Il Mattino 3.12.05
Pininfarina alla conferenza ds di Firenze
...all’interno del centrosinistra non manca chi dissente duramente dalla scelta di invitare a Firenze uno dei leader degli imprenditori. Se ne fa portavoce Pietro Folena, di recente migrato dai Ds a Rifondazione: «Questa mattina (ieri per chi legge, n.d.r.) abbiamo partecipato al corteo dei metalmeccanici, a Roma, grande e partecipato: 150mila lavoratori, in rappresentanza di un milione e mezzo di metalmeccanici, che chiedono il contratto, salario, diritti. Che chiedono voce e rappresentanza. Negli stessi minuti - conclude Folena - Andrea Pininfarina, vicepresidente di Confindustria, parlava alla conferenza programmatica dei Ds. Ciascuno fa le scelte che crede. Non voglio però tacere l'amarezza - continua - per una scelta a dir poco sconcertante».
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
domenica 4 dicembre 2005
su "Avvenimenti" adesso nelle edicole
su Avvenimenti di questa settimana, all'interno del Dossier:
un articolo della dott.ssa Maria Gabriella Gatti dal titolo: «Quando nasce una vita umana: le nuove polemiche sull'aborto come infanticidio»
due articoli di Simona Maggiorelli dal titolo: «Aborto clandestino e Consultori da primato europeo»
un articolo della dott.ssa Maria Gabriella Gatti dal titolo: «Quando nasce una vita umana: le nuove polemiche sull'aborto come infanticidio»
due articoli di Simona Maggiorelli dal titolo: «Aborto clandestino e Consultori da primato europeo»
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dal "Jakarta Post" di oggi,
le composizioni di Bill Evans e di Enrico Pieranunzi al Bali Jazz Festival
The Jakarta Post, December 04, 2005
Bali Jazz Festival echoes the spirit of peace and love
Susi Andrini, Contributor, Kuta, Bali
The recent Bali Jazz Festival, the second of its kind held on the island, bore the special theme "The Spirit of Love and Peace". The festival successfully attracted both local and international jazz musicians.
Jakarta, Bandung in West Java and Surabaya in East Java are normally the cities people think of when it comes to jazz in Indonesia. The three have produced a number of talented musicians and have hosted numerous jazz shows and festivals. Bali, meanwhile, is usually associated with traditional music and performing arts. So placing Bali on the national, let alone the international jazz map, would take a fair bit of work.
(...)
Together with Urs Ramseyer, a Swiss pianist and anthropologist who has lived in Bali for more than 30 years, the Swiss musicians held a workshop for local musicians and students of ISI Denpasar, but the workshop failed to attract many participants.
Performing on the main stage at the Hard Rock Hotel, the Swiss jazz group showed their class. They played contemporary jazz based on compositions by Bill Evans and Enrico Pieranunzi.
Bali Jazz Festival echoes the spirit of peace and love
Susi Andrini, Contributor, Kuta, Bali
The recent Bali Jazz Festival, the second of its kind held on the island, bore the special theme "The Spirit of Love and Peace". The festival successfully attracted both local and international jazz musicians.
Jakarta, Bandung in West Java and Surabaya in East Java are normally the cities people think of when it comes to jazz in Indonesia. The three have produced a number of talented musicians and have hosted numerous jazz shows and festivals. Bali, meanwhile, is usually associated with traditional music and performing arts. So placing Bali on the national, let alone the international jazz map, would take a fair bit of work.
(...)
Together with Urs Ramseyer, a Swiss pianist and anthropologist who has lived in Bali for more than 30 years, the Swiss musicians held a workshop for local musicians and students of ISI Denpasar, but the workshop failed to attract many participants.
Performing on the main stage at the Hard Rock Hotel, the Swiss jazz group showed their class. They played contemporary jazz based on compositions by Bill Evans and Enrico Pieranunzi.
sabato 3 dicembre 2005
articoli di giovedì 1 e di venerdì 2 novembre 2005
per leggere gli articoli clicca sui titoli
Liberazione, 02.11.05
L’emendamento alla Finanziaria sulle gravidanze a pagamento
“Evita-aborto”: le donne ds in rivolta contro Livia Turco
di Castalda Musacchio
Liberazione, 02.11.05
Il tesoriere della Quercia propone candidature a pagamento. Roba da ricchi...
Dimmi, compagno, cosa vendi?
«Un seggio a Montecitorio, 60.000 euro»
di Rina Gagliardi
Liberazione, 02.11.05
Scienza araba, le radici della cultura europea
Dalla matematica alla medicina, dall’astromomia alla farmacopea: una mostra a Parigi racconta, attraverso manoscritti ed oggetti vari, i secoli d’oro tra l’VIII e il XV. Fino al 19 marzo presso l’Istituto del mondo arabo
di Monia Cappuccini
il manifesto, 01.12.0.5
A che serve
Ida Dominijanni
il manifesto, 01.12.05
Ruini
La parola assente
Roberta Carlini
il manifesto, 01.12.05
chiesa
I vescovi: «Nessun silenzio». E parlano a tutto campo
Corriere della Sera, 01.12.05
Uno studio di psicologi dell'Università del Wisconsin
Usa, solo le segretarie possono essere sexy
Le donne in carriera che mettono in mostra il loro fascino suscitano diffidenza. Le loro sottoposte no
Corriere della Sera, 01.12.05
Benedetto XVI in occasione della giornata mondiale di lotta al virus
Il Papa: «Contro l'Aids serve la castità»
Il Pontefice ha ricordato le strategie di prevenzione basate su «continenza e promozione della fedeltà nel matrimonio»
Corriere della Sera, 01.12.05
Proposta di modifica alla Finanziaria firmata da Ds e Margherita
L'Unione: un assegno per non abortire
Duecentocinquanta euro alle donne in gravidanza, a partire dal sesto mese, con un reddito basso. Sì di Storace. No dei Verdi
Liberazione, 01.12.05
Bindi e Turco arruolate nel partito di Ruini: soldi per finanziare la gravidanza
di Angela Azzaro
Liberazione, 01.12.05
E da destra parte l’attacco alla 194. Sì all’indagine conoscitiva sulla legge. Le opposizioni contrarie ma è polemica sull’emendamento a firma Bindi, Turco e Fioroni
Dall’Ulivo l’“evita-aborto”.
Il Prc: «Sconcertante»
di Castalda Musacchio
Liberazione, 01.12.05
Riflessioni sugli attacchi teo-con a Ru 486, legge sull’aborto, embrioni-persona. Il 14 gennaio manifestazione nazionale
Milano, mille donne (e uomini) si incontrano per difendere la libertà di scelta femminile
Emanuela Cirant
a cura di Gianluca Cangemi
giovedì 1 dicembre 2005
la lettera su "Liberazione" di mercoledì 30 novembre
citata al seminario
Liberazione 30.11.05
Idee e parole
Una rivoluzione non violenta
Caro direttore, leggo la lettera pubblicata su Liberazione il 26 novembre, firmata da Massimo Fagioli. La citazione di quelle tre parole, libertà uguaglianza fraternità, suscita turbamento profondo, evoca immagini cariche di emozioni e suggestioni, ma tristemente, come Fagioli dice, ci costringe a riflettere su questi ultimi duecento anni di storia. Vorrei provare a rilanciare di altri trecento anni, prendendo spunto dai grandi drammi storici shakesperiani, che traducevano il tragico e disincantato sguardo dell’uomo rinascimentale. Il quale aveva cominciato a costruire un mondo nuovo, secondo i propri sogni. Era l’epoca delle scoperte e del pensiero rivoluzionario di Galileo e Bruno. Poteva cambiare tutto, ma non cambiò nulla. La realtà era fatta di guerre, fame, epidemie, sovrani e Chiesa continuavano a disseminare violenza e terrore. Vennero i processi, le ritrattazioni, i roghi. L’uomo all’improvviso nell’intero ordine sociale non vide altro che il grande meccanismo della storia, crudele, implacabile, spogliato d’ogni ideologia. E’ la stessa tragedia dell’uomo contemporaneo, di un mondo privato di speranze. Prendere atto del fallimento delle grandi Rivoluzioni umane, adesso come allora, rischia di farci precipitare in una degradante e depressiva concezione cristiana della storia, come immutabile destino a ripetere se stessa. No al ritorno dell’ora di religione, tanto per cominciare.
Siamo in tanti, tantissimi a pensare che quelle parole, quei sogni di duecento e cinquecento anni fa possano concretizzarsi nelle idee-forza di una nuova rivoluzione non-violenta, quella del pensiero. Che debbano entrare a pieno titolo nei temi alti della politica. E servono uomini coraggiosi. Grazie Massimo, grazie Piero.
Idee e parole
Una rivoluzione non violenta
Caro direttore, leggo la lettera pubblicata su Liberazione il 26 novembre, firmata da Massimo Fagioli. La citazione di quelle tre parole, libertà uguaglianza fraternità, suscita turbamento profondo, evoca immagini cariche di emozioni e suggestioni, ma tristemente, come Fagioli dice, ci costringe a riflettere su questi ultimi duecento anni di storia. Vorrei provare a rilanciare di altri trecento anni, prendendo spunto dai grandi drammi storici shakesperiani, che traducevano il tragico e disincantato sguardo dell’uomo rinascimentale. Il quale aveva cominciato a costruire un mondo nuovo, secondo i propri sogni. Era l’epoca delle scoperte e del pensiero rivoluzionario di Galileo e Bruno. Poteva cambiare tutto, ma non cambiò nulla. La realtà era fatta di guerre, fame, epidemie, sovrani e Chiesa continuavano a disseminare violenza e terrore. Vennero i processi, le ritrattazioni, i roghi. L’uomo all’improvviso nell’intero ordine sociale non vide altro che il grande meccanismo della storia, crudele, implacabile, spogliato d’ogni ideologia. E’ la stessa tragedia dell’uomo contemporaneo, di un mondo privato di speranze. Prendere atto del fallimento delle grandi Rivoluzioni umane, adesso come allora, rischia di farci precipitare in una degradante e depressiva concezione cristiana della storia, come immutabile destino a ripetere se stessa. No al ritorno dell’ora di religione, tanto per cominciare.
Siamo in tanti, tantissimi a pensare che quelle parole, quei sogni di duecento e cinquecento anni fa possano concretizzarsi nelle idee-forza di una nuova rivoluzione non-violenta, quella del pensiero. Che debbano entrare a pieno titolo nei temi alti della politica. E servono uomini coraggiosi. Grazie Massimo, grazie Piero.
Paola via e-mail
martedì 29 novembre 2005
gli articoli: nuovi inserimenti di martedì 29 novembre 2005
per leggere gli articoli clicca sui titoli
sinistra: ieri al Teatro Colosseo
Aprilenline.info 29.11.05
Primo passo verso la Sinistra Europea lanciata da Bertinotti
Rifondazione. A Roma si riunisce la Sinistra europea: "No al partito democratico, si al nuovo soggetto politico radicale"
altrove...
il manifesto 29.11.05
Politica o quasi
All'inizio della fine
Ida Dominijanni
boh!?
Apcom 29.11.05
Vaticano
Preti gay. Capezzone: violenza ideologica
"Siamo all'inquisizione, rogo di campo de' Fiori ancora acceso"
per la prima volta in Italia
Il Messaggero 29.11.05
Condannato lo psichiatra dell'assassino
retina
ricevuto da Silvia Branzi
Repubblica 29.11.05
Mostra una marcata diversità da individuo a individuo, fino al
40%, nella parte dell'occhio che ha il compito di percepire i colori
Foto svela i segreti della retina, mai un'immagine così da vicino
Ma tutti li vediamo allo stesso modo. È il cervello che compensa
di Luigi Bignami
violenze sulle donne
Corriere della Sera 29.11.05
Duecento milioni di donne «sparite»
Un rapporto denuncia gli orrori del genocidio nascosto
Alessandra Farkas e Dacia Maraini
Emanuele Severino
Corriere della Sera 29.11.05
Il Concordato? Anticostituzionale
di Emanuele Severino
lacrime di coccodrillo: cattolici e depressione
ricevuto da Franco Pantalei
Repubblica 28.11.05
L'Associazione dei docenti cattolici lancia l'allarme: "Poche ancora le diagnosi corrette". Anna Oliverio Ferraris: "Aiutiamoli a non sentirsi inadeguati"
Allarme depressione tra i giovani: "800mila, e in costante aumento"
di Tullia Fabiani
aborto
l'Unità 29.11.05
Il padre della Ru486: «Io e Ratzinger»
Sonia Renzini
«la verità vi prego sull'amore»...
Il Messaggero 29.11.05
Le neutrofine accendono la passione, che presto si esaurisce
L’amore? Dura un anno
di Alberto Oliverio
solo una questione di tossicologia...
Corriere della Sera 29.11.05
Van Gogh, il giallo della malattia
Adriana Bazzi
staminali
Tempo Medico 29.11.05
Il modello asiatico per la ricerca
Nasce a Seul una fondazione per le cellule staminali
di Donatella Poretti - Tempo Medico n. 803
Bertolucci
Panorama 28.11.05
Bertolucci: dopo il '68 narro dei tupamaros
di Manuela Grassi
Le Scienze, 28.11.2005
Le conseguenze biologiche di un'infanzia trascurata
L'isolamento sociale può influenzare direttamente la neurobiologia di un bambino
Liberazione, 27.11.05
Di che parliamo? Dell’abolizione dell’ordine presente delle cose...
Rina Gagliardi
Liberazione, 27.11.05
Il presidente Cei conclude un congresso sulla fertilità secondo la morale cattolica.
Ad organizzare l’incontro, inclusa la sessione “pastorale”, anche due università pubbliche
Il “metodo naturale” di Ruini, niente Pacs
Fulvio Fania
Liberazione, 27.11.05
Comitato politico nazionale di Rifondazione comunista
Roma, 26 - 27 novembre 2005
La relazione di Fausto Bertinotti
horror!
Liberazione, 27.11.05
I troppi silenzi dietro l’aborto
Lea Melandri
lunedì 28 novembre 2005
MASSIMO FAGIOLI
SU LIBERAZIONE DI SABATO 26 NOVEMBRE 2005
Idee e parole
Libertà, uguaglianza, fraternità...
Caro Sansonetti, sento la simpatia e il dovere di ringraziarti per l'editoriale di venerdì 18 su "Liberazione". Mi sembra di aver visto un pensiero complesso ma affascinante; e inizio dalla fine. Riprendere le tre parole della rivoluzione Francese per rifondare la politica è un'idea geniale; e vorrei partecipare all'entusiasmo espresso nelle ultime righe: «messaggio formidabile... alleanza politica capace di misurarsi con questi temi alti...». Sei seducente nella misura in cui inviti la sinistra a superare l'impotenza di sempre dovuta al vuoto teorico sui grandi problemi dell'umanità, sul mistero e i diritti della vita, sull'identità, sull'essenza, lo spirito e il destino dell'uomo. Ma... ho paura della delusione! Ho davanti agli occhi i più di duecento anni di storia che ci precedono e mi chiedo perché ho avuto un moto di fastidio quando ho osservato che usi i termini "idee-forza della rivoluzione Francese". Senza disturbare i professori di linguistica mi permetto di dire che hai sbagliato: i tre termini non erano idee, erano soltanto parole. In duecento e più anni non c'è stata mai nessuna libertà, salvo quella della produzione dei beni materiali e del commercio. Un medico, tuttora non è libero di esercitare la sua opera secondo scienza e coscienza, nonostante l'abilitazione statale a esercitare la libera professione; una donna non è libera di gestire il funzionamento del proprio corpo come crede: non viene riconosciuta cioè alla donna nessuna identità. Non è nata nessuna fraternità, non si è realizzata nessuna uguaglianza. Allora una preghiera: cerchiamo di trasformare le parole in idee, dare cioè, ad esse, un senso reale. E con buona memoria marxista ti do ragione: iniziamo dalla prassi lottando contro l'invadenza clericale (hanno fatto obbligatoria l'ora di religione), contro il Concordato e l'otto per mille, ma insieme cerchiamo idee e teoria dandoci una ragione di questa lotta accogliendo i dibattiti di Bertinotti con gruppi di studio sulla realtà umana, i suggerimenti di Giordano di occuparsi di realtà umana nell'editoriale di giorni fa, le idee di Giulia Ingrao. Così possiamo curare Bertinotti dall'angoscia di una sconfitta politica inevitabile nello scontro con l'invadenza e la violenza della ideologia della Chiesa. La sconfitta è inevitabile se la sinistra si occupa soltanto "di far funzionare e rendere efficace il mercato".
SU LIBERAZIONE DI SABATO 26 NOVEMBRE 2005
Idee e parole
Libertà, uguaglianza, fraternità...
Caro Sansonetti, sento la simpatia e il dovere di ringraziarti per l'editoriale di venerdì 18 su "Liberazione". Mi sembra di aver visto un pensiero complesso ma affascinante; e inizio dalla fine. Riprendere le tre parole della rivoluzione Francese per rifondare la politica è un'idea geniale; e vorrei partecipare all'entusiasmo espresso nelle ultime righe: «messaggio formidabile... alleanza politica capace di misurarsi con questi temi alti...». Sei seducente nella misura in cui inviti la sinistra a superare l'impotenza di sempre dovuta al vuoto teorico sui grandi problemi dell'umanità, sul mistero e i diritti della vita, sull'identità, sull'essenza, lo spirito e il destino dell'uomo. Ma... ho paura della delusione! Ho davanti agli occhi i più di duecento anni di storia che ci precedono e mi chiedo perché ho avuto un moto di fastidio quando ho osservato che usi i termini "idee-forza della rivoluzione Francese". Senza disturbare i professori di linguistica mi permetto di dire che hai sbagliato: i tre termini non erano idee, erano soltanto parole. In duecento e più anni non c'è stata mai nessuna libertà, salvo quella della produzione dei beni materiali e del commercio. Un medico, tuttora non è libero di esercitare la sua opera secondo scienza e coscienza, nonostante l'abilitazione statale a esercitare la libera professione; una donna non è libera di gestire il funzionamento del proprio corpo come crede: non viene riconosciuta cioè alla donna nessuna identità. Non è nata nessuna fraternità, non si è realizzata nessuna uguaglianza. Allora una preghiera: cerchiamo di trasformare le parole in idee, dare cioè, ad esse, un senso reale. E con buona memoria marxista ti do ragione: iniziamo dalla prassi lottando contro l'invadenza clericale (hanno fatto obbligatoria l'ora di religione), contro il Concordato e l'otto per mille, ma insieme cerchiamo idee e teoria dandoci una ragione di questa lotta accogliendo i dibattiti di Bertinotti con gruppi di studio sulla realtà umana, i suggerimenti di Giordano di occuparsi di realtà umana nell'editoriale di giorni fa, le idee di Giulia Ingrao. Così possiamo curare Bertinotti dall'angoscia di una sconfitta politica inevitabile nello scontro con l'invadenza e la violenza della ideologia della Chiesa. La sconfitta è inevitabile se la sinistra si occupa soltanto "di far funzionare e rendere efficace il mercato".
Massimo Fagioli via e-mail
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gli articoli citati:
Sansonetti il 18 e Giordano il 13 u.s.
martedì 22, all'Università "La Sapienza" di Roma
Facoltà di Studi Orientali
Facoltà di Studi Orientali
Il Preside, il professor Federico Masini, nel corso della preannunciata Conferenza stampa ha presentato questa mattina i nuovi e innovativi corsi di formazione della Facoltà di Studi Orientali dell'Università "La Sapienza", nel cortile della quale - in via Principe Amedeo 184 - è stata installata nei giorni scorsi la straordinaria "scultura blu"
Il professor Massimo Fagioli, nell'occasione, ha regalato ai numerosissimi presenti un suo nuovissimo e importante intervento
______________
la registrazione audio-video dell'evento
è disponibile su
MAWIVIDEO!
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Federico Masini informa:
La statua alla Facoltà nel sito de La Sapienza
http://www.uniroma1.it/eventi/arte/statua.htm
______________
molte immagini, alcune appena inserite, dell'installazione sono visibili sul sito di Claudio Corvino:
http://www.freeforumzone.com/viewmessaggi.aspx?f=17453&idd=3492
Il professor Massimo Fagioli, nell'occasione, ha regalato ai numerosissimi presenti un suo nuovissimo e importante intervento
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la registrazione audio-video dell'evento
è disponibile su
MAWIVIDEO!
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Federico Masini informa:
La statua alla Facoltà nel sito de La Sapienza
http://www.uniroma1.it/eventi/arte/statua.htm
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molte immagini, alcune appena inserite, dell'installazione sono visibili sul sito di Claudio Corvino:
http://www.freeforumzone.com/viewmessaggi.aspx?f=17453&idd=3492
l'articolo sul "pensiero cinese" che è stato citato alla Facoltà di Studi orientali
L'articolo sul "pensiero cinese", citato da Massimo Fagioli nel corso del suo intervento di martedì 22 novembre 2005 alla Facoltà di Studi Orientali dell'Università "La Sapienza" di Roma è il seguente, e può essere letto in versione integrale cliccando sul titolo:
Liberazione 18.9.05
«Perché la Cina vincerà la sfida con il pensiero occidentale»
di Tonino Bucci
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GIULIA INGRAO
SU "LIBERAZIONE" DI MARTEDÌ 22 NOVEMBRE 2005
GIULIA INGRAO
SU "LIBERAZIONE" DI MARTEDÌ 22 NOVEMBRE 2005
una segnalazione di Annalina Ferrante, Noemi Ghetti, Lucia Ianniello
Liberazione 22.11.05
Liberazione 22.11.05
Gli uomini nascono sani, poi si possono ammalare
di Giulia Ingrao
“Liberazione” di domenica 6 novembre ha posto a ben dieci collaboratori la domanda: “Maschi perché uccidete le donne?”. Alla prima lettura del titolo penso, è la solita storia dell’essere umano cattivo, o meglio del seme del male che c’è nell’uomo e che genera carnefici e vittime. Poi sento che c’è qualcosa di più. Così come è posta la domanda sembra che l’uccisione delle donne da parte dei “maschi” non rientri nella categoria generale degli assassinii. Forse ricompare l’idea del rapporto uomo-donna come ineluttabile rapporto distruttivo, come se fosse ancora valida l’immagine biblica dell’uomo creato da Dio intelligente, forte, narcisista ossia sordo e cieco, la donna-Eva, costola sbagliata di Adamo che cede alla tentazione del serpente ed offre all’uomo una falsa conoscenza corrompendolo. Possibile che sulla realtà umana, sul rapporto uomo-donna siano ancora valide idee vecchie che hanno le radici nel pensiero religioso e nel pensiero razionale: il male è insito nell’uomo e nel rapporto uomo-donna, la non ragione è follia, quindi la necessità del controllo di regole che limitano i danni.
Apro la “Repubblica” (8 novembre 2005) e ritrovo la firma di Eugenio Scalfari: “I nemici della democrazia” introduzione a “Imparare la democrazia” di Gustavo Zagrebelsky.
Questo il pensiero di Zagrebelsky, che Scalfari condivide: esaltazione della democrazia che si basa su doveri e diritti, sul rispetto della dignità di tutti gli esseri umani, sul rifiuto del dogmatismo, ma realtà democratica non stabile, con un equilibrio precario, col rischio di precipitare facilmente nella autocrazia, nella teocrazia, della demagogia minacciata dalla massa che si fa folla. Non sarà il solito discorso che gli esseri umani sarebbero per loro natura esclusivamente per la distruzione?
Le cause della precarietà e della debolezza del modello democratico vanno cercate altrove. Vanno cercate in cause storiche ed ideologiche. Il prevalere ed il predominio per secoli sugli uomini del pensiero religioso, del pensiero razionale che dimezzano la realtà umana negando dunque l’essere dell’uomo, che condannano e reprimono impedendo ogni trasformazione dell’uomo, porta inevitabilmente per gli esseri umani ad una perdita o carenza di identità intesa come libertà di pensiero, creatività e possibilità di trasformazione nei rapporti interumani, come fusione di vissuto di realtà materiale e vissuto di realtà psichica; su quali basi può poggiare la democrazia?
E liberiamoci una volta per tutte dell’idea delirante del male innato nell’uomo perfino nei bambini oppure diciamo chiaramente da che parte si sta. Gli uomini nascono sani e poi si possono ammalare, intendo la malattia del pensiero, degli affetti e si possono curare. Non è una mia scoperta, è divenuta una mia profonda convinzione dopo aver conosciuto un pensiero nuovo, una nuova teoria sulla realtà materiale e sulla realtà psichica umana, frutto di importanti scoperte dello psichiatra Massimo Fagioli e sono convinta che la cura della realtà psichica ammalata è possibile quando si basa su un lavoro specifico teorico e pratico, ossia su una teoria coerente e chiara e sua una prassi di rapporto che mira al rifiuto di tutto ciò che è negativo, non veramente umano.
Ritorno alla domanda posta dal giornale e alle molte risposte. Noto la reazione di incredulità da parte di alcuni, la difficoltà ad orientarsi, la vaghezza del linguaggio. Questa superficialità, questa incredulità e paradossalmente l’enorme spazio che il giornale ha dedicato al problema dimostrano che la Sinistra non ha fatto una ricerca sulla sessualità, sulla donna, sui rapporti interumani al di là del comportamento cosciente, ha fatto proprio su questi aspetti della realtà umana un pensiero vecchio, imposto come assoluto, intoccabile, sia esso credo religioso, sia un credo razionale, imposto da padri, questi sì, “maschi” violenti.
Dunque un vuoto di idee, come lamentò in un suo articolo Ritanna Armeni. Molti rami secchi, bisogno di linfa nuova.
Provo a riflettere su quello che mi sembra più importante. Si parla di violenza fisica, naturalmente da condannare, ci sono leggi per questo, c’è poi la condanna da parte delle coscienze degli uomini accettabile solo se c’è il rifiuto della violenza sugli esseri umani in tutte le sue forme, rifiuto della guerra, non essere amici o transitori sostenitori di chi la fa. Ma c’è un’altra violenza che non parte dal braccio ma dalla mente, distrugge l’identità, attacca il pensiero ed è degli uomini ed anche delle donne; privilegia i rapporti umani che non riguardano la realtà materiale ma la realtà degli affetti e della mente. Chiamiamola violenza psichica, la reale dialettica tra gli esseri umani è la dialettica psichica ossia quella degli affetti, degli sguardi, dei gesti, del pensiero; se si ignora ciò necessariamente, parlando di rapporti interumani e specialmente del rapporto uomo-donna si parla di violenza fisica o di confronto come dominio o passività.
Io, come donna, evidentemente non sono stata uccisa fisicamente però ho conosciuto la violenza psichica sotto forma di ideologia annullante, di anaffettività razionale, e mi ha procurato ferite molto simili a quelle che si curano con pomate e cerotti. Ho imparato che con la conoscenza di questa realtà, con la difesa della propria identità faticosamente costruita salvando gli affetti, scegliendo solo rapporti umani, ci si salva non solo dall’essere vittime, ma dal diventare complici.
La donna da sempre è considerata dalla Bibbia, dal logos occidentale e dall’attuale cultura dominante inferiore all’uomo per l'intelligenza e per il sapere e guardata con sospetto come immagine dell’irrazionale, il possibile contrario del pensiero razionale. L’identità sempre negata è stata quella femminile.
Molti cambiamenti nella società per le donne ci sono stati, inutile elencarli, conquiste nell’ambito dei “diritti civili”, il lavoro, per molte l’autonomia economica, eppure progresso e conquiste della donna rimangono legate alla realtà materiale, che è pure importante affrontare per eliminare ingiustizie e arretratezza, ma non fanno l’identità femminile e di conseguenza non cambiano nel profondo il rapporto uomo-donna.
Alcune leggi sono state cambiate a favore delle donne, ma ripeto una ricerca, oltre la realtà materiale umana, oltre il pensiero ed il comportamento cosciente degli esseri umani, una ricerca sulla realtà mentale umana la Sinistra non l’ha fatta. E non mi dite che la negazione dell’esistenza della malattia mentale codificata da Basaglia e dai nuovi filosofi francesi Deleuze e Guattari è stato un contributo a questa conoscenza.
Per un sapere sul pensiero senza coscienza bisogna entrare in conflitto non solo con la religione, ma anche con il pensiero razionale che ha sempre demonizzato l’irrazionale fino a pensarlo come se non fosse realtà umana, non fosse pensiero. Eppure questo pensiero senza coscienza è attivo anche quando siamo e ci comportiamo secondo ragione.
La Sinistra ha esitato troppo nel dare spazio ad una ricerca, ad un pensiero nuovo sulla sessualità, sul rapporto uomo-donna. Né è pensiero nuovo la separatezza proposta dal femminismo, che fa perdere l’identità alle donne, né la libertà, la fantasia nello stereotipo del Sessantotto, della cosiddetta scoperta del desiderio e della libertà sessuale, in realtà senza desiderio e quindi negazione della libertà delle donne.
Se la donna per il pensiero razionale, per il pensiero religioso, fuori dall’identità sociale, dalla realtà materiale è vista come elemento disturbante di un ordine sociale organizzato secondo ragione e secondo “verità rivelate”, non può non essere pensata nel rapporto con l’uomo come essere da controllare, da dominare; ogni presa di distanza dalla ragione ha voluto sempre significare follia, distruzione.
Il pensiero razionale è valido e necessario per la realtà materiale, scoprire il pensiero senza coscienza – e sono due realtà che fanno l’essere umano - è quella strada per la conoscenza del bambino nel primo anno di vita, che non ha il linguaggio verbale, non conosce il significato dei suoni che sente, ha una visione indefinita della realtà che lo circonda, ma crea liberamente immagini che sono conoscenza, rapporto con la realtà umana.
La sessualità non è violenza, il rapporto con la donna per un uomo è realizzazione, dovrebbe essere realizzazione della propria identità senza annullare l’identità dell’altra perché vi sia una reciproca trasformazione e una reciproca realizzazione. Dovrebbe essere un rapporto tanto libero che il rinunciare a se stessi, alla propria intelligenza, al proprio ruolo sociale non si accompagni al timore di perdere la propria specifica identità umana.
La Sinistra non ha
fatto ricerca sulla sessualità,
sulla donna, sui
rapporti interumani
al di là del
comportamento cosciente
Alla cura della realtà
psichica ammalata
serve una teoria
coerente e una prassi
di rapporto che mira
al rifiuto di tutto ciò
che è negativo, non
veramente umano
di Giulia Ingrao
“Liberazione” di domenica 6 novembre ha posto a ben dieci collaboratori la domanda: “Maschi perché uccidete le donne?”. Alla prima lettura del titolo penso, è la solita storia dell’essere umano cattivo, o meglio del seme del male che c’è nell’uomo e che genera carnefici e vittime. Poi sento che c’è qualcosa di più. Così come è posta la domanda sembra che l’uccisione delle donne da parte dei “maschi” non rientri nella categoria generale degli assassinii. Forse ricompare l’idea del rapporto uomo-donna come ineluttabile rapporto distruttivo, come se fosse ancora valida l’immagine biblica dell’uomo creato da Dio intelligente, forte, narcisista ossia sordo e cieco, la donna-Eva, costola sbagliata di Adamo che cede alla tentazione del serpente ed offre all’uomo una falsa conoscenza corrompendolo. Possibile che sulla realtà umana, sul rapporto uomo-donna siano ancora valide idee vecchie che hanno le radici nel pensiero religioso e nel pensiero razionale: il male è insito nell’uomo e nel rapporto uomo-donna, la non ragione è follia, quindi la necessità del controllo di regole che limitano i danni.
Apro la “Repubblica” (8 novembre 2005) e ritrovo la firma di Eugenio Scalfari: “I nemici della democrazia” introduzione a “Imparare la democrazia” di Gustavo Zagrebelsky.
Questo il pensiero di Zagrebelsky, che Scalfari condivide: esaltazione della democrazia che si basa su doveri e diritti, sul rispetto della dignità di tutti gli esseri umani, sul rifiuto del dogmatismo, ma realtà democratica non stabile, con un equilibrio precario, col rischio di precipitare facilmente nella autocrazia, nella teocrazia, della demagogia minacciata dalla massa che si fa folla. Non sarà il solito discorso che gli esseri umani sarebbero per loro natura esclusivamente per la distruzione?
Le cause della precarietà e della debolezza del modello democratico vanno cercate altrove. Vanno cercate in cause storiche ed ideologiche. Il prevalere ed il predominio per secoli sugli uomini del pensiero religioso, del pensiero razionale che dimezzano la realtà umana negando dunque l’essere dell’uomo, che condannano e reprimono impedendo ogni trasformazione dell’uomo, porta inevitabilmente per gli esseri umani ad una perdita o carenza di identità intesa come libertà di pensiero, creatività e possibilità di trasformazione nei rapporti interumani, come fusione di vissuto di realtà materiale e vissuto di realtà psichica; su quali basi può poggiare la democrazia?
E liberiamoci una volta per tutte dell’idea delirante del male innato nell’uomo perfino nei bambini oppure diciamo chiaramente da che parte si sta. Gli uomini nascono sani e poi si possono ammalare, intendo la malattia del pensiero, degli affetti e si possono curare. Non è una mia scoperta, è divenuta una mia profonda convinzione dopo aver conosciuto un pensiero nuovo, una nuova teoria sulla realtà materiale e sulla realtà psichica umana, frutto di importanti scoperte dello psichiatra Massimo Fagioli e sono convinta che la cura della realtà psichica ammalata è possibile quando si basa su un lavoro specifico teorico e pratico, ossia su una teoria coerente e chiara e sua una prassi di rapporto che mira al rifiuto di tutto ciò che è negativo, non veramente umano.
Ritorno alla domanda posta dal giornale e alle molte risposte. Noto la reazione di incredulità da parte di alcuni, la difficoltà ad orientarsi, la vaghezza del linguaggio. Questa superficialità, questa incredulità e paradossalmente l’enorme spazio che il giornale ha dedicato al problema dimostrano che la Sinistra non ha fatto una ricerca sulla sessualità, sulla donna, sui rapporti interumani al di là del comportamento cosciente, ha fatto proprio su questi aspetti della realtà umana un pensiero vecchio, imposto come assoluto, intoccabile, sia esso credo religioso, sia un credo razionale, imposto da padri, questi sì, “maschi” violenti.
Dunque un vuoto di idee, come lamentò in un suo articolo Ritanna Armeni. Molti rami secchi, bisogno di linfa nuova.
Provo a riflettere su quello che mi sembra più importante. Si parla di violenza fisica, naturalmente da condannare, ci sono leggi per questo, c’è poi la condanna da parte delle coscienze degli uomini accettabile solo se c’è il rifiuto della violenza sugli esseri umani in tutte le sue forme, rifiuto della guerra, non essere amici o transitori sostenitori di chi la fa. Ma c’è un’altra violenza che non parte dal braccio ma dalla mente, distrugge l’identità, attacca il pensiero ed è degli uomini ed anche delle donne; privilegia i rapporti umani che non riguardano la realtà materiale ma la realtà degli affetti e della mente. Chiamiamola violenza psichica, la reale dialettica tra gli esseri umani è la dialettica psichica ossia quella degli affetti, degli sguardi, dei gesti, del pensiero; se si ignora ciò necessariamente, parlando di rapporti interumani e specialmente del rapporto uomo-donna si parla di violenza fisica o di confronto come dominio o passività.
Io, come donna, evidentemente non sono stata uccisa fisicamente però ho conosciuto la violenza psichica sotto forma di ideologia annullante, di anaffettività razionale, e mi ha procurato ferite molto simili a quelle che si curano con pomate e cerotti. Ho imparato che con la conoscenza di questa realtà, con la difesa della propria identità faticosamente costruita salvando gli affetti, scegliendo solo rapporti umani, ci si salva non solo dall’essere vittime, ma dal diventare complici.
La donna da sempre è considerata dalla Bibbia, dal logos occidentale e dall’attuale cultura dominante inferiore all’uomo per l'intelligenza e per il sapere e guardata con sospetto come immagine dell’irrazionale, il possibile contrario del pensiero razionale. L’identità sempre negata è stata quella femminile.
Molti cambiamenti nella società per le donne ci sono stati, inutile elencarli, conquiste nell’ambito dei “diritti civili”, il lavoro, per molte l’autonomia economica, eppure progresso e conquiste della donna rimangono legate alla realtà materiale, che è pure importante affrontare per eliminare ingiustizie e arretratezza, ma non fanno l’identità femminile e di conseguenza non cambiano nel profondo il rapporto uomo-donna.
Alcune leggi sono state cambiate a favore delle donne, ma ripeto una ricerca, oltre la realtà materiale umana, oltre il pensiero ed il comportamento cosciente degli esseri umani, una ricerca sulla realtà mentale umana la Sinistra non l’ha fatta. E non mi dite che la negazione dell’esistenza della malattia mentale codificata da Basaglia e dai nuovi filosofi francesi Deleuze e Guattari è stato un contributo a questa conoscenza.
Per un sapere sul pensiero senza coscienza bisogna entrare in conflitto non solo con la religione, ma anche con il pensiero razionale che ha sempre demonizzato l’irrazionale fino a pensarlo come se non fosse realtà umana, non fosse pensiero. Eppure questo pensiero senza coscienza è attivo anche quando siamo e ci comportiamo secondo ragione.
La Sinistra ha esitato troppo nel dare spazio ad una ricerca, ad un pensiero nuovo sulla sessualità, sul rapporto uomo-donna. Né è pensiero nuovo la separatezza proposta dal femminismo, che fa perdere l’identità alle donne, né la libertà, la fantasia nello stereotipo del Sessantotto, della cosiddetta scoperta del desiderio e della libertà sessuale, in realtà senza desiderio e quindi negazione della libertà delle donne.
Se la donna per il pensiero razionale, per il pensiero religioso, fuori dall’identità sociale, dalla realtà materiale è vista come elemento disturbante di un ordine sociale organizzato secondo ragione e secondo “verità rivelate”, non può non essere pensata nel rapporto con l’uomo come essere da controllare, da dominare; ogni presa di distanza dalla ragione ha voluto sempre significare follia, distruzione.
Il pensiero razionale è valido e necessario per la realtà materiale, scoprire il pensiero senza coscienza – e sono due realtà che fanno l’essere umano - è quella strada per la conoscenza del bambino nel primo anno di vita, che non ha il linguaggio verbale, non conosce il significato dei suoni che sente, ha una visione indefinita della realtà che lo circonda, ma crea liberamente immagini che sono conoscenza, rapporto con la realtà umana.
La sessualità non è violenza, il rapporto con la donna per un uomo è realizzazione, dovrebbe essere realizzazione della propria identità senza annullare l’identità dell’altra perché vi sia una reciproca trasformazione e una reciproca realizzazione. Dovrebbe essere un rapporto tanto libero che il rinunciare a se stessi, alla propria intelligenza, al proprio ruolo sociale non si accompagni al timore di perdere la propria specifica identità umana.
La Sinistra non ha
fatto ricerca sulla sessualità,
sulla donna, sui
rapporti interumani
al di là del
comportamento cosciente
Alla cura della realtà
psichica ammalata
serve una teoria
coerente e una prassi
di rapporto che mira
al rifiuto di tutto ciò
che è negativo, non
veramente umano
(trascrizione di Sandra Mellone)
l'editoriale di Sansonetti, da "Liberazione" del 24.11.05
citato al seminario del giovedì
Liberazione 24.11.05
Domanda scorretta
È peggio il terrorismo o la fame nel mondo?
l'editoriale di Piero Sansonetti
Tutti i giornali, ieri, riportavano in prima pagina, con grande risalto, la notizia che la Nestlè è sotto accusa per aver confezionato del latte per bambini in pacchi poco igenici. Sembra che l'inchiostro dell'etichetta abbia contaminato il prodotto, e forse questo prodotto è diventato tossico. Nessun giornale ieri (tranne il nostro e l'Unità) ha riportato in prima pagina la notizia relativa a un rapporto Fao che fissa in sei milioni il numero dei bambini morti negli ultimi dodici mesi per colpa della fame. Diversi giornali non hanno trattato questa notizia né in prima né in nessun'altra pagina.
Naturalmente la notizia sulla Nestlè era importante. E se esistesse un metro per distinguere le notizie "di destra" da quelle "di sinistra" (ma per fortuna questo metro non esiste...) sarebbe anche una notizia di sinistra. Perché ad essere nei guai è una delle multinazionali più potenti del mondo. E ben gli sta. Perciò io mi faccio questa semplicissima domanda: è più drammatico il rischio per alcune decine di migliaia di bambini occidentali di essere colpiti da dolori di stomaco, oppure è più importante la certezza, per sei milioni di bambini - in larghissima parte africani - di una morte atroce e dolorosa?
Questa domanda può essere liquidata come demagogica. Oppure si può contestare la tesi che è sottesa alla domanda - e cioè che il nostro giornale è fazioso, incompleto, censorio - usando i classici manuali del giornalismo, i quali spiegano come la più importante sia sempre quella più vicina (i nostri bambini più dei loro bambini...) e come la notizia più fresca prevalga sempre su quella meno nuova (che alcuni milioni di bambini muoiono di fame si sa da tempo, che la Nestlè ha impasticciato il latte per l'infanzia si poteva sospettare ma non c'erano riscontri).
Capisco le obiezioni ma non mi convincono. Se davvero tutti già sapevamo che ogni anno muoiono sei milioni di bambini, ogni mese ne muoiono 500mila, ogni giorno più di quindicimila, ogni ora quasi settecento, se sapevamo questo, e se sapevamo che il problema si potrebbe risolvere soltanto abbattendo le spese sostenute dalle famiglie occidentali per l'acquisto di prodotti cosmetici (un po' meno lacca per capelli, dopobarba, ombretto, balsamo, profumo...) come mai allora non passiamo molto del nostro tempo, non spendiamo la maggior parte del nostro impegno politico o intellettuale, non dedichiamo una porzione cospicua dei nostri discorsi quotidiani, a questo problema così terribile e gigantesco?
Per l'indifferenza, è la risposta usuale. Lo ha scritto molto bene anche ieri, sull'Unità, in un bellissimo articolo, il sindaco di Roma Walter Veltroni. Però io non sono sicuro che sia vero.
È del tutto evidente che oggi il problema della fame nel mondo (che riguarda un paio di miliardi di persone) è il problema dei problemi per chiunque si ponga l'obiettivo di costruire una politica internazionale. Solo che, al momento, il problema è risolto in questo modo: teniamoci la fame nel mondo. Non per indifferenza, non per distrazione o superficialità. Per il semplice motivo che la fame nel mondo è del tutto funzionale al mantenimento dello status quo, cioè di questa globalizzazione liberale che prevede che l'ottanta per cento delle ricchezze del pianeta siano espropriate e "blindate" in Occidente, messe a disposizione delle multinazionali e delle esigenze del mercato, consumate da una fetta molto piccola della popolazione mondiale. Questa globalizzazione - che è innaturale e provoca squilibri disastrosi nelle relazioni umane e nello sviluppo della civiltà - può resistere solo con due strumenti: la guerra (preventiva), e il mantenimento della povertà e della fame. La povertà e la fame - la fame nera - non sono solo risultati del governo del mondo: sono strumenti del liberalismo.
Permettetemi, di fronte a tutto questo, di fare una cosa politicamente scorretta: i conti. Voglio affrontare la politica con il più prosaico spirito da ragioniere. Quante vittime semina, in un anno, il terrorismo - cioè quello che è considerato dall'opinione pubblica americana, italiana, europea, eccetera - la questione fondamentale del nostro tempo? Forse tre o quattromila, forse un po' meno, forse qualcuna in più. Diciamo anche 10 mila vittime. Da freddi ragionieri ci si chiede: cosa sono 10 mila vittime di fronte a quei sei milioni di bambini? Poco, niente. Lasciateci, per una volta, essere cinici. Non c'è un'altra strada, forse, che il cinismo: finché l'Occidente non rinuncerà alla strage dei bambini e dei poveri, è quasi impossibile appassionarsi alla questione del terrorismo.
Domanda scorretta
È peggio il terrorismo o la fame nel mondo?
l'editoriale di Piero Sansonetti
Tutti i giornali, ieri, riportavano in prima pagina, con grande risalto, la notizia che la Nestlè è sotto accusa per aver confezionato del latte per bambini in pacchi poco igenici. Sembra che l'inchiostro dell'etichetta abbia contaminato il prodotto, e forse questo prodotto è diventato tossico. Nessun giornale ieri (tranne il nostro e l'Unità) ha riportato in prima pagina la notizia relativa a un rapporto Fao che fissa in sei milioni il numero dei bambini morti negli ultimi dodici mesi per colpa della fame. Diversi giornali non hanno trattato questa notizia né in prima né in nessun'altra pagina.
Naturalmente la notizia sulla Nestlè era importante. E se esistesse un metro per distinguere le notizie "di destra" da quelle "di sinistra" (ma per fortuna questo metro non esiste...) sarebbe anche una notizia di sinistra. Perché ad essere nei guai è una delle multinazionali più potenti del mondo. E ben gli sta. Perciò io mi faccio questa semplicissima domanda: è più drammatico il rischio per alcune decine di migliaia di bambini occidentali di essere colpiti da dolori di stomaco, oppure è più importante la certezza, per sei milioni di bambini - in larghissima parte africani - di una morte atroce e dolorosa?
Questa domanda può essere liquidata come demagogica. Oppure si può contestare la tesi che è sottesa alla domanda - e cioè che il nostro giornale è fazioso, incompleto, censorio - usando i classici manuali del giornalismo, i quali spiegano come la più importante sia sempre quella più vicina (i nostri bambini più dei loro bambini...) e come la notizia più fresca prevalga sempre su quella meno nuova (che alcuni milioni di bambini muoiono di fame si sa da tempo, che la Nestlè ha impasticciato il latte per l'infanzia si poteva sospettare ma non c'erano riscontri).
Capisco le obiezioni ma non mi convincono. Se davvero tutti già sapevamo che ogni anno muoiono sei milioni di bambini, ogni mese ne muoiono 500mila, ogni giorno più di quindicimila, ogni ora quasi settecento, se sapevamo questo, e se sapevamo che il problema si potrebbe risolvere soltanto abbattendo le spese sostenute dalle famiglie occidentali per l'acquisto di prodotti cosmetici (un po' meno lacca per capelli, dopobarba, ombretto, balsamo, profumo...) come mai allora non passiamo molto del nostro tempo, non spendiamo la maggior parte del nostro impegno politico o intellettuale, non dedichiamo una porzione cospicua dei nostri discorsi quotidiani, a questo problema così terribile e gigantesco?
Per l'indifferenza, è la risposta usuale. Lo ha scritto molto bene anche ieri, sull'Unità, in un bellissimo articolo, il sindaco di Roma Walter Veltroni. Però io non sono sicuro che sia vero.
È del tutto evidente che oggi il problema della fame nel mondo (che riguarda un paio di miliardi di persone) è il problema dei problemi per chiunque si ponga l'obiettivo di costruire una politica internazionale. Solo che, al momento, il problema è risolto in questo modo: teniamoci la fame nel mondo. Non per indifferenza, non per distrazione o superficialità. Per il semplice motivo che la fame nel mondo è del tutto funzionale al mantenimento dello status quo, cioè di questa globalizzazione liberale che prevede che l'ottanta per cento delle ricchezze del pianeta siano espropriate e "blindate" in Occidente, messe a disposizione delle multinazionali e delle esigenze del mercato, consumate da una fetta molto piccola della popolazione mondiale. Questa globalizzazione - che è innaturale e provoca squilibri disastrosi nelle relazioni umane e nello sviluppo della civiltà - può resistere solo con due strumenti: la guerra (preventiva), e il mantenimento della povertà e della fame. La povertà e la fame - la fame nera - non sono solo risultati del governo del mondo: sono strumenti del liberalismo.
Permettetemi, di fronte a tutto questo, di fare una cosa politicamente scorretta: i conti. Voglio affrontare la politica con il più prosaico spirito da ragioniere. Quante vittime semina, in un anno, il terrorismo - cioè quello che è considerato dall'opinione pubblica americana, italiana, europea, eccetera - la questione fondamentale del nostro tempo? Forse tre o quattromila, forse un po' meno, forse qualcuna in più. Diciamo anche 10 mila vittime. Da freddi ragionieri ci si chiede: cosa sono 10 mila vittime di fronte a quei sei milioni di bambini? Poco, niente. Lasciateci, per una volta, essere cinici. Non c'è un'altra strada, forse, che il cinismo: finché l'Occidente non rinuncerà alla strage dei bambini e dei poveri, è quasi impossibile appassionarsi alla questione del terrorismo.
una lettera di Giulia Ingrao
16 novembre 2005
una lettera di Giulia Ingrao su Liberazione
in risposta alla lettera di Daniele De Perto, pubblicata da "Liberazione" in data 16 novembre us, citata al seminario di mercoledi scorso e già pubblicata in questo blog
Liberazione 19.11.05, p. 12
Aborto
Embrione e feto, non persone
di Giulia Ingrao
Caro direttore, leggo su "Liberazione" (16 novembre 2005) la lettera polemica di Daniele De Perto sulle affermazioni fatte dalla giornalista Barbara Palombelli durante una trasmissione di "Porta a Porta" (lunedì 14 novembre 2005) sulle cause che spingono le madri ad uccidere i figli Palombelli considera l'aborto una violenza delle madri sui propri figli fin dall'utero. Siamo più chiari, l'aborto sarebbe l'assassinio del proprio figlio da parte della madre; diciamo ancora meglio, perché sia un assassinio ci deve essere una vita umana con diritti sanciti e difesi dalla legge, ossia un individuo umano, una persona. Ritorniamo ad un problema su cui si è pure detto molto al tempo del referendum sulla legge 40. C'è una teoria scientifica ben precisa su questo argomento e ci sono testi che la espongono e la spiegano. Il feto fino alla 24° settimana non ha possibilità di vita. Accade poi una trasformazione biologica importante che permetterebbe al feto di sopravvivere, qualora nascesse, ma con gravi difficoltà. Questa possibilità è legata alla formazione della retina. Dal settimo mese in poi la possibilità di vita comincia ad essere una realtà concreta di sopravvivenza autonoma. La vita umana comincia però con la nascita, quando cioè si forma la realtà mentale, si passa quindi da una realtà puramente biologica, in continua trasformazione, ad una realtà umana che fonde il biologico e lo psichico. Quindi, prima della nascita, con l'aborto, non si uccide nessuno, l'embrione e il feto non sono persone.
in risposta alla lettera di Daniele De Perto, pubblicata da "Liberazione" in data 16 novembre us, citata al seminario di mercoledi scorso e già pubblicata in questo blog
Liberazione 19.11.05, p. 12
Aborto
Embrione e feto, non persone
di Giulia Ingrao
Caro direttore, leggo su "Liberazione" (16 novembre 2005) la lettera polemica di Daniele De Perto sulle affermazioni fatte dalla giornalista Barbara Palombelli durante una trasmissione di "Porta a Porta" (lunedì 14 novembre 2005) sulle cause che spingono le madri ad uccidere i figli Palombelli considera l'aborto una violenza delle madri sui propri figli fin dall'utero. Siamo più chiari, l'aborto sarebbe l'assassinio del proprio figlio da parte della madre; diciamo ancora meglio, perché sia un assassinio ci deve essere una vita umana con diritti sanciti e difesi dalla legge, ossia un individuo umano, una persona. Ritorniamo ad un problema su cui si è pure detto molto al tempo del referendum sulla legge 40. C'è una teoria scientifica ben precisa su questo argomento e ci sono testi che la espongono e la spiegano. Il feto fino alla 24° settimana non ha possibilità di vita. Accade poi una trasformazione biologica importante che permetterebbe al feto di sopravvivere, qualora nascesse, ma con gravi difficoltà. Questa possibilità è legata alla formazione della retina. Dal settimo mese in poi la possibilità di vita comincia ad essere una realtà concreta di sopravvivenza autonoma. La vita umana comincia però con la nascita, quando cioè si forma la realtà mentale, si passa quindi da una realtà puramente biologica, in continua trasformazione, ad una realtà umana che fonde il biologico e lo psichico. Quindi, prima della nascita, con l'aborto, non si uccide nessuno, l'embrione e il feto non sono persone.
Giulia Ingrao Roma
DA MAWIVIDEO
È online sul sito www.mawivideo.it
la registrazione della sessione pomeridiana del convegno
"Rapporto Uomo Donna"
tenutosi presso l'Università di Foggia sabato 19 novembre scorso
Per motivi tecnici la registrazione è divisa in 3 parti consecutive. Buona visione, Mawivideo
clicca qui
____________________
il manifesto del Convegno di Foggia
- del quale nel sito dell'Università già segnalato
era possibile vedere solo la parte superiore -
è stato già inviato a tutti gli indirizzi delle liste di corrispondenza di Annalina Ferrante
e di Tonino Scrimenti
e può essere anche ricevuto da chi non ne facesse parte
chiedendolo con una e.mail a "segnalazioni"
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la registrazione della sessione pomeridiana del convegno
"Rapporto Uomo Donna"
tenutosi presso l'Università di Foggia sabato 19 novembre scorso
Per motivi tecnici la registrazione è divisa in 3 parti consecutive. Buona visione, Mawivideo
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il manifesto del Convegno di Foggia
- del quale nel sito dell'Università già segnalato
era possibile vedere solo la parte superiore -
è stato già inviato a tutti gli indirizzi delle liste di corrispondenza di Annalina Ferrante
e di Tonino Scrimenti
e può essere anche ricevuto da chi non ne facesse parte
chiedendolo con una e.mail a "segnalazioni"
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articoli di venerdì 25, sabato 26 e domenica 27 novembre 2005
per leggere gli articoli clicca sui titoli
Repubblica 25.11.05
Esce "La casa di Psiche", un saggio di Umberto Galimberti
Il filosofo e la sofferenza
Si tratta di terapia? Queste nuove pratiche richiedono uno slancio nuovo del pensiero I pensatori scendono in campo in nome di antiche vocazioni garantite dal nome di Socrate - Non ci si può più appigliare alla ciambella del vecchio umanismo - Dobbiamo prendere atto del nostro analfabetismo in materia di "anima"
Pier Aldo Rovatti
Corriere della Sera, 26.11.05
Il monito del Pontefice all’inaugurazione dell’anno accademico. «Correnti della filosofia moderna riducono la conoscenza a ciò che è dimostrabile»
Il Papa: «La scienza deve aprirsi a Dio»
Ratzinger all’Università cattolica: «Coniugare fede e ragione»
Luigi Accattoli
due articoli segnalati da Anna Rita Fidenti:
Repubblica 26.11.05
Il caso
Disaccordo sul Partito democratico
Roma, dirigenti Ds verso Rifondazione
Repubblica 26.11.05
Si è aperto un dibattito dopo il "Libro nero"
Chi accusa la psicoanalisi
gli psichiatri francesi sono circa tredicimila
Il famoso caso di M.lle Anna O. nel 1882
Massimo Ammaniti
papisti all'attacco /1
L'Unita 27.11.05
Chiesa e Stato
Il cardinale Camillo Ruini all'attacco
di Maria Zegarelli
papisti all'attacco /2
La Stampa 27.11.05
Fede e politica
Incontinenza religiosa
Barbara Spinelli
violenza sulle donne
Il Mattino 26.11.05
L’incontro
Devi, dall’India storie di violenze al femminile
Donatella Trotta
Bertinotti /1
Agi.it 27.11.05
Sofri: Bertinotti, subito la grazia
Bertinotti /2
Apcom 27.11.05
Movimenti
Negri: Bertinotti si autoproclama leader. Ridicolo
"I partiti devono essere strumenti del movimento"
Bertinotti /3
Apcom 27.11.05
Laicità
Bertinotti al partito: evitare l'anticlericalismo
"Non siamo partito della modernizzazione, ma della liberazione"
Bertinotti /4
Apcom 27.11.05
Prc
Il Cpn approva il documento di Bertinotti sulla sinistra in Italia
Bertinotti /5
Agi 26.11.05
Bertinotti: via la falce e martello? Non ci penso
articoli di lunedì 28 novembre 2005
e alcuni di giorni precedenti
per leggere gli articoli clicca sui titoli
sinistra
Corriere della Sera 28.11.05
Valentino Parlato
«Da Armando mi aspetto poco E Bertinotti fa solo l’aggiustatore»
Lorenzo Salvia
papisti
Corriere della Sera 28.11.05
Psicologi e preghiere, la clinica per preti pedofili
Brasile, nel centro aperto in segreto da italiani. «Curiamo i fratelli, senza scandali»
Rocco Cotroneo
violenza sulle donne
Le Scienze 26.11.05
La violenza domestica sulle donne
Pubblicato uno studio dell'OMS condotto a livello globale
aborto
L’Espresso, n.44, 2005
Aborto anno nero
Chiara Valentini
aborto
L’Espresso, n.44, 2005
La Toscana apre le porte alla RU486.
Pillola abortiva per chiunque la richieda. L’assessore al diritto alla Salute della Toscana, Enrico Rossi, spiega come riuscirci.
aborto
l’Unità, 20.11.2005
Aborto, contro la solitudine non servono i "missionari"
Luigi Manconi, Andrea Boraschi
aborto
Corriere della Sera 28.11.05
Legge 194
Aborto, interviene Pera: la civiltà tutela la vita non autorizza la morte
sabato 26 novembre 2005
Marco Bellocchio
la recensione del "New York Times" di «Buongiorno, notte»
dal New York Times
MOVIE REVIEW
'GOOD MORNING, NIGHT'
MORE ON 'GOOD MORNING, NIGHT'
Faking the Family Life, With a Kidnapping Victim Behind the Bookshelf
By A. O. SCOTT
Published: November 11, 2005
"Good Morning, Night" was shown as part of the New York Film Festival in 2003. Following are excerpts from A. O. Scott's review, which appeared in The New York Times on Oct. 10, 2003. The unrated film, in Italian with English subtitles, opens today in Manhattan at the Cinema Village, 22 East 12th Street, Greenwich Village.
In his early films, like "Fists in the Pocket" (1965), "China Is Near" (1967) and "In the Name of the Father" (1971), Marco Bellocchio emerged as perhaps the most incisive and passionate cinematic witness to the social, political and spiritual upheavals that convulsed Italy in the 1960's and 70's.
His most recent movies, "My Mother's Smile" and "Good Morning, Night," struggle to make sense of the painful and ambiguous legacy of those years. The hero of "My Mother's Smile" was a left-wing, secular intellectual whose youthful faith in human progress withered into cynicism and solipsism after the future he had once believed in failed to materialize.
"Good Morning, Night" reimagines the notorious kidnapping and murder of Aldo Moro, the former prime minister, by the Red Brigades in 1978, one of the ugliest and most senseless episodes in modern Italian political history and in the annals of the Western European left.
Moro was the leader of the center-right Christian Democrats and one of the architects of a power-sharing arrangement with the Italian Communist Party, a historic compromise intended to bring a measure of normalcy to the nation's fractious and chaotic political order. His kidnappers, self-proclaimed proletarian revolutionaries for whom any form of compromise (or of normalcy) was anathema, imagined that their action would incite a full-scale uprising against the state and its institutions. ("Why aren't they rebelling?" one of the brigatisti wonders, honestly perplexed, when the television shows crowds filling the streets to demand Moro's release.)
Mr. Bellocchio replays this large-scale ideological melodrama as a quiet domestic tragedy. Most of the action takes place in a spacious ground-floor apartment in Rome where four supposed champions of the radical working class erect a screen of bourgeois domesticity to camouflage their crime. Chiara (Maya Sansa), the only woman in the group, keeps a wedding ring in a box near the front door. She puts it on when the bell rings, or when she goes out to her office job. On the day of the kidnapping, she is reluctantly caring for a neighbor's baby when her pretend husband (Giovanni Calcagno) and their two clandestine roommates arrive dragging a huge wooden crate containing the politician (Roberto Herlitzka). The scene has an almost comical matter-of-factness: the oblivious infant gurgles on the couch while the terrorists try to angle the unwieldy box into the cell they have built behind a bookshelf.
What follows is like a surreal parody of family life in which the young radicals, who keep an impressively orderly house, seem to view the old man in the next room as an inconvenient, doted-on older relative rather than as their prisoner. They address him, without sarcasm, as Presidente, and their leader (Luigi Lo Cascio) patiently argues with him about history, theology and the finer points of Marxist theory. The calm, dispassionate tones of their discussion make its brutal upshot - a death sentence issued in the name of proletarian justice - all the more disturbing.
Moro's quiet, grandfatherly demeanor eventually pierces Chiara's steely resolve, even though they never speak face to face, and "Good Morning, Night" is largely concerned with her crisis of confidence.
At night her dreams flicker with black-and-white newsreel images of past revolutionary glory, and she falls asleep reading the letters of left-wing partisans executed by the Fascists during World War II. Inevitably she begins to identify Moro's plight with theirs, a confusion driven home when she attends a family wedding where her older relatives, their faces as kindly and wrinkled as his, burst into a rousing anti-Fascist marching song. This scene suggests that Chiara's extremism, and that of her peers, may be rooted in admiration for, and envy of, the older generation, which was fortunate enough to have a clear enemy and a noble cause.
The contrast between generations could not be more damning: the veterans are full of life and robust feeling, which their would-be heirs have reduced to desiccated theory and murderous abstraction. The brigade members are willing - indeed eager - to sacrifice not only the lives of their supposed oppressors, but their own humanity as well.
Ms. Sansa is an actress of exquisite sensitivity: her wide brown eyes and childlike mouth always seeming to tremble on the verge of laughter or tears, but Mr. Bellocchio does not delve too deeply into her psychology. He approaches his characters with sympathy but also with skeptical detachment. At times "Good Morning, Night" feels as claustrophobic as the apartment itself, and you may feel that the director is handling his volatile material with a bit too much delicacy. But the movie's atmosphere is a curious mixture of obliqueness and intensity. The understatement of the acting and the muted rhythms of the story are offset by bursts of lustrous color (the director of photography is Pasquale Mari) and blasts of lush, sometimes jarring music (much of it composed by Riccardo Giagni).
Like fanatics of every creed and hue, Chiara and her accomplices have pledged themselves to the eradication of subjective feeling, and the film's sudden eruptions of passion, which are visual and aural rather than dramatic, represent the return of everything they have repressed in their mad, destructive crusade for absolute liberation.
MOVIE REVIEW
'GOOD MORNING, NIGHT'
MORE ON 'GOOD MORNING, NIGHT'
Faking the Family Life, With a Kidnapping Victim Behind the Bookshelf
By A. O. SCOTT
Published: November 11, 2005
"Good Morning, Night" was shown as part of the New York Film Festival in 2003. Following are excerpts from A. O. Scott's review, which appeared in The New York Times on Oct. 10, 2003. The unrated film, in Italian with English subtitles, opens today in Manhattan at the Cinema Village, 22 East 12th Street, Greenwich Village.
In his early films, like "Fists in the Pocket" (1965), "China Is Near" (1967) and "In the Name of the Father" (1971), Marco Bellocchio emerged as perhaps the most incisive and passionate cinematic witness to the social, political and spiritual upheavals that convulsed Italy in the 1960's and 70's.
His most recent movies, "My Mother's Smile" and "Good Morning, Night," struggle to make sense of the painful and ambiguous legacy of those years. The hero of "My Mother's Smile" was a left-wing, secular intellectual whose youthful faith in human progress withered into cynicism and solipsism after the future he had once believed in failed to materialize.
"Good Morning, Night" reimagines the notorious kidnapping and murder of Aldo Moro, the former prime minister, by the Red Brigades in 1978, one of the ugliest and most senseless episodes in modern Italian political history and in the annals of the Western European left.
Moro was the leader of the center-right Christian Democrats and one of the architects of a power-sharing arrangement with the Italian Communist Party, a historic compromise intended to bring a measure of normalcy to the nation's fractious and chaotic political order. His kidnappers, self-proclaimed proletarian revolutionaries for whom any form of compromise (or of normalcy) was anathema, imagined that their action would incite a full-scale uprising against the state and its institutions. ("Why aren't they rebelling?" one of the brigatisti wonders, honestly perplexed, when the television shows crowds filling the streets to demand Moro's release.)
Mr. Bellocchio replays this large-scale ideological melodrama as a quiet domestic tragedy. Most of the action takes place in a spacious ground-floor apartment in Rome where four supposed champions of the radical working class erect a screen of bourgeois domesticity to camouflage their crime. Chiara (Maya Sansa), the only woman in the group, keeps a wedding ring in a box near the front door. She puts it on when the bell rings, or when she goes out to her office job. On the day of the kidnapping, she is reluctantly caring for a neighbor's baby when her pretend husband (Giovanni Calcagno) and their two clandestine roommates arrive dragging a huge wooden crate containing the politician (Roberto Herlitzka). The scene has an almost comical matter-of-factness: the oblivious infant gurgles on the couch while the terrorists try to angle the unwieldy box into the cell they have built behind a bookshelf.
What follows is like a surreal parody of family life in which the young radicals, who keep an impressively orderly house, seem to view the old man in the next room as an inconvenient, doted-on older relative rather than as their prisoner. They address him, without sarcasm, as Presidente, and their leader (Luigi Lo Cascio) patiently argues with him about history, theology and the finer points of Marxist theory. The calm, dispassionate tones of their discussion make its brutal upshot - a death sentence issued in the name of proletarian justice - all the more disturbing.
Moro's quiet, grandfatherly demeanor eventually pierces Chiara's steely resolve, even though they never speak face to face, and "Good Morning, Night" is largely concerned with her crisis of confidence.
At night her dreams flicker with black-and-white newsreel images of past revolutionary glory, and she falls asleep reading the letters of left-wing partisans executed by the Fascists during World War II. Inevitably she begins to identify Moro's plight with theirs, a confusion driven home when she attends a family wedding where her older relatives, their faces as kindly and wrinkled as his, burst into a rousing anti-Fascist marching song. This scene suggests that Chiara's extremism, and that of her peers, may be rooted in admiration for, and envy of, the older generation, which was fortunate enough to have a clear enemy and a noble cause.
The contrast between generations could not be more damning: the veterans are full of life and robust feeling, which their would-be heirs have reduced to desiccated theory and murderous abstraction. The brigade members are willing - indeed eager - to sacrifice not only the lives of their supposed oppressors, but their own humanity as well.
Ms. Sansa is an actress of exquisite sensitivity: her wide brown eyes and childlike mouth always seeming to tremble on the verge of laughter or tears, but Mr. Bellocchio does not delve too deeply into her psychology. He approaches his characters with sympathy but also with skeptical detachment. At times "Good Morning, Night" feels as claustrophobic as the apartment itself, and you may feel that the director is handling his volatile material with a bit too much delicacy. But the movie's atmosphere is a curious mixture of obliqueness and intensity. The understatement of the acting and the muted rhythms of the story are offset by bursts of lustrous color (the director of photography is Pasquale Mari) and blasts of lush, sometimes jarring music (much of it composed by Riccardo Giagni).
Like fanatics of every creed and hue, Chiara and her accomplices have pledged themselves to the eradication of subjective feeling, and the film's sudden eruptions of passion, which are visual and aural rather than dramatic, represent the return of everything they have repressed in their mad, destructive crusade for absolute liberation.
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Caro direttore, vorrei fare alcune osservazioni prendendo spunto dal programma "Ottoemezzo" trasmesso venerdì scorso su La7, condotto da Ritanna Armeni e Giuliano Ferrara, ospiti l'on. Boselli, l'on. Castagnetti e il prof. Cardia, tema: la revisione del Concordato. Ferrara dapprima ricordava le esecrabili cannonate risorgimentali in seguito alle quali la povera Chiesa cattolica "perse tutto". Successivamente, il presentatore bacchettava la Armeni, tentando di smentirla quando la giornalista riportava alcune parole del papa riguardanti "il dominio divino della sfera pubblica". Poi Ferrara recitava con cinismo e insopportabile superficialità, nonché con vanto, una sorta di disgustosa barzelletta di una comica americana, apparsa sul "Foglio" che con sprezzante ironia mette bene in luce l'idea che Ferrara ha delle donne. Ancora dimostrava una totale ignoranza affermando che «il Concordato è contenuto nella Costituzione»
L'imbarazzatissimo pro. Cardia, docente di diritto ecclesiastico, si trovava costretto a correggerlo, perché il noto art. 7 della Costituzione, fa riferimento al "principio concordatario", non contiene certo il Concordato. Infine Ferrara, con inquietante candore, sosteneva che «il diritto ha tutta un'origine religiosa: il divieto di uccidere il piccolo Samuele nasce, in termini di diritto, da un'istanza religiosa, da un comandamento». Il prof. Cardia, simulando lo stesso inquietante candore di Ferrara, sosteneva poi che il Concordato sarebbe "quasi identico" nel suo contenuto alle varie Intese che lo Stato italiano ha stipulato nel corso degli anni con le altre confessioni religiose. Quel "quasi identico" lascerebbe pensare che il testo del Concordato sarebbe stato praticamente fotocopiato nelle sei Intese, salvo qualche virgola o aggettivo successivamente corretti. Si tratta di una plateale menzogna: il Concordato infatti fa parte di un trattato internazionale, i Patti Lateranensi, stipulato tra governo fascista e Santa Sede nel 1929. Anche le Intese sono trattati internazionali? Anch'esse prevedono le condizioni di privilegio di cui la Chiesa beneficia? Abili giochi di parole! Spero che Ritanna Armeni, la cui sensibilità e umanità abbiamo avuto modo di cogliere sul vostro giornale, resista.
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Paola, da Roma
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