La Repubblica 26.5.03 Filosofia
Quando Schopenhauer sbottò: "Hegel è un ciarlatano"
di Franco Volpi
«Prima di deridere l´astronomia di Hegel lo scientista dovrebbe immaginare il sorriso di Hegel se lo sentisse parlare di filosofia». Specialmente oggi, questa è la prima raccomandazione da tenere presente nell´accostarsi alla filosofia hegeliana della natura. Perché la tentazione di cadere nello stesso errore dello scientista è grande. In effetti quest´opera parte centrale dell´Enciclopedia delle scienze filosofiche, preceduta dalla Scienza della logica e seguita dalla Filosofia dello spirito (anch´esse tradotte dalla Utet) è stata considerata la parte più caduca del sistema hegeliano. Essa ha qualcosa di artificioso, non vive delle traboccanti intuizioni di Goethe o degli empiti naturalistici del giovane Schelling. Diciamolo pure: possiede ormai, nei suoi contenuti scientifici, un valore prevalentemente storico, tendenzialmente museale.
Già all´epoca, peraltro, l´ammirazione per il vasto sapere messo in campo da Hegel non aveva impedito di rilevare alcuni veri e propri errori in cui egli inciampa. Il giovane Schopenhauer aveva avuto l´ardire di svergognarlo di fronte ai colleghi. Bruciandosi ovviamente la carriera. Scriverà: «Hegel è un ciarlatano, sofista, oscurantista», «uno sciupatore di carta, di tempo, di cervelli». Eppure il philosophus teutonicus per eccellenza rimane un passaggio inevitabile nella storia della filosofia, un pensatore imprescindibile al quale sempre si è tornati e sempre si tornerà. Certo, dopo le sbornie neohegeliane del passato l´interesse per il suo pensiero è rientrato oggi nel suo alveo naturale: la ristretta cerchia degli specialisti. Ma anche nelle facoltà di filosofia Hegel non è più frequentato come un tempo. Eppure la sua filosofia rimane qualcosa di unico e grande: è il tentativo, l´ultimo, di percorrere le mille vie del reale fino ad elevarsi al punto di vista di Dio e comprendere la Totalità. Di dare un nome all´Intero e interpretare tutto come sua necessaria esplicazione.
La presente edizione, che include anche le importanti «Aggiunte», è l´impresa con cui Valerio Verra, compianto grand seigneur della filosofia italiana, ci ha lasciati. Due anni or sono, mentre si accingeva alla correzione delle bozze di questo libro, un improvviso destino lo strappava al suo lavoro.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
lunedì 26 maggio 2003
domenica 25 maggio 2003
Il Resto del Carlino 25.5.03
Bellocchio guest star della serata finale
Giunge oggi al suo epilogo con un ospite d'eccezione, il regista Marco Bellocchio (foto), il “Reggio Film Festival”, maratona di cortometraggi al cinema Rosebud (via Medaglie d'oro della Resistenza) dedicata al tema del Riciclo.
Bellocchio aprirà la serata: alle 20,30 il regista, oltre ad incontrare il pubblico, mostrerà uno suo “corto” ormai introvabile, “Abbasso lo zio”. Seguirà un incontro con Ro Marcenaro, il presidente della giuria, che presenterà alcuni cortometraggi realizzati per un progetto Rai.
Poi si passerà alla proiezione dei video che hanno vinto i premi e a visione finita si passerà alla consegna dei riconoscimenti ai cortometraggi giudicati migliori dalle varie giurie impegnate in questi giorni.
Il premio ReMIDa andrà al miglior “corto” della sezzione riciclo. Il premio cartoon Tetra Pak al miglior video d'animazione. Una targa Arci-Ucca sarà consegnata all'autore dell'opera che risulterà avere spunti zavattiniani.
Il premio scuola verrà fornito da Borsari, mentre la facoltà di Scienze della Comunicazione ha assegnato alcuni riconoscimenti.
L’Arena 25.5.03
Il direttore artistico della Mostra Internazionale del Cinema de Hadeln, si è «mosso» molto sulla Croisette in previsione della rassegna che inizierà il 27 agosto. Sarebbero certi Kusturica, Bellocchio, Altman e Bertolucci Indiscrezioni su Venezia
Cannes . Moritz de Hadeln, (nella foto) , direttore artistico della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, sarebbe a un buon punto nella selezione dei film per la 60 ª edizione del festival veneziano, che si terrà dal 27 agosto al 6 settembre. Riluttante a confermare le indiscrezioni, il direttore artistico non si sbilancia sulle voci che darebbero come ormai sicuri al Lido i nuovi film di Bernardo Bertolucci, Emir Kusturica, Marco Bellocchio, Robert Altman, Theo Angelopoulos, Jacques Rivette e Catherine Breillat
(...)
Corriere della Sera, 25.5.03
La fisica teorica non smette di ipotizzare situazioni naturali o eventualmente artificiali per percorrere una quarta dimensione: la durata
La scienza ha un sogno eretico
di Giulio Giorello
C’era una signorina di nome Bice / che poteva viaggiare molto più veloce della luce; / partì un giorno / in modo relativo, / e tornò a casa la notte precedente. Così un limerick (poesiola umoristica) pubblicato sul Punch del 19 dicembre 1923 alludeva al sospetto che la Relatività rendesse possibile un vecchio sogno: i viaggi nel tempo. Del resto, «vi sono in realtà quattro dimensioni: lunghezza, larghezza, altezza e... durata. Ma permane una tendenza a stabilire una distinzione fittizia tra le prime tre e l’ultima». E tutto questo per «un’infermità naturale» del nostro cervello. Non sono parole di Albert Einstein. Qualche anno prima che questi formulasse la teoria della relatività speciale (1905) e generale (1915), Herbert George Wells così presentava in «La macchina del tempo» (1895) il punto di vista di un singolare Viaggiatore, il quale, mentre «il fuoco brucia allegramente e la pallida luce delle lampade a incandescenza si riflette nelle bollicine d’aria che luccicano e svaniscono nei bicchieri dei commensali», spiega ai frequentatori di un tipico club inglese che «là fuori» ci attendono passato e futuro come nuovi continenti da esplorare.
Fin qui la fantascienza. Ma negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale il logico e matematico Kurt Gödel, di solito schivo e taciturno, ma che amava «provocare» l’amico Einstein, doveva confidargli che era perfettamente compatibile con la relatività generale pensare orbite nello spazio che, avvolgendosi a spirale, potevano risalire nel passato, purché «l’intero Universo fosse in rotazione». Così illustra la cosa il noto fisico e divulgatore Paul Davies nel suo libretto appropriatamente intitolato «Come costruire una macchina del tempo»: «Se un intrepido astronauta si avventura in questo vortice gravitazionale, viene a sua volta catturato e trascinato nel moto di rotazione - e poiché anche la luce è coinvolta in tale moto, l’astronauta viene a trovarsi nella condizione della signorina Bice rispetto a un osservatore lontano». Anche se a livello locale non si supera mai la velocità della luce (come prescrive appunto la fisica relativistica), a livello globale «l’astronauta sembra raggiungere una velocità superluminare».
Già prima che Gödel, nel 1949, pubblicasse la sua idea, Einstein aveva confessato di sentirsi «profondamente a disagio» di fronte alla semplice eventualità che le eleganti equazioni della sua teoria potessero ammettere soluzioni «patologiche» che «legalizzavano» i viaggi nel tempo. Oggi i cosmologi tendono a escludere un universo in rotazione come quello ipotizzato da Gödel (e qualche storico pensa che lo scenario immaginato dal grande logico non fosse altro che un’apparentemente razionale consolazione alla «irrazionale e insana» ossessione per la morte che lo travagliava). Tuttavia, fisici audaci non smettono di evocare situazioni naturali o eventualmente artificiali (le macchine del tempo) che dovrebbero consentire ciò che più turbava Einstein ma insieme confermava la sua stessa concezione del tempo.
Ma allora, potremmo davvero accalcarci tra le colonne del palazzo senatoriale per spiare l’uccisione di Cesare o magari sul Golgota per assistere alla passione di Gesù? Viaggiare fino alla fine del mondo e tornare indietro a raccontare l’Apocalisse? Oppure, più modestamente, tornare indietro a incontrare madri, nonne, bisnonne e, magari senza volerlo, interrompere quel corso di eventi grazie al quale noi stessi siamo nati? In tal caso, da dove mai verremmo? Vi sono scienziati e filosofi che temono non meno di Einstein questa anarchia e che si sbizzarriscono a congetturare una «censura cronologica» che dovrebbe vietare evenienze del genere. Altri scrivono addirittura dei testi letterari, come per esempio il cosmologo di Cambridge John Barrow (uno dei creatori del cosiddetto «Principio Antropico»), il cui «Infinities» viene messo in scena da Luca Ronconi alla Bovisa di Milano. E forse ha un qualche fondamento la speranza (o il timore) che qualcosa come una macchina del tempo si possa davvero costruire - anche se personalmente non sono così ottimista (o pessimista) come Paul Davies.
Si dovrebbe comunque riconoscere che una macchina del tempo già l’abbiamo: è lo splendido, misterioso e affascinante universo che osserviamo. Poiché la finitezza della velocità della luce fa sì che per guardare indietro nel tempo dobbiamo guardare lontano nello spazio, le ultime sofisticate tecnologie ci permettono di «vedere» lo stato dell’Universo solo «a poche migliaia di anni» dal Big Bang.
Vi sembra poco? A qualche Wells o a qualche Gödel probabilmente sì. Ma è anche grazie a questa «insana» curiosità che la scienza va avanti.
La Stampa, 25.5.03
Anticipatore di Nietzsche ci aiuta a capirlo meglio
Gianni Vattimo
QUANDO, nei giorni più bui della recente crisi dell'Iraq (e dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa), abbiamo cercato di ripensare alla «America che amiamo», e che non si potrebbe mai confondere con i «falchi» di Bush, un nome che ci è venuto in mente è stato quello di Ralph Waldo Emerson. Uno spirito amico di altri grandi americani autentici come Henry David Thoreau o Walt Whitman. Uno che, nelle prime pagine dei suoi famosissimi Saggi (1841-44), ci viene incontro con una rivendicazione di libertà («Chiunque vuol essere un uomo deve essere non conformista») assai poco in armonia con la progressiva militarizzazione a cui la lotta al terrorismo sta costringendo la società statunitense. Già, si potrebbe osservare, ma come mai allora Nietzsche, ritenuto il profeta del nazismo e di tutte le ideologie violente del Novecento, lo considerava così affine a sé da non poterne nemmeno parlare per lodarlo, tanto vi si identificava? Certo, anche Nietzsche faceva del non conformismo (peraltro più teorizzato che praticato, nella sua vita di professore precocemente in pensione) una bandiera. Ma, come ha osservato Richard Rorty che è anche uno dei più coerenti eredi dello spirito emersoniano, Nietzsche amava Emerson soprattutto in quanto teorico della creatività individuale, così accentuata da prendere spesso la forma di un individualismo anarchico, mentre non ne condivideva certo l'impegno per l'abolizione della schiavitù e per una politica in generale «progressista». Tuttavia, l'affinità con Emerson, che Nietzsche rivendicava così intensamente, può aiutare sia a capire meglio certi tratti meno «nazisti» del suo pensiero, sia certe contraddizioni dell'individualismo con cui ancora oggi ci troviamo a fare i conti. Ciò che Nietzsche chiamava (senza spiegarlo tanto) l'eterno ritorno dell'uguale, si può ben leggere come la fede emersoniana nella «grande anima» (o «superanima»), l'idea cioè che ogni individuo porti in sé, e metta in gioco nelle sue decisioni imprevedibili, il tutto dell'essere. Non c'è un senso già dato nell'essere, sicché siamo liberi; ma quello che facciamo è anche sempre espressione della nostra appartenenza a questo tutto. Romanticismo, eredità dell'idealismo, ma anche pragmatismo (la verità è quella che riusciamo a «fare»), sono una versione, anzi un'anticipazione, americana del pensiero di Nietzsche che forse può aiutarci a guardare a lui con meno sospetto. Naturalmente, a patto che anche Emerson non venga tradito da qualche forma di rigurgito «nietszchiano» nei suoi illegittimi eredi.
La Stampa, 25.5.03
L'intervista. Parla Silvia Vegetti Finzi
«Milano è una città divorata dalla fretta dove i professionisti si curano col lavoro»
di Fiorella Minervino
CAPELLI biondi, aspetto fragile ed elegante, parrebbe una di quelle signore casa e famiglia un po’ intimidite dal mondo. Invece Silvia Vegetti Finzi è una donna decisa, volitiva, studiosa di successo come poche altre. E’ tra i maggiori storici della psicoanalisi, ha una cattedra a Pavia, vanta numerose pubblicazioni, collabora con il «Corriere della Sera» che l’ha interpellata per i casi più drammatici: dalla nevrosi alla follia, al comportamento femminile. Ha appena pubblicato un libro fortunato, accettato anche dalla difficile comunità dei suoi colleghi più severi. Il titolo è «Parlar d'amore - le donne e le stagioni dell'amore», edito da Rizzoli, e raccoglie le lettere che la studiosa riceve in una rubrica per il femminile del «Corriere». Silvia Vegetti ha parecchio da offrire, il suo buonsenso e la scienza che l'accompagnano. Ha selezionato le lettere per argomento, scrivendo un capitolo per ogni gruppo con titoli come «ombre sul matrimonio». Ne è nato un trattatello gradevole, ma saggio e colto sui dolori, la difficoltà di vivere sole e tanti altri problemi che affliggono l'esistenza al femminile ai giorni nostri.
Che cosa pensa di Milano?
«Ha subito una grande involuzione rispetto alle aspettative che la mia generazione aveva nutrito (Silvia Vegetti ha superato i 50 anni n.d.r.) nei confronti di questa città. Speravamo fosse internazionale, penso alle grandi Triennali, alla città degli architetti, dei mobili che lanciavano uno stile estetico che era anche morale, alla Milano di Strehler. Era un polo internazionale con personaggi quali Musatti, Banfi, Paci, Cantoni, Fornari. Sono invece stati mancati appuntamneti importanti. Dal Piccolo sembra stia risorgendo qualcosa. Ma è anche vero che è troppo facile essere ipercritici, bisogna anche vedere i miglioramenti. Milano dà speranze, segnali che il teatro risorge, qualche mostra importante come il Modigliani a Palazzo Reale, l'attenzione ai musei, la passione in crescita per la musica; c'è un ritorno di concerti seguitissimi al Conservatorio, poi la nuova Scala, gli Arcimboldi. Io vedo importanti iniziative come Vidas, tipico segnale della solidarietà milanese. Un ospedale che accoglie gli ultimi attimi della vita, mescola l'efficacia alla pietà, significa non solo dare soldi, ma avere progetti per incidere sulla qualità della vita delle persone. Esistono poi progetti di umanizzazione come al reparto oncologico dell'Ospedale San Carlo, dove ci sono segnali diversi di terapia, oltre che sulla cura».
E quanto a urbanistica e traffico?
«Sembra sia stata fatta una buona cosa con il cavalcavia di Famagosta. Abbiamo bisogno di fare e portare a termine cose importanti, come il passante ferroviario che ristagna. Il problema inquinamento è specialmente sentito dai bambini. I bimbi di Milano sono molto più malati, noi nonne vediamo che sono più sofferenti dei nostri figli nella parte respiratoria. La qualità dell'aria a Milano è problema primo da affrontare: bisogna scoraggiare il traffico privato a favore di un buon trasporto pubblico».
Milano è città per lavorare bene?
«E' la città dove si lavora meglio. Sono nata per caso a Brescia, perché i miei genitori si trovavano là, ma mi considero milanese e ne sono contenta perché i rapporti sono diretti, sobri, ci si incontra e basta. Non esistono troppe incrostazioni di rapporti di cortesia, sovente ci si basa su affinità di lavori condivisi. Nel mio esiste parecchia attenzione da parte degli editori. L'editoria è a Milano tuttora un polo culturale che regge, non ancora completamente commercializzato. Esistono piccole o medie case editrici ottime, come Mazzotta, Skira, Electa».
Dunque come si vive, secondo lei, qui?
«Bene anche se ci sono parecchie contraddizioni. E’ una città a macchia di leopardo: esiste ad esempio una comunità di sociologi, medici ecc., ma manca il tessuto connettivo delle polis, il momento in cui esce l'elemento strutturale e la politica. Con la caduta della politica, nel gruppo privato non c’è dialogo o confronto tra le parti, non riescono a confrontarsi».
Come mai un'autorevole studiosa di psicoanalisi come lei ha scritto un libro con le lettere ricevute in una rubrica?
«Mi è stato chiesto dalle lettrici che le ritagliavano e raccoglievano, per salvarle dalla precarietà dello spazio d'una settimana. Poi mi sono messa a leggere tante lettere, oltre 1000. C'è competenza teorica con la psicoanalisi, c'è un codice della lettura del mondo e anche rapporto con i giovani. Io insegno all'Università dal 1975, circa 30 anni. A scrivere sono soprattutto donne d'ogni età, dai 12 anni in su. Scrivono bene, hanno capacità di autoanalisi, di mettersi in crisi, c'è una grande maturità raggiunta dalle donne, molte lavorano su di sé, si interrogano sulle crisi, l'uomo si butta tutto dietro di sé per incapacità di tollerare il dolore. Le donne sono capaci di “abitare” la sofferenza anche per superarla, l'uomo la rifugge».
Quali problemi emergono con maggior intensità?
«La solitudine, la maternità che diventa rovello, ha perso la spontaneità, è tormentone. Poi i tradimenti, non più subiti, bensì attuati dalla donna: è una cosa nuova. Negli Anni Settanta le lettere erano scritte perché le donne venivano lasciate, ora sono loro le più inquiete, non hanno più né senso del peccato né della colpa, si interrogano sulle conseguenze. Le quarantenni di oggi sono irrequiete, meno bloccate dal moralismo delle generazioni precedenti, l'adulterio era privilegio maschile, ora c'è la parità, la fedeltà vale per tutti e due o per nessuno. Mi stupisce che ci sia poca lealtà e solidarietà fra donne, il tradimento distrugge un'amicizia, c'è spietatezza nei rapporti erotici. L'uomo ha più remore nel tradire le persone con cui si hanno legami d'amicizia, le donne no. Quanto alla carriera è avvertita come contraddittoria rispetto agli affetti, pesa sulle donne. Sono poche le superdonne che riescono davvero nel lavoro, nella vita di coppia, la cura degli affetti è compito femminile. Vita affettuosa e carriera sono una coperta corta, tirano da una parte e dall'altra. Molte giovani rinunciano alla carriera, hanno visto che la dedizione costa troppo, verso i 35 anni scelgono la maternità. Puntano di più sulla vita privata».
Milano è città di donne sole?
«Assai più che in altre parti d'Italia. Cercano amicizie femminili e interessi comuni. Ai concerti, al cinema, a teatro, alle conferenze si vedono donne con donne in nuove reti di solidarietà femminile che rendono meno pesante la vita da sola. Hanno più voglia, più apertura al mondo, più curiosità di prima, così per non essere sole si alleano ad altre. Gli uomini soli sono più tristi, anche giovani, non hanno alternative al lavoro professionale per contrastare il vuoto che li atterrisce».
Come mai parecchi si affidano a Internet per conoscersi?
«C'è questo nuovo modo di stabilire nuove relazioni: conoscersi via chat. Non ci si espone né esprime con il corpo, con sguardi, gesti, parole, ma si presenta un'identità simulata, si cade nel delirio di onnipotenza. Ci sono ragazzine di 12 anni che fingono di essere bellissime donne bionde di 24 anni, in conflitto con la realtà. Quando si conoscono è la delusione. Un uomo dall'appartamento a casa sua ha visto arrivare una donna piccola, modesta, brutta, l'ha buttata giù dalle scale. Il contatto con la realtà diventa persecutorio. Ti aspetti un principe azzurro o una Claudia Schiffer, sogni, pensi. Allora la delusione diventa frustrazione violenta. Basta pensare al recente caso del ragazzo Andrea Calderini che ha ucciso la moglie Helietta, la vicina, una passante e sparato su altri. Si erano conosciuti chattando. Lei era sì anoressica, ma bella, di buona famiglia, aveva tutto. Lui aveva la psicologia del malato mentale. Come lei sia caduta nel tranello dell'illusione del sogno d'amore è un mistero. E' assai più interessante, dal punto di vista psicologico, la personalità della ragazza che non quella del marito. Le ragazze che studiano e viaggiano hanno l'identica attesa del primo amore d'un tempo, è un appuntamento che non si può mancare, lo si crea artificialmente se non accade».
Qual è il peggior difetto di questa metropoli?
«E' frenata dalla fretta, le nostre esistenze sono scandite dal tempo. Il vero problema è non sapersi più ritagliare del tempo, molti professionisti lavorano curandosi con il lavoro. Le feste, le domeniche sono un momento significativo: il contenitore lavoro è anche contenitore delle ansie, per cui i problemi devono essere rimandati poi, se non c'è possibilità di rinvio si cade nell'angoscia. A Milano un tempo il weekend era d'obbligo, ora non più. Le donne schizzano dalla città alla campagna al mare, ma non si fermano più 3 mesi come un tempo, ma 2-3 giorni. Si continua a saltare dal luogo di villeggiatura alla città. Questo specialmente a Milano. Si ha paura della libertà, l'arte dell'esercizio piacevole nel tempo libero, come nelle “Affinità elettive” di Goethe non esiste, si cerca la contrazione del tempo, se non c'è la si produce».
Come è stato recepito il suo libro dalla comunità scientifica?
«Con buone reazioni sia da donne comuni sia da esigenti psicoanalisti colleghi. Non ci sono state chiusure, nulla è spacciato per terapia. Il consiglio è un invito a pensare, un processo di autoterapia, non faccio che riprendere l'antico insegnamento socratico: conosci te stesso».
Infine, che consigli può offrire a questa città malata di fretta e di altro?
«Di ascoltare i bambini, sono cartine di tornasole del disagio d'una città, ecologisti spontanei in questi anni, ogni volta che c'è una proposta di quartiere, anche un giardinetto. Se si riesce a parlare con loro e non solo di loro, ci si rende conto che non solo soffrono di più i malanni di questa città, ma ci danno la direzione degli interventi. Se la maestra è brava, loro indicano i giochi, così come va migliorato il quartiere».
La Repubblica Salute, 22.5.03
La parola più dei farmaci aiuta chi è "disturbato"
Sondaggi AltroconsumoSalutest e DoxaMens sulle terapie. A 25 anni dall’approvazione della legge 180
di Maurizio Pieganelli
Terapie psichiatriche, paure, costi: ne parlano due sondaggi, uno con criteri scientifici classici (DoxaMens: mille intervistati over 15), l’altro con risposte ponderate per essere rappresentative degli italiani (AltroconsumoSalutest: 2500 questionari ritornati).
CHI CURA Nell’indagine Doxa, presentata nell’ambito del progetto Mens, che unisce Associazioni pazientifamiliari e Società Scientifiche, a 25 anni dal varo della legge sulla Psichiatria (la "180", che chiuse i manicomi), il 30% degli intervistati pensa che chi ha disturbi mentali debba consultare uno psichiatra; il 25% uno psicologo; il 6% uno psicoterapeuta o psicanalista; il 20% un medico di famiglia, il 14% un "medico in generale" e il 24% "persone esperte". Dal sondaggio di Altroconsumo, che appare sulla rivista dell’associazione, solo il 25% è spinto a "cercare un aiuto psicologico professionale". La metà si rivolge al medico di famiglia.
LE TERAPIE Dall’inchiesta di Altroconsumo emerge positivo il ruolo di psichiatra e psicologo (risoluzione del sintomo, soddisfazione: vedi tabella). Nel 56% dei casi il medico di famiglia non ha indicato, a chi ha difficoltà emotive e psichiche, lo psicoterapeuta. La terapia vincente, per gli intervistati, risulta il mix farmacidialogo. Le risposte Doxa: per disturbi non gravi colloqui con specialisti (65%), uso di farmaci (32%). Per disturbi gravi il 77% indica l’uso di psicofarmaci. In generale il 77% pensa che il mix efficace sia farmacodialogo.
PSICOFARMACI L’indagine Doxa segnala che il 14% degli intervistati considera utile l’uso esclusivo degli psicofarmaci; il 32% ne vede solo vantaggi, il 34% sia vantaggi che svantaggi e il 24% più svantaggi. Il 71% crede nella dipendenza da psicofarmaco. L’indagine Altroconsumo segnala un dato allarmante: il 36% di chi assume psicofarmaci lo fa senza controllo medico. I farmaci da soli non danno alcun risultato per il 22% degli interpellati.
COSTI E STIGMA Costo medio di un’ora dallo psichiatra 64 euro, da uno psicologo 54 (indagine Altroconsumo). Il costo alto è un ostacolo (13%), l’abbandono è al 17%. Andare dal medico di famiglia è per metà delle persone "meno imbarazzante". Doxa: se un familiare ha problemi psichiatrici non se ne parla (67%). Oltre il 53%, in caso di sintomi gravi, crede che le autorità sanitarie possano imporre la cura. Il 34% pensa che debba decidere la persona. In epoca di revisione di Trattamento sanitario obbligatorio (proposta all’esame del Parlamento) non è da sottovalutare.
La Repubblica Salute 22.5.03
Ma quanto costa la depressione?
Un progetto di valutazione della Bocconi
di Silvia Baglioni
La depressione si avvia ad essere una delle più gravi e diffuse malattie: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2020 essa costituirà la seconda ragione di disabilità nel mondo. Questa patologia ad altissimo impatto sociale ha oggi una prevalenza stimata fra il 3 ed il 6,4% della popolazione, con una maggiore frequenza tra le donne (510% contro il 25% degli uomini). La qualità della vita può peggiorare a tal punto che i pazienti hanno un rischio maggiore di ammalarsi e morire anzitempo. Ma la depressione può diventare anche un’emergenza economica: la maggior parte dei pazienti cronici è in età lavorativa e subisce importanti ripercussioni economiche legate alla perdita di produttività.
Il progetto "Valutazione economica della depressione in Medicina Generale in Italia", disegnato dal Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria dell’Università Bocconi, in collaborazione con la Lundbeck Italia SpA e la FIMMGSIMeF (Federazione Italiana Medici di Medicina GeneraleSocietà italiana medici di famiglia), vuole essere uno studio "osservazionale" che intende stimare i costi complessivi della Depressione in Medicina Generale.
«I dati epidemiologici relativi alla depressione nel nostro Paese sono molto scarsi», spiega Rosanna Tarricone, del CeRGAS, «la letteratura internazionale riporta che almeno il 50% della popolazione depressa si rivolge al medico di famiglia. Da ciò emerge che la prevalenza della malattia tra i pazienti della medicina di base è equivalente a circa il 10%. Oltre 5 casi su dieci rimangano non diagnosticati per cause diverse: atipicità dei quadri clinici (incapacità di ricondurre i disturbi somatici alla loro origine); scarsa intesa tra medico e paziente; insufficiente conoscenza della patologia; poco tempo per ogni singola visita. Un medico di medicina generale vede in media 40 pazienti al giorno e può individuare un disturbo d’ansia o di depressione in almeno 8 casi, mentre non riconoscerà l’esistenza di questi disturbi in altrettanti pazienti. Ciò che risulta evidente è che una incidenza della depressione così elevata tra i pazienti trattati in medicina generale impone al medico di base un ruolo di protagonista nella gestione di questa patologia».
Nei prossimi sei mesi il CeRGAS – Bocconi elaborerà e analizzerà i dati raccolti da circa 40 medici di famiglia. Lo scopo principale è quello di valutare i costi legati alla depressione, sia riconosciuta e trattata, sia non riconosciuta o non trattata adeguatamente. «In tal modo» conclude la Tarricone, «si intendono stimare i costi legati alla depressione in medicina generale in tutto il complesso della patologia stessa (obiettivo mai perseguito finora sia a livello nazionale sia internazionale), al fine di fornire i dati e le informazioni rilevanti per istruire un processo di formazione e sensibilizzazione dei medici di famiglia circa la depressione».
La Repubblica Salute, 22.5.03
Europa e salute mentale
"Preparare i medici di base"
Conferenza a Bruxelles: "educare" i sanitari, aiutare le famiglie mal sostenute. La questione dei farmaci
di Giuseppe Del Bello
Bruxelles Nei Paesi occidentali l’85 per cento dei pazienti che soffre di disturbi mentali non ha accesso alle terapie. Lo rivela l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Bisogna fare di più ed elaborare una strategia comune perché le problematiche mentali devono essere considerate una patologia. Curabile, ma che ha bisogno di un approccio farmacologico e assistenziale programmato. Il messaggio arriva dalla conferenza che, dedicata alla "Salute mentale e alla schizofrenia in Europa" e presieduta dal parlamentare greco Antonios Trakatellis, si è tenuta nella sede del Parlamento Europeo di Bruxelles. Migliaia di diagnosi trascurate o mai formulate e cure poco praticate (qualora siano state prescritte) tra le conseguenze della scarsa formazione di base e della mancata collaborazione dei medici di famiglia. Dice il professor Pier Maria Furlan, ordinario di psichiatria dell’università di Torino e direttore del Dipartimento di Salute mentale della II facoltà di medicina: «Il medico di base ha un rapporto privilegiato col paziente e dovrebbe, almeno nella fase successiva, essere messo in grado di seguire la sua situazione. In Europa è attiva l’Unione dei medici di base che dipendono dagli ordini professionali delle varie nazioni: da questi organismi dovrebbe arrivare l’indicazione alla formazione e alla collaborazione con lo specialista». Gli fa eco Horst Kloppenburg, rappresentante della Commissione europea: «Non sempre serve lo specialista per problemi, come depressione e stress, che toccano una volta nella vita un quarto della popolazione europea. La Commissione e il Parlamento europei sono vicini a medici e famiglie: i problemi mentali vanno considerati alla stessa stregua di quelli fisici». Sanitari da "educare", famiglie poco preparate e mal sostenute. Se ne lamenta Begone Arino, presidentessa dell’Eufami (Associazione europea familiari dei pazienti con problemi mentali): «Abbiamo bisogno di aiuto per reggere lo stress e per poter essere utili a nostra volta». Ma Furlan spiega che colmare il vuoto è possibile: «Soprattutto le famiglie non "invischiate" potrebbero dare un supporto se aiutate dai servizi assistenziali. Per esempio, io ho creato un "centro crisi": non è ospedale e non è un ambulatorio. Qui i pazienti possono dormire qualche notte anche con due familiari, se ne hanno bisogno per superare il trauma della separazione, ma allontanando le problematiche della propria casa». Importante è, pure, abbattere lo stigma, cioè quella che viene definita la "vergogna" della malattia mentale: «è vero che agisce negativamente, che c’è il timore di essere messi alla berlina, ma per combattere queste situazioni è fondamentale rendere "visibili" i servizi di psichiatria: la gente non sa che esistono e, soprattutto, non conosce il percorso da fare». Tutt’altro che trascurabile il problema terapia: i moderni farmaci. Ancora Furlan: «Oltre a mirare di più ai recettori, le molecole di oggi riescono a salvaguardare la qualità della vita consentendo maggiore autonomia e una diminuzione di quei disturbi secondari che un tempo inducevano ad abbandonare la terapia. Ma c’è troppa burocrazia: spesso ci vogliono due anni e più prima che un prodotto, già approvato, venga messo in vendita. L’Europa dovrebbe amministrare gli standard qualitativi per orientare i governi e dare una mano a ridurre gli aspetti burocratici». E in Italia il ritardo fa registrare un fenomeno discriminatorio: chi ha amicizie influenti e possibilità economiche si procura farmaci altrove, dove sono già in farmacia. Ultimo esempio, l’olanzapina iniettabile. È un antipsicotico di recente generazione che ha scarsissimi effetti collaterali: c’è chi se lo procura dal Vaticano attraverso amicizie influenti o chi se lo fa arrivare direttamente dalla Svizzera. Chi può.
Bellocchio guest star della serata finale
Giunge oggi al suo epilogo con un ospite d'eccezione, il regista Marco Bellocchio (foto), il “Reggio Film Festival”, maratona di cortometraggi al cinema Rosebud (via Medaglie d'oro della Resistenza) dedicata al tema del Riciclo.
Bellocchio aprirà la serata: alle 20,30 il regista, oltre ad incontrare il pubblico, mostrerà uno suo “corto” ormai introvabile, “Abbasso lo zio”. Seguirà un incontro con Ro Marcenaro, il presidente della giuria, che presenterà alcuni cortometraggi realizzati per un progetto Rai.
Poi si passerà alla proiezione dei video che hanno vinto i premi e a visione finita si passerà alla consegna dei riconoscimenti ai cortometraggi giudicati migliori dalle varie giurie impegnate in questi giorni.
Il premio ReMIDa andrà al miglior “corto” della sezzione riciclo. Il premio cartoon Tetra Pak al miglior video d'animazione. Una targa Arci-Ucca sarà consegnata all'autore dell'opera che risulterà avere spunti zavattiniani.
Il premio scuola verrà fornito da Borsari, mentre la facoltà di Scienze della Comunicazione ha assegnato alcuni riconoscimenti.
L’Arena 25.5.03
Il direttore artistico della Mostra Internazionale del Cinema de Hadeln, si è «mosso» molto sulla Croisette in previsione della rassegna che inizierà il 27 agosto. Sarebbero certi Kusturica, Bellocchio, Altman e Bertolucci Indiscrezioni su Venezia
Cannes . Moritz de Hadeln, (nella foto) , direttore artistico della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, sarebbe a un buon punto nella selezione dei film per la 60 ª edizione del festival veneziano, che si terrà dal 27 agosto al 6 settembre. Riluttante a confermare le indiscrezioni, il direttore artistico non si sbilancia sulle voci che darebbero come ormai sicuri al Lido i nuovi film di Bernardo Bertolucci, Emir Kusturica, Marco Bellocchio, Robert Altman, Theo Angelopoulos, Jacques Rivette e Catherine Breillat
(...)
Corriere della Sera, 25.5.03
La fisica teorica non smette di ipotizzare situazioni naturali o eventualmente artificiali per percorrere una quarta dimensione: la durata
La scienza ha un sogno eretico
di Giulio Giorello
C’era una signorina di nome Bice / che poteva viaggiare molto più veloce della luce; / partì un giorno / in modo relativo, / e tornò a casa la notte precedente. Così un limerick (poesiola umoristica) pubblicato sul Punch del 19 dicembre 1923 alludeva al sospetto che la Relatività rendesse possibile un vecchio sogno: i viaggi nel tempo. Del resto, «vi sono in realtà quattro dimensioni: lunghezza, larghezza, altezza e... durata. Ma permane una tendenza a stabilire una distinzione fittizia tra le prime tre e l’ultima». E tutto questo per «un’infermità naturale» del nostro cervello. Non sono parole di Albert Einstein. Qualche anno prima che questi formulasse la teoria della relatività speciale (1905) e generale (1915), Herbert George Wells così presentava in «La macchina del tempo» (1895) il punto di vista di un singolare Viaggiatore, il quale, mentre «il fuoco brucia allegramente e la pallida luce delle lampade a incandescenza si riflette nelle bollicine d’aria che luccicano e svaniscono nei bicchieri dei commensali», spiega ai frequentatori di un tipico club inglese che «là fuori» ci attendono passato e futuro come nuovi continenti da esplorare.
Fin qui la fantascienza. Ma negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale il logico e matematico Kurt Gödel, di solito schivo e taciturno, ma che amava «provocare» l’amico Einstein, doveva confidargli che era perfettamente compatibile con la relatività generale pensare orbite nello spazio che, avvolgendosi a spirale, potevano risalire nel passato, purché «l’intero Universo fosse in rotazione». Così illustra la cosa il noto fisico e divulgatore Paul Davies nel suo libretto appropriatamente intitolato «Come costruire una macchina del tempo»: «Se un intrepido astronauta si avventura in questo vortice gravitazionale, viene a sua volta catturato e trascinato nel moto di rotazione - e poiché anche la luce è coinvolta in tale moto, l’astronauta viene a trovarsi nella condizione della signorina Bice rispetto a un osservatore lontano». Anche se a livello locale non si supera mai la velocità della luce (come prescrive appunto la fisica relativistica), a livello globale «l’astronauta sembra raggiungere una velocità superluminare».
Già prima che Gödel, nel 1949, pubblicasse la sua idea, Einstein aveva confessato di sentirsi «profondamente a disagio» di fronte alla semplice eventualità che le eleganti equazioni della sua teoria potessero ammettere soluzioni «patologiche» che «legalizzavano» i viaggi nel tempo. Oggi i cosmologi tendono a escludere un universo in rotazione come quello ipotizzato da Gödel (e qualche storico pensa che lo scenario immaginato dal grande logico non fosse altro che un’apparentemente razionale consolazione alla «irrazionale e insana» ossessione per la morte che lo travagliava). Tuttavia, fisici audaci non smettono di evocare situazioni naturali o eventualmente artificiali (le macchine del tempo) che dovrebbero consentire ciò che più turbava Einstein ma insieme confermava la sua stessa concezione del tempo.
Ma allora, potremmo davvero accalcarci tra le colonne del palazzo senatoriale per spiare l’uccisione di Cesare o magari sul Golgota per assistere alla passione di Gesù? Viaggiare fino alla fine del mondo e tornare indietro a raccontare l’Apocalisse? Oppure, più modestamente, tornare indietro a incontrare madri, nonne, bisnonne e, magari senza volerlo, interrompere quel corso di eventi grazie al quale noi stessi siamo nati? In tal caso, da dove mai verremmo? Vi sono scienziati e filosofi che temono non meno di Einstein questa anarchia e che si sbizzarriscono a congetturare una «censura cronologica» che dovrebbe vietare evenienze del genere. Altri scrivono addirittura dei testi letterari, come per esempio il cosmologo di Cambridge John Barrow (uno dei creatori del cosiddetto «Principio Antropico»), il cui «Infinities» viene messo in scena da Luca Ronconi alla Bovisa di Milano. E forse ha un qualche fondamento la speranza (o il timore) che qualcosa come una macchina del tempo si possa davvero costruire - anche se personalmente non sono così ottimista (o pessimista) come Paul Davies.
Si dovrebbe comunque riconoscere che una macchina del tempo già l’abbiamo: è lo splendido, misterioso e affascinante universo che osserviamo. Poiché la finitezza della velocità della luce fa sì che per guardare indietro nel tempo dobbiamo guardare lontano nello spazio, le ultime sofisticate tecnologie ci permettono di «vedere» lo stato dell’Universo solo «a poche migliaia di anni» dal Big Bang.
Vi sembra poco? A qualche Wells o a qualche Gödel probabilmente sì. Ma è anche grazie a questa «insana» curiosità che la scienza va avanti.
La Stampa, 25.5.03
Anticipatore di Nietzsche ci aiuta a capirlo meglio
Gianni Vattimo
QUANDO, nei giorni più bui della recente crisi dell'Iraq (e dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa), abbiamo cercato di ripensare alla «America che amiamo», e che non si potrebbe mai confondere con i «falchi» di Bush, un nome che ci è venuto in mente è stato quello di Ralph Waldo Emerson. Uno spirito amico di altri grandi americani autentici come Henry David Thoreau o Walt Whitman. Uno che, nelle prime pagine dei suoi famosissimi Saggi (1841-44), ci viene incontro con una rivendicazione di libertà («Chiunque vuol essere un uomo deve essere non conformista») assai poco in armonia con la progressiva militarizzazione a cui la lotta al terrorismo sta costringendo la società statunitense. Già, si potrebbe osservare, ma come mai allora Nietzsche, ritenuto il profeta del nazismo e di tutte le ideologie violente del Novecento, lo considerava così affine a sé da non poterne nemmeno parlare per lodarlo, tanto vi si identificava? Certo, anche Nietzsche faceva del non conformismo (peraltro più teorizzato che praticato, nella sua vita di professore precocemente in pensione) una bandiera. Ma, come ha osservato Richard Rorty che è anche uno dei più coerenti eredi dello spirito emersoniano, Nietzsche amava Emerson soprattutto in quanto teorico della creatività individuale, così accentuata da prendere spesso la forma di un individualismo anarchico, mentre non ne condivideva certo l'impegno per l'abolizione della schiavitù e per una politica in generale «progressista». Tuttavia, l'affinità con Emerson, che Nietzsche rivendicava così intensamente, può aiutare sia a capire meglio certi tratti meno «nazisti» del suo pensiero, sia certe contraddizioni dell'individualismo con cui ancora oggi ci troviamo a fare i conti. Ciò che Nietzsche chiamava (senza spiegarlo tanto) l'eterno ritorno dell'uguale, si può ben leggere come la fede emersoniana nella «grande anima» (o «superanima»), l'idea cioè che ogni individuo porti in sé, e metta in gioco nelle sue decisioni imprevedibili, il tutto dell'essere. Non c'è un senso già dato nell'essere, sicché siamo liberi; ma quello che facciamo è anche sempre espressione della nostra appartenenza a questo tutto. Romanticismo, eredità dell'idealismo, ma anche pragmatismo (la verità è quella che riusciamo a «fare»), sono una versione, anzi un'anticipazione, americana del pensiero di Nietzsche che forse può aiutarci a guardare a lui con meno sospetto. Naturalmente, a patto che anche Emerson non venga tradito da qualche forma di rigurgito «nietszchiano» nei suoi illegittimi eredi.
La Stampa, 25.5.03
L'intervista. Parla Silvia Vegetti Finzi
«Milano è una città divorata dalla fretta dove i professionisti si curano col lavoro»
di Fiorella Minervino
CAPELLI biondi, aspetto fragile ed elegante, parrebbe una di quelle signore casa e famiglia un po’ intimidite dal mondo. Invece Silvia Vegetti Finzi è una donna decisa, volitiva, studiosa di successo come poche altre. E’ tra i maggiori storici della psicoanalisi, ha una cattedra a Pavia, vanta numerose pubblicazioni, collabora con il «Corriere della Sera» che l’ha interpellata per i casi più drammatici: dalla nevrosi alla follia, al comportamento femminile. Ha appena pubblicato un libro fortunato, accettato anche dalla difficile comunità dei suoi colleghi più severi. Il titolo è «Parlar d'amore - le donne e le stagioni dell'amore», edito da Rizzoli, e raccoglie le lettere che la studiosa riceve in una rubrica per il femminile del «Corriere». Silvia Vegetti ha parecchio da offrire, il suo buonsenso e la scienza che l'accompagnano. Ha selezionato le lettere per argomento, scrivendo un capitolo per ogni gruppo con titoli come «ombre sul matrimonio». Ne è nato un trattatello gradevole, ma saggio e colto sui dolori, la difficoltà di vivere sole e tanti altri problemi che affliggono l'esistenza al femminile ai giorni nostri.
Che cosa pensa di Milano?
«Ha subito una grande involuzione rispetto alle aspettative che la mia generazione aveva nutrito (Silvia Vegetti ha superato i 50 anni n.d.r.) nei confronti di questa città. Speravamo fosse internazionale, penso alle grandi Triennali, alla città degli architetti, dei mobili che lanciavano uno stile estetico che era anche morale, alla Milano di Strehler. Era un polo internazionale con personaggi quali Musatti, Banfi, Paci, Cantoni, Fornari. Sono invece stati mancati appuntamneti importanti. Dal Piccolo sembra stia risorgendo qualcosa. Ma è anche vero che è troppo facile essere ipercritici, bisogna anche vedere i miglioramenti. Milano dà speranze, segnali che il teatro risorge, qualche mostra importante come il Modigliani a Palazzo Reale, l'attenzione ai musei, la passione in crescita per la musica; c'è un ritorno di concerti seguitissimi al Conservatorio, poi la nuova Scala, gli Arcimboldi. Io vedo importanti iniziative come Vidas, tipico segnale della solidarietà milanese. Un ospedale che accoglie gli ultimi attimi della vita, mescola l'efficacia alla pietà, significa non solo dare soldi, ma avere progetti per incidere sulla qualità della vita delle persone. Esistono poi progetti di umanizzazione come al reparto oncologico dell'Ospedale San Carlo, dove ci sono segnali diversi di terapia, oltre che sulla cura».
E quanto a urbanistica e traffico?
«Sembra sia stata fatta una buona cosa con il cavalcavia di Famagosta. Abbiamo bisogno di fare e portare a termine cose importanti, come il passante ferroviario che ristagna. Il problema inquinamento è specialmente sentito dai bambini. I bimbi di Milano sono molto più malati, noi nonne vediamo che sono più sofferenti dei nostri figli nella parte respiratoria. La qualità dell'aria a Milano è problema primo da affrontare: bisogna scoraggiare il traffico privato a favore di un buon trasporto pubblico».
Milano è città per lavorare bene?
«E' la città dove si lavora meglio. Sono nata per caso a Brescia, perché i miei genitori si trovavano là, ma mi considero milanese e ne sono contenta perché i rapporti sono diretti, sobri, ci si incontra e basta. Non esistono troppe incrostazioni di rapporti di cortesia, sovente ci si basa su affinità di lavori condivisi. Nel mio esiste parecchia attenzione da parte degli editori. L'editoria è a Milano tuttora un polo culturale che regge, non ancora completamente commercializzato. Esistono piccole o medie case editrici ottime, come Mazzotta, Skira, Electa».
Dunque come si vive, secondo lei, qui?
«Bene anche se ci sono parecchie contraddizioni. E’ una città a macchia di leopardo: esiste ad esempio una comunità di sociologi, medici ecc., ma manca il tessuto connettivo delle polis, il momento in cui esce l'elemento strutturale e la politica. Con la caduta della politica, nel gruppo privato non c’è dialogo o confronto tra le parti, non riescono a confrontarsi».
Come mai un'autorevole studiosa di psicoanalisi come lei ha scritto un libro con le lettere ricevute in una rubrica?
«Mi è stato chiesto dalle lettrici che le ritagliavano e raccoglievano, per salvarle dalla precarietà dello spazio d'una settimana. Poi mi sono messa a leggere tante lettere, oltre 1000. C'è competenza teorica con la psicoanalisi, c'è un codice della lettura del mondo e anche rapporto con i giovani. Io insegno all'Università dal 1975, circa 30 anni. A scrivere sono soprattutto donne d'ogni età, dai 12 anni in su. Scrivono bene, hanno capacità di autoanalisi, di mettersi in crisi, c'è una grande maturità raggiunta dalle donne, molte lavorano su di sé, si interrogano sulle crisi, l'uomo si butta tutto dietro di sé per incapacità di tollerare il dolore. Le donne sono capaci di “abitare” la sofferenza anche per superarla, l'uomo la rifugge».
Quali problemi emergono con maggior intensità?
«La solitudine, la maternità che diventa rovello, ha perso la spontaneità, è tormentone. Poi i tradimenti, non più subiti, bensì attuati dalla donna: è una cosa nuova. Negli Anni Settanta le lettere erano scritte perché le donne venivano lasciate, ora sono loro le più inquiete, non hanno più né senso del peccato né della colpa, si interrogano sulle conseguenze. Le quarantenni di oggi sono irrequiete, meno bloccate dal moralismo delle generazioni precedenti, l'adulterio era privilegio maschile, ora c'è la parità, la fedeltà vale per tutti e due o per nessuno. Mi stupisce che ci sia poca lealtà e solidarietà fra donne, il tradimento distrugge un'amicizia, c'è spietatezza nei rapporti erotici. L'uomo ha più remore nel tradire le persone con cui si hanno legami d'amicizia, le donne no. Quanto alla carriera è avvertita come contraddittoria rispetto agli affetti, pesa sulle donne. Sono poche le superdonne che riescono davvero nel lavoro, nella vita di coppia, la cura degli affetti è compito femminile. Vita affettuosa e carriera sono una coperta corta, tirano da una parte e dall'altra. Molte giovani rinunciano alla carriera, hanno visto che la dedizione costa troppo, verso i 35 anni scelgono la maternità. Puntano di più sulla vita privata».
Milano è città di donne sole?
«Assai più che in altre parti d'Italia. Cercano amicizie femminili e interessi comuni. Ai concerti, al cinema, a teatro, alle conferenze si vedono donne con donne in nuove reti di solidarietà femminile che rendono meno pesante la vita da sola. Hanno più voglia, più apertura al mondo, più curiosità di prima, così per non essere sole si alleano ad altre. Gli uomini soli sono più tristi, anche giovani, non hanno alternative al lavoro professionale per contrastare il vuoto che li atterrisce».
Come mai parecchi si affidano a Internet per conoscersi?
«C'è questo nuovo modo di stabilire nuove relazioni: conoscersi via chat. Non ci si espone né esprime con il corpo, con sguardi, gesti, parole, ma si presenta un'identità simulata, si cade nel delirio di onnipotenza. Ci sono ragazzine di 12 anni che fingono di essere bellissime donne bionde di 24 anni, in conflitto con la realtà. Quando si conoscono è la delusione. Un uomo dall'appartamento a casa sua ha visto arrivare una donna piccola, modesta, brutta, l'ha buttata giù dalle scale. Il contatto con la realtà diventa persecutorio. Ti aspetti un principe azzurro o una Claudia Schiffer, sogni, pensi. Allora la delusione diventa frustrazione violenta. Basta pensare al recente caso del ragazzo Andrea Calderini che ha ucciso la moglie Helietta, la vicina, una passante e sparato su altri. Si erano conosciuti chattando. Lei era sì anoressica, ma bella, di buona famiglia, aveva tutto. Lui aveva la psicologia del malato mentale. Come lei sia caduta nel tranello dell'illusione del sogno d'amore è un mistero. E' assai più interessante, dal punto di vista psicologico, la personalità della ragazza che non quella del marito. Le ragazze che studiano e viaggiano hanno l'identica attesa del primo amore d'un tempo, è un appuntamento che non si può mancare, lo si crea artificialmente se non accade».
Qual è il peggior difetto di questa metropoli?
«E' frenata dalla fretta, le nostre esistenze sono scandite dal tempo. Il vero problema è non sapersi più ritagliare del tempo, molti professionisti lavorano curandosi con il lavoro. Le feste, le domeniche sono un momento significativo: il contenitore lavoro è anche contenitore delle ansie, per cui i problemi devono essere rimandati poi, se non c'è possibilità di rinvio si cade nell'angoscia. A Milano un tempo il weekend era d'obbligo, ora non più. Le donne schizzano dalla città alla campagna al mare, ma non si fermano più 3 mesi come un tempo, ma 2-3 giorni. Si continua a saltare dal luogo di villeggiatura alla città. Questo specialmente a Milano. Si ha paura della libertà, l'arte dell'esercizio piacevole nel tempo libero, come nelle “Affinità elettive” di Goethe non esiste, si cerca la contrazione del tempo, se non c'è la si produce».
Come è stato recepito il suo libro dalla comunità scientifica?
«Con buone reazioni sia da donne comuni sia da esigenti psicoanalisti colleghi. Non ci sono state chiusure, nulla è spacciato per terapia. Il consiglio è un invito a pensare, un processo di autoterapia, non faccio che riprendere l'antico insegnamento socratico: conosci te stesso».
Infine, che consigli può offrire a questa città malata di fretta e di altro?
«Di ascoltare i bambini, sono cartine di tornasole del disagio d'una città, ecologisti spontanei in questi anni, ogni volta che c'è una proposta di quartiere, anche un giardinetto. Se si riesce a parlare con loro e non solo di loro, ci si rende conto che non solo soffrono di più i malanni di questa città, ma ci danno la direzione degli interventi. Se la maestra è brava, loro indicano i giochi, così come va migliorato il quartiere».
La Repubblica Salute, 22.5.03
La parola più dei farmaci aiuta chi è "disturbato"
Sondaggi AltroconsumoSalutest e DoxaMens sulle terapie. A 25 anni dall’approvazione della legge 180
di Maurizio Pieganelli
Terapie psichiatriche, paure, costi: ne parlano due sondaggi, uno con criteri scientifici classici (DoxaMens: mille intervistati over 15), l’altro con risposte ponderate per essere rappresentative degli italiani (AltroconsumoSalutest: 2500 questionari ritornati).
CHI CURA Nell’indagine Doxa, presentata nell’ambito del progetto Mens, che unisce Associazioni pazientifamiliari e Società Scientifiche, a 25 anni dal varo della legge sulla Psichiatria (la "180", che chiuse i manicomi), il 30% degli intervistati pensa che chi ha disturbi mentali debba consultare uno psichiatra; il 25% uno psicologo; il 6% uno psicoterapeuta o psicanalista; il 20% un medico di famiglia, il 14% un "medico in generale" e il 24% "persone esperte". Dal sondaggio di Altroconsumo, che appare sulla rivista dell’associazione, solo il 25% è spinto a "cercare un aiuto psicologico professionale". La metà si rivolge al medico di famiglia.
LE TERAPIE Dall’inchiesta di Altroconsumo emerge positivo il ruolo di psichiatra e psicologo (risoluzione del sintomo, soddisfazione: vedi tabella). Nel 56% dei casi il medico di famiglia non ha indicato, a chi ha difficoltà emotive e psichiche, lo psicoterapeuta. La terapia vincente, per gli intervistati, risulta il mix farmacidialogo. Le risposte Doxa: per disturbi non gravi colloqui con specialisti (65%), uso di farmaci (32%). Per disturbi gravi il 77% indica l’uso di psicofarmaci. In generale il 77% pensa che il mix efficace sia farmacodialogo.
PSICOFARMACI L’indagine Doxa segnala che il 14% degli intervistati considera utile l’uso esclusivo degli psicofarmaci; il 32% ne vede solo vantaggi, il 34% sia vantaggi che svantaggi e il 24% più svantaggi. Il 71% crede nella dipendenza da psicofarmaco. L’indagine Altroconsumo segnala un dato allarmante: il 36% di chi assume psicofarmaci lo fa senza controllo medico. I farmaci da soli non danno alcun risultato per il 22% degli interpellati.
COSTI E STIGMA Costo medio di un’ora dallo psichiatra 64 euro, da uno psicologo 54 (indagine Altroconsumo). Il costo alto è un ostacolo (13%), l’abbandono è al 17%. Andare dal medico di famiglia è per metà delle persone "meno imbarazzante". Doxa: se un familiare ha problemi psichiatrici non se ne parla (67%). Oltre il 53%, in caso di sintomi gravi, crede che le autorità sanitarie possano imporre la cura. Il 34% pensa che debba decidere la persona. In epoca di revisione di Trattamento sanitario obbligatorio (proposta all’esame del Parlamento) non è da sottovalutare.
La Repubblica Salute 22.5.03
Ma quanto costa la depressione?
Un progetto di valutazione della Bocconi
di Silvia Baglioni
La depressione si avvia ad essere una delle più gravi e diffuse malattie: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2020 essa costituirà la seconda ragione di disabilità nel mondo. Questa patologia ad altissimo impatto sociale ha oggi una prevalenza stimata fra il 3 ed il 6,4% della popolazione, con una maggiore frequenza tra le donne (510% contro il 25% degli uomini). La qualità della vita può peggiorare a tal punto che i pazienti hanno un rischio maggiore di ammalarsi e morire anzitempo. Ma la depressione può diventare anche un’emergenza economica: la maggior parte dei pazienti cronici è in età lavorativa e subisce importanti ripercussioni economiche legate alla perdita di produttività.
Il progetto "Valutazione economica della depressione in Medicina Generale in Italia", disegnato dal Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria dell’Università Bocconi, in collaborazione con la Lundbeck Italia SpA e la FIMMGSIMeF (Federazione Italiana Medici di Medicina GeneraleSocietà italiana medici di famiglia), vuole essere uno studio "osservazionale" che intende stimare i costi complessivi della Depressione in Medicina Generale.
«I dati epidemiologici relativi alla depressione nel nostro Paese sono molto scarsi», spiega Rosanna Tarricone, del CeRGAS, «la letteratura internazionale riporta che almeno il 50% della popolazione depressa si rivolge al medico di famiglia. Da ciò emerge che la prevalenza della malattia tra i pazienti della medicina di base è equivalente a circa il 10%. Oltre 5 casi su dieci rimangano non diagnosticati per cause diverse: atipicità dei quadri clinici (incapacità di ricondurre i disturbi somatici alla loro origine); scarsa intesa tra medico e paziente; insufficiente conoscenza della patologia; poco tempo per ogni singola visita. Un medico di medicina generale vede in media 40 pazienti al giorno e può individuare un disturbo d’ansia o di depressione in almeno 8 casi, mentre non riconoscerà l’esistenza di questi disturbi in altrettanti pazienti. Ciò che risulta evidente è che una incidenza della depressione così elevata tra i pazienti trattati in medicina generale impone al medico di base un ruolo di protagonista nella gestione di questa patologia».
Nei prossimi sei mesi il CeRGAS – Bocconi elaborerà e analizzerà i dati raccolti da circa 40 medici di famiglia. Lo scopo principale è quello di valutare i costi legati alla depressione, sia riconosciuta e trattata, sia non riconosciuta o non trattata adeguatamente. «In tal modo» conclude la Tarricone, «si intendono stimare i costi legati alla depressione in medicina generale in tutto il complesso della patologia stessa (obiettivo mai perseguito finora sia a livello nazionale sia internazionale), al fine di fornire i dati e le informazioni rilevanti per istruire un processo di formazione e sensibilizzazione dei medici di famiglia circa la depressione».
La Repubblica Salute, 22.5.03
Europa e salute mentale
"Preparare i medici di base"
Conferenza a Bruxelles: "educare" i sanitari, aiutare le famiglie mal sostenute. La questione dei farmaci
di Giuseppe Del Bello
Bruxelles Nei Paesi occidentali l’85 per cento dei pazienti che soffre di disturbi mentali non ha accesso alle terapie. Lo rivela l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Bisogna fare di più ed elaborare una strategia comune perché le problematiche mentali devono essere considerate una patologia. Curabile, ma che ha bisogno di un approccio farmacologico e assistenziale programmato. Il messaggio arriva dalla conferenza che, dedicata alla "Salute mentale e alla schizofrenia in Europa" e presieduta dal parlamentare greco Antonios Trakatellis, si è tenuta nella sede del Parlamento Europeo di Bruxelles. Migliaia di diagnosi trascurate o mai formulate e cure poco praticate (qualora siano state prescritte) tra le conseguenze della scarsa formazione di base e della mancata collaborazione dei medici di famiglia. Dice il professor Pier Maria Furlan, ordinario di psichiatria dell’università di Torino e direttore del Dipartimento di Salute mentale della II facoltà di medicina: «Il medico di base ha un rapporto privilegiato col paziente e dovrebbe, almeno nella fase successiva, essere messo in grado di seguire la sua situazione. In Europa è attiva l’Unione dei medici di base che dipendono dagli ordini professionali delle varie nazioni: da questi organismi dovrebbe arrivare l’indicazione alla formazione e alla collaborazione con lo specialista». Gli fa eco Horst Kloppenburg, rappresentante della Commissione europea: «Non sempre serve lo specialista per problemi, come depressione e stress, che toccano una volta nella vita un quarto della popolazione europea. La Commissione e il Parlamento europei sono vicini a medici e famiglie: i problemi mentali vanno considerati alla stessa stregua di quelli fisici». Sanitari da "educare", famiglie poco preparate e mal sostenute. Se ne lamenta Begone Arino, presidentessa dell’Eufami (Associazione europea familiari dei pazienti con problemi mentali): «Abbiamo bisogno di aiuto per reggere lo stress e per poter essere utili a nostra volta». Ma Furlan spiega che colmare il vuoto è possibile: «Soprattutto le famiglie non "invischiate" potrebbero dare un supporto se aiutate dai servizi assistenziali. Per esempio, io ho creato un "centro crisi": non è ospedale e non è un ambulatorio. Qui i pazienti possono dormire qualche notte anche con due familiari, se ne hanno bisogno per superare il trauma della separazione, ma allontanando le problematiche della propria casa». Importante è, pure, abbattere lo stigma, cioè quella che viene definita la "vergogna" della malattia mentale: «è vero che agisce negativamente, che c’è il timore di essere messi alla berlina, ma per combattere queste situazioni è fondamentale rendere "visibili" i servizi di psichiatria: la gente non sa che esistono e, soprattutto, non conosce il percorso da fare». Tutt’altro che trascurabile il problema terapia: i moderni farmaci. Ancora Furlan: «Oltre a mirare di più ai recettori, le molecole di oggi riescono a salvaguardare la qualità della vita consentendo maggiore autonomia e una diminuzione di quei disturbi secondari che un tempo inducevano ad abbandonare la terapia. Ma c’è troppa burocrazia: spesso ci vogliono due anni e più prima che un prodotto, già approvato, venga messo in vendita. L’Europa dovrebbe amministrare gli standard qualitativi per orientare i governi e dare una mano a ridurre gli aspetti burocratici». E in Italia il ritardo fa registrare un fenomeno discriminatorio: chi ha amicizie influenti e possibilità economiche si procura farmaci altrove, dove sono già in farmacia. Ultimo esempio, l’olanzapina iniettabile. È un antipsicotico di recente generazione che ha scarsissimi effetti collaterali: c’è chi se lo procura dal Vaticano attraverso amicizie influenti o chi se lo fa arrivare direttamente dalla Svizzera. Chi può.
mercoledì 21 maggio 2003
I server della Pyra Labs che permettono la presenza sulla rete di questo blog sono stati a lungo bloccati. Gli archivi sono al momento non disponibili
PER LEGGERE GLI ARTICOLI PRECEDENTEMENTE ARCHIVIATI, TUTTAVIA, È POSSIBILE CERCARLI INSERENDO NELLA FINESTRA DI "CERCA NEL BLOG" UNA PAROLA CHIAVE: NULLA È VERAMENTE ANDATO PERDUTO
lunedì 17 marzo 2003
Corriere della Sera 17.3.03
Il celebre direttore inglese e i Wiener hanno registrato in cinque cd i capolavori del compositore
«Beethoven, un dovere per noi musicisti»
Rattle: oggi più che mai è giusto eseguire le Sinfonie, inno alla pace e alla libertà
Giuseppina Manin
VIENNA - «E’ un momento molto difficile per uno come me diviso nel lavoro e negli affetti tra Londra e Berlino. Come tutti sono molto preoccupato. Penso però che proprio adesso sia giusto più che mai eseguire Beethoven, il suo è un inno alla pace e alla libertà. E’ un dovere per tutti noi musicisti». Sir Simon Rattle risponde così a chi gli chiede che cosa pensa di Tony Blair. La domanda coglie d’improvviso il direttore d’orchestra, «suddito» di Sua Maestà Britannica, promosso baronetto per meriti artistici, ma da settembre di casa in Germania, alla guida dei Berliner Philhamoniker. Due Paesi della stessa Europa oggi lontanissimi sul problema della guerra.
Di passaggio a Vienna, dove ha presentato a una platea internazionale di addetti ai lavori l’edizione completa delle Sinfonie di Beethoven registrate in 5 cd per la Emi insieme con i Wiener Philharmoniker, il 48enne riccioluto maestro inglese racconta con passione questa sua ultima avventura musicale.
Dunque, le Sinfonie di Beethoven...
«Quando me l’hanno proposto, ho detto: siete pazzi? Un altro album Beethoven? Naturalmente però, come ogni direttore, anch’io sognavo di inciderle. Anche per cogliere quel vento di novità che circola in Europa da qualche anno. L’aver detto sì, inoltre, mi ha dato l’opportunità di lavorare con questi meravigliosi orchestrali che considero la mia famiglia».
Veramente risulta che lei si sia appena sposato altrove, da settembre tiene famiglia alla Philharmonie di Berlino...
«Certo, la mia vera casa è lì. Ma anche con Vienna i legami restano stretti. Il mio lungo viaggio nelle Sinfonie è cominciato nel ’96 e si è concluso lo scorso maggio. Sette anni in compagnia di Beethoven stabiliscono legami profondi tra un direttore e gli strumentisti».
Che differenze tra il suono dei Wiener e quello dei Berliner?
«Le stesse che ci sono tra l’Austria e la Germania. Ufficialmente parlano la stessa lingua, ma all’orecchio risultano molto diverse. Inoltre, tra i Berliner siedono molte belle orchestrali, il che non guasta. Scherzi a parte, al di là delle famiglie musicali, la mia vera sta a Birmingham, dove mia moglie Candice ha scelto di tener casa. Appena posso torno da lei e anche dalla mia vecchia orchestra, con cui continuo a collaborare. La mia vita ormai è tutta un viaggio, adesso per 10 anni il punto fermo sarà Berlino. In futuro? Chi lo sa».
Certo, affrontare monumenti come le Nove Sinfonie deve dare i brividi. Il timore è che tutto sia già stato detto.
«In questi anni di lavoro, di studio, mi è tornata spesso in mente una frase di Samuel Beckett: "Ogni volta che provi a far qualcosa sbagli, provaci ancora, sbaglierai meno". L’ho sperimentato sulla mia pelle: quando pensi di aver capito tutto, non hai capito niente. Il segreto sta nel cercare. Il suono giusto esce dalla pratica, dal quotidiano stringere i denti tutti insieme. E osare. Anche quando le idee sembrano venire da Marte o da Giove. Beethoven rivela sempre mondi diversi, bisogna lasciar parlare lo spirito dello spartito».
E come parla lo spartito?
«Quando mi siedo nella mia stanza a studiare, ogni tanto succede che le indicazioni della partitura coincidano magicamente con gli stessi tempi che ho in testa io. Pensi di aver trovato, ma non è così. Prendiamo la Terza , l’ Eroica . Ci sono dei passaggi così forti che i dettami del metronomo non bastano più. Allora devi avere il coraggio di buttarti, di lasciarti trascinare da quei flutti. Beethoven ti spinge a seguire la sua musica con la musica, non con il metronomo».
Dopo Vienna?
«Birmigham, Berlino, Salisburgo. In Italia verrò a dicembre, il 19 al Lingotto di Torino con i Berliner. Sarà la mia prima volta nel vostro Paese. Questo è un anno di prime volte, a Salisburgo debutterò come direttore del Festival di Pasqua. Ancora con Beethoven, Fidelio (prossimamente nel catalogo Emi, ndr ). Altro inno alla libertà e alla giustizia. Speriamo che per quella data lo si possa eseguire con la gioia nel cuore».
Il celebre direttore inglese e i Wiener hanno registrato in cinque cd i capolavori del compositore
«Beethoven, un dovere per noi musicisti»
Rattle: oggi più che mai è giusto eseguire le Sinfonie, inno alla pace e alla libertà
Giuseppina Manin
VIENNA - «E’ un momento molto difficile per uno come me diviso nel lavoro e negli affetti tra Londra e Berlino. Come tutti sono molto preoccupato. Penso però che proprio adesso sia giusto più che mai eseguire Beethoven, il suo è un inno alla pace e alla libertà. E’ un dovere per tutti noi musicisti». Sir Simon Rattle risponde così a chi gli chiede che cosa pensa di Tony Blair. La domanda coglie d’improvviso il direttore d’orchestra, «suddito» di Sua Maestà Britannica, promosso baronetto per meriti artistici, ma da settembre di casa in Germania, alla guida dei Berliner Philhamoniker. Due Paesi della stessa Europa oggi lontanissimi sul problema della guerra.
Di passaggio a Vienna, dove ha presentato a una platea internazionale di addetti ai lavori l’edizione completa delle Sinfonie di Beethoven registrate in 5 cd per la Emi insieme con i Wiener Philharmoniker, il 48enne riccioluto maestro inglese racconta con passione questa sua ultima avventura musicale.
Dunque, le Sinfonie di Beethoven...
«Quando me l’hanno proposto, ho detto: siete pazzi? Un altro album Beethoven? Naturalmente però, come ogni direttore, anch’io sognavo di inciderle. Anche per cogliere quel vento di novità che circola in Europa da qualche anno. L’aver detto sì, inoltre, mi ha dato l’opportunità di lavorare con questi meravigliosi orchestrali che considero la mia famiglia».
Veramente risulta che lei si sia appena sposato altrove, da settembre tiene famiglia alla Philharmonie di Berlino...
«Certo, la mia vera casa è lì. Ma anche con Vienna i legami restano stretti. Il mio lungo viaggio nelle Sinfonie è cominciato nel ’96 e si è concluso lo scorso maggio. Sette anni in compagnia di Beethoven stabiliscono legami profondi tra un direttore e gli strumentisti».
Che differenze tra il suono dei Wiener e quello dei Berliner?
«Le stesse che ci sono tra l’Austria e la Germania. Ufficialmente parlano la stessa lingua, ma all’orecchio risultano molto diverse. Inoltre, tra i Berliner siedono molte belle orchestrali, il che non guasta. Scherzi a parte, al di là delle famiglie musicali, la mia vera sta a Birmingham, dove mia moglie Candice ha scelto di tener casa. Appena posso torno da lei e anche dalla mia vecchia orchestra, con cui continuo a collaborare. La mia vita ormai è tutta un viaggio, adesso per 10 anni il punto fermo sarà Berlino. In futuro? Chi lo sa».
Certo, affrontare monumenti come le Nove Sinfonie deve dare i brividi. Il timore è che tutto sia già stato detto.
«In questi anni di lavoro, di studio, mi è tornata spesso in mente una frase di Samuel Beckett: "Ogni volta che provi a far qualcosa sbagli, provaci ancora, sbaglierai meno". L’ho sperimentato sulla mia pelle: quando pensi di aver capito tutto, non hai capito niente. Il segreto sta nel cercare. Il suono giusto esce dalla pratica, dal quotidiano stringere i denti tutti insieme. E osare. Anche quando le idee sembrano venire da Marte o da Giove. Beethoven rivela sempre mondi diversi, bisogna lasciar parlare lo spirito dello spartito».
E come parla lo spartito?
«Quando mi siedo nella mia stanza a studiare, ogni tanto succede che le indicazioni della partitura coincidano magicamente con gli stessi tempi che ho in testa io. Pensi di aver trovato, ma non è così. Prendiamo la Terza , l’ Eroica . Ci sono dei passaggi così forti che i dettami del metronomo non bastano più. Allora devi avere il coraggio di buttarti, di lasciarti trascinare da quei flutti. Beethoven ti spinge a seguire la sua musica con la musica, non con il metronomo».
Dopo Vienna?
«Birmigham, Berlino, Salisburgo. In Italia verrò a dicembre, il 19 al Lingotto di Torino con i Berliner. Sarà la mia prima volta nel vostro Paese. Questo è un anno di prime volte, a Salisburgo debutterò come direttore del Festival di Pasqua. Ancora con Beethoven, Fidelio (prossimamente nel catalogo Emi, ndr ). Altro inno alla libertà e alla giustizia. Speriamo che per quella data lo si possa eseguire con la gioia nel cuore».
Il Mattino di Padova, lunedì 17 marzo 2003
Un autoritratto di Schönberg. Le sue opere sono in mostra a Torino
Una selezione di opere del musicista-pittore in mostra alla Galleria d'Arte Moderna di Torino
Schönberg, sguardi e visioni
I ritratti del compositore che inventò la dodecafonia
di Virginia Baradel
Fu nel corso degli anni Novanta che il mondo della cultura si accorse che esisteva anche uno Schonberg pittore: il grande compositore che inventò la dodecafonia non era affatto un pittore dilettante. Non fu, infatti, una sorpresa il fatto che dipingesse ma destò interesse la consistenza di questa produzione e la considerazione in cui egli stesso la teneva negli anni che vanno dal 1906 al 1912. Addirittura ci fu un momento in cui pensò di affermarsi come pittore e di promuoversi anche sul mercato, fosse anche nelle vesti di ritrattista. In realtà ciò non accadde e la sua pittura rimase un episodio circoscritto assai importante non solo per i risultati ottenuti ma anche perché riuscì ad assorbire l'eccesso di investigazione spirituale, le tensioni, i brividi dell'accanimento introspettivo, proprio di quegli anni, lasciando una soggettività più libera e dissodata alla ricerca musicale.
Tale divaricazione era ben percepita da Kandinsky il quale da un lato era ammirato e catturato dall'assonanza tra la ricerca musicale di Schönberg e la sua arte astratta, dall'altro cercava di trovare un modo per valorizzare anche la pittura del musicista ponendo l'accento su un carattere di fisiologica inadeguatezza della pittura a esprimere temi di per sé insondabili. Egli infatti la definì "pittura del soltanto" intendendo per esso quell'aspetto di inquieta difettosità implicita nel tentativo di esteriorizzare l'"occhio interiore" poggiato sulla "bocca dell'anima". Sono gli anni in cui l'artista russo scrive "Lo spirituale nell'arte" e la dimensione della ricerca oltre il visibile e il sensibile affratella in un unico orizzonte ermetico la nascente arte astratta e la disposizione simbolista-espressionista.
La stagione di Schönberg pittore durò pochi anni e produsse un numero limitato di opere che appartengono in massima parte agli eredi. Sino al 1998 la collezione di oltre 160 opere era conservata all'Istituto Arnold Schönberg di Los Angeles. A quella data essa è stata trasferita a Vienna nel nuovo Centro che porta il nome del musicista e dunque da allora la figura di Schönberg pittore è stata approfondita sia per quel che riguarda la sua singolarità che il contesto in cui si è manifestata. Ora una selezione di dipinti, disegni e bozzetti di scena è in mostra alla Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino (sino al 16 marzo) nell'ambito del programma "Sintonie" che vede in scena musica, arti figurative, cinema e teatro in una combinazione pluriennale che arriverà sino all'appuntamento olimpico del 2006. Da gennaio a marzo di quest'anno la concertazione si muove intorno alle figure di Beethoven e Schönberg e la mostra si è inaugurata con l'esecuzione all'Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto della Kammersynphonie n02 op.38 eseguita dalla Mahler Chamber Orchestra diretta da Daniel Harding.
Dunque la pittura del compositore viennese si accorda ad una catena di eventi che ruotano intorno alla musica - "Sintonie" nasce da un'idea di Claudio Abbado - anche se non è più tempo di orientare la riflessione cercando rimandi tra la sua musica e la sua pittura, bensì di leggere questa avventura come capitolo a sé. E' evidente che negli occhi sbarrati degli autoritratti e dei ritratti di Schönberg si registra l'eco di un sisma che agita il profondo, l'abisso interiore dove trovano luogo non solo l'inconscio (dirompente novità freudiana) ma anche quegli stati remoti e misteriosi frequentati dalla letteratura simbolista e dalla Teosofia.
Il clima era propizio a questi affondi irrazionali che trovano una via di sofferta e originale evidenza nel solco tra la Secessione e l'Espressionismo, più esattamente nell'esperienza del Blaue Reiter intrisa programmaticamente di spiritualismo. Sulla strada di Schönberg pittore contarono certo Kokoschka e Gerstl non meno di Van Gogh, Munch e Kubin. Contò molto anche Kandinsky ma più come interlocutore che venerava il compositore che come collega e critico. Questo dell'approvazione da parte degli altri artisti fu un terreno scosceso che fece penare e arrabbiare il musicista. Gli stessi artisti del Cavaliere Azzurro, con i quali Schönberg espose in occasione della prima esposizione del gruppo, erano perplessi e Macke non risparmiò strali sarcastici. Cosa c'era che non andava? L'eccesso di rovello introspettivo, l'urgenza emotiva non governata da una sicura padronanza espressiva. La ricerca dell'essenziale, pur professata e condivisa con lo stesso Kandinsky, non riguardava tanto i mezzi linguistici quanto l'enucleazione del centro ribollente di un "io" che abitava i piani sotterranei della coscienza. Dunque un investimento di significato recondito rischiava di sovraccaricare una dotazione espressiva che non sembrava in grado di sopportarne il peso.
Gli autoritratti e i ritratti di Schönberg si guardano, infatti, più rapiti per la testimonianza che ammirati per la prova d'arte; mentre le cosiddette "Visioni" sono molto più interessanti e riescono a riverberare il mistero che si annida alla radice dell'uomo con i mezzi di una pittura povera, volutamente larvale, certamente incline al Simbolismo. Il tema delle "Visioni" è lo "Sguardo" che rivela mondi indicibili e non negoziabili dalla mente. Al confronto con questi sguardi visionari, con queste pupille dilatate come fuochi non più regolabili e cerchiate da una veggente insonnia, l'occhio-satellite di Odilon Redon sembra piuttosto appartenere ad una preziosa e surreale fantascienza. E' certamente a questa altezza, tra le pieghe forse ancora avviluppate e non mai del tutto dispiegate di un inquieto spiritualismo che l'inflessibile autoanalisi di Schönberg trova modo di manifestarsi e perciò stesso, in qualche modo, di placarsi.
Un autoritratto di Schönberg. Le sue opere sono in mostra a Torino
Una selezione di opere del musicista-pittore in mostra alla Galleria d'Arte Moderna di Torino
Schönberg, sguardi e visioni
I ritratti del compositore che inventò la dodecafonia
di Virginia Baradel
Fu nel corso degli anni Novanta che il mondo della cultura si accorse che esisteva anche uno Schonberg pittore: il grande compositore che inventò la dodecafonia non era affatto un pittore dilettante. Non fu, infatti, una sorpresa il fatto che dipingesse ma destò interesse la consistenza di questa produzione e la considerazione in cui egli stesso la teneva negli anni che vanno dal 1906 al 1912. Addirittura ci fu un momento in cui pensò di affermarsi come pittore e di promuoversi anche sul mercato, fosse anche nelle vesti di ritrattista. In realtà ciò non accadde e la sua pittura rimase un episodio circoscritto assai importante non solo per i risultati ottenuti ma anche perché riuscì ad assorbire l'eccesso di investigazione spirituale, le tensioni, i brividi dell'accanimento introspettivo, proprio di quegli anni, lasciando una soggettività più libera e dissodata alla ricerca musicale.
Tale divaricazione era ben percepita da Kandinsky il quale da un lato era ammirato e catturato dall'assonanza tra la ricerca musicale di Schönberg e la sua arte astratta, dall'altro cercava di trovare un modo per valorizzare anche la pittura del musicista ponendo l'accento su un carattere di fisiologica inadeguatezza della pittura a esprimere temi di per sé insondabili. Egli infatti la definì "pittura del soltanto" intendendo per esso quell'aspetto di inquieta difettosità implicita nel tentativo di esteriorizzare l'"occhio interiore" poggiato sulla "bocca dell'anima". Sono gli anni in cui l'artista russo scrive "Lo spirituale nell'arte" e la dimensione della ricerca oltre il visibile e il sensibile affratella in un unico orizzonte ermetico la nascente arte astratta e la disposizione simbolista-espressionista.
La stagione di Schönberg pittore durò pochi anni e produsse un numero limitato di opere che appartengono in massima parte agli eredi. Sino al 1998 la collezione di oltre 160 opere era conservata all'Istituto Arnold Schönberg di Los Angeles. A quella data essa è stata trasferita a Vienna nel nuovo Centro che porta il nome del musicista e dunque da allora la figura di Schönberg pittore è stata approfondita sia per quel che riguarda la sua singolarità che il contesto in cui si è manifestata. Ora una selezione di dipinti, disegni e bozzetti di scena è in mostra alla Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino (sino al 16 marzo) nell'ambito del programma "Sintonie" che vede in scena musica, arti figurative, cinema e teatro in una combinazione pluriennale che arriverà sino all'appuntamento olimpico del 2006. Da gennaio a marzo di quest'anno la concertazione si muove intorno alle figure di Beethoven e Schönberg e la mostra si è inaugurata con l'esecuzione all'Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto della Kammersynphonie n02 op.38 eseguita dalla Mahler Chamber Orchestra diretta da Daniel Harding.
Dunque la pittura del compositore viennese si accorda ad una catena di eventi che ruotano intorno alla musica - "Sintonie" nasce da un'idea di Claudio Abbado - anche se non è più tempo di orientare la riflessione cercando rimandi tra la sua musica e la sua pittura, bensì di leggere questa avventura come capitolo a sé. E' evidente che negli occhi sbarrati degli autoritratti e dei ritratti di Schönberg si registra l'eco di un sisma che agita il profondo, l'abisso interiore dove trovano luogo non solo l'inconscio (dirompente novità freudiana) ma anche quegli stati remoti e misteriosi frequentati dalla letteratura simbolista e dalla Teosofia.
Il clima era propizio a questi affondi irrazionali che trovano una via di sofferta e originale evidenza nel solco tra la Secessione e l'Espressionismo, più esattamente nell'esperienza del Blaue Reiter intrisa programmaticamente di spiritualismo. Sulla strada di Schönberg pittore contarono certo Kokoschka e Gerstl non meno di Van Gogh, Munch e Kubin. Contò molto anche Kandinsky ma più come interlocutore che venerava il compositore che come collega e critico. Questo dell'approvazione da parte degli altri artisti fu un terreno scosceso che fece penare e arrabbiare il musicista. Gli stessi artisti del Cavaliere Azzurro, con i quali Schönberg espose in occasione della prima esposizione del gruppo, erano perplessi e Macke non risparmiò strali sarcastici. Cosa c'era che non andava? L'eccesso di rovello introspettivo, l'urgenza emotiva non governata da una sicura padronanza espressiva. La ricerca dell'essenziale, pur professata e condivisa con lo stesso Kandinsky, non riguardava tanto i mezzi linguistici quanto l'enucleazione del centro ribollente di un "io" che abitava i piani sotterranei della coscienza. Dunque un investimento di significato recondito rischiava di sovraccaricare una dotazione espressiva che non sembrava in grado di sopportarne il peso.
Gli autoritratti e i ritratti di Schönberg si guardano, infatti, più rapiti per la testimonianza che ammirati per la prova d'arte; mentre le cosiddette "Visioni" sono molto più interessanti e riescono a riverberare il mistero che si annida alla radice dell'uomo con i mezzi di una pittura povera, volutamente larvale, certamente incline al Simbolismo. Il tema delle "Visioni" è lo "Sguardo" che rivela mondi indicibili e non negoziabili dalla mente. Al confronto con questi sguardi visionari, con queste pupille dilatate come fuochi non più regolabili e cerchiate da una veggente insonnia, l'occhio-satellite di Odilon Redon sembra piuttosto appartenere ad una preziosa e surreale fantascienza. E' certamente a questa altezza, tra le pieghe forse ancora avviluppate e non mai del tutto dispiegate di un inquieto spiritualismo che l'inflessibile autoanalisi di Schönberg trova modo di manifestarsi e perciò stesso, in qualche modo, di placarsi.
domenica 16 marzo 2003
Modigliani
Corriere della Sera 16.3.03
LE SUE PAROLE FERMA CONVINZIONE DELLA SUPERIORITÀ DELL’ARTE MA ANCHE PENSIERI INCOERENTI, DA PERSONALITÀ SCHIZOFRENICA
«Non parlatemi dei cubisti: cercano i mezzi, non la vita che li utilizza»
Francesca Basso
Sicuro del proprio valore e con un’alta concezione dell’arte. Fin da ragazzo Amedeo Modigliani, dall’aria un po’ sdegnosa e dalle maniere fredde, sapeva cosa voleva. Riflessivo e intellettuale, nel 1901, appena diciassettenne, scrive all’amico Oscar Ghiglia a proposito degli artisti: «Noi (scusa il noi) abbiamo dei diritti diversi dagli altri, perché abbiamo dei bisogni diversi che ci mettono al di sopra - bisogna dirlo e crederlo - della loro morale. Il tuo dovere è di non consumarti mai nel sacrificio, il tuo dovere reale è di salvare il tuo sogno». L’arte viene prima di ogni cosa, come dimostra il lavoro di ricerca delle sue parole realizzato in questi anni da Marc Restellini. Continua Modigliani: «L’uomo che dalla sua energia non sa continuamente sprigionare nuovi desideri e quasi nuovi individui destinati per affermarsi sempre ad abbattere tutto quello che è di vecchio e di putrido restato, non è un uomo, è un borghese, uno speziale, quel che vuoi. Abituati a mettere i tuoi bisogni estetici al di sopra dei doveri degli uomini». Fin qui, niente di nuovo. Gli artisti da sempre hanno rivendicato la propria eccezionalità. Ma Modigliani, come sottolineava il medico-amico Paul Alexandre, «possedeva già, radicata in sé, la certezza del proprio valore. Sapeva di essere un iniziatore, non un epigono». Perché Modì sentiva che la sua arte veicolava un messaggio. «Stiamo costruendo un mondo nuovo utilizzando forme e colori - disse una volta l’artista al pittore Léopold Survage - ma è il pensiero il padrone di questo mondo nuovo». Per Restellini ci troviamo di fronte non a un pittore maledetto come ce lo ha tramandato la tradizione ma a un intellettuale «metafisico-spirituale». E il titolo dell’esposizione, che è ripreso da un messaggio che l’artista scrisse il 6 maggio 1913 ad Alexandre - «La felicità è un angelo dal volto severo. Il resuscitato» - punta l’accento proprio su questo aspetto.
Non solo, per Restellini, Modigliani aveva una personalità che presentava cenni di schizofrenia, messi in evidenza dalla sua introspezione malsana, dal rapporto inadeguato con il mondo esterno e dal suo senso di superiorità sugli altri. Il suo comportamento sconsiderato, dal rifiuto di eventuali lavori che gli avrebbero garantito la sopravvivenza all’apparente sicumera, ne sarebbe una prova così come la frase un po’ incoerente riportata in un album di disegni del 1907: «Ciò che cerco non è il reale né l’irreale, ma l’Inconscio, il mistero della Spontaneità della Razza» (dove non è chiara la seconda parte, in cui egli conia il neologismo francese Instinctivité e non si comprende se si riferisca al genere umano o alla razza ebraica).
La ricerca artistica di Modigliani aveva l’unico scopo, secondo Restellini, di creare la figura ideale, quella che permette l’introspezione più profonda attraverso una fisionomia anonima e inespressiva. Scriveva il pittore livornese: «È l’essere umano che mi interessa. Il volto è la suprema creazione della natura. Me ne servo senza sosta».
E proprio lo studio della figura lo ha legato alla ricerca estetica dell’avanguardia parigina, che egli tuttavia non frequentò. Anche la sua fase cubista fu, in realtà, «cubisteggiante». Lo si evince dalle stesse parole dell’artista all’amico Survage: «Non parlarmi dei cubisti; cercano soltanto i mezzi senza preoccuparsi della vita che li utilizza. Il genio deve penetrarla immediatamente».
«L’uomo sprigioni nuovi desideri dalla sua energia. Sennò è un borghese»
Corriere della Sera 16.3.03
Amava le donne e sapeva scorgere il loro destino
di Ulderico Munzi
L a personalità di Modigliani ha suggestionato per il senso sfuggente, e magico insieme, attribuito a ogni tratto: fisico, biografico, poetico. Anna Achmatova, che arriva a Parigi in viaggio di nozze nel 1910, scrive di lui: «Aveva la testa di Antinoo e gli occhi dalle scintille d’oro» (un’enfasi lirica che si insinua fra altre e contrastanti iconografie, che evocano il dandy, ma anche la dolente spettralità del «seduttore consumato dall’alcol e dalle droghe»). Anche la sua biografia sfuma, a volte, nell’incertezza (la data di nascita, l’inserimento nella grande avventura artistica di Montparnasse). Se poi ci si addentra nel discorso conoscitivo-ideativo (i dipinti, le sculture, i disegni su carta) il rapporto di causa ed effetto ci appare come un prisma enigmatico. Penso che ciò sia dovuto ad un’arcana identità che collega alcuni geni visionari che hanno subito una morte precoce più o meno alla stessa età. Modigliani, scomparso a 36 anni, come il Parmigianino, come Raffaello (o, in letteratura, se spostiamo, non di molto, in avanti la data, D. H. Lawrence). Cos’hanno in comune questi artisti, oltre a una prodigiosa produzione, quasi la vita abbia voluto compensare la sua brevità? Hanno, prima ancora di un’arte espressiva privilegiata, l’intima arte del presentimento. Da qui deriva, fortissimo, il loro mistero. Presentimento di ciò che il tempo riserva. E qui potremmo citare Borges quando, rovesciando il metodo di Plotino, comincia col ricordare le oscurità inerenti al tempo: mistero metafisico, naturale, che deve precedere l’eternità, la quale è figlia degli uomini. Soffermiamoci sugli spunti più semplici, ad esempio sulla singolarità delle figure femminili dipinte da Modigliani: quei colli lunghi, e le teste oblunghe, e la loro sensualità incisiva e perplessa, che sembra offrire se stessa e, insieme, provare timore per il proprio futuro. Figurativamente, le forme sono desunte dall’arte africana, che suggestionò il pittore. Ma, andando oltre, si può sostenere che Modigliani (come il Parmigianino, Raffaello, ecc.) sapeva vedere, con un potere medianico, al di là dell’apparenza delle sue donne, addirittura nel loro destino. Pensiamo a una delle donne più amate: Jeanne Hébuterne. Le sue foto ci mostrano una carnagione scura e un naso largo; nel ritratto del pittore, invece, la figura è pallida e col naso affilato. Modigliani sembra cogliere l’intima corruzione dei tessuti, delle cellule. Jeanne, incinta del secondo figlio e prossima al parto, si getta da un quinto piano il 26 gennaio 1920, appena un giorno dopo la morte dell’artista. Una fatalità sconvolgente cade su altre due donne molto amate da Modigliani. Simone Thirioux, che nel ’17 ebbe un figlio dal pittore, muore di tubercolosi nei primi anni Venti. Una terza amante, Beatrice Hastings, si suiciderà a Londra. La femminilità «dai colli lunghi» ha dunque l’inebriante languore della dolcezza del vivere amoroso e, al tempo stesso, l’amaro languore della fine. L’arte del presentimento corrisponde alle parole sibilline di Leonardo ricordate da Freud: «È piena d’infinite ragioni che non furono mai in isperienza». Ma furono, eccome, nella percezione medianica. Con la perentorietà del colpo d’occhio in cui si rovescia l’inconscio. I capolavori di Modigliani nascono da un’aggregazione di passato, presente e avvenire. E il ricordo va alle notti in cui Modigliani posava una candela accesa sopra ogni sua scultura per ottenerne l’effetto di un tempio primitivo. Non sotto l’effetto dell’hashish, come dice la leggenda. Ma per quella possessione di mistero che proiettava l’artista in una dimensione del tempo totalmente estranea al tempo oggettivo della logica.
Come Raffaello e Parmigianino, l’artista livornese possedeva la rara arte del presentimento: da qui deriva il suo mistero
Corriere della Sera 16.3.03
VITA D’ARTISTA I BAR, GLI AMORI, L’INDIGENZA: MODIGLIANI SI IMMERSE NELLA BOHÈME PARIGINA
A Montmartre, tra amici e fantasmi
Ulderico Munzi
Dopo una notte di pioggia la Montmartre dei tempi di Modigliani respirava a pieni polmoni. Dall’alto del Sacré-Coeur, Parigi era come distesa sotto lo sguardo del pittore che vi era arrivato nel 1906: un vestito di velluto, una camicia di tela bianca, un foulard rosso intorno al collo, una scatola di colori e pennelli e, nelle tasche, la Divina Commedia di Dante e Così parlò Zarathustra di Nietzsche. Parigi era la sublime accademia del mondo dell’arte. E a Montmartre, che era uno dei suoi tanti «villaggi», abitavano, fianco a fianco, la bohème di scrittori e poeti e la bohème dei pittori. La città della diplomazia e degli affari, la capitale della Terza Repubblica, era come una dimensione diversa, estranea e talvolta ostile.
Lo sguardo del giovane pittore toscano poteva soffermarsi su un rutilante Picasso, che un giorno gli doveva manifestare la sua amicizia, su Van Dongen, Duchamp, Metzinger, Picabia, Severini e Bucci che si dividevano un atelier della rue Ballu. E poi capitava di vedere Renoir che conservava sempre il suo indirizzo nella rue Caulaincourt e anche Degas che stava nella rue de Laval.
Fu Anselmo Bucci che, passando davanti al piccolo negozio della poetessa inglese Laura Wylda, scoprì Modigliani: «Chi ha disegnato - chiese - quei tre volti femminili esangui e allucinati?». E qualche tempo dopo, diventati amici, Amedeo e Anselmo trovavano rifugio dal freddo in fondo al Café Vachette del Quartiere Latino, dove disegnavano e ascoltavano le prime orchestre jazz. Si diceva: «A Montmartre l’uomo non è un artista, ma un’opera d’arte». Lo studio di Modì, come lo chiamavano i francesi (e che profetica assonanza con la parola francese maudit che significa maledetto), si trovava nella rue Lepic. Piccolissimo. Si scorgeva una serra piena di fiori. Assieme a Severini si ritrovavano al Lapin Agile e il vino li portava verso lidi che solo pittori e poeti possono conoscere. Ai due italiani si unì un poeta, Max Jacob, che amava l’occultismo e che portò Picasso al Lapin Agile. Max e Amedeo avevano strane affinità anche perché percepivano, disse Picasso, il soffio dei fantasmi.
Fu Elvira, una modella dalle labbra sensuali e dagli occhi neri, figlia di un marinaio spagnolo e di una prostituta, che iniziò Modì alla droga. L’arte e l’indigenza, il bene e il male, nella Parigi di allora erano così intrecciati da confondersi in una specie di odissea. Modigliani non aveva più un soldo, moriva di fame, si trascinava nelle strade, mentre Montmartre continuava ad accogliere nomi sconosciuti all’arte ufficiale come Braque e Utrillo. Amedeo si legò d’amicizia soprattutto con quest’ultimo, lo inteneriva perché i bambini lo prendevano a sassate, come racconta nella biografia di Modigliani lo storico e critico d’arte Christian Parisot.
E dopo la droga venne l’assenzio. Il pittore ne aveva bisogno per calarsi nell’abisso della propria anima. E assieme a Utrillo si aggirava cantando nella notte di Montmartre. Nel 1910 Montparnasse cominciò ad attirare gli artisti, addio Lapin Agile: La Rotonde e Le Dôme divennero i loro ritrovi. S’apre il sipario sui grandi amori di Modigliani. Ecco che cede al fascino della poetessa russa Anna Gorenko, meglio conosciuta come Anna Achmatova. Sono i giorni d’un luogo magico chiamato La Ruche, l’alveare dell’arte, dove quegli uomini che non sapeva d’essere meravigliosi aspettavano che Dio provvedesse ai loro bisogni. Amedeo incontrò Cendrars, Chagall, Zadkine. Modì e Zadkine andavano a turno a chiedere l’elemosina e le donne danzavano nude nella casa di Van Dongen.
Ma per Modigliani l’esistenza era sempre sull’orlo del precipizio. Una sera, a La Rotonde, Ardengo Soffici lo vide avanzare declamando versi e vendendo disegni. Il suo volto era torturato e violento. Nel 1914 il legame con la scrittrice Béatrice Hastings sembrò aprire una speranza. Amedeo le recitava La Vita Nova e tutti dissero che s’era avviato verso una buona strada. Béatrice lo abbandonò nel 1917. E così Modì tornò al suo lento suicidio con l’alcol e la droga. Forse non aveva più voglia di vivere, la sua esistenza era un alternarsi mentale di luce e di buio. C’era un «tarlo», una specie di squilibrio mentale, che aveva tormentato per generazioni diversi membri della sua famiglia.
Ormai gironzolava nei cimiteri recitando I Canti di Maldoror di Lautréamont. La morte, sotto forma di tubercolosi, aveva fretta di possederlo. E lui, inconsciamente, voleva raggiungerla. Nessuno lo aveva veramente capito, tranne Jeanne Hébuterne, ultima compagna, con la quale, si disse, aveva stretto un patto: se muoio, devi morire con me.
Nella casa al numero 8 della rue de la Grande Chaumière, affittata per la coppia dal gallerista Zborowski, che cominciava a vendere all’estero i quadri di Amedeo, c’era fino a pochi anni fa una targa con scritto Atelier Modigliani. La scala era stretta e ripida, il luogo squallido. Nelle ore estreme Modigliani fu trovato su una panchina. Era senza cappotto, sotto una pioggia gelida. Delirava: «Sto aspettando una nave che mi porterà in un paese miracoloso». Fu portato a casa dove Jeanne, per riscaldarsi, aveva bruciato tutta la legna che aveva potuto trovare, persino le sedie.
Il pittore era in coma. Spirò il 24 gennaio 1920 in un ospedale dei poveri della rue Jacob che oggi non esiste più. Fu trasportato in processione al cimitero Père-Lachaise, divisione 96. C’erano Picasso, Soutine, Léger, Lipchitz, Severini, Ortiz de Zarate, Derain, Vlaminck Foujita, Utrillo, Jacob, Salmon. Nevicava. Un rabbino lesse la preghiera. E l’indomani Jeanne, incinta al nono mese, si buttò dalla finestra.
Con Severini frequentava il Lapin Agile, dove conobbe Picasso e trovò affinità esoteriche col poeta Max Jacob. L’incontro con la modella Elvira che lo iniziò alla droga. Affezionato a Utrillo che veniva preso a sassate dai bambini. Poi l’esodo nei locali di Montparnasse. Per l’amante Beatrice declamava Dante.
LE SUE PAROLE FERMA CONVINZIONE DELLA SUPERIORITÀ DELL’ARTE MA ANCHE PENSIERI INCOERENTI, DA PERSONALITÀ SCHIZOFRENICA
«Non parlatemi dei cubisti: cercano i mezzi, non la vita che li utilizza»
Francesca Basso
Sicuro del proprio valore e con un’alta concezione dell’arte. Fin da ragazzo Amedeo Modigliani, dall’aria un po’ sdegnosa e dalle maniere fredde, sapeva cosa voleva. Riflessivo e intellettuale, nel 1901, appena diciassettenne, scrive all’amico Oscar Ghiglia a proposito degli artisti: «Noi (scusa il noi) abbiamo dei diritti diversi dagli altri, perché abbiamo dei bisogni diversi che ci mettono al di sopra - bisogna dirlo e crederlo - della loro morale. Il tuo dovere è di non consumarti mai nel sacrificio, il tuo dovere reale è di salvare il tuo sogno». L’arte viene prima di ogni cosa, come dimostra il lavoro di ricerca delle sue parole realizzato in questi anni da Marc Restellini. Continua Modigliani: «L’uomo che dalla sua energia non sa continuamente sprigionare nuovi desideri e quasi nuovi individui destinati per affermarsi sempre ad abbattere tutto quello che è di vecchio e di putrido restato, non è un uomo, è un borghese, uno speziale, quel che vuoi. Abituati a mettere i tuoi bisogni estetici al di sopra dei doveri degli uomini». Fin qui, niente di nuovo. Gli artisti da sempre hanno rivendicato la propria eccezionalità. Ma Modigliani, come sottolineava il medico-amico Paul Alexandre, «possedeva già, radicata in sé, la certezza del proprio valore. Sapeva di essere un iniziatore, non un epigono». Perché Modì sentiva che la sua arte veicolava un messaggio. «Stiamo costruendo un mondo nuovo utilizzando forme e colori - disse una volta l’artista al pittore Léopold Survage - ma è il pensiero il padrone di questo mondo nuovo». Per Restellini ci troviamo di fronte non a un pittore maledetto come ce lo ha tramandato la tradizione ma a un intellettuale «metafisico-spirituale». E il titolo dell’esposizione, che è ripreso da un messaggio che l’artista scrisse il 6 maggio 1913 ad Alexandre - «La felicità è un angelo dal volto severo. Il resuscitato» - punta l’accento proprio su questo aspetto.
Non solo, per Restellini, Modigliani aveva una personalità che presentava cenni di schizofrenia, messi in evidenza dalla sua introspezione malsana, dal rapporto inadeguato con il mondo esterno e dal suo senso di superiorità sugli altri. Il suo comportamento sconsiderato, dal rifiuto di eventuali lavori che gli avrebbero garantito la sopravvivenza all’apparente sicumera, ne sarebbe una prova così come la frase un po’ incoerente riportata in un album di disegni del 1907: «Ciò che cerco non è il reale né l’irreale, ma l’Inconscio, il mistero della Spontaneità della Razza» (dove non è chiara la seconda parte, in cui egli conia il neologismo francese Instinctivité e non si comprende se si riferisca al genere umano o alla razza ebraica).
La ricerca artistica di Modigliani aveva l’unico scopo, secondo Restellini, di creare la figura ideale, quella che permette l’introspezione più profonda attraverso una fisionomia anonima e inespressiva. Scriveva il pittore livornese: «È l’essere umano che mi interessa. Il volto è la suprema creazione della natura. Me ne servo senza sosta».
E proprio lo studio della figura lo ha legato alla ricerca estetica dell’avanguardia parigina, che egli tuttavia non frequentò. Anche la sua fase cubista fu, in realtà, «cubisteggiante». Lo si evince dalle stesse parole dell’artista all’amico Survage: «Non parlarmi dei cubisti; cercano soltanto i mezzi senza preoccuparsi della vita che li utilizza. Il genio deve penetrarla immediatamente».
«L’uomo sprigioni nuovi desideri dalla sua energia. Sennò è un borghese»
Corriere della Sera 16.3.03
Amava le donne e sapeva scorgere il loro destino
di Ulderico Munzi
L a personalità di Modigliani ha suggestionato per il senso sfuggente, e magico insieme, attribuito a ogni tratto: fisico, biografico, poetico. Anna Achmatova, che arriva a Parigi in viaggio di nozze nel 1910, scrive di lui: «Aveva la testa di Antinoo e gli occhi dalle scintille d’oro» (un’enfasi lirica che si insinua fra altre e contrastanti iconografie, che evocano il dandy, ma anche la dolente spettralità del «seduttore consumato dall’alcol e dalle droghe»). Anche la sua biografia sfuma, a volte, nell’incertezza (la data di nascita, l’inserimento nella grande avventura artistica di Montparnasse). Se poi ci si addentra nel discorso conoscitivo-ideativo (i dipinti, le sculture, i disegni su carta) il rapporto di causa ed effetto ci appare come un prisma enigmatico. Penso che ciò sia dovuto ad un’arcana identità che collega alcuni geni visionari che hanno subito una morte precoce più o meno alla stessa età. Modigliani, scomparso a 36 anni, come il Parmigianino, come Raffaello (o, in letteratura, se spostiamo, non di molto, in avanti la data, D. H. Lawrence). Cos’hanno in comune questi artisti, oltre a una prodigiosa produzione, quasi la vita abbia voluto compensare la sua brevità? Hanno, prima ancora di un’arte espressiva privilegiata, l’intima arte del presentimento. Da qui deriva, fortissimo, il loro mistero. Presentimento di ciò che il tempo riserva. E qui potremmo citare Borges quando, rovesciando il metodo di Plotino, comincia col ricordare le oscurità inerenti al tempo: mistero metafisico, naturale, che deve precedere l’eternità, la quale è figlia degli uomini. Soffermiamoci sugli spunti più semplici, ad esempio sulla singolarità delle figure femminili dipinte da Modigliani: quei colli lunghi, e le teste oblunghe, e la loro sensualità incisiva e perplessa, che sembra offrire se stessa e, insieme, provare timore per il proprio futuro. Figurativamente, le forme sono desunte dall’arte africana, che suggestionò il pittore. Ma, andando oltre, si può sostenere che Modigliani (come il Parmigianino, Raffaello, ecc.) sapeva vedere, con un potere medianico, al di là dell’apparenza delle sue donne, addirittura nel loro destino. Pensiamo a una delle donne più amate: Jeanne Hébuterne. Le sue foto ci mostrano una carnagione scura e un naso largo; nel ritratto del pittore, invece, la figura è pallida e col naso affilato. Modigliani sembra cogliere l’intima corruzione dei tessuti, delle cellule. Jeanne, incinta del secondo figlio e prossima al parto, si getta da un quinto piano il 26 gennaio 1920, appena un giorno dopo la morte dell’artista. Una fatalità sconvolgente cade su altre due donne molto amate da Modigliani. Simone Thirioux, che nel ’17 ebbe un figlio dal pittore, muore di tubercolosi nei primi anni Venti. Una terza amante, Beatrice Hastings, si suiciderà a Londra. La femminilità «dai colli lunghi» ha dunque l’inebriante languore della dolcezza del vivere amoroso e, al tempo stesso, l’amaro languore della fine. L’arte del presentimento corrisponde alle parole sibilline di Leonardo ricordate da Freud: «È piena d’infinite ragioni che non furono mai in isperienza». Ma furono, eccome, nella percezione medianica. Con la perentorietà del colpo d’occhio in cui si rovescia l’inconscio. I capolavori di Modigliani nascono da un’aggregazione di passato, presente e avvenire. E il ricordo va alle notti in cui Modigliani posava una candela accesa sopra ogni sua scultura per ottenerne l’effetto di un tempio primitivo. Non sotto l’effetto dell’hashish, come dice la leggenda. Ma per quella possessione di mistero che proiettava l’artista in una dimensione del tempo totalmente estranea al tempo oggettivo della logica.
Come Raffaello e Parmigianino, l’artista livornese possedeva la rara arte del presentimento: da qui deriva il suo mistero
Corriere della Sera 16.3.03
VITA D’ARTISTA I BAR, GLI AMORI, L’INDIGENZA: MODIGLIANI SI IMMERSE NELLA BOHÈME PARIGINA
A Montmartre, tra amici e fantasmi
Ulderico Munzi
Dopo una notte di pioggia la Montmartre dei tempi di Modigliani respirava a pieni polmoni. Dall’alto del Sacré-Coeur, Parigi era come distesa sotto lo sguardo del pittore che vi era arrivato nel 1906: un vestito di velluto, una camicia di tela bianca, un foulard rosso intorno al collo, una scatola di colori e pennelli e, nelle tasche, la Divina Commedia di Dante e Così parlò Zarathustra di Nietzsche. Parigi era la sublime accademia del mondo dell’arte. E a Montmartre, che era uno dei suoi tanti «villaggi», abitavano, fianco a fianco, la bohème di scrittori e poeti e la bohème dei pittori. La città della diplomazia e degli affari, la capitale della Terza Repubblica, era come una dimensione diversa, estranea e talvolta ostile.
Lo sguardo del giovane pittore toscano poteva soffermarsi su un rutilante Picasso, che un giorno gli doveva manifestare la sua amicizia, su Van Dongen, Duchamp, Metzinger, Picabia, Severini e Bucci che si dividevano un atelier della rue Ballu. E poi capitava di vedere Renoir che conservava sempre il suo indirizzo nella rue Caulaincourt e anche Degas che stava nella rue de Laval.
Fu Anselmo Bucci che, passando davanti al piccolo negozio della poetessa inglese Laura Wylda, scoprì Modigliani: «Chi ha disegnato - chiese - quei tre volti femminili esangui e allucinati?». E qualche tempo dopo, diventati amici, Amedeo e Anselmo trovavano rifugio dal freddo in fondo al Café Vachette del Quartiere Latino, dove disegnavano e ascoltavano le prime orchestre jazz. Si diceva: «A Montmartre l’uomo non è un artista, ma un’opera d’arte». Lo studio di Modì, come lo chiamavano i francesi (e che profetica assonanza con la parola francese maudit che significa maledetto), si trovava nella rue Lepic. Piccolissimo. Si scorgeva una serra piena di fiori. Assieme a Severini si ritrovavano al Lapin Agile e il vino li portava verso lidi che solo pittori e poeti possono conoscere. Ai due italiani si unì un poeta, Max Jacob, che amava l’occultismo e che portò Picasso al Lapin Agile. Max e Amedeo avevano strane affinità anche perché percepivano, disse Picasso, il soffio dei fantasmi.
Fu Elvira, una modella dalle labbra sensuali e dagli occhi neri, figlia di un marinaio spagnolo e di una prostituta, che iniziò Modì alla droga. L’arte e l’indigenza, il bene e il male, nella Parigi di allora erano così intrecciati da confondersi in una specie di odissea. Modigliani non aveva più un soldo, moriva di fame, si trascinava nelle strade, mentre Montmartre continuava ad accogliere nomi sconosciuti all’arte ufficiale come Braque e Utrillo. Amedeo si legò d’amicizia soprattutto con quest’ultimo, lo inteneriva perché i bambini lo prendevano a sassate, come racconta nella biografia di Modigliani lo storico e critico d’arte Christian Parisot.
E dopo la droga venne l’assenzio. Il pittore ne aveva bisogno per calarsi nell’abisso della propria anima. E assieme a Utrillo si aggirava cantando nella notte di Montmartre. Nel 1910 Montparnasse cominciò ad attirare gli artisti, addio Lapin Agile: La Rotonde e Le Dôme divennero i loro ritrovi. S’apre il sipario sui grandi amori di Modigliani. Ecco che cede al fascino della poetessa russa Anna Gorenko, meglio conosciuta come Anna Achmatova. Sono i giorni d’un luogo magico chiamato La Ruche, l’alveare dell’arte, dove quegli uomini che non sapeva d’essere meravigliosi aspettavano che Dio provvedesse ai loro bisogni. Amedeo incontrò Cendrars, Chagall, Zadkine. Modì e Zadkine andavano a turno a chiedere l’elemosina e le donne danzavano nude nella casa di Van Dongen.
Ma per Modigliani l’esistenza era sempre sull’orlo del precipizio. Una sera, a La Rotonde, Ardengo Soffici lo vide avanzare declamando versi e vendendo disegni. Il suo volto era torturato e violento. Nel 1914 il legame con la scrittrice Béatrice Hastings sembrò aprire una speranza. Amedeo le recitava La Vita Nova e tutti dissero che s’era avviato verso una buona strada. Béatrice lo abbandonò nel 1917. E così Modì tornò al suo lento suicidio con l’alcol e la droga. Forse non aveva più voglia di vivere, la sua esistenza era un alternarsi mentale di luce e di buio. C’era un «tarlo», una specie di squilibrio mentale, che aveva tormentato per generazioni diversi membri della sua famiglia.
Ormai gironzolava nei cimiteri recitando I Canti di Maldoror di Lautréamont. La morte, sotto forma di tubercolosi, aveva fretta di possederlo. E lui, inconsciamente, voleva raggiungerla. Nessuno lo aveva veramente capito, tranne Jeanne Hébuterne, ultima compagna, con la quale, si disse, aveva stretto un patto: se muoio, devi morire con me.
Nella casa al numero 8 della rue de la Grande Chaumière, affittata per la coppia dal gallerista Zborowski, che cominciava a vendere all’estero i quadri di Amedeo, c’era fino a pochi anni fa una targa con scritto Atelier Modigliani. La scala era stretta e ripida, il luogo squallido. Nelle ore estreme Modigliani fu trovato su una panchina. Era senza cappotto, sotto una pioggia gelida. Delirava: «Sto aspettando una nave che mi porterà in un paese miracoloso». Fu portato a casa dove Jeanne, per riscaldarsi, aveva bruciato tutta la legna che aveva potuto trovare, persino le sedie.
Il pittore era in coma. Spirò il 24 gennaio 1920 in un ospedale dei poveri della rue Jacob che oggi non esiste più. Fu trasportato in processione al cimitero Père-Lachaise, divisione 96. C’erano Picasso, Soutine, Léger, Lipchitz, Severini, Ortiz de Zarate, Derain, Vlaminck Foujita, Utrillo, Jacob, Salmon. Nevicava. Un rabbino lesse la preghiera. E l’indomani Jeanne, incinta al nono mese, si buttò dalla finestra.
Con Severini frequentava il Lapin Agile, dove conobbe Picasso e trovò affinità esoteriche col poeta Max Jacob. L’incontro con la modella Elvira che lo iniziò alla droga. Affezionato a Utrillo che veniva preso a sassate dai bambini. Poi l’esodo nei locali di Montparnasse. Per l’amante Beatrice declamava Dante.
Corriere della Sera 16.3.03
ANCHE NEI RIFORMATORI Psicosi e depressione per la maggioranza dei giovani
La prestigiosa rivista Archivies of General Psychiatry ha appena pubblicato un altro studio degli psichiatri dell'Università di Chicago su 1829 reclusi con età fra 10 e 18 anni. E' risultato che le malattie mentali affliggono anche chi sta in riformatorio, costituendo un grosso problema per il sistema giudiziario e, a fine pena, per i servizi d'igiene mentale della sanità pubblica: una «bomba a tempo» (come l'ha chiamata ai microfoni della Bbc l'ispettore generale delle carceri britanniche sir David Ramsbotham), che va disinnescata finché questi giovani possono essere curati e seguiti. Senza contare i cosiddetti disturbi della condotta, pressoché scontati negli ospiti dei riformatori: quasi tre quarti delle ragazze e due terzi dei ragazzi presentano disturbi psichici. Metà sono dediti all'abuso di sostanze (alcol o droghe) e più del 40% presenta un disturbo da comportamento distruttivo. Assai comuni sono anche le turbe dell'umore: oltre il 20% delle ragazze soffre di depressione maggiore e, particolarmente nelle giovani bianche non ispaniche, i disturbi mentali in generale crescono con l'aumentare dell'età, specialmente dopo i 13 anni.
Secondo uno studio pubblicato a novembre sul British Journal of Psichiatry , il disturbo più comune fra i detenuti è la psicosi, soprattutto fra 16 e 20 anni e dopo i 40, in particolare fra chi è rimasto per un po' senza casa. A rischio di psicosi sono anche i detenuti che hanno cominciato ad abusare di amfetamine, cannabis e cocaina prima dei 16 anni, mentre gli eroinomani sembrano, inaspettatamente, esserne protetti.
ANCHE NEI RIFORMATORI Psicosi e depressione per la maggioranza dei giovani
La prestigiosa rivista Archivies of General Psychiatry ha appena pubblicato un altro studio degli psichiatri dell'Università di Chicago su 1829 reclusi con età fra 10 e 18 anni. E' risultato che le malattie mentali affliggono anche chi sta in riformatorio, costituendo un grosso problema per il sistema giudiziario e, a fine pena, per i servizi d'igiene mentale della sanità pubblica: una «bomba a tempo» (come l'ha chiamata ai microfoni della Bbc l'ispettore generale delle carceri britanniche sir David Ramsbotham), che va disinnescata finché questi giovani possono essere curati e seguiti. Senza contare i cosiddetti disturbi della condotta, pressoché scontati negli ospiti dei riformatori: quasi tre quarti delle ragazze e due terzi dei ragazzi presentano disturbi psichici. Metà sono dediti all'abuso di sostanze (alcol o droghe) e più del 40% presenta un disturbo da comportamento distruttivo. Assai comuni sono anche le turbe dell'umore: oltre il 20% delle ragazze soffre di depressione maggiore e, particolarmente nelle giovani bianche non ispaniche, i disturbi mentali in generale crescono con l'aumentare dell'età, specialmente dopo i 13 anni.
Secondo uno studio pubblicato a novembre sul British Journal of Psichiatry , il disturbo più comune fra i detenuti è la psicosi, soprattutto fra 16 e 20 anni e dopo i 40, in particolare fra chi è rimasto per un po' senza casa. A rischio di psicosi sono anche i detenuti che hanno cominciato ad abusare di amfetamine, cannabis e cocaina prima dei 16 anni, mentre gli eroinomani sembrano, inaspettatamente, esserne protetti.
sabato 15 marzo 2003
L'Espresso online 13.3.03
Neurologia
Ma che bello lo stress
Anche quando è eccessivo, e quindi pericoloso, può essere ridotto e reso positivo. È la tesi di Bruce McEwen, luminare Usa
Emma Trenti Paroli
Stress maledetto, ti fa ammalare, combattilo con yoga e rilassamento, ritorna alla campagna. Lo stress è tutto nella testa, più ti preoccupi e più diventi stressato. Lo stress premia i vincenti, è la chiave del successo. Ma insomma: cosa diavolo è lo stress? Negli ultimi anni non è stato sempre facile dare un senso alle informazioni che venivano a più riprese e incessantemente da medici e psicologi. Occorreva mettere ordine, e ci ha pensato il noto neuroendocrinologo Bruce McEwen della Rockefeller University di New York con un nuovo libro uscito negli Stati Uniti dal titolo: "La fine dello stress come lo intendevamo" in cui McEwen traccia una teoria dello stress che tiene conto di tutti gli studi importanti effettuati negli ultimi vent'anni dal suo gruppo e da altri ricercatori.
Il quadro finale supera anche le promesse del titolo, perché offre finalmente una base inattaccabile alla medicina psicosomatica, cioè agli effetti della mente sulla salute. Questi, secondo McEwen, sono molto più pervasivi e insidiosi di quanto abbiamo mai immaginato, ma una volta identificati, anche possibili da controllare con strategie che abbiamo tutti a portata di mano.
Alla ricerca della stabilità
Bruce McEwen definisce allostasi, cioè stabilità mantenuta mediante il cambiamento, la reazione del nostro organismo a un evento stressante, sottolineando quanto essa sia positiva e necessaria. Con una serie di risposte mediate da messaggeri chimici, cioè ormoni e neurotrasmettitori, il corpo riesce infatti ad adattarsi subito a una sfida esterna e a sopravvivere. Quando l'uomo primitivo doveva difendersi dall'assalto di un animale feroce, o quando oggi dobbiamo sterzare improvvisamente per evitare un incidente stradale, si mettono in moto il cervello, che percepisce una situazione insolita o pericolosa, il sistema endocrino (in primo luogo le ghiandole surrenali) che va a stimolare altri organi come il fegato e il sistema immunitario. Questi messaggi d'allarme vengono diffusi in tutto l'organismo in primo luogo dai più noti ormoni dello stress, adrenalina e cortisolo. «L'allostasi che si verifica in situazioni di urgenza è la cosiddetta risposta "combatti o fuggi", perché portata agli estremi ci prepara proprio per questo, garantendo il massimo apporto di energia alle parti che ne hanno più bisogno», spiega il nurologo americano. Il respiro si fa più frequente per aumentare l'apporto di ossigeno e anche il battito cardiaco accelera per portare più sangue ai muscoli delle gambe, i vasi sanguigni della pelle si contraggono per ridurre il rischio di emorragia in caso di ferita (ecco perché si ha la sensazione che si rizzino i peli), si liberano le riserve di zuccheri per massimizzare l'apporto di energia. Anche le risposte immunitarie si mettono in movimento, preparandosi a intervenire in caso di ferita. Se però la situazione stressante si protrae, la risposta immunitaria invece si deprime a favore degli organi che hanno più bisogno di carburante, cuore e polmoni. E qui si comincia a vedere come l'allostasi possa diventare negativa.
Da protezione a distruzione
Quando le funzioni dell'allostasi non si accendono e spengono al momento giusto o si ripetono troppo di frequente, questo sistema di protezione si rivolta contro l'organismo e avviene ciò che McEwen chiama "sovraccarico allostatico", cioè il danno da stress. Spiega il neuroendocrinologo: «I vasi sanguigni possono essere danneggiati da un'accelerazione cardiaca e un'espansione che succede troppo di frequente, diventando così più soggetti all'accumulo di placca arteriosclerotica». E continua aggiungendo che quando si alterano i normali cicli del cortisolo, il metabolismo produce più grasso che si deposita intorno all'addome e che rende più soggetti alle malattie cardiovascolari. Un eccesso di ormoni dello stress, attraverso meccanismi ancora non completamente chiariti, può anche causare resistenza all'insulina (cioè diabete di tipo II), e accumulo di lipidi e trigliceridi nel sangue, così come una graduale perdita di minerali che indeboliscono le ossa (ed è l'osteoporosi). A lungo termine, questi medesimi squilibri ormonali possono anche danneggiare il cervello, nell'ippocampo, causando disturbi della memoria e invecchiamento precoce. Per quanto riguarda le difese immunitarie, in generale lo stress acuto tende ad aumentarle, mentre lo stress cronico tende a sopprimerle, rendendoci più soggetti alle infezioni come raffreddori e altre malattie respiratorie. In situazioni di stress cronico si liberano nell'organismo troppe citokine, quelle cellule immunitarie responsabili delle infiammazioni di cui è noto il collegamento con le malattie cardiovascolari, l'ictus, la depressione, e di cui si sospetta il ruolo nella sindrome da fatica cronica e nella fibromialgia. In certe persone, invece, lo stress non danneggia il sistema immunitario, ma lo può mandare in tilt, scatenando reazioni allergiche, attacchi d'asma, malattie autoimmunitarie come l'artrite reumatoide, il morbo di Crohn, la sclerosi multipla. Se è noto da tempo che lo stress tende a peggiorare questi disturbi autoimmunitari, oggi si stanno accumulando le prove che può anche essere tra le loro cause principali.
Stili di vita e di rischio
McEwen non si limita però a presentare i devastanti effetti dello stress sulla salute e i molti fattori personali di rischio, ma spiega perché non dobbiamo rassegnarci al ruolo di vittime. «Il sovraccarico allostastico spesso è causato, o reso molto peggiore da come si reagisce alle situazioni stressanti, ingerendo troppi grassi o zuccheri, passando le serate in ufficio o davanti alla televisione, riducendo le ore necessarie di sonno, evitando l'esercizio fisico o esagerando con il fumo e l'alcol», spiega il neuroendocrinologo. Le abitudini di vita malsane, infatti, hanno conseguenze sull'organismo molto simili agli effetti dello stress, e quindi li peggiorano. Un pasto ricco di grassi non solo fa ingrassare e aumenta il colesterolo, ma iperstimola il sistema nervoso simpatico e fa aumentare il cortisolo. Ecco perché è particolarmente sbagliato abbuffarsi la sera (chi non l'ha fatto, dopo una giornata pesante?), quando invece i livelli di cortisolo dovrebbero diminuire, per favorire il sonno e sincronizzare i ritmi sonno-veglia.
La stessa mancanza di sonno mima gli effetti dello stress, perché aumenta l'attività del sistema nervoso linfatico e danneggia le funzioni regolatrici del sistema vagale (in seguito a uno stress, infatti, chi è stanco tende a reagire con sbalzi più elevati di pressione sanguigna che possono causare l'infarto). Sia la nicotina, sia l'alcol, stimolando l'emissione di alcuni ormoni, possono rendere una persona molto più reattiva agli stimoli dello stress. Ecco perché dieta, esercizio fisico regolare, sonno adeguato, astinenza da fumo e alcol (o almeno moderazione), cioè i ben noti comandamenti di una vita sana, sono anche i più semplici ed efficaci strumenti di difesa contro lo stress.
Si può fare un check-up dello stress? McEwen sostiene di sì, suggerendo vari indici di sovraccarico allostatico: la quantità di grasso accumulato intorno alla vita; i livelli notturni di cortisolo e adrenalina nelle urine; la pressione sanguigna, sistolica e diastolica; le citokine presenti nel sangue (indice di infiammazioni); la variabilità del battito cardiaco (quando la variabilità è bassa, il sistema cardiovascolare è più vulnerabile e tende ad accumulare più placca sanguigna). Una volta determinata la presenza di alti indici fisiologici di stress, il primo passo da compiere è adottare uno stile di vita più sano. Ma non è tutto: «Vale la pena di prendere in considerazione psicoterapia e psicofarmaci per ridurre depressione, ansietà e ostilità che giocano un ruolo importante nel trasformare l'allostasi in sovraccarico allostatico», suggerisce McEwen. E lancia una provocazione: forse domani l'ideale medico di famiglia sarà uno psicologo e non più un internista o generalista.
Neurologia
Ma che bello lo stress
Anche quando è eccessivo, e quindi pericoloso, può essere ridotto e reso positivo. È la tesi di Bruce McEwen, luminare Usa
Emma Trenti Paroli
Stress maledetto, ti fa ammalare, combattilo con yoga e rilassamento, ritorna alla campagna. Lo stress è tutto nella testa, più ti preoccupi e più diventi stressato. Lo stress premia i vincenti, è la chiave del successo. Ma insomma: cosa diavolo è lo stress? Negli ultimi anni non è stato sempre facile dare un senso alle informazioni che venivano a più riprese e incessantemente da medici e psicologi. Occorreva mettere ordine, e ci ha pensato il noto neuroendocrinologo Bruce McEwen della Rockefeller University di New York con un nuovo libro uscito negli Stati Uniti dal titolo: "La fine dello stress come lo intendevamo" in cui McEwen traccia una teoria dello stress che tiene conto di tutti gli studi importanti effettuati negli ultimi vent'anni dal suo gruppo e da altri ricercatori.
Il quadro finale supera anche le promesse del titolo, perché offre finalmente una base inattaccabile alla medicina psicosomatica, cioè agli effetti della mente sulla salute. Questi, secondo McEwen, sono molto più pervasivi e insidiosi di quanto abbiamo mai immaginato, ma una volta identificati, anche possibili da controllare con strategie che abbiamo tutti a portata di mano.
Alla ricerca della stabilità
Bruce McEwen definisce allostasi, cioè stabilità mantenuta mediante il cambiamento, la reazione del nostro organismo a un evento stressante, sottolineando quanto essa sia positiva e necessaria. Con una serie di risposte mediate da messaggeri chimici, cioè ormoni e neurotrasmettitori, il corpo riesce infatti ad adattarsi subito a una sfida esterna e a sopravvivere. Quando l'uomo primitivo doveva difendersi dall'assalto di un animale feroce, o quando oggi dobbiamo sterzare improvvisamente per evitare un incidente stradale, si mettono in moto il cervello, che percepisce una situazione insolita o pericolosa, il sistema endocrino (in primo luogo le ghiandole surrenali) che va a stimolare altri organi come il fegato e il sistema immunitario. Questi messaggi d'allarme vengono diffusi in tutto l'organismo in primo luogo dai più noti ormoni dello stress, adrenalina e cortisolo. «L'allostasi che si verifica in situazioni di urgenza è la cosiddetta risposta "combatti o fuggi", perché portata agli estremi ci prepara proprio per questo, garantendo il massimo apporto di energia alle parti che ne hanno più bisogno», spiega il nurologo americano. Il respiro si fa più frequente per aumentare l'apporto di ossigeno e anche il battito cardiaco accelera per portare più sangue ai muscoli delle gambe, i vasi sanguigni della pelle si contraggono per ridurre il rischio di emorragia in caso di ferita (ecco perché si ha la sensazione che si rizzino i peli), si liberano le riserve di zuccheri per massimizzare l'apporto di energia. Anche le risposte immunitarie si mettono in movimento, preparandosi a intervenire in caso di ferita. Se però la situazione stressante si protrae, la risposta immunitaria invece si deprime a favore degli organi che hanno più bisogno di carburante, cuore e polmoni. E qui si comincia a vedere come l'allostasi possa diventare negativa.
Da protezione a distruzione
Quando le funzioni dell'allostasi non si accendono e spengono al momento giusto o si ripetono troppo di frequente, questo sistema di protezione si rivolta contro l'organismo e avviene ciò che McEwen chiama "sovraccarico allostatico", cioè il danno da stress. Spiega il neuroendocrinologo: «I vasi sanguigni possono essere danneggiati da un'accelerazione cardiaca e un'espansione che succede troppo di frequente, diventando così più soggetti all'accumulo di placca arteriosclerotica». E continua aggiungendo che quando si alterano i normali cicli del cortisolo, il metabolismo produce più grasso che si deposita intorno all'addome e che rende più soggetti alle malattie cardiovascolari. Un eccesso di ormoni dello stress, attraverso meccanismi ancora non completamente chiariti, può anche causare resistenza all'insulina (cioè diabete di tipo II), e accumulo di lipidi e trigliceridi nel sangue, così come una graduale perdita di minerali che indeboliscono le ossa (ed è l'osteoporosi). A lungo termine, questi medesimi squilibri ormonali possono anche danneggiare il cervello, nell'ippocampo, causando disturbi della memoria e invecchiamento precoce. Per quanto riguarda le difese immunitarie, in generale lo stress acuto tende ad aumentarle, mentre lo stress cronico tende a sopprimerle, rendendoci più soggetti alle infezioni come raffreddori e altre malattie respiratorie. In situazioni di stress cronico si liberano nell'organismo troppe citokine, quelle cellule immunitarie responsabili delle infiammazioni di cui è noto il collegamento con le malattie cardiovascolari, l'ictus, la depressione, e di cui si sospetta il ruolo nella sindrome da fatica cronica e nella fibromialgia. In certe persone, invece, lo stress non danneggia il sistema immunitario, ma lo può mandare in tilt, scatenando reazioni allergiche, attacchi d'asma, malattie autoimmunitarie come l'artrite reumatoide, il morbo di Crohn, la sclerosi multipla. Se è noto da tempo che lo stress tende a peggiorare questi disturbi autoimmunitari, oggi si stanno accumulando le prove che può anche essere tra le loro cause principali.
Stili di vita e di rischio
McEwen non si limita però a presentare i devastanti effetti dello stress sulla salute e i molti fattori personali di rischio, ma spiega perché non dobbiamo rassegnarci al ruolo di vittime. «Il sovraccarico allostastico spesso è causato, o reso molto peggiore da come si reagisce alle situazioni stressanti, ingerendo troppi grassi o zuccheri, passando le serate in ufficio o davanti alla televisione, riducendo le ore necessarie di sonno, evitando l'esercizio fisico o esagerando con il fumo e l'alcol», spiega il neuroendocrinologo. Le abitudini di vita malsane, infatti, hanno conseguenze sull'organismo molto simili agli effetti dello stress, e quindi li peggiorano. Un pasto ricco di grassi non solo fa ingrassare e aumenta il colesterolo, ma iperstimola il sistema nervoso simpatico e fa aumentare il cortisolo. Ecco perché è particolarmente sbagliato abbuffarsi la sera (chi non l'ha fatto, dopo una giornata pesante?), quando invece i livelli di cortisolo dovrebbero diminuire, per favorire il sonno e sincronizzare i ritmi sonno-veglia.
La stessa mancanza di sonno mima gli effetti dello stress, perché aumenta l'attività del sistema nervoso linfatico e danneggia le funzioni regolatrici del sistema vagale (in seguito a uno stress, infatti, chi è stanco tende a reagire con sbalzi più elevati di pressione sanguigna che possono causare l'infarto). Sia la nicotina, sia l'alcol, stimolando l'emissione di alcuni ormoni, possono rendere una persona molto più reattiva agli stimoli dello stress. Ecco perché dieta, esercizio fisico regolare, sonno adeguato, astinenza da fumo e alcol (o almeno moderazione), cioè i ben noti comandamenti di una vita sana, sono anche i più semplici ed efficaci strumenti di difesa contro lo stress.
Si può fare un check-up dello stress? McEwen sostiene di sì, suggerendo vari indici di sovraccarico allostatico: la quantità di grasso accumulato intorno alla vita; i livelli notturni di cortisolo e adrenalina nelle urine; la pressione sanguigna, sistolica e diastolica; le citokine presenti nel sangue (indice di infiammazioni); la variabilità del battito cardiaco (quando la variabilità è bassa, il sistema cardiovascolare è più vulnerabile e tende ad accumulare più placca sanguigna). Una volta determinata la presenza di alti indici fisiologici di stress, il primo passo da compiere è adottare uno stile di vita più sano. Ma non è tutto: «Vale la pena di prendere in considerazione psicoterapia e psicofarmaci per ridurre depressione, ansietà e ostilità che giocano un ruolo importante nel trasformare l'allostasi in sovraccarico allostatico», suggerisce McEwen. E lancia una provocazione: forse domani l'ideale medico di famiglia sarà uno psicologo e non più un internista o generalista.
La Stampa Tuttolibri 15/3/2003
Per la filosofia del `900 la bussola ermeneutica in un mare di correnti
La storia del secolo di Fornero e Tassinari mette al centro Nietzsche e Heidegger, ripercorre marxismo e scienze sociali teologia e bioetica, non fa scelte militanti
IN un'opera di grande rigore e chiarezza espositiva Fornero e Tassinari si sono assunti l'immenso onere di esporre i lineamenti del pensiero novecentesco. E l'inizio è in qualche modo una sorpresa. Può stupire infatti che una storia della filosofia del Novecento incominci con Friedrich Nietzsche, sia pure inteso come una sorta di vestibolo e di spartiacque a cavallo dei secoli. Ma si tratta in realtà di un passo del tutto giustificato: la destinazione e l'efficacia del pensiero di Nietzsche appartengono quasi per intero al Novecento, secolo che egli ebbe appena il tempo di scorgere dalle tenebre della follia. Ma non si tratta solo di questo: l'andamento del pensiero di Nietzsche infatti consente fra l'altro di trovare per così dire un ancoraggio nel grande caos del secolo appena passato. Esso induce infatti ad accordarsi - non senza che ciò possa sollevare perplessità e obiezioni comunque feconde - circa la cifra comune del pensiero novecentesco, che potrebbe racchiudersi (anche se i due autori non lo dicono esplicitamente) nell'ermeneutica. Che cosa fa infatti il superuomo nietzschiano, se non vivere in modo ermeneutico, sostituendo al vincolo dell'oggettività (venuta meno dopo il nichilismo) la vertigine dell'interpretazione? Incominciare con Nietzsche significa dunque anche scegliere una chiave di lettura del Novecento che rechi al proprio centro il segno dell'interpretazione, senza con ciò nulla togliere all'autonomia delle singole prospettive che in questo secolo vengono successivamente a proporsi. A questo proposito, non è difficile intendere che affiora nel lavoro di Fornero e Tassinari il debito nei confronti di un modello interpretativo derivato dalla Storia della filosofia di Nicola Abbagnano, secondo il quale ogni autore detiene, nel quadro dello sviluppo del pensiero, una propria peculiare autonomia. Si tratta tuttavia di un modello che, nonostante il suo vasto e anche giustificato successo, suscita ora alcune perplessità: da questo punto di vista infatti non sembra risultare chiaramente se la storia della filosofia sia una storia liberale (e in questo senso una storia libera, in cui ogni individuo può esprimere al meglio il proprio sé pensante), oppure una storia dell'arbitrarietà, una vicenda nella quale ognuno dice ciò che vuole, in ultima analisi insomma una vicenda umana ed espressiva che - non si capisce bene come - ha tuttavia a che fare con un'altra vicenda: quella della verità. E' questo il motivo, ritengo, per cui i due autori di Le filosofie del Novecento sono intervenuti assai opportunamente su questo schema storiografico. A ragione, cioè, questo libro accantona lo schema rigidamente monografico nell'illustrare lo sviluppo del pensiero, optando per un quadro più complesso e ampiamente condivisibile, dove al semplice succedersi delle singole figure si sostituisce quello delle correnti filosofiche. Tale scelta si rivela da ultimo felice, poiché rende possibile compendiare, per così dire, necessità e libertà. Giacché, ovviamente, se gli individui si suppongono liberi, non si può invece dire la stessa cosa dei pensieri, i quali non saranno obbligati, ma certamente condizionati dalla rete concettuale comune che è sottintesa al loro sviluppo e al loro assetto. E' proprio dunque questo approccio, innanzitutto tematico e solo secondariamente monografico, a salvaguardare il rigore del pensiero filosofico senza pregiudicare l'autonomia delle diverse prospettive. Per riprendere una metafora del grande studioso tedesco Dieter Henrich, nel consultare questo ricchissimo volume viene allora in mente l'idea che sia necessario guardare alla storia del pensiero, più che come a uno sviluppo continuo secondo un modello diacronico, come a una costellazione derivante dall'esplosione d'una supernova. E proprio come una costellazione che si espande intorno ad alcuni punti di riferimento centrali è costruito infatti il libro. Alcune filosofie vi fanno, per così dire, da elementi strutturali. Oltre a Nietzsche, Heidegger (cui sono dedicati addirittura due diversi capitoli), costituisce per esempio un autore di significato assolutamente centrale. Ma un notevole peso storico viene attribuito anche al marxismo. Decisamente meritevole è poi il fatto che un ampio spazio venga attribuito al pensiero teologico, sia di area protestante sia di area cattolica - scelta lodevole, in particolare nell'ambito di una cultura come la nostra che ha per lo più teso a fare della riflessione teologica quasi un «affare privato» dei credenti, e non un patrimonio semantico e metaforico che appartiene alla cultura in generale indipendentemente dalle scelte religiose dei singoli. Con ciò, si può aggiungere che anche il testo di Fornero e Tassinari, che sembrerebbe volersi tenere equidistante nei confronti delle scelte militanti prese in considerazione, in realtà e inevitabilmente è partecipe del travaglio concettuale che espone e illustra. Infatti per quanto il panorama offerto sia esaustivo e per quanto ampia sia la considerazione fornita per esempio alle scienze sociali e all'epistemologia, risulta piuttosto evidente almeno una (a mio avviso legittima) propensione per la tradizione continentale rispetto a quella analitica anglosassone. Nella grande diatriba tra analitici e continentali che ha agitato il secolo XX, questo libro sembra cioè prendere infine posizione per il secondo dei due partiti, inducendoci a pensare che il primo tende a confluire nuovamente nel main stream della tradizione maggiore dopo essersene distaccato a partire dall'insegnamento di Ludwig Wittgenstein. Ciò però non fa che confermare un assunto che testimonia della vitalità della tradizione filosofica: i concetti della metafisica possono essere ancora messi utilmente a frutto anche nel confronto con contesti rinnovati. Lo attesta da ultimo anche il ricco capitolo dedicato a «Etica e bioetica», laddove s'affaccia energicamente, per esempio, il venerando rigore del pensiero aristotelico.
Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del Novecento, Bruno Mondatori, pp.1588, € 50
Per la filosofia del `900 la bussola ermeneutica in un mare di correnti
La storia del secolo di Fornero e Tassinari mette al centro Nietzsche e Heidegger, ripercorre marxismo e scienze sociali teologia e bioetica, non fa scelte militanti
IN un'opera di grande rigore e chiarezza espositiva Fornero e Tassinari si sono assunti l'immenso onere di esporre i lineamenti del pensiero novecentesco. E l'inizio è in qualche modo una sorpresa. Può stupire infatti che una storia della filosofia del Novecento incominci con Friedrich Nietzsche, sia pure inteso come una sorta di vestibolo e di spartiacque a cavallo dei secoli. Ma si tratta in realtà di un passo del tutto giustificato: la destinazione e l'efficacia del pensiero di Nietzsche appartengono quasi per intero al Novecento, secolo che egli ebbe appena il tempo di scorgere dalle tenebre della follia. Ma non si tratta solo di questo: l'andamento del pensiero di Nietzsche infatti consente fra l'altro di trovare per così dire un ancoraggio nel grande caos del secolo appena passato. Esso induce infatti ad accordarsi - non senza che ciò possa sollevare perplessità e obiezioni comunque feconde - circa la cifra comune del pensiero novecentesco, che potrebbe racchiudersi (anche se i due autori non lo dicono esplicitamente) nell'ermeneutica. Che cosa fa infatti il superuomo nietzschiano, se non vivere in modo ermeneutico, sostituendo al vincolo dell'oggettività (venuta meno dopo il nichilismo) la vertigine dell'interpretazione? Incominciare con Nietzsche significa dunque anche scegliere una chiave di lettura del Novecento che rechi al proprio centro il segno dell'interpretazione, senza con ciò nulla togliere all'autonomia delle singole prospettive che in questo secolo vengono successivamente a proporsi. A questo proposito, non è difficile intendere che affiora nel lavoro di Fornero e Tassinari il debito nei confronti di un modello interpretativo derivato dalla Storia della filosofia di Nicola Abbagnano, secondo il quale ogni autore detiene, nel quadro dello sviluppo del pensiero, una propria peculiare autonomia. Si tratta tuttavia di un modello che, nonostante il suo vasto e anche giustificato successo, suscita ora alcune perplessità: da questo punto di vista infatti non sembra risultare chiaramente se la storia della filosofia sia una storia liberale (e in questo senso una storia libera, in cui ogni individuo può esprimere al meglio il proprio sé pensante), oppure una storia dell'arbitrarietà, una vicenda nella quale ognuno dice ciò che vuole, in ultima analisi insomma una vicenda umana ed espressiva che - non si capisce bene come - ha tuttavia a che fare con un'altra vicenda: quella della verità. E' questo il motivo, ritengo, per cui i due autori di Le filosofie del Novecento sono intervenuti assai opportunamente su questo schema storiografico. A ragione, cioè, questo libro accantona lo schema rigidamente monografico nell'illustrare lo sviluppo del pensiero, optando per un quadro più complesso e ampiamente condivisibile, dove al semplice succedersi delle singole figure si sostituisce quello delle correnti filosofiche. Tale scelta si rivela da ultimo felice, poiché rende possibile compendiare, per così dire, necessità e libertà. Giacché, ovviamente, se gli individui si suppongono liberi, non si può invece dire la stessa cosa dei pensieri, i quali non saranno obbligati, ma certamente condizionati dalla rete concettuale comune che è sottintesa al loro sviluppo e al loro assetto. E' proprio dunque questo approccio, innanzitutto tematico e solo secondariamente monografico, a salvaguardare il rigore del pensiero filosofico senza pregiudicare l'autonomia delle diverse prospettive. Per riprendere una metafora del grande studioso tedesco Dieter Henrich, nel consultare questo ricchissimo volume viene allora in mente l'idea che sia necessario guardare alla storia del pensiero, più che come a uno sviluppo continuo secondo un modello diacronico, come a una costellazione derivante dall'esplosione d'una supernova. E proprio come una costellazione che si espande intorno ad alcuni punti di riferimento centrali è costruito infatti il libro. Alcune filosofie vi fanno, per così dire, da elementi strutturali. Oltre a Nietzsche, Heidegger (cui sono dedicati addirittura due diversi capitoli), costituisce per esempio un autore di significato assolutamente centrale. Ma un notevole peso storico viene attribuito anche al marxismo. Decisamente meritevole è poi il fatto che un ampio spazio venga attribuito al pensiero teologico, sia di area protestante sia di area cattolica - scelta lodevole, in particolare nell'ambito di una cultura come la nostra che ha per lo più teso a fare della riflessione teologica quasi un «affare privato» dei credenti, e non un patrimonio semantico e metaforico che appartiene alla cultura in generale indipendentemente dalle scelte religiose dei singoli. Con ciò, si può aggiungere che anche il testo di Fornero e Tassinari, che sembrerebbe volersi tenere equidistante nei confronti delle scelte militanti prese in considerazione, in realtà e inevitabilmente è partecipe del travaglio concettuale che espone e illustra. Infatti per quanto il panorama offerto sia esaustivo e per quanto ampia sia la considerazione fornita per esempio alle scienze sociali e all'epistemologia, risulta piuttosto evidente almeno una (a mio avviso legittima) propensione per la tradizione continentale rispetto a quella analitica anglosassone. Nella grande diatriba tra analitici e continentali che ha agitato il secolo XX, questo libro sembra cioè prendere infine posizione per il secondo dei due partiti, inducendoci a pensare che il primo tende a confluire nuovamente nel main stream della tradizione maggiore dopo essersene distaccato a partire dall'insegnamento di Ludwig Wittgenstein. Ciò però non fa che confermare un assunto che testimonia della vitalità della tradizione filosofica: i concetti della metafisica possono essere ancora messi utilmente a frutto anche nel confronto con contesti rinnovati. Lo attesta da ultimo anche il ricco capitolo dedicato a «Etica e bioetica», laddove s'affaccia energicamente, per esempio, il venerando rigore del pensiero aristotelico.
Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del Novecento, Bruno Mondatori, pp.1588, € 50
La Stampa Tuttolibri 15/3/2003
Scienza e tecnica, il mezzo è un fine
UNA «VOLONTÀ DI POTENZA» PER CUI IL FARE PREDOMINA SUL CONOSCERE, L´UTILITÀ CONTA PIÙ DELL´ETICA, LA POLITICA È SVUOTATA DI SENSO: LE ANALISI DI BOURDIEU E SEVERINO
Lelio Demichelis
SCIENTIA est potentia, diceva Francesco Bacone partecipando, nel Seicento alla fondazione della nuova scienza dei tempi moderni. Una scienza diversa da quella degli antichi. Chi la possiede ha potere, chi la usa cresce in potere.
Ma qual è il rapporto delle nostre società con la scienza? Le riconosciamo questo "potere", oppure crediamo ancora che serva solo a "svelare" il mondo, a "cercare" la verità delle cose? E oggi è davvero libera la scienza - o non è forse piegata in larga misura a logiche di profitto per pochi, piuttosto che a logiche disinteressate di bene collettivo? Ci può essere ricerca libera e libera scienza se cresce il connubio tra scienza e impresa? La scienza moderna si propone infatti come obiettivo non tanto la "conoscenza" ma il "fare", l'utilità (l'utilitarismo) dell'applicazione scientifica. Sostituendosi a Dio, ma anche assecondandone (come scritto in Genesi) il progetto di dominazione sulla natura. Come Bacone - e l'utopia di un mondo in costante progresso, dominato dalla scienza e dalla conquista tecnologica del mondo naturale. Senza limiti la scienza, senza etica, perché la scienza oggi spesso (sempre più?) sembra ripudiare l'etica e la responsabilità, viste non come valori ma solo come violazioni della propria libertà.
La scienza, certo. E la tecnica? Cosa le unisce e cosa le divide? Due libri, apparentemente lontani tra loro, portano a riflettere su queste due realtà - scienza e tecnica appunto - in cui siamo immersi quotidianamente ma sulle quali sempre meno riflettiamo.
Di Pierre Bourdieu - filosofo di formazione e sociologo d'elezione, uno dei maggiori e più influenti intellettuali francesi contemporanei, morto circa un anno fa - Il mestiere di scienziato è l'ultima opera pubblicata in vita dall'autore e raccoglie i materiali dell'ultimo corso tenuto da Bourdieu al Collège de France. Un libro di sociologia della scienza, un confronto con i vari indirizzi che in materia si sono dispiegati negli ultimi decenni. Una scienza - secondo Bourdieu - che aveva conquistato una autonomia forte «nei confronti del potere religioso, politico, economico e, in parte almeno, nei confronti delle burocrazie dello Stato», ma che oggi vede questa autonomia molto indebolita, ormai sottomessa «agli interessi economici e alle seduzioni mediatiche» della società contemporanea. Scienza o piuttosto tecnica? Dove risiede oggi l'essenza (la potenza) del potere? Sono ancora le ideologie, le fedi, o che altro a definire regole e obiettivi delle nostre società? O non è piuttosto la tecnica a pre-dominare su tutto e su tutti, organizzando le società secondo la sua inesauribile e incontenibile "volontà di potenza"? Una volontà che però fatichiamo a comprendere e a riconoscere, educati come siamo a rimuoverla? Scienza, economia, religione, politica, servendosi della tecnica come di un "mezzo", non si accorgono che essa è diventata ormai un "fine", il "fine" di se stessa e di tutto ciò che crede di usarla come un semplice "mezzo". Tutto "funziona" in nome della tecnica e grazie alla tecnica. Scienza, economia (tecnica come innovazione), religione (tecniche mediatiche), politica (marketing e ideologia): usano la tecnica (credono, si illudono di usare la tecnica) per fini di potere, ma in realtà ne accrescono costantemente il potere (ne sono usati), perché non sono loro che definiscono obiettivi e strategie ma è la tecnica, ormai autoreferenziale, a dire strategie e a dettare modelli di comportamento. La scienza era potenza, oggi lo è soprattutto la tecnica (di cui la scienza è divenuta la "guida" e la premessa), autentico pre-potere che usa e sub-ordina a sé ogni altro potere. Ecco allora un'altra magistrale lezione di Emanuele Severino - tra i massimi filosofi italiani, docente di Filosofia teoretica a Venezia - in Tecnica e architettura, opera in cui (per volere e intelligenza soprattutto dell'Istituto nazionale di Architettura - SezioneTrentino), si prova a pensare l'architettura (ma non solo, l'opera è vivamente consigliata a tutti coloro che vogliono capire come è cambiato il mondo) nell'età del trionfo unilaterale della tecnica, ricorrendo appunto all'aiuto della filosofia - di un filosofo come Severino, autore di opere fondamentali sul problema della tecnica. Progetto encomiabile e coraggioso. Perché appunto la tecnica non è più un "mezzo" per fare - come erroneamente crede anche l'architettura - ma un "fine" uno "scopo". Per cui, ad esempio, scrive Severino, non è più «la volontà capitalistica di incrementare il profitto a servirsi della tecnica, ma è la tecnica a servirsi di questa volontà per incrementare all'infinito la propria potenza». E' l'uomo, quindi, a farsi mezzo «con cui è fatta la volontà della tecnica». Un rovesciamento tra mezzi e fini che contagia e corrompe ogni cosa, facendo trionfare il nichilismo di noi Occidente, rendendoci insensibili, ciechi di fronte alla logica di questa "volontà di potenza". Come uscirne? Come riconoscere allora e combattere questa "volontà di potenza" della tecnica che ci svuota di ogni "senso"?
Pierre Bourdieu, Il mestiere di scienziato, Feltrinelli, pp. 147,€ 20
Emanuele Severino Tecnica e architettura, Cortina, pp. 125, € 8,50
Scienza e tecnica, il mezzo è un fine
UNA «VOLONTÀ DI POTENZA» PER CUI IL FARE PREDOMINA SUL CONOSCERE, L´UTILITÀ CONTA PIÙ DELL´ETICA, LA POLITICA È SVUOTATA DI SENSO: LE ANALISI DI BOURDIEU E SEVERINO
Lelio Demichelis
SCIENTIA est potentia, diceva Francesco Bacone partecipando, nel Seicento alla fondazione della nuova scienza dei tempi moderni. Una scienza diversa da quella degli antichi. Chi la possiede ha potere, chi la usa cresce in potere.
Ma qual è il rapporto delle nostre società con la scienza? Le riconosciamo questo "potere", oppure crediamo ancora che serva solo a "svelare" il mondo, a "cercare" la verità delle cose? E oggi è davvero libera la scienza - o non è forse piegata in larga misura a logiche di profitto per pochi, piuttosto che a logiche disinteressate di bene collettivo? Ci può essere ricerca libera e libera scienza se cresce il connubio tra scienza e impresa? La scienza moderna si propone infatti come obiettivo non tanto la "conoscenza" ma il "fare", l'utilità (l'utilitarismo) dell'applicazione scientifica. Sostituendosi a Dio, ma anche assecondandone (come scritto in Genesi) il progetto di dominazione sulla natura. Come Bacone - e l'utopia di un mondo in costante progresso, dominato dalla scienza e dalla conquista tecnologica del mondo naturale. Senza limiti la scienza, senza etica, perché la scienza oggi spesso (sempre più?) sembra ripudiare l'etica e la responsabilità, viste non come valori ma solo come violazioni della propria libertà.
La scienza, certo. E la tecnica? Cosa le unisce e cosa le divide? Due libri, apparentemente lontani tra loro, portano a riflettere su queste due realtà - scienza e tecnica appunto - in cui siamo immersi quotidianamente ma sulle quali sempre meno riflettiamo.
Di Pierre Bourdieu - filosofo di formazione e sociologo d'elezione, uno dei maggiori e più influenti intellettuali francesi contemporanei, morto circa un anno fa - Il mestiere di scienziato è l'ultima opera pubblicata in vita dall'autore e raccoglie i materiali dell'ultimo corso tenuto da Bourdieu al Collège de France. Un libro di sociologia della scienza, un confronto con i vari indirizzi che in materia si sono dispiegati negli ultimi decenni. Una scienza - secondo Bourdieu - che aveva conquistato una autonomia forte «nei confronti del potere religioso, politico, economico e, in parte almeno, nei confronti delle burocrazie dello Stato», ma che oggi vede questa autonomia molto indebolita, ormai sottomessa «agli interessi economici e alle seduzioni mediatiche» della società contemporanea. Scienza o piuttosto tecnica? Dove risiede oggi l'essenza (la potenza) del potere? Sono ancora le ideologie, le fedi, o che altro a definire regole e obiettivi delle nostre società? O non è piuttosto la tecnica a pre-dominare su tutto e su tutti, organizzando le società secondo la sua inesauribile e incontenibile "volontà di potenza"? Una volontà che però fatichiamo a comprendere e a riconoscere, educati come siamo a rimuoverla? Scienza, economia, religione, politica, servendosi della tecnica come di un "mezzo", non si accorgono che essa è diventata ormai un "fine", il "fine" di se stessa e di tutto ciò che crede di usarla come un semplice "mezzo". Tutto "funziona" in nome della tecnica e grazie alla tecnica. Scienza, economia (tecnica come innovazione), religione (tecniche mediatiche), politica (marketing e ideologia): usano la tecnica (credono, si illudono di usare la tecnica) per fini di potere, ma in realtà ne accrescono costantemente il potere (ne sono usati), perché non sono loro che definiscono obiettivi e strategie ma è la tecnica, ormai autoreferenziale, a dire strategie e a dettare modelli di comportamento. La scienza era potenza, oggi lo è soprattutto la tecnica (di cui la scienza è divenuta la "guida" e la premessa), autentico pre-potere che usa e sub-ordina a sé ogni altro potere. Ecco allora un'altra magistrale lezione di Emanuele Severino - tra i massimi filosofi italiani, docente di Filosofia teoretica a Venezia - in Tecnica e architettura, opera in cui (per volere e intelligenza soprattutto dell'Istituto nazionale di Architettura - SezioneTrentino), si prova a pensare l'architettura (ma non solo, l'opera è vivamente consigliata a tutti coloro che vogliono capire come è cambiato il mondo) nell'età del trionfo unilaterale della tecnica, ricorrendo appunto all'aiuto della filosofia - di un filosofo come Severino, autore di opere fondamentali sul problema della tecnica. Progetto encomiabile e coraggioso. Perché appunto la tecnica non è più un "mezzo" per fare - come erroneamente crede anche l'architettura - ma un "fine" uno "scopo". Per cui, ad esempio, scrive Severino, non è più «la volontà capitalistica di incrementare il profitto a servirsi della tecnica, ma è la tecnica a servirsi di questa volontà per incrementare all'infinito la propria potenza». E' l'uomo, quindi, a farsi mezzo «con cui è fatta la volontà della tecnica». Un rovesciamento tra mezzi e fini che contagia e corrompe ogni cosa, facendo trionfare il nichilismo di noi Occidente, rendendoci insensibili, ciechi di fronte alla logica di questa "volontà di potenza". Come uscirne? Come riconoscere allora e combattere questa "volontà di potenza" della tecnica che ci svuota di ogni "senso"?
Pierre Bourdieu, Il mestiere di scienziato, Feltrinelli, pp. 147,€ 20
Emanuele Severino Tecnica e architettura, Cortina, pp. 125, € 8,50
La CEI sulle neuroscienze
Avvenire Agorà 15.3.03
Neuroscienze, è l'anima che fa paura
Andrea Lavazza
E se Christof Koch credesse nell'esistenza dell'anima? Si potrebbe chiederglielo via e-mail: il suo indirizzo è bene in evidenza all'inizio dell'articolo, scritto con Francis Crick, che tanto scalpore ha fatto in Gran Bretagna e, di rimbalzo, in Italia. Il punto è che molti degli intervenuti al dibattito - «la scienza ha dimostrato che l'anima non c'è?» -, il breve testo pubblicato sul numero 2 di «Nature Neuroscience» (pp.119-126) non l'hanno nemmeno visto. Eppure si trova anche su Internet, sebbene a pagamento. Si sarebbe altrimenti appurato che la parola «Soul» non compare mai. E non si trova nemmeno «Mind» (mente). La parola chiave è invece «Consciousness» (coscienza, consapevolezza). E nulla nell'argomentazione ha carattere apodittico. Anzi, si precisa che si tratta di un «framework for consciousness», cioè «non una dettagliata ipotesi, ma un punto di vista per aggredire un problema scientifico, che spesso suggerisce ipotesi verificabili». Lo scopo è riorganizzare una serie di acquisizioni già note in una «struttura» coerente alla ricerca dei correlati neurali della coscienza. Ovvero, quelle aree del cervello il cui funzionamento dà vita alle esperienze fenomeniche (i «qualia»); o, ancora più semplicemente, alla «sensazione» di rosso quando si guarda una mela. Alla fine dei loro dieci punti l'anziano premio Nobel Crick e il giovane brillantissimo tedesco Koch sono ben lungi dal gridare «eureka». Indicano, tra mille forse e potrebbe, un percorso di ricerca per il futuro. Niente di rivoluzionario, quindi, per le neuroscienze, né per gli stessi autori. Certo si può dissentire dall'approccio di Crick e Koch, i quali sono inclini a un riduzionismo ben diffuso nella disciplina. All'anima, come detto, nessun accenno. E giustamente. Per definizione essa sta al di fuori della scienza e sarebbe assurdo quanto scorretto cercare di dimostrarne per via sperimentale l'assenza come pure l'esistenza. Forse ha paura dell'anima chi dall'inizio ha distorto la notizia, al punto da arruolare i due ignari e innocenti studiosi in una surreale crociata.
Neuroscienze, è l'anima che fa paura
Andrea Lavazza
E se Christof Koch credesse nell'esistenza dell'anima? Si potrebbe chiederglielo via e-mail: il suo indirizzo è bene in evidenza all'inizio dell'articolo, scritto con Francis Crick, che tanto scalpore ha fatto in Gran Bretagna e, di rimbalzo, in Italia. Il punto è che molti degli intervenuti al dibattito - «la scienza ha dimostrato che l'anima non c'è?» -, il breve testo pubblicato sul numero 2 di «Nature Neuroscience» (pp.119-126) non l'hanno nemmeno visto. Eppure si trova anche su Internet, sebbene a pagamento. Si sarebbe altrimenti appurato che la parola «Soul» non compare mai. E non si trova nemmeno «Mind» (mente). La parola chiave è invece «Consciousness» (coscienza, consapevolezza). E nulla nell'argomentazione ha carattere apodittico. Anzi, si precisa che si tratta di un «framework for consciousness», cioè «non una dettagliata ipotesi, ma un punto di vista per aggredire un problema scientifico, che spesso suggerisce ipotesi verificabili». Lo scopo è riorganizzare una serie di acquisizioni già note in una «struttura» coerente alla ricerca dei correlati neurali della coscienza. Ovvero, quelle aree del cervello il cui funzionamento dà vita alle esperienze fenomeniche (i «qualia»); o, ancora più semplicemente, alla «sensazione» di rosso quando si guarda una mela. Alla fine dei loro dieci punti l'anziano premio Nobel Crick e il giovane brillantissimo tedesco Koch sono ben lungi dal gridare «eureka». Indicano, tra mille forse e potrebbe, un percorso di ricerca per il futuro. Niente di rivoluzionario, quindi, per le neuroscienze, né per gli stessi autori. Certo si può dissentire dall'approccio di Crick e Koch, i quali sono inclini a un riduzionismo ben diffuso nella disciplina. All'anima, come detto, nessun accenno. E giustamente. Per definizione essa sta al di fuori della scienza e sarebbe assurdo quanto scorretto cercare di dimostrarne per via sperimentale l'assenza come pure l'esistenza. Forse ha paura dell'anima chi dall'inizio ha distorto la notizia, al punto da arruolare i due ignari e innocenti studiosi in una surreale crociata.
Il Messaggero 15.3.03
L'isteria secondo Juliet Mitchell
Donatella Trotta
«L’isteria? Non è affatto scomparsa dal mondo occidentale del ventesimo secolo; piuttosto, questo mondo manifesta un’isteria nascosta. Non necessariamente femminile, bensì maschile», dice Juliet Mitchell riportando subito un fenomeno classico, definito «utero vagabondo» nell’antica Grecia, «seduzione del diavolo» nel Medioevo e «soffocamento della madre» nel XVII secolo, all’attualità. Un presente minato dalle guerre, percorso da ingenti movimenti migratori, costellato di catastrofi naturali, attentati e violenza, sessuale e morale, dove l’isteria prende secondo Mitchell altri nomi: trauma, attacchi di panico, anoressia, disturbi della personalità. Con una possibile via d’uscita: «La valorizzazione della relazione di fratellanza, biologica ma anche sociale. Un modello, uno sguardo di lateralità omesso nelle teorie delle scienze sociali, psicologiche e politiche, completamente dominate da un paradigma verticale, secondo lo schema discendente o ascendente madre/padre-figlio, o figlio-genitori».
Juliet Mitchell è la grande madre del femminismo psicoanalitico contemporaneo in ambito anglosassone: colei che negli anni ’70, riabilitando l’opera freudiana, ha segnato il passaggio del movimento di liberazione della donna verso una teoria della differenza di genere. Neozelandese di origine, psicoanalista della British Psycho-Analytical Society e dell’Ipa, docente di psicoanalisi e studi di genere e società all’università di Cambridge, dove dirige il dipartimento di Scienze politiche e sociali, è una donna solare e comunicativa che ha firmato testi di culto come La condizione della donna, Psicoanalisi e femminismo, La rivoluzione più lunga. È di passaggio per Napoli in compagnia del marito antropologo, perché dopo la rivisitazione riveduta e corretta dell’isteria nel suo ultimo libro Mad Men and Medusas. Reclaiming Hysteria (2000), di imminente uscita in traduzione italiana per Raffaello Cortina editore, il prossimo ottobre la studiosa pubblicherà in Inghilterra un nuovo saggio, Fratelli. Sesso, violenza e genere, le cui conclusioni sono state anticipate ieri in un incontro presso l’Istituto per gli Studi filosofici, promosso dallo psichiatra e psicoanalista freudiano Franco Scalzone, con la collaborazione della collega Gemma Zontini.
«Quando i soldati della prima guerra mondiale hanno iniziato a soffrire di sintomi isterici - racconta Mitchell -, dimostrando l’esistenza di un’isteria maschile già individuata da Charcot a Parigi a metà Ottocento e ribadita da Freud nel 1886, la diagnosi isterica scompare, e nelle attuali diagnosi non esiste più». Usando studi sui soldati, ma anche la storia di Don Giovanni, Mitchell svela così la storia segreta dell’uomo isterico, liberando le donne da un gravoso sterotipo. «Ma la pratica clinica e la teoria psicoanalitica disattendono l’importanza dei fratelli e delle sorelle nello sviluppo di questa sintomatologia, una presenza relazionale responsabile anche della genesi del genere, ben oltre il complesso edipico», aggiunge. In ambito creativo, letterario o cinematografico, invece, la relazione di fratellanza ha descrizioni convincenti: «Penso al film di Visconti ”Rocco e i suoi fratelli” - spiega Mitchell - che antropomorfizza, per usare un concetto di Visconti, un punto di transizione tra una società basata su codici di socialità noti (il clan dei fratelli in Sicilia) ad un’altra da acquisire: la cultura individualistica della famiglia mononucleare a Milano».
Di più. Esiste anche un nesso significativo tra aumento della follia e aumento dell’emigrazione per ragioni di lavoro, studiato dall’antropologa con competenze psicoanalitiche Ann Parson: «Ma anche nel suo confronto tra la schizofrenia di emigranti italiani in una clinica di Boston e la stessa patologia in un ospedale napoletano manca in Parson la chiave fondamentale di lettura della fratellanza», osserva Mitchell. E cosa pensa della distruzione in atto della relazione materna, minacciata tra l’altro dalle biotecnologie, come ha di recente denunciato Luisa Muraro? La maternità non è forse la vera questione irrisolta della condizione femminile? «Le biotecnologie non sono le sole responsabili di questa situazione: basti pensare che anche nell’Africa subsahariana e in India la natalità è inversamente proporzionale al reddito da lavoro femminile». Condivide il Contrattacco alle donne analizzato da Susan Faludi? «La storia del femminismo è sempre stata storia dell’antifemminismo. In un saggio che ho curato nel ’96, Chi ha paura del femminismo?, si indaga proprio questo antagonismo interno al movimento stesso delle donne: basti pensare alle posizioni di Camille Paglia. Oggi è difficile trovare delle giovani che dichiarino di essere femministe. Ma tutte credono nella parità». E come vede allora le nuove frontiere del cyberfemminismo, con la ridefinizione del genere e dell’identità? «Già prima delle nuove tecnologie esistevano generi di transizione: basti pensare alla mitologia indiana, o all’antica Grecia coi suoi satiri e le Menadi. Oggi c’è in giro molta sessualità, che è cosa diversa dalla riproduzione, a dispetto della realtà virtuale comunque legata a due genitori, quindi alla differenza di genere anche nel caso di figli in provetta».
L'isteria secondo Juliet Mitchell
Donatella Trotta
«L’isteria? Non è affatto scomparsa dal mondo occidentale del ventesimo secolo; piuttosto, questo mondo manifesta un’isteria nascosta. Non necessariamente femminile, bensì maschile», dice Juliet Mitchell riportando subito un fenomeno classico, definito «utero vagabondo» nell’antica Grecia, «seduzione del diavolo» nel Medioevo e «soffocamento della madre» nel XVII secolo, all’attualità. Un presente minato dalle guerre, percorso da ingenti movimenti migratori, costellato di catastrofi naturali, attentati e violenza, sessuale e morale, dove l’isteria prende secondo Mitchell altri nomi: trauma, attacchi di panico, anoressia, disturbi della personalità. Con una possibile via d’uscita: «La valorizzazione della relazione di fratellanza, biologica ma anche sociale. Un modello, uno sguardo di lateralità omesso nelle teorie delle scienze sociali, psicologiche e politiche, completamente dominate da un paradigma verticale, secondo lo schema discendente o ascendente madre/padre-figlio, o figlio-genitori».
Juliet Mitchell è la grande madre del femminismo psicoanalitico contemporaneo in ambito anglosassone: colei che negli anni ’70, riabilitando l’opera freudiana, ha segnato il passaggio del movimento di liberazione della donna verso una teoria della differenza di genere. Neozelandese di origine, psicoanalista della British Psycho-Analytical Society e dell’Ipa, docente di psicoanalisi e studi di genere e società all’università di Cambridge, dove dirige il dipartimento di Scienze politiche e sociali, è una donna solare e comunicativa che ha firmato testi di culto come La condizione della donna, Psicoanalisi e femminismo, La rivoluzione più lunga. È di passaggio per Napoli in compagnia del marito antropologo, perché dopo la rivisitazione riveduta e corretta dell’isteria nel suo ultimo libro Mad Men and Medusas. Reclaiming Hysteria (2000), di imminente uscita in traduzione italiana per Raffaello Cortina editore, il prossimo ottobre la studiosa pubblicherà in Inghilterra un nuovo saggio, Fratelli. Sesso, violenza e genere, le cui conclusioni sono state anticipate ieri in un incontro presso l’Istituto per gli Studi filosofici, promosso dallo psichiatra e psicoanalista freudiano Franco Scalzone, con la collaborazione della collega Gemma Zontini.
«Quando i soldati della prima guerra mondiale hanno iniziato a soffrire di sintomi isterici - racconta Mitchell -, dimostrando l’esistenza di un’isteria maschile già individuata da Charcot a Parigi a metà Ottocento e ribadita da Freud nel 1886, la diagnosi isterica scompare, e nelle attuali diagnosi non esiste più». Usando studi sui soldati, ma anche la storia di Don Giovanni, Mitchell svela così la storia segreta dell’uomo isterico, liberando le donne da un gravoso sterotipo. «Ma la pratica clinica e la teoria psicoanalitica disattendono l’importanza dei fratelli e delle sorelle nello sviluppo di questa sintomatologia, una presenza relazionale responsabile anche della genesi del genere, ben oltre il complesso edipico», aggiunge. In ambito creativo, letterario o cinematografico, invece, la relazione di fratellanza ha descrizioni convincenti: «Penso al film di Visconti ”Rocco e i suoi fratelli” - spiega Mitchell - che antropomorfizza, per usare un concetto di Visconti, un punto di transizione tra una società basata su codici di socialità noti (il clan dei fratelli in Sicilia) ad un’altra da acquisire: la cultura individualistica della famiglia mononucleare a Milano».
Di più. Esiste anche un nesso significativo tra aumento della follia e aumento dell’emigrazione per ragioni di lavoro, studiato dall’antropologa con competenze psicoanalitiche Ann Parson: «Ma anche nel suo confronto tra la schizofrenia di emigranti italiani in una clinica di Boston e la stessa patologia in un ospedale napoletano manca in Parson la chiave fondamentale di lettura della fratellanza», osserva Mitchell. E cosa pensa della distruzione in atto della relazione materna, minacciata tra l’altro dalle biotecnologie, come ha di recente denunciato Luisa Muraro? La maternità non è forse la vera questione irrisolta della condizione femminile? «Le biotecnologie non sono le sole responsabili di questa situazione: basti pensare che anche nell’Africa subsahariana e in India la natalità è inversamente proporzionale al reddito da lavoro femminile». Condivide il Contrattacco alle donne analizzato da Susan Faludi? «La storia del femminismo è sempre stata storia dell’antifemminismo. In un saggio che ho curato nel ’96, Chi ha paura del femminismo?, si indaga proprio questo antagonismo interno al movimento stesso delle donne: basti pensare alle posizioni di Camille Paglia. Oggi è difficile trovare delle giovani che dichiarino di essere femministe. Ma tutte credono nella parità». E come vede allora le nuove frontiere del cyberfemminismo, con la ridefinizione del genere e dell’identità? «Già prima delle nuove tecnologie esistevano generi di transizione: basti pensare alla mitologia indiana, o all’antica Grecia coi suoi satiri e le Menadi. Oggi c’è in giro molta sessualità, che è cosa diversa dalla riproduzione, a dispetto della realtà virtuale comunque legata a due genitori, quindi alla differenza di genere anche nel caso di figli in provetta».
il manifesto 15.3.03
La melanconia e la sua maschera perversa
ALBERTO LUCHETTI
Nessun legame sembrerebbe unire melanconia e perversione, l'inibizione di ogni piacere dalla ricerca compulsiva di una fonte di godimento. Eppure, entrambe queste patologie rivelano una difficoltà di amare: nella melanconia è in gioco il ritiro di ogni investimento libidico, nella perversione sembra realizzarsi una forma erotica dell'odio. L'altro è comunque relegato a una dimensione impersonale, disanimata e fuori dal tempo. Se il perverso allontana la realtà perché troppo angosciosa, il melanconico soffre per una realtà che non lo contempla. Il risultato è comunque un ingabbiamento di se stessi, che corrisponde alla percezione di qualcosa di morto dentro di sé
L'accostamento tra melanconia e perversione - tema della giornata di studio organizzata dall'Associazione «Squiggle» e introdotta da Valdimiro Pellicanò, che riunisce oggi a Pisa numerosi esponenti della Società psicoanalitica italiana - può meravigliare, a meno che non si assumano i due termini in senso molto lato, se se ne considerano le abituali descrizioni psicopatologiche. «La melanconia», scriveva Freud, che finì col ritenerla una nevrosi narcisistica, «è psichicamente caratterizzata da un profondo e doloroso scoramento, da un venir meno dell'interesse per il mondo esterno, dalla perdita della capacità di amare, dall'inibizione di fronte a qualsiasi attività e da un avvilimento del sentimento di sé che si esprime in autorimproveri e autoingiurie e culmina nell'attesa delirante di una punizione». Non diversamente, anche l'attuale nosografia psichiatrica, che considera la melanconia come possibile complicazione di un episodio depressivo, ne individua le manifestazioni salienti in un'indifferenza per gli stimoli fino a quel momento piacevoli, in un marcato rallentamento motorio e in una destrutturazione della temporalità nella quale il passato occlude il presente e preclude un futuro, in disturbi dell'alimentazione e del sonno, in sentimenti di colpa e di svalutazione di sé eccessivi e inappropriati, in idee di morte o suicidarie. Cosa potrebbe essere più lontano da questa condizione melanconica se non l'attiva e talvolta compulsiva e impulsiva ricerca del piacere da parte di un perverso? Laddove si intenda, appunto, la perversione in senso stretto, ossia come l'insieme di comportamenti sessuali contraddistinti da anomalie nel raggiungimento del piacere, deviato rispetto a una qualsiasi norma, così come rispetto alle finalità biologiche. Un piacere che è legato alla variazione dell'oggetto sessuale e delle modalità del rapporto, ma soprattutto è rigidamente vincolato e subordinato ad alcune condizioni estrinseche particolari, che possono andare dal feticismo al travestitismo, dal voyeurismo all'esibizionismo, al sadismo, al masochismo: atteggiamenti che realizzano concretamente alcune scene fondamentali intorno a cui è organizzata la vita fantasmatica della persona. Già a un primo sguardo, tuttavia, alcune pratiche perverse rivelano una difficoltà ad amare analoga a quella del melanconico, se non addirittura una forma erotica dell'odio, come ha sostenuto Robert Stoller nel suo Perversion: The erotic form of hatred (Pantheon Books, New York, 1975). Ma l'accostamento tra melanconia e perversione appare altrettanto sorprendente se si pensa al divario che separa la monotonia iconografica della prima dalla poliedricità e variabilità delle rappresentazioni delle attività e degli scenari perversi, refrattari a ogni tentativo di repertoriarli esaustivamente. La melanconia è tradizionalmente rappresentata - prima e dopo la celebre incisione di Dürer - nelle vesti di una donna immobile, seduta e in qualche caso dormiente, con la testa reclinata appoggiata a una mano talvolta chiusa a pugno, dal volto indifferente o cupo e rabbioso, e dallo sguardo fisso davanti a sé, ma incurante di ciò che le sta intorno, assorta in pensieri e fantasmi, sospesa tra riflessione, dolore e smarrita disperazione. Mentre le perversioni sono affidate a rappresentazioni cangianti ed estremamente varie, sia nella letteratura classica come nei molteplici riferimenti di cui abbondano racconti e film d'oggi. E questo nonostante la ripetitività, fin nei minuti particolari, degli scenari prediletti dai personaggi - tanto eterosessuali che omosessuali - nella loro ricerca imperativa e spasmodica di forme di eccitamento e di piacere che non tollerano deviazioni e dilazioni. Benché abbiano spesso il sapore di una combinatoria di elementi fondamentali, queste variazioni riflettono la singolarità della vita fantasmatica dell'essere umano che, a partire dalla «perversione polimorfa» (come la definì Freud) della sessualità infantile e pulsionale, sempre si organizza in una drammaturgia idiosincrasica, talvolta particolarmente elaborata. Del resto, proprio per la difficoltà di stabilire tanto una norma quanto i confini con la patologia, c'è chi - come Joyce McDougall (in Eros. Le deviazioni del desiderio, Cortina, 1997) - preferisce parlare di «neosessualità», cioè di una reinvenzione (obbligata) dell'atto e delle relazioni sessuali, limitando il termine perversione solo ai rapporti imposti a un partner non consenziente. In realtà, mentre a tutta prima il rapporto tra melanconia e perversione sembrerebbe dover essere più di opposizione che di congiunzione, un secondo sguardo rivela una più complessa articolazione, alla quale sembrano alludere i titoli delle relazioni che Patrizia Cupelloni, Anna Nicolò e Lucio Russo terranno oggi a Pisa.
Per cercare di evidenziare alcuni snodi possiamo partire proprio dalla famosa incisione di Dürer che, come indicano Klibansky, Panofsky e Saxl nel loro celebre saggio su Saturno e la melanconia (Einaudi), costituisce un vero e proprio «autoritratto spirituale» del pittore. Nel solco della teoria di Marsilio Ficino, Dürer infatti unisce pittoricamente nel personaggio centrale due figure, la Geometria e la Melanconia, la raffigurazione dell'ars geometrica con quella di un homo melanconicus, «l'una che incarna l'ideale allegorizzato di una facoltà mentale creativa, l'altra che è l'immagine terrificante di una condizione di spirito distruttiva», elevando la figura allegorica della Melanconia al livello di un simbolo che combina l'esercizio intellettuale con la capacità di sofferenza dell'anima umana. Certo, la scelta della Geometria tra le sette arti liberali, come indicano i tre studiosi, dipende dal fatto che per il pittore essa era la base di ogni scienza e filosofia, nonché dal legame che la tradizione aveva stabilito tra essa e Saturno, il pianeta che nelle convinzioni dell'epoca poteva favorire sia il sapere che la follia. Tuttavia la Geometria è scienza della misura, arte del misurare: mostrando come le potenzialità creative dell'essere umano attingano alla stessa fonte dell'impotenza e dello sgomento di fronte alla vanità della vita, Dürer sembra segnalare questa comune sorgente nella sua natura di «animale misurante», perché parlante. Proprio la misura è un aspetto centrale sia nella melanconia che nella perversione. Mentre quest'ultima è intrinsecamente sovversiva - poiché tenta di spostare il limite di ogni norma, poiché essa è negazione (ma per ciò stesso anche riaffermazione) di ogni misura e dunque di ogni differenza nell'ambito della sessualità - la melanconia assume come propria misura un ideale assoluto, una dismisura rispetto alla quale può identificarsi soltanto con il niente: «Io non sono niente» è infatti l'emblema del discorso melanconico. Perciò Freud affermava che nella melanconia la coscienza del soggetto è accaparrata dall'ideale, che parla in nome di Io: potremmo anzi dire che Io può essere e parlare solo lasciandosi irrigidire ed esautorare da questo ideale, che con la sua ombra lo riduce a un niente; al tempo stesso, però, resta sempre sull'orlo dell'angoscia che si scatenerebbe dall'incrinarsi di questa fragile e alienante cornice identificatoria.
Sia melanconia che perversione finiscono dunque con il denunciare l'illusione dell'identità: di quella sessuale e sessuata, quando è in gioco la perversione, di quella derivata dall'abbaglio di ogni ego, dall'evanescenza di ogni discorso, dalla vanità di ogni attività quando è in gioco la melanconia. Dietro l'insistente inibizione melanconica e la compulsiva disinibizione perversa affiorano così angosce di frammentazione, di smembramento, di perdita dei confini del proprio corpo, di inesistenza o di irrealtà, fino a quell'angoscia di castrazione che sembra già svolgere una funzione contenitiva e organizzativa. Angosce che il melanconico può tentare di allontanare solo chiedendo all'altro di incarnare quell'ideale tirannico che lo abita, mentre il perverso le rifugge ricercando attivamente un sentimento di esistenza, vitalità e stabilità nell'eccitamento che unicamente i suoi scenari, rigidi e ripetitivi, possono assicurargli. In entrambi i casi, l'altro resta fondamentalmente in una dimensione impersonale e disanimata, nonché al di fuori del fluire del tempo.
Di qui anche il particolare rapporto con la realtà esterna - quella delle relazioni umane con tutte le significazioni e gli affetti che le animano: nella perversione il rapporto con la realtà è mantenuto solo parzialmente, disconoscendo ciò che può suscitare angoscia, ma a prezzo di «una lacerazione che non si cicatrizzerà mai più e che anzi si approfondirà col passare del tempo [...] nucleo di una scissione dell'Io», come notava Freud rendendosi conto di come l'Io sia sfaldabile e quanto sia precaria e limitata quella sua funzione sintetica che sembrava quasi essergli connaturata, e che peraltro gli impone rimozioni più o meno radicali. Per di più questo disconoscimento del perverso, sempre incerto e di scarsa tenuta, deve necessariamente accompagnarsi a un esasperato controllo della realtà e dell'altro, ricercando disperatamente nella ripetizione dell'identico l'esclusione di ogni esperienza nuova o creativa.
Il distoglimento dalla realtà proprio della perversione, nella melanconia diventa distoglimento della realtà: il soggetto melanconico non rinnega la percezione di ciò che è inaccettabile per lui, ma rinnega la possibilità che quella realtà, in toto, lo riguardi, lo interessi. Sì, la realtà esiste, può anche essere piacevole e interessante, ma non per lui, che ne è perciò ancora più indegno. In entrambi i casi, il risultato è un ingabbiamento di se stessi che sconfina nell'immobilità, più o meno parziale. Una immobilità che, peraltro, è quella tipica - più in generale - dell'affetto depressivo e che corrisponde a qualcosa di morto dentro di sé: il melanconico lo nasconde mimandolo nel niente con cui si identifica, mentre il perverso lo confonde nell'apparente vitalità delle intense sensazioni che le sue condotte sessuali devono procurargli.
L'esistenza di questo vuoto e di questa morte (o questi morti) interni ci porta a un altro punto di articolazione tra melanconia e perversione: in entrambi i casi domina la difficoltà o l'impossibilità di separarsi da persone e rapporti vitali, di elaborare - come suol dirsi - il lutto per la loro perdita, vissuta come una insostenibile mutilazione di se stessi. Che questo valga per la melanconia, lo si sa, è uno degli apporti fondamentali di Freud quando ne ha evidenziato le somiglianze e le differenze rispetto al lutto («nel lutto non compare il disturbo del sentimento di sé»), facendo risalire questa impossibilità alle modalità narcisistiche e ambivalenti della relazione che legava il melanconico a ciò che ha perso, ossia alla essenziale funzione di mantenimento della coerenza, stabilità, continuità, integrità dell'Io che essa svolgeva e alla coesistenza in essa di atteggiamenti e sentimenti opposti, soprattutto amore e odio. Perciò la sua perdita impone all'Io del melanconico di incorporare l'oggetto perduto - non potendo né investirlo né disinvestirlo - per mantenerlo dentro di sé in una sorta di limbo: né morto né vivo in attesa di poter infine sciogliere questo legame narcisistico per allacciarlo con un altro. Ma ciò fa sì che l'odio e la distruttività scatenati ed esasperati dalla perdita e dai rischi che ne derivano ricadano pesantemente sull'Io, che ha incluso in sé l'altro perduto.
L'intollerabilità della perdita e l'impossibilità del lutto valgono anche per il soggetto perverso, che poiché ha bisogno di regolamentare e parcellizzare rigidamente la sua intimità con l'altro, ricerca una situazione impersonale con un complice che, per quanto idoleggiato, nell'amore fisico viene comunque privato della sua autonomia, soggetto a controllo, reso inerte e inanimato, perché nell'anonimia e nell'equivalenza del partner è negata a priori la possibilità di una separazione, ciò che consente di stabilizzare il fragile senso di sé. Quando si confondono gli individui, quando si negano generi e generazioni, quando si mescolano oggetti, zone e fonti del piacere si resta nell'indifferenziato e in un registro fusionale, dove non c'è spazio per una separazione né per la distruttività che ne conseguirebbe.
C'è tuttavia un altro profondo legame tra melanconia e perversione. Dopo la scoperta dell'inconscio e della rimozione, è in particolare attraverso melanconia e perversione che Freud scopre come l'Io stesso (già ormai ridotto ad essere solo una parte dell'apparato psichico, anche se cerca di spacciarsi per la sua totalità) sia «pieno di strappi e fenditure», che costituiscono potenziali linee di sfaldatura, come per un cristallo. Eppure proprio a questa scindibilità è legata la possibilità di essere e soggettivarsi (grazie al linguaggio), che per l'Io equivale poi alla possibilità, per usare ancora parole freudiane, di poter «prendere come oggetto sé medesimo, trattarsi come altri oggetti, osservarsi, criticarsi e fare di sé stesso Dio sa quante altre cose ancora», peraltro cose talvolta terribili ed orribili.
Effettivamente con Melencolia I, al di là della sovradeterminazione e della stratificazione dei simboli e delle allegorie, Dürer ha avuto l'audacia, come scrivono Klibansky, Panofsky e Saxl, di sollevare «la pesantezza animale di un temperamento triste, terrestre» all'altezza di una tragedia tipicamente umana, sottolineata dal confronto del dolore consapevole di chi lotta con i tormenti del pensiero, con la sofferenza inconsapevole del cane e la felice innocenza del putto affaccendato in una attività senza pensiero. Ma tutto ciò perché Dürer intende la melanconia come cifra e prezzo di una biologica artificialità della natura umana che, a paragone dell'animale e dell'infans, con la misura introdotta dal linguaggio crea lo smisurato, il sessuale che può svuotare, vanificare l'umano stesso. Di questo vuoto e questo smisurato, la perversione sembra poter essere - come nota Manuela Fraire nel suo saggio Travestitismo: un abito della melanconia - la maschera o l'abito, talvolta fin troppo trasparenti.
La melanconia e la sua maschera perversa
ALBERTO LUCHETTI
Nessun legame sembrerebbe unire melanconia e perversione, l'inibizione di ogni piacere dalla ricerca compulsiva di una fonte di godimento. Eppure, entrambe queste patologie rivelano una difficoltà di amare: nella melanconia è in gioco il ritiro di ogni investimento libidico, nella perversione sembra realizzarsi una forma erotica dell'odio. L'altro è comunque relegato a una dimensione impersonale, disanimata e fuori dal tempo. Se il perverso allontana la realtà perché troppo angosciosa, il melanconico soffre per una realtà che non lo contempla. Il risultato è comunque un ingabbiamento di se stessi, che corrisponde alla percezione di qualcosa di morto dentro di sé
L'accostamento tra melanconia e perversione - tema della giornata di studio organizzata dall'Associazione «Squiggle» e introdotta da Valdimiro Pellicanò, che riunisce oggi a Pisa numerosi esponenti della Società psicoanalitica italiana - può meravigliare, a meno che non si assumano i due termini in senso molto lato, se se ne considerano le abituali descrizioni psicopatologiche. «La melanconia», scriveva Freud, che finì col ritenerla una nevrosi narcisistica, «è psichicamente caratterizzata da un profondo e doloroso scoramento, da un venir meno dell'interesse per il mondo esterno, dalla perdita della capacità di amare, dall'inibizione di fronte a qualsiasi attività e da un avvilimento del sentimento di sé che si esprime in autorimproveri e autoingiurie e culmina nell'attesa delirante di una punizione». Non diversamente, anche l'attuale nosografia psichiatrica, che considera la melanconia come possibile complicazione di un episodio depressivo, ne individua le manifestazioni salienti in un'indifferenza per gli stimoli fino a quel momento piacevoli, in un marcato rallentamento motorio e in una destrutturazione della temporalità nella quale il passato occlude il presente e preclude un futuro, in disturbi dell'alimentazione e del sonno, in sentimenti di colpa e di svalutazione di sé eccessivi e inappropriati, in idee di morte o suicidarie. Cosa potrebbe essere più lontano da questa condizione melanconica se non l'attiva e talvolta compulsiva e impulsiva ricerca del piacere da parte di un perverso? Laddove si intenda, appunto, la perversione in senso stretto, ossia come l'insieme di comportamenti sessuali contraddistinti da anomalie nel raggiungimento del piacere, deviato rispetto a una qualsiasi norma, così come rispetto alle finalità biologiche. Un piacere che è legato alla variazione dell'oggetto sessuale e delle modalità del rapporto, ma soprattutto è rigidamente vincolato e subordinato ad alcune condizioni estrinseche particolari, che possono andare dal feticismo al travestitismo, dal voyeurismo all'esibizionismo, al sadismo, al masochismo: atteggiamenti che realizzano concretamente alcune scene fondamentali intorno a cui è organizzata la vita fantasmatica della persona. Già a un primo sguardo, tuttavia, alcune pratiche perverse rivelano una difficoltà ad amare analoga a quella del melanconico, se non addirittura una forma erotica dell'odio, come ha sostenuto Robert Stoller nel suo Perversion: The erotic form of hatred (Pantheon Books, New York, 1975). Ma l'accostamento tra melanconia e perversione appare altrettanto sorprendente se si pensa al divario che separa la monotonia iconografica della prima dalla poliedricità e variabilità delle rappresentazioni delle attività e degli scenari perversi, refrattari a ogni tentativo di repertoriarli esaustivamente. La melanconia è tradizionalmente rappresentata - prima e dopo la celebre incisione di Dürer - nelle vesti di una donna immobile, seduta e in qualche caso dormiente, con la testa reclinata appoggiata a una mano talvolta chiusa a pugno, dal volto indifferente o cupo e rabbioso, e dallo sguardo fisso davanti a sé, ma incurante di ciò che le sta intorno, assorta in pensieri e fantasmi, sospesa tra riflessione, dolore e smarrita disperazione. Mentre le perversioni sono affidate a rappresentazioni cangianti ed estremamente varie, sia nella letteratura classica come nei molteplici riferimenti di cui abbondano racconti e film d'oggi. E questo nonostante la ripetitività, fin nei minuti particolari, degli scenari prediletti dai personaggi - tanto eterosessuali che omosessuali - nella loro ricerca imperativa e spasmodica di forme di eccitamento e di piacere che non tollerano deviazioni e dilazioni. Benché abbiano spesso il sapore di una combinatoria di elementi fondamentali, queste variazioni riflettono la singolarità della vita fantasmatica dell'essere umano che, a partire dalla «perversione polimorfa» (come la definì Freud) della sessualità infantile e pulsionale, sempre si organizza in una drammaturgia idiosincrasica, talvolta particolarmente elaborata. Del resto, proprio per la difficoltà di stabilire tanto una norma quanto i confini con la patologia, c'è chi - come Joyce McDougall (in Eros. Le deviazioni del desiderio, Cortina, 1997) - preferisce parlare di «neosessualità», cioè di una reinvenzione (obbligata) dell'atto e delle relazioni sessuali, limitando il termine perversione solo ai rapporti imposti a un partner non consenziente. In realtà, mentre a tutta prima il rapporto tra melanconia e perversione sembrerebbe dover essere più di opposizione che di congiunzione, un secondo sguardo rivela una più complessa articolazione, alla quale sembrano alludere i titoli delle relazioni che Patrizia Cupelloni, Anna Nicolò e Lucio Russo terranno oggi a Pisa.
Per cercare di evidenziare alcuni snodi possiamo partire proprio dalla famosa incisione di Dürer che, come indicano Klibansky, Panofsky e Saxl nel loro celebre saggio su Saturno e la melanconia (Einaudi), costituisce un vero e proprio «autoritratto spirituale» del pittore. Nel solco della teoria di Marsilio Ficino, Dürer infatti unisce pittoricamente nel personaggio centrale due figure, la Geometria e la Melanconia, la raffigurazione dell'ars geometrica con quella di un homo melanconicus, «l'una che incarna l'ideale allegorizzato di una facoltà mentale creativa, l'altra che è l'immagine terrificante di una condizione di spirito distruttiva», elevando la figura allegorica della Melanconia al livello di un simbolo che combina l'esercizio intellettuale con la capacità di sofferenza dell'anima umana. Certo, la scelta della Geometria tra le sette arti liberali, come indicano i tre studiosi, dipende dal fatto che per il pittore essa era la base di ogni scienza e filosofia, nonché dal legame che la tradizione aveva stabilito tra essa e Saturno, il pianeta che nelle convinzioni dell'epoca poteva favorire sia il sapere che la follia. Tuttavia la Geometria è scienza della misura, arte del misurare: mostrando come le potenzialità creative dell'essere umano attingano alla stessa fonte dell'impotenza e dello sgomento di fronte alla vanità della vita, Dürer sembra segnalare questa comune sorgente nella sua natura di «animale misurante», perché parlante. Proprio la misura è un aspetto centrale sia nella melanconia che nella perversione. Mentre quest'ultima è intrinsecamente sovversiva - poiché tenta di spostare il limite di ogni norma, poiché essa è negazione (ma per ciò stesso anche riaffermazione) di ogni misura e dunque di ogni differenza nell'ambito della sessualità - la melanconia assume come propria misura un ideale assoluto, una dismisura rispetto alla quale può identificarsi soltanto con il niente: «Io non sono niente» è infatti l'emblema del discorso melanconico. Perciò Freud affermava che nella melanconia la coscienza del soggetto è accaparrata dall'ideale, che parla in nome di Io: potremmo anzi dire che Io può essere e parlare solo lasciandosi irrigidire ed esautorare da questo ideale, che con la sua ombra lo riduce a un niente; al tempo stesso, però, resta sempre sull'orlo dell'angoscia che si scatenerebbe dall'incrinarsi di questa fragile e alienante cornice identificatoria.
Sia melanconia che perversione finiscono dunque con il denunciare l'illusione dell'identità: di quella sessuale e sessuata, quando è in gioco la perversione, di quella derivata dall'abbaglio di ogni ego, dall'evanescenza di ogni discorso, dalla vanità di ogni attività quando è in gioco la melanconia. Dietro l'insistente inibizione melanconica e la compulsiva disinibizione perversa affiorano così angosce di frammentazione, di smembramento, di perdita dei confini del proprio corpo, di inesistenza o di irrealtà, fino a quell'angoscia di castrazione che sembra già svolgere una funzione contenitiva e organizzativa. Angosce che il melanconico può tentare di allontanare solo chiedendo all'altro di incarnare quell'ideale tirannico che lo abita, mentre il perverso le rifugge ricercando attivamente un sentimento di esistenza, vitalità e stabilità nell'eccitamento che unicamente i suoi scenari, rigidi e ripetitivi, possono assicurargli. In entrambi i casi, l'altro resta fondamentalmente in una dimensione impersonale e disanimata, nonché al di fuori del fluire del tempo.
Di qui anche il particolare rapporto con la realtà esterna - quella delle relazioni umane con tutte le significazioni e gli affetti che le animano: nella perversione il rapporto con la realtà è mantenuto solo parzialmente, disconoscendo ciò che può suscitare angoscia, ma a prezzo di «una lacerazione che non si cicatrizzerà mai più e che anzi si approfondirà col passare del tempo [...] nucleo di una scissione dell'Io», come notava Freud rendendosi conto di come l'Io sia sfaldabile e quanto sia precaria e limitata quella sua funzione sintetica che sembrava quasi essergli connaturata, e che peraltro gli impone rimozioni più o meno radicali. Per di più questo disconoscimento del perverso, sempre incerto e di scarsa tenuta, deve necessariamente accompagnarsi a un esasperato controllo della realtà e dell'altro, ricercando disperatamente nella ripetizione dell'identico l'esclusione di ogni esperienza nuova o creativa.
Il distoglimento dalla realtà proprio della perversione, nella melanconia diventa distoglimento della realtà: il soggetto melanconico non rinnega la percezione di ciò che è inaccettabile per lui, ma rinnega la possibilità che quella realtà, in toto, lo riguardi, lo interessi. Sì, la realtà esiste, può anche essere piacevole e interessante, ma non per lui, che ne è perciò ancora più indegno. In entrambi i casi, il risultato è un ingabbiamento di se stessi che sconfina nell'immobilità, più o meno parziale. Una immobilità che, peraltro, è quella tipica - più in generale - dell'affetto depressivo e che corrisponde a qualcosa di morto dentro di sé: il melanconico lo nasconde mimandolo nel niente con cui si identifica, mentre il perverso lo confonde nell'apparente vitalità delle intense sensazioni che le sue condotte sessuali devono procurargli.
L'esistenza di questo vuoto e di questa morte (o questi morti) interni ci porta a un altro punto di articolazione tra melanconia e perversione: in entrambi i casi domina la difficoltà o l'impossibilità di separarsi da persone e rapporti vitali, di elaborare - come suol dirsi - il lutto per la loro perdita, vissuta come una insostenibile mutilazione di se stessi. Che questo valga per la melanconia, lo si sa, è uno degli apporti fondamentali di Freud quando ne ha evidenziato le somiglianze e le differenze rispetto al lutto («nel lutto non compare il disturbo del sentimento di sé»), facendo risalire questa impossibilità alle modalità narcisistiche e ambivalenti della relazione che legava il melanconico a ciò che ha perso, ossia alla essenziale funzione di mantenimento della coerenza, stabilità, continuità, integrità dell'Io che essa svolgeva e alla coesistenza in essa di atteggiamenti e sentimenti opposti, soprattutto amore e odio. Perciò la sua perdita impone all'Io del melanconico di incorporare l'oggetto perduto - non potendo né investirlo né disinvestirlo - per mantenerlo dentro di sé in una sorta di limbo: né morto né vivo in attesa di poter infine sciogliere questo legame narcisistico per allacciarlo con un altro. Ma ciò fa sì che l'odio e la distruttività scatenati ed esasperati dalla perdita e dai rischi che ne derivano ricadano pesantemente sull'Io, che ha incluso in sé l'altro perduto.
L'intollerabilità della perdita e l'impossibilità del lutto valgono anche per il soggetto perverso, che poiché ha bisogno di regolamentare e parcellizzare rigidamente la sua intimità con l'altro, ricerca una situazione impersonale con un complice che, per quanto idoleggiato, nell'amore fisico viene comunque privato della sua autonomia, soggetto a controllo, reso inerte e inanimato, perché nell'anonimia e nell'equivalenza del partner è negata a priori la possibilità di una separazione, ciò che consente di stabilizzare il fragile senso di sé. Quando si confondono gli individui, quando si negano generi e generazioni, quando si mescolano oggetti, zone e fonti del piacere si resta nell'indifferenziato e in un registro fusionale, dove non c'è spazio per una separazione né per la distruttività che ne conseguirebbe.
C'è tuttavia un altro profondo legame tra melanconia e perversione. Dopo la scoperta dell'inconscio e della rimozione, è in particolare attraverso melanconia e perversione che Freud scopre come l'Io stesso (già ormai ridotto ad essere solo una parte dell'apparato psichico, anche se cerca di spacciarsi per la sua totalità) sia «pieno di strappi e fenditure», che costituiscono potenziali linee di sfaldatura, come per un cristallo. Eppure proprio a questa scindibilità è legata la possibilità di essere e soggettivarsi (grazie al linguaggio), che per l'Io equivale poi alla possibilità, per usare ancora parole freudiane, di poter «prendere come oggetto sé medesimo, trattarsi come altri oggetti, osservarsi, criticarsi e fare di sé stesso Dio sa quante altre cose ancora», peraltro cose talvolta terribili ed orribili.
Effettivamente con Melencolia I, al di là della sovradeterminazione e della stratificazione dei simboli e delle allegorie, Dürer ha avuto l'audacia, come scrivono Klibansky, Panofsky e Saxl, di sollevare «la pesantezza animale di un temperamento triste, terrestre» all'altezza di una tragedia tipicamente umana, sottolineata dal confronto del dolore consapevole di chi lotta con i tormenti del pensiero, con la sofferenza inconsapevole del cane e la felice innocenza del putto affaccendato in una attività senza pensiero. Ma tutto ciò perché Dürer intende la melanconia come cifra e prezzo di una biologica artificialità della natura umana che, a paragone dell'animale e dell'infans, con la misura introdotta dal linguaggio crea lo smisurato, il sessuale che può svuotare, vanificare l'umano stesso. Di questo vuoto e questo smisurato, la perversione sembra poter essere - come nota Manuela Fraire nel suo saggio Travestitismo: un abito della melanconia - la maschera o l'abito, talvolta fin troppo trasparenti.
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