello di Bobbio?
«Sì, due realtà diverse, eppure unite da qualcosa. Questo qualcosa era la cultura antifascista, che è poi la cultura tout court: ossia la difesa dei valori civili minacciati dalla dittatura di Mussolini. Ciò che differenzia "Bindi" - così noi lo chiamavamo - è questo suo arrestarsi sulla soglia della militanza, nell'antifascismo come su altri versanti della vita: ma io lo interpreto come ricchezza, una ricerca mai appagata di se stessi».
Bobbio riconosce a lei, Foa, di averlo aiutato a uscire dal filofascismo della sua famiglia.
«Mi vedeva vivere in un modo diverso rispetto ai rituali famigliari. Entrambi abbiamo imparato che nella politica lo strumento decisivo è l'esempio: bisogna dimostrare con il comportamento quali sono i valori fondanti. Se penso all'attuale centro-destra, è nell'esempio l'aspetto più degradante e pericoloso: il motto proverbiale di questo governo è pensa a te stesso, che poi vuol dire lasciami fare. Ecco, un altro tratto che mi univa a Bobbio era il bisogno di eticità, ossia non permettere che le cose vadano in modo sbagliato».
Le vostre vite sono state diverse, anche nelle scelte rispetto a Mussolini. Il carcerato Foa ha mai provato un senso di superiorità?
«Ho una memoria precisa del come vedevo dal carcere i miei amici che avevano scelto una vita quieta. Ricordavo i distintivi fascisti all'occhiello delle loro giacche, ma soltanto per affermarne l'assoluta irrilevanza dal punto di vista morale: il distintivo era solo un'adesione formale per difendere il lavoro. Mai mi sono sentito superiore».
Ma Bobbio portava il distintivo del Pnf?
«Questo non lo ricordo, ma non è importante. La sua lettera al duce non mi scandalizzò: era un atto di legittima difesa da una violenza imposta dalla dittatura».
Quando nel 1992 fu pubblicata la lettera, lei con forza lo difese.
«Io la lettera la conoscevo da tempo, ma per discrezione preferii non farne cenno con "Bindi". Poi accadde un fatto curioso. Quando la missiva riprese a circolare, lo chiamai per assicurargli pieno sostegno. Ma la mia testimonianza sul comune sentire antifascista comparve sulla Stampa a fianco della sua singolare ammissione: sì, sono stato fascista. Ci rimasi male, non capivo perché si fosse abbandonato a una confessione non veridica. Lei crede che dopo tante partite a tarocchi, sempre nella stessa bottiglieria di via San Massimo e con persone come Franco Antonicelli, non mi sarei accorto del suo filofascismo?».
Ma perché Bobbio lo disse?
«Non l'ho mai capito. So però che era molto amareggiato. Poco prima che la lettera venisse pubblicata su Panorama, mi confidò al telefono: "Sento l'ombra dei passi spietati"».
La polemica fu violenta. Alcuni sospettarono che quell'aggressione a Bobbio mirasse a delegittimare la prima Repubblica nel suo Dna costitutivo, ereditato dall'antifascismo.
«Allora non interpretai quella polemica in chiave di congiura politica, piuttosto come esibizione giornalistica spregiudicata».
Ma come spiega che Bobbio sia stato oggetto di attacchi così virulenti?
«È l'azionismo che negli anni Novanta ha fatto paura a molti. Ricordo una polemica con Galli della Loggia su una radio svizzera. Ernesto sostenne che l'azionismo era pericoloso per la politica italiana e io dovetti spiegare ai funzionari della radio che il partito d'azione era morto da quasi mezzo secolo. Questo era il clima».
Ma perché faceva paura?
«Forse perché era una sorta di metafora della ricerca. Se l'essere umano cerca, è pericoloso; se ha già trovato, si sta tranquilli. Il partito d'azione significava cercare qualcosa».
Altra accusa rivolta a Bobbio è lo strabismo: critico verso il fascismo, indulgente verso il comunismo. Lei recentemente, in un libro-intervista con Carlo Ginzburg, ha dichiarato di essere stato ambiguo verso il comunismo sovietico, nel senso che preferì rimuovere alcune critiche pur di non essere isolato dai suoi compagni socialisti. Estenderebbe questa considerazione anche a Bobbio, o la riflessione è legata soprattutto alla sua esperienza di militante nel 1950 subalterno ai comunisti?
«Vorrei chiarire una cosa. Quel libro è stato strumentalizzato, nel senso che la mia riflessione è stata letta come confessione di un'inadempienza storica, mentre io fornivo un'analisi del perché in quegli anni la sinistra si disinteressasse quasi completamente dei dissenzienti in Urss. Il mio era un tentativo di storicizzazione ed è stato letto come un pentimento. Venendo a Bobbio: abbiamo mancato entrambi, ma cosa potevamo fare di diverso? Erano anni in cui bastava una parola per essere prigionieri della Cia».
Del temperamento differente abbiamo già detto. Diverso anche il modo di intendere la vecchiaia. Lei, Foa, il "De Senectute" bobbiano non l'avrebbe mai potuto scrivere.
«Lo scriverei in modo molto diverso. I caratteri si distinguono per la propensione alla felicità o l'inclinazione alla tristezza. In "Bindi", col passare degli anni, è prevalso il ripiegamento. Le confesserò che per molti anni mi sono sentito poco intelligente perché non riuscivo a pensare né a scrivere sulla morte. La questione su cui ci si concentra solitamente è il passaggio. Ecco, a me di quel passaggio, interessa soltanto il venire meno di quella cosa straordinaria che è la vita, non il qualcosa che deve ancora arrivare, perché non arriva proprio niente. Questa è la mia idea della morte: difendere quello che c'è, quel che si può».
Bobbio, in una sorta di ultima lettera, ha dichiarato di non sentirsi né ateo né agnostico.
«Su una questione così personale scelgo il silenzio».